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:: Il Montacarichi di Frederic Dard (Rizzoli, 2019) a cura di Giulietta Iannone

13 giugno 2019
Il Montacarichi

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Parigi, inizio anni’60, vigilia di Natale.
Albert Herbin, scontati gli anni di carcere per aver ucciso la sua amante, moglie del suo principale, torna nel suo vecchio quartiere, a Levellois, al confine con il XVII arrondissement di Parigi, nella casa di sua madre, nel frattempo morta (di dispiacere?)
I ricordi dell’infanzia lo assalgono, assieme alla solitudine e al rimpianto per tutto quello che non è stato. Non sopportando più quel claustrofobico e ristretto ambiente, esce per le strade addobbate di lucine e festoni e piena di gente che si affolla per i preparativi del pranzo della vigilia.
Vaga senza meta nel tentativo di sfuggire all’angoscia. Compra in una piccola cartoleria – libreria- emporio una gabbietta di cartone argentato spolverata di quarzo con all’interno un uccellino esotico di velluto blu e giallo che si dondolava sul trespolo dorato (che ritornerà nel romanzo, tenetevelo a mente).

Sembrava di essere in una grotta fatata piena di tesori inestimabili. Le decorazioni per l’albero di Natale riempivano gli scaffali: uccellini di vetro, Babbi Natale di carta, cestini di frutta di ovatta colorata e tutte quelle palline fragili come bolle di sapone che trasformano un semplice abete in una favola.

Entra in un bar tabacchi per bere un aperitivo. Cammina sotto la pioggia vischiosa. Poi il suo destino si compie: le terribili coincidenze del fato, che lo imprigionano più delle sbarre della prigione, si materializzano sul suo cammino. Entra verso le 8 in un grande ristorante del centro:

Era una trattoria tradizionale, con specchi, perlinato, portatovaglioli, lunghe panche sormontate da piante rampicanti, buffet e camerieri in pantaloni neri e giacca bianca. I vetri erano muniti di tendine, e d’estate le piante verdi venivano spostate sul marciapiedi. Era il tipico ristorante rinomato di provincia. E rinomato doveva esserlo. Quando da bambino storcevo il naso davanti ai suoi piatti, mia madre sospirava: «Vai a mangiare da Chiclet!»

Un miraggio di felicità borghese, in cui anche sua madre fantasticava di entrare ma avevano solo e sempre visto da fuori.
Ed è lì che la vede in compagnia di una bambina: lei, a cui basta un sorriso, uno sguardo per farlo innamorare. Lei così simile ad Anna, la donna che ha ucciso tanti anni prima. La donna di cui scoprirà il nome solo all’ultima pagina.

Era strano vedere una madre e una figlia al ristorante la vigilia di Natale. Quell’immagine mi strinse il cuore. In fondo, la loro solitudine a due era più tragica della mia, che tutto sommato era una solitudine vera, gestibile.

E mentre lui si innamora, lei tesse la sua tela, come una temibile vedova nera, di seduzione e ritrosia. Escono dal ristornate, si rincontrano davanti a un cinema, e il caso, sempre lui che gioca un ruolo temibile in questa storia, li fa sedere vicini. Da lì attrazione, complicità, mani sfiorate ed è fatta. Potrebbe essere l’incontro di due solitudini ma è ben altro. Albert le accompagna a case, sale sul montacarichi, che funge d’ascensore, (sarà il montacarichi perno di tutta la storia e del diabolico piano intessuto dalla donna) e a questo punto il destino di Albert è segnato. Come quello di tutti i personaggi.
Ingegnoso, malinconico, crudele, bizzarro, tipicamente francese, Il Montacarichi (Le montecharge, Trad. Elena Cappellini) è un breve romanzo noir pubblicato in Francia nel 1961 da quel genio eclettico che fu Frederic Dard, di cui Rizzoli sta riscoprendo la principale produzione che esula dalle inchieste del commissario Sanantonio (San-Antonio nell’originale francese), serie umoristico-poliziesca che ne decretò il successo ben oltre i confini d’oltralpe.
Come già ebbi a dire recensendo Gli scellerati, Il Montacarichi, ventitreesimo romanzo pubblicato da Dard con Fleuve Noir, fa parte dei cosiddetti romans de la nuit dell’autore, una sorta di catalogazione comparabile ai romans durs di Simenon ma questo parallelismo di ferma ai termini di catalogazione, perché Dard senza volerlo contrapporre al genio di Simenon in sterili diritti di precedenza, ha caratteristiche sue proprie se non antitetiche, perlomeno discordanti.
Insomma Dard non è la brutta copia di Simenon, è altro. È un autore in cui l’ironia e il paradosso sono capaci di emergere nelle pieghe più amare della vita, dalla solitudine, al rimpianto, dall’amore impossibile, alla beffa più amara e tragica.
Questo breve romanzo, come molti dei romanzi di Dard, fu adattato per il cinema, questo  da Marcel Bluwal,  il padre del televisivo Vidocq, nel 1962, con Léa Massari nel ruolo di Marthe Dravet, Robert Hossein in quello di Albert Herbin, Maurice Biraud in quello di Ferrie, e Robert Dalban in quello dell’ispettore.
Antieroi di questo piccolo capolavoro del noir dunque sono due assassini che si incontrano e subito non si riconoscono. E questo fraintendimento condanna entrambi a commettere errori, a giocare male le loro carte, anche se l’ago della bilancia propenderà verso uno dei due. Albert Herbin paga per il suo delitto, con anni di carcere a Marsiglia, Marthe non lo sapremo mai.
Folgorante l’attimo in cui Albert scorge due gocce di sangue sulla manica della signora Dravet, basta quello per rivelare tutto al lettore, anche se non c’è ancora un corpo, non c’è ancora un movente, non c’è ancora un crimine manifesto.
Ma esiste il delitto perfetto? No, sembra dirci l’autore, anche il piano più perfetto, più machiavellicamente congegnato ha le sue crepe, le sue discordanze, e Marthe Dravet, femme fatale che se vogliamo cade sempre in piedi, difficilmente avrà quel rigurgito di coscienza che Albert vorrebbe, ma noi lasciamoglielo sperare. Lasciamogli questa ultima illusione.

Frédéric Dard (1921-2000) ha iniziato a pubblicare romanzi negli anni Quaranta. Il grande successo sarebbe arrivato però più tardi, con la creazione dello pseudonimo di San Antonio. È in atto una riscoperta internazionale della sua opera, che conta quattrocento titoli. Nel 2018 è uscito per Rizzoli Gli scellerati.

