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:: Pietro e Paolo di Marcello Fois (Einaudi, 2019) a cura di Eva Dei

27 settembre 2019

Pietro e PaoloPietro Carta e Paolo Mannoni sono amici fin dall’infanzia. Nati entrambi a Nuoro nel 1899, li unisce un rapporto fraterno, a tratti simbiontico. A separarli però ci ha pensato la vita: il primo figlio di poveri braccianti, l’altro ultimo figlio di una delle famiglie più ricche della città. I due crescono insieme: Paolo tra le agiatezze che gli permette la sua classe sociale, Pietro con gli scarti che rimangono. Ma nonostante tutto i due restano inseparabili: Paolo racconta a Pietro quello che impara a scuola, Pietro dal canto suo lo istruisce sulle cose pratiche della vita. Sapere teorico ed empirico, ricchezza e povertà, “verbi servili e ausiliari” sembrano trovare il loro equilibrio, finché la storia non entra in scena con prepotenza. L’aria nefasta della Prima Guerra Mondiale ha già investito la Sardegna, molti uomini sono stati reclutati, ma dopo la disfatta di Caporetto è arrivato il momento di richiamare i più giovani. Tra questi c’è anche Paolo. A nulla valgono i tentativi di Don Pasqualino, suo padre, di ricorrere ad amicizie e promesse per salvare il figlio dall’arruolamento. Resta solo una cosa da fare, convincere Pietro, l’amico fedele, il ragazzo povero ma di buon cuore, ad arruolarsi come volontario per proteggere Paolo. Don Pasqualino non esita nemmeno un momento a legare a doppio filo la vita di Pietro a quella del figlio: deve diventare la sua ombra, seguirlo e difenderlo dai pericoli. Lo deve fare per riconoscenza, per assicurarsi il benessere della propria famiglia e soprattutto lo deve fare se crede nell’amicizia.
Una volta finita la guerra Pietro e Paolo faranno ritorno a casa, ma niente sarà più come prima.
Dopo il folgorante Del dirsi addio (Einaudi, 2017), Marcello Fois torna in libreria con Pietro e Paolo.
Un romanzo più breve, diciasette capitoli che si sviluppano come una sorta di conto alla rovescia. Il lettore si incammina con Pietro al capitolo sedici, in una passeggiata che lo condurrà indietro nel tempo, nella storia, fino a raggiungere il capitolo zero, la meta finale, che altro non è che l’incontro con Paolo. Una storia più breve, più snella, che probabilmente nella penna di un altro autore non avrebbe reso altrettanto bene.

Il dio dei racconti, quello che sa ogni cosa prima che diventi voce o avvenga sul foglio, avrebbe potuto dichiarare il perché e il percome. Avrebbe potuto cioè rendere inutile qualunque resoconto e di conseguenza, se stesso. Da tempi immemorabili gli dèi omettono i particolari salienti per difendere il proprio significato. Spargendo solo briciole di senso. Sicché agli umani, auditori, lettori, non resta che raccoglierle come quei passeri.

La maestria di Fois, però, viene fuori fin da subito in questo moderno “Il principe e il povero”. L’autore costruisce un microcosmo narrativo; nonostante alcune incursioni di personaggi secondari ma pregnanti, il fulcro dell’intera vicenda, ruota intorno ai due giovani amici. Allo stesso modo un legame intimo e profondo al centro di tutto: l’amicizia. Ma anche Nuoro, il cuore della Sardegna, sembra un luogo rarefatto, dove il paesaggio la fa da padrone, grazie anche alle precise descrizioni naturalistiche dell’autore. A schiacciare questo microcosmo e il suo fragile equilibrio ci pensa qualcosa di esterno, di lontano come la prima grande guerra moderna.
Infine il titolo non può non rievocare l’immagine dei due santi omonimi. Nascosto a un primo sguardo un filo sottile che unisce religione e laicità si muove nel testo di Fois. Si parla di apparizioni note, come quelle di Fatima, che però vengono completamente dissacrate. Fa da contraltare a questa scelta il voto segreto che i due amici fanno a S. Lucia prima della loro partenza per la guerra; un voto che racchiude allo stesso tempo sia il futuro dei due amici, ma che è anche una sorta di simbolo, una promessa, insita nei loro stessi nomi: Paolo, il santo accecato dall’apparizione di Gesù e Pietro, colui che come invisibile, riesce miracolosamente a sfuggire al carcere.

Marcello Fois (Nuoro 1960) vive e lavora a Bologna. Tra i tanti suoi libri ricordiamo Picta (premio Calvino 1992), Ferro Recente, Meglio morti, Dura madre, Piccole storie nere, Sheol, Memoria del vuoto (premio Super Grinzane Cavour, Volponi e Alassio 2007), Stirpe (premio Città di Vigevano e premio Frontino Montefeltro 2010), Nel tempo di mezzo (finalista al premio Campiello e al premio Strega 2012), L’importanza dei luoghi comuni (2013), Luce perfetta (premio Asti d’Appello 2016), Manuale di lettura creativa (2016), Quasi Grazia (2016), Del dirsi addio (2017 e 2018), il libro in versi L’infinito non finire (2018) e Pietro e Paolo (2019).

Source: libro del recensore.

:: Danilov il Violista di Vladimir Orlov (Carbonio Editore 2019) a cura di Davide Mana

27 settembre 2019

DanilovIl Maestro e Margherita, di Michail Bulgakov, è uno dei testi fondamentali della letteratura moderna. La miscela di immaginazione fantastica, satira politica, umorismo e tragedia, riferimenti storici e letterari, lo rende un’opera al di fuori delle gabbie più o meno anguste di generi, filoni, scuole, categorie assortite.
È un romanzo russo, ed è profondamente russo, ma è anche, innegabilmente, universale.
È un romanzo filosofico, ma è anche un’avventura fantastica.
È una satira tagliente di un certo luogo e di un certo tempo, ma è anche un romanzo carico di speranza, e capace di sollevare lo spirito del lettore in un momento di tenebra.
E dentro ci sono il diavolo e un gatto con la pistola, che rendono qualunque valutazione critica assolutamente pleonastica. È un romanzo che prima o poi è indispensabile leggere.
E se da una parte, per tutti i motivi fin qui elencati, l’idea di ispirarsi al romanzo di Bulgakov, per un romanziere russo – ma, davvero, per qualunque romanziere – sembrerebbe assolutamente ovvia, dall’altra presentarsi a un editore con un’opera che da Bulgakov prende le mosse e lo aggiorna, lo trasporta nella contemporaneità e lo remixa, per così dire, è anche un gesto di suprema follia.
E c’è della follia nel romanzo di Vladimir Orlov, pubblicato nel 1980 dopo numerosi rifiuti, e primo di una trilogia, che ora Carbonio Editore propone in edizione integrale (era uscito in Inglese trent’anni or sono, ma tagliato).
Ambientato in una Mosca di epoca sovietica dalla geografia nebulosa, un universo senza mappe popolato di personaggi surreali, il romanzo segue le vicissitudini di Danilov, diavolo part-time e violista in una orchestra, un individuo dall’animo tanto romantico quanto indeciso.
Colpa della sua natura intermedia – parte essere umano, parte demonio – ma soprattutto frutto della natura ambigua della società nella quale si trova a muoversi.
Il mondo degli uomini così come il mondo dei demoni è una burocrazia senza volto sotto le regole ferree della quale si agitano passioni e desideri che portano alla perversione ed alla negazione di quelle stesse regole. La società umana, come quella infernale, è dominata da piccole e grandi invidie, meschini giochi di potere e ripicche infantili, avidità e ingordigia, una fame – reale e metaforica – che trasforma tutti in predatori. C’è un’ossessione per il cibo, nel romanzo, che fa da doppio speculare per l’ossessione per lo status, la posizione, il titolo, che sembra aver contagiato tutti, chi più chi meno, in queste pagine, tranne forse Danilov, che per questo è quasi inconsapevolmente fuori dal sistema.
E tutti noi sappiamo che il sistema non tollera le anomalie.
Danilov, letteralmente un povero diavolo, ma dotato di talento, si trova perciò improvvisamente catapultato in un labirinto kafkiano. L’amore giunge a turbare la sua esistenza, mentre una denuncia da parte di un collega invidioso lo porta all’attenzione dei tribunali infernali.
E qualcuno ruba la sua viola.
Danilov diventa quindi una sorta di strano, improbabile “everyman” sovrannaturale, un pellegrino che vaga per luoghi che il lettore scopre attraverso i suoi occhi sorpresi, i suoi dialoghi sincopati, la sua crescente preoccupazione.
Danilov il Violista è una satira di un sistema, quello sovietico, fotografato nella sua fase di decadenza terminale ed al contempo di estrema distorsione e prepotenza, ma il lettore italiano del ventunesimo secolo potrebbe restare sorpreso nel riconoscersi nel protagonista, e nel vedere nel mondo del romanzo uno specchio fedele di una società che si presume diversa, e opposta, a quella dell’Unione Sovietica.
Burocrazia impazzita, piccoli funzionari indifferentemente crudeli o crudelmente indifferenti per il solo motivo che possono esserlo, regole contraddittorie, invidie ed avidità, colpi bassi e incomprensioni, la corsa ad accaparrarsi degli status symbol tanto vuoti quanto, per loro natura, “diabolici”…
Non si può replicare Il Maestro e Margherita, e sarebbe sciocco cercare un paragone diretto, una gara, una corsa, fra il romanzo di Orlov e quello di Bulgakov.
Al recensore non interessa se Danilov lavi più bianco.
Ciò in cui Vladimir Orlov riesce, e brillantemente, è catturare l’universalità del racconto di Bulgakov, e farla propria, così che un romanzo che è assolutamente del proprio tempo e del proprio luogo diventa senza apparente sforzo una metafora della società umana, qualunque società umana, al suo peggio più ipertrofico, ed al suo più mostruosamente ridicolo.
Danilov il Violista, così come Il Maestro e Margherita, suonerebbe dolorosamente familiare ad un lettore nel terzo secolo dopo Cristo, nella Spagna dell’Inquisizione o nella Parigi del Terrore, nell’Inghilterra Vittoriana o nell’America di Reagan, o di Clinton, o di Trump.
Avventura sovrannaturale, meditazione sul valore dell’arte e della creatività, storia triste ma divertente, storia buffa ma malinconica, Danilov il Violista ha qualcosa per tutti noi, se lo vorremo ascoltare.

