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:: Un’ intervista con Lindsey Davis a cura di Giulietta Iannone

30 novembre 2018

libro Il mito di GioveSalve Signora Davis. Grazie per aver accettato questa mia intervista e benvenuta su Liberi di Scrivere. Lei è una scrittrice inglese di romanzi storici, molto conosciuta per essere l’autrice della serie di Falco, un titolo su tutti Le miniere dell’imperatore. E ha in uscita un nuovo romanzo in Italia dal titolo Il mito di Giove. È inoltre un punto di riferimento per tutti gli scrittori che iniziano a scrivere storie gialle ambientate nell’Antica Roma. Ci parli di lei. Punti di forza e di debolezza.

R: I miei punti di forza: sono di mente aperta, ribelle, curiosa, seria, ho sufficiente immaginazione e abilità per scrivere bene. Sulle mie debolezze non ho idea, eccettuato forse l’età.

Ci parli del suo background, dei suoi studi, della sua infanzia.

R: Sono di Birmingham, una grande città industriale con una forte identità culturale (un posto che non aveva tuttavia gli Antichi Romani). Provengo in origine dalla classe operaia, ma ho un’ educazione borghese e sono cresciuta in una città fortemente danneggiata dalla Seconda Guerra Mondiale. Ho frequentato molte buone scuole ricevendo una educazione umanistica, all’Università di Oxford ho conseguito una Laurea in Lingua e Letteratura Inglese. Poi ho avuto un “vero” lavoro per 13 anni per il servizi governativi, prima di iniziare a scrivere a 35 anni.

Quando si è accorta di voler diventare una scrittrice? Quando ha deciso di iniziare a scrivere storie gialle ambientate nell’Antica Roma?

R: Quando avevo 5 anni e il mio insegnante di scuola elementare disse che noi non dovevamo esercitarci a scrivere copiando dai libri, ma dovevamo inventare le nostre proprie frasi. Mi orientai verso l’Antica Roma quando la mia prima scelta, la Guerra Civile Inglese, non fu presa in considerazione per la pubblicazione. Volevo fare qualcosa di originale.

C’è stato un insegnante che le è stato di modello, di ispirazione?

R: Al liceo ho avuto diversi insegnanti di inglese che mi hanno insegnato veramente seriamente a comprendere l’analisi testuale, che successivamente ho approfondito sia per quanto riguarda lo studio della lingua, delle parole, della grammatica a livello universitario. Questi sono i miei migliori strumenti come scrittrice. Ho anche conosciuto due dei miei insegnanti di inglese, e regolarmente li vedevo. Sono anche molto in debito con uno dei miei insegnanti di latino, che fondò una Società Archeologica a scuola. Scherzando dico sempre che devo la mia intera carriera alla sua decisione di fare entrare nella sua Società i ragazzi della scuola della porta accanto. Quando ho iniziato a scrivere romanzi sull’Antica Roma, il mio lavoro si basava come punto di partenza su studi archeologici specialmente rivolti alla vita di tutti i giorni della gente comune, piuttosto che avere una visone elitaria basata sulla letteratura.

Ci racconti del suo debutto. Della sua strada verso la pubblicazione. Ha ricevuto molti rifiuti?

R: Ho partecipato a diversi concorsi per romanzi storici, entrando in finale tre volte compreso con i miei romanzi attualmente pubblicati The Course of Honour e The Silver Pigs (Falco 1). Una dei giudici era una editor di narrativa per un Magazine per donne vecchio stile; lei ha comprato diversi miei racconti, permettendomi di continuare a scrivere. Falco fu rifiutato da tutti i maggiori editori di Londra, adducendo che i romanzi sull’Antica Roma erano ritenuti troppo difficili per la narrativa popolare, prima che un editor accettasse due miei libri. Lui, Oliver Johnson, è ancora il mio editor dopo 30 anni! Dopo dieci anni ha anche accettato The Course of Honour, la vera storia dell’Imperatore Vespasiano e Antonia Caenis, che in molti pensano sia il mio miglior romanzo.

Cosa ama di più quando scrive un libro?

R: Amo tutto il processo di scrittura. Penso che il mio divertimento si veda e passi ai miei lettori.

Che ruolo svolge Internet nella scrittura, nella ricerca e nel marketing dei suoi libri?

R: Quando ho iniziato non c’era Internet. Così lo tratto con molta cautela. Attualmente penso che abbia un grande valore didattico, se non ti disperdi e sai discernere cosa stai cercando; poiché sono uno studente indipendente, non dipendo da nessuna Università, per l’archeologia o i classici, per me è uno strumento molto utile. Consulto la stampa online per restare al corrente con le recenti scoperte. Uso Internet per cercare libri difficilmente reperibili. Ho un sito web, con un bottone di contatto per le email, ma NON uso i social media. Odio il loro essere così frequentemente vacui, e insensati, depreco il bullismo, e disapprovo l’approccio frettoloso alla storia.

Può dirci qualcosa sul suo più importante protagonista Marco Didio Falco?

R: Inizia come un classico investigatore, vive e lavora in tetre circostanze, ma alla fine diventa un uomo ricco ed di successo, con una famiglia. È cinico, divertente, intelligente, determinato, non ha paura di porsi contro il sistema, è appassionato di giustizia. È un ragazzo di città, ha una sola donna, è un buon amico, un mentore, gentile con il suo cane.

Progetti cinematografici?

R: Ci stiamo spostando dal “possibile” al “probabile”.

Legge autori contemporanei? Quali sono i suoi favoriti? Chi pensa abbia influenzato la sua scrittura?

R: Una cosa triste è che non ho abbastanza tempo per leggere tutto quello che vorrei. Molte delle mie letture ora sono per ricerca, ma leggo biografie storiche e vado su “Study Days” che ha un programma molto vario, specialmente vado in cerca di classici dimenticati (recentemente Trollope, Les Miserables, Goldsmith, Shelley, le opere teatrali Jacobean?

Cosa sta leggendo al momento?

R: Un immenso libro sui giardini degli Antichi romani.

Facciamo un gioco. Mi dica un aggettivo per ciascuno di questi scrittori: Flannery O’Connor, Margaret Atwood, Joyce Carol Oates, Nabokov, Cormac McCarthy.

R: Scusami non voglio farlo. Non sono preparata – inoltre odio condannare un autore a un singolo aggettivo!

Le diverte fare tour promozionali? Racconti ai suoi lettori italiani qualcosa di divertente accaduto durante questi incontri.

R: Mi diverto se la gente sta bene. Sempre più (come una persona ormai in pensione e con un problema alla spina dorsale) li trovo molto stancanti, così devo limitare quello cha faccio.

È un’autrice molto acclamata dalla critica. Ha mai ricevuto cattive recensioni nella sua carriera?

R: Oh, naturalmente le ho avute. Probabilmente anche per gelosia, siccome la peggiore di tutte iniziò con “ha venduto troppi libri”.

Come è il suo rapporto coi lettori? Come possono mettersi in contatto con lei?

R: Sono orgogliosa di dire che ho sempre attratto i lettori a contattarmi anzi molti mi dicono che non hanno mai contattato uno scrittore prima di me. Naturalmente ci sono i brontoloni che mi segnalano errori storici, e i maniaci che sono ossessionati dalla punteggiatura. Sono solitamente in disaccordo con loro. La maggior parte comunque sono molto carini. Adesso per la maggior parte mi contattano per email tramite il mio sito, ma qualcuno scrive ancora vere lettere e me le manda attraverso il mio editore.

Verrà in Italia a presentare i suoi romanzi?

R: Sto venendo a Roma il 3 dicembre.

E infine, un’ ultima domanda: a cosa sta lavorando adesso?

R: Sto editando il settimo libro di Albia, da cui stanno estraendo uno script cinematografico, e sto scrivendo una novella intitolata Invitation so Die, per il download digitale, e infine mi sto preparando per l’ottavo romanzo di Albia.

