“Acqua cheta scardina i ponti” è un detto popolare che ben definisce il personaggio enigmatico e sfuggente di Marie, protagonista del romanzo La Marie del porto di Georges Simenon, romanzo del 1938, che nel 1950 Marcel Carnè trasformò in un’opera cinematografica con al centro una star di prima grandezza come Jean Gabin (bisognerà aspettare il 1958 per vederlo nella sua prima interpretazione di Maigret ne “Maigret tend un piege” di Jean Dellanoy) e una giovanissima (e forse troppo bella) Nicol Courcel, forse al primo impegno importante, nel ruolo di Marie. Del cast facevano anche parte Blanchette Brunoy, Claude Romain, Louis Seigner, René Blancard, Charles Mahieu, Robert Vattier, Louise Fouquet, e Olivier Hussenot più comparse assortite che animavano il piccolo villaggio portuale (Port-en-Bessin) dove vive Marie e la cittadina più grande a pochi chilometri di Cherbourg. Avendo da poco letto il libro e visto in francese su Youtube il film (libero da diritti) ho colto l’occasione per parlarne nella mia rubrica Dal libro al cinema. Premesso che il mio francese non è così buono, e che dunque qualcosa forse ho perso dei dialoghi, tuttavia le immagini sono così espressive, che mi hanno concesso di fare le mie valutazioni. Innanzitutto è un film in bianco e nero, uscito in Italia con il titolo La vergine scaltra, Gabin ruba la scena e prima che ve lo chiediate aveva superato il visto della censura, Marie ha 18 anni, è maggiorenne, (sebbene ne dimostri meno) e sebbene il lui della storia, almeno nel film, (nel libro ha poco più che trent’anni), sia di mezza età e quindi la differenza di età alla sensibilità moderna possa fare un po’ storcere il naso, è una storia che può rientrare nei canoni del lecito.
Insomma Marie non è una bambina, e non ne ha la psicologia, è una giovane donna piuttosto scaltra se vogliamo, consapevole delle sue scelte, emancipata, e tipicamente francese oltre che proveniente da una classe sociale (è la figlia di un pescatore della zona) che sebbene goda di una certa agiatezza (ha una casa, una barca di proprietà etc…) conosce il significato della fatica, e del lavoro. Rimasta orfana ha due strade: finire sul marciapiede, o trovarsi un lavoro, sceglie di farsi assumere come cameriera nell’unico Caffè del porto. Nè Simenon né Carnè si fanno illusioni, questa è la realtà, la vita è un gioco duro sia nella Francia del 1938 che in quella del 1950 (la prostituta “sfortunata” seduta al tavolo del locale di Chatelard a cui offre dei soldi è un buon memento). Premesso che bisognerebbe scrivere un saggio per questo film comparato al libro e questo breve mio testo non ha nessuna pretesa di essere esaustivo, devo dire che anche se diverso per alcune sfumature (Marie si reca nel film a Cherbourg, nella tana di Henri Chatelard, perchè preoccupata per Marcel e non per la trappola, come nel libro, un po’ “vigliaccamente” ordita da Chatelard, con la complicità di Odile) anche il film è un piccolo capolavoro della svolta naturalista di Carnè. Il tono del film è più leggero che nel libro, Marie è più bella della ragazzina smunta e pallida descritta da Simenon, Odile nel film ha il bellissimo sorriso e l’eleganza di Blanchette Brunoy, ed è meno “oca” dell’ Odile simenoniana, insomma a volerci vedere differenze ce ne sono, e sostanziali, anche se lo spirito del libro è stato rispettato. L’uomo di affari (a Cherbourg ha un’elegante brasserie, e un cinema che gli rendono sicuramente bene) un po’ sbruffone e la povera cameriera di un caffè del porto insomma non potrebbero essere più diversi.
Nulla li lega, lui conosce le regole del mondo e le adatta ai suoi comodi, ha un’amante, sorride a ogni donna che si trova sulla sua strada, ha un’attività legale ma insomma permette alle prostitute di adescare clienti nel suo locale, insomma il clima di corruzione e disonestà poteva essere reso più sordidamente ma un po’ sfumato c’è. Chatelard per quanto simpatico non è uno stinco di santo, almeno per la morale dell’epoca, ma ha un cuore, come quando investe Marcel e lo porta da lui e lo fa visitare da un medico o dà i soldi alla prostituta che non riesce ad adescare nessuno, o già nella scena iniziale accompagna anche solo Odile al funerale del padre, o porta a Odile la colazione a letto (molto joyciana come scena) e soprattutto non usa la violenza per costringere Marie a subire le sue avance (nella scena clou del romanzo, come del film) e a sottomettersi al suo capriccio, capriccio che per lui non è, se ne accorge quando credendola in pericolo corre dietro alla corriera. Lei è modesta, povera, una cameriera senza futuro, fidanzata a Marcel, un giovane garzone di un barbiere che indubbiamente non ama, tutta la parte del tribunale per l’emancipazione è stata saltata, e dell’importanza data ai fratellini non se ne fa cenno, vanno via coi parenti senza drammi, ma nonostante questo è indipendente, si mantiene da sé, porta una piccola croce al collo, è una ragazza seria, di una purezza antica, che non è tentata di seguire le orme della sorella sognando Parigi, sorride poco, e solo quando pensa o vede Chatelard. Più che fare la sostenuta per calcolo mantiene la sua individualità senza compromessi. E la sua scaltrezza sta, pur anche nella sua giovane età, nel capire il fondo di bontà che c’è in Chatelard, molto migliore da come appare. Marie è un bel personaggio, forse il migliore personaggio femminile di Simenon, che Carnè valorizza in un film decisamente solare e luminoso ricco di pathos, e dolcezza. Ai dialoghi partecipò (non accreditato) Jacques Prévert.
Un grappolo di case strette attorno a un piccolo porto di pescatori normanni, un molo sul quale si affaccia il Caffè della Marina, centro focale dell’intreccio, la modesta casa sulla scogliera dove abita Marie, la protagonista, e, sullo sfondo, la città di Cherbourg: sono i luoghi, quanto mai simenoniani, dove si svolge la vicenda di questo romanzo del 1938, a cui Simenon teneva particolarmente, come rivela la sua corrispondenza con Gide, al quale scrisse, a proposito della Marie: «È una buona cosa provare a se stessi che è possibile dare una personalità alle comparse incaricate di venire a dire: “La Signora è servita”». E aggiunse anche: «È il solo romanzo che sia riuscito a scrivere con un tono completamente oggettivo». La Marie del porto è una figura che non si dimentica nella vasta galleria delle donne di Simenon: una ragazzina poco appariscente, una vera «acqua cheta», che riesce a impaniare un uomo sbrigativo e spavaldo, avvezzo a vincere e comandare. Questo personaggio, Chatelard, scorge da lontano la smilza figuretta di Marie che segue compunta il feretro del padre, e se ne innamora. Per starle vicino, compra un peschereccio, che gli fornirà la scusa per tornare in paese e frequentare il Caffè della Marina dove la ragazza è stata assunta come cameriera. Chatelard crede di avere in pugno il proprio destino e quello della Marie, ma in realtà è quest’ultima a tessere con abilità consumata e ironica determinazione una sottile trama di eventi nella quale l’uomo si lascerà avvolgere.
