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:: L’inganno delle tenebre di Jean-Christophe Grangé (Garzanti 2017)

19 novembre 2017

Concludiamo oggi il blogtour dedicato a L’inganno delle tenebre come promesso con la pubblicazione delle nostre recensioni. Su ogni blog partecipante troverete infatti la rispettiva recensione (Le parole segrete dei libri, The Mad Otter, Il mondo di sopra, La viaggiatrice pigra, Nali’s Shelter). Spero abbiate apprezzato il nostro lavoro, è stato impegnativo, ma ci ha dato grandi soddisfazioni. Buona lettura! 

l'inganno delle tenebre

Seguito de Il rituale del male, L’inganno delle tenebre (Congo Requiem, 2017) ci riporta nell’ universo noir creato da Jean- Christophe Grangé, un universo parallelo, ma non tanto lontano da quello reale, da quello in cui viviamo ogni giorno, sebbene naturalmente fatti e circostanze non rispecchiano necessariamente comportamenti e accadimenti davvero successi. Ma chi può dirlo? Molto spesso la fantasia è più reale delle realtà.
Questi due romanzi, che andrebbero letti nell’ ordine per una comprensione più completa della trama e per godere dei depistaggi, delle Fatemorgane che l’autore crea facendoti credere una cosa, dandoti false sicurezze, per poi ribaltare anche radicalmente la situazione, è in tutto un’ opera mammut di 1600 pagine, la creazione letteraria più ambiziosa e complessa di Grangé.
Un’ eccellenza nel particolare genere thriller, che coniuga gli eccessi dell’ horror, le sottigliezze del romanzo psicologico, e la fantascienza (perlomeno medica) e la fantapolitica.
Jean- Christophe Grangé non ha paura di osare, di esagerare, di seminare improbabili coincidenze, di frastornarti coi colpi di scena, anche un po’ kitsch, di giocare con la tua credulità e di sedurti con riflessioni anche profonde su considerazioni storiche, sociali o geopolitiche.
L’Africa di Grangé, che in questo romanzo ha un ruolo centrale perlomeno nella prima parte, terra di una bellezza mozzafiato e nello stesso tempo di corruzione, avidità, traffici illeciti, schiavismo, malattie, guerre, superstizioni, riti ancestrali, crudeltà inenarrabili, forse non è l’Africa reale, ma si avvicina alla percezione che un’ occidentale consapevole e informato ha di quel paese, vessato, derubato e martoriato da anni e anni di colonialismo bianco.
Grangé non edulcora la realtà, la rapacità e l’istinto predatorio di un Morvain rispecchiano davvero quello di tante società private, che si spartiscono quelle terre con la complicità più o meno manifesta delle autorità locali. E poi gli scontri etnici, tribali, le guerre devastanti più o meno pilotate, sempre funzionali alla spartizione di materie prime (diamanti, petrolio, uranio, coltan), alla diffusione dei lucrosissimi traffici d’armi, all’ottenimento del potere, sempre funzionale all’ ottenimento di denaro. Il dio moderno che sembra venerato da tutti, qualsiasi sia il credo politico, il colore della pelle, la mentalità, l’ideologia.
E poi c’è la follia, la variabile impazzita, che stravolge tutte le regole, che aggiunge alla violenza predatoria caratteristiche allucinate. Si può uccidere per vendetta, e tutto il romanzo è una grande storia di vendetta, di un folle e impasticcato conte di Montecristo contro una famiglia, un clan i Morvain. Fino alle pagine finali non scopriremo chi muove davvero le fila di tutto ciò, non scopriremo se davvero l’Uomo Chiodo è vivo ed è tornato. Non scopriremo che anche i personaggi più insospettabili sono capaci di uccidere, e nascondono segreti che non possono essere sepolti con loro.
Se amate il genere, una lettura da non perdere, l’horror thriller al suo meglio, di un autore europeo ben poco convenzionale, ben poco politicamente corretto, che fa risolvere il caso (perchè infondo è un’ indagine poliziesca) al personaggio più improbabile, che del clan Morvain fa sopravvivere pochi personaggi, sovvertendo la legge principale e implicita del thriller che prevede che di norma i personaggi principali non dovrebbero morire. Ma Grangè accentua il realismo, esagerandolo, descrivendo minuziosamente i particolari, anche i più sordidi. E lasciando nella mente del lettore l’eco di Gregoire Morvan che nella foresta africana si trova ad avere a che fare con un ragazzo della sua comitiva con la gamba in cancrena, prossimo alla morte. E senza un attimo di esitazione l’uccide, perché non rallenti la sua marcia. E poi si trova gli occhi pieni di lacrime, non per il gesto compiuto, per la pietà umana che non prova, ma per sé stesso. Traduzione dal francese di Paolo Lucca.

Jean-Christophe Grangé è autore di romanzi di grandissimo successo che hanno ampliato i confini del thriller tradizionale: Il volo delle cicogne, I fiumi di porpora, Il concilio di pietra, L’impero dei lupi, La linea nera, Il giuramento, Miserere, L’istinto del sangue. I suoi libri, tradotti in tutto il mondo e venduti in milioni di copie, sono pubblicati in Italia da Garzanti. Spesso sono stati portati sul grande schermo, e I fiumi di porpora ha vinto il premio Grinzane Cinema 2007 per il miglior libro da cui è stato tratto un film.

Source: libro inviato dall’editore. Ringraziamo Giulia dell’ Ufficio Stampa Garzanti.

:: Mrs Dalloway di Virginia Woolf (Newton Compton 1992) a cura di Giulietta Iannone

18 novembre 2017

mrs-dallowayChe sciocchi che siamo, pensò attraversando Victoria Street. Lo sa il cielo soltanto difatti perché la si ama sì tanto, ciascuno a suo modo, la vita, inventandosela magari, costruendola ciascuno intorno a sé, disfacendola e creandola daccapo ogni momento; anche le persone sciatte e insulse, persino i più miseri degli sventurati che siedono là sulle soglie (e bevono alla loro perdizione) si comportano allo stesso modo; non si può porre rimedio – Clarissa ne era certa – mediante Leggi dello Stato, per questa semplicissima ragione: tutti amano la vita. Negli occhi della gente, nel ciondolare, nell’andar vagabondando, nell’andare a fatica; nel frastuono e nel fragore; tra carrozze e automobili e omnibus e furgoni e uomini-sandwich dal passo strascicato e dondolante; bande musicali; organetti di Barberia; nel trionfale metallico ronzio e nella strana alta canorità di un aeroplano, lassù, era ciò che’essa amava: la vita; Londra; quel momento del mese di giugno. (p. 24).

