
Con L’internato, romanzo pubblicato da Fazi Editore nella traduzione di Sveva Lizza, Sebastian Fitzek torna in uno dei territori narrativi che conosce meglio: quello in cui la paura non nasce soltanto da ciò che accade, ma da ciò che non si riesce più a distinguere con certezza.
Verità, percezione, colpa, dolore e follia si intrecciano in un thriller psicologico costruito come una discesa progressiva dentro una zona della mente dove ogni appiglio sembra destinato a cedere.
Al centro del romanzo c’è Till Berkhoff, un padre devastato dalla scomparsa del figlio Max. È passato un anno, ma non esiste una verità, non esiste un corpo, non esiste una sentenza capace di trasformare l’angoscia in lutto. L’unico uomo che potrebbe sapere qualcosa è Guido Tramnitz, rinchiuso in una clinica psichiatrica di massima sicurezza dopo aver confessato due infanticidi. Ma Tramnitz tace. E quel silenzio, per Till, è una forma di tortura.
La premessa è semplice e potentissima: fin dove può spingersi un padre per conoscere la verità sul proprio figlio? Fitzek risponde portando il suo protagonista oltre il limite del ragionevole. Till decide infatti di entrare nella struttura in cui è ricoverato Tramnitz, fingendosi paziente, con l’obiettivo di avvicinarlo e strappargli finalmente una confessione. Da qui il romanzo si trasforma in un labirinto chiuso, soffocante, nel quale il confine tra simulazione e perdita di controllo diventa sempre più fragile.
La clinica psichiatrica non è un semplice scenario, ma una macchina narrativa. Corridoi, stanze blindate, protocolli, sorveglianza e isolamento costruiscono un’atmosfera claustrofobica che lavora sul lettore quasi fisicamente. Fitzek sa bene come creare dipendenza: capitoli brevi, cambi di prospettiva, finali sospesi, rivelazioni dosate con precisione. La sua scrittura non cerca la contemplazione, ma l’effetto. Non accompagna: trascina. È un tipo di thriller che punta sul ritmo e sulla tensione, e in questo senso funziona con notevole efficacia.
Il punto più interessante, però, non sta solo nel meccanismo. Sotto la superficie adrenalinica del romanzo c’è una domanda emotiva molto più dolorosa: che cosa resta di una persona quando le viene negata la possibilità di sapere? Till non è un investigatore, non è un eroe classico, non è nemmeno davvero lucido. È un uomo consumato dall’incertezza, e proprio questa fragilità rende il suo percorso più disturbante. Il dolore, in L’internato, non è un elemento secondario: è il motore dell’azione, la spinta che porta il protagonista a confondere sacrificio, ossessione e disperazione.
Fitzek lavora bene anche sull’inaffidabilità della percezione. In un luogo nato per contenere la follia, nessuno appare del tutto leggibile: pazienti, medici, vittime e carnefici sembrano muoversi in una zona ambigua, dove ogni verità può essere manipolata e ogni ricordo può diventare sospetto. È qui che il romanzo dà il meglio, perché costringe chi legge a condividere lo stesso disorientamento del protagonista.
In alcuni passaggi il gusto per il colpo di scena e per l’accelerazione rischia di prendere il sopravvento sulla complessità psicologica. Fitzek privilegia spesso l’impatto, la svolta, la tensione immediata, e questo può rendere alcuni snodi meno sottili di quanto il tema avrebbe permesso. Tuttavia sarebbe ingiusto chiedere a L’internato di essere un romanzo meditativo: la sua forza sta proprio nella capacità di trasformare un trauma intimo in un congegno narrativo spietato, leggibile tutto d’un fiato.
Il risultato è un thriller cupo, claustrofobico, disturbante, capace di tenere alta l’attenzione fino all’ultima pagina e di lasciare addosso una domanda scomoda: quanto siamo disposti a perdere di noi stessi pur di ottenere una verità?
A rendere ancora più immersiva l’uscita del romanzo è stata anche l’esperienza dell’escape room dedicata al romanzo. La temporary room, nata dalla collaborazione tra Fazi Editore e The Impossible Society, si trova nel centro di Milano, in Corso di Porta Ticinese 107, ed è aperta al pubblico fino al 30 giugno: un’estensione perfettamente coerente con l’atmosfera del libro, pensata per chi ama entrare, almeno per gioco, nei corridoi più inquieti del thriller psicologico.
L’internato certamente conquista gli amanti del thriller psicologico, fidelizzandoli all’autore, ma ha tutte le qualità per coinvolgere anche chi di solito predilige altri generi. Perché, al di là della tensione e dei colpi di scena, è un libro scritto con grande mestiere, capace di tenere insieme ritmo, atmosfera e profondità emotiva. Una lettura intensa, coinvolgente, stimolante, difficile da interrompere e ancora più difficile da dimenticare.
Sebastian Fitzek,nato a Berlino nel 1971, ha studiato Giurisprudenza ma non ha mai esercitato la professione, preferendo seguire una strada più creativa. Il suo esordio letterario risale al 2006, anno di pubblicazione in Germania di La terapia: il romanzo è stato accolto con grandissimo entusiasmo dai lettori, tanto da contendere al Codice da Vinci il primo posto nelle classifiche di vendita. In seguito ha pubblicato altri ventinove romanzi, che lo hanno confermato come esponente di punta del thriller psicologico: i suoi libri hanno venduto un totale di venti milioni di copie e sono stati tradotti in trentasei paesi. Oltre a L’internato, Fazi Editore ha pubblicato Portami a casa, dal quale è stata tratta una versione cinematografica per Amazon International, e Mimica.
Source: libro gentilmente donato dall’editore, Ringraziamo Cristina e Beatrice, ufficio stampa Fazi Editore.
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