Può un romanzo costituire una svolta nella carriera letteraria di un autore, fargli vedere, anzi intravedere, un luccichio di verità autentica, completamente oggettiva, dopo del quale nulla sarà più lo stesso? Per Simenon questo romanzo fu La Marie del porto, piccolo capolavoro, senza pretese, scritto nell’ottobre dell’1937 all’Hôtel de l’Europe, Port-en-Bessin-Huppain (nel Calvados, dipartimento francese della regione della Normandia). Un romanzo straordinario nella sua compiutezza, confermando il parere di Gide e dello stesso Simenon che se voleva essere giudicato lo voleva per questo singolo libro, o tutt’al più per due o tre altri romanzi scritti quell’anno. Ma cosa ha di così straordinario questo romanzo, nella seppur già straordinaria produzione di un autore precoce (ha iniziato a pubblicare romanzi a sedici anni) e prolifico, oltre che unico nel panorama della letteratura mondiale? Rispondere a questa domanda non è così semplice, perchè come aveva intuito l’autore stesso non è la dimostrazione platele di un qualcosa a essere importante, è all’opposto un barlume, un lampo, una sensazione a trasparire, un luccichio appunto della verità vera che trascende la realtà, e che non può essere trasmessa a parole che cercando di definire qualcosa di evanescente e imperscrutabile, delicatissimo, creativo e lieve come l’amore. In questa libro viene espressa l’essenza stessa dell’amore. Tutti noi (lettori) sappiamo che Marie e Chatelard si amano, prima di loro, prima della stessa Marie che tesse le fila di tutta la storia con il suo sorriso enigmatico di “acqua cheta”. Ma i sentimenti non sono così facili da esprimere tra fragilità e ritrosie, caparbietà e ostinazioni. Marie non ha niente di speciale, è una modesta ragazzetta senza futuro in una cittadina di pescatori sulla costa della Normadia. Ha 18 anni ma ne dimostra 15, è pallida, quasi smunta, vestita in abiti neri poco appariscenti, a differenza della sorella Odile che fa la vita a Cherbourg (ovvero è l’amante di Chatelard e questo fa di lei una donna perduta, che grande scandalo si trucca pure). E nonostante questo Chatelard, che potrebbe avere tutte le donne della zona, si innamora di lei vedendola neanche troppo nitidamente durante la processione di un funarele. Tutto infatti inizia con il funerale, appunto, di Jules Le Flem, rispettivamente padre sia di Odile che di Marie e di alcuni altri bimbetti. Marie, come i pescatori della zona gettano le reti per pescare i pesci e procurarsi il loro sostentamento, lei getta la sua rete per ottenere l’amore di un uomo di per sè molto diverso da lei, sia per condizione sociale, che per carattere. Nulla li lega, ma il sottilissimo filo invisibile del sentimento li avviluppa e e li avvolge senza che quasi se ne accorgano. Marie non è una scaltra arrampicatrice sociale, o venale opportunista, è una giovane donna che sa che nel suo mondo tutto quello vuole ottenere se lo deve conquistare duramente, con il lavoro, con il coraggio, la determinazione, e l’amore e la generosità per i fratelli prima e poi per lo stesso Chatelard, che non sarà una vittima dei suoi giochi sentimentali, ma un uomo che davvero ama, (riamata). Aveva scelta la giovane Marie nell’agire così? Nessuna, come combatte per la sua emancipazione, per avere la custodia dei fratelli, sottraendoli a un destino gramo di orfani nelle mani di parenti poco amorevoli, così combatte per Chatelard, recandosi senza difese nella trappola che lui gli tesse con la complicità inconsapevole di Odile (quando è naturalmente lei che regge le fila di tutto). Ma una giovane donna senza risorse, senza mezzi, senza istruzione, senza più i genitori che la difendano dal mondo, con solo il lavoro delle sue mani a separarla dalla vita, (strada che la più sciocca Odile ha intrapreso) può davvero permettersi il lusso di seguire i suoi sogni. Marie ha questo coraggio e dato che il destino premia gli audaci, potrà vedere coronati i suoi sforzi. Romanzo corale, di atmosfera, naturalista nella descrizione di paesaggi e ambienti, impressionista per quanto riguarda emozioni, senzazioni, palpiti del cuore.
Georges Simenon – Scrittore belga di lingua francese (Liegi 1903 – Losanna 1989). Tra i più celebri e più letti esponenti non anglosassoni del genere poliziesco, la sua produzione letteraria, soprattutto romanzi gialli, è monumentale: essa conta poco meno di duecento romanzi, fra cui emergono − per popolarità in tutto il mondo e per salda invenzione − quelli della serie di Maigret, quasi tutti tradotti in italiano. Dopo il suo primo romanzo, scritto a 17 anni (Au pont des arches, 1921), si trasferì a Parigi dove pubblicò sotto svariati pseudonimi opere di narrativa popolare. Nel 1931 con Pietr le Letton, che uscì sotto il suo nome, inaugurò la fortunatissima serie dei romanzi (circa 102) incentrati sul commissario Maigret, che rinnovarono profondamente il genere poliziesco. Negli USA dal 1944 al 1955, tornò poi in Europa, stabilendosi in Svizzera; nel 1972 smise di scrivere, limitandosi a dettare al magnetofono, e tornò alla scrittura solo per redigere i Mémoires intimes (1981). Autore straordinariamente prolifico, con stile semplice e sobrio ha narrato nei suoi romanzi, caratterizzati da suggestive analisi di ambienti, la solitudine, il disagio esistenziale, il vuoto interiore, l’ossessione, il delitto (La fenêtre des Rouet, 1946; Trois chambres à Manhattan, 1946; La neige était sale, 1948, trad. it. 1952; L’horloger d’Everton, 1954; Le fils, 1957). Gran parte di questa abbondante produzione, che ha ispirato molti film ed è stata tradotta in 55 lingue, è stata riunita nelle Oeuvres complètes (72 voll., 1967-73) e in Tout Simenon (27 voll., 1988-93). Ricordiamo inoltre i racconti e le prose autobiografiche (Je me souviens, 1945; Pedigree, 1948, trad. it. 1987; Quand j’étais vieux, 1970; Lettre à ma mère, 1974, trad. it. 1985; la serie Mes dictées, 21 voll., 1975-85), e le raccolte di articoli À la recherche de l’homme nu (1976), À la decouverte de la France (1976), À la rencontre des autres (1989). Nel 2009, in occasione del ventennale della morte, è stato pubblicato in Francia a cura di P. Assouline il monumentale Autodictionnaire Simenon, lungo le cui voci (in gran parte tratte da interviste, carteggi e appunti dello stesso S.) si snoda un’originalissima e dettagliata biografia dello scrittore.
Terzo e ultimo capitolo della saga con protagonista Emily di New Moon che è tornata nel luogo della sua infanzia con “Emily di New Moon 3. Il sentiero di Emily”, Lucy Maud Montgomery, edito da Gallucci. New Moon non è cambiata per nulla, è sempre il piacevole luogo in grado di accogliere con affetto coloro che vi tornano dopo tanto tempo. Emily è cambiata invece, perché è cresciuta, allo stesso tempo ha fatto scelte che l’hanno portata a rifiutare il posto di lavoro in una rivista di New York, ma, nonostante questo, lei ama ancora scrivere, anzi è una parte fondamentale della sua vita. Tornata a New Moon, Emily percepisce che c’è un qualcosa di diverso nel luogo dove è scresciuta con le zie e presto, giorno dopo giorno, lo scoprirà se quel cambiamento è effettivo o solo una impressione. Il terzo volume della storia (preceduto da “Emily di New Moon” (Gallucci 2021) e “Emily cresce” (Gallucci 2022)) è caratterizzato dalla ricerca del proprio posto nel mondo da parte di Emily, ma anche di quelli che sono i suoi comprimari e amici di sempre: Ilse, Perry e Teddy. Il libro è caratterizzato da un intreccio solido, dove si alternano fraintendimenti d’amore, colpi di scena improvvisi e cambiamenti dell’ultimo momento che, come noterà il lettore, trasformeranno in modo completo le sorti dei diversi personaggi e della stessa Emily. Uno degli elementi che torna sempre nella vita della protagonista, dal primo al terzo tomo della saga, è il suo bisogno di scrivere, sempre, in ogni momento. Inventare storie da leggere e da far leggere. Un fare irrinunciabile per la protagonista che vero sì vive la sua avventurosa vita quotidiana, anche con spasimanti del tutto impensabili che mettono un po’ di pettegolezzo a New Moon ma, allo stesso tempo, inventa storie dove il vissuto di ogni giorno anima le sue creature letterarie. “Emily di New Moon 3. Il sentiero di Emily” diLucy Maud Montgomery può essere visto come l’ultimo tassello del percorso di formazione della protagonista alle prese con le prove da superare, paure da affrontare e conflitti interiori da comprendere per entrare a far parte del mondo adulto, senza però dimenticare mai del tutto la spensieratezza delle propria infanzia. Traduzione dall’inglese Angela Ricci.
