Archivio dell'autore

:: A Raul Montanari, autore de “La vita finora” (Baldini + Castoldi), il Premio letterario LA PROVINCIA IN GIALLO

14 aprile 2019

La vita finoraVince l’edizione 2019 del Premio letterario “La Provincia in Giallo” Raul Montanari autore del romanzo “La vita finora” edito da Baldini + Castoldi, romanzo sul cyberbullismo diffuso tra i giovani.

Il premio, organizzato dal Rotary Club Cairoli, con una Giuria presieduta da Mino Milani e formata da Bianca Garavelli, Andrea Maggi, Giuliano Pasini, Flavio Santi, è arrivato alla sua ottava edizione ed è nato per mettere in risalto testi di narrativa che appartengono al genere “giallo noir” di Autori italiani, o che scrivano in lingua italiana, che abbiano scelto l’ambientazione provinciale.

Gli altri finalisti erano: Mariolina Venezia, in gara con “Rione Serra Venerdì” (Einaudi) e Fulvio Ervas, “C’era il mare” (Marcos y Marcos).

Motivazione del premio:

Il romanzo trasferisce la grande tradizione del noir in un contesto provinciale, mettendo in scena un apocalittico confronto tra forze generazionali contrastanti, di assoluta attualità. Ciò che è antico sembra essere scritto nella roccia in questo ambiente rarefatto, dove le catene montuose paiono garantire l’esclusione dalle leggi del tempo e dello spazio. Ma è solo apparenza: la caduta dell’alleanza fra genitori e docenti, propria del mondo adulto, si ripercuote sulla fragilità, travestita da forza arrogante, del mondo degli adolescenti.
La scrittura evocativa e la singolare capacità di creare trame dell’autore si fondono in una storia di tensione dal ritmo incalzante, in cui i peggiori incubi prendono corpo e voce, mostrandoci in un crescendo inquietante i mali estremi della nostra società.
Bianca Garavelli

Premio speciale “La Provincia di Pavia in Giallo” a Paola Mizar Paini, “La casa delle ombre” (Fratelli Frilli).

Per la saggistica di genere giallo “Premio Giuseppe Lippi” a Eleonora Carta, “Breve storia della letteratura gialla” (Graphe.it Edizioni.
Il premio è stato istituito in ricordo del compianto Giuseppe Lippi, membro di Giuria scomparso di recente.

Il premio letterario La Provincia in Giallo è sostenuto da ILPRA Packaging Solutions, dal Comune di Garlasco e dal Rotary Club Cairoli.

www.laprovinciaingiallo.it

:: La versione della cameriera di Daniel Woodrell (NNEditore 2019) a cura di Giulietta Iannone

13 aprile 2019

La versione della camerieraDaniel Woodrell è uno dei più significativi esponenti del Southern gothic americano contemporaneo, lo stesso autore ha coniato poi il termine “country noir” per definire i suoi lavori, (vi rimando a questo interessante articolo di Luca Conti ancora disponibile in rete per capire lo spirito che unisce il Southern gothic al noir, e i padri nobili che vanta, da Faulkner, immenso, alla mia amatissima Flannery O’Connor, sovrana mai spodestata della narrativa breve americana, su tutti).
Se del primo la sua anima noir è stata timidamente messa in luce, ormai l’alta letteratura e il noir non sono più così lontani e inconciliabili, della seconda ancora non mi pare questo accostamento sia stato fatto ma leggetevi The Violent Bear It Away (Il cielo è dei violenti, Einaudi), per capire di cosa sto parlando.
Tornano a Woodrell, classe 1953, autore di Un gelido inverno, che anche grazie al film di Debra Granik da cui è tratto ha aumentato le schiere degli adepti di quel genere di noir molto ruvido, molto particolare che lascia gli ambienti classici metropolitani per portarci nell’America più profonda, nella sua periferia più povera e sofferente, nella sua sconfinata campagna, nelle sue montagne impervie, tra depressione e crisi, tra rabbia e voglia di non abbandonarsi alle paludi della disperazione.
Daniel Woodrell ha portato avanti quella lezione, e l’ha fatta propria aggiungendoci il suo personalissimo stile, difficilmente imitabile, che fa di lui senz’altro uno dei maggiori scrittori americani viventi, come troverete scritto nelle note biografiche dell’editore.
La versione della cameriera (The Maid’s Version, 2013), tradotto da Guido Calza, (non perdetevi al termine della lettura le sue note sulla difficoltà di tradurlo e sulle caratteristiche salienti della scrittura densa e corposa di Woodrell), è il primo romanzo della serie detta di West Table.
Di per sé la storia è semplice, sì quella lineare, riassumibile in poche frasi: un ragazzino di dodici anni trascorre l’estate dalla nonna che gli racconta come persero la vita quasi una cinquantina di persone nell’esplosione all’Arbor Dance Hall nel 1929, fatto che ha drammaticamente influenzato tutta la sua vita soprattutto perché una delle vittime era la sua amatissima sorella Ruby.
Forse c’è un colpevole, forse nonna Alma sa chi è, o perlomeno si è fatta un’idea molto precisa di come le cose sono andate.
Questa dopo tutto è la sua versione, quanto sia affidabile come narratrice non è dato sapere, ma noi le crediamo, neanche per un attimo siamo tentati di sgretolare i suoi granitici convincimenti. Alek il ragazzino le crede, come crede a tutto quello che lei racconta della sua difficile vita, e dei personaggi al centro in questo affresco corale di un angolo sperduto tra i monti Ozark nel Missouri.
Che la tradizione orale sia determinante è un dato di fatto, dopo tutto l’intero romanzo è la narrazione di una storia passata di bocca in bocca da nonna a nipote, e del racconto orale ha il flusso e le derive. Il tempo è relativo, il passato e il presente si mischiano dando un ritmo altalenante al flusso narrativo, fatto di flashback e memorie.
Alek ormai è adulto quando ricorda la sua infanzia e parla di sua nonna Alma, figura carismatica e quasi mitologica del suo panteon familiare, almeno quanto Ruby, bellissima e sensuale creatura che trova la sua rovina diciamo quando incontra l’amore.
Ruby morirà nel rogo della sala da ballo e Alma non se lo perdona. Doveva fare qualcosa, e non l’ha fatto. Questo struggente senso di colpa avvelena la sua vita di contadina diventata cameriera nelle case dei ricchi della zona per sfamare i suoi figli, non aiutata da un marito beone e immaturo. Anche la morte di Buster (il marito di Alma) se vogliamo può essere aggiunto al conto delle vittime, sebbene lui non muoia direttamente nel rogo.
Se potessi parlare liberamente della trama, svelandovi la versione della cameriera, avrei più agio nel dirvi i fatti (li scoprirete nell’ultimo capitolo) ma se riflettiamo bene forse sono relativi. In fondo è una struggente storia d’amore, nelle sue molteplici forme. È una storia di oppressione, di ingiustizia, e di sopraffazione. Le colpe dei ricchi sono sempre meno gravi di quelle dei poveri, anche se a volte distinguere tra innocenti e colpevoli non è così agevole, come in quetso caso.
Woodrell lascia fluttuare gli eventi, li lascia decantare, e ci dà schegge di passato su cui riflettere. Chi sia il colpevole è facilmente intuibile, la rabbia di Alma è manifesta, anche se soprattutto con se stessa, ed unita a questo grande senso di colpa e dolore per cosa anche volendo non avrebbe potuto cambiare: le regole di una società che lei non accetta, ma di cui per alcuni versi in alcuni tratti addirittura si fa complice quando lava le camicie di Arthur Glencross perchè non si senta il profumo della sua amante.
Alek è l’osservatore imparziale, un po’ in disparte lascia ad Alma tutta la scena, e lei fa rivivere il passato, tiene viva la memoria di quell’esplosione che ha scosso equilibri più o meno manifesti, e mentre quasi tutti vogliono dimenticare, passare oltre, considerare il fatto poco più che un incidente, lei vuole una sorta di giustizia, di riscatto, e si accontenta di concludere che anche il colpevole ha pagato fino alla fine. È sfuggito forse alla giustizia umana, ma c’è una giustizia superiore e questa consapevolezza chiude un cerchio, e dona compimento a una vicenda tragica nella sua inevitabilità.
Aspettiamo le prossime storie della serie, che usciranno sempre per NNEditore.

