:: Esce in libreria il 24 febbraio ‘Trappola a Boscolungo’, il nuovo romanzo di Laura Costantini e di Loredana Falcone per Nua Edizioni

18 febbraio 2022 by

Segnaliamo oggi l’uscita, il 24 febbraio, del nuovo libro di una coppia di scrittrici molto amate e conosciute sul nostro blog: Laura Costantini e Loredana Falcone. Il libro si intitola Trappola a Boscolungo, e uscirà per Nua Edizioni. Inoltre sarà disponibile sia in formato cartaceo che digitale. Qui di seguito troverete il comunicato stampa. Buona lettura!

Bloccati in un castello completamente isolato dal mondo, i protagonisti di ‘Trappola a Boscolungo’ si sfidano, si tradiscono e stringono alleanze sotto l’occhio misterioso e attento di uno spietato Grande Fratello che, pagina dopo pagina, non perde occasione per sottoporli a nuove prove. Vittime del crudele senso dell’umorismo del proprietario del maniero che, perfino da morto, non risparmierà ai protagonisti di questa storia, i suoi aspiranti eredi sono costretti a partecipare a una sorta di caccia al tesoro per aggiudicarsi il pacchetto di maggioranza di una sua società per azioni. Il prezzo da pagare sarà quello di restare in totale isolamento (nessuna comunicazione con l’esterno, nessuna connessione, nessuna auto a disposizione) nel castello.

I personaggi del giallo – un figlio scapestrato, la vedova del primogenito di Bartolomeo, un figlio illegittimo e la giovane segretaria che il magnate ha sposato segretamente – saranno costretti ad allearsi, diffidare, tendersi reciproci trabocchetti, per cercare, seguendo le tracce basate sui versi immortali di Giacomo Leopardi, di interpretare tutti gli enigmi e raggiungere il tesoro. Nessuno di loro, però, immagina che il gioco possa diventare qualcosa di ben più pericoloso. E che la posta in palio possa essere la vita.

Romane, amiche e socie di scrittura dalla più tenera età, Laura Costantini è giornalista Rai, mentre Loredana Falcone si dedica completamente alla scrittura. Insieme hanno pubblicato numerosi romanzi, spaziando nei generi: dallo storico al thriller, dal giallo al mistery, collaborando con case editrici come Las Vegas Edizioni, Il vento antico, Dei Merangoli, goWare e, con questo loro ultimo libro, con Nua.

Il mestiere dello scrittore, John Gardner (Marietti 1820) A cura di Viviana Filippini

15 febbraio 2022 by

Come si scrive una storia? Come si crea un personaggio per renderlo credibile? Come funziona il rapporto tra autore, editore e correttore di bozza? Queste sono solo poche delle domande che coloro che si approcciano alla scrittura per creare un libro si fanno, nel senso che in realtà esse sono molto più numerose. C’è però un testo, uscito per la prima volta nel 1983 in USA, che ancora oggi è attuale per molti dei temi che in esso vengono trattati e mi riferisco a “Il mestiere dello scrivere” di John Gardner, edito in Italia da Marietti 1820. Il volume è un saggio molto interessante che vuole aiutare lo scrittore emergente a capire come scrivere e cosa fare e leggere per migliorarsi. Attenzione, il testo di Gardner non vuole imporre nulla, semplicemente racconta a chi legge come muoversi nel mondo della scrittura che è facile a dirsi, ma parecchio più complicato a farsi. Gardner si addentra in più piani, dai corsi di scrittura creativa, mettendo in evidenza l’utilità che essi possono avere, passando al ruolo che in essi hanno gli insegnanti, ma anche i difetti che il partecipante può incontrare. Per l’autore americano la scrittura, però, non è fatta solo da storie, perché per costruirle sono fondamentali l’intreccio, la trama, i personaggi con i loro ruolo ma, cosa davvero importante, sono anche la punteggiature, il punto di vista, il dialogo e la revisione dei testi fatta una, duo, tre e più e più volte per comprendere davvero quello che è utile o no alla costruzione della storia che si sta scrivendo. Molta attenzione anche al rapporto che il giovane autore dovrebbe avere con l’editore e con il correttore di bozze e al lavoro della revisione che deve essere fatta. Fondamentali in questo caso, il dialogo e il confronto per giungere ad una fine che soddisfi tutte le parti coinvolte, compreso il lettore che comprerà e leggerà il libro. Le pagine del libro di Gardner vanno via veloci grazie ad una scrittura fluida e piacevole, caratterizzata da una ironia che stuzzica alla riflessione il lettore e l’aspirante scrittore. Quello che emerge da “Il mestiere dello scrittore” è l’incoraggiamento di Gardner a chi vuole scrivere e il prendere coscienza che la scrittura è un fare impegnativo che si deve provare e per il quale servono costanza, impegno, attenzione e tenacia (critiche e delusioni sono sempre dietro l’angolo) per non abbattersi mai e capire se fare lo scrittore è davvero quello che anima la mente e cuore. Il libro contiene anche la premessa di Davide Rondoni e l’introduzione di Raymond Carver. Tradotto da Cinzia Tafani.

John Champlin Gardner Jr (Batavia, 1933 – Susquehanna, 1982), medievista e scrittore, ha dedicato lunghi anni all’insegnamento e alla riflessione sulla pratica del narrare. È stata una figura popolare e controversa fino alla morte prematura in un incidente motociclistico all’età di 49 anni.

Source: del recensore. Grazie all’ufficio stampa 1A.

:: Un’intervista con il Prof. Eugenio Di Rienzo sulla crisi ucraina. Storia, analisi, previsioni a cura di Giulietta Iannone

13 febbraio 2022 by

Benvenuto professore Di Rienzo su Liberi di scrivere e grazie di avere accettato questa nuova intervista. Tra le sue molte opere è anche l’autore di un libro uscito nel 2015, ormai sette anni fa, Il conflitto russo-ucraino. Geopolitica del nuovo (dis)ordine mondiale, edito da Rubbettino, di cui maggiormente ne stiamo scoprendo l’importanza in questi giorni difficili. Dunque le varie tregue, sempre tenuto conto del Donbass, non erano che il preludio dello stallo di questi giorni. Lei essenzialmente, professore, è uno storico, può ricapitolarci sotto il profilo storico la storia dell’Ucraina, per avere una visione di insieme più nitida e lucida?

