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:: Umiltà degli scarti di Nicola Manicardi (LargoLibro, nella collana Agorà 2020) a cura di Salvatore Marrazzo

12 luglio 2020

cop manicChe cosa ha ancora da chiedere la poesia? E che cos’è questo corpo di parole in continua fibrillazione e in costante rimbalzo di vuoti e di frammenti? Domande, preghiere, appelli, implorazioni. O, parimenti, trattasi di verbosità dalle rughe scavate per scoprire il calcolo della sottrazione, di una possibile implosione o infausta liturgia beata o intangibile. Chi ha sete ha necessità di bere. Chi ha fame ha bisogno di cibo. Chi scrive ha necessità di scrittura. Si scelgono una domanda e una seguente e si ha la prova di trovarsi ovunque.
La poesia di Nicola Manicardi è questo luogo al cappio del quotidiano. Nessun filo ai ricordi o alla nostalgia, salvo che non si tratti di righe nette che tagliano le fronti o di ritratti in cornici logore.
Niente malumore o ansia, quindi, ma mancanze dalle voci presenti, in primo piano, tangibili bensì declinanti o allegre.
Le parole hanno un culmine, un’intensità nel loro giacere inermi, indifese, quasi che fossero scoperte, banali, umili, benedette. Scarti di una perentorietà inaccessibile e fine, in qual misura di una capillare, di una traccia che scorre subdola in territori avversi ma docili di una parola che si vuole plurale, affannata di verbi consunti e di porte chiuse che si vogliono aprire.
Scrive bene Giulio Maffii nella prefazione al libro di Nicola Umiltà degli scarti, edito da L’Argolibro nella collana Agorà diretta da Nicola Vacca, quando dice che i versi fluiscono come fitte che variano dal descrittivo allo gnomico, ma non scadono mai nel pietismo didascalico, sebbene di aforistico ci sia ben poco, ma quanto basta per dare ai versi una maniera, un colpo più serrato, più convincente, più sferzante.

«Ho fatto spazio/per altro sporco/non ho pulito,/ ho aggiunto».

La poesia ha bisogno di parole, di costruzioni, di fratture stabili, ma anche di verità. E questo è innegabile. Lo riconosceva bene Rilke, che della necessità poetica ne aveva fatto un baluardo tra il poeta e le cose. E sempre a preferire il passo indietro, il dileguarsi, la trasparenza.

«Parlare/con la nostra/voce/ lo riconosco,/è atroce».

Manicardi, ma come ogni poeta, rinuncia, non trova la combinazione se non nella parola di un’impronta invisibile, o di un corrimano, o di una prossemica non curante, o di un punto che scompare.
L’anatomia sta nella gioia e nell’inferno. Nel luogo dell’essere e nella purezza di una fleboclisi. Il sembrare solo acqua. Poi l’ago che entra come una tracina.
Quella di Manicardi è una poesia dell’osservanza, del rispetto, dell’ubbidienza alle cose. Un’anima che rampica nelle sclere di un mondo rovesciato. Fa fede il nulla con cui si finiscono le frasi. Di Manicardi preferisco la prosa secca, breve, concisa.

«Come un biscotto/ inzuppato nel latte/ mi assorbo divenendo fondo».

Tuttavia, la poesia lascia correre sia una ferita che cade sia il suo essere staccato. O avulso. Plotino parlava di alterità come qualcosa d’indispensabile. Pena il silenzio e l’uno indistinto.

Nicola Manicardi è nato a Modena dove risiede e lavora in ambito sanitario. Appassionato di letteratura in particolare modo di poesia. Ha pubblicato nel 2015 per la casa editrice Rupe Mutevole di Parma il suo primo volume intitolato “Periplo”. Successivamente è stato inserito nell’antologia dedicata al mito di Marilyn Monroe dal titolo “Umana troppo Umana” di Alessandro Fo e Fabrizio Cavallaro edito da Aragno anno 2016. Nel 2018 pubblica il secondo volume di poesia intitolato “Non so” per la casa editrice I Quaderni del Bardo di Stefano Donno, Collana Zeta diretta da Nicola Vacca. Nel luglio 2018 ha partecipato in veste alla trasmissione “il Sabbatico” mandata in onda su Rai news. In questi anni la poesia di Nicola Manicardi è stata tradotta in: greco, spagnolo, rumeno, russo, francese ed inserita in prestigiose riviste nazionali ed internazionali.

Source: Libro inviato al recensore dall’ ufficio stampa.

:: Presentazione: Interviste (im)perfette: a tu per tu con Fabrizio Borgio

11 luglio 2020

Prosegue il ciclo di interviste collettive. Sempre la stessa formula: domande sia mie che dei lettori, e risposte scritte in tempo reale sul nostro Gruppo Facebook.

La prossima ospite delle nostre Interviste (im)perfette è Fabrizio Borgio.

Sarà con noi lunedì 13 luglio alle ore 18,30 sempre nel nostro gruppo Facebook pubblico. Insomma, come per l’incontro precedente, tutti potranno assistere all’incontro.

Chi vuole fare domande all’autore potrà iscriversi al gruppo!

Io modererò l’incontro, e farò anche domande all’autore. Riporterò poi domande e risposte in un articolo di questo blog per chi non avrà avuto modo di partecipare in tempo reale.

Fabrizio

Fabrizio Borgio nasce prematuramente nella città di Asti il 18 giugno 1968. Appassionato di cinema e letteratura, affina le sue passioni nell’adolescenza iniziando a scrivere racconti. Trascorre diversi anni nell’Esercito. Lasciata l’uniforme, bazzica gli ambienti artistici astigiani, segue stages di sceneggiatura con personalità del nostro cinema, tra cui Mario Monicelli, Giorgio Arlorio e Suso Cecchi d’Amico. Collabora proprio come sceneggiatore e soggettista assieme al regista astigiano Giuseppe Varlotta. La fantascienza, l’horror, il mistero, il fantastico “tout court”, gialli e noir sono i generi che maggiormente lo coinvolgono e interessano ma non si pone paletti di sorta nella sua scrittura. Esordisce partecipando con un racconto breve al concorso letterario “Il nocciolino” di Chivasso e ricevendo il premio della giuria.
Ha pubblicato Arcane le Colline nel 2006 e La Voce di Pietra nel 2007. Per Fratelli Frilli Editori pubblica nel 2011 Masche (terzo classificato al festival Lomellina In Giallo) e nel 2012 La morte mormora. Nel 2014 esce Vino rosso sangue, il primo noir che vede protagonista l’investigatore privato Giorgio Martinengo. Firma un contratto con la Acheron Books di Samuel Marolla con la quale pubblica il romanzo IL SETTIMINO, terza avventura dell’agente speciale del DIP Stefano Drago.
Asti ceneri sepolte, secondo libro di Giorgio Martinengo mentre Morte ad Asti (Menzione d’onore al festival Giallo Garda 2018) è l’ultimo noir pubblicato con Martinengo protagonista, sempre per la Frilli editrice. Suoi racconti sono ospitati nelle antologie Spettrale e Il Bar del fantastico, della Cooperativa autori fantastici e nella prima edizione de Una Finestra sul noir della Frilli. Da poco è uscita la seconda raccolta, 44 gatti in noir con un suo racconto ospite. Sempre nel 2018 ha firmato la sceneggiatura con il documentarista Antonio De Lucia del cortometraggio Io resto ai surì in fase di distribuzione.
La Ballata del Re di Pietra è il quarto libro con l’investigatore Giorgio Martinengo.
Dal 2015 è membro della Horror Writers Association.
Sposato, vive a Costigliole d’Asti sulle colline a cavallo tra Langhe e Monferrato con la sua famiglia e un gatto nero di nome Oberyn, dove oltre a guadagnarsi da vivere e scrivere i suoi romanzi, milita nella locale sezione della Croce rossa Italiana come soccorritore.
Membro ONAV è anche assaggiatore di vino.

Ecco è tutto, spero che parteciperete numerosi.

Detto questo, buone letture a tutti e a lunedì, vi aspettiamo!

:: I superstiti del Télémaque di Georges Simenon (Adelphi 2020) a cura di Nicola Vacca

10 luglio 2020

gsimenonGeorges Simenon è un genio che aveva in testa la grande letteratura, solo la sua mente poteva partorire il ciclo infinito dei romanzi duri.
Tra questi, I superstiti del Télémaque occupa un posto di rilievo.
Adesso Adelphi lo rimanda in libreria (traduzione di Simona Mambrini) e come sempre accade, noi tutti appassionati di Simenon, ci deliziamo con grande ammirazione.
Siamo nella provincia normanna. Pescatori, città nebbiose, caffè dove si consuma la vita.
Il capitano Pierre Canut viene accusato di un delitto, la vittima è Février, un marinaio che viene trovato sgozzato nella sua abitazione in cima a una scogliera a Fécamp.
Charles, il fratello gemello, sa che Pierre è innocente e farà di tutto per scagionare la carne della sua carne.
I Canut sono vittime del tragico passato. La loro disgrazia è legata al naufragio del Télémaque, dove il vecchio Canut perse la vita. Una nave inglese trovo il relitto con a bordo alcuni superstiti, tra questi c’era Février.
La vedova accuserà Février, che era uno dei sopravvissuti. La donna non si darà mai pace, fino alla pazzia. Accuserà Février , ritenendolo responsabile della morte del marito.
Simenon con la sua abilità conduce il lettore nel labirinto intrigato di una storia che si tinge di giallo dove i misteri da svelare sono davvero numerosi e ogni personaggio porta con sé un piccolo frammento di verità.
Un dramma psicologico con altissime tensioni narrative in cui troviamo tutta la volontà di potenza del grande scrittore che ancora una volta con un ritmo incalzante ci porta senza un attimo di respiro nella storia che fino alla fine nasconde i suoi misteri.
Les Rescapés du Télémaque venne scritto in uno chalet a Igls (Tirolo, Austria), nel dicembre 1936, apparve a puntate su “Le Petit Parisien”, dal 25 giugno al 24 luglio 1937 e in volume nel 1938.
In Italia lo pubblicherà Mondadori nel 1948 con il titolo I superstiti del Telemaco.