Daniel Woodrell (1953) è considerato uno dei maggiori scrittori americani viventi. I suoi libri hanno ottenuto diversi premi e riconoscimenti, tra cui il Pen Award, l’International iMac Dublin Literary Award e il Sundance Film Festival Award per l’adattamento cinematografico del suo libro Un gelido inverno. Ama ambientare le sue storie nei panorami dei monti Ozark, in Missouri, e lui stesso ha coniato la definizione di “country noir” per descrivere la sua opera. NNE pubblicherà gli altri volumi della Serie di West Table.

Guido Calza traduce narrativa e saggistica dall’inglese e dal francese. Dopo un’ incauta deviazione in ambito economico è approdato ad attività più consone alla sua indole e vicine alle sue passioni. Per NNE ha tradotto Brian Turner e Jesse Ball.

Source: libro inviato dall’editore. Ringraziamo l’ufficio stampa NNE.

:: La vita in più di Fabio Rizzoli (Mondadori 2019) a cura di Federica Belleri

12 aprile 2019

La vita in piùUna storia vera. Una diagnosi difficile che cambia completamente la vita del protagonista. Da Bologna al Niguarda di Milano per fare accertamenti specifici. Dalla casa in cui convive con la sua donna al reparto di oncologia, in pochi giorni. I ricordi lo confondono, riemergono e lo spiazzano. Tutto viene rimesso in discussione, anche il sesso. La depressione si fa sentire, prepotente. Cosa si aspetta da una diagnosi che non lascia spazio all’equivoco? Deve affrontarla a muso duro o nascondersi per essere coccolato e capito? Quanto conta per lui avere abitudini, sognare, desiderare? Cosa vuol dire stordirsi pur di non provare dolore? Che significato acquistano in un percorso come questo la vita e l’amore? E la morte?
Essere protagonisti vuol dire mettersi a nudo, nel bene e nel male. Non avere più segreti e non aspettarsi nulla dal prossimo. Men che meno dimostrare qualcosa a qualcuno. Essere ammalati significa accettare di avere un futuro parallelo, difficile ma pur sempre un futuro. Essere protagonisti vuol dire saper rimanere soli con se stessi, prima che con gli altri.
Bellissimo questo primo romanzo di Fabio Rizzoli. Una vicenda toccante raccontata con naturalezza e con lo stupore legato ai primi momenti di non conoscenza della malattia. Un personaggio che si evolve nel tempo, che prova sensazioni diverse, imparando a non crearsi troppe aspettative.
Buona lettura.

Fabio Rizzoli è nato e vive a Bologna. Con Fernandel ha pubblicato Almanacco dei giorni migliori – Primavera (2011) e Inverno (2012). Questo è il suo primo romanzo.

Source: acquisto personale del recensore.

:: Segnalazione: I rompiscatole. Storie di giovani eroi senza mantello di Vittoria Iacovella (Risfoglia 2019)

11 aprile 2019

Con il patrocinio di UNHCR, da giovedì 11 aprile in libreria le storie straordinarie di ragazze e ragazzi da tutto il mondo, “giovani eroi senza mantello” che hanno lottato per un mondo più giusto

unnamed“I rompiscatole. Storie di giovani eroi senza mantello”

di Vittoria Iacovella

Illustrazioni di Lorenzo Santinelli

Yusra è in fuga dalla guerra siriana; insieme alla sua famiglia deve raggiungere la costa greca, ma quella notte di agosto del 2015, venti passeggeri su un barcone sono davvero troppi. Nuotare è sempre stato il suo sport preferito e la ragazza non ha dubbi sul da farsi: si tuffa in mare con la sorella e, dopo uno sforzo durato tre ore e mezza, riesce a trascinare l’imbarcazione sull’isola di Lesbo in Grecia, portando in salvo tutti.

Quella di Yusra Mardini, diventata nel 2017 la più giovane ambasciatrice di sempre per UNHCR, è solo una delle dieci monografie raccolte nel libro di Vittoria Iacovella. Dalla Germania alla Cina, i protagonisti de I Rompiscatole sono dieci ragazze e ragazzi, di ieri e di oggi, determinati a lottare con coraggio per un mondo più giusto.

Il racconto di ciascuna storia prende vita dal contatto dell’autrice con i protagonisti: Vittoria Iacovella ha intervistato i ragazzi (a eccezione di due, Ruby Nell Bridges e Louis Braille), dando così voce non solo alle loro biografie, ma anche ai loro pensieri ed emozioni.

C’è la battaglia di Ruby Bridges, la prima bambina afroamericana in una scuola elementare di New Orleans, fino a quel momento frequentata solo da bianchi; l’eroica impresa di Valerio Catoia, giovane atleta paraolimpico che ha dato prova di grande coraggio, forza e generosità, non esitando a gettarsi in mare per salvare dalle onde una bambina di 10 anni; o la toccante fuga a lieto fine dall’Afghanistan di Syed Hasnain, oggi mediatore culturale a Roma, che a dieci anni arrivò in Italia da clandestino nascosto sotto al motore di un Tir.

E c’è il progetto di Felix Finkbeiner, il bambino tedesco da “mille miliardi di alberi”: nel 2007 a nove anni fondò il movimento “Plant for the Planet” con l’obiettivo di piantare un milione di alberi in ognuno dei Paesi aderenti e dare così il proprio contributo personale alla lotta contro il surriscaldamento globale. Oggi, grazie a lui, ce ne sono quindici miliardi in più.

