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:: Armenia e Nagorno Karabakh di Mauro Morellini (Morellini editore 2019) a cura di Giulietta Iannone

30 giugno 2019
Armenia e Nagorno Karabakh

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Paese misterioso e affascinante l’Armenia, territorio antichissimo ai piedi del monte Ararat. Così antico che a oltre 2000 metri a Karahundj si trovano i resti di un osservatorio astronomico neolitico precedente di secoli a Stonehenge.
Crocevia tra Europa e Asia, culla della cristianità testimoniata dalla presenza di moltissimi monasteri medioevali (tra i più conosciuti Sevanavank, fondato nel 929, Sanahin e il complesso di Tatev, raggiunto in cima ai monti dalla più lunga teleferica del mondo) e chiese e cattedrali, meta di pellegrinaggi religiosi, ricco di cultura e tradizioni enogastronomiche, l’Armenia è un paese solo da pochi anni al centro delle mete turistiche degli italiani, che l’hanno scoperto quasi per caso attirati dal suo paesaggio perlopiù montano, incontaminato, quasi deserto, dei 3 milioni di abitanti ben un milione risiede nella capitale Yerevan, città cosmopolita caratterizzata da un’ intensa vita notturna e di giorno da attività culturali e conviviali.
L’Armenia guarda all’Europa, come dice Mikayel Minasyan già Ambasciatore d’Armenia presso la Santa Sede, e l’Europa guarda all’Armenia si potrebbe dire, molti infatti eleggono questo splendido paese come meta turistica e culturale anche grazie al rafforzamento e ammodernamento delle infrastrutture e dei trasporti, oltre che delle strutture alberghiere per merito dei lungimiranti politici locali. Il resto l’ha fatto la natura, perlopiù inaccessibile e difficile da conquistare.
Mauro Morellini, titolare della Morellini Editore, con la guida ‘Inisder’ “Armenia e Nagorno Karabakh”, aggiornata e di semplice consultazione (oltre al cartaceo c’è anche il formato ebook) l’ha resa finalmente più accessibile, svelando anche molti dei suoi tesori così gelosamente conservati fino a oggi.
Tante le attrattive, dalle acque termali di Jermuk, con sorgenti calde naturali, che ne hanno fatto una delle più rinomate località di villeggiatura dai tempi dell’epoca sovietica, ma si potrebbe andare più indietro nel tempo fino al periodo zarista.
Alla zona del vino, con numerosissime cantine, tra cui una grotta che testimonia la vinificazione del mosto già in epoca preistorica, alle montagne, rinomate per gli sport invernali come quelle del Tsaghkunyats, agli alberghi super lussuosi come il Golden Palace Hotel di Tsaghkadzor, lussuoso resort a 5 stelle che ha ospitato capi di stato come Putin e Chirac, con tutti i confort e una veduta spettacolare delle montagne circostanti.
Insomma modernità e antichità si fondono lasciando inalterato il fascino di terre ancora perlopiù preservate dal turismo più affollato. Per chi ama insomma il silenzio, la pace e la contemplazione.
Ma davvero tante ancora sono le cose da vedere, e soprattutto non si può lasciare l’Armenia senza aver assaggiato il brandy armeno o visitato la maestosa cattedrale di Myar Dajar, il più antico sito cristiano in Armenia.
Al termine una sezione dedicata alla scoperta del Nagorno Karabakh, regione al centro di una disputa territoriale tra Armenia e Azerbaijan, ma di fatto estensione dell’Armenia, di cui possiamo ammirare il Monastero di Dadivank, il sito archeologico di Tigranakert, e la bellissima capitale Step’anakert.
Insomma se avete dei risparmi da parte e vi piace viaggiare, anche in modo piuttosto avventuroso, sembra che l’Armenia faccia al caso vostro, considerate solo il periodo in cui programmare il viaggio considerato che ci sono estati molto calde, fino a 44 gradi nella capitale, e inverni estremamante rigidi con temperature ben sotto lo zero, ma questa guida vi sarà preziosa anche per queste scelte. Dunque infine che dire se non: buon viaggio!

Mauro Morellini dopo essere stato l’editore italiano di Rough Guides con il marchio Fuori Thema, è ora titolare del marchio Morellini Editore. È autore per Hoepli del best seller “Expo Milano 2015 For Dummies”, “Milano for Dummies”, di “Giubileo 2015 for Dummies”. e “Taranto for Dummies” e per la sua stessa casa editrice della guida ‘Inisder’ “Armenia e Nagorno Karabakh”. Ha collaborato con Gambero Rosso, Guide L’Espresso, Donna Moderna e Starbene. Ha inoltre pubblicato “Bolognesi” per Edizioni Sonda e “100 libri di Enogastronomia” per Unicopli.

