:: Intervista a Paola Ronco

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cop_paola-roncoBenvenuta Paola, è un piacere per me ospitarti su Liberidiscrivere. Come prima cosa inizierei con le presentazioni. Descriviti ai nostri lettori, studi, abitudini, difetti, pregi. Raccontati come se fossi un personaggio dei tuoi libri.

Se fossi uno dei miei personaggi non descriverei quasi niente, cercherei di far capire che tipo sono nel corso della lettura. Dovendo andare di fretta, ecco, userei suggestioni sparse. Il rigore geometrico delle strade torinesi e il caos sfaccettato di certi vicoli a Genova. Una laurea inutile in storia medievale, un’irritante tendenza al nottambulismo e all’insonnia, l’insofferenza verso gli anziani che si lamentano sugli autobus. Scrivere, cucinare, camminare per ore, ridere al ristorante cinese insieme agli amici. L’arrabbiatura facile, il pianto non ne parliamo. Più pessimista che ingenua, a tratti contenta, rannuvolata variabile.

Quando hai iniziato a scrivere? C’è stato un momento preciso in cui ti sei detta quella sarà la mia strada?

Nessuna folgorazione sulla via di Damasco, nel mio caso la questione è stata graduale, un po’  come la maggior parte delle cose per me importanti. Da che mi ricordo ho sempre amato scrivere e raccontare storie. Da ragazzina tenevo un diario e mi piacevano le storie lunghe, un po’ fantasy; crescendo mi sono appassionata anche ai gialli, visto che mia madre ne aveva una bella collezione. Ci è voluta la permanenza in Inghilterra, dove ho passato quasi cinque anni, a farmi deviare decisamente verso scritture più forti, dalle sfumature nere. 

C’è qualcuno che ti ha particolarmente aiutata nel tuo esordio anche solo con consigli, incoraggiamenti e che vorresti ringraziare?

Non rivelo un segreto dicendo che questo romanzo non sarebbe mai nato senza l’incoraggiamento, i consigli e la generosità di Luigi Bernardi. È stato lui a leggere il mio ‘Corpo Estraneo’, il racconto che conteneva l’abbozzo delle vicende in cui è coinvolto l’agente Cabras, ed è stato lui a stroncarlo, suggerendomi di provare a farne qualcos’altro, e spingendomi a uscire da una dimensione ‘amatoriale’.

Hai pubblicato con Perdisa Pop il tuo romanzo d’esordio “Corpi estranei”, un romanzo duro, lucido, maturo, inconsueto per una ragazza di trent’anni. Parlaci della sua genesi e del processo che ha portato dall’originario racconto al romanzo.

Non so se si tratti di un romanzo inconsueto, di sicuro devo dire che a trentatré  anni non mi sento più tanto una ‘ragazza’… Come dicevo prima, ho cominciato a lavorare partendo da un corpo estraneo, declinato al singolare. Pensavo, agli inizi, di raccontare solo la storia di Cabras, trasformando il racconto in un romanzo breve; durante la stesura, però, sono spuntati i personaggi di Silvia e Alessia, e sono stata contentissima di assecondarli. 

Quando Luigi Bernardi ti ha detto che era pronto per la pubblicazione, quali sono stati i tuoi primi pensieri, eri felice, tesa, emozionata?

Un po’  tutte queste cose insieme, certo, con una grossa sfumatura di terrore puro. A differenza di molti aspiranti autori (troppi, se posso permettermi…), non ho mai visto la pubblicazione come il traguardo finale, la meta che annulla ogni altro obiettivo. È una cosa che è capitata, e sarei stupida se dicessi che non ne sono contenta, ma preferisco tenere i piedi per terra e guardare avanti.

So che ci tieni a dire che “Corpi estranei” è un romanzo a tutto tondo  e non un reportage giornalistico, un saggio, o un pamphlet di critica sociale, ciò non toglie che racchiude molti spunti di riflessione seria e articolata, il disagio giovanile, le forme di precariato diffuse in modo esponenziale, la violenza trattenuta a stento dai meccanismi di controllo sociale, la prevaricazione dei più forti sui più deboli, l’incertezza politica e sociale che caratterizza questi primi anni del nuovo millennio. Sei pessimista o la tua critica è tesa a provocare un moto di ribellione nel lettore?