Vittoria Iacovella è giornalista televisiva e autrice. Dopo la pubblicazione del suo primo libro per ragazzi Islam da vicino (2005, G. D’anna edizioni), si è trasferita per qualche mese a Damasco, in Siria, per approfondire la conoscenza della lingua araba. Da sempre sensibile alle tematiche ambientali, ha lavorato come addetta stampa per Greenpeace. La voglia di muoversi e fare inchieste video ha preso il sopravvento e si è dedicata al giornalismo: ha collaborato con Rai News, per l’americana Cbs News e con Repubblica, vincendo l’ambito premio Ilaria Alpi. Dal 2014 consuma scarpe come cronista inviata per La7. Autrice per documentari su Discovery Channel, oggi lavora anche per Rai3.

 

:: Precipitare di Luisa Bolleri (Leonida Edizioni 2019) a cura di Nicola Vacca

11 aprile 2019
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Scrivere è uno dei modi che abbiamo per sopravvivere alla realtà. Luisa Bolleri conosce bene questa verità amara e nei suoi racconti entra a gamba tesa con disincanto nel peso tragico dei nostri giorni mettendo nero su bianco, senza alcuna finzione, tutto il disagio e la difficoltà che essi comportano.
Precipitare (Leonida edizioni, pagine 171, euro 14) è il titolo del suo nuovo libro. Ventuno racconti dedicati alle cadute esistenziali e sociali della nostra epoca.
La scrittrice entra nell’attualità dell’abisso dei nostri giorni e con spirito incisivo di denuncia ne racconta la devastazione e il delirio.
Con l’immanenza del testimone, Luisa Bolleri scava nella cronaca poco rosa dei nostri giorni difficili assediati dalla crisi economica e morale e nelle sue storie racconta di uomini e donne in difficoltà, toccando i temi più caldi dell’attualità.
Pedofilia, violenza sulle donne, disagio sociale, la difficile vita degli anziani e dei disabili, lo squilibrio mentale.
Con sensibilità l’autrice inventa dal vero le storie che tutti i giorni leggiamo sui giornali. Con una scrittura essenziale e molto minimalista Luisa Bolleri racconta in queste pagine le contraddizioni sociali di questo nostro Paese che sta precipitando nel baratro.
Alcune racconti sono liberamente ispirate a storie vere. Luisa Bolleri ha scritto Precipitare con tutta l’indignazione della scrittrice che ha l’intenzione di lasciare una testimonianza. Scrive perché non si rassegna, odia l’indifferenza e intinge la pena nella carta sporca di questi giorni da cui non arriva niente di buono.

«I giorni divengono voragini dove la vita non attecchisce più, dove trovano spazio l’apatia e l’inerzia, lo smarrimento persino la follia».

Queste parole che Luisa scrive nel bellissimo racconto dedicato al terremoto che ha devastato L’Aquila dieci anni fa sono la fotografia del nostro precipitare in un abisso che non è mai colmo di disperazione, di ingiustizia con cui ogni giorno facciamo i conti.
Precipitare è il ritratto di un Paese in cui la vita non conta più niente e che ha perso il futuro nel massacro di un presente che non sembra più avere ragioni di vita.
Luisa Bolleri con questo libro lascia una traccia importante. La sua è una testimonianza civile che non ci lascerà indifferenti
In queste pagine la donna e la scrittrice denunciano questo cortocircuito di umanità in cui siamo precipitati e ci dice che da questo precipitare sarà difficile rialzarsi.

Luisa Bolleri è nata a Fiesole e vive a Empoli con la sua famiglia. Scrive racconti, romanzi e poesie. Apprezzata dalla critica, è stata premiata in vari concorsi. Collabora a riviste culturali ed è membro di giuria in premi letterari. Ha già pubblicato: Quella Notte (2011), L’incubo (2013), Il tunnel (2013), Pioggia (2015), Il presagio (2015), Il vento e il silenzio (2016). Precipitare (2019) è il suo ultimo libro, una selezione di 21 racconti dedicati al nostro tempo.
L’autrice ama affrontare temi forti, nei quali emerge tutto il disagio del nostro vivere. Insegue il dolore assoluto, generato da situazioni che trafiggono a morte gli ultimi residui di umanità ancora presenti nella società, ormai deprivata di sentimenti e senso morale.

Source: dono dell’autore al recensore.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Nel grande vuoto di Adil Bellafqih (Mondadori 2019) a cura di Alexander Recchia

11 aprile 2019
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La storia è ambientata a Roma nell’era cosiddetta Post-Crollo. Questo, di cui viene lasciato al lettore intendere cosa possa essere, ha creato una cesura netta con il passato. In questo presente gli individui hanno perso la loro reale identità a scapito di avatar in Realtà Aumentata. Nel mondo che viene presentato, gli esseri umani-avatar sono connessi tra di loro, tramite un innesto spinale, in unica rete detta Aion. Così collegati, sperimentano una vita fittizia fatta di un’apparenza costruita a pagamento secondo le loro necessità e desideri. Le sensazioni e sentimenti vissuti non sono reali, ma sono frutto di una proiezione mentale. Niente è come è, ma solo come appare. In questo scenario si svolgono le vicende di Nel grande vuoto. Il protagonista del romanzo è Meister Eckhart, un debunker, ossia una sorta di investigatore privato che cerca di trovare la verità sommersa dietro la miriade di informazioni contraffatte della rete. Possiede un “potere speciale”, un malfunzionamento del suo collegamento all’Aion gli permette, tappandosi l’occhio destro, di cogliere l’essenza dietro il velo della realtà aumentata. Questa speciale abilità fa si che sia cosciente della finzione che vive quotidianamente e che proprio per questo sia consapevole del suo essere maschera. Verrà ingaggiato per indagare riguardo ad un sanguinoso omicidio, ma sarà proprio questo caso a cambiare definitivamente la percezione di sé stesso.
Con il suo romanzo Adil Bellafqih mette violentemente in risalto alcune importanti riflessioni riguardante un possibile futuro del genere umano. Un futuro allarmante verso cui stiamo correndo forse in maniera inesorabile. La vita camuffata dietro una maschera virtuale e sociale, che si fonde simbioticamente con noi e sostituisce i veri rapporti umani con relazioni di facciata. L’influenza della cultura di massa nell’inconscio collettivo che ci bombarda di informazioni, anche inutili, facilmente contraffabili e malleabili, alterando il giudizio individuale. Tutto ciò rende uno sforzo quasi titanico l’emanciparsi umanamente cogliendo la vera essenza del mondo, squarciando, come fa Eckhart, l’Aion-Noia corrispondente ella miriade di beni materiali superflui e contingenti dietro al quale nascondiamo la nostra reale volontà di vivere.

Adil Bellafqih è nato nel 1991 a Sassuolo, dove vive. Dopo un triennio concluso su Stephen King, ha conseguito la laurea in Filosofia a Parma con una tesi sulla pulsione creativa, ispirata a Nietzsche e a Jung. Nel grande vuoto si è aggiudicato la menzione speciale della giuria alla XXXI edizione del Premio Calvino. Ha pubblicato numerosi racconti partecipando a vari concorsi letterari.

