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:: Il più bel libro di Graham Greene

23 gennaio 2018

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Graham Greene nacque in Inghilterra a Berkhamsted il 2 ottobre del 1904 ed è un autore che adoro, non credo ci sia un suo libro che non mi piaccia. Quindi sarà molto difficile per la nostra rubrica Il più bel libro di decidere quale era il suo libro più bello.  Ma confido in voi, quindi se conoscete questo autore, e avete letto i suoi libri, scrivete nei commenti qual è il vostro preferito. Sarà interessante.

Romanzi:

  • L’uomo dentro di me (The Man Within), 1929
  • The Name of Action, 1930
  • Rumour at Nightfall, 1931
  • Il treno d’Istanbul (Stamboul Train, nell’ed. americana Orient Express), 1932 VOTI 1
  • Un campo di battaglia (It’s a Battlefield), 1934
  • I naufraghi (England Made Me), 1935
  • Una pistola in vendita (A Gun for Sale, nell’ed. statunitense This Gun for Hire), 1936 VOTI 5
  • La roccia di Brighton (Brighton Rock), 1938
  • Missione confidenziale (The Confidential Agent), 1939
  • Il potere e la gloria (The Power and the Glory, nell’ed. statunitense The Labyrinthine Ways), 1940 VOTI 8
  • Quinta colonna (The Ministry of Fear), 1943
  • Il nocciolo della questione (The Heart of the Matter), 1948 VOTO 1
  • Il terzo uomo (The Third Man), nell’ed. inglese pubblicato insieme a L’idolo infranto (The Fallen Idol), 1950 VOTO 5
  • Fine di una storia (The End of the Affair), 1951 VOTI 3
  • Vince chi perde (Loser Takes All), 1955
  • Un americano tranquillo (The Quiet American), 1955 VOTO 7
  • Il nostro agente all’Avana (Our Man in Havana), 1958 VOTO 10
  • Un caso bruciato (A Burnt-Out Case), 1960
  • I commedianti (The Comedians), 1966 VOTI 1
  • In viaggio con la zia (Travels with My Aunt), 1969 VOTO 1
  • Il console onorario (The Honorary Consul), 1973 VOTI 3
  • Il fattore umano (The Human Factor), 1978 VOTI 5
  • Il Dottor Fisher a Ginevra, ovvero la cena delle bombe (Doctor Fisher of Geneva or the Bomb Party), 1980
  • Monsignor Chisciotte (Monsignor Quixote), 1982
  • Il decimo uomo (The Tenth Man), 1985 (ma scritto nel 1944) VOTI 1
  • L’uomo dai molti nomi (The Captain and the Enemy), 1988 VOTO 1

Allora, aspetto i vostri commenti. Si avrà tutta la settimana per votare, lunedì si stabilirà il vincitore. Piccolo omaggio estratto tra i partecipanti. Tra chi vota estrarrò un vincitore a cui spedirò gli esclusivissimissimi adesivi di Liberi.

Vince piuttosto a sorpresa e a grande maggioranza: Il nostro agente all’ Avana, che rileggerò per l’occasione, chissà che non ci scappi una recensione.

E gli adesivi: Isabella.

:: L’americano tranquillo, di Graham Greene (Mondadori, 1992)