Quando il territorio dell’Ucraina fu spartito tra l’Impero russo e asburgico, si ebbe una frattura all’interno di questo Paese, poiché la parte nord-est guardò a Kiev, all’Occidente, mentre quella sud-orientale guardò verso la Russia, e ospitò cittadini prevalentemente russofoni. Un altro discorso è invece quello della Crimea, russa dal 1792. Nel 1918, dopo il trattato di pace di Brest-Litovsk tra la Russia guidata dal governo rivoluzionario presieduto da Lenin e gli Imperi centrali, l’Ucraina di Kiev diventa indipendente de jure, ma non de facto, in quanto stato satellite della Germania guglielmina. Dal 1922, l’Ucraina divenne una Repubblica Sovietica, Crimea compresa, la più importante, forse, tra quelle che componevano l’Urss. Nella Seconda Guerra Mondiale, quando il territorio ucraino venne invaso dalle truppe tedesche, si replicò nuovamente questa divisione, l’Ucraina di Kiev tornò ad essere uno Stato satellite della Germania nazista. Addirittura venne formata una Divisione SS composta da cittadini ucraini che combatterono a fianco dei nazisti insieme con la Guardia Nazionale ucraina. È doveroso ricordare che questi due gruppi armati diedero man forte alla persecuzione degli ebrei. Dopo la morte di Stalin, nel 1954, Mosca cedette la Crimea all’Ucraina, che in quel periodo era ancora inglobata nel territorio russo. Fu come un regalo che si fa a una moglie. Tutto rimase in famiglia fino al dicembre 1990 quanto i leader di Bielorussia, Russia e Ucraina dissolsero formalmente l’Urss e costituirono Stati indipendenti insieme a sette altre Repubbliche sovietiche

Rileggendo la sua precedente intervista, (per chi fosse interessato questo è il link ), alla luce dei fatti odierni molte sue affermazioni prendono una nuova luce. Non si può parlare di Ucraina senza parlare di Crimea, e da storico sicuramente ha bene in mente il conflitto combattuto tra il 1853 e il 1856, tra l’allora Impero russo e l’Impero ottomano, la Francia, la Gran Bretagna e il Regno di Sardegna (con il ruolo attivo di Cavour). La vera paura di Putin, secondo lei, è perdere la Crimea (e il conseguente sbocco nel Mar Nero)?

I timori di Putin riguardano l’accerchiamento della Russia da parte della NATO, in gran parte già realizzato e in via di potenziarsi con il prossimo ingresso nell’alleanza di Svezia, Finlandia e Georgia. Naturalmente il Premier russo teme anche la perdita della Crimea, entrata a far parte della Federazione Russa dopo il referendum sull’autodeterminazione, vigilato da osservatori ONU, del 16 marzo 2014, e con essa quella della base navale di Sebastopoli che sola consente, attraverso gli Stretti Turchi, alla Voenno-morskoj Flot l’accesso al Mediterraneo, durante i mesi invernali, restando la gran parte dei porti russi del Mare del Nord e del Baltico gelati e quindi impraticabili in quella stagione. Vorrei ricordare che da Sebastopoli sono partiti truppe, rifornimenti, logistica che hanno consentito alla Forze armate della Federazione Russa di raggiungere la Siria e di spezzare, una volta per tutte, le reni all’autoproclamatosi Stato Islamico, mentre i contingenti americani e NATO si limitarono a osservare lo scontro dalla finestra.

Può parlarci più diffusamente del patto denominato “not one inch” e sulla sua reale tenuta, e sul fatto che nonostante rimase solo verbale (un “accordo tra gentiluomini” che davano valore alla parola data) dalla Russia fu sempre tenuto in seria considerazione e disatteso, nei fatti, dalla NATO.

Nel marzo 2004, l’Unione Europea festeggiò l’allargamento della sua sfera a ben dieci nazioni, di cui quattro (Repubblica Ceca, Polonia, Slovacchia, Ungheria) ex membri del Patto di Varsavia e tre (Estonia, Lituania, Lettonia), già parte integrante dell’Urss sia pure per diritto di conquista. Questa espansione non avrebbe avuto nulla d’irrituale se, tra 1999 e 2004, questi stessi Stati, con l’aggiunta di Bulgaria e Romania, non fossero divenuti membri della NATO, un’alleanza che, in ossequio alla sua stessa primitiva ragione sociale, avrebbe dovuto essere sciolta dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica. Evidentemente Bill Clinton e George W. Bush avevano deciso di non onorare la promessa fatta da George Bush senior a Michail Gorbaciov, quando il Presidente statunitense lo persuase a consentire che la Germania unificata entrasse a far parte della NATO assicurandogli, come contropartita, che la coalizione atlantica non avrebbe esteso la sua presenza oltre la vecchia «cortina di ferro».

Quando cadde il Muro di Berlino e l’Europa orientale cominciò a emanciparsi dal regime comunista, il primo Bush incontrò Gorbaciov nel summit di Malta (2-3 dicembre 1989). I due statisti si accordarono per rilasciare un comunicato congiunto della massima importanza dove, sulla base degli accordi raggiunti durante i colloqui, si concordava sul fatto che l’Unione Sovietica dovesse rinunciare a ogni intervento per sostenere gli agonizzanti sistemi comunisti dell’Est, mentre gli Stati Uniti s’impegnavano a non ricavare alcun vantaggio strategico dagli sviluppi politici conseguenti alla decisione del Cremlino.

Si trattò di un gentlemen’s agreement che allora non fu formalizzato per iscritto, ma i cui contenuti si possono evincere dal verbale del colloquio tra i due premier, nel punto in cui Bush senior, garantiva il suo interlocutore che i profondi cambiamenti politici in corso non avrebbero danneggiato la posizione internazionale della Russia. L’esistenza del cosiddetto «accordo di Malta» fu poi confermata dalle dichiarazioni del Primo ministro inglese, del Cancelliere tedesco, del Presidente francese e dalla testimonianza dell’allora ambasciatore statunitense a Mosca, Jack Foust Matlock.

Più di recente, dopo un lungo periodo di enigmatico silenzio, lo stesso Gorbaciov è tornato su questo punto. Rimproverandosi tardivamente per la passata ingenuità, il penultimo Segretario generale del Partito comunista dell’Unione Sovietica ha espresso il rammarico che quell’impegno sia rimasto un semplice accordo verbale senza trasformarsi in un’esplicita convenzione diplomatica dove si sarebbero potute recepire anche le assicurazioni fornitegli allora dal segretario di Stato, James Baker, subito dopo la caduta del Berliner Mauer, secondo le quali «la giurisdizione della NATO non si sarebbe allargata nemmeno di un pollice verso Oriente». Come tutte le intese sulla parola, l’accordo stipulato nella piccola isola del Mediterraneo può essere sottoposto a molteplici interpretazioni ma non azzerato nella sua sostanza. Il significato storico del compromesso tra Urss e Occidente era tutto nelle parole pronunciate da Baker: da una parte, la Russia rinunciava alla sua egemonia sull’Europa orientale e, dall’altra, gli Stati Uniti non avrebbero in alcun modo approfittato di tale concessione per allargare la loro influenza su quel grande spazio e minacciare la sicurezza strategica russa.