Lucy Maud Montgomery nacque a New London, in Canada, nel 1874 e morì a Toronto nel 1942. Nella sua vita pubblicò numerosi libri per ragazzi, raggiungendo l’apice del successo nel 1908 con Anna dai capelli rossi, primo di una serie di otto volumi. Le vicende dell’orfanella erano in parte ispirate all’infanzia dell’autrice, che da piccola aveva perso la madre ed era stata allevata dai nonni. Tradotte in decine di lingue, le storie di Anna hanno continuato ad avere grande seguito fino a oggi, grazie anche alla celebre serie animata giapponese che la tv italiana ha trasmesso a partire dal 1980 e alla recentissima fiction distribuita da Netflix in tutto il mondo.
Source: inviato dall’editore. Grazie all’ufficio stampa Gallucci.
Jean-Marie Valaise, giovane e romantico agente di commercio parigino, e Marjorie Faulks, inglesina dalla bellezza discreta, tutta efelidi, imprigionata in un matrimonio infelice, sono i protagonisti di questo noir scritto da Frédéric Dard agli inizi degli anni ’60, dal titolo Prato all’inglese (La Pelouse, 1962). Rizzoli prosegue nella meritoria riscoperta di Dard (dai più conosciuto come il padre del commissario Sanantonio), dopo aver pubblicato Gli scellerati, Il montacarichi, I bastardi vanno all’inferno. Jean-Marie e Marjorie in vacanza a Juan-les-Pins senza i rispettivi compagni, (Denise la compagna di lui arriverà in Costa Azzurra solo dopo quasi a sorpresa, mentre il marito di lei è restato in Inghilterra), si incontrano abbastanza fortuitamente e si innamorano. Perlomeno lui si innamora mentre lei apparentemente gravata da una grande infelicità gli dà corda e inizia un complicato gioco del gatto col topo che farà sì che Jean-Marie pianti in asso la compagna (a cui è legato da una relazione tira e molla) e raggiunga Marjorie in Scozia. Dal sole, la leggerezza e la spensieratezza della Costa Azzurra passiamo alle brumose e fredde atmosfere di Edimburgo e anche la storia cambia di tono e registro, e dalla spensierata avventura sentimentale passiamo al dramma più cupo. Sarebbe un peccato spiegarvi altro della trama, ma vi basti sapere che verte tutto sui meccanismi del delitto perfetto, che naturalmente non esiste, e a volte viene sventato, se non dagli errori dell’assassino, dal caso e dall’intuito dei buoni investigatori. Storia forse in tono minore, si regge essenzialmente sui dialoghi e sulla caratterizzazione dei personaggi e degli ambienti. Dard è un maestro indiscusso nell’arte di depistare il lettore, e affascinarlo e intrigarlo in storie solo apparentemente semplici e lineari. Le dark lady di Dard appaiono tutt’altro che tali, e riescono a far “innamorare” davvero le loro vittime, portandole all’estreme conseguenze. Jean-Marie Valaise come vittima poi è piuttosto consenziente, e tra pollo tra i polli capisce quasi subito (perlomeno dal suo arrivo a Edimburgo) di essere finito in un grosso guaio ma continua il suo gioco (e con lui il lettore) per capire dove si andrà a parare. Marjorie Faulks ha il fascino discreto delle ragazze tranquille non eccessivamente appariscenti, ma dotate di quel magnetismo capace di far abbassare la guardia e non far riflettere troppo sui suoi strani comportamenti, innescando in Jean-Marie la sindrome del crocerossino che vuole salvarla a tutti i costi. Una provvidenziale lettera spariglierà le carte, ma ora ho davvero detto troppo, buona lettura… Traduzione di Elena Cappellini.
Frederic Dard (1921-2000) ha iniziato a pubblicare romanzi negli anni Quaranta. Il grande successo sarebbe arrivato però più tardi, con lo pseudonimo San-Antonio. È in atto una riscoperta internazionale della sua opera, vastissima, inaugurata in Italia da Rizzoli con Gli scellerati (2018), Il montacarichi (20219), I bastardi vanno all’inferno (2021) e Prato all’inglese (2022).
Elena Cappellini, dopo la laurea in Lettere moderne presso l’Università di Bologna, ha studiato a Siena, dove ha conseguito il dottorato in Letteratura comparata e Traduzione del testo letterario. Ha partecipato a convegni e pubblicato saggi su Michel Tournier, sul fantastico, sull’immaginario radiofonico, fotografico e radiologico. Dal 2002, a Cremona, è stata curatrice del festival Pensare la differenza, percorsi, incontri e spettacoli sulla cultura di genere.
Source: libro inviato al recensore dall’ editore. Ringraziamo Giulia e Chiara dell’ Ufficio stampa Rizzoli.
Roma, primavera 1963. Marcello viene svegliato da Marianne, la suoneria del telefono fa un rumore infernale, sono le tre del pomeriggio e il caporedattore gli chiede di andare subito al giornale perché serve un pezzo di colore sulla morte della 22enne Greta Müller, tedesca di Monaco di Baviera, occhi luminosi e capelli biondo maturo, aspirante attrice o modella, seducente e sbevazzona, in grado di parlare anche italiano, inglese e francese. Neppure sanno che lui l’ha conosciuta bene, amante dolce e arrendevole, non troppo fantasiosa. Le sono state inferte sette coltellate sul pianerottolo di una modesta pensione in via Emilia, dov’era ospite dell’amica Elizabeth, che non l’ha sentita gridare. Poche e vaghe le testimonianze e gli indizi, il commissario Carelli indaga, interroga, confronta, ma non ha piste certe. Il trentenne Marcello Montecchi è molto attraente, ambizioso ma indolente, disinteressato alla politica e ai pettegolezzi, scrive bene e ha l’abbozzato progetto (non in calendario) di un grande romanzo. L’aveva incontrata il giugno precedente in via Veneto, avevano flirtato un poco, dopo una settimana erano finiti a letto, tornandoci quasi ogni sera per oltre un mese; lui conosce tutta la Roma che conta e le aveva presentato stilisti registi produttori; poi, quando era andato a trovare una settimana il padre sull’Adriatico, lei si era messa con un altro, facendosi risentire solo a ottobre prima di una sfilata. Erano restati amici, il bel Marcello era abituato (solo) alle storie passeggere finché a febbraio aveva conosciuto Marianne che era presto andata a convivere, lui finalmente un poco innamorato della modella cantautrice di Oslo dagli occhi verdi, che si sente anarchica e odia i fascisti. Per una ventina di giorni l’omicidio tiene banco sui giornali e nelle conversazioni, poi finisce nell’oblio. Eppure a primavera 1964, nell’autunno 1974 e a primavera 1988 il cresciuto Marcello viene di nuovo chiamato in causa da notizie e novità sul delitto, forse ancora insoluto.
