Intervista ad Antonio Paolacci a cura di Giulia Guida

Benvenuto, Antonio. Innanzitutto grazie per aver accettato questa chiacchierata con Liberi Di Scrivere. È uscito per Perdisa Pop il tuo primo romanzo, Flemma, ambientato tra il Cilento e Bologna. Che significato hanno per te questi due posti? 

Due precise realtà: la provincia estrema, il basso Cilento, un insieme di paesini da poche migliaia di abitanti, lontano da ogni capoluogo, e poi quella città carica di sensi che è Bologna. Ho voluto accostare questi posti guardandoli dalla prospettiva di chi li conosce ma non appartiene né all’uno né all’altro: sono cresciuto nel Cilento e vivo a Bologna da una quindicina d’anni, con il risultato di sentirmi oggi estraneo ovunque. Lo sradicamento è disorientante, ma utile: per un narratore, essere in grado di raccontare da una certa distanza gli ambienti che conosce meglio, è un privilegio.

Per vari anni sei stato lettore in diverse case editrici. Che tipo di esperienza è stata sul piano formativo?

Lavorare in editoria e scrivere sono due cose che ho dovuto imparare a tenere separate. Utili l’una all’altra di sicuro, ma solo con il tempo. A leggere manoscritti si diventa scettici e cinici. Si impara a conoscere gli aspiranti scrittori dal punto di vista più cattivo: si assiste a un grande spreco, di tempo, di energie, di speranze, di idee. Ho cominciato in una casa editrice piccola per la quale non facevo altro che leggere i testi che arrivavano. Erano tanti, troppi. Chi non è mai entrato in una redazione non ne ha idea. I testi buoni sono pochi, nella gran parte arrivano lavori improponibili, capaci di farti perdere il senso della letteratura, il senso del libro stesso. Solo con tempo e cocciutaggine si diventa più forti e si impara moltissimo.

Com’è iniziata la tua attività in Perdisa? Ci vuoi parlare dell’incontro con Bernardi?

Ho conosciuto Bernardi otto anni fa, se non sbaglio i conti. Ho frequentato un suo corso di scrittura, esperienza intensa e impagabile. Quando ho finito il romanzo, anni dopo, ho voluto mandarlo solo a lui per sentire anzitutto un suo parere. Nel rispondermi, mi ha parlato di questo nuovo marchio editoriale che stava per nascere. Così è stato pubblicato Flemma, dopodiché Bernardi ha iniziato a coinvolgermi anche nel lavoro per Perdisa Pop. 

Com’è nata l’idea di Flemma?

Temi e personaggi li avevo in testa dall’inizio, però non saprei più ricostruire le varie tappe del lavoro, né ricordare un preciso punto di partenza. Oltre a un romanzo, stavo cercando la mia scrittura, la mia voce. Era eccitante e faticoso. Ero sempre distratto. Mi lamentavo in continuazione. Gli amici mi odiavano e io odiavo loro. Inciampavo nelle sedie, rovesciavo bicchieri di continuo. Ero fantastico.

Credo che Flemma non sia ascrivibile a nessun genere preciso e che questo sia uno dei suoi punti di forza. Tu come lo definiresti?

Non lo definirei. In Italia si parla tanto e male – troppo spesso a sproposito – di quello che succede ai generi narrativi. Nel frattempo ci arrivano lezioni potentissime dal resto del mondo, sotto forma di libri, film, serie televisive. Nello scrivere Flemma ho pensato molto al genere noir, alla letteratura postmoderna, al romanzo di formazione: li ho studiati e considerati, ma ne ho preso solo degli elementi, quelli che mi interessavano o servivano di più. Se lo si legge nell’ottica dei generi letterari il discorso potrebbe essere interessante, ma non tocca a me farlo, fuori dalle pagine del testo: lo lascio fare al critico, se esiste, o al lettore, se vuole. Nel mio nuovo romanzo, Salto d’ottava, ho spinto ancora di più su questo punto.

flemma2Lungo tutto il romanzo ricorrono citazioni tratte dal libro di Jaynes, “Il crollo della mente bicamerale e l’origine della coscienza”. Una sorta di leitmotiv che collega le varie storie, quindi.

Il saggio viene letto dai protagonisti di Flemma. Non so quanto se ne rendano conto, ma quel libro parla anche di loro e li muove più di quanto credano. Detto ciò, le teorie di Jaynes sulla coscienza sono folgoranti.

C’è un personaggio in particolare in cui ti identifichi di più, a cui hai voluto affidare la tua voce, le tue idee?

Mi identifico in tutti e non ho affidato le mie idee a nessuno. Sembra un controsenso, ma non lo è. Non serve scomodare Freud per dire che è inevitabile essere in qualche modo rappresentati da ogni personaggio che si crea. Però  se penso a loro provo pena, rabbia, disprezzo. Salvo giusto Luca, che è troppo giovane per avere delle idee compiute, ma è l’unico, in tutto il romanzo, che smette di frignare e spacca la faccia al suo avversario con primordiale dignità.

Quando ho letto il libro, ho pensato: “Paolacci ce l’ha fatta. L’ha scritto, finalmente, questo romanzo sulla e contro la nostra generazione”.  Qual è il messaggio che in definitiva Flemma vuole lanciare?

Il tuo pezzo di un paio di mesi fa che diceva “Paolacci ce l’ha fatta” è un elogio almeno duplice: sentire che sei stato letto non solo da una testa pensante, ma anche con i nervi esposti. Nessun messaggio: volessi lanciare messaggi scriverei sui muri, invece che pagine e pagine di narrativa.

Quella citazione in apertura dei Pavement, “Fight this generation”. Ci sono stati artisti e musicisti in particolare che ti hanno accompagnato nella stesura di “Flemma”?

Parliamo solo dei musicisti, altrimenti non finisco più. Oltre ai Pavement, i Pixies, gli Interpol e gli Arcade Fire. Poi c’era Bowie, mentre scrivevo. E i Csi, mentre riflettevo. E Miles Davis, mentre pioveva.

Quali sono stati gli autori che ti hanno influenzato di più  nella tua formazione?

In rigoroso ordine sparso: Dostoevskij, DeLillo, Hemingway, Pasolini, Houellebecq, Moody, Sciascia, Foster Wallace, Kristof, McCarthy, Carver, Cechov.

Ti occupi di editing da vari anni, ormai. Hai qualche consiglio utile per gli esordienti che si affacciano sul mondo editoriale?

Occupatevi soprattutto dalla vostra scrittura.

Libri sul comodino adesso?

Al momento solo una biografia di Rasputin.

Stai lavorando a qualche nuova idea, qualche progetto in canti
ere?

E’ in uscita Salto d’ottava, una novella per la collana Babele Suite di Perdisa Pop. Poi ho in cantiere un racconto per un’antologia da cui saranno tratti altrettanti mediometraggi ideati per la tivù, storie che quindi nasceranno affiancando scrittori e registi. E un altro piccolo libro per una collana molto interessante dell’editore Senzapatria. Nel frattempo lavoro a un nuovo romanzo, ma di questo non dico ancora niente… 

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