Source: libro inviato dall’ editore. Ringraziamo Giulia e Claudia dell’ Ufficio stampa Rizzoli.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Uno sguardo in Germania: quattro autori tedeschi da tenere d’occhio, a cura di Giulietta Iannone

12 giugno 2019

Dunque, mi piacerebbe presentarvi alcuni scrittori tedeschi, già editi in Italia ma anche inediti, con interviste, articoli di approfondimento sul mercato editoriale tedesco, interviste ad addetti ai lavori, insomma avere una finestra privilegiata su un mercato letterario molto effervescente e dinamico. A ottobre ci sarà la Fiera di Francoforte e sarebbe bello arrivati preparati e conoscere sia gli autori tedeschi più letti in Germania, che eventualmente i nostri autori da loro più amati.

Diciamocelo i tedeschi leggono molto più di noi italiani. Non che abbia senso fare classifiche di lettura, non è una gara a chi arriva primo, ma per conoscere la società, la vita, le persone che vivono in altri paesi, non c’è niente di più utile di un libro, magari interessante, realistico, e perché no divertente.

Oggi vi parlerò di quattro autori molto letti, ben recensiti e amati in Germania, di cui due sono nostre conoscenze, ho già avuto modi di recensirli e intervistarli sul nostro blog: Sebastian Fitzek e Wulf Dorn, entrambi molto bravi, e due sono autori diciamo nuovi di cui vi consiglio di segnarvi i nomi: Wolfram Fleischhauer, che mi ispira parecchio, i cui libri in Italia sono pubblicati da Longanesi, TEA e Emons Edizioni; e Michael Tsokos di cui in Italia è da poco uscito Sfregiata, a gennaio, con Lastaria edizioni, libro tra l’altro che ho in lettura.

Inizio con questo articolo di presentazione, poi farò dei post dedicati a ogni singolo autore e infine recensirò i loro nuovi libri e se possibile li intervisterò.

Che ne pensate? È una bella idea? Siete mediamente curiosi? Se sì non avete che da mettervi comodi e iniziare a leggere.

Vi lascio la breve bio di ogni autore:

Wolfram Fleischhauer è nato nel 1961 a Karlsruhe. Ha studiato letteratura in Germania, poi ha viaggiato molto in Europa America e Oriente. Il suo lavoro di interprete lo ha portato per lunghi periodi a Bruxelles, ma ora vive a Berlino con la moglie e il figlio. Ha scritto dieci libri, tra romanzi storici e thriller, che sono tradotti in più di una dozzina di lingue. In italiano sono pubblicati da Longanesi Un enigma color porpora, La donna dalle mani di pioggia, Il libro che cambiò il mondo, L’ombra dell’ultima rosa. In Germania è imminente l’uscita del film tratto da Il bosco silenzioso.

Michael Tsokos è medico patologo forense e docente. Dal 2007 è direttore dell’Istituto Nazionale di Medicina Legale e Sociale a Berlino. È finora l’unico autore tedesco di cui i titoli, in particolare su spettacolari casi di medicina legale, sono tutti best seller pubblicati sia nelle collane di saggistica sia in quelle di narrativa.

Wulf Dorn è nato nel 1969. Ha studiato lingue e per anni ha lavorato come logopedista per la riabilitazione del linguaggio in pazienti psichiatrici. Vive con la moglie vicino a Ulm, in Germania. In Italia Corbaccio ha pubblicato con grande successo «La psichiatra», che è diventato un bestseller grazie al passaparola dei lettori, «Il superstite», «Follia profonda», «Il mio cuore cattivo» e «Phobia».

Sebastian Fitzek è autore di una serie di romanzi (genericamente definibili psychothriller) di incredibile successo. I suoi libri sono tradotti in tutto il mondo.
Tra i titoli in edizione italiana ricordiamo Il ladro di anime (Elliot, 2009), Il bambino (Elliot, 2009), La terapia (Rizzoli, 2007 – Elliot, 2010), Schegge (Elliot, 2010), Il gioco degli occhi (Elliot, 2011), Il cacciatore di occhi (Einaudi, 2012), Il sonnambulo (Einaudi, 2013) e Noah (Einaudi, 2014).

:: L’ora del buio (spalle al muro) di Giuseppe Perrone (I quaderni del Bardo, 2019) cura di Giulietta Iannone

11 giugno 2019

L'ora del buioVorrei che fosse preludio
Non so di cosa
Le parole mi dettano incertezza
Mi consigliano timore.

Densa di presagi apocalittici e pessimismo cosmico, la poesia di Giuseppe Perrone contenuta in L’ora del buio (spalle al muro) ci porta a un passo dall’abisso e lo fa utilizzando l’unica arma del poeta: le parole.
La parola, il Logos, corrispondente al latino verbum e all’ebraico דבר davar, l’increata essenza ultima della vita e dell’umanità stessa, alla deriva di un mondo sempre più estraneo, sempre più prigione, sempre più deserto pietrificato ostaggio di carcasse di ferri arrugginiti.
Cenere, vuoto, silenzio, il grido nero dell’umanità allo sbando, ferita, senza punti di riferimento, senza memoria.
Poesia di denuncia, poesia civile, poesia sensibile ai temi ambientali (Fumi di fango e crepe di terra / fuochi di veleni i rifiuti di mare), mentre l’umanità muta e sorda viaggia ad alta velocità verso un’Apocalisse neanche troppo annunciata, il poeta mette in guardia, sensibilizza le coscienze, cerca parole degne di questa missione e cerca di capire quale sia il salvabile, se qualcosa si salverà davvero da questa deriva, prima che tutto sia silenzio e inessenza.
Siamo davvero alle porte dell’abisso? ci interroghiamo leggendo i suoi versi, e deduciamo dalle tracce di senso, di significato, cosa siamo, e cosa saremo.
Si salverà la memoria? O anche lei scomparirà in un gorgo? come tutto ciò che muore. Siamo davvero una civiltà morente, o c’è uno spiraglio per la speranza, per la luce che sconfigge le tenebre e si incunea negli anfratti della creazione, illusione, specchio, materia inerte sul nulla.

Fumi di nebbia e oracoli
Al rintocco di prossima tempesta
Sembra quiete con veleno
D’un mondo addormentato,
ignaro d’imminente sventura e lutto.

Densi di concetti filosofici e intuizioni profetiche i versi di Perrone portano il lettore a scontrarsi e incontrare la voce che continua a parlare nel più nascosto intimo che tutti noi possediamo. Scalfisce l’indifferenza e si fa coscienza e testimonianza. E se anche arriverà la notte, avremo Occhi spalancati sul credere nell’infinito. Ci attende un risveglio? Sì, forse la morte è solo quello. Postfazione a cura di Nicola Vacca.