Se Leopold Bloom è la proiezione maschile del tanto decantato flusso di coscienza, punto di forza della scrittura sperimentale del Primo Novecento, Mrs Dalloway ne è senza dubbio il corrispondente femminile.
Non certo solo Joyce e la Woolf usarono lo stream of consciousness, ma ben pochi scrittori lo fecero in modo così estremo e totalizzante, la Woolf ancora più dolorosamente di Joyce, se vogliamo. Come la Mansfield, grande amica della Woolf, ho molto amato Joyce e non vi ho mai riscontrato le accuse di oscenità che la Woolf vi imputava, ciò nonostante è indubbio che abbiamo davanti due geni e sensibilità differenti, a prescindere dal genere (maschile e femminile) a cui appartenevano.
E non mi riferisco neanche solo ai disturbi mentali di cui la Woolf soffrì tra allucinazioni, crisi depressive e impulsi suicidi. [È cosa nota che la Woolf finì i suoi giorni affogandosi nel fiume Ouse, nel 1941, all’età di 59 anni (relativamente ancora giovane), non sopportando più la perdita della lucidità].
È difficile non amare incondizionatamente Virginia Woolf, il suo spirito arguto, il suo femminismo fuori tempo, il suo antifascismo ostinato, il suo essere madre e spirito guida di generazioni di scrittrici incuranti di mode e pregiudizi.
Se Mrs Dalloway non è giudicato dalla critica il suo capolavoro, parole ben più calorose sono tributate per il suo To the Lighthouse (Gita al faro); è difficile non ravvisarne l’unicità, la grazia, l’ eleganza, la bellezza, tutte doti che la Woolf aveva in grande quantità, quasi a riequilibrare i debiti di sofferenza che aveva col destino.
Mrs Dalloway è un canto in cui la Woolf celebra il suo amore per la vita e lo fa in modo assoluto e del tutto personale, nonostante gli impulsi di morte che non riesce a sopprimere del tutto e circoscrive in un solo personaggio, per giunta maschile, sono gli uomini del suo tempo che governano il mondo, che causano e decidono le guerre, sarà il giovane Septimus Warren Smith, veterano della Prima Guerra Mondiale a morire suicida, lanciandosi da un balcone sotto gli occhi della moglie italiana.
Mrs Dalloway sopravvive (a sé stessa, alla società, alla vita stessa), organizza il suo sontuoso ricevimento (ci sarà come ospite un Primo Ministro), celebra la felicità (forse futile e inconsistente) da aristocratica gran dama dell’alta borghesia di Londra di inizio Novecento. Quello che Joyce ideò per Dublino (il labirinto), lei lo fece con voluttuoso sfarzo per Londra (l’ostrica). Tutto in un giorno (di giugno). Un’altra corrispondenza.
Una differente prospettiva, differenti motivazioni. Mrs Dalloway uscì nel 1925, l’Ulisse di Joyce uscì a Parigi qualche anno prima, nel ’22, e siamo sicuri che lo lesse, la stessa Mansfield glielo portò sicura di fare dono all’amica di un capolavoro.
La Woolf lo detestò visceralmente, come destava la psicanalisi, come detestava la letteratura ottocentesca d’epoca vittoriana e il suo freddo senso del concreto. Ma adorava Tolstòj e i romanzieri russi per le loro doti introspettive, non lontane da quelle che anch’essa desiderava avere, che le permettevano di parlare dei sogni, dei ricordi, delle delusioni, delle speranze dei suoi personaggi, un tessuto lieve come la tela di un ragno, fatto appunto di impalpabili suggestioni più che di certezze o verità incontestabili.
Se Mrs Dalloway sia una donna felice («Dimmi» le chiese, afferrandola per le spalle. «Sei felice, Clarissa…?») è una domanda a cui è piuttosto difficile rispondere. Clarissa è una donna razionale, integrata, forse qualunquista, (Miss Kilman ne fa un ritratto ben impietoso),  che sente che la vecchiaia avanza, toccata dalla malattia, irrimediabilmente sola o meglio solitaria, non ostante il successo sociale e la ricchezza che indossa con disinvoltura come un abito da sera luccicante.
Che il suo mondo sia vuoto, che l’amore per il marito sia forse solo fatto di convenzioni,  che la ricchezza non compri le cose più preziose, non fermi il tempo, non allontani la sofferenza e la solitudine, poco importa, l’attaccamento alla vita resta intatto, festoso, credibile.
La bellezza di questo romanzo sta nei particolari, nelle piccole cose, la lingua inglese forse più di quella italiana è capace di celebrare la quotidianità, l’abitudine. Se avrete modo di comparare testo originale e traduzioni, ce ne sono varie e bellissime, forse la migliore è quella di Anna Nadotti, vi accorgerete di questa strana alchimia e senso di meraviglia, io ho scelto la traduzione di un uomo, per giocare coi contrasti, non credendo fino in fondo che la letteratura abbia un sesso, una generalità, non ostante i fatti mi smentiscano la Woolf è indubbiamente uno spirito femminile, anche quando ci gioca su queste ambivalenze come nell’Orlando.
Mrs Dalloway più che lo specchio della Woolf lo paragonerei al ritratto di una figura femminile ibrida, sebbene è indubbio che attinse al suo vissuto per delinearne i caratteri almeno esteriori e sociali. La Woolf amava venare le sue opere di rimandi chiari solo a lei stessa quindi non lo sapremo mai, quasi che scrivesse più per sé che per i lettori, rendendo il lavoro dei critici ostico e forse quasi inutile o perlomeno ininfluente.
Dire qualcosa di nuovo su Mrs Dalloway è praticamente impossibile, generazioni di critici hanno esaminato il testo quasi sotto la lente di ingrandimento. È un testo che si studia a scuola, già alle scuole superiori. Rileggendomi mi sembra di sentire cose già dette, forse anche meglio, da altri, ma ci tenevo a parlare di questo libro, che ha forgiato generazioni di ragazze dimostrandogli che tutto nella vita è possibile, che il talento trova sempre la sua strada, che leggere libri è un’esperienza che rende davvero liberi.
E che ognuno ha il diritto di vedere le cose con i suoi occhi, non c’è niente di giusto o di sbagliato. Questa è la mia interpretazione, la mia Mrs Dalloway, tocca a voi (lettori) scoprire la vostra.

Virginia Woolf nacque a Londra nel 1882. Figlia di un critico famoso, crebbe in un ambiente letterario certamente stimolante. Fu a capo del gruppo di Bloomsbury, circolo culturale progressista che prendeva il nome dal quartiere londinese. Con il marito fondò nel 1917 la casa editrice Hogarth Press. Grande estimatrice dell’opera di Proust, divenne presto uno dei nomi più rilevanti della narrativa inglese del primo Novecento. Morì suicida nel 1941. La Newton Compton ha pubblicato Gita al faro, Una stanza tutta per sé, Mrs Dalloway, Orlando, Notte e giorno, La crociera, Tutti i racconti e il volume unico Tutti i romanzi.

Nota: edizione considerata Mrs Dalloway, Newton Compton 1992, Introduzione di Armanda Guiducci, Postafazione di Pietro Meneghelli, Traduzione di Pier Francesco Paolini.

Source: acquisto personale.

Pubblicato per la prima volta su Poetarum Silva.

:: Il drago verde di Scarlett Thomas (Newton Compton 2017) a cura di Elena Romanello

17 novembre 2017

drago verde ThomasScarlett Thomas si è già fatta conoscere dal pubblico italiano con i suoi romanzi rivolti ad un pubblico adulto, arguti e interessanti, sospesi tra realtà e fantasia, tutti editi da Newton Compton.
Adesso arriva il primo libro di una sua nuova serie, Il drago verde, nominalmente rivolto a un pubblico di ragazzi ma in realtà piacevolissimo e divertente a qualsiasi età, con echi sì come qualcuno ha detto della Rowling e di Harry Potter, ma soprattutto di Philip Pullman.
In una Gran Bretagna alternativa vive Effie Truelove, ragazzina che studia all’Accademia Tusitala per Ragazzi Dotati, Problematici e Bizzarri, posto non certo idilliaco, anzi accoglie gli spostati della società. Inoltre l’Accademia è un edificio strano e misterioso, anche un po’ macabro, dominato da un’insegnante terribile che fa venire gli incubi ai suoi studenti, Effie in testa.
Effie sa che esiste la magia, lei stessa sente che non le è estranea, ma suo nonno Griffin non vuole parlarle di quello né insegnarle nulla, anche se sembra saperne molto. Un giorno il nonno rimane vittima di un’aggressione e finisce gravissimo in ospedale: Effie deve occupari della sua preziosa biblioteca, che l’ha sempre affascinata, ma trova sulla sua strada un oscuro collezionista di libri antichi che si prende tutti i libri, tranne uno. Effie entra tramite l’unico volume rimasto in un mondo alternativo, magico e pericoloso, dominato da draghi e creature fantastiche, dove però c’è la Diberi, un’organizzazione segreta che vuole distruggere l’umanità in questa dimensione. Effie dovrà chiedere aiuto ad alcuni suoi amici, in un’avventura che sarà comunque la prima di molte.
Ci sono anche echi di Michael Ende e Lewis Carroll e della sua Alice, una delle prime icone del fantasy moderno, nelle pagine di un libro ironico, che capovolge archetipi e anche stereotipi del genere, presentando una nuova figura di eroina simpatica e un po’ pasticciona, senza essere scontata e stucchevole, e un nuovo paese delle meraviglie sospeso tra incanto, paura e risate.
Il drago verde si rivela quindi un’avventura per tutte le età, per i più giovani e per chi ha già apprezzato Scarlett Thomas in altre vesti, oltre che per tutti i cultori del fantasy, in attesa spasmodica ovviamente del secondo capitolo.

