Archivio dell'autore

:: Linglan e le due fonti meravigliose di Shanmei – disponibile su Amazon

4 gennaio 2020

«Linglan, Linglan dove è quella peste di bambina» urlò agitata la nutrice correndo come una furia per la casa immersa nel silenzio dell’alba.
Era il giorno in cui la cerimonia del chanzu avrebbe dovuto avere luogo.
Non trovare la bambina e spostare la cerimonia della fasciatura dei piedi sarebbe stato un presagio di sfortuna certa. L’aruspice era stata chiara: la cerimonia avrebbe dovuto avvenire il quinto giorno della prima luna di gennaio, tra l’ora del coniglio e l’ora del drago[1].
La donna che avrebbe praticato il bendaggio che avrebbe provocato la deformazione dei piedi di Linglan era arrivata dal villaggio di buon ora e aspettava paziente. Era abituata a vedere scene di questo genere, non tutte le bambine accettavo mansuete che gli venissero manipolati i piedi provocando poi una vita di sofferenze e di disagi fino alla morte.
Aveva tutto: le bende, gli unguenti, e il bastoncino di legno di rosa che la bimba avrebbe dovuto mordere per non tranciarsi la lingua quando avrebbe operato con mani abili e veloci.
Era molto richiesta soprattutto perché era efficiente, sapeva come operare, i punti da colpire e il suo buon cuore le faceva recidere prima il nervo che nella crescita provocava più dolore.
La pratica del chanzu doveva insegnare alle bambine cosa era la sofferenza, inasprire il loro carattere e renderle capaci di affrontare i grandi dolori che avrebbero trovato sul cammino della vita.

[1] Dalle 7 alle 9 di mattino

📌 Disponibile in esclusiva su Amazon

linglan

:: Liberi di Scrivere Award decima edizione – Le votazioni

2 gennaio 2020

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Giunto alla decima edizione il Liberi di Scrivere Award permette ai lettori di questo blog di  votare il migliore libro edito nel 2019, anno appena trascorso.

C’ è tempo di votare fino alla mezzanotte di giovedì 16 gennaio.

Vale solo un voto per lettore.

Menzione speciale per la migliore traduzione al traduttore del libro straniero più votato.

Menzione speciale per l’editore con più libri candidati.

Dunque iniziate a votare lasciando un commento a questo post con il titolo prescelto!

La votazione è diretta, a insindacabile giudizio dei lettori di questo blog, potete votare il vostro libro preferito tra tutti quelli editi in Italia nel 2019 qui sotto citando il titolo nei commenti.

Prego i lettori di lasciare un solo commento con il voto, serve a me e al “notaio” Michele Di Marco come verifica per il conteggio dei risultati finali. Grazie a tutti.

Lasciate i commenti sul blog solo per le votazioni. (Sempre per facilitarci i conteggi).

Per problemi tecnici o altre necessità scriveteci sulla pagina del blog su FB o al nostro indirizzo mail che trovate nei contatti. Voti ripetuti con uno stesso account saranno cancellati. Grazie.

I commenti sono in moderazione, se non li vedete subito pubblicati non allarmatevi, li sblocco appena posso, ma la cosa importante è che nessun voto andrà perduto.

Traduttori:

Lucia Fochi
Scilla Forti

Editori:

Editrice Nord
Solferino
Keller editore
Scrittura & Scritture
Triskell edizioni
Merangoli Edizioni
Mondadori
GoWare

I libri:

I leoni di Sicilia di Stefania Auci (Editrice Nord) VOTI 2

La ragazza della palude di Delia Owens (Solferino) – Trad. Lucia Fochi VOTI 1

Quel che si vede da qui di Mariana Leky (Keller editore) – Trad. Scilla Forti VOTI 2

La verità dell’acqua di Francesca Battistella (Scrittura & Scritture) VOTI 63

Il cammino del sapiente di Federica Soprani (Triskell edizioni) VOTI 3

Blu Cobalto di Laura Costantini e Loredana Falcone (Merangoli Edizioni) VOTI 125

Il priorato dell’albero delle arance di Samantha Shannon (Mondadori) VOTI 1

Rosa di Mezzanotte di Amneris Di Cesare (GoWare) VOTI 13

:: Pompelmo Caramello Tè verde e Il potere del Nunchi. L’arte coreana di convincere gli altri in modo efficace e amichevole di Euny Hong