:: Guida al cinema noir di Stefano Di Marino in collaborazione con Michele Tetro (Odoya 2018)

28 novembre 2018

noir_dimarino“L’ho ucciso io. L’ho ucciso per denaro e per una donna. E non ho preso il denaro… e non ho preso la donna.”

dal film La fiamma del peccato di Billy Wilder (1944)

Il Noir è forse il genere cinematografico più prolifico e duraturo della storia del cinema. Legato alla letteratura ma capace di sviluppare anche moltissimi soggetti originali, accompagna il pubblico sin dagli anni Trenta. Oggi tutto viene etichettato come Noir, ma esistono canoni tematici e stilistici che il lettore deve conoscere per approfondire questo ricchissimo filone. Lo scopo di questa guida è introdurre il neofita in un mondo oscuro e complesso e stimolare l’esperto a rivedere e analizzare film classici e meno conosciuti.
Una panoramica del genere Noir, così come è stato interpretato non solo nel suo paese d’origine, gli Stati Uniti, ma anche in Francia, in Inghilterra e in Italia, senza tralasciare quelle cinematografie che negli anni hanno integrato il Noir nella loro tradizione: la Spagna, la Scandinavia e l’Estremo Oriente. Chiarita la divisione nei tre periodi principali, Noir classico (dagli anni Trenta fino alla fine dei Cinquanta), neo Noir (dalla Nouvelle Vague fino agli anni Ottanta) e post Noir (le ultime tendenze legate al cinema di Tarantino), il volume affronta tutti i personaggi chiave con un’ampia scelta di film.
Si affrontano i protagonisti maschili e femminili nella loro evoluzione, con esempi tratti da un gran numero di pellicole corredate da “Casi scottanti”, film emblematici analizzati nel dettaglio. Gangster, rapinatori, detective, poliziotti onesti e corrotti, dark ladies e donne perseguitate, maniaci e avventurieri in terre lontane, senza dimenticare una folta schiera di uomini e donne coinvolti in situazioni da incubo. Una panoramica che consente non solo di scegliere e apprezzare i singoli film, ma di seguire l’evoluzione di un genere arrivato fino a noi.

Stefano Di Marino, tra i più prolifici narratori italiani, attivo per le collane Mondadori “Segretissimo” e “Giallo”, da anni si dedica alla narrativa scrivendo romanzi e racconti di spy-story, gialli, avventurosi e horror.
Per Fabbri ha curato Il cinema del Kung Fu e Il cinema Horror. Per la Gazzetta dello Sport le collane Il cinema del Kung Fu (diversa dalla precedente) e Gli indistruttibili – Il cinema d’azione degli ultimi vent’anni.
Tra i suoi libri sul cinema Tutte dentro – Il cinema della segregazione femminile (Bloodbuster Edizioni), Bruce e Brandon Lee (Sperling & Kupfer), Dragons Forever – Il cinema marziale (Alacran), Italian Giallo – Il thrilling italiano tra cinema, fumetti e cineromanzi (Cordero Editore) e Eroi nell’ombra – Il cinema delle spie raccontato come un romanzo (Dbooks.it).
Per Odoya ha già pubblicato Guida al cinema di spionaggio (2018).

Michele Tetro, scrittore e giornalista, ha pubblicato racconti sulle riviste OMNI, Futura, L’Eternauta, Futuro Europa, Yorick Fantasy Magazine. Ha curato l’antologia H.P. Lovecraft – Sculptus in Tenebris: saggi ed iconografia lovecraftiana (Nuova Metropolis) e con Roberto Chiavini e Gian Filippo Pizzo ha scritto Il grande cinema di fantascienza: da “2001” al 2001, Il grande cinema di fantascienza: aspettando il monolito nero, Il grande cinema fantasy (Gremese), Mondi paralleli – Storie di fantascienza dal libro al film (Della Vigna) e altri.  Per Odoya è autore di Robert E. Howard e gli eroi della Valle Oscura e co-autore dei volumi Guida al cinema di fantascienza, Guida alla letteratura horror e Guida al cinema horror.

:: In cucina con Kafka di Tom Gauld (Mondadori 2018) a cura di Giulietta Iannone

28 novembre 2018
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È davvero molto divertente In cucina con Kafka (Baking with Kafka, 2018) di Tom Gauld, edito in Italia da Mondadori nella collana Oscar Ink e tradotto da Claudia Durastanti. Se amate i libri perché li scrivete, li leggete o lavorate a vario titolo nel mondo glitterato dell’editoria, un must che non deve mancare nelle vostre librerie. L’ho già individuato come un regalo perfetto per un paio di persone (in realtà molto snob) questo Natale.

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Perché dei libri si può anche ridere e con le vignette di Tom Gauld lo si fa davvero. Il ragazzo (va beh ragazzo è un fumettista scozzese poco più che quarantenne) è dotato di un umorismo non cattivo, ma dissacrante e ironico che non risparmia pose e debolezze di un mondo che a volte diciamolo si prende troppo sul serio. Ci voleva qualcuno che con leggerezza e umorismo ce ne evidenziasse i lati grotteschi, stravaganti se non veramente ridicoli o assurdi.

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Le vignette non sono originali, ma sono già apparse in diversi giornali: nel supplemento letterario del Guardian, sul New Yorker, e sul New York Times, ciò non toglie che la loro freschezza e verve è intatta e giungono a noi in una forma molto curata. Innanzitutto le vignette sono a colori, la fascetta cita che il libro è vincitore del premio Eisner 2018, premio mai sentito ma deve essere qualcosa di rilevante nel settore, la copertina è di cartonato rigido, ben rilegata. Insomma anche come oggetto libro, se valutate di regalarlo, come ho fatto io, è molto gradevole. E costa 18 Euro.

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Tom Gauld non prende di mira autori particolari per gettarli nella gogna del pubblico ludibrio, come sembra di moda andare oggi, ma prende in giro più che altro atteggiamenti, preconcetti, manie di un po’ tutti quanti. Va beh cita Jonathan Franzen e ironizza sul suo rifiuto del mezzo Internet, non la considererei un’ offesa, (tanto più che è vero) più che altro un cammeo, come la vignetta con protagonista Samuel Beckett, Herman Melville o Ballard. Insomma dovrebbero sentirsi offesi coloro che non sono stati citati.

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Molto godibile la prefazione di Francesco Guglieri che ha colto in pieno lo spirito del libro, e strappa qualche risata pure lui. Unica pecca è che non c’è la biografia dell’autore, ho dovuto cercare su Internet tra Wikipedia e il suo sito: https://www.tomgauld.com/. È nato nel 1976 nell’ Aberdeenshire, non c’è scritto la località precisa, è sposato e vive a Londra con la sua famiglia.
Dunque che dire qualche vignetta ve la posto, capirete se è la vostra tazza di tè.

Tom Gauld è nato nel 1976 e cresciuto nell’ Aberdeenshire, in Scozia. È un vignettista e illustratore e il suo lavoro è regolarmente pubblicato su The Guardian, The New York Times and New Scientist. Ha creato un nutrito numero di libri a fumetti. Vive a Londra con la sua famiglia.