Il grande prolifico scrittore italiano Giancarlo De Cataldo (Taranto, 1956), ormai in pensione da magistrato, ha sempre avuto una passione per i fitti misteri, i delitti veri, le cronache criminali romane. Questa volta ci consegna una bella novella nera (è anche il titolo della collana) con mille rimandi e immaginari, storici e cinematografici. Siamo ai fertili e mortali tempi della dolce vita (da cui il titolo, l’omaggio a Fellini è costante in tutte le pagine), via Veneto e Marcello Mastroianni sono in campo. Il reale cold case è il delitto di Christa Wanninger (1940) del 2 maggio 1963, un fatto di sangue intorno al quale si ipotizzarono le piste più svariate, dal serial killer alle trame nere, dai Nazisti allo spionaggio. La verità giudiziaria della Corte di Cassazione nel 1988 attestò definitivamente la responsabilità dell’oscuro pittore aversano Guido Pierri, dopo che lui stesso nel 1964 si era fatto avanti con un giornalista affermando di saperne qualcosa, nonostante fosse ritenuto incapace di intendere e di volere (poi non andò in carcere) e si sia comunque sempre dichiarato innocente (e sano di mente, poi sposatosi). Vere sono le strade e i locali, il clima dei paparazzi e gli umori degli intellettuali (alcuni incontrati dal protagonista, come Pasolini e Moravia), il contesto politico e culturale, le cerchie e le truffe di Roma, le dinamiche nei quotidiani e nelle tipografie dell’epoca (senza internet, cellulari, social). Quasi tutto il resto è ottima fiction (contando anche sui ricordi personali, da un certo momento in poi). Marcello fa strage di cuori ma è un giornalista (non un attore) che evolverà nelle relazioni (soprattutto quando arriva il padre Radames) e nella specifica carriera; Marianne è la musa Anita delle dolci notti ma poi partirà, farà l’artista concettuale a New York e infine proprio la cantautrice girovaga; l’intreccio è noto ma la fine storicamente incerta, il giallo virerà sul noir romantico (l’amore travagliato per la città d’adozione); i colpi di scena vengono scadenzati in quattro parti per i differenti periodi delle notizie sulle indagini, ma i fili delle biografie risulteranno poi tirati con maestria autoriale (e risalta il piccolo untuoso Momo Sangiacomo). Pinot grigio con il pesce ai Parioli come si usava nei Settanta. Negli stessi giorni la travolgente amante giovane gli fa ascoltare Alice di De Gregori, spiegando: “questo ragazzo cambierà la musica italiana”, Marcello non è molto seriosamente convinto del testo.
Giancarlo De Cataldo (Taranto 1956) è magistrato, drammaturgo, sceneggiatore. Ha scritto il bestseller “Romanzo criminale” (2002) e numerosi altri romanzi, il più recente dei quali è “Suburra” (2013) con Carlo Bonini. Per Rizzoli ha pubblicato “L’India, l’elefante e me” (2008) e “In giustizia” (2011), entrambi disponibili in BUR e “Il combattente” (2014) per Rizzoli. È tra i giudici del programma televisivo Masterpiece.
La guerra in Ucraina necessita di essere compresa mettendo a fuoco la verità di ciò che accade non troppo lontano dalle nostre case, ove viviamo più o meno tranquillamente.
Occorre capire, superando il racconto virtuale, spesso artefatto, che gli accadimenti di questi ultimi tempi racchiudono nella loro concretezza la verità di una guerra fatta e subita. Occorre ripristinare quel legame necessario tra la realtà e la verità, fonte e origine di ogni libertà. Per fare ciò non è sufficiente prestare attenzione solo alle notizie filtrate dai mass-media che inondano di immagini e parole il nostro quotidiano, ma occorre comprendere quali siano state le cause remote e recenti di questo conflitto, i motivi storici, culturali, politici e militari. Occorre comprendere chi sono gli ucraini e i russi e come abbiamo interagito durante il corso della storia; che cosa è accaduto in Russia dopo la fine dell’Impero sovietico; chi è Putin e quali siano gli aspetti positivi e negativi del suo mandato presidenziale; quale sia stato il ruolo della NATO, dell’Europa e degli Stati Uniti. Occorre avere chiaro, per quanto è possibile, il quadro generale, per evitare di banalizzare o male interpretare un evento che grava sulla vita di milioni di persone, soprattutto della povera gente che combatte o subisce questa guerra decisa da altri.
Il generale Marco Bertolini e il professor Giuseppe Ghini, ripercorrendo la storia degli ultimi trent’anni, dalla fine dell’Impero sovietico a oggi, spiegano, dal punto di vista geopolitico/militare e storico/culturale, quali sono le cause che hanno condotto al conflitto ucraino: il ruolo dell’Occidente, della Nato e degli altri principali attori internazionali; il grande cambiamento che ha subito la Russia con l’avvento negli anni ’90 del capitalismo selvaggio; l’ascesa di Putin; lo scontro ideologico tra Ucraina e Russia che ha assunto negli ultimi anni toni provocatori e aggressivi. Un quadro esaustivo e oggettivo, al di sopra degli schieramenti, che restituisce al lettore una visione chiara quanto è accaduto e sta accadendo.
Questo saggio, di estremo interesse per le informazioni contenute, si compone di due saggi separati (anzi quasi tre, comprendendo la breve postfazione del professore Leonardo Allodi pp. 239-267 ): il primo scritto dal Generale di Corpo d’Armata Marco Bertolini, e il secondo dal professore ordinario di Slavistica all’Università di Urbino Giuseppe Ghini. Due stili di scrittura diversi, che trattano temi che completano un quadro a dire il vero piuttosto magmatico, per cercare di capire come siamo potuti arrivare a questo drammatico punto. Il professore Ghini senza mezzi termini, come premessa, pone il fatto che la decisione di Putin di invadere l’Ucraina, nel febbraio del 2022, sia da biasimare (non si può in alcun modo giustificare p.131), il generale Bertolini più pragmaticamente (pur definendola tragedia e questo 2022 terribile) parla di conseguenze forse inevitabili in un’ottica prettamente militare. Ma si sa le guerre le combattono i soldati, e le subiscono i civili, e quando si arriva anche solo a un abborracciato trattato di pace abbiamo sempre alle spalle scenari di macerie, perdite umane insostituibili, distruzione di infrastrutture, fabbriche, abitazioni, ospedali, miliardi e miliardi bruciati in armi ormai distrutte. Senza contare le ripercussioni politiche, sociali, e perfino culturali, identitarie, linguistiche, le crisi economiche e le recessioni innescate, i soldi che devono essere stanziati per la ricostruzione, le scorte distrutte, e gli equilibri anche geopolitici da ricostruire. Specie una guerra come questa nel cuore slavo dell’Europa, in un punto geopolitico delicatissimo, come vedremo più avanti. Certo parlando di guerra convenzionale ed esulando dallo scenario apocalittico atomico. Scenario tuttavia drammaticamente sullo sfondo come remota possibilità. Nessuno è sicuro al 100% che Putin, pur professandosi credente, non faccia partire un’atomica.
