:: La rivolta dei demoni ballerini di Antonio Catalfamo (Pendragon 2021) a cura della prof.ssa Hala Radwan

30 gennaio 2022 by

Entrando nelle profondità dell’anima poetica della presente raccolta di Antonio Catalfamo capiamo immediatamente che fare poesia per lui è un mezzo attraverso il quale si possono addolcire e attenuare le sofferenze, il dolore fisico e morale del mondo: «Solo la poesia può lenire / i dolori della vita» (p. 83). È un verso che rispecchia l’importanza della poesia per il nostro poeta che vive la sua vita come un incontro continuo con il tentativo di trasformare le sue esperienze quotidiane in versi.

Per mezzo della poesia, dunque, Catalfamo si sfoga esprimendo creativamente il suo mondo interiore e quello esteriore. La figura della madre è un elemento che fa parte di questi due mondi del poeta e a lei il poeta dedica più di un poema. Era proprio la madre che lo aiutava fin da piccolo ad entrare nel mondo della poesia e gli faceva imparare a memoria le lunghe poesie. Dopo la morte della madre la poesia diventa proprio il mezzo attraverso il quale il poeta può instaurare un dialogo con lei: «Dopo la tua morte / ho instaurato con te / un dialogo sereno / nei miei sogni / e nei miei versi» (p. 94). La poesia, come si considera uno strumento con il quale si fa dialogo con gli altri, è anche un elemento importante per costruire una nuova comunità: «una società / di liberi ed eguali / e demmo poesia agli uomini» (p. 58).

Catalfamo riesce sempre con la poesia a parlare quasi di tutto: comunismo, capitalismo, fascismo, rivoluzione, mondo vecchio, mondo odierno, amore, vita e morte ecc. La poesia gli serve, secondo le sue parole, «a raccontare / la vita degli umili» (p. 36), usandola come linguaggio universale capito da tutte le creature. Raccontare attraverso la poesia la vita degli umili o della gente odierna non impedisce a Catalfamo di richiamare e narrare anche la vita del vecchio mondo con i suoi miti, riti e totem, non solo per motivi tematici, ma proprio perché durante quei tempi antichi è nata la poesia: «E così nasce, / nei secoli, / la poesia» (p. 42).

Dunque è un concetto particolare della poesia e dei poeti che sta al centro della raccolta. Ne danno testimonianza i versi stessi di Catalfamo nei quali l’uccisione dei poeti, con armi biologiche, da parte di gente malvagia che attacca il comunismo, si considera un atteggiamento distruttivo che porta infine alla diffusione della immoralità in tutte le sue forme peggiori:

«Distruggono / la nostra casa popolare, / di stile sovietico, / quella di Neruda, / uccidono i poeti / con armi biologiche, / perché vincano / incontrastate / la menzogna, la viltà, / la corruzione, la mediocrazia, / elevate a sistema,/ e soccombano nella melma / i migliori» (p. 64).

A questa dimensione distruttiva delle armi biologiche, che uccidono i poeti e tutte le cose belle, il poeta oppone un’altra dimensione costruttiva attraverso la «poesia biologica»nell’ultimo componimento della raccolta. La ricostruzione del giardino della mamma e della nonna distrutto dal crollo dell’edera che si attacca al muro di cinta Catalfamo la considera come fare poesia, ma questa volta è un tipo particolare, è «poesia biologica» che affonda le sue belle radici nella terra in modo che non rimanga alcun male o disonestà:

«la poesia biologica / che affonda le radici / nel profondo della terra, / fino agli Inferi. /[…] / fino a quando ci saranno / cuori puri ed onesti / e non prevarranno / per sempre / lo spirito belluino / e il fascismo» (p. 116).

La musa della poesia di Catalfamo è l’idea stessa di fare poesia cioé la poesia è l’obiettivo, la fine, punto di partenza e punto d’arrivo nello stesso tempo. La poesia ha dato l’occasione al nostro poeta di accostarsi al mondo della donna che per lui è un Microcosmo (p. 25) che racchiude in sé «il mistero della vita» (p. 82). La donna-madre in particolare nella poesia di Catalfamo rappresenta «un mondo di valori, / di passioni, di sentimenti, / a lungo sopiti» (p. 61). In un’intervista il nostro poeta dichiara che «nel Sud dell’Italia, ma anche del mondo, le madri crescono i figli col fiato». Infatti per mezzo dei suoi versi Catalfamo ci dà l’impressione che le madri non hanno un ruolo meno importante di quello della poesia nell’addolcire il mondo e ogni donna-madre si fa simbolo della madre del Bambino che è sempre in grado di offrire, secondo le parole del poeta, a tutti conforto e speranza nel «mondo vile e infernale» (p. 83).

Hala Radwan: Docente di Letteratura italiana presso il Dipartimento di Italiano, Facoltà di lingue, Università di Sohag, Egitto.

Antonio Catalfamo è nato a Barcellona Pozzo di Gotto (Messina) nel 1962. È abilitato all’insegnamento come Professore Associato di Letteratura italiana e Letteratura italiana contemporanea nelle Università. Tiene lezioni di Letteratura italiana per via telematica a beneficio degli studenti della Sichuan International Studies University (Cina). È coordinatore dell’“Osservatorio permanente sugli studi pavesiani nel mondo”, che ha sede nella casa natale di Cesare Pavese, a Santo Stefano Belbo (Cuneo), per conto del quale ha curato sinora venti volumi di saggi internazionali di critica pavesiana. Ha pubblicato diversi volumi di poesie: Il solco della vita (1989); Origini (1991); Passato e presente (1993); L’eterno cammino (1995); Diario pavesiano (1999); Le gialle colline e il mare (2004); Frammenti di memoria (2009); Variazioni sulla rosa (2014).

:: L’editoria italiana chiude il 2021 in forte crescita: +16%

29 gennaio 2022 by

Ottime notizie sullo stato di salute dell’editoria italiana che chiude il 2021 con un netto aumento del ben +16%, con 1,701 miliardi di euro di vendite a prezzo di copertina, per 115,6 milioni di copie (ben 18 milioni in più del 2020). Sono i dati di mercato più che confortanti, realizzati in collaborazione con Nielsen Book, che Ricardo Franco Levi, il presidente dell’Associazione Italiana Editori (AIE), ha presentato intervenendo alla giornata conclusiva del XXXIX Seminario di Perfezionamento della Scuola per Librai Umberto ed Elisabetta Mauri.

Sembra dunque che le librerie siano luoghi sempre più frequentati in questi anni di pandemia, oltre al fatto che hanno anche inciso le politiche di sostegno pubblico messe in atto da governo e parlamento, in attesa di una legge di sistema promessa. Soprattutto i giovani sembra abbiano ripreso ad amare i libri grazie al tam tam sui social, in cui ragazzi sempre più giovani parlano di libri e invitano i loro coetanei a leggerli. Insomma leggere libri è uno dei più grandi piaceri della vita e anche i numeri sembrano darci ragione.

Sempre Levi dice: “Numeri molto buoni anche rispetto alle performance degli altri paesi in Europa, ma il futuro non è privo di incognite. In positivo, la conferma delle misure pubbliche di sostegno e l’attesa per la nuova legge di sistema per il libro. Ma c’è l’emergenza della carta, per prezzi e disponibilità, e permane il pesante impatto della pirateria. Inoltre alcuni settori, come l’editoria d’arte e di turismo, soffrono ancora molto gli effetti della pandemia”.

Insomma ci sono ancora alcune criticità ma il trend fa sperare bene anche per l’anno in corso.

L’editoria italiana si conferma la sesta nel mondo dietro solo a Usa, Cina, Germania, UK e Francia, e ben la quarta in Europa. La crescita del 16% del mercato italiano è seconda in Europa, davanti a Germania e Regno Unito, e dietro solo a Francia e Spagna.

Cresce la produzione del 22,9%, scendono solo gli ebook di poco del 5,6%. Grandi soddisfazioni anche dagli audiolibri che passano a 24 milioni di euro, in crescita del 37%.

Un’altra notizia interessante per i lettori cala il prezzo medio dei libri venduti.

Per maggiori informazioni potete visitare il sito dell’AIE: qui.

