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:: Premio NebbiaGialla 2019: vincono Antonio Paolacci e Paola Ronco con Nuvole barocche (Piemme)

21 settembre 2019

Nuvole BaroccheSuzzara (MN), 21 settembre 2019 – Questo pomeriggio, presso il Centro culturale Piazzalunga, una giuria di cinquanta lettori ha assegnato, con la presenza del Direttore del festival NebbiaGialla Paolo Roversi, il Premio NebbiaGialla 2019 per la letteratura noir e poliziesca ad Antonio PaolacciPaola Ronco con Nuvole barocche (Piemme).

Ai vincitori è stata assegnata un’opera realizzata dall’artista Alessandra Sarritztu.

Nuvole barocche si è aggiudicato il premio con un totale di 19 voti.

A seguire:

Gino Vignali, La chiave di tutto (Solferino), 10 voti

Gian Mauro Costa, Stella o croce (Sellerio), 9 voti

Antonio Lanzetta, I figli del male (La Corte Editore), 8 voti

Durante la cerimonia di premiazione è stato inoltre assegnato il Premio NebbiaGialla per racconti inediti, realizzato in collaborazione con il Giallo Mondadori, a Filippo Semplici con La suggeritrice.

Si aggiudica invece il Premio NebbiaGialla per romanzi inediti, realizzato in collaborazione con la casa editrice Laurana – Calibro 9Ciro Pinto con Senza dolore.

I vincitori saranno pubblicati da Giallo Mondadori e Laurana – Calibro 9 entro febbraio 2020.

:: Piano Americano di Antonio Paolacci (Morellini 2017)

17 ottobre 2017

indexLa scrittura non mi porta più da nessuna parte, la vita fuori dalle pagine scritte invece sì. Ho pubblicato libri e racconti ed è stato sempre squallido confrontare la fatica del lavoro con il suo valore oggettivo, con il mondo ester­no, con l’editoria da prodotto di massa, con il pubblico e la stampa. Stavo viaggiando in direzione dello spreco. Stavo lavorando da anni a un romanzo per niente: anni di lavoro che avrei lanciato ancora una volta nel vuoto pneumatico della comunicazione contemporanea.

Ho letto Piano Americano, ultimo libro (in senso letterale, non solo cronologico come tappa di passaggio per un dopo) di Antonio Paolacci, edito da Morellini e ora sono qui a parlarvene anzi a riflettere con voi su cosa mi ha lasciato, su come ha modificato la percezione che avevo della letteratura, o dell’editoria in genere. Sarà una recensione non canonica, come non canonico è il libro (un ibrido tra narrativa autobiografica e metanarrazione di borgesiana memoria, dove forse tutto badate bene, è finzione).
Che il Paolacci smetta di scrivere è dura da mandare giù. Proprio non lo si crede, ma è così che afferma, è la tesi principale che regge il costrutto, e la maschera che nasconde il volte, forse davvero la chiave di lettura di tutto il romanzo (permettetemi di definirlo così).
Ricordo anche io l’esame universitario dove studiammo la teoria delle maschere e anche quella del mana (popolazioni autoctone delle isole che spendevano tutti i loro averi per celebrare una grande festa nel loro villaggio) un po’ come gli americani negli anni ’50 che facevano di tutto per comprarsi macchinoni scintillanti per esporre orgogliosi al mondo il loro stato sociale (magari riempiendosi di debiti che mai sarebbero riusciti a pagare).
Insomma gli esseri umani sono strani e gli scrittori ancora di più. Se mi dicessero da domani non scrivi più una riga, sinceramente preferirei farmi anni di carcere che accettare questa imposizione. Ma il Paolacci persona o personaggio (me lo domando ancora) ha deciso che basta, non ne vale la pena, l’editoria italiana non permette spazio di manovra.
C’è di meglio, tipo vivere. Tipo cercare un lavoro che renda di più. Tipo amare la propria donna. Tipo crescere i propri figli. Tipo insegnare. Di stringere mani sudaticce nei salotti della cultura è stanco, di lottare contro i mulini a vento (dai un po’ di Cervantes lo si nota) pure. Dunque il Paolacci non scriverà più un rigo, questo è il suo ultimo libro. (Crederci o non crederci sono fatti vostri).

Perché il racconto – ogni racconto – è raggiro, è sempre presa in giro. In un’accezione positiva, se preferite, è il raggiro del prestigiatore, ma è pur sempre questo: l’opera di un artista che distoglie la vostra attenzione dal luogo in cui sarebbe visibile il trucco, in modo da mostrarvi una magia che voi sapete bene non essere affatto una magia. Ecco: ogni scrittura è in qualche misura trucco palese e trucco camuffato.