«Mi è bastato chiudere le persiane e, seduto accanto a una grossa stufa di maiolica, scrivere I superstiti di Télémaque. Subito mi hanno raggiunto in Tirolo l’odore delle aringhe, gli equipaggi di marinai normanni e quella città, placida o animata a seconda delle maree, costantemente annerita dalla pioggia».

Così scrive Simenon nel prologo.
Due ragazzi infelici, segnati dalla morte del padre, una madre che perde la testa dal dolore, un omicidio che dilania le coscienze di un posto tranquillo.
Simenon è duro, molto duro in uno dei suoi tanti romanzi duri, il più riuscito, nel delineare la natura umana con tutte le sue atroci contraddizioni.
Un romanzo che ha una potenza fenomenale. Una storia partorita dalla mente lucida di quel grande genio della letteratura che si chiama Georges Simenon. Un narratore immenso che non finirà mai di stupirci.

Georges Simenon – Scrittore belga di lingua francese (Liegi 1903 – Losanna 1989). Tra i più celebri e più letti esponenti non anglosassoni del genere poliziesco, la sua produzione letteraria, soprattutto romanzi gialli, è monumentale: essa conta poco meno di duecento romanzi, fra cui emergono − per popolarità in tutto il mondo e per salda invenzione − quelli della serie di Maigret, quasi tutti tradotti in italiano. Dopo il suo primo romanzo, scritto a 17 anni (Au pont des arches, 1921), si trasferì a Parigi dove pubblicò sotto svariati pseudonimi opere di narrativa popolare. Nel 1931 con Pietr le Letton, che uscì sotto il suo nome, inaugurò la fortunatissima serie dei romanzi (circa 102) incentrati sul commissario Maigret, che rinnovarono profondamente il genere poliziesco. Negli USA dal 1944 al 1955, tornò poi in Europa, stabilendosi in Svizzera; nel 1972 smise di scrivere, limitandosi a dettare al magnetofono, e tornò alla scrittura solo per redigere i Mémoires intimes (1981). Autore straordinariamente prolifico, con stile semplice e sobrio ha narrato nei suoi romanzi, caratterizzati da suggestive analisi di ambienti, la solitudine, il disagio esistenziale, il vuoto interiore, l’ossessione, il delitto (La fenêtre des Rouet, 1946; Trois chambres à Manhattan, 1946; La neige était sale, 1948, trad. it. 1952; L’horloger d’Everton, 1954; Le fils, 1957). Gran parte di questa abbondante produzione, che ha ispirato molti film ed è stata tradotta in 55 lingue, è stata riunita nelle Oeuvres complètes (72 voll., 1967-73) e in Tout Simenon (27 voll., 1988-93). Ricordiamo inoltre i racconti e le prose autobiografiche (Je me souviens, 1945; Pedigree, 1948, trad. it. 1987; Quand j’étais vieux, 1970; Lettre à ma mère, 1974, trad. it. 1985; la serie Mes dictées, 21 voll., 1975-85), e le raccolte di articoli À la recherche de l’homme nu (1976), À la decouverte de la France (1976), À la rencontre des autres (1989). Nel 2009, in occasione del ventennale della morte, è stato pubblicato in Francia a cura di P. Assouline il monumentale Autodictionnaire Simenon, lungo le cui voci (in gran parte tratte da interviste, carteggi e appunti dello stesso S.) si snoda un’originalissima e dettagliata biografia dello scrittore.

Source: Libro inviato al recensore dall’Editore, ringraziamo Benedetta Senin dell’Ufficio Stampa “Adelphi”.

:: Il passato non muore di Lee Child (Longanesi 2020) a cura di Giulietta Iannone

9 luglio 2020
Il passato non muore

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Proveniente dal Maine, Jack Reacher decide di svernare a San Diego e così tra bus a lunga percorrenza dalle cromature luccicanti e brevi tratti in autostop inizia il suo viaggio. Lungo la strada fa una deviazione nel New Hampshire e quando un cartello gli indica una cittadina di nome Laconia si ricorda che era il luogo natale di suo padre Stan Reacher, e mosso da curiosità decide di andare a dare un’occhiata al posto e magari trovare la sua casa natale da cui suo padre appena maggiorenne fuggì, forse precipitosamente, per arruolarsi nei Marines.
Così inizia Il passato non muore (Past Tense, 2018) ventitreesimo libro della serie di Jack Reacher, ex poliziotto militare dedito a vagabondare per le polverose strade di un’America per certi versi ancora rurale e desolata.
Tradotto da Adria Tissoni e pubblicato in Italia sempre da Longanesi Il passato non muore segue il precedente Inarrestabile, che mi ha tenuto compagnia l’estate scorsa, e per coincidenza anche la scorsa recensione era uscita il 9 luglio.
Che devo dire mi piacciono le storie di Jack Reacher, alcune forse più di altre, ma si tratta sempre di intrattenimento di qualità, alta suspence, colpi di scena ben piazzati, coerenza narrativa di buon livello, e forse sprazzi di violenza improvvisi sempre inseriti in una certa etica del protagonista che anche se non sempre segue alla lettera la legge ha comunque un’idea precisa e personalissima di cosa sia il bene e il male. Certo Jack Reacher non è un tipo con cui ci piacerebbe davvero mangiarci una pizza assieme o averci a che fare, ma sulla pagina scritta è un personaggio davvero riuscito e capace di creare empatia con il lettore.
Questa storia mi è piaciuta per i dialoghi, asciutti, puliti, pieni per certi versi anche di umorismo (alla Jack Reacher naturalmente) e per il senso di suspense che cresce man mano che si prosegue la lettura.
Insomma ci sono due storie parallele che si alternano: quella di due ragazzi canadesi in viaggio con una grande valigia (non vi dico cosa c’è dentro, lo scoprirete sul finale e no non è un MacGuffin) e quella di Jack Reacher alla ricerca delle sue radici, in visita alla città natale di suo padre.
Già da subito sappiamo che le due storie si incontreranno, ma non sappiamo come, dove o perché. Ma sappiamo che voleranno botte da orbi, che alcuni moriranno, si spera i cattivi della storia, perché Jack Reacher non le manda a dire, e non va tanto per il sottile quando si tratta di difendere giovani donne che tornano a casa tardi la sera dopo un turno da cameriera in un cocktail bar, o ragazzi sprovveduti che voglio rifarsi una vita e invece finiscono in un motel da incubo. Perché la provincia americana è sinistra e pericolosa, nasconde insidie ad ogni angolo, anche dove meno te l’aspetti.
Jack Reacher non si smentisce, è sempre lui, rude, grossolano forse, grande e grosso e senza grandi aspettative di vita, insomma non pensa proprio di vivere abbastanza per finire la sua vita in una casa di riposo.
Lee Child scrive onesto thriller action on the road, e in questo è il migliore, quando si inizia una sua storia non si vede l’ora di vedere dove porterà. Ma non è pura azione senza contenuti, è uno specchio distorto di cosa è l’America oggi, con i suoi pregi e i suoi difetti, la tanta brava gente che dà passaggi agli sconosciuti (e gli va bene quando è Reacher a salire a bordo) e tanti altri delinquenti e gentaglia assortita interessata a fare affari nei modi più sordidi possibile.
Un po’ mi ha ricordato Prova a fermarmi, per alcune scelte narrative ma è stato un breve deja vu, questa è una storia autonoma che si regge sulle sue gambe e che aiuterà anche a fare luce su un segreto di famiglia del padre di Reacher, segreto che era sicuro non sarebbe mai venuto a galla, ma non aveva previsto di avere un figlio come Jack.

Lee Child è nato a Coventry, in Inghilterra, nel 1954. Dopo aver lavorato per vent’anni come autore di programmi televisivi, nel 1997 ha deciso di dedicarsi alla narrativa: il suo primo libro, Zona pericolosa, è stato accolto con un notevole successo di pubblico e critica, e lo stesso è accaduto per gli altri romanzi d’azione incentrati sulla figura di Jack Reacher, personaggio definito dall’autore «un vero duro, un ex militare addestrato a pensare e ad agire con assoluta rapidità e determinazione, ma anche dotato di un profondo senso dell’onore e della giustizia». Nel 2019 è stato proclamato Autore dell’anno dal British Book Awards. Lee Child vive negli Stati Uniti dal 1998.

Source: epub inviato al recensore dall’editore, ringraziamo l’ufficio stampa Longanesi.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Interviste (im)perfette: a tu per tu con Paola Sironi

9 luglio 2020

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Ecco il resoconto dell’ottavo incontro del ciclo Interviste (im)perfette tenutosi il 6 luglio sul nostro Gruppo Facebook. Buona lettura!

Eccoci pronti, diamo il benvenuto a Paola Sironi e a tutti i lettori.
Parlaci un po’ di te, del tuo lavoro. Punti di forza e di debolezza.

Mi chiedi tante cose. Diciamo che ho inseguito questo sogno per molto tempo, arrivare a pubblicare dei romanzi. Non sapevo se ci sarei riuscita, ma sono stata piuttosto tenace e, alla fine, ho raggiunto la soddisfazione di sapere che le mie parole sono lette da diverse persone. Posso arrivare a comunicare con sconosciuti, esattamente come gli scrittori che amo e ho amato hanno comunicato con me. Al si là dello spazio e del tempo. E’ una sensazione indescrivibile.
Punti di forza: una certa tenacia cocciuta, che ha pro e contro.
Punti di debolezza: forse, quello che soffro di più è una certa timidezza nell’approcciare il pubblico.