:: MARIA TERESA LIUZZO: “L’OMBRA AFFAMATA DELLA MADRE” a cura di Antonio Catalfamo

28 gennaio 2022 by

Maria Teresa Liuzzo completa con L’ombra affamata della madre (A.G.A.R. Editrice, Reggio Calabria, 2022) la «trilogia» programmata di romanzi, di cui i due precedenti volumi sono: … E adesso parlo! (ibidem, 2019); Non dirmi che ho amato il vento! (ibidem, 2021). Chi, avendo letto i precedenti romanzi, si aspettasse che il terzo si ponesse in linea di continuità rimarrebbe deluso, perché esso è dominato da un’ “aura” nuova, da uno sperimentalismo non convenzionale, che ne fa un “unicum” nella produzione della scrittrice, sia a livello formale che contenutistico. Né, d’altra parte, Maria Teresa Liuzzo ripropone pedissequamente modelli altrui, ormai consolidati, che si ispirano al «monologo interiore», al «flusso di coscienza», che rimandano a scrittori di valore come James Joyce e che sono stati ripresentati al pubblico dei lettori in mille salse, fino a diventare stucchevoli, pur nella loro pretesa perfezione formale. La nostra autrice batte sempre strade nuove, rischiando l’«imperfezione», che è un pregio, non un difetto. Leonardo Sciascia, con il suo consueto acume critico, ha sottolineato, nelle noterelle di Nero su nero, che «la perfezione sta alla cretineria meglio che all’intelligenza; l’intelligenza ha sempre, come i tessuti dei navajos una qualche imperfezione o fuga». I rifacitori pedissequi di modelli altrui sono «perfetti» imitatori, paragonabili alle scimmie, secondo Sciascia: «Se una scimmia si mettesse a battere sui tasti di una macchina da scrivere, alla fine verrebbe fuori un sonetto di Shakespeare (variante: dodici scimmie, tutti i libri del Museo Britannico)». Un impegno degno di miglior causa, il loro.

Maria Teresa Liuzzo, invece, affronta il mare aperto, con tutti i pericoli ch’esso nasconde. E così, in questo terzo romanzo («sperimentale», dicevamo), il lettore cercherà invano un «intreccio» ben definito, corrispondente, con tutti gli espedienti consolidati della «narratologia», ad una «fabula». Troverà, per converso, un flusso di immagini, di pensieri, di allucinazioni, che si accavallano nella mente della protagonista, Mary, che sembrano slegati l’uno dall’altro, ma hanno come trait d’union tra di loro, ma anche con i due romanzi precedenti, la cieca violenza sulla donna.

L’amore di Mary e di Raf è contrastato, contraddittorio. Ha momenti di passione molto intensa. I due amanti si sciolgono nella natura, i loro corpi si intrecciano, si sovrappongono. E’ forte la tensione poetica, che ricorda La pioggia nel pineto di Gabriele D’Annunzio, poesia contenuta nella raccolta Alcyone, dalla quale emerge il poeta autentico, libero dall’influenza nefasta del «superomismo», fra l’altro recepito in una versione indiretta, distorta, rispetto all’interpretazione originale di Nietzsche, allora conosciuta attraverso la mediazione francese. Il migliore D’Annunzio è il «notturno», nel quale la malattia determina un ripiegamento su se stesso, sul proprio «io», una riflessione pacata sull’esistenza umana, libera, per l’appunto, dai furori «superomistici». Altra cosa è il D’Annunzio de Il piacere, o, addirittura, de Il fuoco, in cui prevalgono gli eccessi dell’amore esclusivamente carnale, ridotto a puro eros.

Maria Teresa Liuzzo ripropone, invece, la dimensione “panica” de La pioggia nel pineto. Basta leggere qualche pagina intensamente poetica (p. 60): «Raf e Mary avevano guardato i rami pieni di linfa mettere le prime foglie, nuove e delicate, lucide e zuccherine, e ora appassire gli ultimi fiori. Sbocciavano ancora le ombre tombali dei crisantemi. Il balcone era pieno di sole settembrino. Raf passò la mano lungo i fianchi di Mary: tutto il suo corpo era il suo cuore. Ma era l’epoca in cui il dolce tempo estivo declina e ritorna il verno a inaridire i campi e i cuori. I passeri si beccavano disperdendosi sulla prima neve e Mary, liberata la tenda, attraverso la persiana socchiusa, seguiva i loro voli e le loro scalmane. Il vento portava folate d’erica, i giorni si abbandonavano al freddo crescente come braccia stanche. D’acquerelli di fuoco dipinte, loro le piogge contemplavano danzare / sulle aride bocche scarlatte e sulla corteccia dei salici brillare. Era già ieri il volo alto delle gru sul panno verde del mare; attraverso i giunchi il sole e la tempesta non temevano il divenire affannoso della vita, usciva fumo dai tetti addormentati. Il silenzio sbiancava di anime incarnate dentro il gelo, e si sfaldavano friabili cristalli nella luce» (ivi, p. 60).

Ma questo amore è tormentato, contraddittorio. Raf da amante si trasforma in aguzzino: «Raf voleva vivere felice finalmente, edificando per Mary un altare d’infelicità. Invero però non aveva alibi per il suo comportamento, a dir poco, miserrimo. Da aguzzino poi voleva trasformarsi in vittima, per meglio convivere con sé stesso, e si sfaldavano friabili cristalli nella luce» (ibidem). Mary allora, contro le brutture della vita, le illusioni tradite, gli amori che si trasformano in sevizie, si abbandona alla poesia, che lei definisce «avversaria» (ivi, p. 89), per dire, antifrasticamente, che è l’unica vera amica e fonte di conforto. Così registriamo versi molto sofferti, come questi: «Oggi sto male e debole si sveglia la parola. / Poggio le labbra sulla mano. Piango. / Piango sui lunghi capelli corvini, / tra un sorso acerbo di luce e un morso di poesia. / Tra suppellettili d’infanzia e un gioco inventato / durato una stagione, forse meno: / qui giaceva la giovinezza con la speranza. // Un angelo copriva il sangue della morte. / Fame – malaffare – esecuzione. / La sofferenza incanalata nel ventre, / passava come un cadavere sul fiume» (ivi, p. 90). E così Mary descrive la funzione salvifica che ha per lei la scrittura, come strumento di denuncia del male che ha subito e continua a subire: «L’avevano salvata dall’angoscia e dalla morte precisamente i gesti ripetuti dell’abitudine alla scrittura, la fatica dello scrivere e il suo pensiero brillante che la fitta nebbia dello straniamento, di colpo, sapeva da parte a parte traversare» (ivi, p. 98). Perciò i suoi scritti sono temuti dai nemici, dagli aguzzini, che vedono in essi un «tradimento», una «delazione», una violazione della cortina di silenzio che protegge chi fa il male impunemente: «Per alcuni il suo particolare modo di raccontare era visto come nient’altro che un tradimento, perché ritenevano la viscerale scrittura di Mary una esplicita forma di provocazione, una lettura per loro piuttosto sulfurea, esiziale, una parola testarda, vendicativa, delatrice nel voler trasgredire e peccare a tutti i costi; ma bellamente tacere lo sarebbe stato persino di più» (ivi, pp. 97-98).

L’ultimo capitolo è dedicato alla figura della madre. La sua è una presenza inquietante nella vita di Mary, che le ha procurato solo dolore. La protagonista del romanzo si abbandona ai ricordi, che rievocano tutto il male e la violenza fisica e morale che ha subito dalla madre: «La voce rauca e maledettamente disumana della madre, quando le ordinava di cantare per il padre dopo averla schiaffeggiata, presa a calci e averle chiuso le mani intorno al collo come lo stringersi inesorabile di una corda. Poi le ripeteva compiaciuta: “Canta, canta per tuo padre! Altrimenti seguiranno le scudisciate e canterai ballando… intorno al lupo”. […] Il folle e la sua degna compagna registravano le canzoni che Mary era obbligata a cantare, e le riascoltavano dentro e fuori casa, in auto quando andavano a trovare Fiamma o quando lui andava a caccia o a lavorare. Morbosità malata – complicità mostruosa» (ivi, p. 115).

Mary perdona tutti quelli che le hanno fatto male nella vita e si incammina verso la morte: «L’amore è come l’acqua, il vento, il mare, non si può imprigionare. In tanti, un giorno mi cercherete, ma non mi troverete. Ricordate soltanto che vi ho molto amato. E che vi ho voluto bene. […] Reclinò il capo, abbandonata sul letto, la mano cadde inerte. A terra la sua foto di bambina, con i codini e gli occhi sommessamente tristi» (ivi, p. 126). E la poesia è presente anche nell’epilogo della sua vita: «Giaceva nei suoi occhi un verso fattosi più terso e lucente, scritto col sangue» (ivi, p. 127). Alcuni versi finali potrebbero esser posti come epigrafe sulla sua tomba a testimoniare la sua «santità» nella sopportazione del dolore: «Aliena da qualsiasi divisione, / integra la materia e non profana / nel suo vivere da Santa essenzialmente» (ibidem).