Source: pdf inviato dall’editore al recensore. Ringraziamo l’Ufficio stampa Mondadori.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Un’ intervista con Giulia Ciarapica a cura di Giulietta Iannone

10 aprile 2019

Una volta è abbastanza

Giulia Ciarapica ha bisogno di ben poche presentazioni: book blogger, promotrice culturale, parla di libri ai ragazzi nelle scuole, scrive sul “Foglio” e sul “Messaggero”, influencer come amano definirla i giornali, autrice di Book blogger. Scrivere di libri in Rete: come, dove, perché una guida per fare questo mestiere al meglio. Ora esordisce nella narrativa con il suo primo romanzo Una volta è abbastanza, noi l’abbiamo intervistata:   

Benvenuta Giulia, e grazie di avere accettato questa intervista. Smessi i panni della book blogger esordisci come autrice con il tuo romanzo Una volta è abbastanza, primo libro di una trilogia familiare che parte dal secondo dopoguerra e ritengo arriverà fino ai giorni nostri. Un romanzo notevole, maturo, poetico, mi ha fatto davvero una grande impressione, sono sincera. Ma prima di parlare del libro, parlaci di te, come ti senti dall’altra parte della barricata, a ricevere recensioni, invece che scriverle, a gestire anche il rapporto con i lettori?

Grazie innanzitutto a te per l’ospitalità, Giulietta. Beh, che dire, è una cosa stranissima vedermi dall’altra parte, soprattutto quando cerco di osservarmi in modo distaccato, e puntualmente non ci riesco. La mia vita ruota attorno ai libri, alle parole, alla scrittura, ma quando ho iniziato questo percorso – quello da book blogger, intendo – mai avrei immaginato di vedermi un giorno in veste di autrice. Sono felice quando qualcuno recensisce positivamente ciò che scrivo, ma mi sento anche un po’ in imbarazzo. Scrivere, a questi livelli, significa mettersi a nudo di fronte ad un pubblico che non ti conosce davvero, ma vede sempre e solo una parte di te, gioco forza. La cosa che mi viene più naturale, almeno per il momento, è gestire proprio il rapporto con i lettori, perché in realtà è una cosa che va avanti da un sacco di tempo. Sono più o meno gli stessi che mi leggono sul Foglio, sul Messaggero e sul blog, quindi sono abituata ad interloquire quasi quotidianamente con loro. Credo sia effettivamente la parte più bella.

Parliamo anche del tuo percorso formativo: cosa hai studiato? In cosa sei laureata? Come i tuoi studi ti hanno aiutato nella vita, e nel tuo lavoro di promotrice culturale? Consiglieresti ai giovani di intraprendere i tuoi studi?

Prima ho fatto il liceo classico a Civitanova Marche, poi mi sono laureata in Lettere moderne con una specializzazione in Filologia moderna all’Università degli Studi di Macerata. Da sempre sono stata orientata verso le lettere, in senso ampio, e tutti gli studi intrapresi mi hanno aiutato moltissimo per il mio lavoro: si può dire che sono la base, grazie a questo percorso di studi ho acquisito gran parte degli strumenti che utilizzo oggi per scrivere, leggere (in senso analitico) e anche per promuovere adeguatamente un libro. Perché oltre ad una buona capacità comunicativa – che immagino sia per lo più una qualità innata – bisogna avere anche una buona preparazione di base. Lo studio è sempre fondamentale.

Uno scrittore è innanzitutto anche un lettore, diffido degli scrittori che dicono di non leggere, si impara dai grandi maestri, c’è poco da fare, si metabolizza la loro scrittura e la si fa propria. I più fortunati poi, dotati di maggior talento, acquistano una propria voce, una propria unicità. Tu ti occupi anche di critica letteraria, quindi un testo lo analizzi in maggiore profondità che un comune lettore. Ovvero utilizzi un tipo di lettura non superficiale, unicamente per il piacere di leggere. Quello che voglio chiederti è non solo quali sono i tuoi maestri letterari ma in che misura hai coltivato la tua sensibilità narrativa confrontandoti con i loro mondi, con la loro espressività.

Grazie per questa bellissima domanda. I miei maestri sono senza alcun dubbio Alberto Moravia, Elsa Morante, Dino Buzzati, e poi Sandor Marai, Magda Szabò, Emile Zola, Balzac e Jane Austen. I fondamentali sono questi. Amo particolarmente Buzzati e Marai, in genere sono ispirata dalla letteratura italiana dell’Otto e Novecento (uno dei miei libri del cuore è “Fosca” di Iginio Ugo Tarchetti, assieme a “Malombra” di Fogazzaro, senza dimenticare “Il marchese di Roccaverdina” di Capuana) e dalla letteratura mitteleuropea. Sono molto devota alla letteratura europea, sebbene il mio libro preferito in assoluto (sì, ne ho uno, sono riuscita ad identificarlo) sia “Stoner” di John Williams. Questi scrittori hanno modellato non solo la mia idea di letteratura ma hanno anche, inevitabilmente, plasmato la mia sensibilità di lettrice e poi anche di autrice. Le atmosfere rarefatte della Mitteleuropa, l’ironia tagliente di Balzac, la cattiveria naturalista di Zola, le donne guizzanti, provocatrici e scaltre della Austen, tutto questo ha contributo alla mia crescita interiore. Quello che sono oggi lo devo anche a loro.

Per chi non avesse ancora letto il libro, facciamo un breve riassunto. Parlaci della trama di Una volta è abbastanza, edito da Rizzoli, frase che sembra l’abbia detto Mae West a proposito della vita, giusto?

Esatto. La frase da cui abbiamo tratto ispirazione per il titolo è “Si vive una volta sola, ma se lo fai bene una volta è abbastanza”. Non so se la condivido appieno, ma è comunque la frase che ho voluto mettere ad esergo del prologo perché l’ho trovata giusta, esatta, impeccabile per l’andamento della vita di tutti i miei personaggi.
Ci troviamo a Casette d’Ete, un paesino sperduto della provincia delle basse Marche, nel 1945. La guerra è appena finita, la miseria spadroneggia e anche a Casette si muore di fame. Annetta e Giuliana sono le due grandi protagoniste di questa storia, due sorelle che, simili e al contempo molto differenti, si troveranno ad avere a che fare con lo stesso uomo, Valentino. È una storia di famiglie, di amori, di tradimenti ma è anche e soprattutto una storia territoriale e d’impresa, in cui emerge forte e chiaro l’elemento del lavoro: le scarpe sono il destino di tutti gli abitanti di Casette d’Ete, così come lo saranno anche per Annetta, Giuliana e Valentino.

Ora parliamo dell’uso del dialetto. I dialoghi nel tuo romanzo sono sia in italiano che in dialetto marchigiano. Silone era contrario all’uso del dialetto nel romanzo, privilegiando la comprensibilità del testo. Come mai invece tu hai compiuto questa scelta di utilizzarlo così ampiamente? Per dare maggiore verosimiglianza? Per dare davvero voce a Giuliana, Valentino, Annetta, Alberto, Enrichetta e tutti gli altri personaggi?