28 dicembre 2019

Prima che l’anno finisca, augurandovi buon 2020, vi parlo di un tè della collezione dei tè verdi di PETER’S TeaHouse che ho amato molto, temo per ora fuori produzione, ma spero torni presto nel catalogo, si chiama Pompelmo Caramello Tè Verde, un tè decisamente fruttato ed estivo, con un intenso retrigusto agrumato, e la nota dolce del Caramello, ottimo per la prima colazione. Buono senza zucchero, (io lo preferisco) ma anche molto zuccherato con funzione energetica. E’ un tè chiaro, sulle sfumature del giallo, e come tutti i tè verdi è drenante, antiossidante, depurativo e un toccasana quasi miracoloso contro la cellulite.

La preparazione è semplice:

  • 1 cucchiaino di tè
  • 80 ° la temperatura dell’acqua (è un tè più delicato quindi fate attenzione a non bruciarlo con l’acqua in piena bollitura, aspettate un minuto, se non avete il termometro per l’acqua)
  • 2 o 3 minuti di infusione

Consiglio goloso:

Pompelmo Caramello Tè Verde lo consiglio con dei dolci, piccole trecce al miele, uvetta passa e caramello.

E ora veniamo al mio consiglio di lettura:

Pompelmo Caramello Tè Verde è perfetto leggendo Il potere del Nunchi. L’arte coreana di convincere gli altri in modo efficace e amichevole di Euny Hong, una mia scoperta recente, un agile saggio sul potere quasi sovrannaturale che possiamo attivare tutti per rendere i rapporti interpersonali piacevoli e felici. La saggezza coreana messa al servizio del buon senso e dell’amore per gli altri.

E un ultimo consiglio, non abbiate fretta, sorseggiate il tè lentamente in compagnia di felici pensieri.

Source tè: campione omaggio gentilmente inviato da PETER’S TeaHouse, ringraziamo Mattia dell’ ufficio marketing.

Source libro: inviato dall’editore. Ringraziamo Federica dell’Ufficio stampa Newton Compton.

:: I Cinque Artigli del Drago d’Oro di Shanmei disponibile su Amazon

28 dicembre 2019

Durò tutto il tempo di un’estate. L’estate del 1898. In realtà non ci credemmo abbastanza, forse. Non tutti almeno. Ma io ci provai, con tutte le mie forze. Quell’estate abbiamo visto l’alba di una nuova Cina, noi abbiamo creduto possibile vedere nascere una nuova Cina senza alcun spargimento di sangue, senza morti, senza vittime innocenti.
La strada delle riforme era chiara e lucente, iniziava davanti a noi e per un po’ la percorremmo. Ma le forze che si opposero a noi furono troppo forti, e tutto si spense, ogni luce si spense. Ma noi ci provammo, ci provammo davvero.

Si vestì lentamente, con molta cura, con semplici abiti neri da lavoro. Emanavano ancora un leggero odore di terra, come se fossero stati usati da poco e riposti in una cassa.
Zaitian si chiese a chi fossero appartenuti. Ma fu un pensiero fugace, privo di reale consistenza. Si mise un copricapo da viaggio e a un cenno il servitore gli fece strada verso un passaggio segreto che dal suo palazzo portava in aperta campagna tramite una serie di cunicoli sotterranei.
Congedò il servitore e proseguì da solo fino all’imbocco dell’uscita.
Doveva vedere con i suoi occhi, non gli bastavano più i resoconti dei suoi informatori, delle mille spie che ormai erano i suoi occhi fuori dalla Città Proibita.
Uscì all’aria aperta e si guardò intorno.
Era inverno, una leggera brina gelava i campi che si perdevano a vista d’occhio. Qualche casupola di fango occhieggiava all’orizzonte. E una leggera pioggia gelida cadeva rada dal cielo scuro.
Doveva vedere con i suoi occhi.
Camminò per un po’ verso nord, sopportando il freddo, mai in vita sua aveva avuto freddo, né fame, né sete, ma ora era un uomo comune, senza privilegi, senza nome. Doveva rendersi conto se la situazione era davvero così grave, se il suo popolo stava davvero morendo.
Raggiunse un sentiero di terra battuta, e proseguì a testa bassa, poi un carro gli diede un passaggio per qualche li. Nessuno l’aveva riconosciuto, nessuno conosceva il volto dell’Imperatore.
A un incrocio saltò giù dal carro, ringraziò e proseguì a piedi.
Stava calando la notte, e ormai non aveva scelta, doveva cercare un riparo.
Scelse una capanna di contadini piuttosto malandata, con un’aia davanti, e bussò alla porta.
Gli aprì una vecchia che lo guardò diffidente. Era vestita di stracci e sembrava non troppo disposta a offrirgli ospitalità.