Giuseppe Perrone nasce il 1959 a Taranto, ove svolge attività di medico. Nel mese di ottobre 2013 pubblica, per Manni Editori, la prima raccolta di poesie dal titolo “ Tra i passi e le strade “. Nel 2014 ottiene un terzo posto per silloge inedita al Concorso Letterario Nazionale di Basilicata e Calabria; un primo posto per poesia inedita al Concorso di Poesia di Positano. Ottiene un terzo posto per silloge inedita al Concorso Internazionale Lilly Brogy di Firenze. Entra nella finale del Premio Letterario Nazionale Città di Castello ( PG ). Nel 2015 ottiene premio di merito per libro edito al Concorso Letterario Internazionale “ Vitruvio “ di Lecce. Ottiene premio speciale della giuria al Concorso Internazionale di Latina per poesia inedita; terzo posto per silloge inedita al Concorso Letterario Internazionale “Il Convivio” di Castiglione di Sicilia ( CT ); terzo posto per poesia inedita al Premio Nazionale di Arti Letterarie Città di Torino. E’ presente in alcune antologie di poeti per la Casa Editrice Pagine.

Source: libro inviato dall’editore.

:: Giuseppe Borsalino – L’uomo che conquistò il mondo con un cappello di Rossana Balduzzi Gastini (Sperling & Kupfer 2018) a cura di Valeria Giola

11 giugno 2019

“GIUSEPPE BORSALINO” di Rossana Balduzzi GastiniOgni vita è un’avventura, una storia da raccontare, un universo di speranze e delusioni, di amore e dispiaceri. Ogni vita deve essere celebrata e ogni esperienza deve essere vissuta appieno, letta come un libro appassionante.
Si dice che per raggiungere la Felicità sia necessario un viaggio attraverso il Dolore e l’Inquietudine. Questo messaggio, breve ma complesso, è uno dei temi che più appassiona la letteratura e, in “Giuseppe Borsalino – L’uomo che conquistò il mondo con un cappello”, è il perno sul quale ruota l’anima complessa del protagonista.
Rossana Balduzzi Gastini, ideatrice di questo fortunato romanzo, ha dichiarato che il suo intento, in fase di stesura, era quello di creare al meglio il contesto storico, economico e culturale nel quale il giovane Borsalino cresce e forma la sua personalità, oltre che, naturalmente, la sua carriera. L’autrice ha letto ritagli di giornali, vecchie copie dell’epoca, ha viaggiato lungo la storia per meglio comprendere lo stile di vita e lo scenario che ha disegnato la vita degli italiani. Il risultato, in termini di trama e ambientazione, è un viaggio lungo una storia fantasiosa e fantastica.
Giuseppe Borsalino”, edito da Sperling & Kupfer, è un romanzo storico, romantico, di pensiero e d’azione. E’ una storia autentica, nella quale molti dei più importanti temi sociali, attuali come non mai, sono trattati attraverso la semplicità tipica di una narrazione realistica.
C’è un padre che teme per il futuro incentro del proprio figlio :

…” Non so di quanta intelligenza il Signore ti abbia dotato, Giuseppe mio : se te ne avrà concessa molta, dovrai sgomitare per conquistare il tuo posto della società, in caso contrario … la tua vita sarà più semplice perché sarai portato ad accontentarti e ti basterà quel poco che avrai. Sinceramente non so cosa sperare per te …”.

Lo stesso padre che vorrebbe vedere gli occhi di suo figlio concentrati sui libri:

Dovrebbe diventare lui un padrone, ma non potrà senza un diploma e senza soldi …

C’è il viaggio verso l’ignoto, lo scontro con la realtà, la solitudine causata dai propri sogni :

“Capisci quanto è ingenuo Giuseppe … Proprio non capisce che la vita che lo aspetta in città è ben misera, peggiore di quella che conducono qui le bestie …”

e ancora :

“ Giuseppe ora sta vedendo la sua immagine riflessa … è la figura di un ragazzo pallido, magro, solo, giunto in Francia da poche ore con mille sogni in tasca e pochi spiccioli per sopravvivere. Terrorizzato di vedere la paura di fallire manifestarsi sul suo volto, chiude gli occhi …”

C’è la famiglia che ci permettono di essere Noi

“ … Voglio migliorare la mia e la vostra vita … avere la possibilità di mettere a posto quello che è sbagliato …”

C’è il lavoro, il bene più grande che l’uomo possiede, per sé e per gli altri . Un bene unico e raro che, per volere di qualcuno, può diventare un’assurda prigione

“ … In una filanda, signore, ed è stato terribile: tanta ingiustizia e inciviltà … i lavoratori hanno case maleodoranti e sporche, …. I padroni sono dei veri aguzzini …”

Giuseppe Borsalino” è un romanzo dolce, ricco di immagini, ricordi, vissuto e speranza. E’ un tuffo nell’Italia divisa dai Regni, in guerra, in quell’Alessandria, vittima della sua stessa posizione. Ma, è anche e soprattutto un viaggio verso la speranza, la forza di carattere e l’intensità di un sogno che diventa realtà.

Rossana Balduzzi Gastini è nata nel 1963 ad Alessandria, dove vive tuttora con il marito e i figli. Laureatasi al Politecnico di Milano, per anni ha esercitato la professione di architetto. Ha esordito come scrittrice con i thriller Life on loan e Covered (Betelgeuse Editore), di cui sono stati già acquisiti i diritti tv. Con il romanzo Giuseppe Borsalino – L’uomo che conquistò il mondo con un cappello è tra i cinque finalisti del Premio Biella Letteratura e Industria. www.rossanabalduzzigastini.it.

Source: libro inviato dall’editore al recensore. Ringraziamo Maddalena dell’Ufficio Stampa.

:: Alla fine del viaggio, solitudine per il commissario Casabona di Antonio Fusco (Giunti, 2019) a cura di Federica Belleri

