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:: Dal libro al cinema: Il Grande Sonno di Raymond Chandler

26 novembre 2018

grande sonnoQuesto articolo uscì per la prima volta su Il Giorno degli Zombi come guest post, e la mia amica Lucia, che è un tesoro, mi ha dato il permesso di postarlo anche sul mio blog. Buona lettura!

It was about eleven o’clock in the morning, mid October, with the sun not shining and a look of hard wet rain in the clearness of the foothills. I was wearing my powder-blue suit, with dark blue shirt, tie and display handkerchief, black brogues, black wool socks with dark little clocks on them. I was neat, clean, shaved and sober, and I didn’t care who knew it. I was everything the well-dressed private detective ought to be. I was calling on four million dollars.

Erano quasi le undici di una mattina di mezzo ottobre, senza sole e con una minaccia di pioggia torrenziale nell’ aria troppo tersa sopra le colline. Portavo un completo azzurro polvere, con cravatta e fazzolettino blu scuro, scarpe nere e calze nere di lana, con un disegno a orologi blu scuro. Ero ordinato, pulito, ben raso e sobrio, e non me ne importava che la gente se ne accorgesse. Sembravo il figurino dell’ investigatore privato elegante. Andavo a far visita a un milione di dollari.

Parto dall’assunto che tutti abbiate letto o visto al cinema (forse più corretto dire in tv o dvd) Il grande sonno. Mi è estremamente difficile pensare che ci sia qualcuno che non l’abbia fatto e possa dirsi amante del cinema e della letteratura (non solo hardboiled). Raymond Chandler è un maestro indiscusso, assieme a Hammet ha contribuito a dettare i canoni del genere, le sfumature dello stile, i temi, la stilizzazione dei personaggi, l’ambiente, l’atmosfera, sin dai tempi in cui scriveva racconti per Black Mask con un nutrito manipolo di autori pulp, alcuni dei quali ormai colpevolmente dimenticati.
Ciò che mi accingo a fare è un azzardo, ne sono consapevole. Dire cose nuove su Il grande sonno (libro o film) è praticamente impossibile, si rischia di ribadire l’ovvio, di dire cose trite e risapute. Di scarso interesse per chiunque abbia anche solo una minima cultura cinematografica e letteraria.
Cosa mi spinge allora a imbastire questo articolo? Il grande (forse folle) amore che ho per Chandler, per Philip Marlowe, e per Humphrey Bogart (a mio avviso il miglior Marlowe di sempre).
Ci sono due approcci che potrei utilizzare: uno più documentaristico, se vogliamo nozionistico, darvi informazioni minuziose su autore, film, libro e periodo; uno più sentimentale, parlarvi di cosa ho amato di più, di cosa mi ha divertito o sorpreso.
Essendo ospite di Lucia, non essendo a casa mia, cercherò di stare in bilico tra i due estremi, sempre premettendo che come critica cinematografica non sono un granché, ma mi intendo di scrittura, anche cinematografica, amo leggere e studiare anche le sceneggiature (secondo me una nobilissima forma letteraria che andrebbe studiata come la narrativa). Quindi spero che l’articolo sia di interesse anche per gli specialisti, per coloro che hanno studiato questo film in parallelo al libro.