📌 Disponibile in esclusiva su Amazon

cinque artigli

La Riforma dei Cento Giorni fu un movimento atto a modernizzare l’apparato politico, sociale, culturale, militare ed educativo della Cina Imperiale tardo Qing, sul modello della modernizzazione avvenuta in Giappone, che iniziò l’11 giugno 1898, ad opera dell’imperatore Guangxu e dei riformisti guidati da Kang Youwei, e finì il 21 settembre dello stesso anno in seguito a un colpo di Stato condotto dall’imperatrice madre Cixi e dai conservatori.

Questa è la storia dell’Imperatore Guangxu.

:: Regali Solidali 2019

19 dicembre 2019

Caritas

Con i Regali Solidali di Natale di Caritas Ambrosiana fare del bene è semplice!
Per Natale moltiplica il bene scegliendo di donare a nome di una persona cara solidarietà a chi vive in una situazione di bisogno.
Quest’anno potrai sostenere i progetti in diocesi (Refettorio Caritas, Rifugio Caritas, Empori della Solidarietà) o l’acquisto di animali per la Cafasso House, una comunità di reinserimento per giovani detenuti in Kenya che dà una concreta speranza di un futuro migliore a ragazzi minorenni che a causa della povertà hanno fatto delle scelte sbagliate.

Per chi non ha carte di credito Conto Corrente Postale di Caritas Ambrosiana:

C.C.P. n. 000013576228 intestato Caritas Ambrosiana Onlus – Via S.Bernardino 4 – 20122 Milano.

Regali Solidali 2019

:: Il mio nome è Jack Reacher di Lee Child (Longanesi 2019) a cura di Giulietta Iannone

18 dicembre 2019

Jack ReacherPer chi non conoscesse ancora Jack Reacher, personaggio nato dalla penna inarrestabile di Lee Child, una raccolta di racconti brevi forse è il modo migliore, a mio parere, per fare la sua conoscenza. Il mio nome è Jack Reacher (No Middle Name, 2017) ne contiene ben otto, tutti inediti in italiano (tranne Identità sconosciuta), tutti accomunati da quello spirito on the road che caratterizza la serie tanto amata dai lettori. Ma chi è Jack Reacher? Bella domanda, forse neppure l’autore ha ancora capito il suo segreto, come mai dal 1997 raccoglie così tanti lettori intenti a seguire le sue gesta. Ex militare, senza fissa dimora, in viaggio da un angolo all’altro dell’America, paladino dei deboli e degli indifesi, con un’allergia congenita verso criminali e tagliagole, Jack Reacher è un eroe anomalo in un mondo che ha davvero bisogno di eroi, di modelli a cui ispirarsi, di persone che antepongano un ideale (di giustizia, lealtà, rettitudine) ai loro meri interessi personali. E Jack Reacher è tutto questo, lo vediamo bene in questi otto racconti, che comprendono Troppo tempo, il già citato Identità sconosciuta, Tutti parlano, Non è un’esercitazione, Magari hanno una tradizione, Un tizio entra in un bar, Nessuna stanza libera al motel, e Il dipinto del diner malinconico. Due dei quali sono molto natalizi, se li leggerete capirete il perchè, soprattutto Nessuna stanza libera al motel, ma non dico di più. Un’altra osservazione che ci tengo a fare riguarda il titolo originale, che suona come ‘Nessun secondo nome’, se ci fate il caso tutti i grandi assassini americani da Lee Harvey Oswald a Theodore Robert Bundy hanno tutti un secondo nome. Insomma Jack è Jack solo Jack. Una garanzia, un uomo di cui fidarsi e su cui fare affidamento. Buona lettura!