Source: libro inviato dall’editore. Ringraziamo Anna dell’Ufficio Stampa Mondadori.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Che cos’è la felicità? di Irene D’Arminia

27 novembre 2018

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Era arrivato l’autunno, o meglio quel momento in cui non sai se effettivamente sia finita l’estate e devi fare il cambio di stagione o devi aspettare un altro po’ perché ti ricordi che abiti in Sicilia e l’autunno non esiste.
Settembre, il mese amato da tutte le mamme, che con un sorriso a 360 gradi si alzano prestissimo il primo giorno di scuola perché sanno che da quel momento fino a maggio durante le mattine regnerà la pace! Almeno fino a pranzo.
Il mese odiato da tutti gli studenti, che da quel momento inizieranno il calvario, la scuola.
Poi ci sono loro, i bambini di prima elementare una categoria a parte, gli euforici; quelli che hanno passato tutto il mese di agosto e i primi di settembre a scegliere le cose da portare a scuola, ripeto scuola non più asilo! Sarà questo passaggio che li fa eccitare. Il fatto di diventare grandi, di iniziare la “scuola dei grandi”, questa frase li fa uscire fuori di testa! Sembrano dei cuccioli a cui ai dato da bere non caffè, ma solo caffeina per endovena.
E con la loro mamma e il loro papà, entrano (sempre super schizzati), dentro il centro commerciale o al negozio, pronti per cercare tutto. E quando dico tutto intendo proprio tutto: matite, colori, zaino, gomme, diario, qualsiasi cosa serva per la scuola! Una volta scelto tutto, anche il correttore, nonostante essi scrivano con la penna cancellabile, ma si sa i bambini quando comprano tutto, devono comprare tutto; tornano in macchina stanchi, effetto caffeina finito, si mettono nel loro posto a sedere e in meno di dieci, nove, otto…
Ludovica non si sente più. I genitori, stanchi, ai quali la caffeina non fa più effetto in quanto ormai la tolleranza sviluppata ha superato ogni limite, si guardano, sorridono e aspettano quel giorno, quello in cui la campanella suonerà e forse un po’ di relax li aspetterà.
Ma torniamo al punto: Ludovica doveva iniziare la scuola, ma lei era membro di quella categoria a parte, quella dei bambini di prima elementare.
Tutta un’altra cosa per lei l’inizio della scuola!
«Mamma posso scegliere un compagno di banco a piacere o me lo dice la maestra?» chiese in macchina, con il suo nuovo grembiule, tutto blu e un fiocco tutto azzurro che teneva parte dei suoi capelli, morbidi e profumati, sistemati dalla sua mamma qualche minuto prima.
«Non lo so amore, può essere che scegli tu oppure te lo dirà lei, sarà lo stesso bello, no? Avrai un compagno o compagna di banco con cui scambiare i tuoi pensieri, le tue idee» rispose la mamma.
Ludovica era ansiosa, si vedeva, perché fece domande alla sua mamma per tutto il tragitto. Bella la prima elementare, quando ancora non sai quanti anni di studio ti aspettano, ma la mamma di Ludovica non le disse nulla di tutto questo, le disse che la scuola è bella, che chi studia avrà delle ali, con cui poter volare e scoprire il mondo. Chi studia avrà una marcia in più e sarà superiore agli altri senza sentirsi tale.
Ma ancora la piccola e dolce Ludovica non lo sapeva tutto questo, in quel momento a lei interessava solo capire chi sarebbe stato il suo compagno di banco ed è giusto così, d’altronde aveva solo cinque anni.  Fu tutta un’euforia quel giorno, tornata a casa Ludovica corse tra le braccia del suo papà, che lei amava più della sua mamma, il suo uomo, il suo eroe, quello che cercava sempre quando aveva paura, perché per lei era il più forte di tutti.
Questo perché una volta la mamma non sapeva aprire la marmellata e vedendo suo padre aprirla immediatamente capì che la sua forza era immensa!
Abbracciandolo e baciandolo forte forte cominciò a raccontare tutto quanto, ma proprio tutto, pure che una sua compagna si era scaccolata mentre la maestra spiegava. Lei si sentiva come suo papà, forte, perché a differenza dei suoi compagni sapeva già leggere e scrivere il suo nome, ma la mamma le aveva detto di non fare la saputella, perché ognuno ha i suoi tempi ed è giusto rispettarli.
Diciamo che come inizio non c’è male!
I suoi occhi brillavano di gioia, e Ludovica con il suo papà fecero tutto il pomeriggio a parlare e raccontarsi le rispettive mattinate. La sua gioia era immensa e sempre più grande fu nei giorni a seguire, quando un giorno Ludovica tornó a casa un po’ perplessa, come se non riuscisse a spiegarsi una cosa.
Il papà, che quel giorno l’andò a prendere a scuola, perché la mamma aveva un rientro nella sua di scuola, le chiese a cosa pensava, ma lei non parlava, era in silenzio e questo era strano, perché non si era mai comportata così. Disse che lo avrebbe detto solo alla mamma perché la maestra aveva lasciato un compito difficile. Ludovica amava il suo papà, però quando si parlava di compiti e di studiare voleva lei, la sua dolce mamma. Perché se il suo papà era il più forte e il suo eroe, la sua mamma le aveva sempre insegnato tutto.
Dalle prime parole ai numeri ed essendo insegnante, era convinta che sapesse tutto! Il papà era geloso di questa cosa, ma era felice della stima che Ludovica aveva nella sua mamma, perché sapeva quanto importante fosse questo legame per lei. Allora senza insistere più di tanto papà cambio discorso e aspettarono la mamma per fare quel misterioso compito che aveva lasciato la maestra.
Tornata la mamma, Ludovica le si gettò tra le braccia, un po’ arrabbiata perché già il sole era andato via, ma comprensiva del fatto che era via per lavoro e non per altro.
Il papà spiegó alla mamma che c’era un compito da fare, ma che Ludovica non lo volle fare con lui perché doveva farlo con la mamma.
«Amore è un compito difficile? Fammi vedere». Prendendo il quaderno con i quadri grossi, tipico di prima elementare, lesse la consegna: «Disegna che cosa significa per te la  felicità».
Ludovica spiegó alla mamma che tutti i bambini avevano iniziato il compito in classe, disegnando un iPhone, un overboard, una bici, ma lei non era convinta di disegnare queste cose e si era confusa.
La mamma sorridendo capì che Ludovica aveva un problema. Non riusciva a dire qualcosa che dentro di lei era grande, più grande del suo piccolo cuoricino.
Intanto il papà in un angolo non capiva perché non avesse chiesto a lui, allora Ludovica vedendolo “offeso” le disse: «Papino, scusa se ho aspettato la mamma, ma tu mi facevi disegnare la tua faccia».
In quel momento una grossa risata risuonava dentro quella stanza e con un abbraccio e un “vola più in alto” Ludovica e il suo papà si divertirono in quei pochi secondi!
Ma adesso era il momento di capire cosa disegnare in quel foglio, mentre papà preparava la cena.
«Io non ti dirò cosa disegnare tesoro mio, voglio che tu mi dica cosa pensi» disse la mamma sistemando i capelli a Ludovica.
«Io sono felice quando papà mi dice principessa e mi bacia, io sono felice quando tu mi fai le trecce oppure quando Darwin (il cane di casa, fratello ufficiale di Ludovica) mi da un colpo di coda e mi fa ridere. Posso disegnarlo mamma?» chiese la piccola con uno sguardo confuso.
La mamma quasi commossa per quelle parole, ne disse altre più commoventi: «Amore mio, se tu disegni queste cose, dimostri di aver capito che cosa sia veramente la felicità. Ma non perché il tuo disegno è giusto e quello dei tuoi compagni è sbagliato, domani nessuno avrà sbagliato il compito. Se ognuno disegna quello che vuole, senza avere paura del giudizio della maestra, senza avere paura che gli altri ridano, allora significa che sei felice». Ludovica ascoltava in silenzio.«Se tu disegnavi un tuo gioco, come hanno fatto gli altri eri felice?» chiese la mamma.
«No, io non volevo fare come loro» disse Ludovica a voce alta!
«Ecco, amore, la felicità non ha un disegno giusto o uno sbagliato, la felicità è quello che vuoi tu. Se tu sei felice per quello che mi hai raccontato, allora disegnalo, poi la mamma ti aiuta a colorare se vuoi» conclusela mamma con un bacio.
«Si, mamma, e pure papà perché poi si sente solo» disse Ludovica con una vocina bassissima per non farlo sentire al suo amato papà!
E così tutti e tre, ridendo e colorando quel bel disegno, trascorsero la serata. Ludovica portò a casa un bel voto per quel disegno dicendo che tutti avevano preso un bel voto, ma lei era felice perché aveva disegnato quello che voleva.

Irene D’Arminia, studentessa della facoltà di Farmacia di Palermo, è nata il 28/03/1995, e abita a Misilmeri in provincia di Palermo.
Scrittrice amatoriale di poesie, commedie in dialetto siciliano e testi narrativi per bambini e ragazzi. Unica sua opera pubblicata, una poesia “Il valzer del girasole” nella collezione il Federiciano 2015.