Esattamente. Ho scelto di utilizzare il dialetto – che credo comunque sia abbastanza comprensibile anche per chi non è della zona, non mi sono spinta oltre un certo limite – perché volevo conferire tridimensionalità ai miei personaggi, oltre al fatto che sarebbero stati molto più artificiosi se avessero parlato un italiano impeccabile. Ce li vedi Annetta, Giuliana e Valentino, che a malapena avevano frequentato la terza elementare, a discutere, arrabbiarsi o gioire in un perfetto italiano? Io no!

Con questo romanzo hai voluto raccontare la storia della tua famiglia. Scoprire che Annetta, il mio personaggio preferito, è stata una donna vera, in carne e ossa, è stato molto emozionante. Giuliana era tua nonna, vero? L’hai conosciuta?

Giuliana e Valentino sono i miei grandi amori, nonni materni che ho avuto la fortuna e il privilegio di coccolare fino a qualche anno fa. Li ho vissuti a lungo e molto intensamente, e per questo sono grata alla vita. Purtroppo non ho conosciuto Annetta, che è anche il mio personaggio preferito, perché in lei mi rivedo moltissimo, anche se me ne sono resa conto solo alla fine. Ho provato – attraverso i racconti di mia nonna e di mia madre – a ricostruire il suo spirito battagliero, a dare nuova linfa alla sua esuberanza. Al termine del romanzo, rileggendolo, mi sono resa conto che Annetta “ero io”. Forse è anche per questo che è stato il personaggio che mi ha ossessionato letteralmente più di tutti. Avrei pagato oro per conoscerla.

La memoria, soprattutto familiare, ha dunque un ruolo importante, se non determinante, nel tuo libro. Che ruolo svolge questo complesso processo di elaborazione del passato nel lavoro dello scrittore, nella tua esperienza?

Onestamente, il gesto di “riavvolgere il nastro” è per me più che consueto. Lo faccio nella vita di tutti i giorni, essendo una nostalgica naturale. Ancor prima che si affacciasse anche solo l’idea di scrivere il romanzo, avevo recuperato vecchie fotografie, passavo le giornate a farmi raccontare fatti di un passato che non ho vissuto ma che sento appartenermi in modo diretto. In fondo, io ci vivo nel passato.

Accostandoti a Natalia Ginzburg nella mia recensione so di aver compiuto una scelta come dire ardita, ma se penso che anche la tua editor è d’accordo vedendoci delle somiglianze, mi sento un po’ rassicurata. Insomma non è più solo una mia sensazione. Ami questa autrice? Cosa hai letto di suo?

A dire il vero della Ginzburg ho letto solo “Lessico famigliare”. Più che altro sono molto legata, come ti accennavo prima, a certa letteratura italiana novecentesca che mi ha inevitabilmente formato. Sono onorata e lusingata dell’accostamento, perché la Ginzburg è davvero un gigante! A questo punto però sono ancora più motivata a conoscerla e studiarla.

Otre alla storia della tua famiglia, anche il borgo di Casette d’Ete acquista una dimensione corale comunitaria in un’Italia che usciva dalle macerie e dai bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale. Come è fondamentale l’energia che si respira, di riscatto, di affermazione personale e sviluppo tramite il lavoro, di creatività, di crescita sociale. Mentre leggevo pensavo al nostro oggi e alla crisi che stiamo vivendo, e proprio ieri ho sentito parlare in televisione di un convegno in cui gli economisti paragonano la situazione attuale italiana ad un’economia di guerra. E mi dicevo, anche noi avremmo bisogno di questo spirito, dello spirito e dell’entusiasmo che si respira nel tuo libro. Mentre scrivevi Una volta è abbastanza l’hai pensato anche tu?

Francamente? Sì. Ho pensato che prima ci fosse proprio un altro spirito, un’altra voglia di fare le cose, un altro entusiasmo. Avvertivamo, chiara e forte, l’esigenza di farcela, di reinventarci continuamente; c’era più creatività, più bisogno di distinguersi e di organizzare la propria vita, dunque quella dell’intera comunità, attorno a idee nuove. Prima eravamo più umani.

È un po’ prematuro ma hai avuto modo di fare conoscere il tuo libro all’estero? Ci sono traduzioni in vista?

Per il momento no, è uscito da pochissimo.

Quanto dovremmo aspettare per leggere il secondo capitolo della saga?

Sto scrivendo gli altri due capitoli, un po’ di pazienza e arriva tutto J

Credo sia tutto, le cose principali che mi premeva chiederti, che mi sono venute in mente durante la lettura, te le ho chieste. Ora innanzitutto ti ringrazio per la disponibilità. Se ci sono presentazioni, in cui avvicinerai i lettori, e vuoi dirci le date sono certa che i lettori di Liberi saranno felici di conoscerle. Naturalmente se i lettori vogliono fare delle domande possono scriverle nei commenti.

Le date delle prossime presentazioni saranno: il 15 aprile a Roma, alla RED Feltrinelli di via Tomacelli, insieme alla mitica Romana Petri; il 6 maggio alla Feltrinelli di Padova e il 7 alla Feltrinelli di Verona, insieme alla deliziosa Anna Martellato. Dopodiché sarò sabato 18 maggio al festival Libri a 180 gradi, primo festival letterario con fiera dell’editoria che abbiamo organizzato a Sant’Elpidio a Mare (gioco in casa!). E per finire (per il momento) sarò il 26 giugno alla libreria Mondadori di Pesaro e il 28 giugno a Cerignola, provincia di Foggia!
Grazie ancora per avermi ospitata e buone letture a tutti!

:: Anita di Alain Elkann (Bompiani 2019) a cura di Giulietta Iannone

9 aprile 2019

AnitaIeri sera, mentre un pianista giovane e di talento suonava Ravel nel salotto di una casa privata, pen­savo che morire vuol dire abbandonare gli amici, la vita, la musica.

Lungo monologo, forse più un racconto lungo che un romanzo, Anita è l’ultimo libro di Alain Elkann, uscito per Bompiani.

Mi chiamo Milan perché mia madre aveva una passione per i libri di Milan Kundera, ma siccome suo fratello, che si chiamava Misha, era stato ucciso in un campo di sterminio, mia madre mi ha sempre chiamato Misha, e così sono diventato per tutti Misha. Il mio nome si può scrivere in molti modi diversi, a seconda delle lingue. Io preferisco scriverlo Misha.