Lee Child è nato a Coventry, in Inghilterra, nel 1954. Dopo aver lavorato per vent’anni come autore di programmi televisivi, nel 1997 ha deciso di dedicarsi alla narrativa: il suo primo libro, Zona pericolosa, è stato accolto con un notevole successo di pubblico e critica, e lo stesso è accaduto per gli altri romanzi d’azione incentrati sulla figura di Jack Reacher, personaggio definito dall’autore «un vero duro, un ex militare addestrato a pensare e ad agire con assoluta rapidità e determinazione, ma anche dotato di un profondo senso dell’onore e della giustizia». Nel 2019 è stato proclamato Autore dell’anno dal British Book Awards. Lee Child vive negli Stati Uniti dal 1998.

Source: libro inviato al recensore dall’editore, ringraziamo l’ufficio stampa Longanesi.

:: Mai portare un orso in classe (il primo giorno) di Mark Sperring e Britta Teckentrup (Gallucci editore 2019) a cura di Giulietta Iannone

12 dicembre 2019

Mai portare un orso in classeOggi vi parlo di un simpatico e colorato albo illustrato dedicato ai più piccoli (dai 3 anni in su) che magari iniziano la scuola dell’infanzia con un po’ di timore. Lasciare la propria casa, separarsi dalla mamma, anche per poche ore, può sembrare difficile, ma tutto diventa allegro e divertente quando c’è un amico Orso ad aspettarci all’uscita.

Perchè la scuola è una magnifica opportunità, si fanno nuovi amici, si imparano tante cose nuove, e non si ha il tempo di annoiarsi.

Questo libro infatti insegna ai bambini il potere della fantasia e della creatività, e a vivere il primo giorno di scuola come un’ avventura, un piccolo passo nel diventare grandi e scoprire il mondo. Tutti i piccoli amano gli orsi, chi non ha avuto da piccolo un orso di peluche da abbracciare prima di dormire, insomma è una figura familiare che li aiuterà nella fase di distacco dai genitori nell’ingresso nel mondo.

Traduzione dall’inglese di Paola Mazzarelli.

Mark Sperring si è innamorato dei libri da giovanissimo e, dopo aver cominciato a lavorare in una libreria, ha deciso di fare anche lo scrittore.

Britta Teckentrup è un’artista e illustratrice tedesca, ha vissuto e lavorato diversi anni in Inghilterra. Le sue opere sono state esposte alla London Gallery e in diverse fiere d’arte internazionali. È autrice di più di 60 libri per bambini, tra cui numerosi best-seller, pubblicati in oltre venti paesi in tutto il mondo. Vive con la sua famiglia a Berlino.

Source: libro inviato dall’editore al recensore. Ringraziamo l’ufficio stampa Gallucci.

:: Non dare la corda ai giocattoli di Nicola Vacca (Marco Saya Editore 2019) a cura di Salvatore Marrazzo

11 dicembre 2019

Nicola Vacca (Marco Saya Edizioni 2019)L’ennesimo ultimo libro di Nicola Vacca. Dopo lo splendido Tutti i nomi di un padre, esce per Marco Saya Edizioni Non dare la corda ai giocattoli. Subito viene da chiedersi: a quando una pausa? Oppure, che cos’è questa ragione poetica così impellente? Questa ragione di esistere nelle parole e per le parole? Domande queste che la logica poetica lascia irrisolte come un dolore vile e pur sempre affrontato in uno smarrimento apocalittico sebbene non sempre misurato. La parola è un agguato continuo di miserie e di cadute. Giocattolo del tempo e dell’abisso.

Nicola vacca non trasgredisce il linguaggio. Il suo è un linguaggio dalla banalità a volte esasperante, emotivo e, pur tuttavia, un linguaggio eversivo che fa dello spergiuro e dell’impostura il suo essenziale obiettivo, il nemico dichiarato. Un linguaggio che si accosta e si confronta con l’umiltà del pericolo e della solitudine. Io stesso ci sono arrivato dopo essermi perso. Il linguaggio come topos. Meglio non luogo.