Mi è già capitato qualche volta, durante le presentazioni che ho fatto, di sentirmi dire che noi trentaequalcosenni siamo passivi e incapaci di reagire, e che i personaggi del romanzo descrivono perfettamente, anche troppo, questo modo di essere. La riflessione successiva, a quel punto, si lega alla nostra incapacità di immaginare il futuro, come se fossimo condannati a un eterno presente precario.

Di solito me la cavo rispondendo che, se riuscissi a immaginare una via di fuga decente, scriverei un manifesto politico invece che un romanzo. Il fatto è che scrivendo non punto a crogiolarmi nelle mie tendenze pessimiste, ma neanche a cambiare il mondo: non sono così ambiziosa da pensare di poterlo fare. Mi parrebbe già un ottimo risultato riuscire a offrire un punto di vista differente, uno spunto di riflessione in più.

Solitamente gli scrittori amano proiettare se stessi in alcuni personaggi dei loro libri, mentre nel tuo caso ho avuto la forte sensazione che i personaggi femminili di Silvia e Alessia si discostino da te, correggimi se mi sbaglio.

A essere sincera credo di aver messo parti di me in tutti e tre i personaggi principali (ebbene sì, persino in Cabras). Poi è chiaro che nessuno di loro mi rispecchia veramente, nel senso che non ho inserito nessuna autobiografia mascherata. Certo è che, come Silvia, anch’io ho lavorato da precaria in un paio di agenzie di pubbliche relazioni. E, come Alessia, sono stata una studentessa universitaria impegnata e squattrinata. Le somiglianze finiscono qui; era la loro storia che volevo raccontare, non la mia.

Parlaci della tua Torino, in un certo senso scelta obbligata per l’ambientazione del tuo libro, dato che la conosci bene e ci hai vissuto molti anni. C’è qualche luogo privilegiato, qualche via, qualche viale che ami particolarmente, che ti trasmette sensazioni positive di pace, benessere?

Torino è la mia città, nel bene e nel male. Vivo a Genova dal 2007 e mi ci trovo benissimo, ma non posso dimenticare il posto in cui ho passato i primi venticinque anni della mia vita. Come tutti gli universitari di Palazzo Nuovo ho molti ricordi legati alla zona di via Po, ai suoi negozietti alternativi, ai bar dove passare i pomeriggi e alle pizzerie al taglio. Mi è sempre piaciuta piazza Vittorio, in ogni stagione adoro affacciarmi a vedere il fiume, proprio sopra i Murazzi. E poi le passeggiate in via Garibaldi, il meraviglioso mercato di Porta Palazzo, il Balon e la bellezza esagerata della Consolata, con i suoi ex voto e l’aria barocca; una chiesa in cui mi piacerebbe molto ambientare qualche scena di romanzo…

Torino ha una forte tradizione di impegno, di militanza, di attenzione per gli strati più marginali, mi riferisco all’Arsenale della Pace, al Gruppo Abele di Don Ciotti ed ad altre realtà impegnate nel sociale. Da cosa pensi derivi questa tradizione, ne senti la presenza quando ti capita di tornarci ?

Spero di sbagliarmi, ma sospetto che molto impegno nasca dalla constatazione di una crudeltà che riesce
a essere più  spietata che altrove. Torino sa essere muta e scostante come soltanto certe città del nord, e mi pare che non sia riuscita a cogliere in pieno le potenzialità positive portate dai numerosi immigrati arrivati qui in tempi e ondate successive, contagiandoli anzi con la sua diffidenza fredda. Non è un caso, credo, che alcuni dei più arrabbiati sostenitori della Lega Nord a Torino siano di origini meridionali.

Se dovessi definire il tuo romanzo in una categoria, un genere, quale sceglieresti o le limitazioni ti stanno strette?

Non ho le basi culturali né, lo ammetto, la voglia di mettermi a pensare che genere di romanzo ho scritto. Mi piace il suono della parola noir, ma è più una questione sentimentale che altro.

Quali sono i tuoi scrittori preferiti e quali ti hanno influenzato di più, italiani o starnieri, viventi o del passato?