Lo spirito di Malta fu poi ancora più profondamente tradito dalle pressioni americane per l’ingresso dell’Ucraina e della Georgia nella NATO, esercitate durante il vertice atlantico di Bucarest dell’aprile 2008, alle quali sarebbe seguita la guerra russo-georgiana. Alcuni governi europei si sforzarono di attenuare il clima di crescente tensione. Nella capitale romena, Berlino arrivò a ritardare la discussione sull’ingresso di Ucraina e Georgia nell’Alleanza Atlantica e più tardi, a Tbilisi, Parigi, dopo l’inizio del conflitto georgiano, riuscì a negoziare un armistizio che permise a Mosca di conservare il controllo dell’Ossezia meridionale e dell’Abkhazia.

Nulla e nessuno poterono però impedire prima la dichiarazione d’indipendenza del Kosovo da Belgrado (febbraio 2008), apertamente favorita da Stati Uniti e Cancellerie occidentali, che costituì un vulnus non rimarginabile per la Russia colpita nel suo antico, storico ruolo di protettrice dell’integrità della Nazione serba, poi l’adesione al Patto Atlantico di Albania e Croazia, che avvenne nel 2009 sotto la presidenza Obama, e infine la ripresa dei negoziati finalizzati a integrare Georgia, Montenegro, Kosovo, Moldavia nella NATO.

Dunque l’entrata dell’Ucraina nella NATO sembra la causa del contendere, mentre una sua neutralità o meglio finlandizzazione sarebbe la soluzione più auspicata. Perché l’Ucraina non abbraccia apertamente questa soluzione?

A mio avviso, Kiev sarebbe disposta ad accettare questa soluzione, a riconoscere l’autonomia delle Repubbliche filorusse del Donbass e a concedere un ininterrotto approvigionamento idrico della Crimea, più volte sospeso in questi ultimi anni, pur di evitare un conflitto con la Federazione Russa e il suo completo crollo economico. Se si analizzano i comunicati diramati dal Governo ucraino, in queste ultime settimane, si vedrà che quei comunicati stigmatizzano con grande decisione le esternazioni statunitensi e britanniche che danno per certa l’invasione russa, dichiarando che tali boatos hanno il solo scopo di innalzare il livello della tensione e rendere impossibile un accordo bilaterale russo-ucraino. Accordo al quale Parigi, Berlino e forse anche Roma stanno lavorando. Resta, però, il fatto che l’Ucraina, divenuta dopo il 2014 un Failed State, completamente dipendente dalle rimesse della finanza americana, è ormai divenuta una «Nazione marionetta», alla quale non è concesso prendere decisioni che non siano avallate da Washington.

In una sua recente intervista accenna alla cosiddetta Maskirovka, anche soprannominata “guerra delle ombre”, adottata dalla Russia, in contrapposizione a una guerra “calda” che gli risulterebbe fatale. Non pensa anche lei che Putin sia l’ultimo a volere una guerra aperta, insomma ha troppo da perdere? O pensa che sia così ingenuo da ritenere che occupando l’Ucraina NATO e Stati Uniti lo lascino fare?

A un osservatore superficiale Putin potrebbe sembrare una sorta di «apprendista stregone». In realtà, il Premier russo ha ben calibrato la sua linea d’azione. Non intende certo arrivare fino a Kiev e si accontenterebbe della neutralità dell’Ucraina, del riconoscimento formale del possesso della Crimea e dell’applicazione degli accordi di Minsk (settembre 2014-febbraio 2015), per quel che riguarda il Donbass dove da 7 anni infuria una sanguinosa guerra civile, del tutto ignorata dai media occidentali, che si è trasformata in guerra contro i civili filorussi. Se tutte le sue richieste saranno respinte, come ormai pare quasi certo, il Cremlino si limiterà, per così dire, a occupare militarmente il Donbass e forse la costa meridionale del Mare d’Azov che assicurerebbe il collegamento terrestre tra Federazione Russa e Crimea. Anche in questo caso la NATO probabilmente non interverrà direttamente in Ucraina. Si avrà solo un incremento delle sanzioni che, però, allo stato attuale, danneggeranno più Francia, Germania, Italia che la Russia. Ma queste sono supposizioni, fatte mentre la partita è ancora aperta. E io sono uno storico, non un profeta.

La Francia di Macron ha cercato una mediazione, e l’Italia, pensa che in qualche modo possa assumere un ruolo di mediatore? Sarebbe ascoltato?

Dato che ormai il Presidente del Consiglio Mario Draghi detta in completa autonomia anche la nostra politica estera, bisognerebbe girare la domanda a lui. Comunque dalle parti della Farnesina credo che qualcosa si stia muovendo, come dimostrano i colloqui tra Draghi e Macron. Anche se un Paese, come il nostro, che ha rinunciato ad avere un’autonoma politica estera dal 2011, non potrà certo essere l’attore principale della trattativa.

Quali sono le richieste russe, che il ministro degli esteri russo Lavrov ha detto che sono state disattese? Sono richieste fattibili?

Mi sembra di averle già elencate. Comunque, la finlandizzazione dell’Ucraina, già auspicata da Kissinger nel 2014, sarebbe del tutto fattibile, se non gli fosse d’ostacolo la hỳbris degli Stati Uniti.

Il fronte NATO e quello dell’UE è diviso, questo mi sembra un punto di debolezza difficilmente mediabile, la Russia in che modo approfitta di questa crepa?

I Big Three della NATO e dell’UE (Italia, Francia, Germania), sono contrari alla politica aggressiva contro Mosca a cui sono propensi invece, Stati Uniti, Regno Unito, Polonia e Stati baltici, sia perché la Federazione Russa è un loro importantissimo partner commerciale sia per la dipendenza energetica dalla Grande Nazione Euroasiatica sia ancora per le loro difficoltà interne. Ma lo sono anche, seppur in misura meno evidente, Ungheria, Romania, Bulgaria, Croazia. Mosca spera che questa crepa si trasformi in frattura. Si tratta al momento, però, di una speranza poco realizzabile considerata la forte egemonia politica, economica e finanziaria americana sul Vecchio Continente, e la presenza di un forte partito amerikano, in una parte delle classi dirigenti europee, fanaticamente atlantiste che scambiano ancora, per insipienza o per malafede, la Russia di Putin con quella di Stalin.

Come ultima domanda le chiedo che ruolo sta avendo la Cina in questa crisi? Sta a guardare per intervenire, magari, al fianco della Russia? Non è un pericolo troppo grande da non tenere in debito conto?