:: Gli inconvenienti della vita di Peter Cameron (Adelphi 2018) a cura di Nicola Vacca

27 novembre 2018
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Peter Cameron è un genio nell’arte del raccontare. La sua scrittura è sempre un’esperienza straordinaria di sottrazioni nella quale il dettaglio essenziale diventa grande letteratura.
Gli inconvenienti della vita è il nuovo libro dello scrittore americano uscito in questi giorni da Adelphi (traduzione di Giuseppina Oneto).
Due splendidi e intensi racconti in cui Cameron si conferma uno dei più rappresentativi autori della grande stagione del minimalismo americano.
Due storie che raccontano l’inquietudine, il malessere e il disagio che scaturiscono dall’ostinata voglia di essere presenti in un mondo in cui quotidianamente si fanno i conti con le assenze.
Gli inconvenienti della vita, in questi racconti di Carmeron, è la vita stessa che diventa il più assurdo e misterioso contrattempo con cui si fanno i conti.
La fine della mia vita a New York e Dopo l’inondazione, in poco più di cento pagine, mostrano il talento immenso di Peter Cameron, uno scrittore che sa arrivare al cuore dei lettori senza mai usare una parola di troppo e soprattutto riuscendo a toccare le corde giuste inventando storie che giungono dal vero di una condizione umana provvisoria che coinvolge tutti.
Come accade proprio in questi due piccoli gioiellini di narrazione.
Nel primo racconto troviamo un scrittore in crisi creativa in una New York fredda e inospitale.
Una crisi che coinvolge anche il suo rapporto con Stefano, il suo compagno e avvocato in carriera con cui convive.
Tra vuoti difficili da riempire e promesse mancate, Cameron mette a fuoco il crollo esistenziale di questa coppia che si infrange davanti alle infinite difficoltà di arrivare a una soluzione.
Ci sono dei momenti nella vita in cui tutto viene a mancare, dove l’esistenza stessa diventa quel drammatico inconveniente che non suggerisce nessuna via di fuga. Anche nel secondo racconto Peter Cameron ci mette davanti al dramma esistenziale di una coppia.
In una piccola città della provincia americana priva di tutto, che sembra uscita da un quadro di Hopper, un marito e una moglie vivono la crisi del loro rapporto. Dopo una vita intera passata insieme, si accorgono di quando sia difficile colmare i vuoti di una relazione che ha da tempo esaurita la sua vena d’affetto.
La loro esistenza è scandita solo dall’inondazione del fiume vicino. Tra le mura della loro grande casa pesa il vuoto di loro due che non hanno accettato la scomparsa prematura della giovane figlia.
Il dolore è l’inconveniente della vita che non sempre torna utile e spesso, come accade ai due coniugi, travolge tutto lasciando nelle relazioni solo macerie.
Gli inconvenienti della vita di Peter Cameron è un libro che resta sulla pelle come un tatuaggio.
Ancora una volta lo scrittore americano è riuscito a conquistarci con una grande lezione di scrittura sulla vita, facendoci toccare con mano quel vuoto atroce che minaccia l’esistenza con le sue trappole infinite.

Peter Cameron è nato a Pompton Plains, nel New Jersey, nel 1959. Ha frequentato per due anni la American School a Londra, dove ha scoperto la passione per la lettura e ha iniziato a scrivere racconti, poesie e pièce teatrali. Nel 1982 si laurea all’Hamilton College, nello stato di New York, in Letteratura inglese. Nel 1983 ha venduto il suo primo racconto al «The New Yorker», rivista con cui collabora per diversi anni. Il suo primo romanzo In un modo o nell’altro è stato pubblicato in Italia nel 1987 da Rizzoli. Di Peter Cameron Adelphi ha pubblicato Quella sera dorata (2006), Un giorno questo dolore ti sarà utile (2007) – da cui è tratto l’omonimo film di Roberto Faenza – e Paura della matematica (2008). Il suo ultimo romanzo Coral Glynn (edito da Adelphi) è uscito nel maggio 2012.

Source: libro inviato dall’editore al recensore.

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7° Anniversario su Wordpress

27 novembre 2018

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Oggi Liberi di scrivere festeggia il suo compleanno, sette anni su WordPress, ben undici anni online. Un bel traguardo. Oggi farò una torta, e stasera pizza! Se poi la torta viene bene ne metterò la foto. Tanti auguri a noi!

:: Autobiografia di una foto di famiglia, di Jacqueline Woodson (Edizioni Clichy 2018) a cura di Federica Belleri

27 novembre 2018
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Famiglia afro-americana di New York. Anni difficili, quelli tra i sessanta e i settanta. La voce narrante di questo romanzo breve è una ragazzina che fa parte di questo nucleo. L’età che sta attraversando è quella di passaggio nell’adolescenza, complicata ma affascinante. È il periodo della scoperta di sé e del senso di appartenenza a un popolo che è inevitabilmente diverso per tradizione, colore e modi.
È l’età della guerra in Vietnam, che porterà dolore. Della voglia di contravvenire alle regole e di oltrepassare il confine nel mondo dei bianchi.
Come ci si sente a osservare una vetrina di un negozio venendo mandata via in malo modo? Come ci si approccia all’altro sesso quando ti considerano una in grado solo di
sfornare marmocchi? Come ci si sente “diversi” rispetto agli altri?
La periferia americana, una storia di provincia. Il quotidiano fra gioia e sofferenza, bisogno di sognare o di picchiare qualcuno.
Capitoli brevi ma intensi. Ottima traduzione.
Lo consiglio. Buona lettura.

Jacqueline Woodson è autrice di più di una dozzina di romanzi per bambini e adulti, tra cui il memoir, best-seller per il New York Times e vincitore del National Book Award 2014, Brown Girl Dreaming. Woodson è stata recentemente nominata Young People’s Poet Laureate dalla Poetry Foundation, ha vinto quattro volte il Newbery Honor e due volte il Coretta Scott King Award, ed è stata quattro volte finalista per il National Book Award. Nel 2018 ha vinto l’Astrid Lindgren Memorial Award, uno dei premi più importanti al mondo nella letteratura per ragazzi. Vive con la sua famiglia a Brooklyn, New York. Il suo sito è http://www.jacquelinewoodson.com. Di Woodson Clichy ha pubblicato Figlie di Brooklyn (2017).

Source: libro inviato dall’editore al recensore. Ringraziamo Franziska dell’ Ufficio stampa Clichy.

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:: L’OTTOCENTO TORNA A VIVERE CON UN NUOVO FESTIVAL FIRMATO SUGARPULP

26 novembre 2018

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Dal 7 al 16 dicembre a Padova debutta un nuovo festival culturale dedicato
al fascino e alle suggestioni dell’Ottocento tra arte, letteratura e scienza.

Grandi ospiti, reading, incontri letterari ed artistici, rievocazioni storiche,
spettacoli e tour guidati in città per la prima edizione dell’800 Padova Festival

Padova, 26/11/2018 – Dal 7 al 16 dicembre il fascino e le suggestioni ottocentesche tornano a rivivere nel cuore della città di Padova grazie a un nuovo festival ideato da Sugarpulp e realizzato con l’Assessorato alla Cultura del Comune di Padova. Un festival che vuole celebrare un secolo centrale per la cultura contemporanea, coinvolgendo i tanti luoghi di una città che nell’800 visse un secolo d’oro. Grazie a rievocazioni storiche e ad eventi in costume sarà possibile immergersi in una narrazione transmediale che partirà dal Caffè Pedrocchi, uno dei caffè storici più importanti d’Italia e vera icona dell’Ottocento europeo.

“800 Padova Festival vuole celebrare un passato potente e magnifico senza perdersi nella nostalgia – afferma Matteo Strukul, direttore artistico della kermesse -. Nell’Ottocento l’arte, la letteratura, la musica, la scienza e la medicina hanno raggiunto risultati incredibili, per questo abbiamo voluto riunire una serie di partner di altissimo profilo culturale: oltre al Pedrocchi cito l’Università di Padova con il suo nuovo Museo di Anatomia Patologica, il Parco Letterario Francesco Petrarca e dei Colli Euganei, il MUSME – Museo della Medicina e il Planetario di Padova, per concludere con la Fondazione Il Vittoriale degli Italiani”.