Come è nato il tuo interesse per la scrittura e la letteratura in genere? Hai iniziato a leggere molto giovane?

Sì, da bambina, ho iniziato con i classici che c’erano a quei tempi. Essendo cresciuta tra i maschi soprattutto Salgari e Verne.
Leggere è sempre stato uno dei miei passatempi preferiti. Nell’adolescenza è diventato una passione.
Gli studi classici mi hanno aiutato molto in questo percorso.

“Sotto scorre il fiume” è il tuo ultimo libro, ce ne vuoi parlare?

È la nuova storia che ho dedicato all’ispettore Annalisa Consolati e alla sua squadra. Nasce dal mio rapporto controverso con questo fiume che attraversa il paese dove vivo da sempre: il Seveso. La storia si sviluppa intorno al fiume, attraverso un delitto crudele.

Quali sono i tuoi scrittori preferiti, classici e contemporanei? Quelli che hanno influenzato maggiormente la tua scrittura.

Io amo la letteratura e spazio in molti generi. In assoluto il mio scrittore preferito è James Joyce, come classici se ne devo scegliere qualcuno direi Marcel Proust, Jane Austen e Stendhal. Contemporanei, sempre dovendo selezionare, e non è facile: Fred Vargas, Philip Roth e Murakami. Giuro però che leggo molti gialli e mi sento influenzata un po’ da tutti, classici, contemporanei, a prescindere dal genere. Anche perché mi piacciono le contaminazioni di genere.

Hai una routine fissa di scrittura, una tazza portafortuna, una musica di sottofondo mentre crei le tue storie?

Chiusa in una stanza, ma la musica è essenziale. Anche lì spazio molto, a secondo dell’umore e quello che devo scrivere, posso passare da Albinoni ai Gogol Bordello. Se devo solo pensare a come risolvere una situazione, invece, lunghe passeggiate. Il lock down è stato un disastro su quest’ultimo aspetto.

Nel ringraziarti per la tua disponibilità infine l’ultima domanda: che libro stai scrivendo in questo momento? Puoi anticiparci qualcosa?

In realtà sto solo riflettendo. Penso che continuerò con Annalisa per mettermi alla pari con la saga dei Malesani, ma, davvero, non per fare la misteriosa, ho solo in mente due idee molto vaghe alle quali lavorerò nelle prossime ferie.

Domande dei lettori

Michele Di Marco

Ciao Paola, e ciao Giulietta: sono impaziente, dunque scrivo senza aspettare di leggere la prima risposta, per cui mi scuso se per caso il tema sarà già stato trattato. Paola, come mai ti sei messa a inventare storie e personaggi? E hai deciso subito (per nostra fortuna) di condividerli con noi lettori?

Inventare mi riesce facile. Sono un Patrizio Consolati con i piedi per terra nella vita quotidiana. Nel caso che qualcuno non sapesse chi è Patrizio Consolati, gli anticipo che è padre della mia protagonista, da tutti detto “il continuatore di film”. Penso che renda l’idea.

Hai scritto sopra che “sei cresciuta coi maschi”: è un punto di contatto con Flaminia, la tua prima protagonista?

Direi proprio di sì.
Sono stata un maschiaccio che giocava a pallone, macchinine e leggeva fumetti come Tex Willer. Un po’ si vede, secondo me.

Io credo che, al di là del tono leggero che riesci a mantenere pur raccontando storie in cui non mancano episodi efferati, tu sia una delle scrittrici più “noir” tra quelle che conosco, nel senso che i tuoi romanzi danno sempre stimoli per pensare alla realtà sociale in cui si muovono i tuoi personaggi, che poi è la nostra. E mi sembra che tu ci tenga. Sbaglio?

No, Michele, io la penso proprio come te: il noir non è per forza efferato o “piagnone”. Il maestro del noir, Simenon, con Maigret non lo era e questo basterebbe. Il giallo, secondo me, diventa noir nel momento in cui riesce a cogliere gli aspetti sociali nei quali matura un delitto. È commedia e tragedia che si mescolano, come nella vita reale.

Mi porto avanti con la prossima domanda. Come mai dopo quattro romanzi (a proposito, apro una sotto-domanda: ti piace di più definirli “gialli”, o “thriller”, o non li definiamo proprio?) con i fratelli Malesani hai deciso di aprire una serie con una nuova “famiglia” di protagonisti?

Io le definisco commedia umana noir. L’idea di cambiare me l’ha ispirata Fred Vargas che ha creato sia gli evangelisti sia Adamsberg.

Nelle note in calce alla presentazione dell’intervista sul blog di Giulietta, fate riferimento agli eventi di reading, e ho visto da poco che anche sulla tua pagina Facebook hai pubblicato alcuni video con la lettura di brani scelti dei tuoi romanzi. Rileggi sempre ad alta voce anche mentre scrivi? Oppure la lettura ad alta voce arricchisce i testi grazie all’interpretazione?

Leggo sottovoce, ma abbastanza da sentirmi. È importante per verificare il ritmo. Alla lettura in pubblico sono, invece, arrivata grazie alle mie amiche Enterprise Very Nice, che sono attrici, casiniste e mi hanno tirato dentro.

Non avete pensato a produrre degli audiolibri? Secondo me, i tuoi testi si presterebbero.

Michele Di Marco non ci ho mai pensato, ma mi piacerebbe e credo che siano facilmente interpretabili. Se dovessi scegliere il lettore, mi orienterei su una delle mie amiche, sono collaudate.

Prima dicevi che “sei stata un maschiaccio”, però mi pare che nelle tue storie i personaggi “risolutori” e quelli più riflessivi (non solo le protagoniste, penso anche ad esempio a Minerva, che non poteva che essere “saggia”) sono donne.
E’ una conferma di quello che noi maschietti sappiamo da sempre, e cioè che siete comunque più intelligenti?

Più intelligenti, è esagerato. Però più abituate per motivi culturali a risolvere problemi, sicuramente.

Ivo Tiberio Ginevra

Ciao Paola, intanto ti faccio i miei complimenti per la tua bella e piacevole vena artistica, poi vorrei chiederti un parere sulla necessità, o meno di inserire nei romanzi di ambientazione un uso particolarmente spinto del dialetto. Il rischio è che lettori di altre regioni non capiscano nulla, ma la bellezza dovrebbe essere quella di restare fedelissimi ai luoghi e alla gente dei luoghi. Grazie e in bocca al lupo.

A me piace molto. Pensiamo a Camilleri, quando lo leggevo all’inizio, soprattutto i romanzi storici, capivo poco. Poi ci si abitua e il risultato è notevole. Ho faticato tantissimo a leggere, per esempio Il Pasticciaccio di Gadda, ma possiamo immaginarlo scritto diversamente? Io non lo faccio solo perché non sono portata per i dialetti.

Paola hai mai pensato di scrivere un romanzo a 4 mani con un tuo collega scrittore? Che difficoltà pensi di potere incontrare? Scusa la domanda, ma mi sto avventurando in una cosa del genere.

Non ci ho proprio mai pensato. Così a caldo mi vengono in mente solo tanti litigi. Mi ricorda quanto è stato impegnativo mettere in scena una commedia che ho scritto, rapportandomi alle attrici. Il confronto è sempre impegnativo, però, arricchisce. Credo che possa essere una buona esperienza.

Paola scrivi faccia al muro, o scegli un posto con bella vista, o dove capita? Te lo chiedo per la famosa concentrazione dello scrittore…

A casa, hinterland milanese, faccia al muro. Al lago, davanti a una finestra con vista spettacolare, se non addirittura in spiaggia. Tendenzialmente preferisco la seconda. Non ho grossi problemi di concentrazione, ho la capacità di isolarmi e i parenti mi odiano per questo.😆

Pape Roga

Pensi a un ipotetico lettore quando scrivi oppure “scrivi per te stessa”?

Sono egoista, scrivo pensando a me. Un pochino anche all’editore.

:: Gianpaolo Zarini (Savona, 5 settembre 1969 – Savona 7 luglio 2020)

7 luglio 2020

Gianpaolo

Ci ha lasciati questa notte, a soli 50 anni, lo scrittore savonese Gianpaolo Zarini, autore sempre in coppia con Andrea Novelli. Insieme hanno pubblicato opere per diversi editori italiani tra cui Marsilio, Mondadori, Feltrinelli, e Fratelli Frilli Editore. Oltre ad essere uno scrittore di raro talento era una persona gentile che credeva in valori come l’amicizia e la solidarietà. Incoraggiava, aiutava i colleghi e sapeva farsi volere bene. Ci mancheranno le sue storie e i suoi incoraggiamenti.

:: Presentazione: Interviste (im)perfette: a tu per tu con Paola Sironi

6 luglio 2020

Prosegue il ciclo di interviste collettive. Sempre la stessa formula: domande sia mie che dei lettori, e risposte scritte in tempo reale sul nostro Gruppo Facebook.

La prossima ospite delle nostre Interviste (im)perfette è Paola Sironi.

Sarà con noi lunedì 6 luglio alle ore 18,30 sempre nel nostro gruppo Facebook pubblico. Insomma, come per l’incontro precedente, tutti potranno assistere all’incontro.

Chi vuole fare domande all’autore potrà iscriversi al gruppo!

Io modererò l’incontro, e farò anche domande all’autore. Riporterò poi domande e risposte in un articolo di questo blog per chi non avrà avuto modo di partecipare in tempo reale.