Ma dice solo quello? Aspetta vediamo: ci sono tante citazioni letterarie (alla fine del libro c’è una bibliografia delle citazioni così per avere in ordine perlomeno i libri da cui sono state tratte), intelligentemente amalgamate alla narrazione, mi è piaciuta soprattutto questa:

Nel romanzo Running Dog di Don DeLillo, c’è un perso­naggio che a un certo punto dice:
Ricordo che in quel periodo vidi Zabriskie Point, con quella sce­na finale in cui la casa esplode e tutti quegli oggetti sgargianti volano nell’aria al rallentatore. Dio, continuai a pensarci per un anno intero. Fu il momento più importante di tutto l’anno. […] tutte quelle confezioni di detersivo e minestra in polvere e cotton fioc e eyeliner che saltavano in aria insieme alla casa, boom.

Sapremo molti fatti suoi, della sua adolescenza, dei suoi studi, del suo lavoro di scrittore e di insegnante di scrittura, di marito, di neopadre. Si parlerà di cinema, di Hitchcock e del suo Psyco (provate voi a far morire la protagonista e star del film quasi all’inizio, fregandovene delle regole dello star system e della cinematografia tutta). E poi c’è Luigi, David Foster Wallace, Don De Lillo e Valter Binaghi, per chi non lo conoscesse era uno scrittore strepitoso, recuperate a caso un suo libro (Blackjack venne pure a commentarmi). E poi c’è un romanzo di cui sappiamo tutto, conosciamo i personaggi, ma mai verrà scritto. Per le regole del marketing forse era troppo.

Non ci sono conquiste, non c’è felicità di parola, non c’è verità, non ci sono idee. Le nostre passioni di scrittori contemporanei, le nostre battaglie, i nostri sogni sono tenuti insieme da un vocabolario squisitamente aziendale, un – peraltro scarso – vocabolario da lavaggio del cervello dove la produzione culturale è un pendolo che oscilla tra due forze e due soltanto: successo o fallimento? Fallimento o successo? La parola comunicazione viene usata abitualmente in sostituzione della parola marketing. L’atto stesso del comunicare è diventato un lavoro e una strategia da usare per vendere e quindi per ingannare, perché il marketing fagocita i rapporti tra persone, li ingloba e li spoglia di nutrimento.
Così la letteratura ha consegnato le armi al nemico nell’istante stesso in cui ha smesso di inseguire la sincerità per mettersi in fila alla cassa.

E poi c’è una nascita, una crescita, il coraggio di una madre, la bellezza dell’ insegnamento e di avere degli allievi, c’è amore per la letteratura e per la parola scritta, insofferenza per tutto ciò che vincola la libertà personale e creativa.
Insomma tanta carne al fuoco.
Ma che il Paolacci smetta di scrivere. No, no io non ci credo. Dai è troppo bravo.

Antonio Paolacci è nato nel 1974 e vive a Genova. È editor e consulente editoriale. Ideatore e direttore di alcune collane di narrativa e saggistica, ha curato anche premi letterari e rassegne. Ha tenuto corsi di scrittura creativa in diverse città italiane. Dal 2014 insegna scrittura creativa alla scuola Officina Letteraria di Genova. Come autore ha scritto: Flemma (Perdisa Pop, 2007 – Morellini Editore, 2015), Salto d’ottava (Perdisa Pop, 2010), Accelerazione di gravità (Senzapatria, 2010), Tanatosi (Perdisa Pop, 2012) e Piano Americano (Morellini, 2017). Per saperne di più o contattarlo: antoniopaolacci.blogspot.it

Source: inviato dall’ autore.

:: Un’ intervista con Antonio Paolacci

25 febbraio 2015

san

Ciao Antonio, bentornato su Liberi di scrivere e grazie per aver accettato questa nuova intervista. Già nel 2010, quanto tempo, Giulia Guida ti ha intervistato (chi vuole leggere l’intervista) e da allora molte cose sono cambiate. Innanzitutto presentati, parlaci di te, e della tua professione di editor e di scrittore.

In quell’intervista Giulia mi incontrava in veste di autore, e rileggerla mi aiuta a risponderti. Penso che, se ho realizzato cose di valore in questi anni, è anche perché ho sempre lavorato con lo spirito di uno scrittore, invece che con quello di un dipendente. E dopo anni di battaglie, di scontri con menti ottuse, di progetti naufragati e andati in porto, posso dire che oggi sono fiero di tutte le mie scelte, sia personali che lavorative. Il fatto che sto ancora combattendo ne è la prova più concreta.

Lo scorso autunno ha preso il via Progetto Santiago, (ha un sito, invito i lettori a visitarlo, http://www.progettosantiago.it/) un’associazione culturale, ma forse qualcosa di più, una cooperativa di scrittori, giornalisti, sceneggiatori, editor, con a cuore (sembra così retrò dirlo) l’editoria e la letteratura nel nostro paese. Ce ne vuoi parlare?