Vladimir Orlov (1936-2014) è nato e vissuto a Mosca. Laureatosi alla Facoltà di Giornalismo, ha insegnato per vent’anni all’Istituto Letterario Maksim Gor’kij. Raggiunge la fama nel 1980 con la pubblicazione di Danilov, il violista, a cui seguono altri due romanzi che completano la trilogia “Le storie di Ostankino”, ispirata alla tradizione del realismo fantastico di cui la letteratura russa ci ha dato maestri noti in tutto il mondo: Gogol’, Bulgakov, Sologub. Carbonio Editore pubblica Vladimir Orlov per la prima volta in Italia.

Source: libro inviato dall’editore al recensore, ringraziamo Costanza dell’Ufficio stampa Carbonio Editore.

:: Una Violacciocca per Ingrid di Sergio Caroleo

25 settembre 2019

Ingrid ed il sindacoI
Lydia

Quando entravi dalla porta girevole del Grande Albergo Moderno, ti catturava la prestigiosa hall che culminava, sul fondo, con quella scenografica scalinata che maestosamente, ma mollemente si snodava verso i piani superiori come una stola di volpe bianca sulle candide spalle di una diva.
Isole di salottini con poltrone déco, permettevano ai viaggiatori di ritrovarsi a chiacchierare tra amici e parenti rintracciati in città o a frettolosi agenti di commercio di discutere con i loro locali clienti in appuntamenti d’affari.
Fatalmente, in uno o due di questi salottini, avresti trovato come ospiti fissi, quasi come in un club inglese, gli habitué del Moderno.
Anziani avvocati, qualche barone decaduto, sragionanti ragionieri, amici di lunga data del commendatore don Lissandro, proprietario dell’albergo.
A sinistra della porta principale, dietro un alto bancone che ancora di più faceva risaltare la sua non eccelsa statura, se guardavi bene, avresti potuto scorgere Lydia, la telefonista.
Sempre linda nel suo grembiule di lucido raso nero, contegnosamente truccata con un filo di rossetto, t’incantava quando rispondeva, con quell’ingombrante cuffia telefonica in testa, estraendo abilmente dal banco di lavoro lunghi cordoni elettrici che sapientemente sapeva far incrociare inserendoli con il loro spinotto nel quadro dell’intercomunicazione dai cento fori, posto di fronte a lei.
La signorina Lydia ogni settimana, assieme alla sorella maggiore, nubile come lei, la domenica pomeriggio, non mancava mai di unirsi alla folla che riempiva il “Masciari” o il “Politeama” per sognare un amore che solo la suggestione del cinema sa suscitare.
Hollywood, negli anni della guerra, non aveva mai smesso di sfornare pellicole come “Per chi suona la campana”, ” Notorius”, “Io ti salverò”, ma queste meraviglie erano state negate al pubblico italiano dall’autarchica censura.
Finalmente oggi, in questo 1949, in cui gli Americani sono diventati nostri amici, valanghe di film mai visti prima, possono far sognare le piccole Lydie che confondono le loro lacrime con quelle delle dive più famose come Ingrid Bergman nella scena d’addio di “Casablanca” da un malinconico Humphrey Bogart,”.

II
Il viaggio

Lydia, quella mattina di primavera del 1949, non poteva credere a se stessa quando ricevette quella prenotazione proveniente dal portiere di un famoso albergo siciliano che richiedeva, per quella notte, una stanza a nome del Signor Roberto Rossellini e la Signora Ingrid Bergman.
Lydia, come tutti in Italia, aveva letto, in una delle tante riviste illustrate lasciate dai distratti viaggiatori a stropicciarsi sui tavoli dei salottini del Moderno, dell’incredibile spudoratezza con cui quella statua vivente di Ingrid aveva rubato Roberto ad Anna.
«Caro Roberto, ho visto i suoi film Roma Città Aperta e Paisà. Se le dovesse servire un’attrice svedese che parla inglese molto bene, non ha dimenticato il tedesco, non è molto comprensibile in francese e in italiano sa dire soltanto: “Ti Amo”, sono pronta a venire in Italia a girare un film con lei».
Così aveva scritto a Roberto quella “sfacciata” (così la pensava Lydia).
Un maschio italico poteva mai sottrarsi a un così esplicito invito?
Così Roberto abbandonò Anna e si lasciò travolgere da Ingrid.
E fu passione irresistibile.
Ingrid abbandonò Hollywood e ora, assieme al suo amato regista, stavano girando a Stromboli il film dello scandalo.
In una pausa di lavorazione per la settimana di Pasqua, avevano deciso di concedersi un viaggio in auto perché a Roberto piaceva mostrarle la selvaggia, ma genuina natura di un’Italia ancora turbata da anni difficili.
In quegli anni, programmare un viaggio in auto dalla Sicilia, soprattutto se la vostra auto fosse stata un’imponente berlina decapottabile, poteva non essere del tutto agevole lungo strade tortuose e strette che spesso avreste dovuto contendere a mandrie di buoi o a greggi di ovini.
Si rendeva così obbligata la sosta, a tappe, lungo il percorso e una coppia così celebre non poteva fermarsi nel primo autostello, ma doveva alloggiare in un albergo degno di tal nome.
Il Grande Albergo Moderno era certamente uno dei più rinomati dell’Italia meridionale e, certamente, il portiere dell’albergo siciliano da cui provenivano, sapeva bene a chi telefonare per garantire un alloggio degno di questa coppia famosa.
Lydia saltò dal suo seggiolone e andò direttamente dal commendatore per informarlo dell’imminente arrivo.

III
Don Lissandro

Don Lissandro aveva appena estratto dal suo scatolotto di cartone quadrato una di quelle sue strane ovali Turmac e, beatamente centellinando il suo Punt-e-Mes, stava serenamente ascoltando l’ultimo pettegolezzo su quella tale signora della città di cui, con dovizia di particolari, gli stava riferendo l’avvocato R., suo amico d’infanzia.
Quando Lydia gli sussurrò nell’orecchio la novità, sbiancò in volto e immediatamente schiacciò nella ceneriera quella sigaretta mai accesa e fu colto da un frenetico attivismo.
Lissandro, scapolo impenitente, era uomo di mondo e la sua passione erano i viaggi e l’eleganza nel vestire.
Mai lo avreste visto d’inverno senza una scarpa Barrows men che lustra o, d’estate, senza un mocassino intrecciato o un classico bicolore con il calzino in richiamo della cravatta.
Dai viaggi aveva appreso l’eleganza dei modi che si respira nei grandi alberghi e dalle frequentazioni altolocate, gli indirizzi dei migliori sarti di Roma e Napoli.
Questo stesso gusto si respirava nel Grande Albergo Moderno e pervadeva tutto il suo personale, a partire dal portiere, con le dorate chiavi incrociate appuntate sull’asola dei risvolti della sua livrea o il barman in giacca candida e con le scarpe che don Lissandro voleva sempre impeccabilmente lucide.
L’organizzazione dell’ospitalità per l’inconsueta coppia non fu cosa difficile per la concierge; si trattava di assegnare la stanza più ampia al secondo piano e di segnalare alla governante di eseguirne un’accurata revisione.
Ma a Don Lissandro venne in mente di rendere omaggio alla coppia con quel tocco di classe che solo lui poteva escogitare.
Alcuni anni prima, nel Grande Albergo Moderno aveva alloggiato, per una notte, Umberto, il Principe di Piemonte. Per la circostanza erano state acquistate delle lenzuola di lino di Fiandre da una rinomata fabbrica tessile di cui la terra di Calabria era orgogliosa. Queste poi erano state arricchite, al risvolto, con una delicata trama di merletto Macramè che sapienti mani tiriolesi avevano confezionato appositamente al tombolo.
Lissandro, dopo il passaggio dell’augusto ospite, aveva direttamente dato in custodia le lenzuola alle sue sorelle Aida e Giannina (pure loro zitelle) che le avevano serbate e accudite provvedendo al lavaggio e alla candeggiatura periodica, con la stessa devozione con cui si prendevano cura di lui, consentendogli una vita da satrapo persiano.
Quale più appropriata occasione di rinfrescare la migliore biancheria della città, già arricchita dal passaggio di così nobili terga?
Ciccio, il fattorino, fu prontamente spedito a casa del commendatore per ritirare quell’involto così gelosamente conservato dalle sorelle e, immediatamente, il suo contenuto fu preso in carico dalla governante dell’albergo che ne comandò una stiratura impeccabile e una profumazione supplementare di lavanda.
Intanto, quell’inconsueta frenesia che aveva colto Lissandro, non era sfuggita agli amici di tanti pettegolezzi; e lui, con malcelato orgoglio, si lasciò facilmente scappare la ghiotta novità per quel crocchio di avidi linguacciuti che lo circondavano.
Mai raccomandazioni di riservatezza e discrezione sarebbero potute essere più fatue ed evanescenti.
In meno di un’ora mogli, fratelli, cugini, cognati e amici degli amici, già avevano ricevuto la notizia con la stessa velocità con cui oggi i dati si propagano nel backbone del web, ma con quella fascinosa coloritura che solo le notizie sussurrate a voce possono dare.