Source: libro inviato al recensore dall’editore, ringraziamo Francesca dell’Ufficio stampa Morellini.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Mio padre era comunista di Luca Martini (Morellini Editore 2019) a cura di Federica Belleri

21 maggio 2019

imagesVirginio ha vissuto con un padre comunista e con una madre rassegnata. Suo fratello si è costruito una vita in Inghilterra. E a lui cos’ è rimasto? Un mucchio di ricordi, che saltano fuori quando ha quasi cinquant’anni. Perché? Cosa ha bisogno di ricostruire? Forse l’atteggiamento intransigente di suo padre, il fatto che non gli permettesse nulla … nemmeno una pizza fuori tutti insieme? Oppure il fatto che lo rimproverasse prendendolo per i capelli o a male parole per poi abbracciarlo forte e dirgli che si comportava così per il suo bene?
Non è stato facile per lui il quotidiano nella stessa casa con un comunista tradizionale, quasi russo. È stato orribile essere criticato e isolato dagli amici. Eppure ha sempre cercato l’approvazione di un uomo così duro e spigoloso. Perché?
Virginio ora è un professionista stimato e di successo, può permettersi qualsiasi cosa. Anche di sbagliare. Perché tornare indietro nel tempo apre scenari che non conosceva, sofferti, dolorosi, che gli provocano rabbia e un incontenibile desiderio di vendetta. Perché ostinarsi a cercare un motivo, una spiegazione, può portare a farsi del male.
Mio padre era comunista. Luca Martini ci porta a Bologna attraversando una vita intera di negazioni. Ci aiuta a capire quanto la cattiveria non abbia limiti e come sia facile superarli. Si può tornare in equilibrio? Si può tornare ad essere se stessi? Sì, se si impara a perdonare e a perdonarsi.
Ottima lettura, tanti gli spunti di riflessione offerti. Scrittura scorrevole, ricca di nostalgia e rimpianto, a volte. Dietro una corazza ben costruita, esiste sempre qualcuno che non sa nascondere se stesso.
Assolutamente consigliato.

Luca Martini (1971), bolognese, è presente in numerose antologie e riviste letterarie, ed è autore di circa trecento poesie, monologhi teatrali, una settantina di racconti, romanzi e favole illustrate. Nel 2008 ha vinto il premio Arturo Loria per il miglior racconto inedito. Un suo racconto, tramite il progetto “Sorprese Letterarie”, promosso dalla scuola Holden di Torino, è finito tra le sorprese di migliaia di uova di Pasqua.
Tra le sue pubblicazioni più recenti: il romanzo Il tuo cuore è una scopa (Tombolini Editore, 2014), le raccolte di racconti L’amore non c’entra (La Gru, 2015) e Manuale di sopravvivenza per bambini invisibili (Pequod, 2018), la raccolta collettiva di memorie Il nostro due agosto (nero) (Tombolini Editore, 2015) e il libro per bambini Il coccodrillo che voleva essere drago (D Editore, 2017). Insieme a Gianluca Morozzi ha curato, tra le altre, le antologie di racconti Più veloce della luce (Pendragon, 2017) e Vinyl – storie di dischi che cambiano la vita (Morellini, 2017). Insieme a Barbara Panetta ha curato l’antologia On the radio – storie di radio, dj e rock’n’roll (Morellini, 2018).

Fonte: omaggio dell’editore al recensore.

:: Piano Americano di Antonio Paolacci (Morellini 2017)

17 ottobre 2017

indexLa scrittura non mi porta più da nessuna parte, la vita fuori dalle pagine scritte invece sì. Ho pubblicato libri e racconti ed è stato sempre squallido confrontare la fatica del lavoro con il suo valore oggettivo, con il mondo ester­no, con l’editoria da prodotto di massa, con il pubblico e la stampa. Stavo viaggiando in direzione dello spreco. Stavo lavorando da anni a un romanzo per niente: anni di lavoro che avrei lanciato ancora una volta nel vuoto pneumatico della comunicazione contemporanea.

Ho letto Piano Americano, ultimo libro (in senso letterale, non solo cronologico come tappa di passaggio per un dopo) di Antonio Paolacci, edito da Morellini e ora sono qui a parlarvene anzi a riflettere con voi su cosa mi ha lasciato, su come ha modificato la percezione che avevo della letteratura, o dell’editoria in genere. Sarà una recensione non canonica, come non canonico è il libro (un ibrido tra narrativa autobiografica e metanarrazione di borgesiana memoria, dove forse tutto badate bene, è finzione).
Che il Paolacci smetta di scrivere è dura da mandare giù. Proprio non lo si crede, ma è così che afferma, è la tesi principale che regge il costrutto, e la maschera che nasconde il volte, forse davvero la chiave di lettura di tutto il romanzo (permettetemi di definirlo così).
Ricordo anche io l’esame universitario dove studiammo la teoria delle maschere e anche quella del mana (popolazioni autoctone delle isole che spendevano tutti i loro averi per celebrare una grande festa nel loro villaggio) un po’ come gli americani negli anni ’50 che facevano di tutto per comprarsi macchinoni scintillanti per esporre orgogliosi al mondo il loro stato sociale (magari riempiendosi di debiti che mai sarebbero riusciti a pagare).
Insomma gli esseri umani sono strani e gli scrittori ancora di più. Se mi dicessero da domani non scrivi più una riga, sinceramente preferirei farmi anni di carcere che accettare questa imposizione. Ma il Paolacci persona o personaggio (me lo domando ancora) ha deciso che basta, non ne vale la pena, l’editoria italiana non permette spazio di manovra.
C’è di meglio, tipo vivere. Tipo cercare un lavoro che renda di più. Tipo amare la propria donna. Tipo crescere i propri figli. Tipo insegnare. Di stringere mani sudaticce nei salotti della cultura è stanco, di lottare contro i mulini a vento (dai un po’ di Cervantes lo si nota) pure. Dunque il Paolacci non scriverà più un rigo, questo è il suo ultimo libro. (Crederci o non crederci sono fatti vostri).