Del luogo dove solo essa, la poesia, può esistere nella sua essenza di difformità e oltraggio. La poesia. Un linguaggio inzuppato. Le scarpe pesanti come il suo cammino. Qui, il poeta supera se stesso in una sorta di evoluto Sisifo. La terra vuole il suo giardiniere. La sua realtà. Ma questa sprofonda e le altalene felici dei bambini diventano oggetti smarriti. Valigie vuote. Sale d’attese. Gabbie dorate d’illusioni. Come se il gioco fosse finito male. Come se il deambulare ossessivo fosse il centro dell’amarezza e della lontananza. Dell’abbandono della vita vera.

Sempre affannosamente cercata dal poeta. Ancora un gioco. La vita. La vita insieme alla poesia. Imprescindibile dalla poesia. Su queste sedie si accomoda l’assenza. Il poeta sparisce. Forse è lui stesso a non esistere. Poesia come spazio dell’esserci e del non esistere. E forse per questo un luogo. Luogo è ciò e dove sembra esserci una possibilità. Dove l’ultimo passante apre l’ombrello o dove i treni non passeranno. Solo le puttane come angeli caduti svendono il loro corpo.

Alla fine, però, si esce. Si ha bisogno di un’impalcatura. È in questo improvviso non rendersi conto che appare la parola. La pioggia che ci impicca ai vetri. E infine il diluvio. Di nuovo una chiusa. E poi di nuovo un avvio. Un guardare cruento in faccia alla realtà prima che essa divori tutto ciò che di umano è restato all’uomo. Prima che i cani divorino i nostri resti. Un linguaggio asciutto. Patibolare. Un linguaggio che perde il suo bianco affinché emerga la ferita. Perché l’inferno sorge dalla calligrafia.

Non dare la corda ai giocattoli è un modo del linguaggio di essere esortativo. Un linguaggio che non nasconde la sua natura utopica. Essenziale? Rifare il mondo è compito di ogni poeta. Ogni poeta si disseta di oscurità fino all’ultimo sorso. Ogni poeta è una voce unica. Un pensiero che ne apre altri. Il poeta è l’ultima possibilità. Nessun elogio per niente. Sul luogo del deserto l’unico cenno di vita è la distruzione. Qui il richiamo a Jabès è d’obbligo.

Il deserto è ancora un luogo di accenno. Un vuoto alveolo del niente. La nostra stessa aridità di non conoscere l’altro. La nascita è offesa al silenzio; la morte, solenne sottomissione, diceva Jabès. La poesia allora è quest’uscita dal silenzio. Questo vegliare sui vivi nati morti. Le crepe non sono gli abissi. Oltre la parola, c’è la sosta. Il riposo. Dio sembra aver perso l’equilibrio. La parola resta l’unico corrimano. Ciò che abitiamo sopra troppe macerie.

Non abbiate paura dei poeti, saranno i primi a scomparire quando essi tradiranno la parola,

ci dice Vacca. Monito e auspicio. Lui stesso sa. Ogni libro è opera di parole. Scialuppe capovolte. E giocattoli rotti.

Nicola Vacca è nato a Gioia del Colle, nel 1963, laureato in giurisprudenza. È scrittore, opinionista, critico letterario, collabora alle pagine culturali di quotidiani e riviste. È redattore della rivista Satisfiction Svolge, inoltre, un’intensa attività di operatore culturale, organizzando presentazioni ed eventi legati al mondo della poesia contemporanea. Ha pubblicato: Nel bene e nel male (Schena,1994), Frutto della passione (Manni 2000), La grazia di un pensiero (prefazione di Paolo Ruffilli, Pellicani, 2002), Serena musica segreta (Manni, 2003), Civiltà delle anime (Book editore, 2004), Incursioni nell’apparenza (prefazione di Sergio Zavoli Manni 2006), Ti ho dato tutte le stagioni (prefazione di Antonio Debenedetti, Manni 2007) Frecce e pugnali (prefazione di Giordano Bruno Guerri, Edizioni Il Foglio 2008) Esperienza degli affanni (Edizioni il Foglio 2009), con Carlo Gambescia il pamphlet A destra per caso (Edizioni Il Foglio 2010), Serena felicità nell’istante (prefazione di Paolo Ruffilli, Edizioni Il Foglio 2010), Almeno un grammo di salvezza (Edizioni Il Foglio, 2011), Mattanza dell’incanto ( prefazione di Gian Ruggero Manzoni Marco Saya edizioni 2013), Sguardi dal Novecento (Galaad edizioni 2014) Luce nera (Marco Saya edizioni 2015, Premio Camaiore 2016), Vite colme di versi (Galaad edizioni 2016), Commedia Ubriaca (Marco Saya 2017).