IV
L’albergo

Ingrid e Roberto si amavano veramente.
Soprattutto Ingrid era completamente affascinata da quel pigro italiano che aveva avuto il coraggio di descrivere uno spaccato di un’Italia un po’ stracciona, ma reale, dignitosa e viva e così lontana da quelle algide atmosfere di vita familiare che le aveva riservato la sua Svezia e quello star system del patinato mondo di Hollywood dove non si perdona una defaillance al box office.
In città arrivarono quasi all’imbrunire e, man mano che l’imponente cabriolet s’inerpicava per raggiungere la città dei tre colli, si sentivano accarezzati da una tiepida e profumata brezza primaverile, così diversa dalla precoce calura siciliana che avevano appena abbandonato.
Percorsi gli ultimi tornanti che portavano in città, non fu difficile per Roberto riconoscere la loro meta, il Grande Albergo Moderno, con quella sagoma d’architettura modernista che il Bauhaus aveva così originalmente pensato con la morfoplastica asimmetria in vetrocemento di quella terrazza stondata che avrebbe fatto saltare i gangheri a Goebbels, perseguitando Gropius ed i suoi geniali architetti.
A Roberto e Ingrid che godevano nel rompere gli schemi precostituiti del perbenismo, piacque subito.
Il portiere Mimmo, che sfoggiava la livrea primaverile grigio ghiaccio, fu mandato ad accoglierli sulla porta principale e al fattorino Pepè, con la sua giacca in mille righe rosse e nere, non pareva vero di prendersi cura della loro cabrio per riporla in garage.
Vennero introdotti nella hall ed Ingrid apparve a tutti imponente nella sua naturale bellezza, inefficacemente celata da un paio di occhiali scuri a goccia, mentre la bionda chioma era raccolta da un foulard annodato alla nuca.
Portava un leggero cappotto chiaro che lasciava intravedere i pantaloni, capo di vestiario quasi del tutto inusuale per le donne catanzaresi.
Aveva tra le mani una Leica, che tradiva uno sguardo curioso ed emancipato sul mondo.
A lei, invece, per un attimo, forse tornò in mente un mondo che voleva ripudiare.
L’albergo «era pieno di notabili catanzaresi, silenziosi, vestiti di nero, ma radunati in tale folla da farmi venire le vertigini. Ce n’erano nell’atrio, sulle scale che portavano alla camera da letto, nel corridoio», così confessò Ingrid qualche tempo più tardi a Camilla Cederna.
Ingrid, per raggiungere con Roberto la loro stanza, dovette passare attraverso «due ali nere di uomini immobili», dallo sguardo che le era sembrato «avido e cupo, in un silenzio da esecuzione capitale».
Condividevano costoro l’opinione di quel bigotto senatore che l’aveva dipinta, durante una seduta del Congresso, come “potente distillatrice del male e cultrice del libero amore” per aver osato rompere con l’America?
Gli amanti si rifugiarono immediatamente nel loro alloggio, stanchi del lungo viaggio e, dopo qualche tempo in cui realizzarono che sarebbe stato impossibile confondersi per una passeggiata tra una folla anonima, chiesero di ricevere in camera solo due Martini dry.

V
Una timida… sfrontata

Il Martini Dry! il Martini Dry!
Amedeo, il barman, erano anni che non aspettava altro.
Don Lissandro aveva sempre tenuto che mai mancassero nel bar il Rum bianco per il Daiquiri, l’angostura per il Manhattan o il succo di pomodoro per il Bloody Mary e lo stesso Amedeo conservava gelosamente le ricette che un suo vecchio zio gli aveva tramandato dopo essere stato per dieci anni a bordo, come aiuto barman, sul Conte Biancamano.
Tre parti di Gordon’s e una di Vermouth, Amedeo lo miscelò con cura, lo versò in due affusolate coppe, vi tuffò un’oliva bianca, succosa del nostro sole, lo profumò strizzando la buccia di un generoso limone. Preparò un cabaret d’argentone rivestito di un candido tovagliolo e vi pose, assieme alle coppe, una spiga carminia di violaciocche di giardino.
Quando Amedeo, con discrezione bussò alla porta, mai si sarebbe aspettato di vedere ciò che vide.
Aprì Roberto in vestaglia; prese in carico il vassoio e lasciò velocemente scivolare in tasca d’Amedeo una generosa mancia.
Ma ad Amedeo non sfuggì Ingrid, seduta sul bordo del letto, ancora del tutto vestita, china, tra le mani il capo denudato di quel foulard.
Non si poteva sbagliare.
Quella diva che rideva con gli occhi, ora piangeva come non l’aveva vista mai… neanche a Casablanca.
La porta si richiuse subito a serbare la fragilità e la timidezza di una donna sfrontata.
Amedeo non capiva. Cosa mai poteva mancare a quella donna?
Forse tutta quella gente nella hall e per i corridoi turbava l’intimità della coppia?
Corse a parlarne con don Lissandro e dopo pochi minuti un silenzio solidale si sparse in quell’albergo dove il rispetto che i catanzaresi sanno serbare per il forestiero non poteva essere sopraffatto da una pur giustificata curiosità.
Certo, nonostante le apparenze, forse era uno dei periodi di vita più travagliati per Ingrid.
Quanto le stava costando questo travolgente amore italiano!
Perdere la sicura ricchezza, la fama e forse l’onore che Hollywood le garantiva, e ancor più l’affetto di Pia che, sicuramente, quel freddo neurochirurgo che aveva sposato, le avrebbe alienato.
Lei, che tutti avevano finora visto come una santa, ora era rigettata come la più infima delle donne facili.
E poi, sentiva addosso tutti i maledetti strali che quell’Erinni di Nannarella ogni sera le lanciava dalla sua solitudine di Vulcano.
Bevve avidamente il Martini di Amedeo e chiese a Roberto di poterne fruire ancora dalla coppa a lui destinata.
Poi si adagiò, accarezzata da quelle delicate e profumate lenzuola e le sembrò per un attimo di rammentare un lontano materno abbraccio così troppo presto a lei negato e che tanto ora le richiamava prepotente un desiderio di rinnovellante maternità.
Solo così un sonno profondo finalmente la accolse.

VI
Il sindaco

Catanzaro è città disincantata e sonnacchiosa, ma la notizia durante la serata si era sparsa fulmineamente e non c’era salone di barbiere, negozio di pizzicagnolo o ufficio dove l’evento non era stato oggetto di discussione e di organizzazione.
Tutti, ma proprio tutti, in città non potevano lasciar andare via la coppia senza essere presenti alla loro ripartenza.
Si svegliarono all’alba e si riversavano a “fora i porti”, gremendo Piazza Matteotti fino a via Indipendenza.
Tutta quella frenesia non era sfuggita alle forze dell’ordine che, prontamente, l’avevano segnalato ai loro superiori e, di gradino in gradino, la notizia era giunta al Prefetto che, in quegli anni di rinnovata vitalità politica, aveva ricevuto il mandato di controllare ogni assembramento che potesse turbare la fragile democrazia da poco riconquistata.
Le preoccupazioni del Prefetto non erano peregrine.
Forse i catanzaresi non erano appassionati delle contrapposizioni della nostrana guerra fredda tra comunisti, azionisti e democristiani che animavano altre regioni del Paese, ma certamente allora era nell’aria un clima di effervescente ribellione qualora la città non fosse stata confermata come capoluogo della Calabria.
Era meglio diluire, stemperare, raffreddare ogni affollamento che potesse far assaporare la voglia di una disordinata protesta.
Quasi all’alba il Sindaco fu svegliato dal Prefetto e sollecitato a farsi carico di ricondurre al più presto la sua città alla consueta indolente quotidianità.
Essere democristiani non serve per risolvere i problemi della gente, ma aiuta a farglielo credere.
E’ uno stile di vita.
Lui ti ascolta, parla poco, finge di assecondare ciò che gli chiedi, ma poi trova il modo di fare a modo suo, facendoti credere che sta facendo a modo tuo.
Si levò, non senza disappunto, inforcò quegli occhialini metallici che lo facevano tanto somigliare a quel “sagrestanello” di Emilio Colombo e con quel mozzicone spento di Nazionale eternamente appiccicato all’angolo della bocca, meditò tra sé su come impedire che quel 14 aprile, Giovedì Santo, si trasformasse troppo presto nel Venerdì Santo di Passione.
Telefonò subito al Moderno e si fece passare don Lissandro, suo vecchio amico, che gli confessò tutta la sua impotenza a dominare una folla divenuta così pressante da gremire tutta la piazza e che certamente avrebbe impedito che la coppia lasciasse in incognito la città e lo sollecitò a raggiungere l’albergo.
La calca nella città era tale che solo a piedi sarebbe potuto pervenire alla sua meta.
S’incamminò per il vicolo Poerio e raggiunse un accesso posteriore dell’albergo, così come gli era stato suggerito da don Lissandro.
Con lui s’incontrò nella hall e gli fu subito chiaro, dal pallore del volto e da un percettibile tremito del suo amico, che l’evento lo stava sopraffacendo, ma tutt’e due ebbero altrettanta consapevolezza che solo loro potevano risolvere il problema senza conseguenze per l’incolumità degli ospiti e per il buon nome della città.
Era già quasi mezzogiorno e non si poteva rischiare che la loro partenza ritardasse tanto da poter collidere con lo “struscio” che da lì a poche ore avrebbe ulteriormente gremito nel pomeriggio quel giovedì.