11 giugno 2019

Alla fine del viaggio, solitudine per il commissario CasabonaBen ritrovato al commissario Tommaso Casabona. Quinto libro dedicato dallo scrittore Antonio Fusco a questo personaggio davvero per bene. Un uomo con una vita complicata. Professionale, empatico, a suo modo un buon osservatore d’insieme. L’ambientazione è quella di sempre. Valdenza, in Toscana. Mentre Casabona deve metabolizzare la separazione dalla moglie, un uomo viene travolto e ucciso da un Freccia Rossa in piena velocità, legato alla sua sedia a rotelle. Chi era e perché si trovava lì?
Il commissario troverà le risposte a queste domande ingarbugliate fra passato e presente. Verrà supportato dagli uomini della sua squadra, sempre pronti e disponibili. Lavorerà con esperti informatici e con la polizia postale. Nelle perquisizioni e durante gli interrogatori sarà fermo nell’atteggiamento e  con le parole, senza dimenticare di avere davanti un “presunto” indiziato o colpevole.
La vita privata di Casabona si mescolerà  inevitabile con il lavoro, provocandogli momenti di tristezza e insofferenza. L’indagine nel frattempo prenderà forma attraverso mille pezzi da incastrare, tante supposizioni da rendere concrete e indizi che avranno dell’assurdo.
Gli argomenti trattati in questo libro sono delicati, attuali e crudi quanto basta.
Qualcuno sta facendo “pulizia”, qualcuno utilizza il web nella maniera sbagliata. Qualcuno usa informazioni personali per ricattare e vendicarsi, uccidendo.  Per quale motivo?
Alla fine del viaggio” si esce dal vortice di questa pericolosa  situazione, si scopre la verità che lascia disarmati, si srotola il filo che lega tutti i personaggi. Si ha paura, perché si è rosi dal senso di colpa e ci si sente dei mostri. Ci si nasconde dietro l’indifferenza o l’aggressività per non essere scoperti. Ci si protegge dietro a uno schermo per risultare introvabili. Ma questa è una storia che non può e non deve lasciare indifferenti, perché ci parla di pulsioni e di interessi particolari e malati. L’autore ci accompagna pagina dopo pagina in modo rispettoso ma deciso. Queste caratteristiche non mancano mai nei libri di Antonio Fusco.
Ve lo consiglio. Buona lettura.

Antonio Fusco, nato nel 1964 a Napoli, è funzionario nella Polizia di Stato e criminologo forense. Dal 2000 si occupa di indagini di polizia giudiziaria in Toscana.
Nel 2017 Giunti ha raccolto in un volume unico le prime tre indagini della fortunata serie di Casabona.

Fonte: acquisto personale.

:: Musica sull’abisso di Marilù Oliva (HarperCollins Italia, 2019)

10 giugno 2019

Adobe Photoshop PDFEsce oggi “Musica sull’abisso” il nuovo libro di Marilù Oliva, HarperCollins Italia, e si sa l’estate è il tempo ideale per leggere gialli, thriller e noir e in questo giugno ne escono parecchi anche molo belli (farò presto un post con le mie letture estive). Questo della Oliva è un thriller declinato al femminile, con una donna al centro delle indagini: l’ispettore Micol Medici, già protagonista de Le spose sepolte. Vi lascio la sinossi in attesa della recensione, presto su queste pagine virtuali.

Com’è possibile che gli ex allievi di un liceo, ora adulti, stiano morendo anno dopo anno, uno dopo l’altro, in circostanze sospette?
E com’è possibile che una canzone, scritta in latino e cantata da alcuni di loro, quindici anni prima, abbia preveduto con anni di anticipo in che modo sarebbero spirati?
Tutto parte dal caso di Gwendalina Nanni, giovane imprenditrice bolognese il cui cadavere macerato è stato ritrovato nell’ansa del Bacchiglione, chiuso come suicidio dalla polizia di Padova. I suoi familiari non ci stanno e si rivolgono alla Sezione Omicidi di Bologna, dove è stata da poco trasferita l’ispettore Micol Medici. Le ricerche vertono attorno agli ex-studenti di un liceo storico di Bologna, il Cicerone, dove si diploma la migliore gioventù della città. E subito si scopre che una classe del passato ha avuto un destino infausto: gli ex allievi sono morti tutti lo stesso giorno di anni diversi seppur con modalità apparentemente differenti, il 21 febbraio.
Cosa lega questi decessi?
Mentre le voci collegate ai fantasmi del passato compongono una storia di sopraffazioni e ferocia, Micol, con il suo metodo scientifico sporcato dall’inquietudine dei suoi sogni notturni, cerca di scoprire la verità, muovendosi sullo sfondo di una città dove ogni torre e ogni portico sembrano occultare qualcosa.
Dopo il successo delle Spose sepolte, primo caso dell’ispettore Micol Medici, Marilù Oliva ci presenta un thriller inquietante e attuale, che racconta quanto ciò che siamo oggi sia il frutto di quello che abbiamo – o non abbiamo – ricevuto.

Marilù Oliva, nata a Bologna, insegna Lettere alle Superiori. Autrice di due trilogie noir, ha vinto il Premio dei Lettori Scerbanenco con Questo libro non esiste (2016). Si occupa da sempre di questioni di genere. Ha curato le antologie Nessuna più – 40 autori contro il femminicidio e Il mestiere più antico del mondo? entrambe patrocinate da Telefono Rosa. È caporedattrice di Libroguerriero.it e cura un blog su Huffington Post.

:: Pomeriggi perduti di Michele Nigro (Kolibris Edizioni 2019) a cura di Daniela Distefano

10 giugno 2019

MICHELE NIGRO 2

Non cerco la parola, ma da essa mi lascio trovare. Nonostante questo non credo negli sfoghi fatalistici ma in un lavoro di “artigianato poetico” . Non seguo scuole, movimenti, stili comprovati. Non credo in una poesia di cosiddetto “impegno civile”: con la poesia si può essere “politici” e trasmettere idee in modi inimmaginabili, non programmatici e non dichiarati. Non aderisco a manifesti artistici e non frequento salotti letterari; pur leggendo gli altri, non emulo consapevolmente. Aspetto con pazienza, ascolto, soprattutto mi ascolto, annoto nel silenzio tutto quello che l’anima mi suggerisce di conservare perché sa che ne vale la pena. Quando il verso funziona e soddisfa il tuo ritmo interiore, lo senti; anche se in seguito non piacerà al lettore. Sono fermamente convinto che la poesia non debba spiegare o descrivere, strizzando l’occhio a un linguaggio troppo confidenziale e quotidiano, senza per questo arrivare a esprimersi in uno stile aulico. La poesia dovrebbe distillare con naturalezza l’essenza dell’esistere, senza ampollosità; rasentando un’apparente semplicità che non deve mai scadere nella banalità”.

Questa dichiarazione poetica appartiene a Michele Nigro autore di una rabdomantica raccolta – “Pomeriggi perduti” (Edizioni Kolibris) – che ci trasporta nella costruzione del contemporaneo lirismo e lo fa con eleganza, con sintesi ideativa e rispetto nei confronti dei mostri sacri che lo hanno preceduto. Nella Prefazione di Stefano Serri si legge:

Senza mai accontentarsi di biografismi né di schegge memorialistiche, in ogni luogo l’autore testimonia che il tempo ha fatto esperienza di lui. Il momento perfetto è una piccola poesia manifesto sull’intenzione di vivere del poeta, dove il verso si fa singolarmente irregolare, per aiutarci a raggiungere, oltre nomi, cognomi, numeri civici e di telefono, una sorta di limbo che sa di paradiso: larve, sì, ma con il futuro dentro”.