Dunque lettori do per scontato che conosciate la trama, anche se qualche buco narrativo non manca, tipo chi ha ucciso l’autista di Sternwood: narra Craig Brown, editorialista del Daily Mail e di Vanity Fair, di quando durante le riprese de Il Grande sonno a film quasi ultimato Bogart e Howard Hawks furono intenti a discutere piuttosto animatamente su come fosse morto Owen Taylor, l’autista inabissato nella limousine di casa Sternwood. Humphrey Bogart propendeva per il suicidio, forse non potendone più. Hawks non convinto alla fine si decise e mandò un telegramma a Chandler (sarà rimproverato per quei 70 cent), e lui candido e serafico rispose che non ne aveva la più pallida idea o forse l’aveva dimenticato tra una sbronza e l’altra.
Il film di Hawks soffre dal punto di vista della consequenzialità della trama e della comprensione da parte dello spettatore, che fatica in effetti a collegare alcuni punti nodali, a causa di alcuni tagli della versione originale girata nel 1945, funzionali a rendere la lunghezza della pellicola gestibile dopo l’aggiunta di altre scene più leggere (i dialoghi buffi e i battibecchi tra Bogart e Bacall) che, secondo le intenzioni dei dirigenti, avrebbero divertito il pubblico.
Sta di fatto che, per molti versi, la trama (perlomeno del film) risulta incomprensibile. Sarebbe interessante sapere se si può risalire alle scene tagliate per un eventuale rimontaggio, ma per questo mi devo rimettere a Lucia.

La bellezza di questa storia non sta in una somma di perfezioni, ma proprio nel suo contrario. È un equilibrio di stridenti contrasti dove ambientazione, atmosfera e personaggi (e pungente ironia) prevalgono sul plot e sull’epilogo, e sulla logica classica del chi ha ucciso chi.
Neanche a Chandler questi temi interessavano più di tanto. Più la trama è complicata, più il lettore, come i personaggi, si perde in un labirinto, più la complessità del reale è bene espressa e rispecchia la vita, la vita vera dell’uomo comune, non solo dei villain che popolano lo squallido sottobosco criminale dell’epoca.
Partiamo dal titolo: Il grande sonno, the Big Sleep, nel gergo della mala è la morte. Il sonno da cui non c’è risveglio. Il sonno che azzera tutto, sogni, pensieri, aspirazioni, colpe, vizi. L’argine e il baricentro di questa storia nera e senza redenzione che vede solo nel protagonista un certo punto di equilibrio, una dimensione etica e morale, che non conforta, ma dà spazio a una sorta di respiro universale in cui rettitudine e disincanto, hanno una forma, una dimensione. Una dignità.
Se Philip Marlowe è immerso nel pantano della Los Angeles degli anni ‘30 tra contrabbandieri, biscazzieri, cialtroni di varia caratura, ricattatori, assassini senza coscienza e figlie viziate di miliardari prossimi alla morte, questo non toglie che una sorta di purezza emani da lui, un’aura, un’autenticità, una rettitudine che maschera con sferzanti battute ironiche di un’amarezza accecante e struggente.
Il tema della morte è ricorrente e si respira sin dall’odore di decomposizione già presente nella serra dove il generale Sternwood accoglie Marlowe, una sorta di antro infernale, (la camicia e il volto sudato di Bogart ben rappresentano questo disagio, perlomeno fisico) fino al letto di morte (dettaglio presente nel romanzo) in cui il vecchio attende con le mani esangui intrecciate al lenzuolo.

Philp Marlowe è un uomo comune, normale, squattrinato, alle prese con il male, di una società, di un mondo che non comprende e disprezza. La corruzione, la bassezza, l’avidità che percepisce, (e nel film come nel libro è tutto giocato nei dialoghi di una profondità psicologica e precisione devastanti), lo lambiscono senza entragli dentro, lui resta sempre una spanna sopra questo stagno di vizi e turpitudini. La violenza non fa parte del suo DNA, la conooce, la utilizza accidentalmente (uccide anche, se è il caso) ma lui è altro, è altrove, è l’eroe medioevale, cinico e disincantato, ma pur sempre in armatura e cavallo bianco, seppure dalla realtà venga rappresentato come un alcolizzato fallito.
Philip Marlowe resta un punto fermo, il solo vivo tra una palude di morti, e proprio per questo noi lo amiamo e tifiamo per lui. Dall’ inizio alla fine della storia. Senza ripensamenti. E vogliamo che la sua storia con Vivian sia a lieto fine, vogliamo dargli un premio per la sua rettitudine non sopraffatta da un mondo marcio e decadente. Anche se sappiamo che il lieto fine (almeno nel libro) non fa parte del pacchetto, che ad attenderlo c’è solo nuova solitudine o al massimo un paio di doppi whiskey bevuti in qualche scalcinato bar dai vetri rigati di pioggia. E forse a fargli compagnia il rimpianto e la malinconia della mancanza e di qualcosa che non è stato.