Source: libro del recensore.

:: Le virtù del nazionalismo di Yoram Hazony (Guerini e Associati 2019)

8 dicembre 2019

Le virtù del nazionalismo«Un libro destinato a diventare un classico
National Review
«Dovremo fare una scelta: o un mondo di stati indipendenti, o un rinnovamento dell’ideale dell’impero universale – il che significa, inevitabilmente, l’impero americano. Le virtù del nazionalismo mette a confronto le opzioni che abbiamo di fronte e suggerisce che, se vogliamo la libertà, dovremmo lottare per preservare un mondo di nazioni indipendenti.»

E se il nazionalismo non fosse la piaga che in molti oggi credono, ma piuttosto la migliore speranza per l’umanità? Un libro eterodosso che, sin dal titolo, sa di ispirare sospetto e finanche avversione. Le virtù del nazionalismo, tra i libri più discussi dell’anno negli Stati Uniti, è una riflessione scomoda, meditata e attualissima sulle radici storiche e religiose del nazionalismo. La tesi di Yoram Hazony, insieme audace e controcorrente, è che lo stato-nazione sia la migliore forma di governo che l’uomo abbia sinora mai inventato. E, forse, l’unica opzione davvero percorribile se vogliamo difendere la nostra libertà.
Con un ragionamento pacato ma stringente, l’autore israeliano rovescia la prospettiva e smonta i maggiori tòpoi legati al concetto di nazionalismo così come oggi viene inteso. E così il nazionalismo, lungi dall’essere una deformazione dell’idea di nazione, finisce col coincidere con il concetto stesso di autodeterminazione dei popoli. Perché la nazione è una comunità politica che si riconosce in una certa cultura e in una certa lingua, in un sistema di valori condiviso; i suoi confini costituiscono lo spazio in cui si esercita la libertà di un popolo e in cui anche le minoranze possono e devono essere tutelate.

Nazionalismo contro imperialismo

La lotta tra nazionalismo e imperialismo è il vero punto fondante della tesi di Hazony, che rilegge la storia dei conflitti mondiali alla luce di questo antichissimo dualismo. L’imperialismo è qualsivoglia forma di governo che voglia unire l’umanità sotto l’egida di un unico regime politico, mettendo a repentaglio la libertà dei singoli stati. Imperialista, per Hazony, è stata la Germania nazista. Imperialista fu la politica degli Stati Uniti d’America, dal 1989 in poi, che sino a tempi recenti hanno cercato di imporre una pax americana, ricalcando il modello imperiale della pax romana. E imperialista sarebbe anche l’Unione Europea, rispetto alle singole nazioni membro.
Dalla Bibbia a Locke e alla dottrina liberale, dal pensiero ebraico al protestantesimo, dal Sacro Romano Impero alla nostra travagliata attualità: il libro di Hazony è una rilettura puntuale e controversa dello stallo contemporaneo a cui è giunto il sistema economico-politico occidentale che, comunque la si pensi, non può essere elusa.

YORAM HAZONY è uno dei più vivaci pensatori israeliani contemporanei: filosofo, teorico politico e biblista. Presidente del The Herzl Institute di Gerusalemme, una delle più interessanti nuove istituzioni accademiche israeliane, fondò alcuni anni fa, nel 1994, il prestigioso Shalem Center, un avanzato centro di ricerca e di promozione degli studi umanistici, cercando di integrare tradizione e modernità. Ebreo osservante e sionista, formatosi presso le più insigni università israeliane e statunitensi, è noto in Israele, negli Stati Uniti e nel Commonwealth per i suoi originali contributi agli studi biblici e politici.