Se si arrivasse alla guerra guerreggiata in Ucraina, Pechino invaderebbe immediatamente Taiwan, il conflitto diverrebbe globale e gli Stati Uniti dovrebbero battersi su due fronti. In questo caso credo che Washington non si limiterebbe all’uso di armi convenzionali e si potrebbe arrivare (Dio non voglia!) all’Armageddon nucleare.

Grazie del suo tempo e delle sue risposte, invito i nostri lettori anche a leggere, se ancora non lo hanno fatto, il suo libro Il conflitto russo-ucraino. Geopolitica del nuovo (dis)ordine mondiale per approfondire l’argomento.

Roma, 13 Febbraio 2022

:: L’orologio di papà e altri ricordi di Daniel Vogelmann (Giuntina 2022) a cura di Giulietta Iannone

12 febbraio 2022 by

L’orologio di papà

Perché ad Auschwitz,
oltre alla fame, il freddo e la fatica,
mio padre soffriva di non avere l’orologio,
una volta tornato e fatti un po’ di soldi
si comprò un bel Patek Philippe,
che poi mi lasciò in eredità,
e che io pensavo di lasciare a mio figlio.
Ma un giorno me l’hanno rubato.
Per cui a mio figlio gli lascerò questa poesia
che nessuno gli ruberà.

L’orologio di papà e altri ricordi di Daniel Vogelmann, edito da Giuntina, Firenze, che consiglio assieme a Piccola autobiografia di mio padre sempre di Daniel Vogelmann, è un libriccino sottile ricco di aneddoti e ricordi su ben tre generazioni di Vogelmann: il padre Schulim, il figlio Daniel (autore del libro) e il nipote di Schulim, Shulim. E’ un libro breve, che con voce poetica parla di memoria, di ricordi familiari che si fanno memoria storica, della storia di una famiglia che di generazione in generazione dalla tipografia Giuntina ha portato avanti poi la casa editrice Giuntina (fondata nel 1980 da Daniel) e celebre per aver pubblicato, a spese dell’autore, il celeberrimo Lady Chatterley’s Lover di David Herbert Lawrence. Schegge di memoria, ricordi dolci o più dolorosi soffusi di malinconia e gioia di vivere, rassegnazione e divertito ottimismo. Si ride spesso, si piange, ci si commuove, e si vedono scorrere tanti ritratti familiari di persone di cui ci piacerebbe sapere di più: come di Anna Dissegni, prima moglie di Schulim, e della piccola Sissel, sua figlia, perite ad Auschwitz il giorno stesso del loro arrivo al campo, mentre Schulim dopo la prigionia soppravviverà e potrà tornare a Firenze, e continuare la sua vita. Il mondo può essere un luogo crudele, ma gli affetti sembrano portare un po’ di luce. Schulim, l’unico italiano a far parte della famosa lista di Schindler, viene ricordato da suo figlio Daniel con affetto e tenerezza e diventa quasi un amico anche per chi legge. Buona lettura!

Daniel Vogelmann, nato a Firenze nel 1948, esordisce negli anni ’70 come poeta, pubblicando alcuni volumi di liriche, tra cui Fondamentale (1972). Nel 1980 fonda la casa editrice La Giuntina, la cui prima pubblicazione nella collana «Schulim Vogelmann», dedicata alla memoria del padre, fu La notte del premio Nobel Elie Wiesel (tradotta dallo stesso Vogelmann) a cui negli anni si sono aggiunti circa 1000 titoli sulla cultura ebraica. Tra le sue pubblicazioni Piccola autobiografia di mio padre, Le mie migliori barzellette ebraiche, Dalla parte di Giona (e del ricino), L’orologio di papà e altri ricordi

Source: acquisto personale.

Esce una graphic novel da Le notti bianche

10 febbraio 2022 by

Le Edizioni NPE presentano l’adattamento in graphic novel di un classico della letteratura, Le nottiLe-notti-bianche_cover bianche di Fëdor Dostoevskij, storia di un sognatore che preferisce vivere in un mondo immaginario anziché nella vita reale.
Da tempo gli autori e le autrici di fumetto guardano alla narrativa classica dei secoli passati come fonte di ispirazione per storie disegnate che rileggono per immagini storie senza tempo. Negli anni, sono usciti tanti esempi di queste commistioni, provenienti dai Paesi anglosassoni, dalla Francia, dal Giappone: questo adattamento è tutto italiano, sceneggiato da Andrea Laprovitera e con i disegni acquarellati di Carlo Rispoli.
L’argomento della storia è quanto mai attuale, e racconta la storia di un uomo profondamente solo, che non ama la vita reale e trova felicità solo nei suoi sogni. Un incontro sconvolgerà la sua vita e il suo equilibrio, quello con Nasten’ka, una ragazza dolce e che condivide la sua stessa malinconia. La vicenda del fumetto rispecchia il romanzo e si svolge in quattro intense notti bianche a San Pietroburgo, in estate, quando alle latitudini nordiche il sole non tramonta, durante le quali i due protagonisti si confesseranno le loro emozioni e cercheranno una strada per una vita vera.
Nell’Ottocento c’erano già problemi di solitudine, isolamento e alienazione, ma oggi questo è ancora più attuale, per questo motivo questa versione disegnata de Le notti bianche è preziosa e fa riflettere, anche perché i due autori, pur rispettando le atmosfere del romanzo, mettono dentro anche riflessioni contemporanee su questi argomenti.

:: Un’intervista con Marilù Oliva a cura di Giulietta Iannone

5 febbraio 2022 by

Oggi abbiamo il piacere di intervistare Marilù Oliva, autrice del libro “Biancaneve nel Novecento”(Solferino Edizioni) che ha vinto la dodicesima edizione del Liberi di Scrivere Award.

Benvenuta Marilù su Liberi di scrivere, sei la vincitrice della dodicesima edizione del Liberi di Scrivere Award, che negli anni mi ha sempre dato grandi soddisfazioni e ha fatto conoscere in Italia e all’estero sempre libri interessanti. Il mio premio è nato per questo, per dare visibilità ad autori e autrici meritevoli, per cui sono felice che tu sia qui. Già abbiamo parlato del tuo bel romanzo in una scorsa intervista, ne ricordo il link per chi è interessato, per cui questa volta certo parleremo del libro ma anche dei tuoi progetti attuali e futuri. Per prima cosa, tu che sei stata proposta allo Strega, cosa hai provato a vincere il nostro premio? Ricordo è un premio dei lettori, e sono loro gli unici a decidere il vincitore e sempre fino all’ultimo non si possono fare previsioni.