22 giugno 2016
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Innanzitutto è bene precisare che L’americano tranquillo (The Quiet American, 1955) non è un saggio di geopolitica. Lo stesso Greene nell’introduzione al romanzo, dedicandolo a René e Phuong, due suoi carissimi amici, dice che non ci sono alcune controparti reali ai suoi personaggi, e che anche i fatti storici sono in parte rimaneggiati, insomma questo è un racconto non un libro di storia.
Ciò non toglie che un racconto di personaggi immaginari possa fare trasparire in filigrana personali convinzioni dell’autore, ovvero molto spesso scherzando si dice la verità, ma appunto distinguere fantasia e realtà in un romanzo non è un’impresa così facile e soprattutto priva di rischi. Si potrebbe iniziare a leggere tutti gli articoli che Greene scrisse come corrispondente di guerra per “The Sunday Times” e “Le Figaro” durante la guerra d’Indocina, facendo raffronti e comparazioni, o le sue lettere private, quasi con l’entusiasmo di un entomologo, ma ne vale davvero la pena? Non che non lo si possa fare naturalmente, ma lasciamo agli storici questo compito, noi accontentiamoci di trascorrere una delle tante sere afose di Saigon.
Un’altra questione che vorrei affrontare, non certo con leggerezza, riguarda le polemiche e le accuse di antiamericanismo, misoginia, e irresponsabilità che gli furono fatte da più parti all’uscita del romanzo (fu pubblicato per la prima volta in Gran Bretagna nel 1955 da William Heinemann Ltd. e solo l’anno dopo negli Stati Uniti da Viking Press). Polemiche sicuramente virulente negli anni ’50, in piena caccia alle streghe, che oggi hanno perso parte dello slancio lasciando in tutti, critici e lettori, la convinzione che Un americano tranquillo è una riuscita opera letteraria, meritevole di apprezzamento appunto per il suo valore artistico. Affermazione quest’ultima forse non del tutto veritiera se si pensa che l’uscita del film di Noyce del 2002, molto fedele al libro (sicuramente più del film di Joseph L. Mankiewicz del 1958) fu ritardata per i fatti dell’ 11 settembre del 2001. Insomma il libro, e i film da lui tratti, hanno ancora oggi una componente di tale portata da essere giudicati pericolosi, o destabilizzanti. Potere della letteratura.
Per avvicinare i lettori a questo libro credo sia comunque necessario inquadrare il romanzo nel periodo storico in cui fu scritto, giusto per ricordare chi furono i Viet Minh, chi fu Ho Chi Minh, in che regioni si estendeva l’Indocina, cosa portò la battaglia di Dien Bien Phu. Giusto una traccia e uno spunto, insomma, per chi vorrà in futuro documentarsi.
Che nel romanzo si parli di colonialismo francese, comunismo, imperialismo americano, antimilitarismo, terrorismo è indubbio, i temi etici e politici sono senz’altro parte dell’intreccio, anzi ne costituiscono il tema portante, ma non dimentichiamoci che il libro si può anche benissimo leggere senza conoscere niente della situazione del Sud-est asiatico degli anni ’50, che portò se vogliamo alla guerra del Vietnam, e Greene sembra vedere le chiare premesse (sottolinea più volte il concetto di Terza forza) di questa deriva descrivendo le imprese coperte già in atto nel paese, e forse proprio il suo doppio ruolo di giornalista e di spia gli dava se vogliamo una posizione privilegiata per analizzare e interpretare i fatti. Solo molto più tardi, anche in America, si sviluppò un certo spirito critico se non un aperto dissenso verso il coinvolgimento americano nel Sud-est asiatico, disinnescando in un certo senso la portata delle tesi di Greene. E allora le sue parole acquisteranno sì solo più una sorta di preveggenza o per lo meno di attenta lungimiranza.