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Paola Sironi è nata nel 1966 a Milano. Vive con il marito e la figlia in un paese dell’hinterland milanese. Ha lavorato come consulente informatico per diverse aziende e attualmente è analista funzionale presso una società di credito.

Ha pubblicato cinque libri con Todaro Editore e uno con Eclissi Editrice: “Bevo grappa” (2010), “Nevica ancora” (2011), “Il primo a uccidere” (2013), “Gelati dagli sconosciuti” (2016), “Donne che odiano i fiori” (2018), “Sotto scorre il fiume”(2020).

Nel 2012, con quattro amici attrici, ha fondato il gruppo teatrale “Enterprise very nice”, specializzato in eventi di reading e invito alla lettura. Per loro, ha scritto e diretto la commedia “La staffetta perenne”, rappresentata nel 2017.

Ecco è tutto, spero che parteciperete numerosi.

Detto questo, buone letture a tutti e a lunedì, vi aspettiamo!

:: Un’intervista con Emiliano Reali a cura di Giulietta Iannone

28 giugno 2020

il-seme-della-speranzaBuongiorno Emiliano, benvenuto su Liberi di scrivere e grazie di aver accettato questa intervista. Scrittore, blogger, giornalista. Parlaci di te, che studi hai fatto, che ricordi hai della tua infanzia?

Ero un bambino sensibile e insicuro, alle elementari avevo creato un mondo di giochi con la mia amichetta Francesca, ci isolavamo per difenderci dalla brutalità. Poi con le scuole medie ci siamo separati ed è iniziato il bullismo vero e proprio, anni bui che vorrei non aver vissuto. Al liceo scientifico, scelto solo perché c’era mio fratello che speravo mi difendesse, la situazione peggiorò ulteriormente. Sorrido al pensiero di quello che diceva mio padre quando non volevo andare a scuola, “Da grande ti mancherà il periodo della scuola”. A me quegli anni non mancano assolutamente, piuttosto ringrazio che non ritornino. L’università fece in modo che finalmente allontanassi dalla parola istruzione la sensazione di acuta sofferenza che fino a quel momento aveva accompagnato il mio percorso di studi. Mi sono laureato in filosofia discutendo una tesi in storia delle religioni, precisamente sui riti terapeutici degli indiani Navajo, e alcuni degli amici trovati a Villa Mirafiori mi accompagnano ancora oggi.

Come ti sei avvicinato alla scrittura e come è nato il tuo amore per i libri?

Scrivevo per respirare, riempivo diari dove sfogavo le emozioni che non era possibile tenere a bada. Mai avrei pensato però di vivere con le parole, giocavo a pallavolo sperando di divenire un atleta professionista, amavo gli animali al punto da voler fare il veterinario. Poi però l’insicurezza mi frenò e decisi per una facoltà che avrei potuto frequentare a Roma. Trasferirmi a Perugia da solo, dove c’era veterinaria, mi terrorizzava. Mi iscrissi quindi a filosofia. Una volta laureato una mia amica mi fece leggere un racconto col quale partecipava ad un concorso, ne scrissi uno e vinci. Una scintilla si accese e di lì a poco diventò un incendio. Il fuoco delle parole mi brucia dentro, forse mi consumerà, ma non c’è modo di spegnerlo.
Discorso ben diverso riguarda la lettura. Fino al conseguimento della laurea non riuscivo a ritagliare del tempo per letture extra. Anche dopo la stesura del famoso racconto che cambiò la mia vita continuavo a non leggere. La mia migliore amica mi spinse ad aprirmi alla lettura dicendomi che ne avrei guadagnato sia come scrittore che come persona. Seguii il consiglio e mi dolsi per tutto il tempo perso. Oggi non potrei vivere senza leggere!

Sei un autore di romanzi e libri per ragazzi, che tipo di responsabilità implica scrivere per questi giovani lettori? Tu come ti regoli? Hai fatto studi specifici sull’età evolutiva?

E’ una cosa fantastica sapere che i ragazzi leggono i miei libri, è come giustamente dici anche una bella responsabilità, ma io lascio parlare il ragazzino in me e in questo modo spero di non sbagliare. La mia storia, il mio vissuto, mi hanno permesso di sviluppare una sensibilità particolare che fa sì che riesca a non dimenticare gli ultimi o quelli in difficoltà. La vita è stato il mio campo di studio, ne porto i segni e brandisco le consapevolezze conquistate. Scrivo per i ragazzi e imparo da loro, dalla loro schiettezza e dall’autenticità che li contraddistingue.

Il tuo fantasy Il seme della speranza (Watson, 2020) viene utilizzato nelle scuole come testo di lettura, una bella soddisfazione.

Sono molto felice di questo, una serie di scuole dislocate sul territorio nazionale lo hanno assegnato come testo di lettura estivo, altre lo utilizzeranno per progetti o laboratori l’anno prossimo. Per lo più nelle scuole medie e al biennio delle superiori, ma anche in alcune scuole elementari per i ragazzini che dalla quarta passano in quinta. E’ una lettura che può venir fatta a vari livelli, a seconda dell’utenza. Di certo il covid e la didattica a distanza non hanno agevolato la diffusione del mio libro, ma non sono riusciti a fermarlo!

Parlaci de Il seme della speranza, come è nata in te l’idea di scriverlo?

Sono cresciuto giocando a Dungeons & Dragons, quante volte ho sognato di essere il druido Zibetex o il mago Mercurius e di combattere contro banditi o creature mostruose per difendermi o salvare i più deboli. Quel mondo di fantasia e di magia è ben vivo in me e ho dovuto solamente aprire una porticina per consentire alle parole di uscire. Poi ho pensato di metterlo in comunicazione/contrapposizione con l’iper-razionalità e l’aridità che ahimè stanno rovinando il nostro pianeta ed è venuto fuori “Il seme della speranza”, un’opera dicotomica, dove però alla fine ci si accorge che ciò che apparentemente è distante in profondità è intimamente legato.

Di cosa parla? Sottende un messaggio universale?

In principio fu Spyria, l’immortale, piena dell’amore necessario a generare ogni essere vivente, che creò l’universo. La divina genitrice diede origine a due mondi paralleli, lontani e diversi tra loro, seppure intimamente legati: quello degli Spiriti e delle Divinità, dove l’armonia e l’incanto regnano sovrani, e il pianeta Terra. Lo sfruttamento degli individui e della natura su quest’ultimo ruppe il fragile equilibrio di connessione tra i due, quindi Eres viene mandato sul Pianeta Terra per cercare di porre fine alla scelleratezza dell’essere umano.
Il seme della speranza” è un Fantasy moderno, un libro che mette in comunicazione e in contrapposizione gli aspetti più puliti dell’animo umano con la bramosia di potere e di denaro. Da un lato il rispetto per la natura, per l’individuo come entità viva e pulsante, dall’altro l’arroganza e il delirio d’onnipotenza e l’arrivare a considerare le persone solo come strumenti, oggetti per perseguire i propri fini.

Sei un autore italiano tradotto all’estero la tua raccolta di racconti Sul ciglio del dirupo è uscita in America col titolo “On the edge”. Raccontaci come è andata. Con che editore americano pubblichi?

Essere invitato a presentare un tuo libro alla NY University, all’Ambasciata Italiana di Washington o all’Opera House di Willmingotn sono esperienze che non si dimenticano. Giorni fantastici che mi hanno riempito di soddisfazione, questa però è arrivata dopo, inizialmente ero solo spaventato all’idea di presentarmi a una platea e interagire in una lingua diversa dall’italiano. Ricordo che il giorno della prima presentazione in America dissi al mio editore che non ce la facevo, doveva dire alle persone intervenute che mi ero sentito male e che l’evento era annullato. Lei però (DeBooks) mi tranquillizzò e tutto andò per il meglio. Ogni tanto riguardo il video della mia presentazione che la NY University ha pubblicato su YouTube e ho un brivido. Spero di tornarci presto, magari con un nuovo libro tradotto!

Come è nato il tuo interesse per i racconti?

Il racconto non è altro che una storia breve, se ne fruisce in modo diverso dal romanzo, in tempi diversi, nei ritagli. Sai che lo inizi e lo finirai, non resterai appeso alla lettura, non rimarrai deluso perché la pausa pranzo terminerà senza che tu abbia risolto i tuoi dubbi. Mi piacciono i racconti, nei momenti frenetici sono perfetti per riempire piccoli vuoti, ho adorato quelli di Edmund White, che ho avuto la fortuna di conoscere, e apprezzo il lavoro svolto da Racconti Edizioni, casa editrice che ha il merito di puntare su una forma narrativa per lo più bistrattata. Quando mi trovo a scrivere racconti sto molto attento alla cura e alla definizione di ogni dettaglio, sono piccole perle che devi cercare di lucidare alla perfezione.

Collabori con la pagina Cultura de Il Mattino e sull’HuffPost curi la rubrica “Nel giardino delle parole“. Come giudichi il giornalismo culturale italiano? C’è spazio per i giovani?

E’ un settore spinoso e altamente competitivo dove è davvero difficile farsi largo e riuscire a fare in modo che il proprio nome si ritagli un piccolo spazio accanto ai soliti noti. Ho dato vita alla mia rubrica sull’HuffPost nel dicembre del 2017, il 22 dicembre, giorno del compleanno di mia madre, e ho iniziato a collaborare con Il Mattino a ottobre 2018. A che punto sono? Solo all’inizio!

Il tuo sito è http://www.emilianoreali.it, hai un canale diretto con i tuoi giovani lettori? Ricevi molta posta?