Tutto il resto è canto dell’anima che si libera di ogni costrizione mentale e raggiunge il podio dell’atarassia compositiva. Anche quando la passione bussa al portone dei sensi, il poeta si intrattiene a dialogare con le proprie idiosincrasie, per esorcizzarle e renderle mute di effetti nefasti mentre la memoria gorgheggia silenti espressionismi.

Mi occupi

Ignara del tuo futuro esserci
e del dolore
nel guardare altrove,
mi occupi,
posare gli occhi
sul volto simile
di chi non sei tu,
per salvarmi dall’oblio,
gesti ripetuti
sulla pelle di domani
crudele riverbero del noi,
mi occupi,
all’orizzonte, forse
nuove terre per la semina,
eppure, mi occupi sovrana
con truppe di ricordi
e presidi
di sguardi mai spenti.

Altrove si palesa un cambiamento, il poeta accantona provviste di immagini concilianti, perché :

(..) Prima di partire
in avide dispense
metto da parte
le cose belle di sempre,
per gli inverni
che non tarderanno. ( Da Le cose belle di sempre
(La dispensa)

Nel suo armadio volutamente non pindarico, c’è spazio per un omaggio magmatico al Poeta Pablo Neruda, una cima sonora per monti di ogni catena.

Spade cilene

a Pablo Neruda

Cadono le parole
ingiallite come foglie
su carte d’erba,
sotto i colpi di autunni
dittatori, scrivono pagine
a un canto generale.
Non fu vano
il loro stare al cielo
a raccogliere luce
per l’eterno dire.
Non restarono mute
le foglie cadute
di Neruda assassinato,
come le spade taglienti
di un poeta fuggitivo
brillavano pericolose
nella vigliacca notte
della libertà.

Anche il credo nell’Onnipotenza divina è riverito con tocchi sfuggenti di cosciente auto-caducità:

(..) Se lesiono
marmi barocchi
riscopro la fede
nell’invisibile. (Da Informosfera)

E poi l’Amore, che sfuma in vertigini di parole scritte, di tomi, di volumi, di libri che ne menzionano l’eterno influsso stregato.

Ad libritum
La decisione è presa!
ci separeremo quando
avrò letto tutti i libri
che mi hai regalato, goccia a goccia
per nutrire la nostra parola,
e assaporato le illustrazioni
delle pagine mute
di pomeriggi a guardarci.
Portane altri, dunque
donami nuovi tomi di pelle
volumi di te
a riempire gli scaffali
del tempo crudele,
per gabbare gli
ultimatum dell’orgoglio.
Dopo anni, tra la polvere
ho rivisto la tua luce scritta
nell’apparente
dimenticanza di un
addio
a me dedicato.

Chiudo questa passerella di versi di Michele Nigro con “Cave Canem”, un modo per dire che il balsamo per lenire il supplizio dell’uomo esiste, e solo Dio, le bestiole, e una trascorsa pelle possono svelarlo.

Il cane che dorme e sogna
proprio al centro della
strada deserta non teme
la morte da traffico,
si alzerà giusto
in tempo
come sempre all’arrivo
di un raro dovere.
Tutti gli amori
hanno lo stesso
sapore di voluttuosa
saliva, unguento
inventato da
madre natura
per ingannare il dolore
cosciente della fine.
E ogni volta
fingeremo
di non ricordare
le speranze appassite,
l’effimera gioia
di una trascorsa pelle.

Pomeriggi perduti” è un testo che qua e là si volge al retaggio poetico di giganti insuperabili, ma senza appesantire una schietta vocazione. Come dire che se Montale o Neruda sono attuali fari imprescindibili, l’apporto del poeta Nigro non languisce tra queste colonne ma si fa strada, una strada gli auguriamo sempre illuminata.

Michele Nigro, nato nel 1971 in provincia di Napoli, vive a Battipaglia dal 1978. Si diletta nella scrittura di racconti, poesie, brevi saggi, articoli per giornali e riviste.
Ha diretto la rivista letteraria “Nugae – scritti autografi” fino al 2009. Ha partecipato in passato a numerosi concorsi letterari ed è presente con suoi scritti in antologie e periodici. Nel 2016 è uscita la sua prima raccolta poetica – che ama definire “raccolta di formazione” – intitolata Nessuno nasce pulito (edizioni nugae 2.0). Ha pubblicato Esperimenti, raccolta di racconti; il mini-saggio La bistecca di Matrix; nel 2013 la prima edizione del racconto lungo Call Center, nel 2018 la seconda edizione Call Center – reloaded e la raccolta Poesie minori Pensieri minimi.

Source: Libro inviato al recensore dall’Editore. Ringraziamo Chiara De Luca per la gentile collaborazione.

:: Un’intervista con Silvino Gonzato a cura di Giulietta Iannone

10 giugno 2019

Lievito madreLievito madre: Storia della fabbrica salvata dagli operai è il suo ultimo libro, come è nata l’idea di scriverlo? Qualcuno le ha proposto il tema, o è stata una sua iniziativa?

È stato il mio editore, Giuseppe Russo, direttore editoriale della Neri Pozza, a propormi di scrivere un libro sulla lotta degli operai della Melegatti per salvare l’azienda e quindi il posto di lavoro. Si sarebbe dovuto trattare di un instant- book, un racconto scritto mentre la vicenda era in corso o appena conclusa. Era febbraio e avrei dovuto consegnare il lavoro per metà marzo poi, invece, quel lieto fine che si intravedeva si allontanava sempre di più.  Ad un certo punto sembrava invece inevitabile il contrario. Il tribunale aveva decretato il fallimento della Melegatti. Ho dovuto aspettare l’autunno per chiudere il libro.

Per la città di Verona la Melegatti è una parte importante della sua storia industriale, come per noi di Torino la Fiat. Ma la storia industriale di un paese non è fatta solo di capitali, passaggi proprietari, quotazioni in borsa, ma anche di persone, con nomi, storie personali, un vissuto. È a questa seconda parte che ha voluto dare risalto, una giusta collocazione?

Ho vissuto le speranze e le delusioni dei dipendenti della Melegatti stando in mezzo a loro davanti alla fabbrica chiusa. Era l’unico modo per scrivere il libro, che è fatto di tante piccole storie tra cui quella dei tre operai che per otto mesi hanno tenuto in vita il lievito madre, che era il cuore dell’azienda. C’era disperazione nei loro occhi ma anche molta determinazione. Non dipendeva da loro il futuro della Melegatti ma il gesto simbolico di nutrire quotidianamente il lievito madre ha commosso il mondo.

Ci racconti per sommi capi come è andata: l’azienda stava per chiudere e mentre si vivevano gli ultimi scampoli di un turbolento passaggio di proprietà, gli operai hanno aperto un gazebo, e fatto di più, tenuto in vita un prodigioso reperto di archeologia alimentare, giusto?