Ma potrei dire di più, una certa universalità, slegata ai fatti contingenti della guerra del Vietnam, proprio un certo atteggiamento di critica verso la condotta etica e morale, collegabile al kipliniano fardello dell’uomo bianco, di autoinvestitura dell’America come esportatrice di diritto e democrazia, e di cibi energetici, coca cola e armi (come ironizza Greene) ci riporta alla più stretta attualità. L’ America come gendarme del mondo dunque, ruolo che tutt’ oggi ha conseguenze tutt’altro che trascurabili nelle vicissitudini del nostro tormentato pianeta. Detto questo, si può leggere comunque il romanzo anche come una storia d’amore, come un giallo poliziesco, come un romanzo di formazione, un esotico libro di viaggi. Insomma le letture sono molteplici e tutte legittime. Ogni lettore trovi la sua strada interpretativa.
Ma tornando al mio piccolo quadro riassuntivo del periodo storico, innanzitutto partirei col dire che l’ Indocina del 1950 assimilava gli odierni stati della Cambogia, del Laos, della Thailandia, della Birmania, della Malesia e del Vientnam. La parte orientale dell’Indocina, comprendente a vario titolo Vietnam, Laos e Cambogia, rientrava dall’ottobre del 1887 nelle dinamiche colonialiste francesi, dinamiche di sfruttamento economico, sudditanza commerciale e culturale, che Greene certo non approfondisce, ma a cui velatamente accenna. Dopo alterne vicende nel 1946 la Francia riprese il controllo dell’Indocina ma già Ho Chi Minh, a capo di un movimento comunista e indipendentista – nazionalista noto come Viet Minh, pone le basi per la guerra d’Indocina, combattuta dal 1946 al 1955, che portò dopo la battaglia di Dien Bien Phu, alla totale disfatta francese, e alla fine del suo sistema coloniale. Francia e patrioti (o ribelli) vietnamiti, a secondo dei punti di vista, furono i soldati sul campo, ma la vera guerra tra alleanze, aiuti, e balletti della diplomazia, fu combattuta tra Stati Uniti, e Unione sovietica e Cina. Tutti stati seduti allo stesso tavolo della conferenza di pace di Ginevra del 1954. Trattato di pace che lasciando tutti scontenti portò quasi senza logica di discontinuità alla guerra del Vietnam, combattuta dal 1955 al 1975.
Un americano tranquillo uscì nel 1955, dopo una gestazione di alcuni anni, proprio all’inizio di quella guerra che leggendo il libro sembra inevitabile. Tre sono i personaggi principali: Thomas Fowler, cinico e disilluso reporter inglese di stanza a Saigon, voce narrante della storia; Alden Pyle, agente della CIA sotto copertura (ufficialmente lavora per una fantomatica Missione per gli aiuti economici), in Vietnam per creare proprio quei presupposti che avrebbero portato ad un intervento diretto americano; e Phuong, giovane vietnamita amante prima di Fowler, e poi di Pyle, che promette di sposarla e garantirle una vita sicura e onorevole in America.
Il romanzo inizia con la notizia della morte di Pyle, e grazie a una serie di flashback che ci riportano a un passato filtrato dagli occhi di Fowler, ricostruisce pian piano le motivazioni che portarono a questo delitto, scoprendo se Fowler (e in quale misura) fu coinvolto. Uno schema classico, classico almeno per Greene che già nel Terzo uomo lo presentò: un’amicizia tradita, una donna contesa, un contesto politico difficile. Pyle comunque ha ben poco dell’antagonista Harry Lime, la Vienna occupata, ben poco della Saigon colonialista, ma nonostante tutto lo spirito sembra il medesimo, Greene sembra continuare un discorso precedentemente iniziato, almeno a livello artistico.
Fowler non è un eroe, può in un certo senso richiamare una proiezione dell’autore stesso, forse più che altro per alcuni atteggiamenti, ma resta un personaggio di fantasia, una creazione strumentale all’intreccio, utile alla narrazione e se anche non ci fidassimo delle premesse dell’autore, lo scopriremo durante la lettura, quando il suo doppio e triplo animo si dipana durante la storia, creando un meccanismo perfetto di suspense e dissimulazione, godibile per il lettore, anche il più smaliziato, e ammirevole da un mero punto di vista narrativo.