:: Antologia premio Gramsci 15ª edizione

8 dicembre 2019

Antologia GramsciGli scritti contenuti in questa XV antologia del premio Gramsci di Ales hanno il fine di fornire contributi alla conoscenza del pensiero del nostro grande conterraneo, che non rinnegò mai la sua sardità ma travalicò i confini di ogni regionalismo e nazionalismo per diventare un profondo indagatore su tante “quistioni” di portata universale. La raccolta dei saggi premiati è in perfetta sintonia con lo spirito dei pensieri gramsciani e ne confermano l’attualità. Dalle acute analisi di Piermarco Piu sulle politiche della subalternità, intesa nel modo più pregnante, alla Rivoluzione e controrivoluzione nel mondo intellettuale di Emiliano Alessandroni, all’analisi meridionalista di Michele Marseglia, al pluralismo tra egemonia e democrazia di Mattia Dessì. La qualità dei contributi al premio Gramsci ci invita a continuare su questa strada.

:: Come una barca sul cemento di Roberto Saporito (Arkadia Editore 2019) a cura di Giulietta Iannone

4 dicembre 2019

copertina-saporitoSe Coleman Silk de La macchia umana di Philip Roth veniva allontanato dal suo prestigioso incarico universitario per un’accusa di razzismo, il protagonista de Come una barca sul cemento, nuovo romanzo di Roberto Saporito, il più postmodernista degli autori italiani di questo primo quarto del XXI secolo, vive un’esperienza simile anche se con risvolti del tutto singolari. Forse più simile al Humbert Humbert nabokoviano, il nostro professore di letteratura americana del Novecento è un predatore sessuale che quando viene allontanato dal suo personale parco giochi, inizia a cercare tramite (il temibile e spietato) social network più in voga di questi tempi, le donne del suo passato sfuggite alle sue mire di conquista. Un po’ per passare il tempo, un po’ per sopravvivere alla sua nuova (infelice) vita di guardiano di barche, porta avanti con meticolosa cura la ricerca di queste donne con cui il tempo non è stato sempre benevolo: prima c’è Flavia, vittima di violenze da parte del marito (e qui la storia prende un risvolto noir), poi c’è Linda, scrittrice rampante sempre in giro per l’Italia a fare presentazioni, che gli darà una (inaspettata) seconda occasione. Non voglio dire di più della trama, il romanzo è breve, si legge molto velocemente, i capitoli sono brevi e sincopati, tra autori e libri (da non perdere), riflessioni sul mondo letterario (non solo) italiano, e piccole epifanie su questo nostro mondo ipertecnologico ma ancora ostaggio di un male esistenziale antico che condanna quasi tutti all’infelicità. E l’infelicità sembra essere il convitato di pietra di questa storia in bilico tra l’assurdo e il probabile, tra le occasioni perdute e le ossessioni che sembrano cadenzare un destino tracciato al quale non si può sfuggire. Le storie che ci narra Saporito hanno questa cifra distintiva, sono ritratti amari e straniti di un’umanità inserita in un presente che gli sta stretto. Saporito è un autore elegante e raffinato, colto, dalle molte (buone) letture che trapelano con grazia dalla sua scrittura, conoscitore e appassionato di musica, oltre dell’arte in sé, declinata nelle sue mille facce. Dotato di grande sensibilità, quasi dolorosa, utilizza un registro stilistico rarefatto e minimale, che scolora in una certa universalità che lo rende un cittadino del mondo più che un autore italiano tout court. Molto apprezzata da chi scrive la citazione in esergo di Diario di lavorazione di Sam Shepard, accanto a Don De Lillo, Jay McIrney, Bret Easton Ellis, Jonathan Franzen e il nostro Pier Vittorio Tondelli. Colonna sonora (da ascoltare mentre si legge il romanzo) The Queen Is Dead THE SMITHS.

Roberto Saporito, nato ad Alba nel1962, ha diretto una galleria d’arte contemporanea. Autore prolifico è autore di racconti e romanzi: Harley Davidson (Stampa Alternativa, 1996), che ha venduto quasi trentamila copie, dei romanzi Il rumore della terra che gira (Perdisa Pop, 2010), Il caso editoriale dell’anno (Edizioni Anordest, 2013), Come un film francese (Del Vecchio Editore, 2015), Respira (Miraggi Edizioni) e Jazz, Rock, Venezia (Castelvecchi Editore, 2018). Suoi racconti sono stati pubblicati su antologie e su innumerevoli riviste letterarie. Ha collaborato con “Satisfiction” e, attualmente, scrive per il blog letterario “Zona di Disagio”.