Rifare la storia di quanto è successo richiederebbe molto spazio.  È stata una vicenda complessa. Da un momento all’altro i dipendenti della Melegatti si sono trovati sulla strada. Non c’era alcuna avvisaglia della crisi. Si sapeva solo che da tempo i soci erano in disaccordo tra di loro. Poi saltò fuori un’impensabile storia di debiti. La cattiva gestione stava affossando la storica azienda dolciaria veronese. Solo un radicale risanamento l’avrebbe salvata. Ma chi aveva i soldi per salvarla? Il tribunale chiedeva garanzie che alla fine sono arrivate da parte di un’azienda vicentina creata ad hoc.

Matteo, Michele e Davide sono dunque degli eroi?

Degli eroi moderni che con il loro sacrificio hanno tenuto in vita il lievito madre creato 124 anni prima da Domenico Melegatti, l’inventore del pandoro.

Che idea si è fatta, in che misura le azioni degli operai hanno davvero influito sulla felice risoluzione della contesa? 

Non sono stati evidentemente gli operai a salvare la Melegatti ma la singolarità della loro lotta ha attirato l’attenzione di chi avrebbe potuto risanare l’azienda. E così è accaduto.

Una storia non solo italiana, anche il New York Times si è interessato alla vicenda, vero?

Sì, il pandoro Melegatti è conosciuto anche negli Stati Uniti, lo hanno fatto conoscere gli immigrati veneti. Ma, ripeto, è stato il sacrificio di Matteo, Michele e Davide ad attirare l’attenzione della stampa internazionale. È stato un miracolo di comunicazione.

Pensa possa essere di modello anche per altre aziende che versano diciamo in situazioni difficili?

Non lo so. Il pandoro è uno dei simboli del Natale. Per questo c’è stato molto interesse attorno alla Melegatti in crisi.

Con Lievito Madre si è aggiudicato il Premio Speciale Biella Letteratura e Industria 2019, cosa ha provato quando l’ha saputo?

È stata una lieta sorpresa. Tutto sommato è un libricino. Ma la storia c’era e ho tentato di raccontarla. Una storia di Natale.

Tra tanto pessimismo, una storia che trasmette modelli positivi e una luce di speranza. Anche per lei sui giornali si dovrebbe dare più spazio a storie come questa?

I giornali danno conto delle notizie positive se ci sono. Raramente succede. O forse bisognerebbe andarle a cercare.

Infine, ringraziandola, chiuderei l’intervista chiedendole i suoi progetti per il futuro, letterari e lavorativi.

Sto lavorando a un nuovo libro, un romanzo che ha per protagonista una famiglia della classe operaia. Mi sto divertendo a scriverlo. Guarda caso uno dei personaggi è un operario di un’azienda dolciaria in crisi.

:: Un’intervista con Luigi Bonanate a cura di Giulietta Iannone

9 giugno 2019

Luigi Bonanate2Benvenuto professor Bonanate, e grazie di aver accettato questa intervista. L’ho invitata sul mio blog per parlare dei recenti sviluppi sul tema dei cosìddetti Euromissili, e sui nuovi sviluppi delle Relazioni Internazionali.

Notizia recente è che dopo l’annuncio del ritiro unilaterale degli Stati Uniti dal trattato, che ricordo sarà effettivo il 2 agosto, Putin ha presentato alla Duma, il parlamento russo, una proposta di legge per sospendere il trattato INF sulle armi nucleari a raggio intermedio, pur riservandosi la possibilità di ritornare sui suoi passi, se le condizioni lo permetteranno. Secondo lei cè spazio per nuove trattative con magari un allargamento del trattato a nuovi paesi? O è un trattato ormai superato alla luce dei nuovi sviluppi?

Il trattato INF ha avuto un’immensa importanza simbolica e una importanza politico-militare minima. Sia nell’87 sia precedentemente come pure successivamente, l’unico stato al mondo capace di condurre operazioni militari con armi nucleari era ed è gli Stati Uniti: per motivi scientifici tecnologici industriali finanziari. La superiorità americana è sempre stata immensa, e l’allora Unione Sovietica non era mai riuscita a bilanciare la super-potenza (l’unica al mondo) del competitore. La grandezza tragica di Gorbaciov che gli costò la testa (politica, e anche il prestigio) fu averlo ammesso. Il trattato INF firmato a Washington l’8 dicembre 1987 non faceva altro che dichiarare la sconfitta sovietica nella “corsa agli armamenti”: l’URSS lo sapeva e non era più in grado neppure di continuare a fingere di saper ancora “correre”. La caduta del Muro di Berlino ne fu poi lo straordinario e fortunato premio che il mondo ottenne. Poi, le cose andarono come andarono.

E per quanto riguarda il New Start, trattato sulla riduzione delle armi nucleari firmato da Stati Uniti e Russia a Praga l’8 aprile 2010 tra Barack Obama e Dmitri Medvedev, che anch’esso sta giungendo in scadenza, Putin ha dichiarato che è pronto a non prorogarlo. Ci sono prospettive che lei sappia di successive negoziazioni? Cosa ne pensa in tale proposito?

Le considerazioni appena svolte valgono anche per il XXI secolo, nel quale sfortunatamente la meteora Obama è purtroppo passata senza lasciare segni. Diciamocelo in termini apparentemente brutali, ma sostanzialmente “logici”: quando mai un trattato ha impedito una guerra che avesse delle vere ragioni per scoppiare? Quante volte i trattati sono stati violati? Voglio dire, i trattati vanno benissimo fin tanto che ce ne sono le condizioni; possono aiutare a rasserenare una situazione… ma non sono l’antidoto alle guerre. Vogliamo ricordare che il regno d’Italia alleato di Austria e Germania scese in guerra contro di loro nel 1915? E che l’Italia entrò nella seconda guerra mondiale alleata di uno stato contro il quale (per nostra fortuna) la terminò?
Oggi come oggi, poi, la Russia, di Medvedev come di Putin, è un paese non meno povero che ai tempi di Breznev e ancora più infelice. Una volta, un piatto di minestra e un letto in ospedale (se necessario) c’era per tutti: oggi, minestra ce n’è meno ancora, e per essere curati bisogno essere molto, molto, ricchi. Da dove venga quella (falsa) immagine della Russia grande potenza è per me un assoluto mistero. Certo, Putin “ci sa fare”, specie in politica estera, ma si allea con i peggiori dei suoi interlocutori internazionali, il che gli può consentire di apparire sempre d’accordo con tutti: con gli occidentali, quando le cose sono tranquille; con gentaglia (vorrei accentuare il peso di questa parola) come Erdogan può fare passi avanti o indietro senza alcuna dignità né capacità di valutazione ideologica. Putin è il peggiore dei peggiori “realisti” visti nella storia.