Tra i protagonisti del festival segnaliamo Giordano Bruno Guerri, Mauro Corona, Nicolai Lilin, Adrian Fartade, Francesca Cavallin, Simonetta Nardi, Gabriele Campagnano, Silvia Gorgi, Grimilde Malatesta, Sarah Orvan, Simonetta Nardi, Amarillide Twin e tanti altri. “Per Sugarpulp questa è l’ennesima sfida culturale – sottolinea Giacomo Brunoro, presidente di Sugarpulp -, creare un festival capace di divertire ed incuriosire il pubblico con contenuti di qualità. Sperimentiamo un format inedito fatto di incontri letterari, divulgazione scientifica, reading teatrali e rievocazioni storiche”.

GLI INCONTRI LETTERARI

Sarà Mauro Corona con il suo nuovo romanzo di ambientazione ottocentesca “Nel muro” ad inaugurare gli appuntamenti dedicati alla letteratura (venerdì sera, ore 21.00, Palazzo della Salute – MUSME). La letteratura “trasloca” poi in Sala Rossini al Pedrocchi dove sabato 8 dicembre alle 18.00 Nicolai Lilin terrà una lectio magistralis sulla letteratura russa dell’Ottocento. 
Infine domenica 16 dicembre alle 17.00 Giordano Bruno Guerri sarà il protagonista di un incontro dedicato alla storia d’amore tra Eleonora Duse e Gabriele D’Annunzio. Un incontro ricco di suggestioni dato che proprio nelle sale del Pedrocchi la Duse e D’Annunzio si incontrarono in più di un’occasione.

I READING

Spazio a diversi reading durante i 4 giorni del festival: venerdì 7 dicembre alle 17.00 al MUSME Simonetta Nardi sarà la protagonista de “Il collezionista di crani”, reading che racconta la vita del celebre medico ottocentesco Francesco Cortese.

Sempre venerdì pomeriggio, ma al Pedrocchi, Alvaro Gradella sarà il protagonista del reading dedicato alla letteratura del mistero con brani tratti dalle opere di Edgar Allan Poe, Arthur Conan Doyle, Caleb Carr e Matteo Strukul (Sala Rossini ore 18.00).

Sabato mattina spazio dedicato ai più piccoli: alle 10.00 in Sala Verde va in scena un reading dedicato a “Canto di Natale” di Charles Dickens, protagonista Vittorio Attene. Sempre sabato, ma alle 16.00 in Sala Rossini Francesca Cavallin leggerà una serie di passi tratta da Frankenstein di Mary Shelley. Il reading, che celebra i 200 anni della pubblicazione del capolavoro dell’autrice britannica, sarà l’occasione per ricordare i diari di Mary Shelley in cui si racconta il suo lungo soggiorno sui Colli Euganei.

GLI SPETTACOLI

Due gli spettacoli previsti durante il festival, entrambi a carattere storico-scientifico: il primo sarà a cura di Adrian Fartade e si terrà sabato alle 17.00 in Sala Rossini al Pedrocchi. Il celebre youtuber di origini romene racconterà la nascita dell’astrofisica, disciplina che vide la luce proprio nell’800.
Il secondo appuntamento invece è fissato per sabato 8 dicembre alle 21.00, ma al Planetario di Padova: Elena Lazzaretto mostrerà il cielo dell’Ottocento e racconterà di un secolo in cui anche la scienza sembrava un romanzo.

LE RIEVOCAZIONI STORICHE

L’800 Padova Festival sarà anche l’occasione per far rivivere, in senso letterale, l’Ottocento. Figuranti in abiti storici animeranno gli appuntamenti in programma, trasportando il pubblico in un vero e proprio viaggio nel tempo. Sabato sera poi il Caffè Pedrocchi sarà lo scenario della grande cena Ottocentesca con figuranti e quintetto d’archi, per immergersi nell’atmosfera e la magia del XIX secolo.

Domenica 9 dicembre alle 10.00, sempre al Pedrocchi si terrà una sfilata dedicata a figuranti in abiti storici e steampunk. Infine l’appuntamento con il tè delle cinque, in Sala Rossini, con uno spettacolo dedicato alla moda dell’Ottocento in cui verranno svelati i segreti e i trucchi delle moda e delle dame ottocentesche.

I TOUR GUIDATI

L’800 Padova Festival sarà anche l’occasione per riscoprire il volto nascosto della città del Santo con una serie di tour. Si potranno conoscere i segreti del Pedrocchi massonico, le botteghe storiche della città, ma anche il Teatro Anatomico dell’Università o il nuovissimo Museo di Anatomia Patologica, oltre alle vie e ai palazzi che nascondo aneddoti e curiosità ottocentesche (e non solo).

800 Padova Festival si propone dunque come un grande festival di rilevanza nazionale per le molteplici suggestioni narrative dell’800, un secolo di straordinaria vitalità nel mondo letterario ed artistico che esercita ancora una profonda eco sulla contemporaneità.

Il programma dettagliato del festival è disponibile su www.800padovafestival.it

:: Dal libro al cinema: Il Grande Sonno di Raymond Chandler

26 novembre 2018

grande sonnoQuesto articolo uscì per la prima volta su Il Giorno degli Zombi come guest post, e la mia amica Lucia, che è un tesoro, mi ha dato il permesso di postarlo anche sul mio blog. Buona lettura!

It was about eleven o’clock in the morning, mid October, with the sun not shining and a look of hard wet rain in the clearness of the foothills. I was wearing my powder-blue suit, with dark blue shirt, tie and display handkerchief, black brogues, black wool socks with dark little clocks on them. I was neat, clean, shaved and sober, and I didn’t care who knew it. I was everything the well-dressed private detective ought to be. I was calling on four million dollars.

Erano quasi le undici di una mattina di mezzo ottobre, senza sole e con una minaccia di pioggia torrenziale nell’ aria troppo tersa sopra le colline. Portavo un completo azzurro polvere, con cravatta e fazzolettino blu scuro, scarpe nere e calze nere di lana, con un disegno a orologi blu scuro. Ero ordinato, pulito, ben raso e sobrio, e non me ne importava che la gente se ne accorgesse. Sembravo il figurino dell’ investigatore privato elegante. Andavo a far visita a un milione di dollari.

Parto dall’assunto che tutti abbiate letto o visto al cinema (forse più corretto dire in tv o dvd) Il grande sonno. Mi è estremamente difficile pensare che ci sia qualcuno che non l’abbia fatto e possa dirsi amante del cinema e della letteratura (non solo hardboiled). Raymond Chandler è un maestro indiscusso, assieme a Hammet ha contribuito a dettare i canoni del genere, le sfumature dello stile, i temi, la stilizzazione dei personaggi, l’ambiente, l’atmosfera, sin dai tempi in cui scriveva racconti per Black Mask con un nutrito manipolo di autori pulp, alcuni dei quali ormai colpevolmente dimenticati.
Ciò che mi accingo a fare è un azzardo, ne sono consapevole. Dire cose nuove su Il grande sonno (libro o film) è praticamente impossibile, si rischia di ribadire l’ovvio, di dire cose trite e risapute. Di scarso interesse per chiunque abbia anche solo una minima cultura cinematografica e letteraria.
Cosa mi spinge allora a imbastire questo articolo? Il grande (forse folle) amore che ho per Chandler, per Philip Marlowe, e per Humphrey Bogart (a mio avviso il miglior Marlowe di sempre).
Ci sono due approcci che potrei utilizzare: uno più documentaristico, se vogliamo nozionistico, darvi informazioni minuziose su autore, film, libro e periodo; uno più sentimentale, parlarvi di cosa ho amato di più, di cosa mi ha divertito o sorpreso.
Essendo ospite di Lucia, non essendo a casa mia, cercherò di stare in bilico tra i due estremi, sempre premettendo che come critica cinematografica non sono un granché, ma mi intendo di scrittura, anche cinematografica, amo leggere e studiare anche le sceneggiature (secondo me una nobilissima forma letteraria che andrebbe studiata come la narrativa). Quindi spero che l’articolo sia di interesse anche per gli specialisti, per coloro che hanno studiato questo film in parallelo al libro.