La violenza che domina questo terzo romanzo della «trilogia» programmata è quella della società semi-feudale della Calabria nella quale Maria Teresa Liuzzo è nata ed è vissuta (e vive ancora), ma è anche quella della società capitalistica attuale, cosiddetta «matura». Una violenza che colpisce la donna, in quanto componente debole (così come i bambini), in quanto il più forte, nel suo delirio di onnipotenza, vede sempre insidiato il suo potere. E l’insidia, in questo caso, viene da una donna apparentemente fragile, Mary, che ha un’arma molto potente: la poesia.

Franco Ferrarotti, con il suo consueto acume critico, ci ha resi edotti circa l’essenzialità della poesia nel mondo attuale, supertecnologico: «In un’epoca come la presente, dominata dalla razionalità formale su cui si fonda la tecnica, dallo spirito politecnico, vale a dire dall’esprit de géométrie a scapito dell’esprit de finesse, per valermi della formula di Blaise Pascal, caratterizzata pertanto dal calcolo scientifico e dall’elettronica applicata, forse non si dà altro rimedio all’inaridimento della vita umana fuor che la poesia» (Le ragioni della poesia nella società irretita, gattomerlino, Roma, 2019, p. 10). E ci ha spiegato qual è il “miracolo” che solo la poesia sa compiere: «Il nostro mondo mi sembra condannato – ma non voglio essere apocalittico, perché in fondo sono un ottimista – per il fatto che considera la poesia una manifestazione accessoria, mentre è la forma più alta di conoscenza, certamente protologica, prelogica, intuitiva, non ripercorribile da chiunque. E’ la straordinaria possibilità di collegare un’esperienza circoscritta, minuta, empirica, anche, se si vuole, miserabile, attraverso la metafora, a un significato universale. La poesia precede il filosofo, precede lo scienziato» (Dialogo sulla poesia, gattomerlino, Roma, 2018, p. 12).

Maria Teresa Liuzzo continua ad essere artefice di questo “miracolo”.

:: Intervista con Michele Venanzi a cura di Giulietta Iannone

26 gennaio 2022 by

Oggi abbiamo il piacere di intervistare Michele Venanzi, autore del libro “Il ritorno del Samaritano” (Marna) terzo classificato alla dodicesima edizione del Liberi di Scrivere Award.

Benvenuto Michele su Liberi di scrivere e grazie di aver accettato questa intervista. Innanzitutto complimenti per il suo terzo posto al nostro Liberi di scrivere Award con il libro Il ritorno del Samaritano edito da Marna. Ci parli innanzitutto di lei, dei suoi studi, del suo percorso professionale, della sua vita.

Grazie a voi dell’invito! Per me è in effetti un po’ inusuale ritrovarmi in ambienti letterari, dato che la mia quotidianità mi porta perlopiù altrove… Sono uno psicologo psicoterapeuta di 43 anni, sposato e con tre figli: abitiamo in provincia di Como, a Rovellasca, paese nel quale ho anche il mio studio professionale. Da una decina d’anni, metà del mio tempo lavorativo lo dedico a una casa di cura del comasco, condotta dalle Suore Ospedaliere, per le quali ricopro il ruolo di coordinatore del servizio di pastorale della salute.
Vengo da studi classici, presso i Salesiani di Milano, mia città di nascita. Ho poi frequentato la facoltà di psicologia dell’Università Cattolica. Mi sono infine specializzato, più tardi, in psicoterapia sistemico-relazionale presso il CMTF, sempre a Milano.

La sua attività principale è quella di psicologo e psicoterapeuta. Da credente come integra psicologia e spiritualità?

Per molti anni queste due dimensioni hanno viaggiato su percorsi paralleli, quasi indipendenti l’uno dall’altro. L’incontro con la Congregazione delle Suore Ospedaliere, poi, ha fatto sì che questi due ambiti si incontrassero, “costringendoli” a convivere nell’incarico di responsabile di un servizio di pastorale della salute: un modo di vivere non più solo nel privato la dimensione di Fede. Fare testimonianza, elemento essenziale per un credente, ma non facile almeno per me, è così diventato più semplice, venendo quasi “obbligato” a farlo attraverso il ruolo stesso ricoperto all’interno della struttura ospedaliera. E quindi è l’agire pastorale che richiede l’integrazione (ma anche la distinzione) tra psicologia e spiritualità: ricercarne aree di sovrapposizione e insieme di confine è diventata una delle occupazioni mentali più interessanti per me, in questo periodo. E la stesura del racconto, in parte, è anche un modo di rappresentare questo tentativo di tenere insieme e al tempo stesso di distinguere aspetti psicologici e spirituali della vita.
Per quanto riguarda la psicologia in sé, non ho mai creduto che fosse inconciliabile con la religione, né che lo psicologo cattolico svolgesse una professione “diversa” da uno psicologo non credente. Semplicemente, come diceva un mio maestro, psicologo e sacerdote camilliano, “lo psicologo cattolico non esiste: c’è lo psicologo, il suo essere cattolico non riguarda la professione”. La Fede aiuta semmai a vivere la propria professione, qualunque essa sia, con un certo “stile”: ma non incide sulle competenze e abilità professionali, né togliendone alcune né aggiungendone altre.

Noi ci occupiamo di libri, per cui non posso non chiederle qualche consiglio di lettura, anche che privilegi una dimensione spirituale, cosa che abbiamo sempre contemplato di presentare nelle nostre proposte di lettura.

Partirei dai grandi classici: in alcuni romanzi si ritrovano impareggiabili tratteggiamenti di profili psicologici dei personaggi. Come diceva un mio docente, alcune descrizioni di Tolstoj e Dostoevskij non hanno nulla da invidiare a manuali specialistici di settore: aveva ragione.
Per quanto riguarda i temi di spiritualità, mi sentirei di consigliare i testi di Vittorio Messori: un laico che, con stile elegante e al tempo stesso molto accessibile, si addentra in riflessioni e testimonianze su varie figure centrali per la Fede cristiana: da Gesù stesso a Maria, fino agli Angeli custodi.
Un altro autore da segnalare potrebbe essere Don Luigi Maria Epicoco: con stile diretto e quasi provocatorio, ci pone questioni spirituali irrinunciabili, senza nascondere come la Fede non preservi di per sé dalle difficoltà della vita: il testo “Sale, non miele”, con il suo titolo molto evocativo, già ci lascia intendere molto…
Infine, come non suggerire di rispolverare la Bibbia, in particolare il suo incantevole e a tratti quasi poetico Libro della Sapienza?

Come è nato il suo amore per i libri e la scrittura?

Sa che non saprei neanche se chiamarlo “amore”? Pensi che è nato addirittura come “avversione”!… Non ero particolarmente bravo a scrivere da piccolo e da ragazzo. Soprattutto ero molto sintetico, all’eccesso. Scrivevo correttamente, sì, ma molto poco (anche Il ritorno del Samaritano, in effetti, è molto breve: evidentemente ho conservato questa mia caratteristica!). Per questo i miei temi erano in definitiva giudicati male e col tempo mi ero convinto che lo scrivere non fosse certo una mia abilità. E quasi per estensione, per di più, non mi piaceva nemmeno leggere! Poi un professore, al terzo anno di liceo classico, mi diede fiducia, apprezzando comunque il mio modo di stendere un testo, seppur molto conciso. Da lì, ho scoperto tutto sommato di saperci fare, passando per redazioni di articoli di settore, capitoli per manuali scolastici, fino al piacere di scrivere semplici biglietti personalizzati… Insomma, chi lo avrebbe mai detto? Di certo, però, non pensavo di poter scrivere un racconto, e che per giunta venisse pubblicato! Si è trattato quindi più che altro di una sfida con me stesso, unita alla necessità di intrecciare, qui in forma narrata, psicologia e spiritualità.

Ci parli del suo racconto “Il ritorno del Samaritano”. Ha cercato di attualizzare la parabola evangelica con una narrazione semplice e comprensibile da tutti. E’ ancora oggi così difficile farsi prossimo degli altri?