Così inizia, portandoci nella vita del protagonista, Misha, un uomo per cui la famiglia, come ogni ebreo, credente o no, resta la cosa più importante, l’ossatura, lo scheletro di tutta una vita. Scrittore, padre, nonno, viaggiatore, Misha racconta del suo incontro in età matura con una donna, Anita, di cui si innamora, ricambiato, e con cui si accompagna per qualche tempo.
Un amore destinato a finire, come tutti gli amori del protagonista, ma nello stesso tempo capace, nel breve tempo del suo svolgersi, di guidarlo in una delle scelte più difficili che la vecchiaia ci impone: come e dove essere seppelliti.
Anita vuole essere cremata, come suo padre e sua madre prima di lei, Misha è incerto, valuta anche la cremazione, ma per un ebreo anche solo l’idea di un tempio crematorio credo porti con sé ricordi se mai ancora più dolorosi della morte stessa.
Ridurre un cadavere in cenere diventa quindi rappresentazione di un’assenza, di un annullamento totale che il protagonista rifiuta, decidendo alla fine per una sepoltura tradizionale, accanto a suo padre nel cimitero parigino di Montparnasse.
Possono sembrare elucubrazioni oziose, e un po’ macabre, ma il tono lieve, l’ironia per le pratiche burocratiche a questo rito legate, la capacità di commozione che scaturisce dal suono della recita della preghiera dei morti ebraica, tutto concorre insomma a velare di malinconia la certezza che tutti moriremo, tutti smetteremo di essere cosa gli amici, i genitori, i compagni, i figli, i nipoti conoscono di noi.
Cosa sarà della nostra anima, di quel flatus vitale così effimero, resta un mistero. Ma per chi non crede a una vita dopo la morte l’importanza di un luogo dove i nostri amici, i nostri cari possano avere un segno tangibile del nostro passaggio su questa terra, resta un’esigenza forse ancora più necessaria. Un luogo dove possano pregare, anche se vogliono. Conforto più per i vivi che per i morti, ormai altrove, lontano o vicino non è dato sapere.
Pensare alla morte non credo sia così infrequente, tutti bene o male ci poniamo il problema di cosa ne sarà delle nostre spoglie mortali, quando saranno gli altri a doversene occupare, e noi non avremo più alcuna voce in capitolo. E proprio questa debolezza, questa fragilità credo ci accomuni più o meno tutti.
Ricordo le vivaci discussioni con mia madre, lei per la cremazione, sebbene cattolica, io incerta, forse più propensa a mantenere l’integrità del cadavere almeno finchè il disfacimento non arrivi in modo naturale, temendo, forse inconsciamente, che qualcosa dell’anima resti nel corpo dopo morti e possa soffrire nella combustione. Lo so è sciocco, quando si è morti si è morti.
Ora ho le ceneri di entrambi i genitori in salone, e per ora nessun parroco è venuto a reclamarle, anche se in effetti il tempo del distacco è passato e forse sarebbe giunto il momento che fossero messe in un luogo dove tutti possano appunto fermarsi a pregare, se vogliono, o per un saluto.
Mia madre avrebbe preferito che le sue ceneri fossero disperse nel suo giardino, come humus per le sue amate rose, i suoi fiori, le sue piante dove era stata felice e aveva goduto un po’ di pace, la cosa più vicina al Paradiso che potesse immaginare, ma sembra che in Italia non sia così facile disperdere le ceneri, e sia tassativamente vietato farlo nel proprio giardino. Per ora noi figli non abbiamo ancora infranto alcuna legge. Né penso la infrangeremo con buona pace dei ligi censori.
Comunque insomma la lettura di questo libro ha risvegliato anche miei ricordi personali, e la cosa mi ha fatto sorridere più di una volta più che rattristarmi. Potere dell’umorismo yiddish di cui il libro è intriso (pensate ai paradossi burocratici di dover dimostrare di essere figli di qualcuno per potere essere sepolti in un dato cimitero).
Anita, seppure nella sua brevità, resta una storia delicata e nello stesso malinconica che termina a Gerusalemme, la città dalle molte confessioni, la città in cui Dio sembra di casa:

Dopo sono andato a piedi per le vie in salita della città verso la Porta di Jaffa. Ho attraversato il quartiere arabo, il quartiere dove c’è il Santo Sepolcro e il quartiere armeno. Camminando ho provato nostalgia, tristezza, perché per le strade di Gerusalemme avevo camminato varie volte con Anita. Quattro anni prima eravamo venuti a stare lì per qualche mese. Era come se ogni pietra, ogni luogo, ogni negozio mi facesse pensare a lei. Camminando per le strade di Gerusalemme ho sentito che qualcosa di forte mi lega a quella città, a quelle religioni diverse, alle campane, alle preghiere. Una città governata dalle religioni, che sono tutte volute e fondate dagli uomini, ma è come se a Gerusalemme vigilasse la presenza di Dio, che è il Dio di tutte le religioni.
Anita si farà cremare e le sue ceneri verranno sparse nel luogo che sceglierà. Io andrò a Parigi, nella tomba di mio padre. Per ora i nostri destini si sono separati e dopo tante discussioni c’è bisogno di silenzio. Ed è così, in silenzio, a Gerusalemme, che finisce questa storia.

Se vi capiterà di leggerlo saprete dirmi, l’autore pur parlando di temi così difficili in un contesto sociale privilegiato, (ma passare l’infanzia in una pensione con una governante non è una cosa che invidierei) adotta uno stile semplice, in cui si evince una certa esigenza e ricerca di verità, di autenticità, che è la caratteristica principale della sua intera produzione letteraria.
Quanto questo testo sia autobiografico non lo so, conosco troppo poco l’autore, ma sicuramente molte riflessioni a margine sono vere, e inducono a riflettere anche il lettore.
Si legge velocemente, poco meno di cento pagine. Non così banale e superficiale come si possa pensare. Un lungo flusso di coscienza in cui ricordi, nostalgie, rimpianti, interrogativi di una vita si susseguono. Quasi un bilancio esistenziale, un testamento.
A fine lettura ci si sente un po’ storditi, ma è un attimo, si chiude il libro e la vita continua. Nota a margine bellissima la copertina.

Alain Elkann è nato a New York nel 1950, con Bompiani ha pubblicato molti libri, fra cui lo scorso anno la riedizione di Vita di Moravia, Piazza Carignano, Il padre francese, I soldi devono restare in famiglia e il romanzo più recente, Il fascista.

Source: pdf inviato dall’editore. Si ringrazia l’Ufficio Stampa Bompiani.

:: Una volta è abbastanza di Giulia Ciarapica (Rizzoli 2019) a cura di Giulietta Iannone

8 aprile 2019
Una volta è abbastanza

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Casette d’Ete è fatto per il novanta per cento di silenzio.