Scarlett Thomas è nata a Londra nel 1972. Insegna scrittura creativa presso la University of Kent e collabora con diverse testate giornalistiche. Nel 2001 l’Independent on Sunday l’ha segnalata tra i venti migliori giovani scrittori britannici. È stata candidata al premio Orange e al South African Boeke Prize e i suoi libri sono stati tradotti in più di venti lingue. La Newton Compton ha pubblicato Che fine ha fatto Mr Y.; PopCo; L’isola dei segreti; Il nostro tragico universo; Il giro più pazzo del mondo e Il messaggio segreto delle foglie, tutti accolti con grande favore dal pubblico e dalla critica.

Source: acquisto personale del recensore.

:: Grace Kelly – La principessa americana di Robert Lacey (Frassinelli 2014) a cura di Marcello Caccialanza

17 novembre 2017

Grace Kelly LaceyUna biografia illuminata di un personaggio molto amato ed imitato, scritta con grande onestà intellettuale e dovizia di particolari, dallo scrittore Robert Lacey, autore di best-seller biografici di grande impatto, tra quali ricordiamo quelli dedicati alla famiglia Ford e alla Casa reale Inglese.
Un libro, questo, che ha il grande merito di sfatare una volta per tutte la melensa favola di una Grace serena e felice nelle sue mansioni di madre, di moglie e di regnante. Insomma il ritratto sbiadito di una donna falsamente in pace con sé stessa e con il mondo circostante!
Grace Kelly in una sua intervista – come puntualizza lo stesso Lacey – aveva candidamente ammesso di quanto le piacesse fingere nella vita. Partendo da questo presupposto si avvince di come lo scrittore abbia deciso di presentarci una figura dalla malinconica complessità, non un’entità; ma un garbato camaleonte in grado di indossare mille maschere e più, a seconda del momento e dell’opportunità.
Chi era dunque Grace? La figlia sottomessa di Jack Kelly, l’eroe sportivo e vanesio di Filadelfia; oppure l’attrice giovane e bella che si era imposta più per il suo temperamento che per il suo talento? Era l’incarnazione rassicurante della bellezza americana anni 50; o la cacciatrice di uomini?
Robert Lacey tenta quindi, dopo due anni di intense ricerche e di numerose interviste ad amici e colleghi della diva, di presentare all’opinione pubblica un’immagine della Kelly il più possibile rispondente alla verità.
La sua sapiente penna tratteggia dunque una donna che aveva avuto il coraggio di assecondare i suoi sogni; o per lo meno di fingere di averli realizzati, nel momento in cui questi avevano così lasciato il posto alla più cruda realtà.
Dietro il sorriso della bionda Grace, che aveva fatto girare la testa seducendo generazioni intere di fan in delirio, si nascondevano insospettabili ombre, ferite e vite segrete.
Vite segrete che la facevano dolcemente scivolare in quelle centinaia di ruoli sfatti, che lentamente la vedevano sempre più precipitare in una pericolosa incomunicabilità con se stessa.
Fu madre affettuosa che troppo aveva concesso ai propri figli; ma anche moglie prigioniera di un matrimonio infelice. Incarnò la diva dal fascino glaciale, capace, grazie ai suoi capricci, di tenere in ostaggio i più grandi produttori di Hollywood. Si vestì anche con la pelle dell’eterna bambina incapace di difendere i propri amori (come Clarke Gable o William Holden) d’innanzi ai fastidiosi veti degli ingombranti genitori.
L’unica persona, che aveva saputo veramente leggere dietro le innumerevoli maschere di Grace, fu il suo amato mentore, nonché maestro, l’onnipresente Alfred Hitchcock che in più di un’occasione l’aveva definita “ vulcano dalla cima innevata.”
Vale la pena di leggere questa biografia di Lacey, perché nell’ultima parte l’autore inserisce anche un’assai minuziosa ricostruzione dell’incidente automobilistico che, negli anni ottanta, aveva fatto in modo di chiudere per sempre il sipario sulla Ragazza di Filadelfia.

Robert Lacey, inglese di origine ma residente in Florida, ha studiato al Selwyn College di Cambridge prima di diventare uno storico specialista in best seller biografici. Si è dedicato, fra l’altro, alla vita del magnate dell’industria automobilistica Henry Ford e alla storia della famiglia reale britannica.

Source:  libro del recensore.

:: The Beatles di Mick Manning e Brita Granström (Gallucci 2017) a cura di Viviana Filippini

16 novembre 2017

Beatles

John, Paul, George e Ringo sono quattro ragazzi di Liverpool che hanno rivoluzionato e cambiato per sempre la musica, e non solo a dire il vero. I quattro giovani sono i protagonisti del libro per bambini “The Beatles” di Mick Manning e Brita Granström, edito da Gallucci. Le 48 pagine tradotte da Franco Nasi, si addentrano nel mondo dei fabfour con l’intento di narrare ai piccoli lettori come quattro amici riuscirono a fare della loro passione per la musica un vero e proprio lavoro. I due autori (marito e moglie) raccontano l’infanzia dei protagonisti concentrandosi in modo particolare sulla vita non facile di John, del suo essere allo stesso tempo, molto sensibile e irrequieto, e non a caso già nel passeggino il piccolo Lennon amava scuotersi e urlare.

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Accanto a lui, Paul McCartney, da tutti soprannominato “il secchione”, per la sua necessità di fare le cose sempre al meglio. Sul loro cammino arriverà poi il timido George Harrison e, ultimo entrato nella band, Ringo Star. Quattro tessere che andranno a comporre il perfetto puzzle di una delle più importanti band del panorama musicale della seconda metà del 1900: The Beatles. Pagina dopo pagina, gli autori e illustratori raccontano le prime esperienze della band, nel locale noto a tutti con il nome di Cavern Club, la successiva esplosione della Beatlemania con la quale orde di ragazze, e ragazzi, impazzivano nel sentire la musica del gruppo.

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Non solo, poiché chi leggerà “The Beatles” (bambini e anche adulti direi) conoscerà gli album, i film e i diversi tour che per tempo videro impegnati in lungo e in largo per il mondo i ragazzi di Liverpool, per i quali si deve ricordare anche il profondo impegno per la pace, che ognuno di loro mise in atto. “The Beatles” di Mick Manning e Brita Granström, è un viaggio nel passato, dentro ad un mondo di colori, suoni e sentimenti che permisero a John, Paul, George e Ringo di cambiare per sempre le loro vite e il panorama musicale a livello mondiale. Oggi come ieri, noi ascoltiamo ancora la musica dei Beatles, perché quei quattro amici, senza tutte le tecnologie di oggi, riuscirono davvero a fare – e a cantate- una grande Revolution! Traduzione di Franco Nasi.

Mick Manning vive e lavora in Inghilterra insieme alla moglie, Brita Granström. Mick e Brita hanno firmato in coppia più di una dozzina di libri, dividendosi testi e disegni. Con il loro stile unico e originale hanno ottenuto numerosi riconoscimenti, tra cui il premio Smarties Silver e il TES Award nel 1997 per il miglior libro di informazione per ragazzi. Insieme hanno scritto e illustrato storie su personaggi notevoli, come nel loro The Beatles, dedicato ai Fab Four e pubblicato in queste stesse edizioni.

Brita Granström vive in Inghilterra insieme al marito, Mick Manning, e ai loro figli. Mick e Brita hanno firmato in coppia più di una dozzina di libri, dividendosi testi e disegni. Con il loro stile unico e originale hanno ottenuto numerosi riconoscimenti, tra cui il premio Smarties Silver e il TES Award nel 1997 per il miglior libro di informazione per ragazzi. Insieme hanno scritto e illustrato storie su personaggi notevoli, come nel loro The Beatles, dedicato ai Fab Four e pubblicato in queste stesse edizioni.

Source: pdf inviato dall’editore al recensore. Ringraziamo Marina dell’ Ufficio Stampa “Gallucci”.

:: I blogger se contattati per una recensione a richiesta devono essere pagati?