Detto questo come premessa analizziamo il saggio di Bertolini, conoscitore di uomini e armi. I segnali del fatto che stavamo scivolando verso questa china erano evidenti, pur tuttavia non furono colti nè dall’opinione pubblica, nè dalle classi politiche di più o meno tutti i paesi ora coinvolti. Gli 8 anni di guerra nel Donbas (definita a bassa intensità, e perciò sottostimata improvvidamente soprattutto in riferimento ai rischi e alle incognite che comportava) era sicuramente un campanello d’allarme che avrebbe dovuto far passare notti insonni a parecchi resposnabili di varie cancellerie, ma tutti erano più o meno sicuri che Putin non avrebbe mai invaso l’Ucraina con un esercito regolare (pur nell’autodefinita operazione speciale), almeno fino agli allarmistici comunicati di Biden, giusto poco prima del tragico febbraio del 2022. Insomma non ci siamo svegliati un mattino ed è tutto precipitato, ma le origini, e la concause scatenanti, sono da ricercare lontano, almeno 30 anni fa (come sostiene anche Ghini e spiega bene nel suo saggio) con la caduta del Muro di Berlino e il crollo dell’Unione sovietica e il ruolo della NATO, organizzazione che invece di sciogliersi ha solo cambiato ruolo e missione, da difensore dell’Europa contro la temuta invasione sovietica del passato ora impiegata come strumento di un mondo in via di globalizzazione per sostenere la bontà del modello occidentale. Proprio l’invasione russa dell’Ucraina, sostiene il Gen. Bertolini, ha fatto tornare l’Alleanza alla sua funzione primigenia, sebbene si sia persa per strada la connotazione “comunista”. Non da meno il ruolo delle religioni, e la percezione del nemico, con il passaggio dalla dicotomia tra sfera cristiana occidentale e mondo musulmano con quella di una dicotomia cattolico-protestante e ortodossa. Insomma secoli di progresso e siamo tornati alle guerre di religione dei secoli bui! Ma naturalmente il Gen Bertolini non fa solo riflessioni sociologiche, morali ed etiche si concentra su questioni militari, difficilmente così ben esplicitate nei dibattiti televisivi. Dalla crisi dei Balcani, all’arrivo di Putin al potere il passo è breve, e così si giunge all’evidenza che la Guerra Fredda non è mai davvero finita e gli USA continuano a vedere nella Russia, e soprattutto in questo nuovo politico decisionista al potere, una reale minaccia. Naturalmente l’analisi è focalizzata sull’Ucraina, e su cosa scatenò davvero la crisi del Majdan (per quanto pilotata, i sospetti sono tanti) che dopo scontri di piazza portò a un cambio di regime. Il Gen. Bartolini sottolinea l’importanza di considerare poi cosa successe nel Caucaso per poi passare alle Primavere arabe e alla Siria, in cui il ruolo proattivo della Russia, in difesa di Assad, ha senz’altro esacerbato gli animi di un Occidente sempre più convinto nell’attribuire a Putin tutte le colpe di quasi ogni conflitto sul globo. Dopo la parentesi Trump, e il ritorno al potere negli Stati Uniti dei democratici, si è ripreso il discorso iniziato da Obama (p.75). Da qui in poi il focus è la crisi in Ucraina anche da un punto di vista militare, capitoli molto interessanti che illustrano cosa sia successo in questi tempi inquieti.
Passando al saggio di Ghini si ha un’altra prospettiva che completa la prima, e integra se vogliamo il discorso fatto dal Gen. Bertolini, e che parte dalla frattura tra Russia e Occidente venutasi a creare negli ultimi 30 anni. Prima analizza la Russia (con una piccola premessa sull’Unione sovietica) e poi si arriva finalmente (p.171) all’Ucraina, dall’uscita dall’URSS in avanti. Capitoli illuminanti e densi di riflessioni e giudizi, anche critici, fino allo scontro (p.189) che è comprensibile solo analizzando le due ideologie contrapposte che sono alla base, ideologie che armano le guerre e che nessuno (colpevolmente) ha badato a disinnescare, anzi le hanno alimentate. Ghini ha una concezione molto nefasta dell’ideologie contrapposte alla storia, che invece analizza la realtà e lo ribadisce in diversi punti del saggio con molta convinzione. Gravi omissioni e responsabilità sono indubbie ed è bene che ognuno si prenda le sue colpe (sia da una parte che dall’altra) perchè dove tace la ragione e risuonano le armi ci sono sempre passi da intraprendere che non sono stati intrapresi. Le ragioni che aiutano a comprendere infine, secondo Ghini, non devono assolutamente giustificare una guerra di per sè irragionevole (p.220). Una neppur troppo velata critica all’uso strumentale dei mass media, col tacere alcuni fatti come la strage di Odessa, o l’uccisione del giornalista italiano freelance Andy Rocchelli (24 maggio 2014), per non parlare delle sofferenze e dei morti tragico bilancio della guerra nel Donbas, ed enfatizzarne altri, rientra anch’esso nelle omissioni e nelle responsabilità e dei passi commessi verso la guerra e non la pace. Passi che, pur nella sua stringatezza, Ghini elenca (pp. 213-116). Pregevole la solidità e la competenza di questo studioso che con pacatezza e molto buon senso (raccontandoci anche episodi di vita vissuta) tenta una disanima scevra da pregiudizi e partiti presi, e ottiene il vantaggio di farsi ascoltare. Merita un commento più approfondito la postfazione del professore Leonardo Allodi che avrebbe meritato un ruolo di coautore del testo. Ma è possibile che escano nuove riedizioni aggiornate di questo testo con un suo intervento più articolato. Anche da leggere la nota introduttiva dell’editore, singolarmente appassionata, e mossa dall’esigenza di far emergere e svelare la verità su questo conflitto, a cui siamo giunti a tappe forzate, su un sentiero incanalato da errori di prospettiva, omissioni, e responsabilità più o meno palesi. Puntuale la bibliografia (pp. 229-237).
Giuseppe Ghini
Professore ordinario di Slavistica all’Università di Urbino. Ha scritto diversi libri e oltre cento articoli scientifici sulla letteratura e cultura russa; di recente ha tradotto per Mondadori il capolavoro di Puškin, Evgenij Onegin. Ha ricevuto borse di studio e di ricerca in Russia, Cecoslovacchia, Finlandia, Stati Uniti, tenuto seminari e conferenze in università russe e statunitensi. Da oltre vent’anni svolge attività giornalistica e ha scritto più di 900 articoli su cultura e società non solo russa. Membro del Nucleo di Valutazione dell’Università di Urbino dal 2007 al 2019, Presidente degli Incontri Internazionali Diego Fabbri dal 1996 al 2003, Consigliere e dal 2017 Presidente della Fondazione Rui.
Marco Bertolini
Generale di Corpo d’Armata, ha comandato il 9° reggimento d’assalto “Col Moschin”, il Centro addestramento di paracadutismo, la Brigata Paracadutisti “Folgore”, il Comando Interforze per le Operazioni delle Forze Speciali e il Comando Operativo di Vertice Interforze dal quale dipendono i contingenti “fuori area” nazionali. Ha partecipato a Operazioni in Libano, Somalia, Balcani e Afghanistan. È Grande Ufficiale al Merito della Repubblica, Ufficiale dell’Ordine Militare d’Italia ed è decorato di Croce al Valor Militare, nonché di Croci d’Oro e d’Argento al Merito dell’Esercito.
Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo l’Ufficio stampa.