La prima cosa che chiedo ai lettori è di fare attenzione: Progetto Santiago va osservato con attenzione perché è qualcosa di nuovo e, come tale, non può essere inquadrato se viene associato mentalmente a realtà già esistenti. Per esempio alcuni hanno voluto capire che siamo un gruppo di scrittori intenzionati a combattere contro i grandi editori, mentre per certi aspetti è l’esatto contrario: basta scorrere i nomi per vedere che tra noi ci sono autori Mondadori, Einaudi, Bompiani, ed è quindi ovvio che ci stia a cuore la grande editoria italiana. Il fatto è che il discorso andrebbe proprio ribaltato, perché vedi, in questo momento storico è l’editoria ad aver bisogno di scrittori, molto più del contrario. Si è cercato di renderla un’industria dai grandi fatturati mettendo da parte gli scrittori veri, ma come si vede l’impresa era fallimentare. Diciamola così: è la letteratura a fare l’editoria, quindi è chi si intende di letteratura che dovrebbe occuparsene.

In un mondo editoriale dove il mugugno sembra lo sport nazionale, voi offrite un progetto concreto, dettato dal classico ma ormai minoritario, “rimbocchiamoci le maniche”. La crisi è globalizzata, nessuno l’ignora, ma c’è una specie di frenesia in cui i pochi che agiscono tentano strade politiche, culturali, economiche quasi procedendo a tentoni nel buio. Sono sicura che il vostro progetto sia nato da lunghe riflessioni condivise. Fatte da gente che lavora all’interno del sistema editoria. C’è ottimismo, una luce in fondo al classico e abusato tunnel?

Non per tutti. Per giocare con la tua metafora, diciamo che lo si può definire tunnel solo se appunto si viaggia verso una luce, altrimenti si chiama buco. E per molti l’editoria italiana è un buco. Molti se ne stanno lì, nel buco, a dire che sono in un buco e ad aspettare che magari qualcuno li tiri fuori non si sa come. Si scrivono articoli sul disastro dell’editoria, anche ottimi articoli. Belle parole che in genere supportano ragionamenti teorici, incentrati sul tema “Come si starebbe bene fuori dal buco”. C’è la tendenza a credere che per cavarsi dal buco si debba piacere a qualcuno che conta nell’ambiente. Solo che nell’ambiante editoriale, al momento, anche chi conta è incastrato nel buco. Progetto Santiago è nato anche per questo: invece di parlare del buco, noi abbiamo cercato una luce e ci siamo incamminati in quella direzione.

Per alcuni, si dice così quando non si vuole fare nomi e cognomi, la crisi editoriale è iniziata quando si sono affidate le scelte editoriali agli addetti marketing, sottraendole a chi avrebbe dovuto invece occuparsene, per i più ottimisti gente come Cesare Pavese, Italo Calvino, Natalia Ginzburg, gente che intendeva il lavoro culturale come artigianato. Naturalmente sto estremizzando, tu cosa ne pensi?

Il problema delle case editrici affidate agli esperti di marketing è uno di quelli che abbiamo posto tra le premesse della nascita di Progetto Santiago. È un problema gravissimo, enorme davvero. Ma occorre anche capire che insultare gli editori che hanno fatto questa scelta non porta a niente. Più utile è lasciare a loro i fallimenti finanziari e noi occuparci di libri altrove. Perché il nostro mestiere è proprio artigianato, non si scappa: se Calvino intendeva il lavoro culturale come artigianato non lo faceva perché i tempi erano altri, lo faceva perché il lavoro culturale è quello, può essere solo quello. Se non è quello, non è culturale. La cultura e l’alta finanza non possono stare sullo stesso campo da gioco: se fai marketing non fai cultura, e se fai cultura non puoi tollerare il marketing. Il che non nega la possibilità di fare soldi con la cultura. La cultura ha un suo mercato da sempre, e lo avrà sempre. Solo, non funziona come quello delle saponette.

Un progetto editoriale ha anche una dimensione economica o è destinato al fallimento e a smarrirsi nelle nebbie dell’utopia. Voi che scelte avete fatto? Finanziamenti pubblici, sponsor privati, autotassazione, condivisone delle entrate comuni, un po’ come nelle comunità cenobitiche?

La prima scelta è stata quella di non rischiare il fallimento. Non siamo imprenditori: facciamo altri mestieri. Vogliamo che sia il nostro lavoro a portarci il guadagno, non che i nostri soldi finanzino un sogno. Per cui Progetto Santiago non ha scopo di lucro: nelle casse dell’associazione culturale non resta un centesimo. Tutto ciò che incassa serve a pagare i singoli che con il loro lavoro hanno permesso quel guadagno specifico. Poi, sì: esiste anche un sistema di autotassazione, così come cerchiamo sponsor, pubblici e privati, e chiunque può finanziare il progetto con una semplice donazione… Diciamo che il sistema è abbastanza complesso, però è giusto, equo, e permette a ognuno di restare autonomo e di lavorare anche altrove. Ma la cosa più importante di questo sistema è che quanto più il singolo lavora, tanto più viene retribuito.

Il monopolio dei grossi gruppi editoriali sembra una realtà quasi riscoperta in questi giorni (la possibile fusione Mondadori / Rcs, ha scatenato dibattiti e tavole rotonde) quando appunto non è una “nuova” realtà con cui i piccoli e gli indipendenti devono avere a che fare. Parlare è facile, agire un po’ meno. Servono scelte politiche, prima che dibattiti? In Germania si investe in cultura. Da noi?