Sono in contatto coi lettori, giovani e meno giovani, attraverso i canali social (Facebook, Instagram, Twitter) e devo dire che le loro lettere, i loro commenti, i post dove mi taggano mi riempiono davvero di riconoscenza per questo lavoro splendido che ho la fortuna di fare. Ultimamente mi stanno sommergendo di loro foto con “Il seme della speranza” e io li chiamo affettuosamente i miei semini.

Cosa stai leggendo in questi giorni, quali sono i tuoi libri sul comodino?

Leggo “Fiori senza destino” (Sem) di Francesca Maccani e “L’educazione come vita” di Georg Simmel, opera curata da Alessandra Peluso per Mimesis edizioni. Poi sul comodino mi aspettano “Biografia della fame” (Voland) di Amélie Nothomb, “Lamento di Portnoy” (Einaudi) di Philip Roth e “Il vecchio che leggeva romanzi d’amore” (Guanda) di Luis Sepulveda.

Bene, penso sia tutto, chiuderei questa bella intervista con un’ultima domanda: mi piacerebbe conoscere i tuoi progetti futuri di scrittura.

Ho due nuovi romanzi pronti, devo trovare un nuovo agente e la casa editrice giusta per loro!

:: Un’intervista con Rossana Balduzzi Gastini a cura di Giulietta Iannone

23 giugno 2020

La ragazza di madreperlaBentornata  su Liberi di scrivere signora Balduzzi Gastini, e grazie per aver accettato questa nuova intervista. L’ho invitata per parlare del suo libro La ragazza di madreperla, edito con Edizioni Minerva. È uscito l’anno scorso poi soprattutto per l’emergenza sanitaria di quest’anno i progetti un po’ di tutti sono stati rivoluzionati. Come è nato questo libro? Dove è nata l’ispirazione?

Innanzitutto, grazie di avermi nuovamente invitata su Liberi di scrivere, è sempre un piacere discorrere, anche se solo virtualmente con lei, Giulietta. L’idea di scrivere La ragazza di madreperla è nata mentre facevo delle ricerche storico  – mitologiche intorno  a un’epoca risalente  a circa 36.000 anni addietro. Quest’epoca di cui parlano molti storiografi antichi e di cui sono state ritrovate molte narrazioni nei dipinti delle piramidi egiziane è definita TPJ ZP talvolta trascrittoa come Zep Tepi, ovvero “la prima occasione” o “il primo tempo”. Da quanto ho potuto capire, lo Zep Tepi è stato  un preciso tempo storico databile al  36.420 a.c. nel quale, e su questo tutti i testi antichi sono concordi, la terra era governata da uomini illuminati, imbevuti di una grande conoscenza e civiltà. Essi vivevano secondo il“Maat”, ovvero la Misura, intesa, sostanzialmente,  come assenza di eccessi. Quello del Maat è un concetto basato su un pensiero filosofico altamente sofisticato e di grande valore morale, spirituale ed intuitivo, concernente il vivere nella verità, nell’equilibrio, nella giustizia, nell’onestà e nell’armonia, nell’ordine e nel rispetto, nell’integrità di propositi e sentimenti e in una centralità equidistante, appunto, dagli opposti eccessi. L’idea che un tempo l’uomo realmente vivesse con così grande saggezza mi ha entusiasmato. «Quanto sarebbe meraviglioso se una persona legata a quegli uomini illuminati arrivasse tra noi?», mi sono subito chiesta e, dopo poco, è nata Perla Baldi, la ragazza di madreperla.

A che genere letterario appartiene secondo lei? E a che pubblico di lettori è rivolto?

Perla Baldi, alias Nacre Girl (la ragazza di madreperla), un personaggio immaginario appartenente al genere dei supereroi realisticamente umani, come l’Uomo ragno o Superman.Qualcuno ha definito la storia di Perla come un action movie su carta. Infatti, per il ritmo incalzante,  la suspense e un risvolto metafisico che ho cercato di trattare in modo da evitare esagerazioni, eccessi e alcune diffuse ordinarietà in modo che il lettore si trovi a vivere il cambiamento come perfettamente logico e consequenziale, quasi senza percepirne l’estraneità al reale, si può dire che la storia appartenga anche  al genere thriller metafisico. Il pubblico di lettori cui è rivolto è vasto e comprende una fascia di età che parte dai dieci anni fino ai novanta, gli amanti del genere fantastico, action, thriller ma non solo, direi tutti coloro che amano sognare e che credono nella possibilità di migliorare la vita.

Perla è una bambina molto speciale, dolcissima ma molto decisa, ce ne vuole parlare? Come ha costruito il suo personaggio?

Perla è, prima una bambina e, poi, una ragazza meravigliosa sia sul piano fisico che interiore: l’immagine che  rimanda potrebbe essere quella di una moderna eroina dal piglio saggio e battagliero ma di fronte alla quale tutti noi proviamo un’empatia quasi incondizionata che scaturisce dalla sua innata capacità di cambiare il cuore di coloro che entrano in contatto con lei. Perla, fin da piccola,  sa farci aprire gli occhi dell’anima. Crescendo diventerà   la paladina del ‘qui e ora’ e  la  portatrice di un altruismo sincero per le persone che amiamo. All’inizio è una bambina vittima di un rapimento in culla a cui viene donata una seconda vita in seguito a una compravendita umana.  La sua grande resilienza e il suo innato amore per il prossimo costituiscono lo scudo di protezione dall’esterno e anche la sua unicità. Perla, una volta cresciuta, è una giovane moderna, attiva, divertente ironica ma, soprattutto, incarna l’idea ancestrale del bene per questo ho fissato le sue origini nello Zep Tepi. Lei discende da uno dei Reggenti di quell’epoca e pertanto ha in sè una sapienza e una saggezza straordinarie  ma anche  una concezione del vivere secondo un’“etica”, come diremmo oggi, universale e valida per tutti, che vede l’uomo con la sua anima e la sua ragione protagonista nello stabilire ciò che è giusto e ciò che non è  giusto fare durante la propria esistenza.

Perla con il suo agire, ci dimostra che il vivere secondo misura non è difficile ma è un comportamento naturale: lei è l’essere umano che, una volta capito cosa è il bene, fa di tutto per metterlo in pratica.

Lei è un super eroe e come tutti i supereroi è buona, e si batte contro il Male, ha dei poteri che la mettono in grado di compiere imprese sovrumane, quando si trasforma ha un’immagine specifica e ha un’identità segreta ossia un alter ego “normale”. Ha degli antagonisti che deve contrastare e con il suo agire ci consente di “vedere” all’opera valori di libertà, giustizia e tolleranza e ci fa capire che si può costruire un domani migliore a partire dalle scelte di ogni giorno. Per creare il suo alter ego “superiore”, come per quello dei suoi antagonisti,  è stata necessaria una grande e appassionante ricerca tecnologica e scientifica.

Quali sono gli altri personaggi più importanti e in che relazione sono con Perla? 

La narrazione si svolge in età contemporanea e prende le mosse da un paese lacustre immaginario, sito nel nord ovest dell’Italia, chiamato Castelvilla.
La vita e le vicende della protagonista, Perla, iniziano dal momento della sua nascita e si snodano fino a che essa raggiungerà l’età adulta in un susseguirsi di emozioni e di turbamenti fino a raggiungere la completa comprensione della sua diversità. Insieme a lei, nella narrazione, si muovono molte altre figure: Carla, la madre adottiva, Dora la nomade che la rapì quando era ancora in fasce, lo zio avvocato, Alice la sua migliore amica, i fratelli Durand e tanti altri. Tutti questi personaggi non sono marginali ma hanno ruoli fondamentali nella evoluzione del giallo sulla misteriosa origine di Perla e sono dotati di personalità affascinanti. Molti di essi, poi, coadiuveranno Perla, nelle vesti di Nacre Girl, durante le sue aspre battaglie per salvare la razza umana. Gli antagonisti di Perla, sono esseri superiori come lei e come lei hanno un insospettabile alter ego normale .

Ci sono progetti di film tratti dal suo libro?

Ho ricevuto qualche telefonata da parte di registi interessati a farne un film di animazione. Vedremo cosa succederà-

Quali sono i suoi scrittori preferiti? Chi pensa abbia influenzato di più la sua scrittura? E soprattutto La ragazza di madreperla

Ho sempre letto molto fin da quando ero piccola ma non saprei dire quali siano i miei scrittori preferiti, perché sono veramente tanti. Nello scegliere un libro non ho pregiudizi o preconcetti, leggo ogni genere di storie e sinceramente non saprei dire chi possa aver influenzato la mia scrittura. Mi ha fatto piacere un commento di una lettrice che ha definito il mio modo di scrivere come una scrittura in 3D in cui si vede quello che si legge. Una definizione nuova mai sentita prima che, forse, indica che il mio è uno stile molto personale.

Cosa sta leggendo in questo momento?

In questo momento sto leggendo ISIDE SVELATA di Helena Blavatsky, un’opera interessantissima, un’analisi comparata delle tradizioni religiose e delle filosofie, diretta a dimostrare l’esistenza di una base unitaria della vera conoscenza. Mi serve come ispirazione per il mio prossimo libro.

Quali sono i suoi punti di forza e di debolezza, come scrittrice?

Per quanto riguarda i punti forza riferisco ciò che altri hanno detto di me: ho una scrittura chiara e comprensibile e come ho già detto “visiva”. Un buon controllo temporale della vicenda e la capacità di tenere alto il ritmo della storia fino all’ultima pagina  Non descrivo nel dettaglio i personaggi fisicamente ma penso di riuscire a farne emergere l’interiorità attraverso i dialoghi e le azioni.  Quanto ai punti di debolezza, essendo anche un architetto, devo fare attenzione a non dilungarmi nella descrizione degli ambienti.A volte li immagino così tanto nel dettaglio che è difficile stabilire quali parti tralasciare nel cercare di rendere visivo il mondo in cui si muovono i personaggi.