L’Italia del secondo dopoguerra; la voglia di farcela di uscire dalla povertà e dalla fame grazie al lavoro; la rinascita dell’artigianato e delle piccole aziende manifatturiere legate alla lavorazione del pellame e alla fabbricazione di scarpe; la fantasia, la creatività, l’ingegno, il coraggio che hanno fatto grande la moda italiana; un piccolo borgo delle Marche; due sorelle diversissime ma unite da un amore più forte dei rispettivi difetti, sono al centro del bellissimo romanzo d’esordio di Giulia Ciarapica, appassionata bookblogger e promotrice culturale, una delle più conosciute credo in Italia.
Sapevo che sapesse scrivere ma non mi aspettavo una cosa del genere, veramente sono ammirata e stupita, soprattutto per la maturità compositiva di quest’autrice che possiamo definire giovane, classe 1989.
Giulia ha una scrittura antica, mi ha ricordato incredibilmente Natalia Ginzburg, e un suo libro precedente a Lessico Familiare, Tutti i nostri ieri, e infatti l’ho ripreso e ne ho rilette alcune pagine. La Ginzburg parlava della borghesia nascente torinese, l’ambiente popolare della Ciarapica è un po’ diverso ma lo spirito è lo stesso, come l’utilizzo di un linguaggio semplice, immediato, anche poetico capace di evocare nel lettore sentimenti forti, universali, veri.
Non sto esagerando, provate a leggerla e vi accorgerete di cosa intendo. Ha un grande talento questa ragazza, davvero, la sua scrittura non appare né immatura e né esitante, né tanto meno stucchevole, anzi è molto consapevole delle sue qualità e potenzialità, però non cade nell’arroganza, o in quello sfoggio autocompiaciuto di bravura che può risultare fastidioso, grazie a una certa dolcezza espositiva che ha un effetto straniante.
Ripeto, ha grandi qualità davvero questa autrice, l’uso del dialetto che se vogliamo segue il solco di molta narrativa italiana che vide in Pasolini il più tenace difensore, l’avvicina a una recente scrittrice come la Ferrante, anche lei alle prese una saga familiare, la storia di due donne forti, una fotografia dell’Italia dal dopo guerra in poi, ci sono alcune similitudini, pur tuttavia l’originalità di questa autrice sta nei dettagli, nelle sfumature, nella capacità di creare comunione, solidarietà per i personaggi, spingendoli a parteggiare per loro, felici dei loro successi, tristi per le loro difficoltà.
Mentre la leggevo continuavo a dirmi io a scrivere così non sarei mai capace.
Dopo un romanzo così, che è il primo di una trilogia familiare che penso parli proprio della vita vera della famiglia dell’autrice, il difficile sarà restare all’altezza di quest’opera, ecco questa è l’unica incognita, potrebbe essere un fuoco di paglia, ma noi ci auguriamo che così non sia, anzi io personalmente ne sono quasi certa, per cui sono molto curiosa di leggere il prossimo romanzo.
Avevo impostato la recensione in modo del tutto diverso, più come un’analisi testuale, ma ho cambiato idea e preferisco esprimervi le mie impressioni, diciamo a caldo, ci saranno sicuramente critici più competenti e abili di me che si occuperanno di questo libro e lascio a loro trovare le parole per descriverlo.
Non stupitevi se vincerà premi, o del successo che otterrà, per una volta si può dire che è veramente meritato. Brava Giulia.

Intervista all’autrice: qui

Giulia Ciarapica è blogger culturale. Scrive sul “Foglio” e sul “Messaggero”. Ha pubblicato Book blogger. Scrivere di libri in Rete: come, dove, perché. Questo è il suo primo romanzo.

Source: libro inviato dall’editore. Ringraziamo Giulia e Claudia dell’Ufficio Stampa Rizzoli.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: La professione del padre di Sorj Chalandon (Keller 2019) a cura di Viviana Filippini

7 aprile 2019

La professione del padreSorj Chalandon con La professione del padre, edito da Keller ci porta a conoscere un ragazzino e la sua vita da incubo con un padre troppo concentrato su se stesso e sulle sue ossessioni, per rendersi conto della vera natura della realtà. Il romanzo di Chalandon ha una struttura circolare, nel senso che comincia con il presente recente nel quale il protagonista è adulto, poi parte un lungo flashback nel passato e si torna nell’oggi, dove la storia trova il suo compimento. Nel tempo andato, il lettore si trova nella Francia del 1950, quella di De Gaulle, dove il piccolo Émile (sette anni) è costretto dal padre André Choulans a vivere nel suo mondo di paranoie da adulto che hanno al centro la scena politica della Francia di quel periodo. Il padre manipolatore inculca nella testa del figlio che loro due sono nell’ OAP, un’associazione segreta e di terroristi, pronta a tutto pure di far cadere Charles De Gaulle e liberare l’Algeria dal domino francese. Émile e la madre vivono sotto il controllo totale dal padre/marito padrone/dittatore e la vita della famiglia diventa un incubo, nel senso che quella che per il padre André viene considerata una trasgressione o un errore che rischia di mettere a repentaglio i suoi piani contro il governo, viene punita in mondo brutale. Sì, perché l’uomo non esita a castigare quelli che per lui sono sbagli, e lo fa con tremende punizioni corporali e fisiche, trasformando il focolare domestico in un luogo di estrema violenza fatta di allenamenti estremi, botte ripetute e insulti verso la moglie – vittima consapevole e incapace di reagire-, e il figlio, ancora troppo piccolo per comprendere la natura deviata e mentalmente malata del genitore. Madre e figlio non hanno via di scampo e possono solo assecondare e obbedire al capofamiglia, nascondendo ben bene i lividi agli occhi del mondo esterno. Poi, ad un certo punto Émile cresce e prende le distanze dai genitori, perché ha capito che quell’individuo che doveva proteggerlo e aiutarlo a trovare il suo posto nel mondo, è una minaccia pericolosa per gli altri e per sé. Ne Il mestiere del padre ciò che caratterizza la vita del piccolo protagonista è il peso delle violenze fisiche e piscologiche che lui e la madre subiscono per mano di un uomo insano, contro il quale mai nessuno si schiera o prende posizione. Émile non ha amici, non ha nessuno a cui confidare il dramma che vive a casa, può contare solo sulle sue forze. E saranno esse ad aiutarlo ad andare via, lontano dai genitori, per trovare, da solo, il giusto equilibrio del vivere, diventando restauratore e aggiustando le cose. Sorj Chalandon ne Il mestiere del padre utilizza un linguaggio coinvolgente per portarci in una storia nella quale il piccolo protagonista è succube della mente malata del capofamiglia e delle sue ossessioni maniacali, le stesse che gli di dare il via ad un rapporto sano e costruttivo con il figlio Émile. Interessante e ben fatta è anche la traduzione di Silvia Turato la quale, pagina dopo pagina, riesce a far arrivare ai lettori lo stato di disagio e le fragilità piscologiche presenti in ognuno dei personaggi della storia.

Sorj Chalndon è nato nel 1952. È stato giornalista per «Libération» prima di passare a «Le Canard Enchaîné». I suoi reportage sull’Irlanda del Nord e il processo di Klaus Barbie gli valsero il Prix Albert-Londres nel 1988. Tra i suoi romanzi precedenti Le Petit Bonzi (2005), Une promesse (2006, Prix Médicis), Il mio traditore (Mondadori, 2009) Chiederò perdono ai sogni (Grand Prix du Roman de l’Académie Française, Keller 2014). La quarta parete (Prix Goncourt des lycéens, Premio Terzani, Keller 2016). Le sue opere sono state tradotte in numerosi Paesi.

Source: inviato dall’editore al recensore. Grazie a tutto lo staff Keller.