Da noi no. Ma parliamoci chiaro: a me questo dibattito non interessa più. Mi spiace davvero per le persone che adesso rischiano di finire in mezzo a una strada, ma negli ultimi dieci anni ci sono state molte altre persone che meritavano successo e hanno invece perso il lavoro. Guardiamo la realtà: se l’unione tra due soli gruppi crea un monopolio in un Paese dove gli editori sono centinaia, vuol dire che l’editoria era già monopolizzata da quelle due sole aziende. Il monopolio è una realtà da anni: ha già fatto fallire molti piccoli editori, ha già fatto sparire scrittori meritevoli, ha già ucciso un sacco di ottimi libri. L’intervento dell’Antitrust andava chiesto anni fa, quando la distribuzione è stata assorbita da quelle aziende monopolizzando di fatto tutta la filiera. Se l’Antitrust interverrà solo ora, e solo sul caso Mondadori-Rcs, sarà l’ennesima beffa. Così come a me sembra una beffa che solo ora alcuni autori di Mondadori e Rcs firmino petizioni dicendosi preoccupati per l’editoria indipendente. È divertente che si facciano paladini dei piccoli editori giusto adesso, dopo che per anni il monopolio li ha avvantaggiati proprio a spese di quei piccoli editori, mentre ora sembra minacciare anche loro.

Il lettore è in fondo l’ago della bilancia del mercato, e non so a te, a me fa venire in mente scuola, educazione, capacità critica. “Educare” il gusto del lettore, senza snobismo, ma proprio perché lo si rispetta e lo si vuole considerare al centro del sistema, non importante solo quando va in libreria e apre il portafoglio, non sarebbe la strada da percorrere? Voi cosa fate in questo senso?

Noi lavoriamo proprio in questo senso. Siamo partiti da qui: dall’intenzione di incontrare i lettori, formarli e informarli. Tutti i nostri primi sforzi si sono concentrati sulla creazione di corsi, seminari, eventi e occasioni di incontro. I lettori cosiddetti forti in Italia sono assetati di libri che non trovano. Ciò che vogliono sono informazioni e stimoli. Lo scambio è molto produttivo: noi abbiamo tante cose da dire e loro vogliono sapere, vogliono consigli di lettura, libri diversi, idee nuove e informazioni su come funzionano davvero l’editoria e la scrittura.

Non vi proponete come concorrenti, rispetto alle realtà editoriali già esistenti, ma proponete un progetto comune di collaborazione. Cosa fate perché sia percepito?

Quando paliamo di collaborazioni, parliamo di lavori precisi: su singoli libri, su eventi letterari o artistici, su futuri progetti editoriali e quant’altro. Il tutto, per i lettori o spettatori (presto apriremo anche una sezione dedicata al teatro), deve tradursi nel semplice fatto che Progetto Santiago propone cose meritevoli di attenzione. Per cui con gli editori (così come con gli autori) dialoghiamo nella misura in cui la loro proposta ci interessi e la loro etica sia ineccepibile.

Grazie Antonio, della disponibilità. Nel salutarti ci diamo appuntamento fra qualche mese per scoprire come saranno andate le cose, i vostri progressi. Prometti che ci sarai?

Grazie a te, Giulietta. Sì, certo, quando vuoi…

:: Recensione di Salto d'ottava di Antonio Paolacci a cura di Giulia Guida

23 giugno 2010

Giochiamo a riciclare la rivoluzione?” [Rileggendo “Salto d’ottava”, A. Paolacci.]