Torna Brisa, (è un rafforzativo dialettale del parlare comune della bassa ferrarese che equivale a “Non farlo!”) curioso soprannome da cui prende titolo il precedente romanzo (Brisa, Edizioni del Gattaccio, 2018), romanzo che vi consiglio di leggere prima di questo per capire tutti gli antefetti e seguire meglio i destini dei personaggi. Brisa, la stria, l’intoccabile, brutta come i debiti, con un occhio di un colore e l’altro di un altro, e un naso importante, ma dotata di un fisico alto e slanciato (che risalta tra le donne basse e tracagnotte dell’Italia di allora) da modella, è la protagonista indiscussa di questa saga corale, giunta al secondo episodio, dal titolo Dalle nove a mezzanotte, Clown Bianco Edizioni, con cui Paola Rambaldi ricrea il mondo di provincia delle terre tra Bologna e Gorino. Se nel romanzo precedente eravamo nella seconda metà degli anni ’50, in questa nuova storia siamo nel 1963 e troviamo una Brisa più autonoma e indipendente (sogna di risparmiare abbastanza per comprarsi l’auto), che dopo aver lasciato zia e cugine (con le quali la convivenza si era fatta difficile) va a vivere ospite di Desdemona, sua collega di uno studio dentistico di Bologna dove ha trovato lavoro come tuttofare. Studio sui generis che per aumentare il giro di pazienti integra con la lettura dei tarocchi e la predizione del futuro, predizioni che devono essere sempre positive e ottimistiche. I pazienti si sa devono essere blanditi e rassicurati, non spaventati, ne va degli affari. Solo che i poteri di Brisa sono veri, se lei passa le ciocche dei suoi lunghi e setosi capelli neri sulle foto di persone scomparse, o dei divi del momento, può vedere davvero cose che esulano dal consueto. Come Brisa anche il seguito Dalle nove a mezzanotte è un romanzo poliedrico e sfaccettato, che come ogni noir rispetta sì canoni e stilemi del genere, anche se li rinnova e li trascende con incursioni nel realismo magico, non sudamericano, ma di autori come Buzzati o Calvino, se vogliamo orientarci sui classici italiani, declinati verso un gotico rurale all’Eraldo Baldini, per riferimenti più contemporanei. Il dialetto (che se fossi nella Rambaldi utilizzerei ancora più diffusamente come mia propria cifra stilistica), l’uso dei soprannomi, le abitudini, i vezzi, le meschinità, le perversioni dei piccoli borghi (che non ci risparmiano incesti, pedofilia, e tutto quel corollario nerissimo che può risultare anche disturbante), sono la cifra distintiva di una scrittura matura e personalissima, che si impone nel panorama odierno per originalità e talento narrativo. L’ambientazione è provinciale, siamo nella bassa ferrarese, nel delta del Po, con incursioni in diversi altri paesi e paesini e nella Bologna del boom degli anni ’60, resi vividi e vitali dalle pubblicità dell’epoca, dalle canzoni alla radio o in TV, dalle foto dei divi nei rotocalchi. E quel mondo rivive sotto i nostri occhi dai pettegolezzi delle comari, o di chi sparla dal punto di osservazione del bar del paese, fino alle più remote pieghe dell’anima dove si nascondono le tragedie e gli orrori più crudeli e inconfessabili. La Rambaldi con tocchi sapienti crea personaggi, ambientazioni, dipana matasse aggrovigliate e svela i segreti più reconditi dell’animo umano trovando parole appropriate per ogni sfumatura. Seguendo un percorso narrativo coerente che trae origine anche da personaggi reali, debitamente drammatizzati, e da qui quel sapore acre di realtà e vita vissuta, la Rambaldi approda a un genere non facile da scrivere, in cui l’equilibrio e la sintesi determinano l’alchimia necessaria per creare uno spaccato molto credibile di quel periodo storico e della condizione della donna in quel periodo. Certo Brisa è un’eroina speciale ma segue le tappe dell’emancipazione femminile portandoci a tifare per lei e per il suo amore per Primino, che ritroviamo anche in questa storia. Dolente il rapporto con il padre con il quale ha finalmente una sorta di riappacificazione, dopo che lui con un gesto di generosità contribuisce a questa nuova Brisa più emancipata e determinata. Ormai i suoi poteri si sono affinati basta un lieve contatto fisico per vedere cose che forse non vorrebbe vedere (per capirci anticipa la tragedia del Vajont). Non sempre i suoi poteri l’aiutano a salvare vite (forse solo Jolanda fa eccezione, giusto all’inizio del libro) ma il suo sesto senso certamente la toglie da molti guai a la induce a scappare quando è il caso (intravedendo realtà molto diverse da quelle ufficiali). Per quanto riguarda la trama gialla e investigativa ci sono diverse trame e sottotrame come la sparizione (o la morte) di anziane donne del posto, o la morte di alcuni bambini a cui manca una scarpa, ma questa volta a differenza dell’episodio precedente i carabinieri svolgono un ruolo più fattivo nelle indagini anche se il classico “farsi giustizia da sè” sarà utilizzato da diversi personaggi. Naturalmente è una saga, un romanzo corale come ho affermato precedentemente, una storia che continua, attendiamo dunque il terzo episodio, i semi sono stati piantati per il dipanarsi della storia. Buona lettura!
Paola Rambaldi, Originaria di Argenta (FE), attualmente vive a Castello di Serravalle (BO). Ha iniziato a scrivere racconti casualmente partecipando a concorsi letterari e vincendone una sessantina in quattro anni. Ha pubblicato: Tredici storie di Adriatico (Edizioni del Gattaccio, 2014), Bassa e nera (Pontegobbo), La fudréra (REM) e decine di racconti in riviste e antologie (Elliot, Pendragon, MobyDick, Sperling & Kupfer, Laurum, Zona, Felici, Stampa alternativa, Echos, Edizioni della Sera e molti altri). Scrive di cinema nella rubrica “La schermitrice” su Thriller Magazine e di libri su “Libroguerriero”. Brisa è il suo primo romanzo. Dalle nove a mezzanotte il secondo.
Source: libro inviato dall”editore al recensore. Ringraziamo l’ Ufficio Stampa.
Ogni amore è un miracolo, che duri una settimana, o venticinque, trent’anni. Ad alcuni spetta la fortuna di viverlo, altri passeranno la vita senza neanche sospettare cosa hanno perduto. Ogni coppia sa la difficoltà di mantenere due identità separate e nello stesso complementari. I litigi, le incomprensioni, i tradimenti, le separazioni, l’amore che finisce o si trasforma in amicizia, fraternità. Ogni amore è unico perchè è l’incontro di due entità che si incamminano verso un unione di anime, di vita quotidiana, di gusti diversi. Perchè l’amore è anche viaggiare insieme, visitare musei, passeggiare sottobraccio sotto la pioggia, chiacchierare e discutere del libro appena letto, mangiare in un bistrot patatine insieme accompagnate da un buon bicchiere di vino (i piemontesi sanno distinguerlo il buon vino). L’amore è comunione, silenzi condivisi. E’ soffrire assieme quando uno dei due si ammala. E muore. L’amore è più forte del dolore. E il dolore non è una condanna, tutti siamo visitati da questa presenza misteriosa e totalizzante. Elaborare il lutto è quello che fa Roberto Saporito nel suo nuovo romanzo In nessun luogo. Un romanzo minimale, o minimalista che dir si voglia, retrospettivo, uno scavo nell’anima di un uomo, uno scrittore a cui una malattia, bastarda come il cancro, toglie la moglie, la sua metà, la sua ragione di vita, la sua fonte di serenità, di equilibrio e di felicità. La distanza che passa da se stesso al “tu” è l’unica sua forma di difesa o meglio di autodifesa. Tra Xanax, chardonnay, e viaggi nelle più belle città d’Europa, cerca consolazione e conforto da un dolore che spinge anche alla rabbia, al negare un Dio indifferente al dolore degli uomini, perchè è meglio non credere, che credere in un Dio capace di tanta crudeltà. Scrivere per uno scrittore è anche una forma di auto-cura, di catarsi, di venire a patti con dilemmi che forse non troveranno mai soluzione, non in questa vita, che nasconde come il velo di Maya la realtà vera. Che è altrove. Non bastano i soldi (destinati a consumarsi), essere un artista, un intellettuale, potere permettersi il lusso e il tempo per viaggiare, non bastano tutti questi privilegi per riavere in questa vita la “nostra” metà che abbiamo perso. Ma anche se siamo destinati a riprendere un percorso, che per tanti anni abbiamo condotto in coppia, da soli, la morte non è la fine di tutto. Non di un amore grande, profondo e vero come quello che ha vissuto il protagonista di questo libro, riflesso dell’autore. Continuare a vivere è la sua sfida, è il suo coraggio, e la sua forza, per dare testimonianza di questo amore, per dire a chi non lo conosce, e forse non lo conoscerà mai, guardate esiste, io l’ho vissuto. E questo libro ci trasmette intatto questo messaggio, nonostante la tristezza, il dolore, la separazione, la convinzione che la donna amata sia perduta per sempre. Cosa che io non credo, anche oggi gli è vicino, coi ricordi, con i sogni, con il calore di un raggio di sole che si posa sulle labbra, con la forza che gli ha reso possibile sopravvivere a un lutto così devastante. Dare giudizi non si può, bisogna provarle certe cose per parlare, bisogna piangere tutte le proprie lacrime per permettersi il lusso della speranza. Saporito è un grande scrittore, sensibile, raffinato, intelligente, colto, capace di trasmettere sensazioni al lettore, capace di farlo uscire da sé, per parlare di un dolore universale che solo i vedovi, che brutta parola, provano. Colonna sonora “80s Forever Radio”. In nessun luogo, A e B editrice. Collana: Eliconea.