Alcune professioni, tra cui la mia, si avvicinano già di per sé all’altro e quindi si fanno “prossime”. Quello che è più raro è il trovare elementi di “gratuità”, in generale: è difficile andare oltre al previsto, fare un gesto in più, uscire da uno schema, concedersi del tempo extra non preventivato… I ritmi forsennati di oggi non aiutano certo ad andare oltre al dovuto, già molto oneroso di suo solitamente, per cui si sta perdendo la bellezza di quel di più connotato da gratuità, derivante a sua volta da compassione: quasi sempre gesti o parole molto piccoli, ma che fanno una grande differenza agli occhi di chi li riceve. A questo proposito invito a incuriosirsi circa il concetto di “eleogenetica”, un approccio che intende riscoprire il volto umano di “Eleos”, attraverso lo studio dei processi che facilitano ed implicano misericordia.

Con il suo lavoro di psicologo e psicoterapeuta tende una mano al prossimo, si può dire. Questa parabola descrive bene la sua scelta di vita. In che modo la lettura del brano di Luca ha influenzato la sua vita?

Di questa parabola mi piace innanzitutto come parta spazzando via subito i pregiudizi più radicati: si ferma infatti colui sul quale non avrebbe scommesso proprio nessuno. Il Samaritano si sente “chiamato” dalla situazione stessa: sa che in quel momento “tocca a lui” e si lascia guidare da un istinto umano e umanizzante che va ben oltre ciò che la razionalità suggerirebbe: non pensa “chi me lo fa fare?” o “che c’entro io con questo tizio?”, ma agisce, semplicemente si lascia guidare dai propri istinti più profondi. Da cristiani potemmo dire che si lascia guidare dallo Spirito Santo.
Poi, riguardo al rapporto tra la parabola e la mia vita, torna di nuovo decisivo l’incontro con le Suore Ospedaliere: il loro carisma è l’Ospitalità, la loro icona biblica il Buon Samaritano. Nell’occuparmi di pastorale della salute per loro, l’immagine del Samaritano faceva avanti e indietro nella mia mente quasi quotidianamente… E quindi ho deciso di provare ad andare oltre. Questo punto desidero sottolinearlo: il mio racconto non è un tentativo di “riscrivere” la parabola (non mi permetterei mai), ma in qualche modo di “proseguirla”. Credo infatti che il Vangelo esista perché noi possiamo agire, fare delle cose, vivere. Così come la parabola (come qualsiasi parola o azione, in realtà) innegabilmente ha degli effetti su di noi, la sua vicenda ne avrebbe sortiti di certo sui personaggi in essa coinvolti: ed ecco che allora può prendere corpo anche Il ritorno del Samaritano.

Passa un uomo di chiesa e passa oltre, passa un levita, maestro della legge e passa oltre. Si ferma un Samaritano. Uno degli ultimi nella scala sociale del tempo. Che lezione ha da insegnarci questo?

Come accennavo, la lezione è quella prima di tutto di non fermarci agli stereotipi e ai pregiudizi. Attenzione, però, a non rovesciarli! Intendo dire, non è che ora, constatando come è andata, si debba iniziare a pensare che sacerdoti e leviti siano persone ipocrite e incoerenti e solo prese dai loro affari. Semplicemente, occorre ricordarsi che l’altro possa sempre stupirci, chiunque egli sia, e a prescindere dai nostri pregiudizi che, volenti o nolenti, tutti abbiamo: l’uomo infatti, per “necessità” di economia mentale, è portato a categorizzare e semplificare il mondo. Il punto importante quindi non è il non avere pregiudizi, ma l’essere pronti a sconfessarli e a rimuoverli, restando sempre disponibili a constatare quanto le persone e le situazioni possano di volta in volta sorprenderci.

Infine, ringraziandola della disponibilità, l’ultima domanda. Sta lavorando a un nuovo libro? Quali sono i suoi progetti per il futuro?

Non credo che questa sia una “svolta” nella mia carriera professionale, continuerò a fare il mio mestiere e gli impegni, tra lavoro e famiglia, non mancano di certo. Ma d’altronde perché escludere l’elaborazione di un nuovo scritto? Un’idea peraltro ci sarebbe anche, ma… Occorrerebbe quantomeno lo slancio e l’ispirazione avuti, oserei dire “in dono”, un paio di anni fa.
Grazie a voi e complimenti per tutte le vostre belle iniziative!

La storia di Anna Frank raccontata da Lia Levi, Lia Levi  (Gallucci, 2022) A cura di Viviana Filippini

26 gennaio 2022 by
La storia di Anna Frank

In occasione del Giorno della Memoria la casa editrice Gallucci  è in libreria con “La storia di Anna Frank raccontata da Lia Levi”, scritta da Lia Levi e illustrata da Barbara Vagnozzi. La giornalista racconta la storia di Anna quando viveva spensierata ad Amsterdam. Poi la vita della ragazzina cambiò per sempre, verso i 13 anni, quando Anna e la sua famiglia furono costretti a trasferirsi in un nascondiglio segreto per sfuggire ai soldati e al volere di un crudele individuo che intendeva deportare gli ebrei. Affrontare la vita nel nascondiglio non fu facile per Anna, ma la scrittura del diario quotidiano, dal 1942 al 1944, all’amica immaginaria Kitty, le permise di sentire meno dolorosi quei giorni di reclusione. Lia Levi, con delicatezza e grande garbo, racconta la storia della piccola Anna Frank, dei due anni di vita nascosta in soffitta, per arrivare al momento in cui la lei e la sua famiglia furono scoperti. Quello che è emerge dal libro è come la vita di questa adolescente cambiò in modo radicale con l’arrivo del Nazismo e come la scrittura fu per lei una vera e propria àncora di salvezza, un legame con la vita che, in quel periodo, era piena di incognite, paure, ma anche di speranze. La storia di Anna è poi arrivata a noi, grazie al diario che il padre –unico sopravvissuto ai campi di concentramento- fece pubblicare. Nel libro edito da Gallucci, Lia Levi racconta la storia di Anna Frank e racconta pure la sua di storia (un breve cenno), perché anche lei bambina di origini ebraiche riuscì a salvarsi con le sorelle dalla deportazione, vivendo nascosta per mesi in un convento di suore a Roma. Quello che emoziona de “La storia di Anna Frank raccontata da Lia Levi” è quel brillare costante della figura di Anna, grazie a quel diario che generazioni e generazioni di lettori hanno letto, leggono e leggeranno, facendo brillare nel tempo la memoria di Anna Frank e di tutte le innocenti vittime dell’Olocausto. Dai 7 anni in su.

Lia Levi. Giornalista e pluripremiata autrice di romanzi per bambini e adulti, di origine ebraica, Lia Levi ha vissuto da ragazza un’esperienza analoga e opposta a quella di Anna Frank: insieme alle sue sorelle, si è salvata dalla deportazione nascondendosi per lunghi mesi a Roma in un collegio di suore.

Barbara Vagnozzi è nata a Genova nel 1961. Da piccola sognava di vivere in campagna e dipingere; e ora si dedica esclusivamente all’illustrazione. Ha pubblicato molti libri nei paesi anglosassoni e, in Italia, con Gallucci, Videocompilation dello Zecchino d’Oro, Video e Canto con lo Zecchino d’Oro, “Stravideo” per lo Zecchino d’Oro, “Attenti al lupo, 1,2,3…cinque!”, “Heidi e Strega comanda colore”, “Il porto dei piccoli”, “Lev”, “Aria, acqua, terra e fuoco” e “CantaFilaStrocche”. Vive sulle colline emiliane insieme ai suoi due bambini, al marito inglese, a un cane, a tre gatti, quattro papere e due conigli. Forse per questo le piace tanto disegnare buffi animali d’ogni genere!

Source: del recensore. Grazie a Marina Fanasca dell’ufficio stampa Gallucci.

:: Un’intervista con Oriana Ramunno a cura di Giulietta Iannone

25 gennaio 2022 by

Oggi abbiamo il piacere di intervistare Oriana Ramunno, autrice del libro “Il bambino che disegnava le ombre”(Rizzoli) seconda classificata alla dodicesima edizione del Liberi di Scrivere Award.

Benvenuta Oriana su Liberi di scrivere e complimenti per il secondo posto. Ho sentito davvero pareri lusinghieri sul tuo libro, per alcuni uno dei migliori libri editi l’anno scorso in Italia. Ce ne vuoi parlare? Come è nata l’idea di scriverlo?