Secondo quanto attesta Cartesio nel suo Compendium musicae, l’ottava sarebbe il punto di partenza, dal quale per sottrazione si ricaverebbero tutte le dissonanze e consonanze. Infatti essa rappresenta l’intervallo sonoro in cui i gradi vengono ad essere ordinati. Gli estremi dell’intervallo d’ottava sono due gradi diversi tra loro, ma caratterizzati dallo stesso aspetto strutturale che si ripete sempre uguale a se stesso. Il salto d’ottava pertanto, che si presenta in genere nel senso contrario alla linea melodica da cui proviene, consiste nel passaggio da una vibrazione sonora alla stessa identica vibrazione, soltanto più acuta. Met è  un adolescente. Deve avere quattordici, forse quindici anni. Sta tutto dentro la sua felpa nera con la zip, una tavola da skate sopra quattro rotelle malconce per sfidare i propri limiti, abbattere le barriere delle convenzioni sociali. Un paio di All Star piene di buchi, scolorite, mezze scollate, perchè è così che le portano tutti. Altrimenti meglio non portarle affatto. I segni del tempo che passa raschiano contro le suole, fanno a pezzi la tela, ma lasciano intatta la pelle. Anche se Met sente che c’è qualcosa di storto in tutto questo. Che forse le cicatrici non ce le dovrebbero avere i vestiti, ma le persone. Che la rivoluzione non può stare in un paio di scarpe tutte uguali. Che la convenzione da combattere è annodata proprio tra quei lacci, in cui ci si sente così al sicuro, così invisibili, così arrabbiati, tutti assoldati nella fila di un’anarchia giovanilista antistituzionale, a pestare i piedi, abbattere ogni punto fermo, senza pensare a cosa costruire dopo. Destrutturare, fracassare, spezzare, creare distorsioni, tutti allo stesso modo, tutti senza un’idea di come rimontare i pezzi, né la voglia di domandarsi cosa farsene di un ipotetico futuro. E’ un’eventualità che non si mette in conto. Met si fa domande, ma non parla. Continua a camminare alla stessa velocità in questa spirale senza curve, aspettando di cavalcare la rampa giusta, segnando il punto decisivo, per fare quel salto nel vuoto e cambiare il corso degli eventi. Essere lui a scegliere le sue probabilità, le sue ipotesi di futuro, la sua definizione di rivolta. Essere lui lo spartiacque della sua vita, inseguendo sbagli che siano solo suoi,  cambiando livello, dimensione, intervallo sonoro. Riscrivere sopra queste rovine, che si ritrova tra i piedi, una musica del tutto nuova, lontana da etichette pseudo-alternative, senza ripetizioni, ritornelli, strofe fisse. Uscire dal loop di questo revival beat e costruire un mito tutto suo, che non sia riciclato da nient’altro.  Matteo è  un uomo adulto. Deve avere trentaquattro, forse trentasei anni, non riesce proprio a ricordare bene questa mattina. E’ il suo compleanno, così gli dicono i suoi dipendenti. Ma lui non riesce a decidersi. Faccia contro faccia. Lo specchio gli rimanda indietro un riflesso maldestro, un ipotetico presente di cui ha deciso poco o niente. Un divorzio alle spalle, due figli con cui non riesce mai a parlare, una casa di produzione cinematografica regalatagli dal padre- lui che di far cinema non ne aveva proprio voglia, ma chi mai potrebbe dire di no- una casa da soap opera americana in cui sembra un intruso. Lui che si sentiva così storto in tutto quel marcio, quando era ragazzo. In quegli ambienti da salotto pseudo-intellettuale, tra quei discorsi fatti di fumo, tutti a ricercare la parola più difficile, l’inquadratura più sofisticata, il montaggio più cerebrale. Tutti a fare acqua da ogni parte. Ci si era ritrovato dentro fino al collo, così come era piombato nella sua casa a cristalli liquidi. Vestiti, soprammobili, bottiglie di vino sui tavoli. Non si muove niente, tutto è disposto secondo un ordine artificiale, innaturale, finto. Non sembra ci sia abbastanza ossigeno per poterci abitare. Non c’è niente di usato, logorato, poi buttato via. I pavimenti non conoscono il rumore dei suoi passi, sono bianco freddo, senza una mattonella spaccata, senza una palla di polvere negli angoli. Matteo fruga le pareti con gli occhi questa mattina. Cerca disperatamente una macchia, un graffio, una crepa che gli raccontino qualcosa su di lui, che gli indichino finalmente il punto di rottura dove ogni movimento s’è fermato, mentre il tempo ha continuato a scorrere. Quel momento in cui tutta la sua vita è finita per diventare una linea retta, una spirale che si rincorre in tondo, un rivivere situazioni già vissute a diversi gradi di intensità e di consapevolezza, un salto d’ottava, un ciclico rincorrersi di svolte immaginarie, curve apparenti, un gioco di pieni e vuoti, l’inversione di direzione nello stesso intervallo sonoro, da una vibrazione all’altra. Sempre lo stesso suono ripetuto fino all’ossessione, alla paranoia, alla vertigine della monotonia. Met trova un cadavere di un ragazzo in una fabbrica abbandonata, il Rottame.Guarda la morte in faccia, ma non ne parla a nessuno.Matteo deve girare un documentario su quella fabbrica, riprendere il ferro ossigenato delle lamiere di giorno, le storie torbide che si racconta accadano lì la notte.Ora, non avrò  la giusta obiettività o competenza per scriverlo, ma non credo che di teste come quella di Antonio Paolacci se ne trovino molte in giro. Non è solo una prova di talento o di stile, questa sua seconda fatica. E’ una grande prova di intelligenza. Paolacci sa scrivere e soprattutto pensa prima di farlo, cosa che vi sembrerà banale, ma visti i tempi che corrono non lo è affatto. In più pensa con coraggio, tira fuori una salda coscienza critica antigenerazionale, una vitale e brutale  onestà intellettuale, tenendosi lontano dall’etichetta di genere come già aveva dimostrato di saper fare nel suo romanzo d’esordio, “Flemma” (Perdisa Pop, 2007).E soprattutto riesce a dire quello che deve e che vuole dire nei suoi romanzi, senza il bisogno di dirlo al di fuori.
Se non è  roba rara, questa. Fate voi.