L’ambiente giornalistico intorno al Continental è sicuramente realistico, nato dai ricordi di Greene, da quel mood cinico e senza illusioni di una comunità di espatriati, riuniti al capezzale di una guerra che sono pagati per documentare con i loro articoli mandati per telegramma, depurati dalla censura, portati sui campi di battaglia come chiassose classi di studenti in gita, assistendo a conferenze stampa pilotate, dove ottenere vere notizie o anche solo disvelamenti è una cosa più unica che rara.
Tutti recitano un ruolo, lo stesso ruolo di Fowler, l’uomo senza opinioni, l’uomo che non si lascia coinvolgere, l’ateo convinto, mosso solo dal suo personale egoismo visto come un’unica ancora di salvezza giustificata dalla disperazione e dalla solitudine.
Il suo stesso amore per Phuong quasi non si spiega. Come lei ce ne sono molte, donne vietnamite disponibili a intrattenere rapporti con gli occidentali. Phuong infondo è una donna senza apparenti particolari qualità a parte la giovinezza e la bellezza. Il suo mistero resta inaccessibile, lo stesso Fowler si stanca presto di cercare di penetrare i suoi pensieri, di vedere cosa si agita nella sua mente. Phuong a tratti può sembrare quasi un contenitore vuoto, che colleziona sciarpe colorate, che ammira la famiglia reale inglese, di cui sfoglia in continuazione riviste e libri illustrati, che lascia un uomo per mettersi con un altro senza drammi, concedendo il suo corpo con indifferenza, preparando le pipe d’oppio priva di morali resistenze. Fondamentalmente ignorante, in questo simile a Pyle, anche se Fowler sembra giudicare l’ignoranza un effetto condizionato della giovinezza, calcolatrice, attenta più che altro al suo benessere materiale, a tratti insensibile, anche se Fowler raccomanda a Pyle di non trattarla come un bel oggetto, di non farla soffrire, perché anche lei ha sentimenti, emozioni, anche se la compostezza tutta orientale che l’anima sembra negarlo.
L’accusa di misoginia potrebbe essere sensata, se non si percepisse, anche distintamente, in questa quasi totale snaturalizzazione del personaggio, il riflesso di un’idea. Phuong non è una donna, ma lo spirito stesso del Vietnam, occupato, colonizzato, sfruttato, diviso. Un paese che cerca di sopravvivere, e si adatta a risorgere dalle sue ceneri. In questo la metafora della Fenice, non sembra limitarsi al significato letterale del nome o alla piacevolezza del suo suono o alla facilità di pronunciarlo per un occidentale come sembra sostenere Greene. Il Vietnam è destinato a risorgere sembra al contrario dirci l’autore, dopo anni di sfruttamento coloniale, alle soglie di una guerra ancora più devastante di quella già in atto, che nessuno può evitare, o forse manco ci si prova.
L’antimilitarismo di Greene è radicale, la guerra è il pianto di un uomo nel buio, potente raffigurazione che colpisce nel profondo il lettore più che la descrizione di corpi dilaniati, cadaveri ingrigiti, e innocenti sanguinanti. Forse più ancora della madre che nasconde con il cappello il cadavere del figlio dopo l’attentato nella piazza di Saigon. Odio la guerra, Greene fa dire con disperazione a Fowler, dopo l’attacco al piccolo sampan, sgretolando definitivamente la sua apparente indifferenza e il suo cinismo. Quando il capitano Trouin ci parla dei bombardamenti al napalm, (Si vede la foresta che va a fuoco. Sa Dio cosa si vedrebbe stando a terra. Quei poveri diavoli bruciano vivi, le fiamme gli arrivano addosso come una marea. Annegano nel fuoco) passano nella mente inevitabilmente i fotogrammi del film Apocalypse Now ponendo fine a ogni riflessione sul concetto di guerra giusta.