VII
La gente

Contro ogni aspettativa, quella notte Ingrid riposò tranquillamente, come da un po’ di tempo non le era capitato.
Trovò a rassicurarla, al risveglio, un tenero e forse ironico sorriso di Roberto e lei si sentì di nuovo serena così come quando, un tempo, si rifugiava tra le braccia di un padre che l’aveva, bambina, abbandonata per raggiungere sua moglie in cielo.
Uno strano brusio, però, si materializzava proveniente dalla finestra.
Lasciò quel rassicurante giaciglio per sbirciare dietro le spesse cortine che proteggevano i vetri da sguardi indiscreti.
Un tappeto di teste di cui non si vedeva la fine si stendeva nella piazza, punteggiando a vista d’occhio ogni vicolo e portone.
Erano tutti lì per lei e volevano dirle che la amavano, così come avrebbero amato la futura sposa di un loro figlio.
Erano quelli gli sguardi candidi di tante persone semplici, così diverse da altre disincantate folle che aveva conosciuto nelle serate dell’Accademy Awards, ma che le garantivano che della sua favola non si sarebbero mai più dimenticati.
A mezzogiorno toccò a un’emozionatissima Lydia il compito di annunciare telefonicamente che il signor Sindaco della città chiedeva di poter conferire con loro e, ricevutone l’assenso, lo comunicò al commendatore, rifugiandosi subito dopo nel suo schivo rossore.
Azzimati e levigati come mai nelle grandi occasioni, alcuni minuti dopo, si recarono al secondo piano dell’albergo e, a ogni passo, per tutta la scalinata e il corridoio, il commendatore che accompagnava il Sindaco, poteva rendersi conto di quanti amici ti vengano in soccorso nei momenti di fama e a ciascuno di essi rivolgeva uno sguardo implorante moderazione e discrezione, mentre con le mani sciorinava tutta la gestualità possibile per raccomandare calma e silenzio.
Quando Roberto aprì l’uscio, furono letteralmente abbacinati dall’imponente bellezza di Ingrid che li sovrastava di diverse spanne, pur indossando delle ballerine.
Incapaci di comunicare in svedese, tedesco, inglese, francese e, pur pensandolo intimamente, ritenendo fuori luogo indirizzare a Ingrid le sole parole in italiano che aveva già mostrato di saper ben comprendere, si rivolsero a Roberto.
Mentre non riuscivano a distogliere lo sguardo da lei, riferirono che la città era completamente impazzita per loro e non si sarebbe rassegnata a una frettolosa partenza, ma chiedeva almeno un semplice gesto che fosse ricordato per sempre, da raccontare ai nipoti.

VIII
Mod Ingrid

Convennero per un saluto dalla terrazza dell’Albergo Moderno che, rotonda come la prua di un transatlantico, protendendosi sul quel mare di teste di piazza Matteotti, sembrava essere stata da sempre costruita apposta per lei e per questo giorno.
Quando la videro avvicinarsi alla ringhiera della terrazza, quello che fino allora era stato un sordo brusio, si trasformò in boato.
Indossava un leggero cappotto chiaro su una camicetta leggera mentre ancora mostrava di non saper fare a meno di emancipati pantaloni. Ora la sua bionda chioma appariva in tutto il rigoglioso fulgore incorniciando un ovale perfetto in cui spiccavano due gemme turchesi e una rosa carnosa.
Ingrid guardò con un certo stupore tutta quella gente.
Gente semplice, gente spontanea, non ricercata e pretenziosa, ma persone che mostravano d’amarla così com’era, con tutta la sua insicurezza di donna audace che per un sogno d’amore era stata capace di rinunciare a un comodo futuro.
Ma un’altra cosa attrasse l’attenzione di Ingrid.
Tra quella folla smisurata composta di famiglie intere con i loro bambini, persino nei passeggini, non vollero mancare, anche, decine di pance di donne incinte.
Il loro bisogno di scacciare passati anni di tristezza aveva fatto esplodere in quel primo dopoguerra un’incontenibile voglia di procreare.
Quella promessa di umanità nuova che si presentava ai suoi occhi, sarebbe stata certamente una generazione che avrebbe ben compreso la lezione dei patimenti dei loro genitori e avrebbe visto con occhi più benevoli quelle debolezze dell’animo umano che il perbenismo maccartista, avvelenando le consapevolezze del suo pubblico d’oltreoceano, ora demonizzava.
Sì, anche lei voleva essere partecipe di questo mondo nuovo, a qualunque costo.
Sorrise finalmente raggiante Ingrid a quella gente che la stava vedendo in anteprima interprete, non di un film, ma di un momento dirompente della sua vita reale.
Mentre il sindaco, alle sue spalle, riservatamente, tentava di suggerirle un indirizzo di saluto, a Ingrid venne in mente solo quello stesso spirito che l’aveva già altre volte accompagnata nei momenti difficili e che la vita non risparmia neanche alle dive.
Mod Ingrid. Coraggio Ingrid.
E’ il tempo di ricominciare una nuova vita e di viverla fino in fondo con una nuova famiglia italiana ricca di prorompente gioventù.
Un impetuoso bisogno di maternità la assalì.
Mandò un bacio a quella folla con quel linguaggio gestuale che non ha bisogno di traduzione e che arrivò fino alla “Discesa di Mauro”.

IX
La violacciocca

Rientrati in camera, ogni dubbio era svanito dalla mente di Ingrid e persino tutta quella gente che gremiva la scalinata del Moderno, non le appariva più come “ali nere di uomini avidi e cupi” pronti a giudicarla, ma come premurosi boys al passaggio di una Wanda Osiris.
Prima di partire, don Lissandro prese il coraggio a quattro mani e, pur lasciandosi sormontare dalla maestosa figura di Ingrid, fece intendere di omaggiare la coppia del soggiorno nel suo albergo.
Producendosi nel più galante dei baciamano, arrossendo, chiese di poter ottenere un autografo dalla diva che, non avendo a disposizione alcuna sua foto, pensò di lasciare la sua firma su un angolo di quelle lenzuola che, da quel giorno in poi, non sarebbero state più le lenzuola del Principe, ma della Regina.
Un lungo e caloroso applauso dei “boys” accompagnò la diva e il regista nella discesa della scalinata e quando giunsero nella hall a Ingrid in mezzo a tutta quella gente, non passò inosservata Lydia che, proprio perché piccolissima e timidissima nel suo grembiulino nero, più di tutti spiccava per la sua modestia. Avvicinandosi, Ingrid, quasi a ringraziare in lei tutte le donne di Catanzaro che le avevano fatto capire qualcosa che prima non aveva compreso, le carezzò, sorridendo, il volto e le porse quella violacciocca che Amedeo la sera prima le aveva donato.
Anche Lydia, dopo quel giorno, capì qualcosa in più: che nel cuore di una donna ci possono essere sentimenti che un certo perbenismo non riesce a comprendere e che certamente non può giudicare.
Non senza difficoltà riguadagnarono l’accesso alla cabriolet, mentre impacciate guardie municipali e lo stesso personale dell’albergo garantirono loro uno stretto passaggio tra la folla.
Partirono per tornare a Roma per un viaggio in Italia che mai più avrebbero dimenticato perché le emozioni che avevano provato erano state irripetibili.
Quel lento viaggio in automobile percorrendo paesaggi e gente così diversa dal solito sarebbe stato certamente, in qualunque loro futuro destino, un ricordo indelebile nella memoria di entrambi e forse avrebbe ispirato un futuro film al creativo regista dove una gelida coppia d’inglesi nella crisi del settimo anno avrebbero vissuto un analogo bagno di folla che sarebbe stato capace di risvegliare il loro bisogno d’amore.

Sergio Caroleo per professione è medico, ha 68 anni ed è stato gratificato dalla vita di una preziosa moglie e di due ottime figlie anch’esse professioniste della medicina.
Coltiva l’hobby di collezionare le memorie dei suoi più cari amici e parenti essendo nipote, per parte materna, della famiglia che fu proprietaria dell’albergo citato nel testo che fece da sfondo a tanti altri eventi che forse un giorno racconterà.