Intervista ad Antonio Paolacci a cura di Giulia Guida

27 Mag 2010

Benvenuto, Antonio. Innanzitutto grazie per aver accettato questa chiacchierata con Liberi Di Scrivere. È uscito per Perdisa Pop il tuo primo romanzo, Flemma, ambientato tra il Cilento e Bologna. Che significato hanno per te questi due posti? 

Due precise realtà: la provincia estrema, il basso Cilento, un insieme di paesini da poche migliaia di abitanti, lontano da ogni capoluogo, e poi quella città carica di sensi che è Bologna. Ho voluto accostare questi posti guardandoli dalla prospettiva di chi li conosce ma non appartiene né all’uno né all’altro: sono cresciuto nel Cilento e vivo a Bologna da una quindicina d’anni, con il risultato di sentirmi oggi estraneo ovunque. Lo sradicamento è disorientante, ma utile: per un narratore, essere in grado di raccontare da una certa distanza gli ambienti che conosce meglio, è un privilegio.

Per vari anni sei stato lettore in diverse case editrici. Che tipo di esperienza è stata sul piano formativo?

Lavorare in editoria e scrivere sono due cose che ho dovuto imparare a tenere separate. Utili l’una all’altra di sicuro, ma solo con il tempo. A leggere manoscritti si diventa scettici e cinici. Si impara a conoscere gli aspiranti scrittori dal punto di vista più cattivo: si assiste a un grande spreco, di tempo, di energie, di speranze, di idee. Ho cominciato in una casa editrice piccola per la quale non facevo altro che leggere i testi che arrivavano. Erano tanti, troppi. Chi non è mai entrato in una redazione non ne ha idea. I testi buoni sono pochi, nella gran parte arrivano lavori improponibili, capaci di farti perdere il senso della letteratura, il senso del libro stesso. Solo con tempo e cocciutaggine si diventa più forti e si impara moltissimo.

Com’è iniziata la tua attività in Perdisa? Ci vuoi parlare dell’incontro con Bernardi?

Ho conosciuto Bernardi otto anni fa, se non sbaglio i conti. Ho frequentato un suo corso di scrittura, esperienza intensa e impagabile. Quando ho finito il romanzo, anni dopo, ho voluto mandarlo solo a lui per sentire anzitutto un suo parere. Nel rispondermi, mi ha parlato di questo nuovo marchio editoriale che stava per nascere. Così è stato pubblicato Flemma, dopodiché Bernardi ha iniziato a coinvolgermi anche nel lavoro per Perdisa Pop. 

Com’è nata l’idea di Flemma?

Temi e personaggi li avevo in testa dall’inizio, però non saprei più ricostruire le varie tappe del lavoro, né ricordare un preciso punto di partenza. Oltre a un romanzo, stavo cercando la mia scrittura, la mia voce. Era eccitante e faticoso. Ero sempre distratto. Mi lamentavo in continuazione. Gli amici mi odiavano e io odiavo loro. Inciampavo nelle sedie, rovesciavo bicchieri di continuo. Ero fantastico.

Credo che Flemma non sia ascrivibile a nessun genere preciso e che questo sia uno dei suoi punti di forza. Tu come lo definiresti?

Non lo definirei. In Italia si parla tanto e male – troppo spesso a sproposito – di quello che succede ai generi narrativi. Nel frattempo ci arrivano lezioni potentissime dal resto del mondo, sotto forma di libri, film, serie televisive. Nello scrivere Flemma ho pensato molto al genere noir, alla letteratura postmoderna, al romanzo di formazione: li ho studiati e considerati, ma ne ho preso solo degli elementi, quelli che mi interessavano o servivano di più. Se lo si legge nell’ottica dei generi letterari il discorso potrebbe essere interessante, ma non tocca a me farlo, fuori dalle pagine del testo: lo lascio fare al critico, se esiste, o al lettore, se vuole. Nel mio nuovo romanzo, Salto d’ottava, ho spinto ancora di più su questo punto.

flemma2Lungo tutto il romanzo ricorrono citazioni tratte dal libro di Jaynes, “Il crollo della mente bicamerale e l’origine della coscienza”. Una sorta di leitmotiv che collega le varie storie, quindi.

Il saggio viene letto dai protagonisti di Flemma. Non so quanto se ne rendano conto, ma quel libro parla anche di loro e li muove più di quanto credano. Detto ciò, le teorie di Jaynes sulla coscienza sono folgoranti.

C’è un personaggio in particolare in cui ti identifichi di più, a cui hai voluto affidare la tua voce, le tue idee?

Mi identifico in tutti e non ho affidato le mie idee a nessuno. Sembra un controsenso, ma non lo è. Non serve scomodare Freud per dire che è inevitabile essere in qualche modo rappresentati da ogni personaggio che si crea. Però  se penso a loro provo pena, rabbia, disprezzo. Salvo giusto Luca, che è troppo giovane per avere delle idee compiute, ma è l’unico, in tutto il romanzo, che smette di frignare e spacca la faccia al suo avversario con primordiale dignità.