16 novembre 2017

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Si è discusso parecchio in questi giorni sui vari social sulla liceità per un blogger di essere pagato per scrivere recensioni. Chiariamo subito gli influencer sono pagati per scrivere recensioni: hanno tariffari, a volte pubblici, sui loro siti, di norma i più seguiti chiedono dalle 100 Euro in su a seconda del tempo, dell’ impegno, della difficoltà, e della loro autorevolezza e visibilità. Ma i blogger, che non muovono quei numeri di follower, che hanno anche solo un piccolo spazio (magari certo ben frequentato), possono farlo? E soprattutto si può chiedere un compenso per una recensione letteraria? Concordiamo tutti sul fatto che sia una forma di recensione particolare, con competenze specifiche, ben diversa dalla recensione che so di uno spazzolino da denti o di un olio dopo bagno. Con tutto il rispetto per i recensori di questi prodotti, ma insomma ci siamo capiti, le cose sono diverse.

E’ opinione comune che non si fa. Perché? Perché no. Perché chi lo ammette in pubblico rischia la gogna mediatica, come la blogger che nei giorni scorsi ha scritto un post su Facebook (poi cancellato) in cui dichiarava senza mezzi termini che non poteva più permettersi di recensire gratis, che il suo lavoro andava retribuito. Se ne parla qui:  e pure in un vecchio articolo del 2015 qui. Anche su Instagram si è discusso, una blogger si è chiesta perché non è prevista una retribuzione economica da parte delle case editrici, di un rimborso per le spese per viaggi per esempio per le blogger che partecipano o vorrebbero partecipare agli eventi e o una retribuzione economica per le recensioni?

A questo punto infatti è giusto chiederci chi le dovrebbe pagare queste recensioni: l’autore del libro, la casa editrice, l’ agenzia pubblicitaria che fa promozione, il lettore, utente ultimo del servizio? E soprattutto ricevere un compenso inficia la buona fede del blogger, la sua autorevolezza e credibilità, lo spinge a scrivere solo recensioni edulcorate e elogiative? Per alcuni questo è già implicito solo per il ricevimento dell’ oggetto libro. Per la legge del mana, del dono che ti spinge anche inconsciamente ad essere riconoscente verso chi te lo fa. Anche se ogni lavoratore riceve un compenso e non si giudica il suo lavoro perché lo riceve, ma più semplicemente sul fatto che faccia o meno un buon lavoro, ovvero nel nostro caso sarebbe più giusto giudicare un recensione dalla qualità della recensione.

Ogni blogger sa che la stesura di una recensione di un libro richiede tempo. Innanzitutto bisogna leggere il libro per intero (leggerlo davvero, magari anche più volte, prendere appunti, trascrivere frasi, insomma lavorarci su), ci vuole del tempo per documentarsi sull’autore, ce ne vuole per la stesura della recensione, per la sua rilettura in cerca di refusi, errori, imprecisioni, per renderla fluida anche da un punto di vista logico e sintattico, se non estetico. Tempo, tempo, tempo, non sorprendiamoci quindi che molti blogger non leggano davvero i libri, o si limitino a scrivere “che bello” e due righe di trama. La professionalità e la competenza hanno un valore, un professionista raramente spreca tempo a scrivere recensioni se non retribuito. Dunque tutti quelli che scrivono recensioni sui loro blog sono degli incompetenti? Certo che no, c’è tanto volontariato o lavoro sommerso. Gente che percepisce un compenso e non lo dichiara. E non solo monetario, ma anche costituito dai classici capponi di Don Abbondio: inviti a eventi esclusivi, viaggi, vantaggi generici e non specificati. Una fitta rete di relazioni sociali, che sono indispensabili per un blogger.

Noi per ora abbiamo scelto la strada della non retribuzione. Chi vuole può farci piccole donazioni per ricompensare il nostro lavoro. E vi assicuro non lo fanno in tanti, quasi nessuno. Ma il punto è: è giusto lo sfruttamento sistematico dei blogger? Anche se consenzienti. Discutendo con David Frati di Mangialibri che fa in un mese quello che noi facciamo in un anno per intenderci, con 25,000 recensioni all’attivo e una collaborazione con Libreria Universitaria più banner di Google, beh lui con il suo grande numero di lettori al massimo riesce ad arrivare in pari con le spese di gestione del sito. E anche i suoi collaboratori e recensori sono su base volontaria.

Sì per il momento sì – ogni business plan costruito sui guadagni da banner (le case editrici al momento non inseriscono i magazine e i blog nel novero dei canali su cui investire) su google ads (unica vera fonte di reddito perché basati sul traffico, che grazie a dio c’è) come giustamente invocato qui sopra non riesce a coprire né giustificare la trasformazione da attività che si autofinanzia o poco più a fonte di reddito.

E ribadisce:

le case editrici al momento non inseriscono i magazine e i blog nel novero dei canali su cui investire, nemmeno a fronte di visite altissime.

Dunque la tentazione per un blogger di autofinanziarsi facendosi pagare per l’unica cosa che davvero gli richiedono e per cui c’è un mercato è tanta. L’ho fatto anche io parecchi anni fa. Perché ho smesso? Perché mi avevano convinto che non era una cosa ben fatta. Perché mi avevano convinto che non si deve percepire compenso per una recensione letteraria, su un blog. Perché mi aspettavo di crescere per poi poterlo fare su giornali e riviste. Ma quel salto, dopo dieci anni, non l’ ho mai compiuto. Purtroppo.

E ora chiedo a voi, cosa ne pensate? Che siate blogger o lettori. Se sapeste che un blogger ha ricevuto un compenso per una recensione, dichiarandola con appositi tag, pagando le ritenute consone, emettendo regolare fattura, la leggereste lo stesso?

Vuoi saperne di più della mia esperienza di book blogger? Leggi Come diventare una book blogger (felice) un agile e divertente manuale di facile consultazione in cui racconto la mia esperienza di blogger in rete dal 2007.

:: Le amiche – Etica Nicomachea di Aristotele a cura di Ippolita Luzzo

16 novembre 2017

ippolitaLe amiche del cactus

Venerdì 10 Novembre 2017 farò mia relazione all’Uniter sulle amiche e leggerò un mio antico pezzo “La pianta grassa” il cactus che non siamo.

Qui però, sorridendo, scriverò alcuni esemplari amicali incontrati negli anni. E osservati tali e quali dall’adolescenza all’età della saggezza.
Le amiche al guinzaglio, sono coloro, spesso sempre in due insieme, che non ammettono distrazioni una dell’altra. Se passa un altra conoscente è permesso il saluto ma non fermarsi a salutare.
Le amiche dominanti, coloro che comandano, hanno sempre ragione, e se l’altra esprime un dubbio viene zittita.
Amiche diverse che non telefonano mai, che telefonano solo se hanno chiamato a tante altre e avendo avuto buca poi chiamano te.
Amiche care che si lamentano con te delle altre amiche, a loro dire indifferenti e lontane.
Amiche che diranno sempre di te si spera bene, visto che affermano che sei tu la loro migliore amica.
Amiche di una età adulta, uguale e precise alle amiche della adolescenza, perché come ha detto Lidia Ravera l’altra sera, questo periodo della nostra vita è La seconda Adolescenza.
Amiche del cactus, La pianta grassa
Questo il pezzo di anni fa
La pianta grassa
Al cellulare:- L’amicizia è una pianta grassa.
Non ha (quasi) bisogno di acqua- mi dice la mia amica  da Recanati, in gita con i suoi allievi, e continua- Sì, ho visto le tue telefonate, tranquilla, io ci sono sempre.-
Mi ritrovo a dover spiegare che:- Pensato avessi perso il telefonino, ho pensato che lo avessi rotto, ho pensato che-
Ma non l’ho detto- che del cactus io sento solo le spine.-
Molto probabile che siano solo spine difensive, solo spine involontarie, solo tempo che non c’è.
Clara Sereni, giornalista e scrittrice, un tempo fece un tentativo.
Inventò un luogo dove chi avesse avuto bisogno di compagnia, di aiuto amicale, sarebbe potuto andare.
Il marito, fiducioso, pronosticò il successo.
Lei era convinta del contrario e così chiarì all’ignaro e ingenuo uomo.- Vedi, tutti siamo disposti ad aiutare, vi sono infatti moltissime associazioni di volontariato in tal senso, aiutano le ragazze madri, i carcerati, i tossici, gli alcolizzati, gli ammalati, aiutare ti fa sentire forte, grande,  ma nessuno è disposto a far vedere quanto lui abbia bisogno di uno sguardo, di compagnia, quanto lui sia vulnerabile.
Amicizia, strana parola, rara trovarla, più rara viverla insieme.
Bisogna accontentarsi che essa esista nel deserto arido del deserto
Clara Sereni decise ad un certo momento di andare a vivere in una casa di riposo.
Una stanza chiusa.
Una stanza da dove, impercettibilmente, il mondo del fuori sparirà, senza spine,
e nel chiuso di un nuovo ordine ognuno ripercorrerà i sentieri dei nidi di ragno,
raccontandosi storie che avrebbe voluto raccontare a quella amica, alla sua amica.
Non ha bisogno di acqua l’amicizia, mi sembra la stessa frase dell’uomo che ti dice:- Sono dentro te- mentre è lontano mille miglia, con nella mano un’altra, un altro.
Abbiamo tutti bisogno di acqua… senza acqua non si vive.
Dirlo non è debolezza, è solo una forza-
Noi non siamo cactus