Roberto Saporito, nato ad Alba nel1962, ha diretto una galleria d’arte contemporanea. Autore prolifico è autore di racconti e romanzi: Harley Davidson (Stampa Alternativa, 1996), che ha venduto quasi trentamila copie, dei romanzi Il rumore della terra che gira (Perdisa Pop, 2010), Il caso editoriale dell’anno (Edizioni Anordest, 2013), Come un film francese (Del Vecchio Editore, 2015), Respira (Miraggi Edizioni) e Jazz, Rock, Venezia (Castelvecchi Editore, 2018). Suoi racconti sono stati pubblicati su antologie e su innumerevoli riviste letterarie. Ha collaborato con “Satisfiction” e, con il blog letterario “Zona di Disagio”.
Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo l’Ufficio Stampa e l’autore.
Quello che era chiamato, all’inizio del XX secolo, Impero zarista perse la sua più importante guerra nel 1904-5 contro il Giappone.
Perse (e in quanto impero sparì) la prima guerra mondiale venendo sostituita da una rivoluzione. Il ventennio successivo vide una economia stagnante.
Nella seconda guerra mondiale su notevolissimamente aiutata dagli Stati Uniti, e nel 1945 si ritrovò pesantemente distrutta.
La guerra fredda la vide partner di un bipolarismo soltanto apparente – come tutti gli specialisti sapevano – perché le sue condizioni di forza militare e di postura strategica la rendevano estremamente inferiore agli Usa.
Dopo l’89 e poi la dissoluzione dell’Unione sovietica, il declino economico non è cessato.
All’inizio del XXI secolo (quindi all’incirca con l’ascesa al potere di Putin) la situazione della Federazione russa è:
> dimensioni: 17 milioni di kmq. E’ lo stato più esteso al mondo. La Cina è il secondo; gli Usa il terzo;
> popolazione: 144 milioni di persone; Usa: 331 milioni;
> PIL: Russia: 1.483.418 milioni di $; USA: 23.360, Cina: 17.000; il Giappone, ha il terzo maggior PIL, la Germania, il 4°;
> addetti militari: circa 2 milioni, con dislocazioni in 5 paesi alleati, e in 4 zone occupate;
> spesa militare:
spesa mondiale del 2021: 2000 miliardi $ spesa Usa del 2020: 650 miliardi $ spesa Russia 2020: 61 miliardi $
In altri termini, la Russia è popolata meno della metà degli USA, ma è una volta e mezza più grande (quindi più “costosa” nella gestione); il PIL russo è più di 10 volte inferiore a quello USA, 5 di quello cinese. Ha forze armate doppie di quelle americane, e una spesa militare di 10 volte minore (storicamente meno evoluta di quella statunitense.
Ovvero: su che cosa si poggia la considerazione della Russia in quanto “grande potenza”, o come la “seconda”?
n. b.: Dati Banca mondiale, Fondo monetario Internazionale (approssimativi)
II
Le due Coree entrano all’ONU nel 1991. Prima di allora l’ONU poteva intervenire nel conflitto tra le due Coree scavalcando il veto sovietico («Uniting fot Peace», 1950), perché esse non erano membri dell’ONU. Ukraina e Russia, invece, sì: e come si fa intervenire tra due consoci?
L’ONU non si è impegnata nel proporre tregue, fin dai primissimi giorni, né .linee di separazione provvisorie, e altri interventi di immediata applicazione. Più in prospettiva non ha neppure mai proposto dei piani di neutralizzazione, provvisoria o anche permanente; né progetti di neutralizzazione di determinate zone, per ridurre la tensione.
Come tutti sanno, le società russa e ukraina sono fortemente intrecciate. Nulla impedirebbe di proporre dei piani di federazione delle aree in guerra (il federalismo e i movimenti in suo favore hanno sempre avuto successo soltanto tra ex-belligeranti).
L’ONU, e neppure le altre istituzioni internazionali hanno provato a lanciare pogrammi o progetti che potessero in qualche modo stupire e far rivolgere le opinioni pubbliche verso soluzioni alternative. Per la vendita del grano si è pur trovata qualche (seppur faticosissima) soluzione…
III
L’Occidente non si è curato gran che di quel che succedeva in giro per il mondo: Africa (specie del Nord), Sud-est asiatico, Europa orientale (a partire da quando, all’inizio degli anni ’90 del secolo scorso la Germania espanse i suoi interventi economici proprio a partire dall’Ukraina.
E per non andare troppo indietro, dal 2014 in avanti, che cosa hanno fatto, in particolare, gli Usa? Il Dipartimento di Stato ha un “Desk” per ogni paese: nessuno si era occupato di quel che stava succedendo in Crimea e dintorni?
La noncuranza e l’ignavia regnano nel mondo della politica internazionale, a ogni livello. Un esempio particolarmente significativo – per l’influenza mediatica che ha – è quello delle cronache sulla mortalità dei civili sotto i bombardamenti e altro in Ukraina. E’ particolarmente odioso vedere ciò che i fotografi di guerra poi vendono ai quotidiani; ma – sia ben chiaro – le vittime civili sono sempre state al livello di quelle militari. Nella guerra dei trent’anni, per fare un esempio, morivano molto più gli abitanti dei villaggi razziati dalle soldataglie, che i militari che si affrontavano sul campo di battaglia. Nella prima guerra mondiale, l’Intesa occidentale ebbe circa 8 milioni di vittime, di cui 3 milioni erano civili. Nella seconda guerra mondiale le vittime dirette furono 25 milioni di civili e 14 milioni di militari. Queste cifre sono sempre soltanto approssimative, ma esemplari: nel XX secolo la mortalità civile (per dirla semplicemente e alla buona) è cresciuta enormemente a causa dei bombardamenti aerei.
Kane porta il marchio dell’uomo maledetto: si narra che abbia strangolato suo fratello e da allora sia condannato da una divinità folle a vagare per il mondo senza pace, fino a quando sarà distrutto dalla stessa violenza che ha creato. Guerriero spietato e sottile tessitore di intrighi, vive da millenni passando di regno in regno, di avventura in avventura, senza posa. Personaggio complesso e sfaccettato, è uno dei più riusciti protagonisti del genere Sword & Sorcery.