Sono stata molto felice, eravamo un bel gruppo nella rosa finale e mando un caro saluto anche ai colleghi/e in finale. Seguo il tuo blog dagli esordi e questa vittoria mi ha fatto molto piacere proprio perché è un riconoscimento “democratico”, non ci sono giurie di pochi eletti ma sono i lettori e le lettrici che decidono. Il fatto che non si possano fare previsioni lo rende ancora più avvincente.

Che accoglienza ha avuto il tuo libro dalle lettrici e dai lettori? E dalle blogger e dalla stampa?

“Biancaneve nel Novecento” è stato il mio libro più amato in assoluto, addirittura più delle “Sultane”, con cui già avevo sentito il forte abbraccio dei lettori/trici. Prima che uscisse avevo già previsto una serie di critiche su come avevo messo in luce, in narrativa, questa triste parentesi della storia delle donne nei campi di concentramento: questo è il primo romanzo scritto da un’italiana in cui se ne parla molto diffusamente, almeno così è emerso dalle mie ricerche, magari mi è sfuggito qualcosa. Invece i commenti hanno ribaltato le previsioni: non ho mai ricevuto tanto affetto, tanti messaggi di gente che si calava nei panni delle mie protagoniste (anche di Bianca). In questo senso “Biancaneve nel Novecento” mi ha insegnato che in editoria non ha senso fare troppe previsioni, perché c’è un margine di imprevedibilità che potrebbe mandare tutto all’aria ogni congettura. Ma in fondo anche questo è il suo bello.

A proposito di critiche e previsioni, c’è una critica che non ti aspettavi e hai ricevuto nel corso della tua carriera?

È successo con “L’Odissea raccontata da Penelope, Circe, Calipso e le altre”, che è diventato un long seller e mi ha dato molte soddisfazioni, non solo per le vendite. Un libro andato contro tutte le previsioni: uscito in un periodo sfortunatissimo in cui l’editoria crollava (durante il primo lockdown) è stato accolto con entusiasmo, ha avuto un sacco di ristampe e resiste tutt’ora, nonostante siano passati due anni. Io ero un po’ spaventata da una eventuale reazione rigida dei classicisti, dei grecisti, insomma: mi aspettavo qualche bacchettata e invece niente. Forse perché c’è un lavoro filologico, dietro, abbastanza attento (anche da parte dell’editore Solferino). Invece le critiche che non mi aspettavo riguardano il tipo di approccio con i personaggi: mi hanno rimproverato di non aver rivisitato abbastanza queste donne epiche, di averle lasciate così come Omero le dipingeva. Ma quello era proprio il mio intento: restare il più fedele possibile ad Omero! Ed è anche il motivo per cui il libro è stato tanto adottato nelle scuole.

Immagino che “Biancaneve nel Novecento” sia anche diffuso nelle scuole e consigliato come lettura per i ragazzi se non proprio delle medie almeno dalle superiori in su. L’hai potuto presentare nelle scuole?

Certo, soprattutto nel triennio delle superiori e non solo in occasione del Giorno della Memoria, è stato una lettura accolta in generale. Per le presentazioni nelle scuole mi appoggio a un’associazione che è attivissima, Demea Eventi Culturali, che cura ogni dettaglio, dalla consegna dei libri agli incontri online. Ho incontrato studenti e studentesse sensibili, curiosi, attenti, che mi hanno rivolto domande molto interessanti, stimolando anche in me ulteriori riflessioni.

Da poco è trascorso il Giorno della Memoria, anche il tuo libro può rientrare tra le letture propedeutiche atte a conservare la memoria. Ti senti anche tu parte di questo circolo virtuoso?

Uno dei miei intenti era proprio questo, alimentare il ricordo, tenerlo vivo. Fedele alla lezione di Primo Levi, quando, nella “Shemà” introduttiva a “Se questo è un uomo”, si raccomanda di scolpirci nel cuore le sue parole, di meditare su quel che è stato. Altrimenti, sarà un disastro per tutti e lui ce lo racconta lapidariamente con la sua maledizione finale.

Proposte di traduzioni all’estero?

Proprio in questi giorni stiamo firmando con la Serbia.

Progetti attuali, di cosa ti stai occupando in questi giorni?

Mi sto preparando all’uscita imminente del mio nuovo romanzo, “L’Eneide di Didone” (Solferino). L’idea è nata da una riflessione: Come è possibile che la leggendaria Didone, personaggio straordinario, unica donna a capo di una spedizione e fondatrice di una città, si sia uccisa per Enea, un uomo che, si sapeva fin da subito, era solo di passaggio? Non mi era piaciuta la conclusione del IV libro dell’Eneide, in cui lei, ferita e rabbiosa (isterica, direbbe qualcuno che ama questo aggettivo), si uccide quasi per ripicca. Così ho ripreso l’opera di Virgilio e ho cercato di raccontarla abbastanza fedelmente variando però un particolare importante. Questa volta ho rivisitato molto il personaggio. Ma non posso anticipare altro.

Grazie Marilù, nell’augurarti il meglio per i tuoi progetti futuri, la storia di Didone mi ha sempre affascinata, ti ringrazio di questa intervista e del tempo che ci hai dedicato.

:: DEBORAH LEVY: L’UOMO CHE AVEVA VISTO TUTTO (NN editore, 2022) a cura di Fabio Orrico

4 febbraio 2022 by

Già nota ai lettori italiani grazie a Garzanti che ha tradotto A nuoto verso casa (2014) e Come l’acqua che spezza la polvere (2018), Deborah Levy è una scrittrice inglese che ama focalizzarsi su un momento decisivo, un punctum barthesiano che marchia le sue storie. Questa epifania può riferirsi semplicemente a un avvenimento o a una situazione esistenziale o, come in A nuoto verso casa, concretizzarsi in un’immagine ben precisa (una donna a mollo in una piscina, nella fattispecie) ed è il caso anche di L’uomo che aveva visto tutto, pubblicato da NN editore.

Saul Adler, il protagonista del libro, viene immortalato dalla sua fidanzata Jennifer Moreau, giovane artista, mentre attraversa la strada sulle strisce pedonali di Abbey Road, mimando quindi la famosa copertina dell’omonimo album dei Beatles. Mentre compie quest’azione viene investito da un’auto. Così si apre il romanzo di Levy ma la stessa situazione si ripete identica in apertura della seconda parte. Il primo incidente avviene nel 1988, il secondo ai giorni nostri; la palizzata d’anni che separa i due traumi contiene, di fatto, il cuore di L’uomo che aveva visto tutto. Cominciamo dal titolo, che ha un sapore fantascientifico, quasi dickiano. Saul ha visto tutto, come e perché non è bene rivelarlo per ovvie ragioni di godibilità della lettura, basti dire che il suo resoconto (il romanzo è narrato in prima persona) vive dei mille riflessi e delle schegge improvvise di un prisma o, meglio ancora, ha l’aspetto di uno specchio in frantumi. L’esercizio che Levy chiede al lettore è quello di ricomporre questi frammenti affinché Saul possa specchiarcisi e rivelare la sua esatta fisionomia.