etica nicomacheaEtica Nicomachea 1 aprile 2011

L’Etica Nicomachea parla delle virtù. Nella giustizia ogni virtù si raccoglie in una sola. Chi la possiede la usa sia verso gli altri che verso se stessi. Libro V. Tutto un libro per la giustizia. Nei libri ottavo e nono si parla dell’amicizia
Ma cosa sono le virtù? Un’attività dell’anima razionale, una scelta verso il fine ultimo, la felicità. Ecco perché le virtù etiche non si posseggono, si scelgono e in questa scelta ci fanno diversi, ci costruiamo intorno un modus, un abito, un luogo dove noi trascorreremo la nostra vita. Cosa scegliamo?
In medio stat virtus. Il giusto mezzo, attraverso l’agire nel giusto mezzo si può raggiungere la felicità, perché noi siamo liberi di agire.
Ogni individuo – dice lui – è libero di scegliere perché è il principio e il padre dei suoi atti come dei suoi figli. E nel libro VI dopo le virtù etiche ecco le virtù dianoetiche: la scienza – l’arte – la saggezza – l’intelligenza – la sapienza che è il grado più elevato, la somma fra scienza e intelligenza.
Due libri sulla amicizia la virtù che si accompagna alle virtù. A che servono tutte le altre senza questa? A chi dico ciò che so, se non ho amici. Con chi trascorro o scelgo di trascorrere il mio tempo se non ho un amico a cui riferirmi? Telefono al telefono amico? Tutta la storia dell’uomo virtuale o pratica è basata su legami fra individui, nelle convenzioni vi è sempre questo rito della socialità.
Poi l’amicizia; un sentimento che invera tutto ciò che pensi e che fai. Simile con il suo simile. Dimmi con chi vai e ti dirò chi sei. Chi va con lo zoppo impara a zoppicare. Begli amici che hai! Ci si giudica dalle frequentazioni. O no? E’ sempre stato così. Aristotele lo dice meglio di noi.
L’amico è una proiezione. Mi proietto in un altro, l’altro di me è l’esterno che vedo in me. Non è vero che ci sono tante forme di amicizie, una sola è l’amicizia, le altre conoscenze sono forme di socialità.
L’attenzione, la condivisione, le scelte, riguardano una sfera piccola, piccolissima, ristretta, dei pochi amici che noi scegliamo.
Aristotele dedica due libri dell’Etica all’amicizia, sentimento disinteressato, altrimenti si chiama opportunismo, lavoro, pranzo di lavoro, occasione sociale. Sentimento di simpatia.
Chi ci obbliga ad uscire, a ridere, a parlare con un altro? Certo la cortesia, il garbo, l’educazione quando una persona non ci piace ci trattengono ma perché poi continuare a frequentare chi non sentiamo amico? Nessuno ci obbliga, l’amicizia non è un obbligo, a volte io posso essere amico tuo, ma tu puoi essere o non essere amico mio. Può essere che l’altro ti accolga, ti sorrida, ti ascolti, ma tu non sei per lui il suo amico di riferimento, ti dimostri benevolenza, ma non cerca la tua benevolenza. Non sono mai semplici le cose. Sant’Agostino nelle Confessioni dedica pagine di una commozione immensa per la morte del suo amico. Le strade che avevano percorso insieme, i discorsi, i progetti, tutto parlava di lui che non c’era più. Uno sperdimento doloroso.
-Come ci siamo allontanati
Che cosa triste e bella
Così Vittorio Sereni e Franco Fortini erano due destini, uno giudica l’altro, ma chi sarà a condannare o assolvere entrambi?
si chiama Etica Nicomachea, perché Nicomaco è il figlio di Aristotele Ah Nicomaco come passato, passato sei! Un figlio che raccoglie e divulga ciò che il padre ha detto. Una bella stranezza in questo nostro tempo di figli viziati e onnipotenti – chiamati amore – tesoro e incitati allo scherno del giusto mezzo. E’ improprio parlare di amore e di amicizia nei rapporti che includono un dovere e una responsabilità, una severità e una disciplina. Scambiamo ora i nostri figli per amici – amori – tesori – e loro giustamente ci rispondono per le rime. Il nostro linguaggio come tutti i linguaggi è un virus . Il meme che abbiamo trasmesso ha creato una stortura. Come il gene per la genetica, il meme, unità di base è una informazione culturale replicabile nel pensiero di uno, di tanti. La memetica è l’eredità culturale. Una idea, una lingua, una melodia, una abilità che si trasmette commutazione, da un pensiero ad un altro. Aristotele mi fa compagnia da più tempo ora, si è adagiato come un meme nel mio pensiero che libero può ritornare a studi passati con sguardo recente.
Mi dice Fausto Torre: gli uomini sono asociali. Tutto ciò che costruiscono insieme ha senso utilitaristico. Mia cara Ippolita, tutto quello che facciamo è a nostra immagine e somiglianza. Oppure saremmo semplicemente diversi.
Etica Nicomachea due- Segnali di fumo
La parcellizzazione dell’amicizia
Cellulare – messaggi – internet – facebook – messenger – posta elettronica i nostri segnali di fumo oggi. Con i richiami ed i rinvii si crea l’abitudine, l’abitudine ad attendere. L’attesa che nasce in tutti noi è inevitabile e impalpabile. Lo spiega bene Saint- Exupery, forse glielo avrà detto Consuelo, sua moglie e sua musa ispiratrice, probabile vittima amorosa. Questo atteggiamento si chiama addomesticamento, lasciare che un altro attenda quello che tu hai già dimenticato. Nonostante questo nasce, sempre, negli animi deboli o in quelli forti, insopprimibile il bisogno di un affetto, di un amico. Non si può vivere solo con cose. Si tenta però, sostituiamo persone con altre persone, con cani, con gatti, gioielli, automobili, computer, amicizie virtuali e perciò non comprendibili l’alterità. C’è ora una alienazione degli affetti – dell’amore – dell’amicizia – della dedizione – del sacrificio – del rimorso – della nostalgia . Una rimozione. Ora si parcellizza tutto.
La parcellizzazione dell’amica.
Con una parli solo di acquisti, con un’altra solo di film, e via via amica che viene, argomento che vai. Si gira intorno ad una conversazione diventata asfittica, limitativa, un parlare a pezzi, a bocconi. Un boccone di famiglia, muuh! Buono, un po’ salato, un boccone di politica, di sport, di malattia. Un po’ di mistero. Nessuna notizia personale, potrebbe essere maneggiata, travisata, riportata, meglio non dire, o dire – Ho un impegno – Ci vediamo – Non ci vediamo – chissà!
Telefona tu – telefona quando vuoi, lo sai che mi fa piacere. Io no, è vero, non telefono, ma lo sai ho tanto da fare e poi non vorrei essere invadente. –
La benevolenza sociale ti lascia il dubbio di essere tu la sbagliata. Cosa farai? Telefonerai e sarai invadente, non avrai nulla da fare! Oppure non telefonerai ed imparerai la buona educazione? Ma dopo aver aspettato tanto e alla fine capitolato e telefonato ecco: – Ti sei persa, stavo proprio pensando a te, ti avrei chiamato sicuramente io oggi – e tu resti indecisa se urlare, imprecare, ucciderla o molto più prosaicamente stare in silenzio.
La benevolenza ti lascia così, con cortesia, con un sorriso, nel dubbio se quella persona voglia o no mai condividere un po’ quel che tu vuoi.
Condivisione umana che ci fa diversi dagli animali – così dice Aristotele a pag. 813 dell’Etica Nicomachea- BUR-. “In questo senso si predica il vivere assieme per gli uomini e non come per le bestie il consumare il pasto nel medesimo luogo. Bisogna percepire assieme all’amico anche che egli è, esiste e questo avrà luogo nel vivere assieme e nell’avere comunanza di discorso e di pensiero.”
Gli animali mangiano in gruppo ma non progettano un vivere sociale, spiega Aristotele. Io, guardando gli occhi buoni di Argo, il labrador di mia sorella, penso che il filosofo non fosse a conoscenza di quanto affetto possano dare cani e gatti, come ci rimproverano, come ci attendono, come ci ascoltano.
Manca sicuramente il momento della lite, delle recriminazioni, della parità, essi dipendono da noi, dalla nostra ciotola, proprio per questo non possono essere nostri amici.
Non hanno la libertà di sceglierci. Siamo noi a sceglierli. Vorremmo fare così anche con le persone.
In questa parcellizzazione odierna scompaiono i bocconi buoni, lasciando solo sapori artefatti di una cucina emulsionata e addensata, una cucina priva di amicizia. La parcellizzazione dell’amicizia ha lo stesso effetto alienante e spaesante del parcellizzare ogni settore della vita umana.
Le conversazioni fra amici, amiche, conoscenti, colleghi ripetono ritornelli sempre uguali. Ma tutto questo è perfettamente normale con i conoscenti, con un’amica no, non dovrebbe essere così. Perché un’amica ti cambia, con una sei in un modo, con un’altra sei diversa, cambia il sorriso, la postura, le frasi, gli argomenti, anche il lessico, a volte. Stupefacente, ma vero, è l’alchimia che ci testa. Bella, finché dura l’intesa, poi tutto finisce e iniziano le lamentazioni. – Lei non mi capisce, è invidiosa, non telefona- e via da una parte e dall’altra.
Non c’è il tempo per una vera amicizia tutto scorre epidermicamente, in superficie, senza poter fermarsi a guardare.
Un’amica mi ha detto che la cucina preferita ora è quella pronta, già precotta, cibi da mettere velocemente in forno e portare in tavola, così senza spreco di tempo, di pensiero. Così è.
– Addirittura! – L’esclamazione di una donna ad un’ amica che le confessava di pensarla come riferimento importante nei suoi affetti, forse l’unico, in quel dato momento della sua vita.
Forse non era un rimprovero però, ma un modo per ridimensionare, per non enfatizzare, un modo per relativizzare rapporti umani tendenti fatalmente ed erroneamente all’assoluto.
L’altra pensò a quell’addirittura in vari modi, sempre via via diversi e il positivo si dispiegava lentamente e decisamente cancellando l’amarezza di non aver avuto come risposta il più banale
– anch’io – rimandante un’alterità utopica e perciò non realmente esistita.
Ciò che Aristotele, Sant’Agostino hanno argomentato sull’amicizia, sull’affetto, sul sentimento, rimane nella sfera dell’opinabile, del desiderabile, della tensione ma difficilmente e raramente in quella della realtà, del concreto.
Dal cactus che non siamo.