Perché il racconto – ogni racconto – è raggiro, è sempre presa in giro. In un’accezione positiva, se preferite, è il raggiro del prestigiatore, ma è pur sempre questo: l’opera di un artista che distoglie la vostra attenzione dal luogo in cui sarebbe visibile il trucco, in modo da mostrarvi una magia che voi sapete bene non essere affatto una magia. Ecco: ogni scrittura è in qualche misura trucco palese e trucco camuffato.

Ma dice solo quello? Aspetta vediamo: ci sono tante citazioni letterarie (alla fine del libro c’è una bibliografia delle citazioni così per avere in ordine perlomeno i libri da cui sono state tratte), intelligentemente amalgamate alla narrazione, mi è piaciuta soprattutto questa:

Nel romanzo Running Dog di Don DeLillo, c’è un perso­naggio che a un certo punto dice:
Ricordo che in quel periodo vidi Zabriskie Point, con quella sce­na finale in cui la casa esplode e tutti quegli oggetti sgargianti volano nell’aria al rallentatore. Dio, continuai a pensarci per un anno intero. Fu il momento più importante di tutto l’anno. […] tutte quelle confezioni di detersivo e minestra in polvere e cotton fioc e eyeliner che saltavano in aria insieme alla casa, boom.

Sapremo molti fatti suoi, della sua adolescenza, dei suoi studi, del suo lavoro di scrittore e di insegnante di scrittura, di marito, di neopadre. Si parlerà di cinema, di Hitchcock e del suo Psyco (provate voi a far morire la protagonista e star del film quasi all’inizio, fregandovene delle regole dello star system e della cinematografia tutta). E poi c’è Luigi, David Foster Wallace, Don De Lillo e Valter Binaghi, per chi non lo conoscesse era uno scrittore strepitoso, recuperate a caso un suo libro (Blackjack venne pure a commentarmi). E poi c’è un romanzo di cui sappiamo tutto, conosciamo i personaggi, ma mai verrà scritto. Per le regole del marketing forse era troppo.

Non ci sono conquiste, non c’è felicità di parola, non c’è verità, non ci sono idee. Le nostre passioni di scrittori contemporanei, le nostre battaglie, i nostri sogni sono tenuti insieme da un vocabolario squisitamente aziendale, un – peraltro scarso – vocabolario da lavaggio del cervello dove la produzione culturale è un pendolo che oscilla tra due forze e due soltanto: successo o fallimento? Fallimento o successo? La parola comunicazione viene usata abitualmente in sostituzione della parola marketing. L’atto stesso del comunicare è diventato un lavoro e una strategia da usare per vendere e quindi per ingannare, perché il marketing fagocita i rapporti tra persone, li ingloba e li spoglia di nutrimento.
Così la letteratura ha consegnato le armi al nemico nell’istante stesso in cui ha smesso di inseguire la sincerità per mettersi in fila alla cassa.

E poi c’è una nascita, una crescita, il coraggio di una madre, la bellezza dell’ insegnamento e di avere degli allievi, c’è amore per la letteratura e per la parola scritta, insofferenza per tutto ciò che vincola la libertà personale e creativa.
Insomma tanta carne al fuoco.
Ma che il Paolacci smetta di scrivere. No, no io non ci credo. Dai è troppo bravo.

Antonio Paolacci è nato nel 1974 e vive a Genova. È editor e consulente editoriale. Ideatore e direttore di alcune collane di narrativa e saggistica, ha curato anche premi letterari e rassegne. Ha tenuto corsi di scrittura creativa in diverse città italiane. Dal 2014 insegna scrittura creativa alla scuola Officina Letteraria di Genova. Come autore ha scritto: Flemma (Perdisa Pop, 2007 – Morellini Editore, 2015), Salto d’ottava (Perdisa Pop, 2010), Accelerazione di gravità (Senzapatria, 2010), Tanatosi (Perdisa Pop, 2012) e Piano Americano (Morellini, 2017). Per saperne di più o contattarlo: antoniopaolacci.blogspot.it

Source: inviato dall’ autore.