Grazie a voi per aver scelto Il bambino che disegnava le ombre tra i libri votabili, ve ne sono davvero grata.Questo libronasce in un momento più maturo del mio percorso di scrittrice, iniziato ormai dieci anni fa, in cui mi sono sentita finalmente pronta a raccontare l’Olocausto. Da piccola ho ascoltato e trascritto i ricordi di mio zio Angelo, un sopravvissuto ai lager nazisti, e nel tempo ho provato a capire i suoi racconti studiando la Storia, cercando di capire le origini di quella che è stata una delle pagine più brutte dell’umanità. Dopo aver sviscerato ogni aspetto di quelle pagine terribili, ho voluto raccontarle e ho deciso di farlo con un genere che da sempre sonda le ombre e le luci dell’animo umano, mettendoci di fronte alle nostre più grandi paure, ma offrendoci anche delle soluzioni finali catartiche: il giallo.

Vivi a Berlino è vero? Parlaci un po’ di te della tua infanzia, del tuo lavoro?

Ho vissuto a Berlino per tre anni, da settembre sono ritornata bolognese insieme a tutta la mia famiglia. Berlino è stata un’esperienza unica. È una città che ha un’anima, che si porta addosso i segni della Storia visibili in ogni angolo, nei buchi delle granate sui muri, nei memoriali che si trovano a ogni angolo di quartiere, nei pezzi di muro conservato a memoria di tutti. Berlino mi ha insegnato la malinconia di una città sospesa nel tempo ma anche l’ecletticità di una città trasgressiva e proiettata verso il futuro. In ultimo, mi ha offerto la possibilità di approfondire le mie ricerche sul tema dell’Olocausto.
Nonostante sia una girovaga, però, io sono e sempre sarò una ragazza del Sud. Sono nata a Rionero in Vulture, in Basilicata, ed è lì che ho imparato ad amare i libri grazie a una zia bibliotecaria. È in Basilicata, o Lucania come mi piace chiamarla, che sono cresciuta, assorbendo le energie di una terra che ancora vive di realismo magico, tradizioni e passato.

Come è nato il tuo amore per i libri e per la scrittura? Ricordi il primo libro che hai letto da sola?

Il mio amore per i libri è nato a sette anni, quando passavo i pomeriggi nella Biblioteca comunale dove lavorava mia zia. Avevo a disposizione qualunque libro. Il primo fu il GGG, il Grande Gigante Gentile. Ricordo perfettamente il momento in cui iniziai a leggerlo.

Parlaci dei tuoi esordi, come è andata. Hai avuto qualcuno che ti ha incoraggiata, spronata a scrivere?

Ho iniziato a scrivere al liceo per esigenza personale, ma ho continuato in maniera consapevole solo dopo i trent’anni, quando ho capito che non basta avere una passione ma che questa, come in ogni mestiere, va supportata dagli strumenti giusti. Ho iniziato a studiare da autodidatta le tecniche narrative e ho deciso di mettermi in gioco con alcuni racconti editi da Delos Digital, poi con vari concorsi della Mondadori. Dopo aver vinto il GialloLuna NeroNotte ed essere arrivata finalista al prestigioso Premio Tedeschi, l’editor Franco Forte mi ha commissionato un romanzo sul femminicidio per la collana de I gialli Mondadori, uscito col titolo “L’amore malato” nella raccolta “Amori malati”. Ho avuto anche l’occasione di partecipare, sotto pseudonimo, alla saga de “I Sette Re di Roma”, edita da Oscar Historica, col romanzo “Tullo Ostilio, Il lupo di Roma”, scritto con Scilla Bonfiglioli e Franco Forte.

Torniamo al libro, come è nato il tuo interesse per le tematiche legate all’Olocausto e ai campi di concentramento nazisti. Sei partita da ricordi familiari?

Come raccontavo nella domanda precedente, tutto parte dai ricordi di mio zio, internato prima in un campo di lavoro tedesco e poi trasferito in quello che veniva definito “campo di morte”. Le sue memorie, insieme a quelle di altri sopravvissuti del mio paese di origine, sono raccolte nel libro “Fiotti di memoria”, editato dal comune di Rionero in Vulture in occasione della Giornata della Memoria.

Come ti sei documentata?

Lo studio sull’Olocausto è una cosa che ho fatto a prescindere dal romanzo, e che ha impiegato numerosi anni e due esami monografici all’università. Di vitale importanza è stata, sicuramente, l’esperienza a Berlino, che oltre a fornirmi documenti introvabili in Italia mi ha offerto la possibilità di “sentire” la Storia. La stessa cosa vale per i campi di Auschwitz e Birkenau, di Sachsenhausen e di Ravensbrück che ho potuto visitare.

Parlaci del tuo personaggio principale, Hugo Fischer, come è nato?

Hugo Fischer nasce dall’esigenza di raccontare l’Olocausto dagli occhi di un tedesco comune, uno di quei cittadini che non appoggia Hitler, ma che per quieto vivere e paura non si oppone e per continuare a lavorare si iscrive addirittura al partito. Incarna la maggior parte di noi: difficilmente si è eroi, in certe circostanze.

E’ una storia di indagine, la vittima è Sigismud Braun, un pediatra che lavorava a stretto contatto con il famigerato Josef Mengele. Ci vuoi parlare di come questa indagine si dipana nella narrazione?

Quello che mi premeva mostrare, scegliendo il giallo come genere portante del romanzo, era la visione che i tedeschi avevano di coloro che chiamavano “subumani”: Sigismund Braun viene assassinato in un luogo in cui vengono uccise migliaia di persone al giorno, eppure la sua morte è l’unica che merita un’indagine, mentre le morti dei subumani sono considerate giuste, normali, necessarie a un bene comune. Hugo Fischer, che nulla sa di Auschwitz, si ritrova a indagare sulla morte di Braun, ma al tempo stesso è costretto a fare luce anche su un genocidio. Si ritrova, insomma, a cercare un assassino tra un sacco di assassini. Nella sua indagine, sia professionale che personale, viene aiutato da Gioele, un bambino ebreo con il dono del disegno. Ed è grazie ai suoi disegni che molte ombre si dipanano.

La popolazione civile tedesca sapeva ben poco di cosa succedeva nei campi, degli orrori indicibili che nascondevano, una mia zia tedesca mi ha assicurato che era così, che hanno scoperto tutto dopo la guerra. Hai anche tu testimonianze in merito?

È vero. Per tratteggiare il personaggio di Hugo Fischer mi sono servita di diverse testimonianze. Hugo Fischer è a conoscenza del dislocamento degli ebrei tedeschi, ma non sa dove effettivamente finiscano. In patria circolano voci di corridoio, ma è il caso di dire che nei lager la realtà superava la fantasia, e molti tedeschi non potevano immaginare che quei campi di detenzione fossero in realtà una vera e propria industria di morte. Quando anche le voci arrivavano chiare e precise, come nel caso di Fischer, subentrava un meccanismo di rifiuto e rimozione della realtà molto comune tra gli esseri umani.

Molti medici e scienziati tedeschi hanno usato i prigionieri come vero e proprio “materiale” di ricerca spingendosi ben oltre ai precetti deontologici considerando questi prigionieri “non persone” su cui si poteva perpetrare ogni abuso. Come ti spieghi tutto questo?

È il concetto di subumano di cui parlavo prima. Era molto radicato nei tedeschi. Il mito della razza ariana non viene inventato da Hitler, ma ha radici più vecchie. Hitler non ha fatto altro che riprenderlo in un momento storico favorevole ed esasperarlo. I medici che ottenevano di lavorare ad Auschwitz operavano sotto la ferma convinzione di non avere tra le mani degli esseri umani ma delle vere e proprie cavie, dei subumani. Mengele sosteneva di avere l’obbligo morale, in quanto scienziato e ariano, di far progredire la scienza attraverso la sperimentazione. E se in Germania era vietato l’uso di animali per la ricerca, nei campi tutto era consentito…

Tra i prigionieri c‘è un bambino Gioele, ci vuoi parlare di lui?

Gioele rappresenta una piccola luce dove tutto si sta spegnendo. È un bambino bolognese, ebreo, e insieme al suo gemello viene subito notato da Mengele. Ne diventa presto oggetto di studio perché in lui non c’è nulla di rappresentativo della razza ebraica, anzi: agli occhi di Mengele, che ragiona solo in termini razziali, Gioele ha più in comune con un bambino ariano che con un giudeo, con le sue iridi chiare, la spiccata intelligenza e la bravura nel disegno. Mengele si domanda come possa un subumano avere quelle potenzialità e ne rimane affascinato, al punto da tenerlo con sé al Blocco 10 per osservarlo.