:: Liberi di scrivere su Instagram!

15 novembre 2017

instagram-logoGentili lettori siamo appena approdati su Instagram, il social di foto più popolare di questi tempi. Ecco il nostro inidirizzo: https://www.instagram.com/liberidiscrivereblog/. Per ora è divertente, non che sia abilissima a fare foto, ma insomma mi hanno convinto a provare. Pubblicheremo foto di libri principalmente, ma anche di luoghi e di persone. Cercheremo di essere originali, anche se vedo account bellissimi e non so se saremo mai bravi come loro. Sarà una cosa più casereccia, senza tanti filtri. Appena prenderò la mano scriverò piccole storie, non solo tag.  Poi magari il “gioco” mi annoierà, ma intanto vedo quali sono le regole. Di bello è che ho conosciuto tante nuove blogger, trovati tanti libri interesanti, insomma per ora sembra abbastanza promettente e non troppo futile. Intanto voi seguiteci, se vi va.

:: Un gioco di pazienza di Shanmei (Amazon Media 2017) a cura di Daniela Distefano

15 novembre 2017

UN GIOCO DI PAZIENZASi riesce a vivere senza immaginazione? Probabile che sia impossibile, ma non sempre la fantasia va a braccetto con la realtà.
E senza la zavorra dell’intelletto, la visionarietà vola alto, oltre il Cielo, verso il bianco che non conosce contorni, sfumature, confini, limiti e cippi vari.
Poniamo che questo opuscolo di pochissime pagine sia come recita il suo sottotitolo:
“un racconto giallo nella Cina misteriosa di inizio ‘900”.
E’ solo frutto della vena noir e umoristica dell’autrice o c’è una radice alla base del fusto?
Per questo racconto, scritto qualche anno fa, Shanmei si è ispirata alla vita del suo bisnonno Luigi Paolo Piovano, che realmente tra il 1900 e il 1905 visse in Cina, e vi andò come militare di Carriera facente parte del Secondo Contingente Italiano, inviato nel Celeste Impero in difesa delle Legazioni assediate dai Boxers.
Abbiamo scoperto così il basamento sul quale è edificato l’edificio narrativo. Ma chi è il protagonista fittizio di questa storia?
Si chiama Luigi Bianchi e decise di partire perché:

“ero giovane, pieno di entusiasmo, ancora scosso dalle notizie che provenivano da quelle terre lontane dalle lettere dei missionari, di missioni incendiate, occidentali uccisi, donne e bambini in pericolo di vita”.

Ben poco sapeva del suo viaggio, e di quando sarebbe tornato. Poteva trattarsi di mesi e invece occupò cinque anni della sua vita.
Un giorno bussa alla sua porta (e alla sua coscienza) Padre Geroni:
il cappellano militare vuole che Luigi vada a trovare Padre De Filippi.
Questi ha ricevuto in confessione una confidenza, ma non può violare il segreto che il sacramento difende.
C’entra in qualche modo Cheng, ragazzo cinese, figlio della lavandaia che lavora nel campo della Caserma.
Ha visto qualcosa che potrebbe scagionare un uomo accusato ingiustamente.

“Cheng non può testimoniare, o almeno lo farà, mi ha assicurato, ma non prima che serie indagini abbiano scagionato Sun Dong, cameriere alla Fenice d’Oro, accusato di aver avvelenato un ricco mercante francese. Non è stato lui.
Cheng ha visto chi è stato, ma non sa descriverlo”.

Ora Cheng è davvero in pericolo: l’unico testimone, un testimone scomodo. Riuscirà a salvarsi?
In pentola, bollono convenzioni,trappole, intrighi ed un finale che distorce ogni profezia.
E’ servito un piatto ricco di saporiti elementi tratti dai ricordi, dalle memorie, dall’invenzione, dalla esplorazione alla ricerca del mondo nascosto dell’essere umano.
Gioco, trastullo, passione, racconto ludico, chiamatelo come volete, ma il genere di questo racconto è plurimo, racchiude molti sub-procedimenti della scrittura. Si avverte un lavorìo, una cesellatura, un esercizio di limatura che non corrode la freschezza del risultato.
Un piccolo orologio di precisione, un bijoux che orna la mente, e scaccia il pensiero monocromo.
La Cina è la seducente terra da salvare, ben sapendo che poi è essa stessa l’accogliente ventre per ogni avventuriero del tempo.
I personaggi non sono macchiette né semplici cartoncini vuoti da ritagliare ed incollare. C’è una tipizzazione lieve, una mano che guida e non un filo di burattino.
L’autrice si avvale di un repertorio di luoghi comuni sull’Impero Celeste, per cogliere il divertimento nello scomporli, un tassello dopo l’altro.
Ci provi il lettore a ficcarli nella giusta casella. Come suggerisce il finale che sfata lo scalpore, tossicchia previsioni non palesi, osserva il canto del cigno delle nostre certezze. E non finisce qui, sembra voler dire. E noi seguitiamo a credere.