Il personaggio di Pyle, a cui Fowler, pur dichiarandosi suo amico e nutrendo del vero affetto, non evita una battuta di vendicativo scherno (mi immaginavo i suoi occhi molli e un po’ canini. Avrebbero dovuto chiamarlo Fido, non Alden) con tutte le sue valenze simboliche e metaforiche, si discosta grandemente dal villain classico. E’ un ragazzone americano giovane, con le gambe dinoccolate, i capelli tagliati a spazzola, e lo sguardo aperto, da studente universitario, (…) incapace di fare del male. E’ serio, corretto, idealista, coraggioso (salva la vita a Fowler a rischio della propria), quando se ne innamora vuole proteggere Phuong, lontano anni luce da molti suoi simili che vedono nelle donne vietnamite meri oggetti di piacere. Ma è tragicamente ingenuo e colpevolmente innocente. Tutto quello che sa dell’Estremo Oriente l’ha imparato dai libri (anche quello che sa del sesso e forse dell’amore l’ha unicamente imparato dai libri). E’ imbottito di concetti astratti sui dilemmi della Democrazia e le responsabilità dell’Occidente, concetti presi di sana pianta dai libri di York Harding (scrittore inesistente, naturalmente inventato da Greene) che racchiude in sé i tanti commentatori politici, apertamente anticomunisti, veicoli di propaganda, più che di convinzioni profonde. E solo l’ingenuo Pyle può considerare York Harding (se cercate un colpevole Vigot, è lui l’assassino di Pyle) un profeta, detentore delle più salde e incrollabili verità. Pyle è totalmente privo di spirito critico, ed è questa fondamentalmente l’accusa che Fowler gli rivolge, la sua assurda innocenza (chi può dirsi innocente a quel punto della guerra), la sua certezza di essere nel giusto, (anche quando donne e bambini cadono sul campo) il suo giustificare la propria inettitudine (doveva controllare che la parata fosse stata rimandata). Nel definirlo un americano tranquillo, (la prima è Phuong a farlo) Greene paradossalmente accentua l’ironia amara che stigmatizza chi fa danni suo malgrado, anzi con le migliori intenzioni, e lo stesso Vigot, della Suretè francese, lo definisce così alludendo al fatto che è freddo e rigido nella sala mortuaria.
E poi c’è il Vietnam che inevitabilmente Greene ama, di un amore capace di far provare nostalgia quando ancora vi ci vive (pur sapendo che molto presto sarà altrove). Il suo clima afoso, le zanzare, le pipe d’oppio, le ragazze in bicicletta con i pantaloni di seta bianca e le lunghe vesti attillate a fiori, le vecchie in pantaloni nere intente a spettegolare, le risaie, il tè servito ad ogni ora come forma di ospitalità, le parate variopinte dei caodaisti, i guidatori di risciò, i tavolini all’aperto dei bar, tutto l’esotico scenario già presente nelle sue cronache giornalistiche, che qui riporta fedelmente con lo stesso rispetto e dignità e un velato senso di colpa, (noi inglesi siamo colonialisti di vecchia data tanto quanto i francesi).
Chiudo dicendo che se vi avvicinate a Greene per la prima volta, L’ americano tranquillo, può essere il libro che vi farà innamorare perdutamente di questo autore, con le sue contraddizioni, la sua fede tormentata, la sua lucidità integra e onesta, e la sua capacità di trovare le parole giuste in ogni circostanza, a cui ci si avvicina con una certa invidia, la stessa di Vigot quando cerca le parole sul piano della scrivania, parole capaci di esprimere i suoi pensieri con la mia stessa precisione.
Nuova traduzione di Alessandro Carrera ripresa dalla prima edizione I Meridiani del giugno 2000, pubblicata a partire dalla terza ristampa, condotta sul testo autorizzato della Collected Edition, la serie di volumi che Heinemann e Bodley Head pubblicarono tra il 1970 e il 1982 con l’imprimatur dell’autore.