:: Stephen Hawking – Guide per piccoli alle vite dei grandi (Gallucci 2019) a cura di Giulietta Iannone

25 settembre 2019
Stephen Hawking

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Ricordati di guardare le stelle e non la punta delle tue scarpe

È uscito un nuovo volume, in edizione a colori e rilegata, della collana Gallucci “Guide per piccoli alle vite dei grandi” e sicuramente non può mancare su Liberi di scrivere un post dedicato, soprattutto perché in questo volume ospita Stephen Hawking, il re delle stelle, uno degli scienziati più geniali che la storia ricordi, una persona eccezionale non solo per la sua incredibile intelligenza, ma anche per il coraggio, la determinazione e la voglia di vivere che caratterizzò la sua intera vita e l’aiutò a convivere con una malattia invalidante che ne limitò i movimenti ma non la capacità con la sua mente di scrutare le stelle, i buchi neri e i misteri più impenetrabili dell’universo.

Stephen Hawking nacque a Oxford, in Inghilterra, l’8 gennaio del 1942 in piena Seconda Guerra Mondiale, e visse un’infanzia serena con i genitori e i fratelli.

Stephen è un ragazzo serio, ordinato, studioso, si laurea nel 1962 in fisica ad Oxford e successivamente si trasferisce a Cambridge per su tiare cosmogonia. L’anno successivo gli viene diagnosticata una malattia con decorso infausto, i medici infatti gli comunicano che ha meno di tre anni di vita.

Si arrende il nostro giovane Stephen?

Niente affatto, continua i suoi studi, si sposa, ha figli, e ad ogni ostacolo che incontra sul suo cammino risponde con determinazione e fantasia, per morire nel 2018 a 76 anni dopo una vita ricca di soddisfazioni, riconoscimenti e obiettivi raggiunti.

Molto di quello che sappiamo dell’universo è merito suo, che proseguì gli studi di Einstein e grazie a calcoli matematici, intuizioni geniali e amore per la scienza riuscì ad ampliare le conoscenze scientifiche fino all’ora raggiunte, diventando anche una star internazionale grazie al suo libro Dal Big bang ai buchi neri. Breve storia del tempo.

Non male per un ragazzino inglese che amava leggere intorno al tavolo del soggiorno!

Il libro è stato scritto da Isabel Thomas, i disegni sono invece di Marianna Madriz. La traduzione dall’inglese è stata realizzata dalla classe 1A del Liceo Classico “Vincenzo Gioberti” di Torino, con la supervisione di Benedetta Gallo e Mattia Venturi, nell’ambito del progetto “Alternanza Scuola Lavoro” previsto dal Miur.

Consigliato dagli 8 ai 99 anni.

Isabel Thomas è autrice di più di cento libri per bambini e ragazzi, dedicati soprattutto al mondo della scienza e dell’ecologia. Organizza laboratori didattici e collabora a un progetto dell’università di Oxford mirato a promuovere e sostenere l’interesse per gli studi scientifici tra i più piccoli.

Marianna Madriz, originaria del Venezuela, vive a Londra. Dichiara di ispirarsi al realismo magico, alla Bossa nova, al cinema e alll’iconografia Anni Cinquanta.

Nota: se volete sfogliare il volume vi rimando al sito dell’editore qui

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo l’Ufficio stampa Gallucci sempre solerte a inviarci le loro ultime novità più interessanti.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Blu Stanzessere di Roberta Zanzonico (Ensemble, 2019) a cura di Irma Loredana Galgano

25 settembre 2019

blustanzessere_ copertinaA costo di cadere in un luogo comune, si potrebbe affermare che solo uno psichiatra può esplorare la mente umana al punto da raccontarla in un libro in maniera talmente originale da far sembrare la narrazione vera, tangibile, fruibile anche al lettore. Sarebbe un possibile luogo comune e allora lo evitiamo. Anche perché, leggendo il libro di Roberta Zanzonico, si ha la percezione, la sensazione o l’intuizione che la storia che ella ha voluto raccontare al lettore non derivi, non del tutto almeno, dal suo lavoro, dalla sua professione, bensì da esperienze dirette, quelle che solo il vissuto può donarti.
Un libro, Blu Stanzessere, con un intreccio molto originale, particolare, che prospetta il serio rischio di spaccare il bacino dei lettori. O ne comprendi le potenzialità fin da subito e ti lasci trascinare nella mente e nella psiche del protagonista e delle stanzessere, o ne resti fuori e difficilmente ne comprenderai appieno il potenziale.
L’esperienza onirica/extracorporale che vive il protagonista, accompagnato dal suo fedele Guardiano, è un qualcosa che chiunque, tutti e ognuno, può o vorrebbe compiere. Quasi una sorta di catarsi per liberarsi da quelle catene che ogni giorno imprigionano la mente e il corpo, quelle che abbiamo ma pensiamo di non avere. Il tempo per esempio. La fretta generata dalla mancanza di tempo. L’ansia per il poco tempo. Lo stress per la perdita di questo tempo che riesce a scandire la vita perché gli viene permesso di farlo.
Ma quando il protagonista si sveglia realizza che “non c’era più il tempo e non c’era più nulla da collocare al suo interno”. E sarà proprio questo vuoto a dargli il primo sollievo dopo lo smarrimento iniziale. Una lavagna bianca, un’agenda tutta nuova da poter riempiere seguendo i ritmi che sarà lui a scegliere. Un nuovo inizio. Lo pensa, non è detto che sia così.
Le riflessioni sul concetto di Tempo non sono le uniche parti del libro della Zanzonico che rimandano a un’altra opera letteraria cui l’autrice sembra rifarsi direttamente allorquando cita il bianconiglio, ovvero Alice nel Paese delle meraviglie di Lewis Carroll (BUR, 2015).
L’autrice con ogni probabilità lo fa per rendere più facilmente percepibile al lettore la sensazione di smarrimento del protagonista, soprattutto nella parte iniziale del testo, la medesima provata e descritta da Carroll per Alice. In realtà, questo ripetuto accostamento potrebbe anche risultare controproducente, proprio a causa della maggiore notorietà dell’opera letteraria di Carroll. Il lettore di Blu Stanzessere potrebbe addirittura risultarne distratto e stranamente attratto, volenteroso nel cercare, nel testo di Zanzonico, altri elementi in comune con il romanzo di Carroll, dimenticando o quasi che il punto focale del libro che sta leggendo sono le stanzessere e non la tana del bianconiglio.
Questo però accade solo nella prima parte del libro, poi la Zanzonico imprime con maggiore forza la propria personalità al narrato. E questo è certamente un bene.
Lo stile di scrittura scelto da Roberta Zanzonico per Blu Stanzessere è molto contemporaneo, con un fraseggio breve, diretto e poco arzigogolato. Ricorrente l’impiego di espressioni gergali o “di vulgata”. Si tratta per certo di una scelta giusta, che ha contribuito ad ancorare la narrazione a un presente necessario al lettore, da lui riconoscibile e accessibile, specie se contrapposto alla evanescenza delle stanzessere.
Nel testo si alternano con una certa regolarità narrazioni in prima persona, nelle quali il protagonista descrive l’ambiente, introduce la scena e avanza ipotesi e riflessioni, a parti in forma dialogica, quasi esclusivamente tra il protagonista e il Guardiano. Un posto a sé occupano i “cori” delle stanzessere, ovvero i racconti con i quali le donne ivi “rinchiuse”, ma per scelta, interagiscono con il protagonista. Pezzi di un puzzle che si ricompone solo alla fine del libro, quando il protagonista riempie di nuovo il vuoto iniziale, anche se sembra non avvertire più i fardelli che aveva. Sembra. Perché alla fine la storia raccontata da Zanzonico ruota intorno a concetti fondamentali come essenza e vuoto, unione e solitudine, certezza e incertezza, legami e abbandoni, ricordo e oblio… Una lettura, Blu Stanzessere di Roberta Zanzonico, che si rivela essere proprio come un viaggio per mare, pieno di insidie e avventure ma comunque spettacolare.

Roberta Zanzonico, classe 1986, dopo la laurea in Medicina e Chirurgia, si specializza in Psichiatria a Boston, scegliendo quindi Los Angeles come la città in cui vivere e svolgere la sua professione. Blu Stanzessere è il suo primo romanzo.

Source: libro del recensore.