Ci parli della sua routine di lavoro: scrive in una stanza particolare della casa? Ascolta musica mentre scrive? Scrive all’aria aperta d’estate?

Ho una stanza studio nella quale entro al mattino e dalla quale esco la sera, con rare eccezioni. A parte gli scherzi, scrivere è diventato la mia vita e quindi questa attività assorbe la maggior parte della mia giornata. Mentre scrivo non ascolto musica, perché mi distrae, così come anche  lo stare all’aria aperta, la natura è troppo bella: impossibile starci in mezzo e non contemplarla.

Infine per concludere: a cosa sta lavorando ora? Ha in uscita un nuovo romanzo?

Ho ultimato il seguito de’ La ragazza di madreperla e stiamo verificando il momento più adatto per stabilirne l’uscita. Inoltre, come avrà potuto intuire dalla mia ultima lettura, sto lavorando a un libro che parla di spiritualità e di rinascita. Un manuale per l’anima, un sostegno in tempi difficili come quelli correnti.

:: Numeri di Edoardo Francesco Grassi

23 giugno 2020

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Da quando Adam era nato, non aveva mai udito un silenzio del genere.
I suoi compagni non parlavano, i tedeschi neppure, la natura stessa sembrava essersi ammutolita, spettatrice imparziale ormai abituata allo spettacolo.
Il cielo appariva incolore. Era grigio forse, un grigio tendente al bianco. Ma a quella lunga fila di figure, talmente esili che sarebbero potute svanire da un momento all’altro, il cielo non comunicava nulla. La sua funzione consolatoria era esaurita e cosi, la volta celeste, sovrastava con dichiarata indifferenza l’enorme perimetro in cui a migliaia, come lui, erano entrati.
Un perimetro da cui nessuno era mai uscito.
In quel luogo non c’erano uomini: soltanto tedeschi e numeri.
I tedeschi indossavano uniformi scure e stivali.
I numeri non avevano altro che un leggero pigiama a righe bianco e azzurro ed erano scalzi.
I tedeschi impartivano ordini, i numeri obbedivano.
Qualche numero rallentava e per questo veniva punito.

Lui era 71771. Adam era ormai una vecchia parola priva di significato che gli aleggiava in testa: apparteneva ad uno di quei ricordi che aveva dovuto cancellare per sopravvivere.
Teneva il capo chino, come ogni giorno da quando era nel campo. Fissava costantemente i suoi lunghi piedi scheletrici, sporchi e graffiati, con ferite aperte che non aveva intenzione di medicare, consapevole che non sarebbero mai guarite.
Quando era arrivato lì, la fase successiva alla disperazione era stata il tenace attaccamento alla vita, ma adesso, in fila insieme agli altri numeri, non provava più nulla.
Quando due numeri della stessa fila si incrociavano tra loro, avevano la sensazione di specchiarsi. I volti stanchi, rassegnati, sporchi di terra e cosparsi di lividi, gli sguardi appesantiti da occhiaie ogni giorno più evidenti, non erano altro che differenti espressioni dello stesso spirito. Uno spirito grave, colmo di dolore. Un dolore che era remissione, totale abbandono della speranza.
Capitava, ogni tanto, di incrociare occhi furbi, vivaci: numeri come quelli bisognava evitarli. Erano occhi di chi era arrivato da poco, in cui si poteva riconoscere la speranza.
71771 sapeva bene che lì dentro niente era più pericoloso della speranza. Spesso gli speranzosi provavano a fuggire, illusi dal dannato sogno di potercela fare. Coinvolgevano altri in quelle folli imprese che naturalmente fallivano.
La sorte non riservava loro nulla di buono.
Gli uomini animati da speranza portavano in cuore fino all’ultimo secondo l’illusione della libertà. Così tutto il dolore, che i numeri rassegnati avevano accolto e lentamente assimilato, distribuendolo un po’ alla volta nei giorni di permanenza al campo, si riversava invece terribile sugli speranzosi e sul loro finale. Nel momento stesso in cui entravano nelle docce, o in cui lo sportello del forno si spalancava davanti ai loro occhi vivi, la speranza conservata con cura svaniva in un istante.
Era la presa d’atto di un dolore che gli altri da tempo comprendevano bene.
Intuirla in un attimo, prima della fine, era agghiacciante.
Così, una volta arrivati ai forni, c’erano due tipi di numeri: quelli che portavano con loro la speranza, e i rassegnati.
Nel primo caso si trattava di uomini diversi dal resto: lo si notava all’istante.
Erano coloro che la notte riuscivano a dormire, le cui occhiaie erano ridotte. Erano coloro che ogni giorno si medicavano le ferite ai piedi, pur consapevoli che si sarebbero riaperte. Erano coloro che guardandosi intorno, credevano ancora di essere circondati da uomini, non da numeri o da tedeschi. Erano coloro che avevano vivo nella memoria il ricordo del proprio nome, e che continuavano a usarlo, indifferenti delle terribili cifre che marchiavano i loro polsi. Erano coloro che durante le interminabili giornate di lavoro si impegnavano a fare il massimo, mossi da false speranze riguardo i nazisti. Erano coloro che più volte, guardando alla rete elettrica che delimitava il campo, sognavano uno squarcio, una via di fuga. A differenza di quelli che non vi vedevano altro che la maniera più veloce per porre fine alla sofferenza.
Erano coloro che una volta tornati in dormitorio, non si chiudevano nel loro silenzio a riflettere sul male che gli era capitato, ma conversavano e si scambiavano il pane. Erano coloro che ancora credevano di appartenere alla razza degli uomini, non del tutto coscienti di ciò che li circondava.
Quelli così, in fila verso il forno, sentivano il mondo crollargli addosso. Si guardavano intorno e per la prima volta non riconoscevano nulla di umano in ciò che li circondava.
Abbassavano il capo, si esaminavano i polsi e, per la prima volta, vedevano in quel numero tutto ciò che erano: nient’altro che sei cifre.
I nomi che fino a quel momento avevano fieramente ricordato, erano immagini sbiadite di un altro mondo: quello che circondava il campo. Quello prima delle leggi razziali.
John, Isaac, Gabriel, David, Adam: insensate sequenze di lettere vuote. Tutto ciò che erano stava racchiuso in quelle sei cifre, e solo in fila verso i forni se ne rendevano conto.
La speranza, fino a quel momento conservata nei loro cuori, adesso si dibatteva, scalciava, sfregava per uscire; apriva insanabili ferite, voragini destinate a rimanere spalancate. I cuori che avevano osato sperare, in un attimo si ritrovavano dilaniati. Il sogno fuoriusciva, andava via per sempre, oltre la rete elettrica e il filo spinato.
Il loro essere uomini finiva lì.
La loro anima spariva, restava il numero sul corpo che si rannicchiava per l’ultima volta, in attesa di diventare cenere.
Gli altri, invece, coloro che non speravano, avevano già fatto ingresso in quel buio in precedenza, razionandolo durante i mesi passati. Avevano sminuzzato il dolore in così tante piccole parti e senza accorgersene erano diventati numeri.
Il loro cuore era solo il riflesso del numero. E invece di fracassarsi violentemente nel momento finale, si era lentamente danneggiato, sgonfiandosi e ricadendo flaccido su sé stesso. Quell’uomo/numero, ormai privo di anima, non scorgeva più differenza tra la “vita” in quel campo, e la morte nelle docce, o nel forno.
71771, seguendo la fila, fece un passo in avanti.
Ad ogni passo un numero era diventato cenere, liberando il posto a quello dopo di lui. Un passo, un altro passo, il suo turno era sempre più vicino.
Non gli interessava.
Sentì dei rumori alle sue spalle, poi le grida, infine un colpo secco che risuonò nell’aria. Qualcuno aveva provato a scappare.
Non si voltò neppure a controllare.
Era quasi arrivato il suo turno, quando la fila smise di procedere. Un tedesco sbraitò un ordine: si tornava in dormitorio.
Il massacro, per oggi, era finito.
Adam Fondane riaprì gli occhi, doveva essersi addormentato sulla poltrona. Il televisore di fronte a lui dava qualche notizia confusa che non gli interessava.
Guardò sullo schermo in basso a destra, lesse “Gennaio 2020”.
“Lo era davvero?” si chiese distogliendo lo sguardo.
Come uscito improvvisamente da uno stato di estasi, si rese conto della figlia che lo chiamava dalla cucina: doveva essere pronta la cena.
Si posò sul bastone poggiato di fianco al bracciolo, e con uno sforzo immane si alzò.
“Come sono riuscito a raggiungere questa età?”.
Tutti i suoi amici erano morti. Sua moglie era morta. L’ultima volta che l’aveva vista era stato quando un nazista gliel’aveva strappata urlando: “Sinistra! Tu sinistra!”.
Era passato un tempo incalcolabile, ma quel momento non si era mai cancellato dalla sua memoria, così come il volto della sua sposa.
Uscì dal salotto, e con movimenti estremamente lenti, intervallati da gemiti di dolore, imboccò il corridoio verso destra.
Quella casa era troppo grande per un uomo della sua età.
Proseguendo fiacco verso la cucina, gli tornò in mente il pensiero che aveva cercato di evitare: quello che gli sembrava così nitidamente di aver vissuto, non era un sogno, ma un ricordo. Un ricordo nel quale era rimasto intrappolato anni prima e da cui non era mai riuscito a liberarsi.
Nel momento in cui era entrato in quel campo, nell’istante stesso in cui era diventato un numero, già sapeva che non sarebbe potuto tornare indietro.
Forse, se i Russi fossero arrivati con un giorno di ritardo, nel forno sarebbe stato il suo turno.
Camminando lungo il corridoio di casa riviveva quella terribile fila.
Era rimasto nel lager. L’illusione non erano i brutti sogni che lo visitavano mentre dormiva nel suo letto di città. L’illusione era il suo letto, la casa, la città.
Solo Auschwitz era reale.
Tutto il resto era finzione.
Ripensò al campo e ai malati di speranza, quelli che aveva evitato e che gli apparivano come ciechi e folli.
D’improvviso comprese che avevano ragione loro.
Se anche lui ne avesse conservata un briciolo di quella speranza, oggi sarebbe meno difficile sopravvivere.