È proprio Gioele ad aiutare Hugo Fischer nella risoluzione del caso e, prima ancora, a guidare la sua coscienza verso un cammino tortuoso, mostrandogli le ombre che gravano sul suo cuore, su quel lager e sulla Germania intera.

Progetti per il futuro?

Sto lavorando a un romanzo, questa volta di ambientazione italiana, con una protagonista femminile in grado di sfidare un mondo maschile agli albori della Grande Guerra. Spero possa vedere la luce, perché questo personaggio mi sta donando tanto.

:: La voce di Robert Wright di Sacha Naspini (edizioni e/o 2021) recensione a cura di Federica Belleri

24 gennaio 2022 by

Ho iniziato a leggere questo libro con grande attenzione e curiosità perché non so mai cosa aspettarmi da questo scrittore. Ogni volta mi sorprende con situazioni assurde e originali. Con scene sofferte e dolorose. Con parole che lanciano schiaffi. Ci è riuscito alla grande anche con la storia di Carlo Serafini, che ha una voce particolare. E la usa per doppiare un famoso attore californiano. La sua voce è davvero ascoltata e apprezzata? Lui è davvero un professionista apprezzato e ascoltato? La sua famiglia si preoccupa per lui?  I sentimenti che prova per Carlo sono sinceri o solo dettati dalla fama che lo circonda? E ancora, si può davvero dire che Carlo sia poi così famoso? O è solo un prodotto? Queste sono alcune domande che “di pancia” mi sono venute in mente durante la lettura. Queste e tante altre, legate alla morte dell’attore Robert Wright. Che in qualche modo costringe il suo doppiatore a rimanere senza qualcuno da interpretare. Senza qualcuno da far parlare… Ma chi è davvero Carlo? Cosa vuole per sé? Cosa sogna, come sta? Ha bisogno di qualcosa? Vuole raccontare la sua storia? Sacha Naspini racconta il disagio e la solitudine, i sorrisi mancati e le parole mai espresse. L’affetto e l’amore che andrebbero osservati meglio, per capirli come si deve. L’autore strizza l’occhio al cinema, a quella macchina gigantesca in grado di afferrarti al volo per poi scaraventarti al muro quando non servì più. Punta il dito sulle ombre della mente, su quanto l’uomo sia complesso e contorto. Ma anche su quanto sia semplice condurlo e manipolarlo. Credo che lo scrittore abbia toccato le giuste note e sfumature di una vita particolarmente fragile e spaventata. Appiccicata a una maschera difficile da levare. Bellissima trama. Personaggi speciali e completi in ogni capitolo. Assolutamente da leggere.

Di Sacha Naspini le Edizioni E/O hanno pubblicato Le Case del malcontento, Ossigeno, I Ca­riolanti, Nives. è tradotto o in cor­­so di traduzione in Inghilterra, Canada, Sta­ti Uni­ti, Francia, Grecia, Corea del Sud, Cina, Croazia, Russia e Spagna.

Fonte: acquisto personale del recensore.

 

:: Giorno della Memoria 2022: alcuni libri

23 gennaio 2022 by

Il 27 gennaio 1945 le truppe dell’Armata Rossa liberarono il campo di concentramento di Auschwitz. Sì è scelta questa data per commemorare le vittime della Shoah e così ogni anno dal 2005 in poi in questa giornata di inverno si svolgono celebrazioni e si leggono libri capaci di tenere viva la memoria.

Tra i libri appena usciti, o usciti in questi ultimi mesi, segnalo di Chiara Becattini La memoria dei campi – La Risiera di San Sabba, Fossoli, Natzweiler-Struthof, Drancy Collana Testi e Studi della Fondazione Museo della Shoah (Giuntina 2022). Frutto di un’approfondita ricerca d’archivio e di numerose interviste, questo libro ricostruisce per la prima volta attraverso un approccio comparativo i processi politici, sociali e culturali che hanno influito nella trasformazione di quattro campi di transito e concentramento – San Sabba, Fossoli, Drancy alla periferia di Parigi e Natzweiler-Struthof in Alsazia – in luoghi della memoria della Shoah tra Italia e Francia. Inizialmente dimenticati, poi riscoperti e valorizzati, questi spazi del trauma sono diventati luoghi del lutto, omaggio ai morti e tombe consolatorie per i vivi, svolgendo un ruolo nel percorso di ricostruzione delle identità sulle macerie della Seconda Guerra Mondiale, in un processo in parte parallelo a quello del graduale avvento e ascolto dei testimoni. Oggi sono riconosciuti monumenti, luoghi di divulgazione della storia e destinazione di percorsi memoriali e turistici. Questa ricerca mira non soltanto a ricostruirne la storia, ma ad analizzare il ruolo mutevole che essi hanno svolto nella memoria collettiva, con uno sguardo al loro possibile futuro. 

Un altro libro che consiglio, questo edito da Edizioni San Paolo, è Il vescovo che disse “no” a Hitler – La vita e il pensiero di Clemens August von Galen di Guenter Beaugrand. Quando, nel marzo 1946, Clemens August conte von Galen tornò da Roma, dove papa Pio XII lo aveva da pochi giorni creato cardinale, la popolazione lo accolse trionfalmente davanti alle rovine del duomo di Münster, quasi completamente distrutto dai bombardamenti. Nell’ora più buia della storia tedesca egli aveva osato tenere testa apertamente e senza protezioni al criminale regime di Hitler e la nomina a cardinale era il ringraziamento del pontefice per la sua tenacia. Fu la forza della sua coscienza che gli consentì di diventare un eroe dell’opposizione cattolica alla dittatura nazista. Negli anni del suo servizio da parroco non si era segnalato per particolari iniziative o per innovative proposte pastorali, ma di fronte alla barbarie nazista seppe assumersi le sue responsabilità di vescovo e di testimone del Vangelo. Le tre celeberrime prediche del 1941, riportate in appendice insieme ad altri suoi interventi e a una vibrante lettera di protesta indirizzata al Führer, hanno conservato fino a oggi tutta la loro intensità e attualità. Esse rivelano in maniera impressionante con quale coerenza e coraggio von Galen si schierò contro l’arbitrio dello Stato e si impegnò per il diritto alla vita di ogni essere umano.

Per i ragazzi dagli 11 ai 13 anni in poi un libro che segnalo è La tua migliore amica Anne (Narrativa San Paolo ragazzi) di Jacqueline Van Maarsen. La vita ad Amsterdam scorre serena per la piccola Jacqueline. Un giorno però qualcosa inizia a cambiare. Nella sua classe si vanno aggiungendo nuovi compagni: fuggono dal loro Paese, la Germania, dove non sono più al sicuro. Allo scoppio della guerra i tedeschi occupano l’Olanda, Jacqueline è costretta a portare una stella gialla sul cappotto e a cambiare scuola. È lì, al Liceo Ebraico, che nel 1941 incontra Anne Frank e nel giro di pochi giorni diventano grandi amiche. Le due ragazze sono inseparabili, fino a quando Anne, all’improvviso, scompare insieme alla sua famiglia. Anche se Jacqueline e Anne non si rincontreranno mai più, l’amicizia rimarrà, più forte di qualsiasi altra cosa. Solo dopo la fine della guerra, Jacqueline riceverà la lettera d’addio che Anne le aveva inviato e aveva concluso scrivendo: «Spero che, quando ci rivedremo, rimarremo per sempre “migliori- amiche». Firmato: «La tua “migliore- amica Anne».

Sempre per i ragazzi, dai 12 anni in su, il romanzo ad alta leggibilità L’aquilone di Noah di Rafael Salmeron, traduzione di Daria Podestà, pubblicato da Uovonero. Noah è il figlio più giovane dell’orologiaio Leopold e di sua moglie Dora. Vive con i suoi fratelli Joel e Hannah a Cracovia. Noah è un bambino diverso dagli altri: vive nel suo mondo, non parla e non sembra ascoltare. E il 1939 e i tedeschi hanno appena invaso la Polonia. Molti credono che l’odio dei nazisti verso gli ebrei sia vero e temono per la loro vita, ma altri come il fratello di Dora, Abbie, sono convinti che staranno meglio con i tedeschi. Ma in pochi giorni i piani dei nazisti diventano chiari…

Per i bambini dai 7 anni in su La storia di Anna Frank raccontata da Lia Levi, disegni: Barbara Vagnozzi, Gallucci Stelle Polari.