Mentre i capi di stato europei e il presidente degli Stati Uniti partecipavano alle celebrazioni per il 75° anniversario dello sbarco in Normandia, in Russia Putin e Xi Jinping, presso il forum di San Pietroburgo, siglavano accordi e confermavano i loro buoni e amichevoli rapporti. Sembra che questo ravvicinamento abbia impensierito alcune cancellerie. Lei cosa ne pensa, ci sono buoni presupposti per un reale asse Mosca- Pechino?

Consequenzialmente parlando (e lasciando da parte l’anniversario dello sbarco in Normandia — una pagina troppo nobile per lasciarla leggere agli statisti di oggi), anche gli accordi tra Russia e Cina non hanno gran che da dirci, se non che il il governo cinese è molto più saggio di quello russo, è attento e pronto a cogliere le opportunità. Gira per il mondo comperando questo e quello, tanto ha una quantità immensa di dollari Usa da spendere e di cui liberarsi. Non potrà però esserci un asse Mosca-Pechino perché è troppo impari: la Cina potrebbe farsi un boccone della Russia.
Non è per questo che la Cina non abbia dei problemi: è un paese spaccato in due o forse tre tronconi: l’iper-capitalismo sfacciato delle grandi metropoli dove tutti conoscono Vuitton e Cartier ma nessuno sa più chi sia stato Karl Marx; una borghesia d’apparato che regge la macchina organizzativa senza i privilegi del caso; una società ex-agricola ma non ancora urbanizzata (o non del tutto tale) che dalla crescita politico-economica del suo paese non trae (ancora?) alcun vantaggio.

E gli Stati Uniti, secondo lei, in tutto questo che ruolo giocano? Chi sta guidando la loro diplomazia?

È difficilissimo rispondere a questa domanda, non per la sua complessità ma per l’inesistenza dell’oggetto della discussione. Quel grande paese che sono gli Stati Uniti appare oggi come un pugile groggy, che barcolla sul ring, mentre il suo avversartio è ormai al tappeto. Ma la sua vittoria non è altro che la sconfitta dell’altro. Trump è il perfetto esempio dell’inconsistenza attuale della politica estera Usa e della sua immagine delle relazioni internazionali: se la prende — un po’ come succede in Italia — con chi è già sconfitto dalla storia, con i deboli e con gli incapaci, ma non sa affrontare sul serio alcun problema: ieri la May era l’alleata ideale di un nuovo asse anglo-americano, ma ora, sconfitta, una cretina qualunque, oggi per offendere e umiliare chi ha sconfitto la lady di latta inneggia alla sua memoria e offende il sindaco di Londra ma sorride a quel Johnson che dovrebbe rilevare il potere della May. E con l’Europa? Non si dimentichi che gli Usa hanno sempre avuto bisogno del piedestallo che l’Europa offriva loro; essi hanno sempre cercato di controllare gli alleati, con le carezze o con le minacce — senza mai amarli, anzi, ritenendo di doverli assoggettare. Posso permettermi di rinviare a un mio libretto, uscito da poche settimane, Il destino americano (pubblicato da Aragno) nel quale cerco proprio di evidenziare la costanza dell’immagine egemonica che gli Usa hanno sempre avuto mascherandola con alternanze isolazionistiche che in realtà non sono mai state determinanti?

E tra queste grandi potenze, regionali o meno, l’Europa che ruolo gioca?

Nessuno! Purtroppo, per la sua attuale terribile inconsistenza. È tristissimo vederne l’ignavia e l’inutilità (politica) — e dire che il progamma unionistico è l’idea politica pratica più nobile che il XX secolo abbia conosciuto. Sembra che desideriamo, noi europei, farci del male…

Anche l’Italia è impegnata sul fronte della sicurezza internazionale, anche se non se ne dà molto risalto sui mass media. Il 29 maggio 2019 la senatrice Loredana De Petris unitamente ai senatori Errani, Laforgia, De Falco, Segre, Martelli, Buccarella e De Bonis, ha depositato una mozione, per impegnare il Governo italiano a disporre gli atti necessari per l’adesione al Trattato della Nazioni Unite relativo al divieto delle armi nucleari, sottoscritto a New York il 7 luglio 2017. Cosa ne pensa? Ha possibilità di successo?

Mi si lasci dire, un po’ polemicamente, che non ne penso nulla, cosicché non so se abbia possibilità di successo. In teoria, certo sì; si tratta semplicemente di volerlo. E poi ci vuole una “cultura politica” professionale che pare latitante.
Ma questo non mi pare un difetto italico: è la crisi della cultura politica mondiale, l’inconsistenza delle classi dirigenti, che strutturano la società politica internazionale. I leader del mondo oggi non discendono da grandi genealogie di professionisti: Trump faceva il palazzinaro, Putin faceva la spia, Macron è stato il garzone dei grandi banchieri francesi; vogliamo fare qualche altro esempio, italiano?

Ha letto Destinati alla guerra – Possono gli Stati Uniti e la Russia sfuggire alla trappola di Tucidide? di Graham Allison. Cosa ne pensa? È ottimista?
Grazie della disponibilità, speriamo di aver fatto chiarezza e sensibilizzato i nostri lettori su queste tematiche.

L’avevo letto quando uscì, nel ’17, e confesso che non ne ricordo più nulla. Io sono invecchiato, naturalmente, ma non è certo un bel segno per il libro, se non mi ha fatto nessun effetto.
Se infine qualcuno vuol saper quale sia il mio stato d’animo in questo periodo, non posso nascondergli che non sono per nulla ottimista, non tanto perché tema crisi, conflitti, o guerre, ma perché vedo segni di declino nei piani di progresso e sviluppo che la storia morale del mondo aveva nobilissimamente tracciato, dall’illuminismo fino ai grandi progetti di organizzazione internazionale, e dei quali oggi è difficilissimo ritrovare tracce negli eventi di tutti i giorni.

:: La gita notturna di Marie Dorléans (Gallucci 2019) a cura di Giulietta Iannone

7 giugno 2019

La gita notturna di Marie DorléansLa gita notturna di Marie Dorléans è un delizioso albo illustrato a colori di grande formato con testi e disegni dell’autrice, tradotto dal francese da Camilla Diez. Titolo dell’originale francese Nous avons rendez-vous (Editions du Seuil, Paris). Sui toni del blu, è una bella storia che l’autrice dedica a suo padre, camminatore instancabile, e infatti parla di una giovane famiglia (mamma, papà e due figli) che si alza nella notte per una camminata notturna. Hanno un appuntamento, e scoprirete nelle ultime pagine dove. Una storia semplice, allegra, con un piccolo mistero: dove porterà il sentiero? In una notte estiva si può camminare in campagna, tra il suono dei grilli e delle cicale, sotto il cielo stellato, in compagnia delle persone a cui si vuole bene. Marie invita ad apprezzare il contatto con la natura, e a camminare insieme (attività che tra l’altro oltre a far bene io amo molto). I disegni dal tratto pulito sono stilizzati e armoniosi. Una delicata storia per bambini, dal sapore di una favola ecologista. Età di lettura: dai 5 anni.