Uscito il 22 settembre nella pregiata collana Draghi di Mondadori Kane di Karl Edward Wagner, volume deluxe da collezionare per una volta senz’altro in cartaceo, capostipite del dark fantasy, è un fantasy che piace anche a chi non ama il fantasy tanto che è ben scritto, appassionante, ricco di avventura, ironia e azione. Tradotto da un manipolo di giovani traduttori, di cui mi pregio di conoscere uno di loro il mitico Davide Mana, (un’autorità in materia di fantasy) è senz’altro un’edizione di lusso da intenditori. Appena avrò i 28 Euro non mi sfuggirà, ne ho letto l’anteprima su Amazon e devo dire ero tentata di far sforare il budget familiare pur di comprarlo, poi sono tornata in me (mio fratello ringrazia, Amazon forse mi maledice), e posticipo l’acquisto appena mi arriva un pagamento che mi devono, lo investirò almeno in parte in questo libro prezioso da conservare sulla mensola più alta della mia biblioteca personale. A dire il vero era mia madre che adorava il fantasy e collezionava libri dei classici di questa narrativa, (e sicuramente Karl Edward Wagner è uno di loro, anzi un caposaldo) ma questa nuova traduzione merita senz’altro. Buona lettura!
Edward Karl Wagner (Knoxville, Tennessee, 1945-1994). Ha scritto soprattutto opere di horror, fantascienza e fantasy eroico; curatore dei racconti di Conan il Barbaro, è stato tra i fondatori della Carcosa Press, specializzata in lussuose edizioni di autori pulp.
Ho aspettato a darne notizia per essere sicura che fosse veritiera, purtroppo Jim Nisbet dopo lunga malattia è morto lo scorso 28 settembre, l’annuncio è stato dato dalla sua compagna Carol Collier. Era un grande scrittore, forse uno dei miei preferiti autori contemporanei di noir e hardboiled statunitensi. In Italia per Fanucci Editore sono usciti: Prima di un urlo, Iniezione letale e Cattive abitudini, mentre per Timecrime I dannati non muoiono e Il burattino, che ho avuto modo di recensire e vi invito a leggere se vi capita. Era uno scrittore e un poeta forse più europeo che americano per stile tematiche e sensibilità.
Si era era laureato in lettere all’Università della Carolina del Nord a Chapel Hill prima di stabilirsi a San Francisco, in California. Nel 2013 era stato nominato per il 65° Grand Prix de Littérature Policière. Nisbet ha in tutto pubblicato quattordici romanzi, cinque volumi di poesie e ha scritto anche testi teatrali e monologhi in un atto.
Che ruolo hanno i profumi nella vita di ogni essere umano? Che posto hanno nel mondo? Come ne influenzano l’andamento e il corso? A cercare di dare una risposta a queste domande ci prova “Viaggi e profumi. Alla scoperta dei profumi del mondo naturale nei paese delle essenze” di Luigi Cristiano e Gianni De Martino, edito da AnimaMundi. I due autori per poter raccontare il valore esistenziale di profumi e delle essenze, ci hanno messo il naso e hanno viaggiato in lungo e in largo in altri Paesi, per ricostruire un po’ la storia di alcune essenze diventate fondamentali per il genere umano. Cristiano è erborista e preparatore di fragranze, mentre De Martino è scrittore con interesse profondo per le piante aromatiche e queste loro qualità sono quelle che rendono ancora più coinvolgente il percorso di indagine pieno di storia, tradizioni popolari e curiosità. Tra le tappe c’è il Marocco dove si indaga la raccolta e il trattamento della Rosa del Dades, per passare poi all’olio di argina narrato attraverso i suoi utilizzi tradizionali, fino alle cooperative che di esso se ne occupano e al ruolo delle donne verso l’argina stessa. Dal Marocco, i due autori arrivano in Spagna dove analizzano l’influenza della cultura islamica sulla cultura spagnola considerando i profumi, ma anche la concezione di realizzazione dei giardini e le diverse piante aromatiche e ornamentali che si potevano trovare in un giardino andaluso. Altra meta è la Turchia con la sua Rosa damascena molto utilizzata per la preparazione di oli essenziali e l’Italia dove ci si muove tra i muschi e licheni del Vesuvio, passando al passato con i profumi e gli ungenti di Pompei, fino alla scoperta della coltivazione e cura del Gelsomino in Sicilia. Un viaggio nel Sud della penisola che evidenzia non solo quanto queste piante fossero e siano ancora coltivate, ma anche i diversi utilizzi che se ne possono fare. Gli autori però non si fermano e viaggiano, viaggiano, viaggiano per il mondo nelle terre d’ Israele alla ricerca dei profumi e balsami citati nella Bibbia, in Messico alla scoperta della vaniglia e delle leggende che gravitano attorno ad essa, per arrivare in Polinesia dove si trovano un po’ di Frangipani, ylang-ylang, olio di Macassar, Tiaré e monoi e Acqua di Cananga. Quello che Cristiano e De Martino fanno è portare il lettore “a casa” delle essenze, dove vengono coltivate, curate e cresciute per essere poi lavorate e destinate all’utilizzo di profumi, prodotti per il corpo e, in alcuni casi, anche all’utilizzo alimentare. Non solo perché “Viaggi e profumi” permette a chi legge di addentrarsi pure in una dimensione dove il folclore, le tradizioni, gli usi e i costumi del passato, uniti a tecniche di lavoro antiche, diventano quelle radici forti e fondamentali che portano noi lettori del presente a vedere in modo nuovo questi aromi e essenze naturali che spesso usiamo, ma dei quali poco conosciamo.
Luigi Cristiano, nato a Torre Annunziata, vive e lavora tra Milano e Marrakech come erborista, fitopreparatore e creatore di profumi. È redattore della rivista “Erboristeria Domani” e autore di La nota gradevole. Storia naturale del profumo (Studio Edizioni, 2001). Ha pubblicato “Prontuario per il corretto uso delle Piante Officinali” (2008) e “Piante cosmetiche” (2011).
Gianni De Martino, giornalista e scrittore, è autore di numerosi libri, tra cui “Hotel Oasis” (Mondadori, 1988), “Hotel Oasis & Regraga” (Zoe, 2001), “Odori” (Apogeo, 2006), “Voglio vedere Dio in faccia. FramMenti della prima controcultura” (Agenzia X, 2019) e “Addio a Mogador” (Booksprint, 2020).
Source: richiesto dal recensore. Grazie all’ufficio stampa 1A Comunicazione.
Sono appena ritornato da una visita al mio padrone di casa, il solo e unico vicino dal quale sarò infastidito. Che bella zona è questa! In tutta l’Inghilterra, non credo che avrei potuto trovare un altro posto così totalmente distaccato dal trambusto della vita sociale. Un perfetto paradiso per misantropi; e il signor Heathcliff e io siamo la coppia giusta per spartirci questa desolazione.
Che tipo interessante!
Certo non immaginava quale simpatia mi ha suscitato in cuore quando, avvicinandomi a cavallo, ho visto i suoi occhi neri ritrarsi così sospettosamente sotto le sopracciglia, e quando le sue dita, mentre annunciavo il mio nome, si sono sprofondate risolutamente sotto il panciotto.
«Signor Heathcliff!» dissi.
Per tutta risposta, un cenno con la testa.
«Sono Lockwood, il suo nuovo affittuario, signore. Mi onoro di renderle visita appena arrivato, per esprimere la speranza di non averla disturbata con la mia insistenza nel chiedere in affitto Thrushcross Grange. Ieri ho sentito dire che lei pensava…»
«Thrushcross Grange è roba mia, signore» m’interruppe, con un fremito. «Non permetterei a nessuno di disturbarmi, se potessi impedirlo. Entri!»
Quell’“entri” fu pronunciato a denti stretti, e con un tono che significava “va’ al diavolo!”. Perfino il cancello su cui si appoggiava non manifestò alcun movimento in sintonia con le parole. Credo che proprio questa circostanza mi spinse ad accettare l’invito: sentii interesse verso un uomo che sembrava ancora più esageratamente riservato di me.
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