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Furore di John Steinbeck (Bompiani 2013) a cura di Viviana Filippini

25 aprile 2020

FuroreCi sono romanzi che lasciano il segno, non perché ti cadono addosso di spigolo. Lasciano il segno per la potenza che hanno le parole impresse sulla carta. Uno di questi libri è “Furore” di John Steinbeck, uscito nell’aprile del 1939 in America e arrivato in Italia nel 1940, per volontà (a lui immenso grazie!) dell’editore Valentino Bompiani. La storia narrata dallo scrittore americano ci trascina negli Stati Uniti d’America, ai tempi della Depressione, nelle vite di questa squattrinata famiglia americana che da Est a Ovest, sulla Route 66, si muove alla ricerca di una stabilità economica che, a dire la verità, sembra proprio non voler arrivare a loro. Il cuore narrativo è la struggente vicenda umana di questi esseri viventi sempre in bilico tra rinascita e perdizione, tutti con qualche cosa di traumatico nel loro vissuto. La capacità narrativa di Steinbeck è proprio quella di portarci dentro alla vite dei Joad, di creare quel coinvolgimento emotivo durante la lettura che, ad un certo punto, si ha la netta sensazione di essere lì, accanto ai protagonisti. Lo squattrinato Tom Joad è uscito di prigione con un permesso premio, quindi, da subito l’autore ci mostra uno dei protagonisti e il suo essere un relitto umano. T. Joad è stato condannato a sette anni di carcere per aver accoltellato un uomo e quel deserto, a tratti arido e piovoso, che lui attraversa mentre torna dalla famiglia è duplice. È la terra bruciata dalla tremenda crisi economica americana del 1929, dove aleggiano solo miseria e povertà e, allo stesso tempo, è il deserto delle relazioni umane che Tom ha perso a causa del suo violare la legge. Oltre a Tom incontriamo la  mamma, poi Al, Connie e la giovane sposa e futura madrea Rosasharn (Rose of Sharon), il fratello maggiore Noah, la sorellina Ruth (12 anni) e il fratellino più piccolo Winfield (10 anni). Non mancano il babbo, lo zio John, i vecchi nonni e Casy, un ex-predicatore trovato da Tom, un uomo spesso e volentieri perso nei suoi pensieri filosofici sulla condizione umana.  Questo piccolo gruppo, che già forma in sé una mini-comunità, si metterà alla ricerca della fortuna, del sogno americano, in una terra dove la grave crisi economica solcò per tempo l’intera America. Come fanno i Joad, ci sono centinaia di migliaia di altre famiglie che si muovono sul suolo americano per riuscire a riscattarsi e ad avere fortuna a livello economico. La realtà dei fatti sarà ben diversa, perché la famiglia dei protagonisti si troverà a convivere con tutta un’altra umanità derelitta, povera e imbarbarita dalla tremenda miseria che, a questo punto non è solo economica, ma anche di valori esistenziali.  Basta un nulla per scatenare litigi, ripicche e aggressioni tra persone che nemmeno si conoscono, ma che sono accomunate dalla mancanza di sicurezze e dall’estrema fame. Sì perché nel libro, oltre ai personaggi, una delle altre componenti attive della narrazione è la fame che tormenta, assilla e mina in modo costante la vita della famiglia Joad e degli altri attori letterari messi in campo da Steinbeck in questo romanzo. Tutti sono alla ricerca di un lavoro per fare fortuna, per guadagnare soldi e per placare la fame che li attanaglia, quella che toglie loro le forze e che rende labile la possibilità di un riscatto per un domani migliore. In “Furore” però, Steinbeck non si concentra solo sulla sfera umana, spesso e volentieri ci sono parti narrative che hanno come tema centrale il dirompente arrivo dei mezzi meccanici nell’agricoltura. Essi appaiono in tutta la loro solitudine mentre lavorano nei campi. Un segno evidente del progresso meccanico che avanzava, ma anche del cambiamento radicale dell’economia agricola e del metodo di lavorare la terra che, accanto alla grave crisi del 1929, trasformò il destino dei braccianti. “Furore” di John Steinbeck, identificato come il grande romanzo sulla Depressione americana, è un libro che ti travolge e appassiona dalla prima all’ultima pagina, ed è entrando nel suo intreccio narrativo che ti rendi conto di come i Joad e i loro comprimari siano fragili e animati da quella forza e ostinazione che li rende pronti a tutto per un domani migliore. Nel novembre 2013, sempre per Bompiani, è uscita l’attesa nuova versione integrale curata dallo scrittore  Sergio Claudio Perroni che è andata a sostituire quella fatta nel 1940 da Carlo Coardi.