Edoardo Francesco Grassi è nato a Foggia il 4 ottobre 2004.
Frequenta il Liceo scientifico, nel suo indirizzo sperimentale che prevede i tradizionali 5 anni in soli 4, infatti va a scuola anche il pomeriggio. Il suo indirizzo si chiama Quadriennale.
Vive con i genitori e suo fratello di 17 anni.
È un ragazzino tranquillo che ama la compagnia, ma non trova molti ambiti di condivisione con i suoi coetanei, che non amano come lui la lettura e la scrittura. Si è abituato a mediare un po’ tra la sua sensibilità e il suo ambiente, che purtroppo qui al sud ha meno stimoli culturali rispetto ad altri luoghi d’Italia.
Frequenta qualche festival di genere tipo il Lucca Comics e non ama i video giochi.

:: Interviste (im)perfette: a tu per tu con Davide Mana

22 giugno 2020

Davide

Ecco il resoconto del settimo incontro del ciclo Interviste (im)perfette tenutosi il 22 giugno sul nostro Gruppo Facebook. Buona lettura!

Benvenuto Davide nel gruppo di Liberi e grazie di aver accettato questa strana e bizzarra intervista. Non ho bene idea di dove ci porterà, ma negli incontri precedenti questa formula di intervistare gli autori (con domande sia mie che dei lettori) si è rivelata vincente, ti avviso solo che l’ora volerà in un lampo. Allora come prima domanda ti chiederei di farci un bilancio della tua carriera fino a ora: blogger, traduttore, autore, editor. Una carriera molto poliedrica non trovi?

Grazie per l’invito e per l’ospitalità 🙂
E per rispondere, una “carriera” (virgolette d’obbligo) molto disordinata.
Io dovrei essere là fuori a dare la caccia ai dinosauri. Tutto il resto sono incidenti e imprevisti, e fare di necessità virtù.
Ho iniziato a scrivere ai tempi del liceo, ho venduto il mio primo lavoro professionale nel 1999 (quindi MOLTO dopo il liceo), ho iniziato a tenere un blog nel 2007, dal 2015 mi pago i conti (a malapena) scrivendo.
Ho iniziato a fare traduzioni molto prima, in effetti – dal 2000, più o meno, traducendo i lavori dei colleghi di università che dovevano pubblicare su riviste internazionali.
Anche quella è diventata una attività utile per pagare i conti quando tutto il resto è svanito.
Ed editor… non molto spesso, e solo in casi disperati.

Sei una autore italiano pubblicato all’estero, forse più conosciuto all’estero che in Italia, come ti spieghi questo paradosso? Sicuramente la tua approfondita conoscenza della lingua inglese, sviluppata da tante buone letture fin dagli anni giovanili, ti ha aiutato. L’avresti mai immaginato?

Mah, immaginarlo… immaginarlo forse no.
Ma alla fine è stata una scelta quasi obbligata – se si vuole vivere scrivendo, ci si deve rivolgere al mercato più vasto possibile, e avendo la fortuna di conoscere molto bene l’inglese, non aprirmi al mercato di lingua inglese sarebbe stato impensabile.
Col passare del tempo, il mercato anglosassone è quello che si è dimostrato più ricettivo, diciamo così.

Sei un traduttore molto stimato dall’inglese all’italiano e dall’italiano all’inglese. C’è ancora spazio nel mercato internazionale per letteratura nostrana? Insomma, nella tua esperienza ci sono autori italiani stimati fuori confine, in America, Gran Bretagna, Australia, limitandoci al mercato anglofono?

C’è molta curiosità per ciò che facciamo, e c’è sempre più interesse per sentire delle voci diverse – per cultura, formazione e area geografica – sul mercato di lingua inglese (e anche su altri, da ciò che mi dicono).
Il gioco di equilibrio consiste nell’essere contemporaneamente italiani ma vendibili all’estero – molto di ciò che si produce e si vende benissimo qui da noi, all’estero non ha mercato.
Ma sì, c’è interesse per ciò che facciamo, e c’è spazio per i nostri autori (speriamo!)

Se aprissero una casa editrice italiana dedicata al fantastico e all’avventura e ti chiedessero di dirigere una collana di romanzi finora inediti in Italia quali sono i nomi che proporresti e quali i romanzi più significativi.

In effetti c’è una casa editrice per cui faccio esattamente questo lavoro – Acheron Books – e se dovessi consigliargli qualcosa,in questo momento, credo che consiglierei “A Memory Called Empire”, di Arkady Martine, e probabilmente “Gideon of the Ninth” di Tamsyn Muir.
Ma loro conoscono il mercato italiano meglio di me, e probabilmente non mi darebbero retta 😀

E degli investigatori dell’occulto ne vogliamo parlare? Quali sono i tuoi personaggi e le tue storie più significative in merito?

Ho al momento due serie più una che vanno genericamente sotto all’etichetta di “investigatori dell’occulto” – vale a dire il genere di storia che accoppia una indagine di tipo poliziesco a fenomeni sovrannaturali.
C’è la serie del Contubernium – sono storie ambientate ad Alessandria d’Egitto nel terzo secolo d.C., su un manipolo di legionari romani che si trovano ad affrontare maledizioni egizie ed alttri orrori. La prima storia della serie è uscita sulal rivista Occult Detective Quarterly… ora ne hanno una seconda in valutazione.
Poi c’è la serie di Valerie Trelawney, che ha un impianto più “sherlockiano”, e le storie si svolgono in Europa durante la Belle Epoque. La serie ha debuttato in una antologia intitolata “Sherlock Holmes and the Occult Detectives”, una raccolta di storie in cui Holmes si rivolge a colleghi dediti al sovrannaturale per risolvere dei casi inspiegabili.
E sto lavorando a una serie su un personaggio non mio – Mercy Dee, dei polizieschi sovrannaturali ambientati negli anni ’30. Mercy Dee è un personaggio creato nell’38 ed ora di dominio pubblico. La prima storia della serie dovrebbe uscire (incrociando le dita) in tempo per Halloween.

Quali sono gli autori di fantascienza (donne) che più apprezzi, italiane e straniere?

Autrici di SF, prima fra tutte C.J. Cherryh, che è e resta la mia autrice preferita.
Poi certamente Tanith Lee.
Fra le contemporanee, Mary Gentle e Liz Williams.
Mi piaceva molto e mi manca terribilmente Kage Baker, che era straordinaria ed è morta troppo giovane. E posso dire lo stesso per Jo Clayton.
E ne sto certamente dimenticando, per cui le aggiungerò qui sotto mano a mano che mi vengono in mente 🙂

E di Mary Gentle ne vogliamo parlare? Non credo di averla mai sentita nominare se non nel tuo blog (ricordo agli appassionati bibliofili che “Strategie Evolutive” è il tuo blog pieno di tesori).

Mary Gentle è una autrice estremamente originale, che ha scritto una serie di romanzi forse troppo diversi e sperimentali – ragion per cui hanno avutopoca diffusione in patria, immaginarsi all’estero.
È una esperta di storia militare rinascimentale, per cui è sempre estremamente tecnica nel descrivere personaggi e ambientazioni. Il suo lavoro più popolare anche in Italia è certamente Ash, che prende le mosse dalle avventure di una compagnia di mercenari rinascimentali per poi deragliare nella fantascienza…
E nel suo classico Rats & Gargopyles ha creato un universo che funziona secondo le regole della magia ermetica e dell’alchimia anziché quelle della fisica.
È sempre una lettura impegnativa, ma è straordinaria.
Ora mi risulta abbia ridotto moltissimo la sua produzione, proprio per via del pessimo trattamento ricevuto dall’editoria anche in patria. Ed è unpeccato – l’ultimo romanzo – ambientato a Napoli – è di dieci anni fa.

Felice di averne saputo di più, spero che anche altri lettori si incuriosiscano.

I suoi libri sono abbastanza facili da reperire in inglese, nonin italiano.
C’è un romanzo che si intitola 1610 che ha per protagonista Rocheford, il cattivo dei Tre Moschettieri.
Ed è un fantasy.

Nelle tue storie ci sono tanti rimandi a quell’immaginario un po’ vintage che aveva l’Oriente come terra di elezione. La Cina degli anni ‘20 e ’30, il Giappone degli anni ’40, gli avventurieri e viaggiatori a bordo di bolidi dell’Aria, la via della Seta, con anche personaggi femminili di tutto spessore al centro delle storie, donne forti volitive, che sanno il fatto loro. Questo immaginario è ancora attuale nella narrativa moderna?

Io credo ci sia sempre stato e ci sarà sempre un mercato per delle buone storie, che sappiano intrattenere e – per citare i classici – migliorino la vita di chi le legge, o l’aiutino a sopportare la vita se non gliela migliorano.
Poi certamente io mi rivolgo a una nicchia, ma anche questo ha i suoi vantaggi. All’estero, quello che viene chiamato New Pulp – il genere di storie che tu hai descritto qui sopra – ha ancora un buon mercato. Ed è un “genere” estremamente flessibile ed adattabile.