Shanmei nasce a Milano alla fine degli anni ’60. Dopo studi universitari, ha iniziato ad occuparsi di libri e editoria.
Dal 2010 pubblica in antologie varie racconti surreali, buffi, un po’ pop, soprattutto flash fiction.
Appassionata di hard boiled vintage anni ’50 ha parlato nei suoi racconti anche di pirati, di piloti di cargo interstellari, di soldati di ventura, di ballerine del Moulin Rouge, di antichi romani.

Source: acquisto personale del recensore.

Nota: disponibile solo su Amazon qui

:: Il Club delle Vecchie Signore di Georges Simenon (Adelphi 2017) a cura di Nicola Vacca

15 novembre 2017

club delle vecchie signoreGeorges Simenon ha scritto 178 racconti. Molti di questi li ha dedicati alle avventure rocambolesche dell’Agenzia O.
Con «Il Club delle vecchie signore e altri racconti» Adelphi pubblica l’ultimo volume dedicato alle indagini dell’agenzia investigativa più famosa del mondo.
In queste pagine ritroviamo Émile e Torrence, fedeli al metodo Maigret, alle prese con i misteri della cronaca nera di Parigi.
Quattro storie – indagini in cui i componenti dell’Agenzia si trovano a affrontare situazioni grottesche e scanzonate dietro le quali si cela il crimine, l’astuzia e la malvagità degli esseri umani.
I quattro protagonisti si trovano davanti a casi davvero particolari e come sempre la penna di Simenon affonda la penna in un humour nero che a volte sa essere ironico e macabro.
Quattro racconti brevi avvincenti e intriganti in cui il maestro del noir come sempre inchioda noi lettori alle pagine.
Georges Simenon ha dedicato alle vicende dell’Agenzia O quattordici racconti, tutti scritti nel corso del mese di giugno 1938 a Villa Agnès a La Rochelle, apparsi nella collana «Police – Roman » nel 1941 e raccolti poi in volume 1943.
I quattro casi contenuti in questo volume sono davvero esilaranti. Tra i toni della commedia e del noir, Simenon , come sempre, conduce il lettore nel cuore delle sue storie e nel bel mezzo degli enigmi.
Torrence e i suoi collaboratori hanno a che fare con personaggi dalla dubbia moralità, avidi assassini senza scrupoli.
Anche questa volta danno il meglio di sé: ogni inchiesta in cui l’ Agenzia O è coinvolta ha la sua difficoltà. Ma Torrence, Émile, Barbert e Berthe sono sempre all’altezza della situazione e non deludono mai i loro clienti.
Nel quartiere generale della Cité Bergère i quattro investigatori sono sempre vigili e attenti e non si lasciano mai sorprendere impreparati. Ogni nuovo caso è una scommessa che riescono sempre a vincere.
Simenon si deve essere divertito scrivendo le storie investigative dell’Agenzia O. In queste pagine la sua penna è felice e la sua scrittura come sempre è un affondo micidiale nel cuore e nella psiche degli esseri umani e della loro fragilità, che spesso li conduce a delinquere confondendo il bene con il male.
Vale sempre la pena leggere Simenon, anche quando scrive racconti.

Georges Joseph Christian Simenon (Liegi, 13 febbraio 1903 – Losanna, 4 settembre 1989) è stato uno scrittore belga di lingua francese, autore di numerosi romanzi, noto al grande pubblico soprattutto per avere inventato il personaggio di Jules Maigret, commissario di polizia francese. Tra i più prolifici scrittori del XX secolo, Simenon era in grado di produrre fino a ottanta pagine al giorno. A lui si devono centinaia di romanzi e racconti, molti dei quali pubblicati sotto diversi pseudonimi. La tiratura complessiva delle sue opere, tradotte in oltre cinquanta lingue e pubblicate in più di quaranta Paesi, supera i settecento milioni di copie. Secondo l’Index Translationum, un database dell’UNESCO che raccoglie tutti i titoli tradotti nei Paesi membri, Georges Simenon è il sedicesimo autore più tradotto di sempre e il terzo di lingua francese dopo Jules Verne e Alexandre Dumas (padre) – Wikipedia

Source: libro inviato dall’editore al recensore. Ringraziamo l’Ufficio Stampa “Adelphi”.

:: La memoria e l’addio nella raccolta di rime “Meggjju l’erba mia” di Filippo Alampi (Eurit Edizioni 2017) a cura di Floriana Ciccaglioni

15 novembre 2017

imageIl calabrese Filippo Alampi dà alle stampe il suo secondo libro di poesie “Meggjju l’erba mia”, edito da Eurit Edizioni. Una fatica che si fregia, di pagina in pagina, delle illustrazioni di Maria Alampi la quale, a colpi di china e tempere, travolge gli occhi di chi legge nella passione eterna degli eterni luoghi; di un commento sulla poetica dell’autore di Maria Catricalà, Professore ordinario di glottologia e linguistica dell’Università Roma Tre; di una dolce introduzione da parte di un caro amico, Marcello Cento.

Una raccolta di versi che sperimenta diversi tipi di metro e rima, affermando in maniera sfacciatamente libera un pensiero che nasce spontaneo, reso già fluido nella solennità del titolo. Alampi sceglie il dialetto come mezzo espressivo della sua poesia, piegandolo a divenire la più alta e significativa forma espressiva, capace di rendere viva e dannatamente guizzante una memoria che ormai, immersa nella più assurda e sfrenata ultramodernità, è destinata definitivamente a dire addio.

Invece, instancabile, si affanna con terribile fatica a stringere forte le braccia di chi, esule in terra di esuli, rimane giovane a ingrigire in un tempo che scorre lento e pesante. Il tempo del Sud. E questo abbraccio rappresenta la continuità tra un passato che debolmente saluta e un presente che fortemente accoglie, nell’accorata speranza che i più giovani calabresi possano ascoltare l’odore e assaporare il colore e masticare il sapore della loro terra.

L’America dei nonni lontani, il gallo e il gatto e il pappagallo, la Chiesa e il Crocifisso, il banditore e il cantore, l’ubriacone e i ricchi pezzenti, il focolare e il primo amore e un glossario sul finire. C’è il ricordo di una vita intera che affolla la pagina. Lo fa attraverso queste rime sparse tra i fogli, per ereditarne e tramandarne l’essenza di bocca in bocca. Rime che, cariche di una passione a tratti traboccante, a tratti timida e impacciata, abbandonano sulla pagina il sorriso nostalgico di chi, un po’ per amara ironia, un po’ per amara nostalgia, pennella con lo sguardo dalle tinte forti ogni aspetto di questa mamma terra.

La Calabria. Evidentemente amara, arida, violenta e inospitale, ma profondamente eletta a luogo di vita per il solo motivo di essere la propria, <<l’erba mia>>.

Filippo Alampi, nato a Santa Caterina dello Ionio, vive a Soverato. Dopo la prima raccolta di poesie in vernacolo Mugra e ruvettu, pubblica la sua seconda raccolta di poesie dialettali. Con la sua penna, Alampi vuole descrivere la sua terra, la Calabria, in ogni suo più profondo aspetto, sempre guidato dal profondo amore verso questa terra-madre.

:: Considerazioni sulla poesia, a cura di Savino Carone (prima seconda)

15 novembre 2017

montaleEcco la seconda parte dell’articolo “Considerazioni sulla poesia” di Savino Carone. Potete leggere la prima parte qui.