Il Grande Sonno, a cui seguì Addio mia amata, uscì in America nel 1939 per Alfred A. Knopf, ed è il romanzo con cui Chandler debuttò, con cui per la prima volta ufficialmente entrò nel panorama letterario Philip Marlowe (a dire il vero già apparso nei suoi racconti perlomeno in abbozzo), a far da spartiacque tra un prima e un dopo. Dopo Marlowe nulla fu più come prima, sebbene nacque più come una trovata stilistica che come personaggio autonomo, come lo stesso autore spiegò in un’ intervista a Irving Wallace del 1945.
Il Grande Sonno fu scritto nel 1938, alle soglie di una guerra che avrebbe devastato il mondo. Chandler saccheggiò letteralmente due suoi racconti lunghi già editi, Killer in the Rain (Black Mask, 1935) e The Curtain (Black Mask, 1936), oltre a tracce di Finger Man e creò il suo capolavoro. Come fece? Solo lui lo sa. Ciò non toglie che sapere come operò tecnicamente non sminuisce di una virgola il valore dell’opera.
Chandler fu un romantico, la sua prosa è lirica e letteraria, al servizio di storie dure e crude, decadenti se vogliamo, vivificate da un umorismo al vetriolo, che in parte fu stemperato nelle versioni cinematografiche più attente ai canoni che imponeva la rigida morale dell’epoca.  Chandler picchiava sotto la cintura: la sua analisi della società californiana, della ricchezza e del potere criminale è lucida e spietata, forse troppo per i suoi tempi e ancora attuale oggi.
Chandler era sicuramente un moralista, anche se non un moralizzatore, e questo non disturba perché si sente puzza di autenticità e di etica, l’etica di un ex oil executive caduto in disgrazia per il suo alcolismo, che si guadagnava da vivere scrivendo racconti per le riviste pulp, quelle che si trovavano nelle rastrelliere semi arrugginite dei drugstore o delle stazioni di servizio perse nel cuore della polverosa America degli anni ‘30. Scritte su carta da pochi cent, usa e getta si potrebbe dire oggi. E intanto leggeva i classici e studiava latino e greco.

Il Grande Sonno rappresenta la fine di un sogno, del sogno americano (c’è mai davvero stato?) trattato da tanta letteratura alta, tutto tramite gli archetipi e i canoni del romanzo poliziesco nero, dell’hardboiled più irregolare e di grana grossa. Che di fatto divenne vera letteratura, con piena dignità e diritto di esistere anche oggi assieme ai classici.
Il film diretto da Howard Hawks uscì nel 1946, poco dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale (Ci sarà anche un remake del 1978, dal titolo italiano Marlowe indaga, con Robert Mitchum, e la particolarità di spostare l’ambientazione da Los Angeles all’Inghilterra degli anni ’70); vede al centro due star di prima grandezza, Humphrey Bogart e Lauren Bacall, la cui alchimia e tensione è esplosiva sotto uno smalto di algida freddezza e regalità. L’effetto è sconcertante e straniante. E se vogliamo il segreto della bellezza e unicità di questo film iconico.
Faulkner scrisse la sceneggiatura assieme a Leigh Brackett, e Jules Furthman, ma i dialoghi fulminanti sono di Faulkner e rispecchiano ed echeggiano perfettamente quelli di Chandler (nella scarna semplicità di una sceneggiatura), e la cosa è singolare, dato che non potrebbero esistere due scrittori più diversi.
Nessun tempo morto, battute veloci come fuochi d’artificio, ironia, sarcasmo, giocati con eleganza e spregiudicatezza.
Uno scontro di ingegni tra Faulkner e Chandler, e di penne che è un piacere osservare in azione. Qui potete leggere la sceneggiatura originale.
Dialoghi e gioco di sguardi, tutto il film si gioca su questo, restando Marlowe /Bogart con il suo tranch spiegazzato al centro della scena seguito dalla macchina da presa a lui incollata. Pioggia, ombre, chiari scuri. E la sensualità felina di Lauren Bacall l’unica fonte di calore del film, ma anche Martha Vickers non scherza (e a essere sincera tutte le donne del film sono perfette: da Agnes, alle guardarobiere, alla moglie di Eddie Mars, più un cameo di Dorothy Malone, la libraia che scherza con Marlowe su edizioni rare e refusi). Un capolavoro, anzi due. Per una volta difficile decidere se sia meglio film o libro. Sono due opere d’arte distinte. Buona lettura e buona visione.