Giovane storico, Saul si trasferisce a vivere nella Germania dell’Est immediatamente prima che crolli il muro di Berlino ed esploda un assetto geopolitico che, in qualche modo, è stato alla base della sua formazione. Figlio di un attivista del partito comunista, Saul si addentra nello studio della storia con la stessa ansia di decodifica che informa i suoi ricordi. Levy descrive il suo eroe a più riprese come una sorta di rockstar, forse in ritardo di un decennio, per atteggiamenti e look, rispetto ai tempi in cui agisce (gli anni ’80). Inquieto e dagli atteggiamenti gender fluid, Saul identifica nel padre e nel fratello Matt i detentori della sua scatola nera di uomo, un vero e proprio scrigno di segreti che, fatalmente, peseranno sui rapporti intrattenuti con gli altri personaggi del romanzo. Straordinaria la parte ambientata a Berlino Est, interamente percorsa dal gioco a tre di Saul e dei suoi amici Walter e Luna. Un rapporto in cui i non detti contano quanto e più delle ammissioni esplicite e che si aggancia, come d’altra parte tutta la narrazione, a occorrenze più volte ripetute, oggetti comuni, per esempio un ananas, spie di qualcosa che non torna, specie in termini strettamente temporali. La realtà filtrata dallo sguardo di Saul è sempre più asimmetrica, incongrua, e dal nulla arrivano le profezie del nostro protagonista, il suo sereno sentenziare sugli avvenimenti storici che, per tutti gli altri protagonisti, altro non sono che contemporaneità. Il capitale accumulato nella prima parte di L’uomo che aveva visto tutto, verrà fatto fruttare nella seconda parte, dove i nodi verranno al pettine e chi in precedenza è stato un figurante acquisterà nuovo spessore.

Libro sulle realtà possibili e sui percorsi alternati, L’uomo che aveva visto tutto mescola le carte della sua narrazione con precisione e naturalezza, senza mai perdere d’occhio il proprio possibile lettore che, come se assistesse a una sparatoria filmata da Michael Mann, anche laddove il montaggio si fa concitato, sa sempre orientarsi perfettamente e decifrare che cosa succede a chi. Grande dono di Debora Levy, scrittrice che possiede l’intelligenza del labirinto.

Deborah Levy (1959) è tra le maggiori scrittrici inglesi. Nata in Sudafrica, è autrice di romanzi come A nuoto verso casa (Garzanti 2014), finalista al Man Booker Prize, e Come l’acqua che spezza la polvere (Garzanti 2018). L’uomo che aveva visto tutto è stato selezionato per il Man Booker Prize 2020 ed è entrato nella short list del Goldsmiths Prize 2019. NNE pubblicherà anche il suo prossimo romanzo.

Source: libro inviato dall’editore al recensore. Ringraziamo Francesca dell’Ufficio stampa NN editore.

:: Il francese di Massimo Carlotto (Mondadori 2022) a cura di Federica Belleri

4 febbraio 2022 by

Massimo Carlotto torna in libreria per Giallo Mondadori.

Il personaggio che ci fa conoscere è Il Francese, che gestisce una maison di donne belle e particolari. Ha un volume di affari di un certo tipo e sa sfruttare al meglio ogni occasione. Ha parole giuste da spendere al momento giusto e rappresenta la salvezza alla quale attaccarsi in caso di pericolo. Davvero è così? Davvero Il Francese ha tutto sotto controllo? Davvero è un benefattore?

A voi scoprirlo. 

Ancora una volta questa storia è ambientata nel nord est italiano. Ancora una volta la provincia è tra i protagonisti, che tutto vedono e sanno, ma non parlano facilmente. A meno che vengano pagati. In nero.

E ancora una volta l’autore ci racconta della polvere sotto al tappeto, dell’imprevisto che ribalta tutto, del ricatto legato al ricatto. Perché i cattivi non mollano, ma nemmeno le vittime lo fanno. E sono disposte a vendersi l’anima per continuare a sopravvivere. Perché la vita di certe ragazze/donne, è insignificante. È solo commercio e percentuali di incasso. Il resto non conta. Non conta lo sfruttamento e la violenza. Non contano le bugie e la recitazione. Vale solo il denaro e il sapersi destreggiare in un mare di schifezze troppo spesso ignorate da chi conta.  Tanti gli argomenti affrontati in questo libro e tante le denunce sociali. Massimo Carlotto in questo è davvero un maestro. 

Una slavina. Ecco a cosa mi ha fatto pensare questa lettura. Prevedibile, certo. Ma poco gestibile una volta arrivata a valle. O forse molto ben gestita, perché no. Dipende dal punto di osservazione.

Buona lettura. Assolutamente consigliato.

Massimo Carlotto è nato a Padova nel 1956 e vive a Cagliari. Scoperto dalla critica e scrittrice Grazia Cherchi, ha esordito nel 1995 con il romanzo Il fuggiasco, vincitore del premio del Giovedì 1996. Ha inoltre scritto altri undici romanzi: La verità dell’Alligatore, Il Mistero di Mangiabarche, Le Irregolari, Nessuna cortesia all’uscita (premio Dessì 1999 e menzione speciale della giuria premio Scerbanenco 1999), Il corriere colombiano, Arrivederci amore, ciao.

Fonte: omaggio dell’editore al recensore.

:: Mi manca il Novecento – Ulisse, il libro della storia umana – a cura di Nicola Vacca

4 febbraio 2022 by

James Joyce incominciò a pensare il suo Ulisse nel 1914. All’inizio venne concepito come una novella da aggiungere alle quattordici di Gente di Dublino. Poi lo scrittore irlandese si lasciò prendere la mano dal suo genio e nel 1922 fu pubblicato in Francia il più straordinario e impossibile romanzo della storia della letteratura.

Ulisse vide la luce grazie a Sylvia Beach, che fondò a Parigi la mitica e storica libreriaShakespeare and Company.

Sylvia Beach aveva una grande venerazione per lo scrittore irlandese e decise di pubblicare Ulisse. Senza di lei l’Europa e il mondo non avrebbero mai conosciuto il libro di Joyce, considerato il capolavoro di tutti i tempi.

Molte furono le difficoltà e le vicissitudini a cui andò incontro per aver deciso di pubblicare il libro del grande scrittore irlandese.