Dunque lettori do per scontato che conosciate la trama, anche se qualche buco narrativo non manca, tipo chi ha ucciso l’autista di Sternwood: narra Craig Brown, editorialista del Daily Mail e di Vanity Fair, di quando durante le riprese de Il Grande sonno a film quasi ultimato Bogart e Howard Hawks furono intenti a discutere piuttosto animatamente su come fosse morto Owen Taylor, l’autista inabissato nella limousine di casa Sternwood. Humphrey Bogart propendeva per il suicidio, forse non potendone più. Hawks non convinto alla fine si decise e mandò un telegramma a Chandler (sarà rimproverato per quei 70 cent), e lui candido e serafico rispose che non ne aveva la più pallida idea o forse l’aveva dimenticato tra una sbronza e l’altra.
Il film di Hawks soffre dal punto di vista della consequenzialità della trama e della comprensione da parte dello spettatore, che fatica in effetti a collegare alcuni punti nodali, a causa di alcuni tagli della versione originale girata nel 1945, funzionali a rendere la lunghezza della pellicola gestibile dopo l’aggiunta di altre scene più leggere (i dialoghi buffi e i battibecchi tra Bogart e Bacall) che, secondo le intenzioni dei dirigenti, avrebbero divertito il pubblico.
Sta di fatto che, per molti versi, la trama (perlomeno del film) risulta incomprensibile. Sarebbe interessante sapere se si può risalire alle scene tagliate per un eventuale rimontaggio, ma per questo mi devo rimettere a Lucia.

La bellezza di questa storia non sta in una somma di perfezioni, ma proprio nel suo contrario. È un equilibrio di stridenti contrasti dove ambientazione, atmosfera e personaggi (e pungente ironia) prevalgono sul plot e sull’epilogo, e sulla logica classica del chi ha ucciso chi.
Neanche a Chandler questi temi interessavano più di tanto. Più la trama è complicata, più il lettore, come i personaggi, si perde in un labirinto, più la complessità del reale è bene espressa e rispecchia la vita, la vita vera dell’uomo comune, non solo dei villain che popolano lo squallido sottobosco criminale dell’epoca.
Partiamo dal titolo: Il grande sonno, the Big Sleep, nel gergo della mala è la morte. Il sonno da cui non c’è risveglio. Il sonno che azzera tutto, sogni, pensieri, aspirazioni, colpe, vizi. L’argine e il baricentro di questa storia nera e senza redenzione che vede solo nel protagonista un certo punto di equilibrio, una dimensione etica e morale, che non conforta, ma dà spazio a una sorta di respiro universale in cui rettitudine e disincanto, hanno una forma, una dimensione. Una dignità.
Se Philip Marlowe è immerso nel pantano della Los Angeles degli anni ‘30 tra contrabbandieri, biscazzieri, cialtroni di varia caratura, ricattatori, assassini senza coscienza e figlie viziate di miliardari prossimi alla morte, questo non toglie che una sorta di purezza emani da lui, un’aura, un’autenticità, una rettitudine che maschera con sferzanti battute ironiche di un’amarezza accecante e struggente.
Il tema della morte è ricorrente e si respira sin dall’odore di decomposizione già presente nella serra dove il generale Sternwood accoglie Marlowe, una sorta di antro infernale, (la camicia e il volto sudato di Bogart ben rappresentano questo disagio, perlomeno fisico) fino al letto di morte (dettaglio presente nel romanzo) in cui il vecchio attende con le mani esangui intrecciate al lenzuolo.

Philp Marlowe è un uomo comune, normale, squattrinato, alle prese con il male, di una società, di un mondo che non comprende e disprezza. La corruzione, la bassezza, l’avidità che percepisce, (e nel film come nel libro è tutto giocato nei dialoghi di una profondità psicologica e precisione devastanti), lo lambiscono senza entragli dentro, lui resta sempre una spanna sopra questo stagno di vizi e turpitudini. La violenza non fa parte del suo DNA, la conooce, la utilizza accidentalmente (uccide anche, se è il caso) ma lui è altro, è altrove, è l’eroe medioevale, cinico e disincantato, ma pur sempre in armatura e cavallo bianco, seppure dalla realtà venga rappresentato come un alcolizzato fallito.
Philip Marlowe resta un punto fermo, il solo vivo tra una palude di morti, e proprio per questo noi lo amiamo e tifiamo per lui. Dall’ inizio alla fine della storia. Senza ripensamenti. E vogliamo che la sua storia con Vivian sia a lieto fine, vogliamo dargli un premio per la sua rettitudine non sopraffatta da un mondo marcio e decadente. Anche se sappiamo che il lieto fine (almeno nel libro) non fa parte del pacchetto, che ad attenderlo c’è solo nuova solitudine o al massimo un paio di doppi whiskey bevuti in qualche scalcinato bar dai vetri rigati di pioggia. E forse a fargli compagnia il rimpianto e la malinconia della mancanza e di qualcosa che non è stato.

Il Grande Sonno, a cui seguì Addio mia amata, uscì in America nel 1939 per Alfred A. Knopf, ed è il romanzo con cui Chandler debuttò, con cui per la prima volta ufficialmente entrò nel panorama letterario Philip Marlowe (a dire il vero già apparso nei suoi racconti perlomeno in abbozzo), a far da spartiacque tra un prima e un dopo. Dopo Marlowe nulla fu più come prima, sebbene nacque più come una trovata stilistica che come personaggio autonomo, come lo stesso autore spiegò in un’ intervista a Irving Wallace del 1945.
Il Grande Sonno fu scritto nel 1938, alle soglie di una guerra che avrebbe devastato il mondo. Chandler saccheggiò letteralmente due suoi racconti lunghi già editi, Killer in the Rain (Black Mask, 1935) e The Curtain (Black Mask, 1936), oltre a tracce di Finger Man e creò il suo capolavoro. Come fece? Solo lui lo sa. Ciò non toglie che sapere come operò tecnicamente non sminuisce di una virgola il valore dell’opera.
Chandler fu un romantico, la sua prosa è lirica e letteraria, al servizio di storie dure e crude, decadenti se vogliamo, vivificate da un umorismo al vetriolo, che in parte fu stemperato nelle versioni cinematografiche più attente ai canoni che imponeva la rigida morale dell’epoca.  Chandler picchiava sotto la cintura: la sua analisi della società californiana, della ricchezza e del potere criminale è lucida e spietata, forse troppo per i suoi tempi e ancora attuale oggi.
Chandler era sicuramente un moralista, anche se non un moralizzatore, e questo non disturba perché si sente puzza di autenticità e di etica, l’etica di un ex oil executive caduto in disgrazia per il suo alcolismo, che si guadagnava da vivere scrivendo racconti per le riviste pulp, quelle che si trovavano nelle rastrelliere semi arrugginite dei drugstore o delle stazioni di servizio perse nel cuore della polverosa America degli anni ‘30. Scritte su carta da pochi cent, usa e getta si potrebbe dire oggi. E intanto leggeva i classici e studiava latino e greco.