Quando ho letto il libro, ho pensato: “Paolacci ce l’ha fatta. L’ha scritto, finalmente, questo romanzo sulla e contro la nostra generazione”.  Qual è il messaggio che in definitiva Flemma vuole lanciare?

Il tuo pezzo di un paio di mesi fa che diceva “Paolacci ce l’ha fatta” è un elogio almeno duplice: sentire che sei stato letto non solo da una testa pensante, ma anche con i nervi esposti. Nessun messaggio: volessi lanciare messaggi scriverei sui muri, invece che pagine e pagine di narrativa.

Quella citazione in apertura dei Pavement, “Fight this generation”. Ci sono stati artisti e musicisti in particolare che ti hanno accompagnato nella stesura di “Flemma”?

Parliamo solo dei musicisti, altrimenti non finisco più. Oltre ai Pavement, i Pixies, gli Interpol e gli Arcade Fire. Poi c’era Bowie, mentre scrivevo. E i Csi, mentre riflettevo. E Miles Davis, mentre pioveva.

Quali sono stati gli autori che ti hanno influenzato di più  nella tua formazione?

In rigoroso ordine sparso: Dostoevskij, DeLillo, Hemingway, Pasolini, Houellebecq, Moody, Sciascia, Foster Wallace, Kristof, McCarthy, Carver, Cechov.

Ti occupi di editing da vari anni, ormai. Hai qualche consiglio utile per gli esordienti che si affacciano sul mondo editoriale?

Occupatevi soprattutto dalla vostra scrittura.

Libri sul comodino adesso?

Al momento solo una biografia di Rasputin.

Stai lavorando a qualche nuova idea, qualche progetto in canti
ere?

E’ in uscita Salto d’ottava, una novella per la collana Babele Suite di Perdisa Pop. Poi ho in cantiere un racconto per un’antologia da cui saranno tratti altrettanti mediometraggi ideati per la tivù, storie che quindi nasceranno affiancando scrittori e registi. E un altro piccolo libro per una collana molto interessante dell’editore Senzapatria. Nel frattempo lavoro a un nuovo romanzo, ma di questo non dico ancora niente… 

“Libera la tua mente, però fallo come noi.” [Rileggendo “Flemma”, A. Paolacci], a cura di Giulia Guida