Marie Dorléans è un’autrice e illustratrice francese. Diplomata alla scuola di arti decorative di Strasburgo, ama illustrare storie in cui l’immaginazione entra nel quotidiano.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Marina Fanasca dell’Ufficio Stampa Gallucci.

:: La donna che vedi di Giovanni Pannacci (Fernandel 2019) a cura di Federica Belleri

7 giugno 2019

La donna che vedi di Giovanni PannacciLa dottoressa Myriam Labate è importante, occupa un’ottima posizione manageriale, è bellissima. Ma si è costruita intorno un guscio protettivo, una formale freddezza che tiene a distanza gli altri. Quali “altri” e per quale motivo? Il lavoro è per lei ragione di vita, che fare nel momento in cui viene licenziata? Come comportarsi quando la mente inizia ad andare in tilt e a mandarla in blackout per alcuni minuti? Potrebbe essere lo stress, oppure la dipendenza da marjiuana che si fa sentire ogni tanto. Che altro?
Myriam racconta di sé, di ciò che prova e di come ci si sente dopo un tradimento. Racconta di identità nascoste, costrette al silenzio per paura di non essere accettate. Ci parla del caso, che forse non esiste, perché tutti, anche lei, hanno un percorso da fare. Difficile, ma liberatorio. Che interessi ha, che amicizie ha questa donna? Cosa la affascina e cosa la lascia senza parole? Cosa la rende vulnerabile e cosa la spaventa a morte?
La donna che vedi è cambiata nel tempo, ha superato la cattiveria e gli sguardi perplessi. È stata accolta da chi ha saputo capirla e aiutarla nel suo cammino. La donna che vedi non è solo un appartamento lussuoso e abiti firmati. È anche la capacità di riscattare un passato faticoso da dimenticare, attraversando ciò che ha rappresentato per lei il dolore più profondo in assoluto.
Buona lettura.

Giovanni Pannacci vive fra Rimini e Città di Castello, insegna lingua italiana agli stranieri e si occupa di certificazioni linguistiche. Per l’editore Giulio Perrone ha pubblicato Siamo tutte delle gran bugiarde. Conversazione con Paolo Poli (2009) e il romanzo La canzone del bambino scomparso (2012). Per Fernandel ha pubblicato il romanzo L’ultima menzogna (2016).

Fonte: omaggio dell’editore al recensore.

:: La danza dei veleni – Il ritorno di Blanca di Patrizia Rinaldi (Edizioni EO 2019) a cura di Federica Belleri

6 giugno 2019

Patrizia RinaldiIl ritorno di Patrizia Rinaldi e della sua Blanca, detective ipovedente, è nelle parole scritte in questo libro. Ma anche in quelle che l’autrice permette al lettore di percepire, di sentire, di immaginare. A partire dall’incipit, che apre uno scenario di emozioni, sensazioni, di luci e ombre. Perché Blanca è così, un mondo a sé, da scoprire. Un mondo complesso, che nemmeno i colleghi Carità, Martusciello, Liguori e Micheli capiscono.
Blanca non si accontenta di sapere che qualcuno sta morendo avvelenato o che qualcun’altro sta commerciando animali in maniera illegale. No. Lei deve scavare, annusare, ascoltare. Deve amplificare i sensi che ha a disposizione. Ha bisogno di tempo e di spazio vitale per mettere tutto in ordine in un’indagine che è incasinata e non coordinata a dovere. Le serve fiducia e silenzio, pazienza e forza.
Nel frattempo chi le sta intorno ha un timore particolare, la tratta con rispetto ma non con compassione. Blanca non lo sopporterebbe. C’è chi le descrive il mare, la natura in generale o più nello specifico la scena di un crimine. La vita privata di ogni protagonista ruota intorno alla vicenda, intorno a Blanca e al quotidiano di ciascuno. Questo sembrerebbe allontanarli dal lavoro in commissariato. Sarà così?
Blanca affronta tutto custodendo le informazioni in un contenitore sigillato. Perché? Sta respingendo qualcuno o vuole proteggersi ad ogni costo? Blanca è una donna eccezionale che sa donare a modo suo e sa estraniarsi quando le serve. Ha solo una grande fatica da gestire, il limite dell’amore, il limite fra corpo e cuore …
La passione per il suo lavoro la contraddistingue, anche a costo di stare male, anche quando scoprire la verità provoca sofferenza. Blanca vive ogni attimo sentendoselo addosso e dentro, ed è capace di sospendere un’impressione o un giudizio se può ferirla nel profondo. Ha bisogno di dare ordine alle sue emozioni.
Di animali si parla in questo libro, e non solo a quattro zampe. Si parla di uomini e donne che seguono un loro percorso, più o meno in modo consapevole; che si lasciano usare o maltrattare; che desiderano emergere ma lo fanno utilizzando i mezzi peggiori. Si parla anche di sentimenti e ragione. Di tradimento e fedeltà. Di segreti e verità.
Dovete leggerlo, non posso dirvi di più. Solo che la vita di Blanca entrerà a far parte della vostra.
Assolutamente consigliato. Buona lettura.

Patrizia Rinaldi vive e lavora a Napoli. È laureata in Filosofia e si è specializzata in scrittura teatrale. Ha partecipato per diversi anni a progetti letterari presso l’Istituto penale minorile di Nisida. Nel 2016 ha vinto il Premio Andersen Mi­glior Scrittore. Tra le sue pubblicazioni ricordiamo La compagnia dei soli, illustrato da Marco Paci, (Sin­nos 2017), vincitore del Premio An­der­sen Miglior Fumetto 2017, Un grande spet­tacolo (Lapis 2017), Federico il pazzo, vincitore del premio Leggimi Forte 2015 e finalista al pre­mio Andersen 2015 (Sinnos 2014), Mare giallo (Sinnos 2012), Rock senti­men­tale (El 2011), Piano Forte (Sinnos 2009). Per le Edizioni E/O ha pubblicato Tre, nu­mero imperfetto (tradotto negli Stati Uni­ti e in Germania), Blanca, Rosso caldo, Ma già prima di giugno (Premio Alghero 2015) e La figlia maschio (2017).

Source: omaggio dell’autore al recensore.