:: Turbolenza di David Szalay (Adelphi 2019) a cura di Nicola Vacca

24 settembre 2019
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La letteratura vera è quella che sa raccontare la zona del nostro disagio e ha bisogno di scrittori capaci di rappresentare tutte le inadeguatezze di cui siamo fatti.
David Szalay è sicuramente uno di questi. Se con Tutto quello che è un uomo ci aveva sorpresi, con Turbolenza, da poco uscito sempre per Adelphi, ci ha definitivamente atterrati.
Tradotto magnificamente da Anna Rusconi, il nuovo libro dello scrittore canadese è un romanzo in forma di racconti. Caratteristica principale dell’opera è una geniale circolarità delle storie che toglie il fiato e avvince.
Dodici storie legate in cui l’aria diventa la metafora esplicita di un vuoto che assedia le esistenze con le sue turbolenze micidiali.
Dodici personaggi che passano nelle storie successive il testimone ad altri personaggi precipitati nelle loro esistenze pur puro caso, ma anche no. Insieme danno vita all’affresco di una condizione umana che fa i conti con l’inadeguatezza del tutto.
Uomini e donne con i loro problemi immanenti di solitudine, di incomprensione, che hanno a che fare con la spietata legge del quotidiano, si incontrano nei non luoghi come gli aeroporti, o in luoghi mordi e fuggi come gli alberghi o in volo dove sospesi nel vuoto dell’aria si trovano a fare i conti con le turbolenze.
Questo è il contesto in cui David Szalay con una scrittura essenziale e minimalista costruisce la struttura circolare della sua storia che dà vita a una serie infinta di storie il cui al passaggio di testimone da un personaggio all’altro assistiamo come lettori al disfacimento di vite che azzardano un tentativo di fuga in cui non credono.
In questi racconti che formano un romanzo il vero protagonista è il disagio che non concede alcuna via di scampo
Ogni personaggio di queste storie è un disadattato che vive lo sconforto del proprio tempo, ognuno con il suo bagaglio di croci personali.
La circolarità diventa il collante di questo stato di cose in cui lo scrittore attraverso i suoi personaggi racconta l’inconsistenza, l’inadeguatezza e il malessere destinato a diventare disagio cronico di questa nostra epoca.
La vera turbolenza che in queste pagine incontriamo è la vita di tutti i giorni. Come i personaggi di queste dodici storie, che ci riguardano da vicino, tutti noi viviamo sospesi in aria e incastrati in quel vuoto in cui il disagio si moltiplica fino a diventare catastrofe e poi apocalisse.

Source: libro inviato dall’editore al recensore. Ringraziamo l’ufficio stampa Adelphi.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Stato di emergenza. Viaggi in un mondo inquieto di Navid Kermani (Keller 2019) a cura di Viviana Filippini

23 settembre 2019

Stato di emergenzaStato di emergenza. Viaggi in un mondo inquieto” è l’ultimo lavoro di Navid Kermani, pubblicato da Keller. Le pagine sono un vero e proprio affresco dettagliato del mondo mediorientale che l’autore, con la sua abile capacità di reporter, ha messo nelle pagine di un testo che è un vero e proprio viaggio letterario in quei Paesi del Medioriente dei quali sentiamo parlare alla televisione o leggiamo sui giornali. Kashmir, Agra, Gujarat, Pakistan, Afghanistan (parte prima e parte seconda), Iran, Iraq, Kurdistan, Siria, Palestina, fino a Lampedusa. Il reportage, tradotto da Fabio Cremonesi, permette a chi legge di conoscere quei mondi che sembrano così lontani e diversi da noi. Per esempio parlando del Kashmir, l’autore evidenzia come lo stato sia da tempo al centro dei “desideri” di Pakistan e di India, pronti anche a farsi la guerra pur di averlo. Di esso narra anche le bellezze naturali che non ti aspetti di trovare e la fuga delle popolazioni minacciate dai conflitti. Nel Gujarat, Kermani evidenzia, da una parte, i progressi economici e, dell’altra, la difficile convivenza tra induismo e religione musulmana. Non facile è la vita dei religiosi sufisti in Pakistan, che hanno serie difficoltà a poter vivere in modo completo e libero la propria dimensione mistica e di fede. L’autore ci pone attenzione sulla rivolta a Theran, in Iran, e della forte censura governativa che ha limitato in modo eccessivo la libertà di documentare la realtà e ciò che in essa accade. Stabilità politica molto difficile anche in Iraq dove, dopo la destituzione di Saddam Hussein, sembra che pace, ordina e stabilità sembra non riuscire proprio a radicarsi. Leggendo le pagine del libro di Kermani si nota la sua grande capacità di rendicontare dei mondi, delle culture, usi e tradizioni diversi che l’autore ha conosciuto vivendole in modo concreto. Ci sono inoltre degli elementi comuni che ritornano per ogni terra attraversata e che evidenziano una serie di problematiche condivise. C’è la mancanza di stabilità politica; la assenza di un adeguata stabilità economica che sia accessibile per tutti e non solo per qualcuno. Si percepisce anche un senso di mancanza di libertà di espressione un po’ ovunque; di vite che vorrebbero un po’ di pace e di tranquillità, ma che si trovano a vivere con un senso di precarietà che attanaglia in modo costante e che rende difficile fare progetti per il domani. Pagina dopo pagina “Stato di emergenza. Viaggi in un mondo inquieto” di Kermani mostra la sua profonda e dettagliata conoscenza sia del mondo occidentale, che di quello orientale, elemento che lo rende un vero e proprio punto di riferimento per i lettori interessanti a conoscere e comprendere la situazione del mondo mediorientale dell’oggi, per sapere come muoversi in esso nel prossimo futuro.

Navid Kermani è nato da genitori iraniani nella città tedesca di Siegen, il 27 novembre 1967. Già all’età di 15 anni, ha iniziato a scrivere per il giornale locale «Westfälische Rundschau». Dal 2000 al 2003, Kermani è stato Long Term Fellow al prestigioso Wissenschaftskolleg di Berlino. Oltre alla sua attività letteraria, Kermani ha pubblicato reportage giornalistici e articoli di fondo per i quotidiani tedeschi e la rivista «Spiegel». Dal 2006 al 2009, ha partecipato alla prima Conferenza islamica tedesca ed è stato il primo rappresentante della seconda generazione di immigrati in Germania a diventare membro dell’Accademia tedesca per la lingua e la poesia. Nel 2008, è stato fellow a Villa Massimo di Roma. Nel 2010 Kermani ha tenuto un ciclo delle prestigiose Lezioni di Francoforte sulla poetica. Quindi è stato visiting professor di Studi islamici presso l’Università di Francoforte (2013) e visiting professor di Letteratura tedesca al Dartmouth College (USA, 2014).  La sua ricerca accademica si concentra sulla mistica islamica e il Corano ma i campi di interesse e professionali di Kermani si allargano al reportage dedicati a regioni in guerra e in crisi. Le sue conferenze pubbliche affrontano spesso il rapporto tra la fede religiosa, la cultura e la società, così come il rapporto tra Oriente e Occidente. Dal 1988 vive a Colonia.

Source: richiesto dal recensore all’editore. Grazie all’ufficio stampa Keller.

:: Premio NebbiaGialla 2019: vincono Antonio Paolacci e Paola Ronco con Nuvole barocche (Piemme)

21 settembre 2019

Nuvole BaroccheSuzzara (MN), 21 settembre 2019 – Questo pomeriggio, presso il Centro culturale Piazzalunga, una giuria di cinquanta lettori ha assegnato, con la presenza del Direttore del festival NebbiaGialla Paolo Roversi, il Premio NebbiaGialla 2019 per la letteratura noir e poliziesca ad Antonio PaolacciPaola Ronco con Nuvole barocche (Piemme).

Ai vincitori è stata assegnata un’opera realizzata dall’artista Alessandra Sarritztu.

Nuvole barocche si è aggiudicato il premio con un totale di 19 voti.

A seguire:

Gino Vignali, La chiave di tutto (Solferino), 10 voti

Gian Mauro Costa, Stella o croce (Sellerio), 9 voti

Antonio Lanzetta, I figli del male (La Corte Editore), 8 voti

Durante la cerimonia di premiazione è stato inoltre assegnato il Premio NebbiaGialla per racconti inediti, realizzato in collaborazione con il Giallo Mondadori, a Filippo Semplici con La suggeritrice.

Si aggiudica invece il Premio NebbiaGialla per romanzi inediti, realizzato in collaborazione con la casa editrice Laurana – Calibro 9Ciro Pinto con Senza dolore.

I vincitori saranno pubblicati da Giallo Mondadori e Laurana – Calibro 9 entro febbraio 2020.

:: La ballata del vento – Piccolo ma ostinato inseguimento di Mario Ferraguti (Ediciclo Editore, 2018) a cura di Daniela Distefano

18 settembre 2019

LA BALLATA DEL VENTO - Mario FerragutiIo ho cominciato l’inseguimento del vento chissà quando, credo molto presto, avrò avuto sì e no cinque anni, forse prima. Non ricordo perché, il vento cominci a seguirlo che non te ne accorgi; è solo dopo, col tempo, che ti rendi conto che inseguivi il vento”.