26 marzo 2010

flemLa prima premessa è che il disadattamento è demodè. La seconda è che hai cercato in tutti i modi di riconquistare la tua unicità in questo mondo a cubicoli con l’aria condizionata spenta e lo scarico del cesso rotto, ma non ci sei riuscito. La terza – più che è  una premessa, una drammatica evidenza – è che sei profondamente convinto di esserci riuscito. Hai elaborato strategie mirabolanti per tornare ad essere di nuovo un individuo. Per poter riprendere in mano il tuo nome, i tuoi vestiti, la tua voce e metterti al margine. Perchè di base, da quanto hai dedotto dalla tua più o meno breve esperienza di vita, l’individuo è sempre solo. Un eroico furore gli anima lo spirito, puro e incorruttibile. Appena fuori dal cerchio del tuo fuoco sacro, al mercato nero più vicino venditori di idee e compratori di opinioni ti fanno segno di avvicinarti, che potresti trovarlo lì, quello che fa al caso tuo. Roba originale assicurata, col marchio di fabbrica stampato di fresco, solo qualche piccolo difetto qua e là a rifinire il tutto di quell’aria vissuta, da appestati borderline che quella gioventù bruciata anni ’70 strafatta d’acido, urlata a vuoto in un megafono, se la sarebbe sognata. Abbiamo trucchi nuovi, noi. Siamo dei vincenti. E i vincenti non perdono mai il controllo, non sbagliano mai obiettivo, non fanno mai niente per niente. Si dichiarano figli dell’anarchia, neomissionari dediti alla cultura del libero pensiero, della libera informazione, della libertà d’espressione. Si dichiarano liberi, per farla breve. Liberi di e liberi da. Una libertà non convenzionale, certo sempre di sinistra, ma alla fine non poi così sicura su da che parte stare, disinteressata alle posizioni da prendere, ai ruoli da gestire, agli impegni da rispettare prima di superare la data di scadenza e tritare giù nel secchio pacchetti 3×2 di slogan preconfezionati. Una libertà disinformata, perchè spesso ad esser così libero di informarti, finisci per non informarti affatto e trovi che annuire a tempo con le zazzere degli altri e applaudire col suggeritore in tasca non sia poi così riprovevole. Ti fa guadagnare tempo, ti permette di correre di più. Perchè i ragazzi di nuova generazione hanno l’arma giusta, signori: la velocità. Ogni notte si divorano chilometri di superstrada in un’aritmia di luci artificiali e risate sintetiche, ingoiano spensieratezza liquida e digrignano i denti tra sorrisi smaglianti e residui di insoddisfazione riciclata dai loro genitori. Ogni giorno affollano metro ed autobus, avari della loro noia da pièce teatrale, sputano cubetti mezzi sciolti di una rabbia che sbadiglia. Correndo. Sempre correndo a perdifiato. Disperdendo nell’aria ad ogni passo un pò più  del loro niente. Un niente cattivo, svuotato, che non si può scrivere perchè non ha spina dorsale. Ma va veloce, è un meccanismo perfetto ed essenziale, basato sull’aculturazione e sull’omologazione dei connotati identitari. La velocità è una prerogativa. Fermarsi è segno di debolezza, ti rende meno competitivo, ti affossa nella morsa dei perdenti, ti fa parte del sistema, ti preclude ogni possibilità di comunicazione autentica, ti isola a te stesso, ti rende un numero di matricola, ti  sbatte faccia al muro contro un traguardo che non taglierai mai, perchè sei troppo lento, non produci abbastanza e non consumi quanto dovresti. Non vendi né compri. Sei autosufficiente, un’entità a se stante, fuori da ogni definizione di coppia, gruppo, comunità. Sei un animale rapace, un lupo selvatico, una bestia che non si fa addomesticare. Tu sì che hai l’eroico furore solitario dell’individuo al limite. Quando riscopri la flemma, inizi ad essere percepito per quello che sei. Un campo minato a distanza ravvicinata, senza più un artificiere che sappia fare il suo mestiere nei dintorni. Non sei il terrorista, la mano umana che pianifica l’esplosione. Sei l’ordigno a orologeria e il conto alla rovescia inizia quando nasci. Per anni scegli di stare in silenzio. Accetti di costringerti ad un esilio forzato, di ridere a intervalli regolari risate preregistrate, di sbronzarti pur di non ascoltare le puttanate che ti bruciano l’ossigeno intorno, di condividere i tuoi letti sfatti con chi vorresti azzannare nella barbarie di una danza primitiva. Ti fai spirito della foresta e reclami sangue per rigenerare vita da una terra in via di estinzione. Essere pulsazione dei tuoi organi vitali, sentirti respirare nei tessuti e ridisegnarti tra nuove geometrie molecolari. Tirare fuori i denti, non più  per sorridere. Questa volta, forse l’ultima, per uccidere. Per questo sei carne e artigli. Per questo e per nient’altro sei gambe in movimento, per essere predatore oppure preda. Per questo sei circuito sinaptico, per attaccare o per fuggire. Rispondi a basilari istinti naturali, curandoti con quella lentezza necessaria a risvegliare i tuoi riflessi di sopravvivenza, in coma per eccesso di velocità. Scegli l’unica forma di vita incontaminata che ti rimanga, la flemma. La scegli nel sacrificio e nel rituale. Torni uomo. Ora, arrivati a questo punto del dicorso potrei anche sbagliarmi, ma io credo che Paolacci ce l’abbia fatta. Che l’abbia scritto, questo libro tanto atteso sulla e contro la nostra generazione. E che l’abbia fatto nel modo più spietato che poteva. In un crescendo dionisiaco di rock’n’roll e di vecchi cantastorie, “Flemma” descrive gli universi paralleli di una serie di storie che si inseguono tra Bologna e il Cilento. Davide, un attore di teatro che recita monologhi di satira, una maschera d’odio a coprire ogni sbavatura d’incertezza. Clara, una fumettista innamorata della morte, senza talento per la vita o forse con un talento troppo grande per pensare anche solo di affrontarla, per decidere da dove cominciare. Macaco, un ragazzo di provincia, soffocato da vent’anni di silenzi familiari e da quegli sguardi che ti dicono, con un ghigno che si divora gli occhi, che non andrai lontano. L’agente Lenzi, vissuta da sempre nell’ombra del proprio corpo, fagotto informe, corrosa dall’invidia per una generazione di belli ritoccati, di pelle elastiche e di pance piatte. Luca, un tredicenne orfano, messo al bando dai suoi coetanei, mandato in guerra contro una cattiveria che non si può scrivere, perchè è cattiveria del niente, il niente vuoto, nero di notte e di letargo della fantasia. Se arrivate all’ultima pagina di questo gran pezzo di critica sociale e vi chiedete che cosa ci sia di noir in un romanzo del genere. Beh. Vuol dire che in quel niente ci siete dentro fino al collo. Perchè nera è questa generazione d’automi e automatismi, nera è questa libertà fatta d’abitudine. E non ve ne tirerete fuori tanto facilmente.

Antonio Paolacci è nato nel 1974. Ha vissuto a Torre Orsaia (SA) fino alla fine del liceo, poi si è trasferito a Bologna, dove vive tutt’ora. Si è laureato in Discipline dello Spettacolo. Ha tenuto lezioni all’università e scritto articoli sul cinema. È stato lettore in casa editrice e ha collaborato con alcune agenzie letterarie. Dal 2008 coordina le giurie del premio “Lama e trama” e ha avviato un proprio studio editoriale. Un suo racconto è apparso nell’antologia Amore e altre passioni (Zona, 2005). Flemma è il suo primo romanzo.  Qui il suo blog.