Chi oggi si richiama in poesia a metri canonici e schemi di genere lo fa spesso in modo reattivo, in polemica più o meno esplicita contro l’orizzonte discorsivo ristretto e megalomane della lirica moderna, nata appunto per trascendere le regole e gli schemi del passato (salvo elaborarne di nuovi non meno sclerotici: ma questo è un altro discorso). Va inteso in questo quadro, io credo, il ricorso più o meno sottile a modulazioni di tipo narrativo, drammaturgico o saggistico, l’apertura polifonica, la vena didattica e talvolta satirica che è facile rinvenire in tanti libri di poesia italiani degli ultimi anni. Contro il sublime specialismo della lirica moderna, questa poesia ambisce al diritto di poter parlare di tutto, a tutti; ad usare una varietà di voci, punti di vista, categorie interpretative; a toccare e incrociare diversi generi (il romanzo autobiografico e spesso familiare, il reportage, la meditazione, la recitazione). Non solo molti poeti di recente esordio hanno considerato normale collocarsi in questo spazio, sia pure in modi personali e variegati (Tarozzi, Carpi, Donati, Ruffilli, Riccardi, Ballerini; Albinati, Savinio, Bellocchio); anche altri autori provenienti da percorsi in senso stretto lirici hanno aderito, negli ultimi tempi, a questo filone di ricerca, spostandosi in qualche caso dalla poesia breve al poema fluido, e finendo con lo scommettere sulla forza del libro piuttosto che sulla singola composizione. Penso alle ultime cose di Buffoni, Viviani, Tiziano Rossi, Lamarque, De Signoribus, Bacchini, Magrelli; a Bocksten di Pusterla; ad alcuni sviluppi recenti di Patrizia Cavalli. In alcuni di questi autori la dignità comunicativa, la limpidezza e l’onestà intellettuale sono ormai anteposte, almeno apparentemente, all’esigenza di concentrazione e alle accensioni del sublime. Lo scatto verticale e i barlumi tradizionalmente lirici abbandonano i luoghi più in vista e si spostano negli anfratti del poema, nelle pause della narrazione o del monologo.

Ovviamente non si tratta di tentativi inediti. Nella prospettiva della storia letteraria l’attuale apertura polifonica e poematica, la voracità onnicomprensiva, la ricerca su moduli narrativi o teatrali o pop può contare su modelli novecenteschi – così come non è nuovo il tentativo di fiaccare con espedienti antilirici la tenace resistenza del soggettivismo di ascendenza romantica. Basti pensare all’impostazione teatrale della scrittura futurista e crepuscolare, o all’esperienza di alcuni esperimenti neorealisti e più sistematicamente di «Officina», pronta a scommettere sul poemetto civile e su forme oggettive di versificazione. Però anche in questo caso va registrata un’importante differenza di fondo: gli sforzi attuali risultano più legati alla necessità di smobilitare il centro ormai malfamato della lirica e ad innescare una genuina tensione sperimentale. Parlavamo prima di exit strategy: quella che si delinea forse è più una via di fuga che la ricerca politica di una rivoluzione formale (a cui del resto ben pochi autori, giustamente, sembrano disposti a credere). Se i poemetti di «Officina» intendevano soprattutto spiazzare un pubblico abituato al frammentismo ermetizzante, indicando un’alternativa che alludesse a un cambiamento non solo letterario, le poetiche polifoniche attuali cercano piuttosto un punto di incontro, una solidarietà, un assenso del lettore – nel sogno di ricreare una dimensione comunitaria, che restituisca una funzione pratica della poesia. Bisogna del resto riconoscere che le riflessioni e i racconti in versi della Tarozzi, o di Buffoni, per esempio, non sono certo meno belli di quelli di Roversi o di Leonetti, vecchi di cinquant’anni. Né meno belli, né meno esemplari: niente come la fortuna attuale del racconto in versi o del poema inclusivo tradisce le pulsioni antiliriche da cui è scossa oggi la scena italiana, il desiderio diffuso di farla finita con un certo “io” e col suo gergo poetico. “La poesia prova a diventare recitabile e leggibile. L’esperimento è questo”.

Eppure resta attivo, innegabilmente, l’altro polo della dialettica: quello che continua a puntare sulla percezione lirica delle cose e insiste a servirsene per saltare nel buio – sia pure correggendo quegli aspetti del lirismo convenzionale che lo stato attuale di emergenza rende magniloquenti e fuori luogo.

E infatti, nonostante tutto, molti dei migliori poeti italiani contemporanei rimangono autori lirici, nell’accezione moderna del termine: concentrati in modo esclusivo su frammenti anche minimi di un sia pure esemplare materiale autobiografico, attratti da forme brevi e sintetiche, disposti alla confessione, all’esposizione e alla commozione. Il prezzo che pagano per restare sulla scena è sia quel processo di sbiancamento, ammortizzazione o “deflazione dell’io”, che peraltro rappresenta una delle poche costanti davvero significative, uno dei rari tratti unificanti del movimento della poesia degli ultimi trent’anni. Ma in questa area della produzione in versi anche il rapporto cruciale con i metasememi sembra in parte mutato: al posto della metafora simbolista o dell’analogia accecante troviamo volentieri il paragone esplicito o la similitudine (in Fiori, ad esempio, o in Zuccato): contro il gergo dell’oscurità, la ricerca di tropi disponibili all’interpretazione, particolarmente a loro agio nel fondo realistico e spoglio che è spesso caratteristico di questa versificazione. La difficile acrobazia della lirica prova a passare attraverso il progetto o l’illusione di una lingua naturale, lessicalmente e sintatticamente piena, e di un registro e di un paesaggio uniformi, chiari e quotidiani – tutto il contrario dell’eccitazione perenne del discorso promossa di consueto dalla lirica moderna. Eppure il nitore della rappresentazione viene alterato e scosso da sparsi elementi di disturbo: gli incroci dell’astratto col concreto (Anedda), l’uso improprio della deissi (De Angelis), la regressione intermittente del punto di vista (Benedetti), l’allure metafisica degli oggetti (Gezzi), l’impiego radicale dell’impersonalità (Dal Bianco).

Per questi autori, la pronuncia chiara non è che il contenitore confortevole in cui ospitare la sopravvivenza di una logica pur sempre aberrante, assoluta, almeno in parte irrazionale. Le cose sono quelle consuete, ma come ricoperte di uno smalto opalescente, capace di impreziosirle. Mentre i poeti di ambizione inclusiva puntano a un allagamento tematico e retorico del discorso in versi, per molti di questi nuovi lirici si tratta di intensificare il nucleo privato della propria ispirazione, abbandonando tutta la zavorra delle convenzioni formali non necessarie: la gabbia della lingua personale, l’armonia precostituita dello stile, persino il vizio di andare a capo, uno sforzo radicale di comunicazione oltre la forma, di discorso duttile, frontale e senza aloni. Eppure non privo di momenti di intensità, anzi spesso costruito surrettiziamente attorno ad essi.

Al contrario, oggi, più di ieri, mito delle origini e nevrosi non solo si oppongono, ma anche si intrecciano. Dicevamo ricerca di un discorso di grado zero, alleato della prosa. Ma in effetti il ricorso a inserti in prosa nei libri di poesia di questi anni è notoriamente uno dei fenomeni più visibili del nostro campo letterario (un altro, in ambiti diversi, è la ricerca di esecuzioni orali e di happening: ancora una sorta di trasversale exit strategy). Si può dire che tutte le interazioni tra poesia e prosa sono sempre più sollecitate: prosimetro, poema in prosa, poema narrativo, frammento lirico, più quel filone che con Jean-Marie Gleize – esplicitamente citato da alcuni poeti italiani di area sperimentale – possiamo definire “prosa in prosa”. Ci si rivolge alla prosa sia per conservare una dimensione lirica sotto le ceneri del linguaggio ordinario, sia per allargare gli ambiti del verso e respirare in un modo differente. A questa strada, così battuta dalla nuova poesia francese e americana, fanno capo in Italia alcuni poeti di area sperimentale, come quelli legati al GAMMM e all’iniziativa di Prosa in prosa. Ma c’è anche una parte della lirica italiana contemporanea che alterna poesia e prosa per provare a riflettere o ad attraversare la propria materia – per bilanciare, con un discorso ‘orizzontale’, il vecchio vizio di andare a capo. E’uno dei modi in cui la prosa ritorna nel lavoro di poeti nettamente lirici come Antonella Anedda, Stefano Dal Bianco, Mario Benedetti, Guido Mazzoni e per ancora citarmi, “Arbor mirabulis” edito nel 2014 per i tipi di “Rupe Mutevole Editore. Ancora fedeli a un invisibile mito delle origini, quando investono sulla prosa e sulla forza intellettuale; sulla oggettività, sulla nudità della poesia. Anche loro spaventati dalla fine, o coscienti che la commistione con la prosa riproduce un meltinsound che se pure esemplare e funzionale allo svolgersi tematico rinuncia, per certi versi, alle possenti radici che tengono ancorata la poesia al suo cenotafio.

Nota: Riceviamo e pubblichiamo volentieri. L’articolo rispecchia le posizioni unicamente dell’autore del testo, non necessariamente della redazione.