Partiamo dall’incipit di questo libriccino per goderci la trattazione ironicamente seria di Mario Ferraguti, ben sapendo che le sue non sono “parole al vento”, ma – in questo caso – sul vento e le sue manie. Veniamo trasportati nel viaggio verso l’ignoto, verso una materia che non ha consistenza, in grado però di provocare effetti della sua, a volte impetuosa, presenza. Chi cerca il vento va a finire che lo trova dappertutto; anche se sta fermo. Basta bagnarsi un dito, alzarlo in aria, e si sa già se c’è e da che parte tira.
“Chissà come fa, pensavo, qualcuno di invisibile a far tanta paura, chissà come fa ad avere tutta quella forza, quell’immensa potenza. E ha molta pazienza, lui prova e riprova, continua per ore finché in qualche modo non riesce a passare; delle volte ulula e urla, altre volte sembra andare poi torna”.
Mentre penso che i Mali dell’Umanità sono sempre gli stessi, solo aggravati, le pagine di questo delizioso opuscolo fanno una diagnosi rovesciata della Vita. Ci addoloriamo per una perdita, per un capriccio, per una trave entrata nell’occhio, e spesso diamo la colpa a cose, oggetti, Santi e Malefici insieme. Se non usciamo di casa perché in realtà abbiamo litigato con l’amoroso o con l’amica di chat, diamo la colpa al Vento, questo fantasma che ci accompagna in ogni momento dell’esistenza, fuori e dentro la porta. E’ multifunzionale come uno smartphone, ma più efficiente. In verità, “Se il vento dovesse proprio somigliare a un uomo – scrive l’autore – sarebbe un mago, un antico signore a cui va il rispetto e si bacia la mano”.
Elegante o felpato, irritante o prudente, il Vento fa parte dei nostri giorni in ognuna delle terrestri stagioni. Perché relegarlo tra le cose scontate? Mario Ferraguti con la sua ormai rilevata cifra stilistica, ci invita ad apprezzare il lato umano e non del Vento, un corpo impalpabile in grado di devastare o refrigerare a seconda dei casi. Basta non scherzarci troppo, basta dargli il giusto peso, riconoscendogli la dimensione magica di dono divino e insieme diabolico.

Mario Ferraguti abita a Faviano Superiore, sulle colline di Parma. Dopo una ricerca in Appennino, nel 2003 ha pubblicato La magia dei folletti nell’Appennino parmense e in Lunigiana (Luna editore, La Spezia). Nel 2005 il romanzo Malalisandra (Cadmo, Firenze), nel 2007 Dove il vento si ferma a mangiare le pere (Diabasis, Reggio Emilia) da cui è nato lo spettacolo teatrale Viaggio tra le figure magiche dell’Appennino con Giacomo Agnetti e Andrea Gatti. Nel 2009 ha realizzato il film Folletti, Streghe, Magie, il lungo viaggio nella tradizione dell’Appennino, vincitore di numerosi premi. Nel 2012 ha pubblicato Ti segno e ti incanto (Fedelo’s, Parma) sulle guaritrici e streghe d’Appennino, e ha realizzato Tre volte al tramonto, film/documentario girato da  Andrea Rossi. Nel 2014 ha pubblicato Sulle tracce del lupo che mi gira in testa (Fedelo’s, Parma), da cui è stato tratto lo spettacolo LM15 Storia di un lupo che finirà in Francia più di 1000 km dopo, con Paolo Montanari e Andrea Gatti. Nel 2016 ha pubblicato La voce delle case abbandonate. Piccolo alfabeto del silenzio (Ediciclo, Portogruaro) da cui è stato tratto il cortometraggio Olivia girato da Andrea Rossi. Nel 2017 ha pubblicato I mostri d’aria (Ediciclo, Portogruaro), con illustrazioni di Giacomo Agnetti. È tra gli organizzatori del PFAM (Piccolo Festival di Antropologia dellaMontagna) e ha realizzato numerosi reportage per il settimanale Panorama.

Source: libro inviato dall’Editore. Ringraziamo Sarah, Greta e Alice dell’Ufficio Stampa “Ediciclo Editore”.

:: Ossigeno di Sacha Naspini (Edizioni E/O, 2019) a cura di Eva Dei

17 settembre 2019

OssigenoUn container, pochi metri quadrati per contenere quattordici anni di vita vissuta, per crescere, passare da essere una bambina a essere un’adolescente, fino a diventare una donna. Dagli otto ai ventidue anni, Laura vive tra quelle mura di metallo prigioniera dello stimato professore di antropologia Carlo Maria Balestri. Per la mente malata del mostro lei è una cavia, un esperimento: tutto è studiato e calcolato per modellare la sua mente, il suo carattere. Per punirla la ignora fino a renderla debole e remissiva, la lascia nel suo brodo in quel container per giorni; invece per indurla a fare quello che vuole usa la tecnica del bastone e della carota. Laura compila album da colorare, risolve rebus matematici, riempie interi quaderni di esercizi e se è abbastanza brava riceve un premio. Quando è più piccola si tratta di biscotti, cioccolata, una bambola, man mano che cresce uno walkman, dei libri, ma anche le sigarette, perché tutto ciò che costituisce un vizio, una dipendenza, la lega ancora di più al suo volere. Crescendo anche gli esercizi a cui la sottopone si fanno più difficili: lezioni di inglese in cassetta, temi da svolgere che si trasformano in veri e propri saggi di antropologia e sociologia. Laura descrive il mondo esterno chiusa in una scatola di ferro e le sue riflessioni finiscono rimaneggiate e rimpolpate nei libri del suo rapitore:

Il professor Balestri si è costruito un allenatore per non uscire dai giochi e spegnersi a poco a poco in vista della pensione (…)”.

Ma un giorno qualcuno apre la porta del container e Laura è libera; il mostro del golfo, come viene definito dai giornali Balestri, viene arrestato e tutto apparentemente potrebbe convergere verso una futura tranquillità, ma in realtà la mano che ha aperto la porta di quella prigione ha scoperchiato il vaso di Pandora: nessuno è più libero, ognuno è prigioniero dei suoi demoni. C’è Luca, che scopre di essere figlio di un mostro e ha paura di averne ereditato il tarlo, Anna, la madre di quella bambina rapita, che si ritrova davanti una figlia che le appare come un’estranea e poi c’è lei, Laura che deve imparare a vivere là fuori, oltre la soglia di quel container. Resta solo una domanda: chi ha rinchiuso chi?

Se c’è qualcosa di sbagliato non riesci a capirlo. Senza la gabbia non sei niente. Tutti credono il contrario, ma la verità è questa: non sei mai uscita da lì.”

Sacha Naspini torna in libreria a più di un anno di distanza dal suo ultimo libro con Ossigeno (Edizioni E/O). Con una storia completamente diversa da Le Case, l’autore ci porta in un universo narrativo che si apre e chiude su sé stesso come delle matrioske. Tutta la narrazione si gioca sullo spazio che si dilata e restringe intorno ai personaggi, dandoci un senso di claustrofobia e tensione crescente.
Ossigeno ha tutti gli elementi per essere un thriller, ma rinuncia a questa definizione nel momento stesso in cui Naspini sposta il focus narrativo. Carlo Maria Balestri, padre affettuoso e stimato professore, ma allo stesso tempo mostro responsabile della segregazione e scomparsa di almeno tre bambine, viene assicurato alla giustizia all’inizio del primo capitolo. Con quel “Vennero a prenderlo alle otto di sera” Balestri entra ed esce di scena, resta ovviamente nei ricordi delle vite che ha segnato, ma Naspini non vuole indagare il lato oscuro di questo nuovo dottor Jeckyll – mister Hyde, capire perché ha agito in questo modo, cosa gli accadrà una volta catturato. No, la sua attenzione è tutta per quelli che restano: Luca, Anna, Martina e ovviamente Laura.
Ritroviamo lo stile narrativo di Naspini che, alternando le voci narranti, frammenta la realtà restituendoci la storia pezzo per pezzo. Quando il puzzle sembra dare forma a un disegno, nell’ultimo capitolo l’autore sparpaglia tutte le tessere, disorientando il lettore e conducendolo in un tempo e in un luogo apparentemente estraneo all’intera vicenda.
Un libro da leggere tutto d’un fiato, che vi lascerà con un puzzle tridimensionale in mano, perché la verità non è mai una sola: ha sempre più facce.

Sacha Naspini è nato a Grosseto nel 1976. Collabora come editor e art director con diverse realtà editoriali. È autore di numerosi racconti e romanzi, tra i quali ricordiamo L’ingrato (2006), I sassi (2007), I Cariolanti (2009), Le nostre assenze (2012), Il gran diavolo (2014), Le Case del malcontento (2018). È tradotto in vari Paesi. Scrive per il cinema.

Source: libro inviato dall’editore, che ringraziamo.

:: Un’intervista con Caterina Emili a cura di Giulietta Iannone

17 settembre 2019

indexBenvenuta Caterina su Liberi di Scrivere e grazie di aver accettato questa intervista. Giornalista, autrice e conduttrice di programmi radiofonici, sei nata a Roma e ti sei laureata a Milano. Raccontaci qualcosa di te.

Ho compiuto da poco ben settant’anni. Ho avuto un mucchio di figli, ho cominciato a lavorare a vent’anni come giornalista e questo ho fatto per molti anni. Sono stata inviata speciale per alcuni quotidiani nazionali, ma ho anche trovato il tempo di insegnare vari anni al carcere minorile di Milano, il Beccaria. E poi anche di prendere un diploma di capogiardiniere alla scuola agraria di Monza. Queste sono le due cose di cui sono più orgogliosa, a parte una laurea di cui non mi frega granché. Adesso vivo sei mesi in Umbria in un minuscolo paesino che si chiama Morcella e sei mesi in Puglia, a Ceglie Messapica, nella valle dei trulli. Per lavoro ho vissuto a Parigi, a Torino, a Bologna, a Milano. Insomma, non mi sono mai annoiata.

Come è nato il tuo amore per i libri e perché hai iniziato a scrivere romanzi?