:: Dal libro al cinema: La ragazza nella nebbia di Donato Carrisi

2 novembre 2017

coverDunque vediamo, inizio col dire trasformare un bestseller letterario in un film, che poi sia di successo o no naturalmente lo decide il pubblico, e in un certo senso anche i critici, è un’ impresa che necessita di una certa dose di coraggio e di incoscienza. Linguaggio letterario e linguaggio cinematografico sono due tipi di linguaggio molto differenti si potrebbe dire speculari. La letteratura è un gioco di intelligenza, il cinema parla di sogni e visioni e tocca l’immaginario e l’inconscio.
Di norma, ma naturalmente non sempre, si parte dal libro, lo si trasforma in soggetto e in una sceneggiatura, si gira il film. Dunque necessitano uno scrittore, uno sceneggiatore, e un regista.
Semplice no?
Immaginatevi cosa può succedere quando scrittore, sceneggiatore e regista sono la stessa persona.
Di tutto, convenite?
E come ciliegina della torta immaginatevi lo scrittore sceneggiatore, esordiente assoluto come regista. E un gruppo di star nazionali e internazionali di prima grandezza da dirigere. E ci vuole esperienza, esperienza che un esordiente assoluto per quanto talentuoso non ha.
Immaginatevi questo e avrete un’ idea dell’azzardo compiuto da chi ha finanziato e voluto La ragazza nella nebbia film e libro di Donato Carrisi.
Dico subito che il film mi è piaciuto, ho trovato il Donato Carrisi regista interessante, anzi davvero bravo, anche considerando che per tutto il film non sapevo che era lui il regista. Credeteci o no è così che è andata. Non ho scelto io di vedere questo film, mi ha portato un’ amica.
Ora diciamo due parole sul libro. La ragazza nella nebbia uscì per Longanesi nel 2015. E’ il sesto romanzo di Donato Carrisi noto per grandi successi editoriali come Il suggeritore, Il tribunale delle anime, Il maestro delle ombre. Il romanzo è un classico thriller di ambientazione italiana, ispirato ad alcuni fatti di cronaca recente e all’effetto distorto provocato dall’ uso spregiudicato dei mass media. Comunità montana chiusa, segreti, bugie, il “mostro” probabilmente nascosto nella rassicurante normalità di un borgo dove tutti si conoscono. Il giornalismo cannibale pronto a far leva sugli istinti più bassi e malsani dell’opinione pubblica in nome dello share.
La ragazza nella nebbia film ha numerosi punti forti a partire dalla splendida ambientazione: un fiabesco Sud Tirolo nei dintorni di Bolzano e Bressanone. Interni e esterni. Montagne innevate, laghi, boschi, case di legno, camini che ardono. E le tv immancabilmente sempre accese, occhio indiscreto di una modernità quasi negata. (Pensate solo alla confraternita ultratradizionalista a cui appartengono i genitori della ragazzina scomparsa, o ai vestiti anni 70 di Alessio Boni, o all’uso di antiquate cassette VHS).
Un altro punto forte è un cast d’eccezione: Greta Scacchi (l’anziana giornalista paraplegica), Jean Reno (che recita eccezionalmente in italiano, uno spettacolo già di per sé), Alessio Boni (faccia intensa e tormentata e tanto teatro alle spalle) Toni Servillo (carismatico e istrionesco, figura di spicco del teatro e cinema napoletano) e le belle e brave Galatea Ranzi e Lucrezia Guidone.
E infine la storia giocata sul filo del dubbio, sulla lotta psicologica senza esclusione di colpi tra un poliziotto reduce da uno strano incidente (di chi è il sangue sulla sua camicia?) e uno strizzacervelli, filo conduttore di tutta la storia disseminata di flashback, fino alle scene finali con doppi colpi di scena carpiati.
Il film si regge sulla doppia interpretazione Servillo Reno, che apre il film, sull’ indagine di Servillo, e infine sull’ one man show dell’ insegnante Alessio Boni (i grandi scrittori copiano, e il male rende interessante le storie), il presunto innocente perseguitato da stampa e polizia. Giornalisti, avvocati e poliziotti non ne escono benissimo (la verità non interessa a nessuno, l’avvocato consiglia al suo assistito di non ricordarsi di essere innocente), e intingono di noir una sceneggiatura piuttosto funzionale alla storia seppure alcuni punti ancora restano per me oscuri, ma forse necessiterei di una seconda visione.
Che dire se vi piace il cinema italiano (di qualità) un buon film, Carrisi come regista più che promosso. Ora non mi resta che consigliarvi di leggere anche il libro.

