:: Mi manca il Novecento – La caduta di Albert Camus a cura di Nicola Vacca

La CadutaJean Baptiste Clamance è un brillante e rispettato avvocato parigino. Un giorno decide di cambiare vita, abbandonare la sua professione e lasciare Parigi. Si stabilisce in un quartiere malfamato di Amsterdam e sceglie il Mexico City, un bar davvero poco raccomandabile, come sede per esercitare il suo nuovo ruolo di giudice – penitente.
Questa è la trama de La caduta, il romanzo che Albert Camus pubblicò nel 1956.
Il protagonista si avventura in un monologo incalzante e serrato in cui si confessa apertamente agli avventori che incontra nel bar facendo finta di cercare l’assoluzione ai suoi misfatti di essere umano.
In realtà, vestendo i nuovi panni del giudice – penitente, Clamance si muove nell’acqua putrida della sua coscienza come un «profeta vuoto per tempi meschini».
Dopo lunghi studi su se stesso, adesso che si è seduto ai margini della società, l’avvocato pentito scopre la duplicità profonda della sua creatura.
Attraverso le parole di Clamence, Albert Camus mette in scena l’ipocrisia di un modello sociale che non ha nessuna intenzione di far cadere la maschera.
Quando l’avvocato si rende conto del peso che ha sulla sua coscienza la sua maschera decide di cadere e di iniziare il suo percorso di giudice – penitente.
Percorso di scavo che non sarà facile per lui. Spesso si troverà a fare i conti con i nodi irrisolti della sua vita precedente e con quelli della sua esistenza attuale.
In ogni pensiero che gli passa per la mente, Clamance sfiora il delirio. Ed è proprio nel delirio che cerca la via della redenzione.

«La sentenza che uno pronuncia sugli altri, finisce col rimbalzargli dritto in faccia, non senza danno. E allora? dice lei … Ebbene, ecco l’alzata d’ingegno. Ho scoperto che in attesa dell’avvento dei padroni e delle loro verghe, dovevamo, come Copernico, invertire il ragionamento per trionfare. Visto che non si potevano condannare gli altri senza giudicare immediatamente se stessi, bisognava incolpare sé stessi per aver diritto di giudicare gli altri, visto che ogni giudice prima o poi finisce penitente, bisognava fare la strada in senso inverso, esercitare il mestiere di penitente per poter finire giudice».

Nelle ultime pagine del suo monologo si svela ma continua a cadere e rialzarsi sarà impossibile.
Anche nelle pagine de La caduta Camus non rinuncia al suo umanesimo antidogmatico.
Clamance ammette le sue colpe definendosi «falso profeta che grida nel deserto e rifiuta di uscirne».
Si rende conto che la sua caduta è diventato un assedio e che, nonostante la vita valga la pena di essere vissuta, sarà difficile per la presenza del male dichiarare apertamente la propria innocenza.

«In filosofia, come in politica io sono per ogni teoria che rifiuti l’innocenza dell’uomo e per ogni prassi che lo tratti da colpevole. Carissimo, lei vede in me un fautore illuminato del servaggio.».

Jean Baptiste Clamence cade e noi insieme a lui, perché facciamo parte della stessa umanità di cui siamo le miserabili e strane creature che si accusano e per avere più diritto di giudicare.

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