Quando avevo tempo, tra un viaggio e l’altro ho sempre collaborato con quella che si chiamava “la pagina dei libri”. Ma in realtà la mia generazione s’è trovata a dover scrivere di Sindona, Calvi, fondi neri, Tangentopoli. E alla fine mi sono stancata. Ho mollato il giornalismo attivo, ho fondato un service editoriale per progettazione di giornali e poi anche una piccola casa editrice che ha pubblicato soprattutto poesie. Insomma da una parte guadagnavo e non poco e dall’altra perdevo e non poco. E poi ho mollato tutto e ho cominciato a scrivere romanzi.

Hai pubblicato L’autista delle slot, Il volo dell’eremita, L’innocenza di Tommasina e ora l’ultimo La scimmia e il caporale, un breve romanzo molto bello ambientato nella assolata Puglia, terra ricca di umanità e contraddizioni. Ce ne vuoi parlare, come è nata l’idea di scrivere quest’ ultimo romanzo?

Sono romanzi in cui l’io narrante è sempre lo stesso, Vittore Guerrieri (Guerrieri è il cognome dei miei nonni materni). Vittore osserva la vita di una piccola cittadina pugliese dove ha deciso di vivere ,dopo una vita sprecata e distrutta nei casinò di mezza Europa. E le vicende di questa piccola comunità pugliese sono universali. Vicende di usura, di ludopatia, di amori proibiti. Vittore sono io che guarda e racconta. E nel mio ultimo libro guarda e racconta la tragedia del caporalato che in Puglia miete vittime quasi quotidianamente.

Il capolarato è senz’ altro un tema molto doloroso che se vogliamo ha radici antiche nel Meridione, non solo in Puglia. Sicuramente l’hai affrontato nei tuoi reportage giornalistici, si vede la conoscenza approfondita della materia, tuttavia nella tua opera hai come voluto aggiungere sfumature possiamo dire poetiche. Come mai questa scelta?

Ho fatto per quarant’anni la giornalista e resto tale. Certo narro, creo, mescolo le carte, assemblo i personaggi, però gira e rigira so fare solo la giornalista e, quindi, nel mio libro come negli altri, c’è la verità. Le inchieste sono vere, vere le intercettazioni telefoniche, vere le condanne.

In breve narra uno spicchio di vita di Vittore e del suo amico maresciallo Tamurri, un’ indagine poliziesca, seppure hai voluto dare più spazio alle vicende personali dei personaggi, rendendo anche la scoperta del colpevole quasi ininfluente nella narrazione. Dunque non è un giallo? È pura narrativa?

Anche negli altri miei romanzi , oggettivamente noir tutti, la scoperta dell’assassino non è poi così importante. Direi quasi che Vittore Guerrieri in fondo sta dalla parte dell’assassino, lo capisce, lo giustifica. Un critico ha definito i miei romanzi “noir compassionevoli”. E questo perché non esiste il bene e il male tranciati di netto. O almeno per me. Non mi è mai stato chiaro che cosa sia male e che cosa sia bene.

Ho apprezzato molto come descrivi il gruppo delle ragazze, amiche e colleghe di Valia, ragazza ucraina dalla pelle bianchissima e abilissima nel ricamo. Spesso si dimentica il lato umano in molte narrazioni di cronaca dove appunto si dà più risalto ai fatti, maggiormente se eclatanti o sanguinosi. Grazie al tuo libro invece si crea maggiore empatia per queste donne sfruttate, abusate, private in molti casi anche della dignità. È una parte importante del romanzo, questa?

Direi che è la parte più importante. Il male è quasi sempre poco eclatante, si nasconde in una quotidianità banale, devi saperlo scovare, cercare con calma e pazienza. Il male difficilmente è esibizionista.

Il personaggio di Lota, figlia degli antichi zingari di Latiano, è un personaggio invece più ricco di ombre che di luce, può sembrare un’altra vittima delle brutalità e del malessere che serpeggia in filigrana, ma alla fine ne diviene parte attiva se vogliamo. Come hai creato il personaggio di Lota?

Lota è crescuta pian piano, s’è prepotentemente impadronita del mio romanzo. Doveva essere un personaggio marginale ed invece è diventata la chiave di tutto. L’altro giorno un cegliese mi ha domandato come mai l’avessi chiamata Lota. Gli ho spiegato che avevo voluto abbreviare il nome di Addolorata in Lota. Anche perché Lata non mi piaceva. E lui mi ha detto: “Lo sai che Lota da queste parti vuol dire melma, fango, pozzanghera?”. Ecco Lota ha cercato di imprigionare me e tutti i personaggi in una melmosa presa dalla quale è stato difficile uscire.

Vittore è attratto da questa donna di cuoio dentro e fuori, ma alla fine ha come dire un rigurgito di coscienza. Era importante questa parte nell’economia narrativa della tua storia?

E’ molto importante. Senza voler svelare la trama del romanzo, diciamo che Vittore accetta e capisce l’assassinio, ma non accetta il reato di caporalato. Quello passa in primo piano, per quello si deve pagare.

Come ti sei documentata nella stesura del romanzo?

Come se facessi un’inchiesta giornalistica. Ho parlato con i carabinieri, ho letto i verbali, ho letto le trascrizioni delle intercettazioni telefoniche. E ho registrato tante donne che mi hanno raccontato la loro vita.

Alcune parti si potrebbero definire horror, quando narri nei dettagli i vari stadi della decomposizione di un cadavere. Vero?

Sono sempre molto precisa nella descrizione degli assassinii e dei cadaveri. Praticamente da anni mi fidanzo periodicamente con qualche anatomopatologo. Scherzi a parte, credo che il lettore meriti precisione anche nei particolari più macabri. Insomma, non invento niente.

Bene è tutto, ti ringrazio della disponibilità e come ultima domanda ti chiederei di che progetti ti stai occupando attualmente?

Ho messo a riposo Vittore Guerrieri almeno per una stagione e sto lavorando ad altro. Rimango sempre nel territorio del noir. Molto noir stavolta. Ma preferisco non dire di più. Dico solo che anche stavolta mi dovrò fidanzare con un anatomopatologo, e anche a lungo.

:: Il giardino dei mostri di Lorenza Pieri (edizioni e/o 2019) a cura di Federica Belleri

14 settembre 2019

Il giardino dei mostri di Lorenza PieriHo acquistato questo libro con curiosità, perché legato alla terra di Maremma che amo in modo particolare. L’autrice, di cui non avevo ancora letto nulla, mi ha colpita davvero. Il suo romanzo è un omaggio al Giardino dei Tarocchi, ma è anche la storia di rinascita di una terra paludosa e inospitale. La scrittrice ha dedicato ciascun capitolo a un Arcano Maggiore. Ogni capitolo ha un valore e un significato preciso. Le descrizioni e le immagini della Maremma sono protagoniste, insieme a personaggi che non si dimenticano e ai mitici anni ’80 che fanno da cornice. I contadini hanno gli stivali sporchi di sterco e fango, ma cominciano ad alzare gli occhi ai primi turisti e ad affittare le stalle, le vecchie e umide stanze che non usano. Cosa mai ci troveranno questi ricchi istruiti in un casale mezzo diroccato e polveroso? Mah …
I giovani di campagna si scontrano con quelli che provengono dalla città. Prevale la curiosità mista a diffidenza. Prevale il pregiudizio e la voce del popolo.
Nel frattempo un’artista originale ha acquistato un’intero poggio, non senza difficoltà, e sta iniziando a creare qualcosa di davvero unico. Un Giardino magico, meta e rifugio di alcuni personaggi della storia.
La vita in Maremma è sacrificio e sudore, zero spazio per le emozioni e i sentimenti. Ma fuori da lì ci sarà pur qualcosa da vedere, o no?
Genitori e figli semplici si scontrano con persone false e costruite. Abituate a un certo tenore di vita, dove ogni capriccio viene soddisfatto velocemente. Amicizia e odio a contrasto. Sofferenza e maschilismo imperano. Anime belle si sentono a disagio perché non sanno come esprimersi. La bruttezza viene criticata e derisa, l’identità sessuale incerta è un difetto, una malattia.
Ma il giardino dei mostri è il giardino di tutti noi, è lo spazio che racchiude il nostro egoismo, il malessere e il malcontento provocati dal denaro. È l’orrore di essere manipolati e presi in giro. È l’ignoranza che rimbalza contro la scaltrezza. È la voglia di provare a uscirne per sentirsi liberi, ricevendo gli stimoli giusti.
Tra i paesaggi ricchi di sfumature, odori e profumi ho amato la forza di Annamaria e Saverio. Fratello e sorella uniti ma distanti, capaci di tenere duro e di superare tante vicissitudini.
Romanzo molto bello, che vi consiglio di leggere.

Lorenza Pieri è nata a Lugo di Romagna ma ha trascorso infanzia e adolescenza in Toscana. Dopo gli studi universitari a Siena e Parigi ha lavorato per quindici anni nell’editoria. Dal 2014 vive negli Stati Uniti dove alterna la scrittura di narrativa a quella giornalistica e drammaturgica, nonché alla traduzione letteraria. Nel 2016 le Edizioni E/O hanno pubblicato il suo primo romanzo, Isole minori, che ha vinto quattro premi ed è stato tradotto in cinque lingue.

Fonte : acquisto personale