:: Dal libro al cinema: Bentornato Pennywise! Esce oggi al cinema It dal romanzo di Stephen King

19 ottobre 2017
Penniwise

Pennywise (Bill Skarsgard) regge il filo del palloncino (Fonte MovieWeb)

Esce oggi nelle sale cinematografiche italiane IT, film tratto dal capolavoro omonimo di Stephen King. Un film che farà discutere, (già ha fatto discutere qui da noi prima dell’uscita) grande successo in America, apprezzato anche da King e pure da Tim Curry. Pennywise e il suo palloncino rosso ormai sono entrati nell’immaginario di generazioni di ragazzi ora adulti, che abbiano o no letto il libro, che abbiano o no visto la miniserie televisiva del 1990. It è un libro che ha una particolarità, fa paura, davvero paura. Non per scherzo. Trasporta le paure più profonde dell’ infanzia sulla pagina o su pellicola, in modo da terrorizzare davvero. It è un libro e ora film sulla paura, su come si genera, su come si propaga, e il bello, il bello davvero: come si combatte.

Ho amato il Pennywise di Tim Curry, e ora adoro questa sua nuova veste. Mi piacciono i costumi, la fotografia, i colori. Penso davvero sia un’ opera grandiosa. Gli occhi gialli di Pennywise fanno davvero paura, immaginateli visti all’improvviso di notte! Sono la quint’essenza del male. E tutti odiamo il male, ma in un certo senso anche ci affascina, ci ipnotizza. Ma bisogna combatterlo, e la ciurma  di ragazzini lo farà con ogni mezzo. A costo della vita.

Il regista Andy Muschietti in questo film si occupa dei “ragazzi”, girerà poi un secondo film nel 2019, sempre con Bill Skarsgard nel ruolo di Pennywise, dove i “perdenti” si ritrovano dopo 27 anni.

E voi? Andrete a vederlo? Quando l’avete fatto, soprattutto se siete fan di King, tornate a dirci cosa ne pensate. Ci conto. Ahahahahah! (Dovrebbe suonare come la risata finale di Pennywise).

Trama: Ottobre 1988, nella cittadina di Derry. Il piccolo Georgie esce di casa nella pioggia per far navigare la barchetta di carta preparatagli dal fratello maggiore Billy, costretto a casa dall’influenza. La barchetta scorre per i rivoli lungo i marciapiedi, ma finisce in uno scolo che conduce alla rete fognaria. Georgie, contrariato, si china a guardare nella feritoia e incontra lo sguardo del bizzarro clown che abita nelle fogne, Pennywise.