Ogni volta che rispondo a questa domanda mi capita di rileggermi e dire, ossignore, e quello perché non l’ho citato? E quell’altro? Che poi son cose che cambiano a seconda del momento storico, dello stato d’animo, delle circostanze. Direi comunque che il mio autore preferito in assoluto è Beppe Fenoglio. Lo leggo, lo rileggo e trovo sempre qualcosa da imparare, nonostante il suo stile sia del tutto diverso dal mio, o forse proprio per questo motivo. In ordine sparso e a botta calda, oggi ti direi Manchette, Erri De Luca, Lucarelli, Daeninckx, Foster Wallace.

La colpa e la redenzione sono temi importanti nei tuoi racconti e romanzi?

Il concetto di colpa mi pare estremamente interessante, soprattutto nel contesto di un paese smemorato e imbevuto di cattolicesimo come il nostro. Le volte che mi è capitato di parlarne con persone appartenenti a una cultura anglosassone ho spesso sentito la teoria per cui noi ‘latini’, per così dire, saremmo più corrotti per colpa dell’istituto della confessione. Facciamo qualcosa di male, corriamo dal prete, due pater ave gloria e torna tutto a posto. Quando ero in Inghilterra mi ci arrabbiavo molto, si sa che la nostalgia di casa rende patriottici. Il brusco ritorno mi ha costretta a rivedere parecchie cose. Di redenzione, devo ammettere, ne ho sempre vista pochina in giro.

Sei una persona curiosa? Di solito come ti documenti per i tuoi libri? Ami registrare testimonianze, scavare negli archivi, fare approfondite ricerche tramite internet?

Normalmente faccio ricerche su internet, credo come tutti. Mi piace molto sapere di cosa sto parlando, anche per evitare di dire stupidaggini, ma c’è da dire che mi capita di scrivere quasi esclusivamente di argomenti che mi interessano…

Da esordiente, c’è qualche esordiente che ti ha sorpeso, di cui ammiri il lavoro o magari invidi lo stile? Se dovessi promuoverne uno, non pensarci dimmi il primo nome che ti viene in mente.

Sarò  campanilista, ma il primo nome che mi viene in mente è quello della collega di scuderia Silvia Tebaldi, che l’anno scorso ha esordito con un romanzo particolarissimo, “Vuoto Centrale”. È  una storia evocativa e poetica, fatta di suggestioni e parole che rimangono impresse a lungo nella memoria.

Hai scritto numerosi racconti, genere che adoro, quali sono per te le qualità di un buon racconto?

Detto in confidenza, scrivere racconti per me è un po’ una tortura, e di solito preferisco il passo lento dei romanzi. Lo faccio per esercitarmi, quando ho voglia di complicarmi la vita o se ci sono progetti interessanti di mezzo. Direi comunque che un buon racconto deve saper rendere un’atmosfera in poche righe, avere personaggi tridimensionali e una storia che spicchi su qualsiasi esercizio di bello stile.

Ci sono progetti cinematografici per “Corpi Estranei”? Quali attori vedresti bene nelle parti di Mauro, Silvia e Alessia?

Non lo dico neanche sotto tortura! Sono molto scaramantica su queste cose e non ho pensato a nessuno dei protagonisti. Certo che, se mai si facesse un film tratto dal romanzo, proverei a insistere per avere Claudio Santamaria nei panni dell’agente Mongardi…

Raccontami un episodio bizzarro, divertente, inconueto accaduto durante una delle presentazioni dei tuoi libri.

Come spesso succede quando capitano domande di questo tipo, non mi viene in mente nemmeno un episodio. Beh, forse il ricordo della faccia compunta dei miei genitori alla presentazione genovese, quando il giornalista Raffaele Niri ha sparato una domanda a bruciapelo sulle scene di sesso in “Corpi Estranei”…

Che libro stai leggendo attualmente?

Non uno, ma due insieme (lo faccio spesso); La vita agra di Bianciardi, che vergognosamente non avevo ancora letto, e ‘Un contadino nella metropoli’, di Prospero Gallinari.

Attualmente stai scrivendo? Puoi anticiparci qualcosa sui tuoi prossimi progetti?

Sto scrivendo, sì, ma da buona superstiziosa non dirò  nulla…

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