Tanto tempo fa Anna viveva felice ad Amsterdam. Ma a 13 anni la sua vita cambiò: per sfuggire ai soldati di un imperatore malvagio, la sua famiglia fu costretta a rifugiarsi in un nascondiglio segreto nella speranza di salvarsi. A tenerle compagnia aveva solo il diario Kitti, al quale confidò i suoi pensieri come a un’amica.
La vicenda di Anna Frank proposta in un formato adatto ai bambini di 7 anni con il testo di Lia Levi: la vita quotidiana nella clandestinità, la paura della guerra, i sentimenti e i desideri confidati al celebre Diario scritto nell’alloggio segreto dove si nascose invano nel tentativo di sfuggire alla deportazione, tra il 1942 e il 1944.

:: Un’intervista con Ben Pastor a cura di Giulietta Iannone

23 gennaio 2022 by

Bentornata Ben su Liberi di scrivere e grazie di averci concesso questa nuova intervista, parleremo del tuo nuovo libro La sinagoga degli zingari e dei tuoi progetti futuri. Iniziamo con il chiederti: La sinagoga degli zingari è davvero l’ultimo libro della serie dedicata a Martin Bora, o è una classica fake news?

Direi che si tratta di una fake news. Infatti, ho in programma almeno altri due, forse tre, romanzi con Martin Bora. Del resto, Bora deve ancora confrontarsi con gli ultimi, drammatici mesi della Seconda guerra mondiale. Il ciclo, quindi, non finirà con La Venere di Salò, ambientata nella Repubblica Sociale Italiana alla fine del 1944, ma andrà avanti fino alla battaglia di Lipsia (primavera 1945).

La sinagoga degli zingari, (The Gipsy Synagogue 2021), edito in Italia da Sellerio e tradotto dall’inglese da Luigi Sanvito, è il tredicesimo libro che hai dedicato a Martin Bora. Siamo nell’agosto del 1942 ad un passo dall’assedio di Stalingrado, città che come la sinagoga degli zingari sembra più un sogno o meglio un incubo irraggiungibile. Si può dire che l’esercito di Hitler fu sconfitto sul campo russo, che fu già fatale a Napoleone?

Certo, l’esercito tedesco, analogamente a quello napoleonico, fu sconfitto da un insieme di fattori che nel corso di qualche mese si rivelarono decisivi. Cito i principali: condizioni climatiche estreme, eccessivo allungamento delle linee di rifornimento, scarsa conoscenza della reale consistenza delle forze nemiche. Un altro fattore che si rivelò funesto per le fortune tedesche a Stalingrado fu la scarsissima capacità strategica e l’imperdonabile irresolutezza di Paulus, comandante in capo della VI Armata. Persona sbagliata al posto sbagliato nel momento sbagliato, commise errori su errori, si rifiutò di disobbedire agli ordini hitleriani di tenere la città a ogni costo, precludendosi così ogni via di fuga dalla Sacca quando era ancora possibile, e condannando a morte (o nei migliori dei casi alla prigionia) centinaia di migliaia dei suoi sottoposti.

La campagna di Russia fu devastante sia per i tedeschi che per i suoi alleati, come ti sei documentata?

Be’, il lavoro di ricerca è stato estremamente complesso. È durato quasi due anni e ho dovuto impiegare parecchie lingue per impadronirmi delle fonti primarie e secondarie: non solo italiano, ma anche inglese, tedesco, russo, romeno e francese. In proposito, mi permetto di citare quel che ho scritto nella nota finale al romanzo:

“Nel corso di più di un settantennio, innumerevoli storici, analisti, saggisti e romanzieri hanno scritto decine di migliaia di pagine sulla battaglia di Stalingrado, tra i punti di svolta della Seconda guerra mondiale e tragedia umana di proporzioni apocalittiche (oltre un milione di perdite tra morti, dispersi e prigionieri). Talvolta la ricostruzione di quei drammatici giorni non è andata esente da errori materiali, distorsioni propagandistiche e grossolane manipolazioni ex post, sia da parte tedesca che da parte sovietica. Attraverso il dipanarsi dell’intreccio giallo, quello che ho cercato di restituire ne La sinagoga degli zingari, grazie all’analisi di un’amplissima messe di fonti primarie e secondarie, è esattamente il contrario: un ritratto realistico, credibile e antiretorico – giacché esiste, assai discutibilmente, sia la retorica della vittoria che quella della sconfitta – di uno degli eventi nel contempo più sanguinosi e tragicamente assurdi del Secondo conflitto mondiale. Naturalmente non spetta a me stabilire di esserci riuscita, bensì, come sempre, a chiunque abbia avuto, o avrà, la bontà di leggermi. Ciò premesso, devo tuttavia assolvere al piacevole obbligo di ringraziare una serie di amici, storici e cultori di discipline militari che ho letteralmente scomodato ai quattro angoli del mondo, dall’Italia alla Federazione Russa, dalla Germania all’Australia, subissandoli di domande, interrogativi e richieste di chiarimenti…”

Ho avuto modo di sfogliare Unternehmen Barbarossa im Bild: Der Russlandkrieg fotografiert von Soldaten di Paul Carell e mi ha colpito davvero la piccolezza dell’uomo paragonato ai grandi spazi della campagna russa. Hai visto anche tu questo albo fotografico? Altre documentazioni fotografiche?

Sì, conosco il testo che citi. Ma a parte Carell, ho esaminato letteralmente migliaia di foto (e qualche decina di filmati), nel tentativo di ricostruire con la più grande esattezza possibile gli ambienti, gli uomini e il territorio che ha fatto da sfondo alla battaglia di Stalingrado. Da questo punto di vista, si sono rivelati molto utili gli archivi fotografici dell’attuale esercito tedesco. Peraltro, non mancano neppure copiose raccolte di fotografie gestite da privati. Ho cercato di mettere a buon frutto entrambe queste fonti.

A Bora viene dato l’incarico di scoprire il destino di due coniugi romeni, scienziati con importanti studi sull’atomo, colleghi di Fermi e Majorana. Se Hitler fosse arrivato per primo ai progetti di una bomba atomica, secondo te saremmo ancora qui? L’umanità sarebbe sopravvissuta?

Quella della bomba atomica di Hitler è una delle tante leggende sinistramente suggestive della Seconda guerra mondiale, ma la realtà storica è ben diversa, e, se vogliamo, più banale. Infatti, anche se il Reich poteva avvalersi di fisici del calibro di Heisenberg, alla Germania mancavano tuttavia sia le materie prime (uranio-plutonio in quantità sufficiente e acqua pesante per un reattore), sia le competenze ingegneristiche per assemblare un congegno atomico che fosse davvero in grado di fare il suo apocalittico lavoro. Né va dimenticato che Hitler credeva assai poco nell’arma nucleare; preferiva affidarsi alle V-1 / V-2 e ai caccia a reazione.

Un doppio mistero: un’indagine poliziesca, con le sue ripercussioni politiche, economiche, morali, e un’indagine nell’animo e nel subconscio di Bora. Ce ne vuoi parlare?

Come sempre nel ciclo di Martin Bora, all’indagine su un caso criminale si accompagna un’esplorazione dell’interiorità del protagonista. Ne La sinagoga degli zingari Bora, in maniera inaspettata, si ritrova a fare i conti con alcuni fantasmi del suo passato, a partire dall’ingombrante figura del suo padre naturale, tanto più presente nella sua anima quanto più è restato assente nella sua vita. E poi c’è la componente psicologica legata al durissimo assedio di Stalingrado, che progressivamente porta Bora sull’orlo della follia, mentre i suoi compagni cadono uno dopo l’altro, le condizioni climatiche si fanno sempre più proibitive, e ogni ragionevole speranza di salvezza sembra svanire grazie alle indecisioni di Paulus. Così, fuggire da Stalingrado e risolvere il doppio caso di omicidio che mesi prima gli era stato affidato, significa per Bora non solo sciogliere un mistero, ma anche e soprattutto ricostituire la sua identità psichica, ricomporre le tessere del suo mondo interiore, sopravvivere al trauma e ritrovare una ragione per andare avanti. Anche se certe ferite interiori legate a quell’esperienza allucinante non si rimargineranno mai del tutto.

In questi giorni sto leggendo in occasione de Il Giorno della Memoria, Il vescovo che disse “no” a Hitler di Gunter Beaugrand, sulla vita e il pensiero di Clemens August von Galen, come Bora nobile, cattolico, strenuo oppositore del nazismo. Hai pensato di farlo diventare un personaggio dei tuoi romanzi, magari coinvolto con Bora in qualche indagine?

Non lo escludo affatto!