Il Grande Sonno rappresenta la fine di un sogno, del sogno americano (c’è mai davvero stato?) trattato da tanta letteratura alta, tutto tramite gli archetipi e i canoni del romanzo poliziesco nero, dell’hardboiled più irregolare e di grana grossa. Che di fatto divenne vera letteratura, con piena dignità e diritto di esistere anche oggi assieme ai classici.
Il film diretto da Howard Hawks uscì nel 1946, poco dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale (Ci sarà anche un remake del 1978, dal titolo italiano Marlowe indaga, con Robert Mitchum, e la particolarità di spostare l’ambientazione da Los Angeles all’Inghilterra degli anni ’70); vede al centro due star di prima grandezza, Humphrey Bogart e Lauren Bacall, la cui alchimia e tensione è esplosiva sotto uno smalto di algida freddezza e regalità. L’effetto è sconcertante e straniante. E se vogliamo il segreto della bellezza e unicità di questo film iconico.
Faulkner scrisse la sceneggiatura assieme a Leigh Brackett, e Jules Furthman, ma i dialoghi fulminanti sono di Faulkner e rispecchiano ed echeggiano perfettamente quelli di Chandler (nella scarna semplicità di una sceneggiatura), e la cosa è singolare, dato che non potrebbero esistere due scrittori più diversi.
Nessun tempo morto, battute veloci come fuochi d’artificio, ironia, sarcasmo, giocati con eleganza e spregiudicatezza.
Uno scontro di ingegni tra Faulkner e Chandler, e di penne che è un piacere osservare in azione. Qui potete leggere la sceneggiatura originale.
Dialoghi e gioco di sguardi, tutto il film si gioca su questo, restando Marlowe /Bogart con il suo tranch spiegazzato al centro della scena seguito dalla macchina da presa a lui incollata. Pioggia, ombre, chiari scuri. E la sensualità felina di Lauren Bacall l’unica fonte di calore del film, ma anche Martha Vickers non scherza (e a essere sincera tutte le donne del film sono perfette: da Agnes, alle guardarobiere, alla moglie di Eddie Mars, più un cameo di Dorothy Malone, la libraia che scherza con Marlowe su edizioni rare e refusi). Un capolavoro, anzi due. Per una volta difficile decidere se sia meglio film o libro. Sono due opere d’arte distinte. Buona lettura e buona visione.

:: Omicidio a Mosca di Joseph Kanon (Newton compton, 2018) a cura di Federica Belleri

26 novembre 2018
omicidio-a-mosca

Clicca sulla cover per l’acquisto

Mosca, 1961. Simon Weeks raggiunge suo fratello Frank dopo dodici anni di lontananza. Forzata, perché Frank ha tradito la Cia e si è rifugiato in Unione Sovietica. Simon, dopo aver lavorato per il Dipartimento di Stato a New York, è ora un editore e si sta occupando del libro scritto da Frank. Tutto sembra apparentemente normale e Simon un turista qualsiasi.
Non è così. La vita di Frank e della moglie Jo è scandita da ritmi precisi, è controllata in ogni dettaglio. La loro intimità non esiste, e a questo punto, nemmeno quella di Simon. Il Kgb è ovunque. Sono spiati. Il libro farà sicuramente scalpore. Simon si rende conto di essere andato a trovare dei rifugiati, dei reietti, abbandonati dall’America e segnalati a vista.
Le frequentazioni sociali fra loro e i russi sono rare e ben costruite, ognuno pensa a se stesso. Tutti hanno paura e si guardano alle spalle. Com’è cambiato Frank dopo tutti questi anni? Simon può ancora fidarsi di lui? Qual è il vero motivo del viaggio di Simon, perché Frank lo ha voluto a Mosca?
I ricordi americani sono ancora vivi tra i due e sono dolorosi. Il bisogno di poter trascorrere una vita normale si fa pressante e emergono le fragilità di Jo, cognata di Simon. Cosa le manca? Cosa desidera davvero?
Omicidio a Mosca racconta spionaggio e contro-spionaggio. Porta alla luce anni difficili, dove spostarsi solo per comprare della verdura era impensabile. Dove nella dacia si entrava da un cancello, controllato da soldati. Dove la vodka scorreva senza limiti e aiutava a dimenticare. Dove si aveva sempre una “guardia del corpo” come protezione.
Messaggi e messaggeri, osservatori all’ombra di una colonna, sguardi che si incrociano furtivi, ansia da tenere sotto controllo.
Un romanzo, questo, dove l’adrenalina è parte integrante della storia, in ogni pagina. Dove qualcuno ha un piano, non prevedendo un contro-piano. Dove i segreti e le terribili rivelazioni proveranno a attraversare il mare, verso la libertà, verso una dignità diversa, per non morire nell’angoscia. O forse sì? A voi scoprirlo. Buona lettura.

Joseph Kanon vive con la moglie e i due figli a New York, dove ha lavorato nel campo dell’editoria prima di dedicarsi a tempo pieno alla scrittura. È autore di cinque romanzi tra cui The Good German, da cui è stato tratto il film Intrigo a Berlino con George Clooney e Cate Blanchett. La Newton Compton ha pubblicato Omicidio a Istanbul, Omicidio a Berlino e Omicidio a Mosca. Per saperne di più: josephkanon.com

Source: libro inviato al recensore dall’editore.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Grazie ai lettori di Liberi di Scrivere!

26 novembre 2018

I libri più venduti

Ripeto, grazie! Grazie a tutti quelli che in questi anni dal 2010 ad oggi novembre 2018 hanno comprato i loro libri dai nostri link di affiliazione.

Pressapoco il 15 novembre, anche se me ne sono accorta solo oggi, abbiamo raggiunto per la prima volta la fatidica soglia che permette l’invio delle commissioni di affiliazione con Libreria Universitaria con l’acquisto da parte di un lettore di La contea più fradicia del mondo di Matt Bondurant, un libro bellissimo, tra l’altro.

Somma risibile, ma per me importante, un piccolo traguardo. Ci pagheremo l’affitto su WordPress ad agosto per il prossimo anno.

Lo so ci sono blog più “ricchi” di noi, molte volte mi sento anche io di fare festa coi fichi secchi, come diceva mio nonno, ad indicare quando si fa festa con pochi mezzi, ma volete la soddisfazione, io mi sento ricca già per aver potuto condurre questo blog per così tanti anni.

Scrissi un articolo, tempo fa, Non comprano, non comprano: i lettori non comprano libri dai link di affiliazione in parte mi devo ricredere, qualcuno lo fa, e quando lo fa è davvero festa. Mi piace pensare poi che è stato fatto volontariamente, proprio con l’intento di aiutarci, e questo mi rende doppiamente felice.

Dunque, grazie. Ho esitato a scrivere questo post, poi ho deciso che era giusto farvi partecipi dei nostri piccoli e grandi successi. Martedì 27 è il compleanno del blog. Una coincidenza? Io non credo. Festeggeremo sapendo di essere apprezzati, ed è un bel modo di festeggiare.

:: Ognuno muore solo, Hans Fallada (Einaudi, 1997) a cura di Federica Leonardi

25 novembre 2018

Ognuno muore soloLo dovresti sapere anche tu che non importa essere in pochi a combattere contro molti, quel che importa, invece, è di combattere per una causa, una volta che l’abbiamo riconosciuta per buona. […] io non posso stare con le mani in mano e dire: quelli là sono porci, ma ciò non mi riguarda. [Ognuno muore solo, di Hans Fallada, traduzione di C. Coisson, Einaudi, 1950, p. 323]

È l’alba dell’otto aprile 1943. Nel carcere della Plotzensee, a Berlino, i coniugi Hampel si incontrano per l’ultima volta. Lei, Elise, non compirà mai i quarant’anni. Lui, Otto, è un molto più emaciato di quando la Gestapo ha fatto irruzione nel loro appartamento, nell’ottobre scorso. Entrambi sanno che ad aspettarli oltre il portone che conduce al cortile interno, c’è la ghigliottina. Lo sapevano fin dall’inizio – da quando Otto ha portato a casa cartoline, inchiostro e pennino; da quando hanno scritto quella prima frase contro Hitler – che sarebbe finita così: con il soffio della lama sulla nuca, un battito di ciglia, la morte.
Ma la soddisfazione resta: la Gestapo ha impiegato due anni per prenderli. Un bello smacco per l’efficientissima polizia politica del Reich.
E anche se non hanno ottenuto i risultati sperati, la loro coscienza è limpida. Possono morire. E davvero possono morire in pace.