Sylvia diventò, in un certo senso, la curatrice degli interessi editoriali e dell’immagine di Joyce e del suo carattere spigoloso e difficile. «Quando curavo gli interessi di Joyce mi dimostravo avidissima, e mi ero fatta la fama di un’affarista sprecata». Queste sono le parole di Sylvia, che tramite la Shakespeare and Company aveva la facoltà di trattare tutti gli affari di Joyce, ma non ne ricavava nessun utile.

Lei aveva con Joyce un rapporto unico. Sylvia lo venerava e lo considerava un grandissimo scrittore. Questo è il motivo per cui decise di pubblicare Ulisse. A cento anni dalla sua pubblicazione noi dobbiamo ringraziarla perché senza di lei non lo avremmo mai letto e conosciuto.

In una Dublino infognata dalla morale cattolica, Joyce ambienta il suo romanzo. Lo scrittore non sopporta la vita statica dei suoi abitanti che non vivono in maniera autentica, oppressi dalla religione e dai rigurgiti del nazionalismo.

Lo scrittore è indignato da tutto ciò. Questa posizione gli costerà l’esilio. Si è parlato di Leopold Bloom come di un eroe che sbaglia e incapace di instaurare rapporti umani.

Attraverso il flusso di coscienza di Bloom Joyce nel suo romanzo epico abbraccia tutto l’uomo. Il suo romanzo impossibile e straordinario si inserisce in un’inattualità senza tempo e in un certo senso può considerarsi un abisso in cui i lettori si perdono per non ritrovarsi più.

Dalla lettura dell’Ulisse di Joyce si esce tramortiti e allucinati. Si entra in un labirinto e ci si perde senza pietà. Questa è una sensazione forte che vale la pena provare senza avere la pretesa di capire tutto.

Gianni Celati, autore di una traduzione recente del romanzo di Joyce, sostiene che la lettura di questo libro vada liberata dall’obbligo di capire tutto, il che è un obbligo difficile da assolvere, almeno nella nostra prospettiva di lettori comuni, alle prese con la difficoltà della scrittura di Joyce.

Scrive Celati nella sua prefazione: «Difficili capitoli, sempre più stravolti. Ma credo che tutte le difficoltà si superino, a patto di non avere fretta e di accogliere con simpatia il disordine delle parole. Per questo non è importante capire tutto: è più importante sentire una tonalità musicale o canterina, che diventa più riconoscibile quando sembra di piombare in un flusso disordinato di parole. Ulisse è un libro in cui la musicalità è l’aspetto decisivo per tutti i rilanci, deviazioni, sorprese, iterazioni, monologhi».

L’idea della lettura liberata proposta da Celati è il modo migliore per affrontare Joyce e trovarsi corpo a corpo con il suo romanzo.

A Carmelo Bene l’Ulisse di Joyce ha cambiato la vita: pochi scrittori sono riusciti a passare da un “pensiero dell’immediato “a un “immediato pensiero”. Per Bene Ulisse è il libro della storia umana.

:: Aritmia di Elena Mearini (Marco Saya 2021) a cura di Federica Belleri

2 febbraio 2022 by

Una piccola raccolta, Aritmia. Un piccolo gioiello di sensibilità, immagini, sensazioni. Poesie che arrivano dritte al cuore e alla pancia. Che mi hanno permesso di leggere i pensieri della scrittrice e farli miei. Interpretandoli, cercando di interiorizzarli.Quanta nostalgia nelle sue parole. Quanto amore per la natura e gli animali. Quanti dubbi e criticità sugli esseri umani. Quanto affetto per chi si ama. Quanta voglia e paura di vivere … Leggetelo, ve lo consiglio.

Elena Mearini si occupa di narrativa e poesia, conduce laboratori di scrittura in comunità e centri di riabilitazione psichiatrica. Nel 2009 esce il suo primo romanzo Trecentosessanta gradi di rabbia, (Excelsior 1881) con cui vince il premio giovani lettori “Gaia di Manici-Proietti”; nel 2011 pubblica Undicesimo comandamento (Perdisa pop) con cui vince il premio Speciale UNICAM – Università di Camerino e il premio giovani lettori “Gaia di Manici-Proietti”. Nel 2015 pubblica il romanzo A testa in giù (Morellini editore) e firma due raccolte di poesie: Dilemma di una bottiglia (Forme Libere editore) e Per silenzio e voce (Marco Saya editore). Nel 2016 esce Bianca da morire (Cairo Editore).

Fonte: omaggio dell’editore al recensore.

Tra Sguiscianti e Sgraffignoni, due libri per l’infanzia editi da Sinnos A cura di Viviana Filippini

1 febbraio 2022 by

Oggi vi voglio raccontare di due libri per i piccoli lettori,  di argomento diverso, ma molto curiosi e avvincenti per la loro capacità di mescolare realtà e fantasia. Entrambi sono pubblicati da Sinnos, casa editrice romana. Il primo libro è:

La minaccia degli Sguiscianti, Federica D’Ascani.

“La minaccia degli Sguiscianti” di Federica D’Ascani. La storia è ambienta nella cittàdina di Sun Rain dove vive Xiangu, un’adolescente, che comincia a sospettare che qualcosa non vada dove vive, perché oltre a nevicare fuori stagione, cosa mai accaduta prima, poco dopo, un grande meteorite si schianta alla periferia della città. La giovane ne parla con i suoi amici, tra cui Alex, e anche loro confermano che qualcosa di strano c’è nell’atmosfera. Tutto assume certezza quando i ragazzi scoprono che i loro genitori, non solo non li ascoltano più come un tempo, ma passano le loro nottate a mangiare libri. Xiangu e i suoi compagni di avventura si trovano a vivere in una situazione terribile, tanto che i protagonisti si domandano se sia realtà quella che stanno sperimentando o solo un brutto sogno. Poi la scoperta di quegli strani animaletti- alieni- simili a degli insetti, fa capire a Xiangu che il pericolo è imminente e bisogna fare qualcosa per fermare quelle misteriose creature. Il romanzo della D’Ascani, la cui immagine di copertina è stata realizzata da Paolo Domeniconi, mescola fantascienza, horror, western e anche un po’ di romanzo di formazione e si concentra su quanto sia importante l’amicizia per superare gli ostacoli, compreso quando essi sembrano invalicabili. Affermo questo in quanto i giovani protagonisti del libro sono chiamati ad agire come se fossero adulti, per prendersi cura e salvare coloro che gli stanno attorno e che rischiano di vedere le loro vite stravolta dagli Sguiscianti, solo all’apparenza innocui animaletti.