Source: libro inviato al recensore dall’editore. Ringraziamo Tania dell’Ufficio stampa Arkadia Editore.

:: Sul racconto di Roland Barthes – Una conversazione inedita con Paolo Fabbri. Postfazione di Gianfranco Marrone (Marietti 1820 2019) a cura di Nicola Vacca

4 dicembre 2019

MA_Barthes_Sul racconto_mini4.inddRoland Barthes è stato uno dei più influenti intellettuali francesi della seconda metà del Novecento. Saggista, critico letterario, ma soprattutto linguista. Esempio di studioso onnicomprensivo, Barthes viene ancora oggi considerato fra i maggiori esponenti dello strutturalismo.
L’autore dei Miti d’oggi da intellettuale contro – tempo ha attraversato la vita politico – culturale europea degli anni ‘70 – 80 facendo della ricerca linguistica uno strumento di abiura del potere, di quell’Onnipotere ideologico – religioso – economico e, in ultima analisi, linguistico, che impedisce il reale godimento della vita.
La sua influenza sul discorso culturale oggi è ancora necessaria ed è davvero sorprendente che ci sia in giro materiale inedito che lo riguarda.
Marietti 1820 in questi giorni ha pubblicato Sul racconto, un piccolo e prezioso volume che contiene una conversazione inedita con Paolo Fabbri, registrata a Firenze nel dicembre 1965 in cui Roland Barthes affronta il tema dell’analisi strutturale dei racconti a partire dalle intuizioni di Vladimir Propp, passando per l’Odissea, Sherlock Holmes, Don Chisciotte e Madame Bovary.

«Se desiderate potrei dire qualche parola su questa ricerca che concerne l’analisi strutturale dei racconti: è una ricerca che si sviluppa attualmente in Francia, in modo ancora assai modesto, ma siamo già i due o tre ricercatori lavorare su questa pista».

Partendo da Propp e Lévi Strauss, Barthes comincia a lavorare sulla questione dell’analisi strutturale dei racconti.
Per il semiologo il racconto costituisce una materia umana, una classe di produzione dell’umanità o, propriamente parlando, a prima vista assolutamente incontrollabile.
Barthes sostiene che ci sono milioni e milioni di racconti che sono stati elaborati dagli uomini e per un tempo indefinito di cui non conosciamo l’origine, in tutte le società umane possibili e immaginabili ci sono sempre stati, e ci saranno sempre, dei racconti.
A tutti i livelli della cultura esistono ancora dei racconti e essi prima di tutto rappresentano una questione umana che riguarda tutti e la Storia.

«Il racconto – continua Barthes nella sua conversazione – è come una struttura che si può dilatare, è un fenomeno questo d’osservazione corrente, cioè sappiamo bene che il racconto può essere stipato di notazioni quasi infinite e ciononostante restare intelligibile».

Sul racconto è l’ennesima prova della straordinaria intelligenza di Roland Barthes che anche in queste pagine si mostra con geniale decrittatorie dei nostri tempi.
Da una conversazione avvenuta nel 1965 arrivano leparole del grande intellettuale francese e fanno ancora rumore le sue osservazioni radicali sull’analisi del racconto che accompagnano le note e dirompenti tesi sulla letteratura e la critica letteraria che ancora oggi fanno discutere.

Roland Barthes (1915-1980), saggista e semiologo, tra i maggiori esponenti dello strutturalismo francese del ‘900, ha insegnato all’École Pratique des Hautes Études e al Collège de France. Tra le sue opere: Il grado zero della scrittura, Frammenti di un discorso amoroso e La camera chiara, pubblicati in Italia da Einaudi.

Paolo Fabbri, semiologo, ha collaborato per molti anni con Algirdas J. Greimas a Parigi e con Umberto Eco a Bologna. Ha insegnato nelle Università di Firenze, Urbino, Palermo, Bologna e in molti atenei europei e americani. È stato direttore dell’Istituto Italiano di Cultura di Parigi.

Gianfranco Marrone, professore di Semiotica all’Università di Palermo, ha tradotto in italiano numerose opere di Barthes.

Source: Libro arrivato al recensore dall’ Ufficio stampa.