Quando Hans Fallada scrive Ognuno muore solo (Jeder stirb fur sich allein in originale) sono passati quattro anni da quell’aprile. La guerra è finita da due. La Germania ha appena cominciato a leccarsi le ferite. Intellettuali, scrittori, artisti mutilati della parola, ostracizzati o esiliati si affollano in massa sulla carogna dell’aquila tedesca per cercare di trovare un senso a quanto vissuto durante quei lunghi anni di regime e di guerra.

Hans Fallada [pseudonimo di Rudolf Wilhelm Friedrich Ditzen] non ha in realtà una grande biografia come oppositore al nazismo. La sua è piuttosto una vita di eccessi, a partire da quel patto suicida che stipula con un compagno di collegio quando è appena adolescente, e che lo porterà all’omicidio (seppure involontario). Da lì si susseguono alti e bassi; tentativi di vivere una vita quieta, magari bucolica quando si ritira nelle campagne tedesche, inframmezzati dal richiamo della morfina, dell’alcol, della donne. Hans Fallada entra e esce da sanatori e ospedali psichiatrici. Divorzia e si risposa. Protesta blandamente contro il Regime quando ne ha l’opportunità, ma poi accetta di far parte di un viaggio diplomatico nella Parigi occupata.

Più spesso povero che ricco, all’inizio si guadagna da vivere scrivendo indirizzi sulle buste postali per alcune società di Amburgo. Finché l’editore Ernst Rowolth non gli offre un impiego nella sua casa editrice.

Fallada scrive, a ritmi impressionanti. La sua regola è non scrivere mai meno pagine del giorno precedente. I suoi romanzi “E adesso, pover’uomo?”, “Lupo tra i lupi” diventano bestseller (quest’ultimo si guadagna persino l’approvazione di Goebbels).

Le sue opere hanno come punto di forza la capacità dell’autore di entrare nella società del tempo, di descriverla con acutezza e spesso con un’ironia che sprofonda nella malinconia e nella tragedia. I suoi personaggi sono caratterizzazioni precise e puntuali di tipi umani che Fallada incontra durante una vita breve e veloce, che termina per un attacco di cuore nel 1947, lasciando due romanzi postumi.

Uno di quei romanzi è, appunto, Ognuno muore solo. È un amico a consegnargli l’incartamento con le cartoline scritte dagli Hampel e gli atti del processo che li vede come imputati per disfattismo e alto tradimento.

All’inizio Fallada non ha alcuna intenzione di occuparsi della storia, che sembra scivolata per caso dai cassetti della Gestapo.
Poi, però, qualcosa delle vicende degli Hampel finisce per pungolarlo.
Così non passano 27 giorni [altro che NaNoWriMo] ed ecco pronto per l’editore un romanzo monumentale, che non è soltanto la storia di due coniugi della Berlino in guerra che si oppongono al Regime hitleriano, ma è la storia di un intero triennio, di una città e di un popolo che più spesso subisce il nazismo piuttosto che parteciparvi attivamente e con quello spirito di cameratismo che la propaganda di regime sbandiera in pompa magna.

Tutti hanno paura! – affermò la camicia bruna, piena di disprezzo. – Perché poi? Gli abbiamo spianato la strada, basta che facciano quel che diciamo loro di fare.
Tutto succede perché la gente non vuol smettere di pensare. Credono sempre che andranno avanti a forza di pensare.
Devono soltanto ubbidire. A pensare provvede il Fuhrer. [Ibidem, p. 171]

Per sua stessa ammissione, Fallada usa la storia di Elise e Otto Hampel, che nel romanzo diventano i coniugi Anna e Otto Quangel, solo come canovaccio.
I Quangel fanno ciò che fecero gli Hampel, e per due anni, alla notizia della morte del figlio sul campo di battaglia (nel caso degli Hampel a morire fu il fratello di Elise), scrivono in segreto cartoline contrarie al regime che poi abbandonano in città, nella speranza che quella singola voce di protesta sia sufficiente a smuovere le coscienze dei propri concittadini. O, se non altro, a far capire ai vicini che non sono soli, che ci sono altri ad avere pensieri ostili contro Hitler, la Gestapo, la guerra e le sue iniquità.
Ma qui i paralleli si fermano.
Perché su quella storia di cronaca Fallada innesta la propria: la storia di un popolo tedesco in guerra con se stesso.
L’atto di ribellione un po’ naif dei Quangel è il perno attorno al quale si sviluppano le vite di una dozzina di altri personaggi, di un’intera città, di una nazione.

Ci sono uomini e donne di ogni tipo nella Berlino che racconta Fallada: i corrotti, gli opportunisti, i recalcitranti. Quelli che si adeguano al regime per quieto vivere, quelli che lo combattono attivamente. Quelli che scelgono la strada della disobbedienza civile. Quelli che proteggono gli ebrei, e lo fanno per umanità. E quelli che li tengono nascosti per guadagno, spillandogli ogni risparmio e sfruttandone il timore per mantenerli in uno stato di soggezione.

I ferventi sostenitori. I piccoli delatori. Quelli che seguono il corso della corrente e vanno dove si presume ci sia maggiore convenienza. Ci sono gli stanchi, gli oppressi, gli indifferenti. Ci sono, infine, quelli che preferiscono guardare dall’altra parte, e sono la maggioranza. Quelli che ricercano una vita tranquilla e non si esprimono né protestano, anche se dentro ribollono

C’è poi tutto l’apparato statale. La macchina terribile della Gestapo. Eppure anche nell’orrendo bunker della sezione penale, dove i corpi degli arrestati si trasformano in un “mucchio di merda miserabile e urlante”, anche lì si trovano questurini dal volto umano. E che, per troppa umanità, vengono presto deferiti dall’incarico.

Il romanzo di Fallada è un corposo, vivido affresco di una Berlino nazista che si mostra al lettore come un quadro di Caravaggio. Con le sue ombre e le sue luci e le innumerevoli sfaccettature di un popolo che fu complice, per buona parte, ma che spesso fu anche protagonista di atti di coraggiosa opposizione e resistenza.

Nel suo romanzo, che Primo Levi giudicò “il più importante mai scritto sulla resistenza al nazismo”, Fallada non esprime giudizi personali, ma lascia ai suoi personaggi, in base alla caratura morale o alle proprie convinzioni ideologiche di farlo. In questo modo, ciascuno di quei personaggi manifesta una propria ragione, che al lettore potrà apparire più o meno giustificata, riconoscendone però sempre la validità, la verosimiglianza storica.

Un romanzo violento e un atto d’amore, nel quale l’autore sembra dire che in mezzo a tante carogne c’era anche chi sapeva di dover compiere qualcosa per riscattare il proprio paese. E che lo ha fatto. Perdendo per questo la vita.

Ed è in quest’ottica che va vista la scelta di chiudere il romanzo non con la morte dei Quangel, bensì con il racconto di un ragazzo. Un piccolo delinquente che trova, grazie all’aiuto di una donna che lascia Berlino per la campagna dopo aver dichiarato esplicitamente di non volere aver niente a che fare con il partito, la speranza di una nuova vita. E che, rincontrato il padre violento, lo caccia via prima che possa tornare a fare del male a lui o distruggere quella nuova vita che sta lentamente e con fatica costruendosi.

Un ultimo capitolo che è un monito e un incoraggiamento. Perché nonostante gli errori compiuti c’è ancora modo, sembra dire Fallada, di creare qualcosa di nuovo e buono sulle macerie appestate e carbonizzate del passato.

Ognuno muore solo è un romanzo che parla del passato. Ma anche del nostro presente. E che per entrambi i motivi meriterebbe di essere riscoperto.

Lo guardò in faccia. – Ma, caro, forse non sono libri per te, vero? Ti devo confessare che anch’io li ho appena guardati da quando è morto mio marito. Forse è un male, tutti dovrebbero occuparsi di politica. Se tutti noi ce ne fossimo occupati in tempo, le cose non sarebbero andate come vanno ora sotto i nazisti. [Ibidem, p. 239]

Hans Fallada, pseudonimo di Rudolf Ditzen (1893-1947). Di Fallada Sellerio ha pubblicato E adesso, pover’uomo? (2008), Ognuno muore solo (2010) e Nel mio paese straniero (2012).

Source: libro del recensore.