Federica D’Ascani Romana, ha scritto numerosissimi romanzi e sceneggiature, spaziando dal fumetto alla fantascienza, e passando attraverso diversi generi letterari e settori. “Cole Tiger e l’esercito fantasma” è la sua opera di esordio per la letteratura dell’infanzia. Nei suoi libri nel catalogo Sinnos, usa il western e il paranormale per parlare di temi ahimè molto vicini a noi. 

La famiglia Sgraffignoni – Il diamante d’oro, Anders Sparring 

L’altro libro edito da Sinnos è: “La famiglia Sgraffignoni – Il diamante d’oro” di Anders Sparring  con le illustrazioni di Per Gustavsson. Arriva dalla Svezia questa saga familiare con protagonisti gli Sgraffignoni, una famiglia di furfanti ai quali piace- e già lo dice il cognome- rubacchiare le cose al posto di pagarle. I nomi dei protagonisti dicono parecchio sulla loro identità: papà Mariuolo, mamma Fia – a voi scoprire il resto del nome-, la piccola Criminale (Ale per gli amici) e poi lui Fausto, l’unico a rendersi conto che la sua famiglia non rispetta mai le regole nelle azioni che compie. In questa nuova avventura intitolata “Il diamante d’oro”  ci sono gli Sgraffignoni e  personaggi che tornano come il vicino di casa Paul Iziotto che ha come cane Sbirro o che arrivano direttamente dalla gattabuia come nonna Sgraffignoni. La trama creata da Sparring è come sempre avvincente, carica di suspense e piena di colpi di scena nei quali si trova coinvolto il piccolo Fausto, l’unico della sua famiglia che non vuole rubare, perché sa che è non è giusto e che trasgredire la legge è sbagliato. Un libro per bambini curioso, divertente che fa pensare a cosa cosa si dovrebbe fare per il bene del prossimo e anche per il rispetto di se stessi. Traduzione di Samanta K. Milton Knowles.

Anders Sparring, svedese, è attore, sceneggiatore, scrittore. Ha recitato in film e sceneggiati televisivi, diretto teatri di stand-up comedy, scritto pezzi comici e libri per ragazzi, tutti caratterizzati da una comicità brillante e arguta. La serie della Famiglia Sgraffignoni, tradotta in 11 lingue, si appresta a diventare anche un film…

Per Gustavsson è un autore e illustratore svedese con con il quale, Sparring mantiene la collaborazione da anni.

Source: richiesto dal recensore. Grazie all’ufficio stampa Sinnos e a Emanuela Casavecchi.

:: Asciugava lacrime con mitezza – La vita di don Roberto Malgesini di Eugenio Arcidiacono (Edizioni San Paolo 2021) a cura di Giulietta Iannone

30 gennaio 2022 by

Il 15 settembre 2020 don Roberto Malgesini, 51 anni, viene ucciso a Como da una delle moltissime persone cui forniva aiuto ogni giorno. La sua morte ha attirato l’attenzione dell’opinione pubblica ed è stata ricordata con intensa partecipazione da papa Francesco. Questo libro ricostruisce il percorso di un sacerdote umile e concreto che ha offerto le sue risorse, le sue intuizioni e il suo sorriso perché tutti i dimenticati e scartati dalla società potessero trovare accoglienza, ascolto e aiuto. L’autore ha intervistato i famigliari, gli amici, i confratelli e i fedeli, tra i quali molti volontari che oggi stanno continuando l’opera del loro “don”.

Passi che consolano, accanto a una figura riservata e solida: un prete con il sorriso che ha vissuto secondo il cuore di Cristo e si è guadagnato la riconoscenza di tutta la città in cui ha operato.

Don Roberto Malgesini nacque a Morbegno il 14 agosto del 1969 in una famiglia benestante, i suoi genitori sono proprietari di un’autofficina. Cresce coi suoi fratelli, frequenta l’oratorio, i campi estivi, studia e si diploma in ragioneria. Finita la scuola trova impiego in banca, presso la Banca Popolare di Sondrio, ma dopo alcuni anni sente che quella vita non fa per lui ed entra in Seminario. Da quel momento la sua vita prende una direzione nuova che lo porterà come sacerdote a dedicare tutto il suo tempo al prossimo dentro e fuori le anguste mura della sua sagrestia. Leggendo Asciugava lacrime con mitezza – La vita di don Roberto Malgesini di Eugenio Arcidiacono si capisce subito che sarebbe facile generalizzare, ridurre il suo operato terreno a frasi fatte come “prete di strada” o “prete degli ultimi” o “prete degli immigrati” anche se fu molto di più, soprattutto per il fatto che non faceva alcuna distinzioni tra persone (forse “prete di tutti” gli sarebbe piaciuto come termine), né accostava con pietismo o superiorità le persone che ha incontrato durante il suo mandato terreno e che sono diventati essenzialmente suoi amici prima di essere persone che necessitavano del suo aiuto. Eugenio Arcidiacono con uno stile semplice e diretto tenta far luce sulla vita di un uomo schivo, di poche parole, mingherlino, sempre sorridente, che amava la montagna, il Milan, la musica e aveva poca dimestichezza con l’oratoria o la parola scritta. Era un uomo di fatti, ma di poche parole, di fatti concreti, essenziali che toccavano il cuore e l’intimo anche delle persone più refrattarie od ostili. Che a ucciderlo con alcune coltellate, mentre si preparava per il suo giro di colazioni, sia stata proprio una delle persone a cui aveva dato aiuto, e ora leggo condannata all’ergastolo per questo crimine, sgomenta, crea sconcerto anche se lui per primo lo sapeva, era cosciente dei rischi che correva. Non era un ingenuo, né un irresponsabile, ha chiuso il suo percorso terreno con il martirio consapevole di questa eventualità, retto dalla fede che tanto dopo non c’è che l’incontro con Gesù, modello su cui aveva costruito la sua vita. Non nascondiamocelo la Chiesa è fatta più di peccatori che di santi, ma quando si incontrano persone come don Roberto davvero la distanza dal Cielo sembra meno remota. Chi l’ha conosciuto serberà sempre in cuore questa amicizia, chi lo conosce solo attraverso i libri e le testimonianze può comunque entrare in contatto con una creatura che può ancora arricchire e servire come modello delle proprie vite. Una figura luminosa di cui sentiremo ancora parlare.

Eugenio Arcidiacono, nato a Torino nel 1975, è un giornalista di Famiglia Cristiana, dove si occupa di attualità e spettacoli. Vincitore nel 2008 e nel 2017 del “Premio Vergani Cronista dell’anno” del Gruppo cronisti lombardi per le sue inchieste, per San Paolo è stato coautore del libro Testimone di ingiustizia (2020).

Source: libro inviato dall’editore. Ringraziamo Alessandro dell’ Edizioni San Paolo.