John Ernst Steinbeck, Jr. (Salinas, 27 febbraio 1902 – New York, 20 dicembre 1968) è stato uno scrittore statunitense tra i più noti del XX secolo, autore di numerosi romanzi, racconti e novelle. Fu per un breve periodo giornalista e cronista di guerra nella seconda guerra mondiale. Nel 1962 gli fu conferito il Premio Nobel per la letteratura con la seguente motivazione: “Per le sue scritture realistiche ed immaginative, unendo l’umore sensibile e la percezione sociale acuta”. Considerato uno dei principali esponenti della cosiddetta “Generazione perduta”, ha ricevuto anche la Medaglia presidenziale della libertà dal Presidente Lyndon B. Johnson il 14 settembre 1964.

Source: libro di proprietà del recensore.

:: Furore di John Steinbeck (Bompiani 2013) a cura di Daniela Distefano

3 settembre 2018

 

Furore di John Steinbeck“… Terribile è il tempo in cui l’Uomo non voglia soffrire e morire per un’idea, perché quest’unica qualità è fondamento dell’Uomo, e quest’unica qualità è l’uomo in sé, peculiare nell’universo”.

Recensire un capolavoro – e “Furore” (Bompiani) di John Steinbeck lo è senza alcun dubbio – è sempre faticoso perché gli elogi si sprecano e diventano inutili, le parole sono mozze, prevalgono i sentimenti, la commozione, il pathos, l’entusiamo ma non esattamente traducibili in frasi connesse. Insomma, di questo romanzo potrei ben dire anche solo un “oh!” di stupore, e tanti saluti all’ampollosità. Prima di parlare di trama e dintorni, poche righe per inquadrare i connotati ideologici:

Erede di Emerson e Thoreau più che di Marx, Steinbeck scrisse in un articolo del 1952 che “la rivoluzione più grande e più stabile che si conosca ha avuto luogo quando tutti gli uomini hanno finalmente scoperto di avere singole anime, importanti nella loro individualità. Questo concetto”, concludeva, “ha cambiato in modo permanente la faccia del mondo”.

La storia è di quelle comuni a ogni migrante, di ogni epoca, di qualsiasi parte del globo. La famiglia Joad è costretta a partire: alla ricerca disperata di un nuovo lavoro, nuova casa, nuova vita.

Sono il coraggio e la determinazione a trasfigurare questi diseredati negli eredi del popolo dell’Esodo, così come lo erano stati i pionieri del West, nonché gli emigranti sbarcati a Castle Garden ed Ellis Island; e, prima ancora, quei dissidenti che, nel Seicento, avevano attraversato l’Atlantico per realizzare il regno di Dio sulla Terra. La prosa di Steinbeck, frutto dell’impeto e dello sdegno contro le conseguenze della Grande depressione accompagna, sostiene e mitizza il loro cammino verso una nuova casa. Ma, arrivati in California, i Joad scoprono di essere stranieri in patria.

I Joad perdono pezzi di famiglia strada facendo, si tramutano in esseri nomadi, degradano alla condizione quasi bestiale ma non perdono quella piccola fiamma che ancora li fa respirare sulla Terra. Con inconscienza, più che con coraggio, affrontano le traversie del destino e arrivano ad un passo prima della fine del tunnel. Un libro (la cui traduzione è affidata a Sergio Claudio Perroni, l’introduzione a Luigi Sampietro, la postfazione a Mario Andreose) che racchiude mille risvolti interpretativi, come una matrioska, come una scatola cinese. Si prende coscienza che l’uomo e la donna sono essere speculari, non identici ma intersecanti:

Per l’uomo la vita è fatta a salti: se nasce tuo figlio e muore tuo padre, per l’uomo è un salto; se ti compri la terra e ti perdi la terra, per l’uomo è un salto. Per la donna invece è tutto come un fiume, che ogni tanto c’è un mulinello, ogni tanto c’è una secca, ma l’acqua continua a scorrere, va sempre dritta per la sua strada. Per la donna è così ch’è fatta la vita. La gente non muore mai fino in fondo. La gente continua come il fiume: magari cambia un po’, ma non finisce mai”.

E’ l’America del viaggio verso il sogno che fa da sfondo a pagine frizionate con l’olio del pericolo, della speranza, del rigetto del passato. Da quando l’uomo è apparso sul mondo, è stato sempre in cammino, una viandanza che aveva lo scopo di raggiungere una meta, e questo traguardo è qualcosa che non si concepisce con la mente, l’intelletto, la memoria. E’ l’ignoto, si chiama non conoscenza di quello che desideriamo, ma anche liberazione perché “le rogne nascono tutte dal bisogno”.

John Steinbeck (1902-1968) è uno dei massimi esponenti della letteratura americana e mondiale. Vincitore del National Book Award e del Premio Pulitzer per “Furore” nel 1940. Nel 1962 venne insignito del Premio Nobel per la Letteratura con la seguente motivazione: “Per le sue scritture realistiche e immaginative, che uniscono l’umore sensibile e la percezione sociale acuta”. Nel 1964 il Presidente Lyndon B. Johnson gli conferì la Medaglia presidenziale della libertà.

Source: Libro inviato dall’Editore. Ringraziamo Lucia e Marta dell’Ufficio Stampa “Bompiani”.