:: Romolo Il primo re di Franco Forte e Guido Anselmi (Mondadori 2019) a cura di Giulietta Iannone

6 aprile 2019
Romolo Il primo re

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“Ora il fondatore deve scegliere il nome da dare alla nuova città”.
Tutti gli occhi si fissarono su Romolo, eccitati e incuriositi.
Lui esitò solo un istante, poi diede voce ai pensieri che aveva custodito dentro di sé quasi con un senso di vergogna, perché aveva pensato a come chiamare l’urbe prima ancora che gli dei lo proclamassero re.
“Chiameremo la nuova città Roma” disse, sapendo che la sua parola sarebbe stata legge.
“Roma! Roma! Roma!” iniziò a scandire la folla, con un entusiasmo nel quale si condensavano tutte le speranze per un futuro migliore.

Tra storia e leggenda, le origini di Roma, caput mundi, hanno da sempre ispirato poeti, storici, romanzieri, commediografi tutti concordi nel cercare di dare una valenza epica a una vicenda nei fatti molto scabra e violenta. Le nuove scoperte archeologiche, i nuovi studi hanno invece ispirato Franco Forte e Guido Anselmi che in questo romanzo, Romolo il primo re edito da Mondadori, pur privilegiando azione, avventura ed eroismo, hanno cercato di ricreare davvero la vita quotidiana delle popolazioni di pastori dell’alto Lazio del 700 avanti Cristo.
Il romanzo sebbene uscito quasi in concomitanza con il film dallo stesso titolo di Matteo Rovere non ha legami diretti con la pellicola cinematografica, sebbene sembra denotare un crescente interesse per quel periodo della storia, un po’ trascurato negli anni recenti.
Chi era Rea Silvia, chi era Romolo, chi era Remo, chi era la Lupa, (nella realtà una donna in carne e ossa, una prostituta, nella leggenda un animale quasi mitologico che avrebbe dovuto allattare i due gemelli salvandoli), bene o male lo sappiamo tutti dalle nostre reminescenze scolastiche, anche se la storia che Franco Forte e Guido Anselmi ci raccontano, certo drammatizzandola e prendendosi qualche licenza poetica diciamo, ha più le valenze di un dramma shakesperiano o di un tragedia greca.
La rivalità e l’amore di due fratelli molto diversi tra loro è infatti al centro del racconto, pieno di quel pathos che avvicina il lettore al mondo antico. Un mondo in cui brutalità e violenza sembrano la norma, sebbene Romolo ne esca tutto sommato come un personaggio positivo: giusto, coraggioso, altruista, ingegnoso, buon padre, sovrano imparziale e illuminato.
La storia inizia descrivendo la notte in cui Rea Silvia, nobile addetta al culto della dea Vesta, (le sue vicende sono narrate nel I libro Ab Urbe condita di Tito Livio, e nei frammenti degli Annales di Ennio) fu sorpresa col suo amante, uno schiavo. La donna per salvarsi (le vestali erano tenute alla castità) dichiara di essere stata posseduta da Marte in persona, (altro elemento leggendario ripreso dalla vulgata popolare), cosa a cui i sacerdoti del suo tempio credono permettendole di portare a termine la gravidanza, fino al parto in cui darà alla luce due bellissimi gemelli, che poi i genitori adottivi chiameranno Romolo e Remo.
Lo zio di Rea Silvia, Amulio, uomo meschino e violento, usurpatore del trono di Alba Longa, per superstizione e vendetta fa uccidere la nipote e fa affidare i due bambini alla corrente del Tevere, cosa che in realtà avrebbe dovuto condannarli a morte certa. Ma uno degli schiavi a cui li affida è proprio il padre dei piccoli che si ingegna per salvargli la vita affidandoli alla protezione degli dei.
Vengono trovati in una grotta da una prostituta che li vorrebbe crescere come suoi finchè un suo cliente, un pastore di nome Faustolo, in cambio di un pezzo di bronzo e di una manciata di sale li acquista per sua moglie Acca Larenzia infelicemente senza figli.
Così prende l’avvio una storia si può dire leggendaria in cui non mancano tutte le componenti che rendevano epiche le storie del mondo antico (dalla nascita divina, al favore degli dei durante combattimenti e cerimonie, etc). Gli autori in un certo senso demitizzano la leggenda, illuminandone gli aspetti più realistici e concreti, ma la storia anche così è sicuramente eccezionale e piena di eventi singolari.
Riusciranno i due gemelli a conoscere le loro vere origini? Riusciranno a vendicare la madre e il padre? Riusciranno a punire il perfido Amulio? E soprattutto cosa portò al fratricidio?, riproposizione se vogliamo delle drammatiche vicende bibliche di Caino e Abele.
Lo stile è piano, si privilegia l’azione allo scavo psicologico, sebbene la figura di Romolo venga descritta illuminandone motivazioni e drammi personali. I dialoghi poi sono realistici e vivaci. Se amate questo tipo di romanzo, in bilico tra accurata ricostruzione storica e fantasia, dovreste trovare godibile quest’opera scritta sicuramente in modo scorrevole e professionale. Una lettura interessante.

Franco Forte è nato a Milano nel 1962. Considerato uno dei più importanti autori di romanzi storici, ha pubblicato con Mondadori i due titoli della serie “Il romanzo di Roma”, Carthago (2009) e Roma in fiamme (2011), i gialli storici con protagonista il notaio criminale Niccolò Taverna Il segno dell’untore (2012) e Ira Domini (2014), oltre a Gengis Khan (2014) e al romanzo storico Caligola (2015). Nel 2016 e 2017 sono usciti Cesare l’immortale e Cesare il conquistatore, i due capitoli della saga che riporta in vita Giulio Cesare. Ha lavorato come autore delle serie TV Distretto di Polizia e RIS: Delitti imperfetti. Cura il “Giallo Mondadori” e “Urania”.

Guido Anselmi è nato a Vibo Valentia nel 1972, ma vive sulle sponde del Lago Maggiore. Laureato in ingegneria, ha vinto la trentanovesima edizione del premio WMI, indetto dalla rivista Writers Magazine Italia, ed è stato finalista al premio Bukowski 2016. Ha pubblicato diversi racconti sulla WMI, sullo speciale SF e nelle raccolte 365 Racconti per un anno di Delos Digital.

Source: libro inviato dall’autore, che ringraziamo.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Segnalazione: Il premio letterario NERO SU GHIACCIO

5 aprile 2019

Premio Nero su GhiaccioRiceviamo e segnaliamo:

In occasione della 2° edizione del festival letterario MONTAGNE IN NOIR, che si terrà a Bardonecchia dal 6 all’8 settembre 2019, l’asssociazione Torinoir, in collaborazione con il giallo Mondadori, organizza il premio “Nero su ghiaccio”.

La premiazione si terrà domenica 8 settembre 2019 nel corso della 2° edizione del festival MONTAGNE IN NOIR. Il racconto vincitore sarà pubblicato nella collana IL GIALLO MONDADORI.

Per partecipare potete scaricare il bando del concorso a questo link (in bocca al lupo!): qui