Bene, l’ora è volata ringrazio tutti, Davide per primo che nonostante gli inconvenienti tecnici ha risposto (senza fare neanche errori di battitura). La mia ultima domanda è: progetti futuri.

Sopravvivere 😀

No, OK.
Ho appena consegnato la prima stesura di un romanzo scritto come ghost-writer.
In settimana (salvo incidenti) consegnerò la stesura definitiva di un saggio storico.
Ho due contratti per due novelle da un editore americano, e due articoli da consegnare ad una rivista in Italia.
Ho una traduzione da finire ed una (colossale) da cominciare.
Ed una terza traduzione da finire per… ieri.
E dovrei anche riuscire a mettere insieme un nuovo gioco di ruolo in tempo per settembre.
… intanto, come dicevo sopra, sto preparando una nuova storia del Corsaro e una nuova storia di Buscafusco… ed aspetto risposta da una mezza dozzina di riviste.
In tutto questo, non posso che ringraziare di cuore la mia banca, i cui solleciti di pagamento sono una incessante fonte di ispirazione.

Le domande dei lettori

Annarita Verzola

Buonasera all’Amministratore e a Davide. Ho una curiosità: la tua carriera professionale iniziata nel 1999 ti ha portato subito a scrivere in lingua inglese per il mercato straniero o è una scelta alla quale sei giunto successivamente e perché?

La prima cosa che ho venduto è stata un falso articolo scientifico per una casa editrice americana – uno studio sulla biologia degli Shan, una delle razze dell’universo lovecraftiano.
Per cui sono subito partito dall’estero.
Ed essenzialmente sono partito da lì perché c’era una possibilità, ero parte di una comunità internazionale di autori molto attiva, arrivò la proposta, e… perché no? Proviamo!

Fabrizio Borgio

Dal momento che il grosso delle tue pubblicazioni esce sul mercato anglosassone hai sicuramente più metri di paragone tra lo stato attuale della narrativa di genere. Quali differenze noti tra i panorama anglosassone e quello nostrano?

Sulla base delle mie esperienze, il mercato internazionale è molto più variato, e quindi trovano spazio anche generi e sottogeneri qui molto poco praticati.
La competizione è fortissima, ma in generale il mercato è molto più accessibile rispetto a noi: è più facile sapere quando un editor cerca storie, è più facile spedire il proprio lavoro ed avere una risposta.
Potrei aggiungere che è più facile essere pagati, ma poi suonerei gretto.

Cosimo Mannucci

A questo punto, mi butto:
Visto che scrivi sia in inglese che in italiano, ci sono personaggi o situazioni di cui potresti scrivere solo in italiano o in inglese? La lingua in cui scrivi ti “impone” anche delle scelte per quanto riguarda la trama e/o i personaggi?

In inglese e in italiano ho due voci diverse, e due diversi ritmi. Sono dell’idea di essere meglio in inglese.
E sì, ci sono personaggi dei quali riesco a scrivere solo in inglese – ad esempio le storie di Leo Martin… tradotte in italiano suonano zoppe.
Lo stesso vale anche, io credo, per Buscafusco – c’è un romanzo di Buscafusco in italiano, ma è un personaggio diverso, e la storia non ha il ritmo delle novelle in inglese.

E certamente usare l’inglese mi permette di usare un certo slang, una certa costruzione delel frasi per cui certi generi “vengono meglio”.

Flavio Troisi

Davide, puoi tracciare una linea di demarcazione netta e spiegarci in cosa consista, fra scrittore indie e scrittore amatoriale?

Non so se sia possibile tracciare una linea netta.
In generale, si dovrebbe dire che se una parte consistente dei tuoi introiti deriva dalla scrittura, allora sei più o meno un professionista. Se sei un professionista e non sei legato a una casa editrice, allora sei indipendente – anche se oggi indie si usa soprattutto per gli autoprodotti.
Se invece ti mantieni facendo un altro lavoro e puoi permetterti di regalare le tue storie scritte nel tempo libero, sei un hobbista – niente di male in tutto ciò, ma sarebbe bello se i due livelli, professionale ed amatoriale, fossero separati.
Qui da noi non lo sono.
Ma la demarcazione non è così netta, precisa e definita.
In prima battuta, se paghi i conti scrivendo non sei un amatore, è forse la definizione più semplice e brutale.
Poi ovviamente il professionalismo comporta tutta una serie di competenze, ecc.
Ma pagarci i conti è il primo passo.

Alexandra Fischer

Davide, ti piace anche Bulgakov?

Il poco che ho letto, mi piace – Il Maestro e Margherita, Cuore di Cane.
Non ho letto altro.
Però sì, mi piace.
Non riuscirei mai a scrivere come lui, ma dopotutto non sono russo 🙂

Ti piace anche Mc Carthy?

Cormac McCarthy?
No, il poco che ho letto non mi ha acchiappato per niente. Forse era il momento sbagliato, forse non sono abbastanza sensibile o sofisticato. Riconosco la tecnica, è molto bravo, ma non è un autore che faccia per me, per lo meno ora.
Poi chissà, magari fra cinque o dieci anni cambierò idea – non sarebbe la prima volta.

Fabrizio Borgio

Com’è cambiato, se è cambiato il tuo sentimento nei confronti della scrittura quando è diventata un lavoro a tempo pieno?

Domanda difficile.
La scrittura continua a piacermi, e continua ad essere (anche) uno dei miei due passatempi preferiti (l’altro è leggere).
Riesco ancora a usare la scrittura per distrarmi – lascio ciò che sto scrivendo per pagare le bollette, e scrivo qualcosa di solo mio (che poi magari rifilo ai miei sostenitori su Patreon).
Forse ciò che è cambiato è la necessità di sforzarmi per non farlo diventare un obbligo.
Devo comunque continuare a divertirmi scrivendo,o è la fine – in questo caso, DAVVERO la fine… niente nuove storie, niente cena.

Laura Pugiotto

Buonasera a tutti! Davide, potresti raccontarci della tua esperienza con i giochi di ruolo e di come ha influenzato la tua scrittura (se l’ha influenzata)?

Annarita Verzola

Ho anche io la medesima curiosità, inoltre vorrei sapere se è nata prima la passione per i giochi di ruolo o per la scrittura.

Prima la scrittura, decisamente.
I giochi mi hanno insegnato a pensare alle storie in maniera più “tecnica”, scomponendole in scene e sequenze di scene.
E mi hanno anche insegnato, al tavolo da gioco, a improvvisare.
Questo è MOLTO utile perché può succedere che i personaggi in una storia partano per la tangente e facciano qualcosa di inaspettato.
Scrivere giochi mi ha anche insegnato a fare ricerca in maniera economica, e a strutturare meglio le mie idee.

Paolo S. Cavazza

Buonasera a tutti. Ciao Davide, sono Paolo. Volevo chiederti: prevedi sviluppi per il ciclo del Corsair? E Buscafusco tornerà in italiano o solo in inglese? In effetti anch’io lo preferisco in inglese: è più esotico.

Sto lavorando a una nuova storia del Corsaro in questo momento – mi piacerebbe uscire ad agosto con un nuovo volume, che includerà due racconti, uno ambientato a Venezia, ed uno sulal costa africana.
E c’è un nuovo Buscafusco in macchina, speriamo che esca per fine mese.
Come ho detto altrove in questa chiacchierata (nota: io odio i commenti annidati di Facebook, perché ci si perde), sia il Corsaro che Buscafusco vengono meglio in inglese. Tradurli è un lavoraccio – molto più èesante che tradurre il lavoro di un estraneo. E a parità di lavoro e fatica, preferisco a questo punto scrivere una nuova storia in inglese.

Fabrizio Borgio

A proposito di scrittrici ( e qui ti ringrazio pubblicamente per avermi fatto scoprire Lucia Berlin) mi sembra interessante e doveroso un tuo commento sullo scenario italiano, da quel che hai avuto modo di constatare…

Io il panorama italiano lo conosco pochissimo.
So che ci sono molte bravissime scrittrici.
So che ci sono ancora editori che selezionano autori e autrici sulla base dei follower su Facebook.
Questo non è un buon mix.

Annarita Verzola

A proposito di Buscafusco, potresti dirci come nascono le sue storie?

Io dico di solito che le storie di Buscafusco si scrivono da sole: basta leggere il giornale.
Ad esempio… c’è una banda di truffatori che qui in provincia sta vendendo chiavette USB spacciandole per un sistema capace di neutralizzare gli effetti nefasti del 5G.
Trecento euro per una chiavetta USB.
Come potrei mai inventarmi un’idea del genere?
Buscafusco è davvero facile da scrivere per questo – essendo un investigatore che non si occupa di omicidi e crimini “grossi”, posso usare tutte le piccole e grandi meschinità che caratterizzano la vita in provincia.
Gente che da fuoco ai rifugi per gatti per pura cattiveria, gente che per pagare il mutuo di casa cerca di truffare alle slot machines…
Le storie si scrivono da sole.

Fabrizio Borgio

A questo proposito mi incuriosisce sapere, attualmente, quali sono i tuoi modelli di riferimento sia per tematiche che per stile

L’impostazione del lavoro dei pulp è indispensabile in un mercato che paga sei centesimi a parola – se si vogliono pagare i conti bisogna scrivere TANTO.
Per cui sì, io dai vechi scrittori pulp ho cercato di imparare il più possibile.
Che poi, Chandler e Hammett erano autori pulp – ce ne fossero.

 

:: Carlos Ruiz Zafón (Barcellona, 25 settembre 1964 – Los Angeles, 19 giugno 2020)

19 giugno 2020

Carlos Ruiz Zafón