Grazie, della disponibilità e per il tempo che mi hai dedicato, a rileggerti presto.

:: Martti Haavio (Temmes, 1889 – Helsinki, 1971)

22 gennaio 2022 by

Ricorre oggi l’anniversario della nascita di Martti Haavio (Temmes, 1889 – Helsinki, 1971), una tra le figure di maggior spicco nel panorama accademico finlandese del Novecento. Studioso di mitologia e folklore, storico delle religioni, poeta sotto lo pseudonimo di P. Mustapää, membro del movimento letterario Tulenkantajat, durante la sua lunga carriera si è occupato del rapporto tra mitologia e tradizione orale baltofinnica affrontandone i nodi irrisolti con un approccio fenomenologico e comparativistico.

Sulle spedizioni vichinghe in Occidente sappiamo molto, ma è meno noto quanto le rotte verso le terre più estreme e arcane del Settentrione abbiano nei secoli catturato l’interesse e stimolato la fantasia degli scandinavi e di tutti i viaggiatori. Nell’890 l’avventuriero norvegese Óttar consegnò a re Alfredo il Grande le proprie memorie: con la nave e il suo equipaggio l’esploratore, costeggiando il Finnmark, era giunto al Mar Bianco, presumibilmente fino alla foce della Dvina Settentrionale, dove aveva visto coste sorprendentemente prospere e terre mirabilmente coltivate, ed era entrato in contatto con i Beormas, popolo «tanto ostile quanto civile» che parlava una lingua affine a quella dei vicini lapponi.

Partito dalla sua terra, il Hålogaland, Óttarr aveva costeggiato il Finnmark fino alla penisola di Kola, raggiungendo il Mar Bianco. Facendo vela verso sud, aveva lambito le terre dei terfinni di Kola, ovvero dei sámi di Ter (o lapponi di Turja), e il maestrale lo aveva condotto fino alla foce del «grande fiumeǧ dove aveva incontrato i biarmi con le loro «terre ben coltivate». Probabilmente, per il tramite di un interprete, Óttarr era riuscito a comunicare con loro. Gli avevano rivelato alcuni dettagli sulla loro terra e su quelle vicine, ma Óttarr non aveva riferito a Ælfrēd il contenuto dei racconti e, come ha osservato amaramente Kaarle Krohn, «a causa della sua spiccata laconicità ci sono negate importantissime informazioni sulle condizioni di vita dei nostri avi».

In un’epoca nella quale mito, desiderio di scoperta e interesse economico si tendevano la mano, il cosiddetto Bjarmaland divenne presto una meta ambita per pionieri, mercanti e predoni. Starkaðr gamli, Ragnar loðbrókr, Þorir hundr sono solo alcuni degli avventurieri che partirono per il nord, accecati dalla ricchezze dei finni d’Iperborea”.

Il tema della Biarmia, terra periferica e impenetrabile, eppure crocevia di culture, imperi e qanati, mercato fiorente, regno dalle ricchezze immaginifiche o mondo popolato da giganti e creature infere, ha attraversato tutto il Medioevo affascinando storici come Adamo di Brema e Sassone Grammatico, impreziosendo le topografie dei cicli scaldici, ma lasciando tuttavia irrisolte alcune questioni: a quale ceppo appartenevano i suoi misteriosi abitanti? Quale forma di civiltà avevano istituito e quale religione praticavano? La Biarmia storica era dunque la Pohjola dai mille tesori, il mitico “regno del Nord” dei cicli epici baltofinnici, reso celebre dal Kalevala?

:: 1952-2022: Urania, 70 anni di fantascienza a cura di Emilio Patavini

22 gennaio 2022 by

Fondata nel 1952 da Giorgio Monicelli – fratellastro del regista Mario e nipote di Arnoldo Mondadori, nonché ideatore della parola “fantascienza” (calco dall’inglese science fiction) –, Urania è la più longeva collana italiana di fantascienza. Per celebrare i suoi 70 anni di vita è stato annunciato l’arrivo nelle edicole di una nuova collana intitolata “Urania: 70 anni di futuro”, che verrà distribuita a cadenza settimanale dal Corriere della Sera e dalla Gazzetta dello Sport. Sono previste 25 uscite, a partire dal 2 febbraio, con le copertine illustrate da Franco Brambilla e contraddistinte dall’iconico cerchio rosso. L’intento, scrive l’editor Franco Forte sul blog di Urania, è quello di «uscire dai confini del genere per proporsi al pubblico più ampio che si interessa magari anche solo marginalmente alla fantascienza».

La prima uscita ricalca il primo volume de I Romanzi di Urania, perché si tratta de Le sabbie di Marte di Arthur C. Clarke, seguono opere di autori classici (Isaac Asimov, Ray Bradbury, William Gibson, Richard Matheson, Clifford D. Simak, Matthew P. Shiel, Robert Sheckley, per citarne alcuni) e contemporanei (come N.K. Jemisin, Nnedi Okorafor, Chen Qiufan, Ian McDonald e Neal Stephenson), tra cui anche due scrittori italiani (Valerio Evangelisti e Massimo Mongai).

:: Anatomia del potere. ORGIA, PORCILE, CALDERÓN Pasolini drammaturgo vs. Pasolini filosofo di Georgios Katsantonis (Metauro Edizioni 2021) a cura di Nicola Vacca

19 gennaio 2022 by

Si parlerà molto di Pier Paolo Pasolini nel centenario della sua nascita che cade quest’anno. Molte saranno le pubblicazioni che gli saranno dedicate.

Lo scorso anno è uscito un saggio interessante che prende in esame l’attività di Pasolini drammaturgo.

Anatomia del potere. Orgia, Porcile e Calderón. Pasolini drammaturgo vs. Pasolini filosofo è uno scavo monografico intorno al nodo tematico e problematico del potere che prende in esame tre opere importanti dello scrittore friulano.

L’autore è Georgios Katsantonis, studioso di teatro e letteratura. Le tre opere selezionate in questo saggio illustrano un tentativo di lettura del potere nelle varie declinazioni simboliche: l’erotizzazione del fascismo (Orgia), la fine della Polis (Porcile), la trasformazione della società in un universo concentrazionario (Calderón).

Katsantonis mette in evidenza la concezione filosofica e l’impegno politico di Pasolini drammaturgo, la cui intensa attività è stata profetica per il nostro contemporaneo.

Con questi tre scavi monografici l’autore si prefigge lo scopo, usando approfonditi modelli comparatistici, di entrare nella parte speculativa più intima dell’attività filosofica della drammaturgia pasoliniana attraverso l’analisi di tre opere fondamentali che più di tutte rappresentano lo scrittore corsaro.

Orgia, Porcile e Calderón con le loro trame che si intrecciano per raccontare la violenza della storia, la depravazione del potere, la dissoluzione del corpo, la distruzione del tempo.

Anatomia del potere è un saggio che approfondisce il lato fertile e profetico del Pasolini drammaturgo e coglie i punti rilevanti della sua filosofia che va in scena come una profezia con cui noi contemporanei dobbiamo ancora fare i conti.

Katsantonis con questo libro si sofferma su un segmento specifico dell’opera di Pier Paolo Pasolini, la sua passione per la drammaturgia attraverso la quale con incisività pensante e filosofica è riuscito a leggere il quadro apocalittico del nostro tempo.

Georgios Katsantonis è studioso di teatro e letteratura. Si è laureato in Studi Teatrali presso l’Università di Patrasso (Grecia) e ha conseguito il Master in Letteratura, Scrittura e Critica teatrale presso l’Università degli Studi di Napoli Federico II. Ha poi conseguito il dottorato di ricerca in Letterature e Filologie Moderne con lode presso la Scuola Normale Superiore di Pisa. Ha tenuto conferenze in molti Atenei e Istituzioni italiane ed internazionali. Nel 2017 ha vinto il premio Nicoletta Quinto della Fondazione Premio Internazionale Galileo Galilei di Pisa, dedicato a giovani studiosi stranieri che si sono distinti nel campo degli Studi sulla cultura italiana. Georgios Katsantonis è anche vincitore della 37° edizione del Premio Pier Paolo Pasolini con la motivazione: “La ricerca presenta un notevole spessore culturale, riesce a far interagire senza forzature le teorie di Deleuze sul masochismo, il pensiero femminista, le riflessioni di Spinoza sul potere; e fa un confronto non scontato e del tutto nuovo con l’opera di Strindberg; e infine offre una traduzione in greco moderno di Orgia, un’operazione di sicuro da apprezzare.”