Greene Graham (Berkhamsted, Inghilterra, 1904 – Vevey, Svizzera, 1991), convertitosi al cattolicesimo intorno al 1926, è tra i narratori inglesi novecenteschi più popolari. Giornalista e inviato speciale, ma anche autore di teatro e sceneggiatore per il cinema, Graham Greene è famoso soprattutto per i suoi romanzi, come Il potere e la gloria (1940), Il terzo uomo (1950), Il nostro agente all’Avana (1958) e Il console onorario (1973). Tutte le sue opere principali sono pubblicate negli Oscar Mondadori.

Source: acquisto personale.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Analisi di Il terzo uomo di Graham Greene

20 dicembre 2011

[avviso spoiler]

Il terzo uomo di Graham Greene, pubblicato nel 1950, è una delle opere considerate minori del grande autore inglese, definite appunto come “divertimenti”.
Non è esattamente un romanzo, più che altro può essere considerato un racconto lungo che nacque non per essere pubblicato, ma per servire da soggetto da cui trarre una sceneggiatura cinematografica per un film di Carol Reed. Pur tuttavia sia per la complessità che per la compiutezza è sicuramente un’opera singolare e interessante non a caso considerata, forse, il suo “romanzo” più famoso.
Come premessa potremo cominciare con identificare tre componenti che si intrecciano dando vita ad una narrazione composita e di “intrattenimento”, come era nell’intenzione dell’autore: la componente più evidente è la struttura poliziesca del racconto, tutta la trama prende infatti la forma di un’ investigazione; secondo elemento è lo stile ironico, e a tratti decisamente divertente; e infine terzo elemento, il più importante a mio avviso, che offre una  struttura solida a tutta la narrazione evitandogli di scivolare nella semplice burla, ovvero il tema centrale che verte sulla trattazione di un argomento delicato come il contrabbando, in tempo di guerra, di medicinali avariati.

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“Non si può mai prevedere la caduta di un colpo. Quando vidi Rollo Martins per la prima volta…”

Il terzo uomo inizia così. La voce narrante è in prima persona; l’aspetto razionale e critico è affidato ad un ufficiale di polizia britannico, Calloway, la cui primaria funzione e sorvegliare e indagare, ovvero reggere l’ordine, in un’ allucinata Vienna distrutta del secondo dopoguerra.
La fredda e burocratica opacità di un’ indagine di routine viene increspata dalla simpatia umana che il poliziotto prova per Rollo Martins, il vero protagonista di tutto questo intricato racconto. Già dalle prime righe capiamo che la storia si regge sul rapporto umano che si instaura tra due uomini completamente diversi che incidentalmente seguono le tracce di un terzo uomo, Harry Lime appunto, spettro sfuggente e simbolo di tutto quanto la guerra porta con sè di spregevole e viscido.
Possiamo definire questo racconto un racconto poliziesco con tutte le precisazioni precedentemente fatte. Ha la struttura narrativa di un’ indagine poliziesca, di una ricerca che solo in apparenza può essere considerata avventurosa o satirica. Sullo sfondo c’è una realtà drammatica e ben poco immaginaria. C’è una città, Vienna, molto simile a qualsiasi città durante la Seconda Guerra Mondiale: bombardata, abbandonata, ridotta ad un cumulo di rovine e macerie, divisa in zone di occupazione militare, in cui la desolazione e la difficoltà di sopravvivere accomunano, in una contraddittoria e fraterna disumanità, tutti i personaggi.
La devastazione non solo materiale della città riflette la vera distruzione operata nelle anime delle ombre che agiscono: agenti più o meno corrotti, pericolosi e spietati approfittatori, vecchi invalidi, spie, sovversivi, ragazze prive di identità e senza passaporto. Il pericolo, lo sbando di queste anime perdute, il disordine, la confusione, la violenza ancora presente come un eco terrificante, tutto questo fa da sfondo alle azioni di un uomo, Rollo Martins,  surrealisticamente irresponsabile, sciocco, sentimentale, romantico, che crede ancora all’amicizia (e di conseguenza nell’amore), allampanato, preoccupato, timoroso, scrittore di mediocri libri di evasione e avventura senza impegno come le sue storie sentimentali che colleziona con incoscienza e ingenuità.
Per semplificare: la trama verte sulla storia di un’ amicizia che lega  due uomini essenzialmente inadatti ad essere amici. Ciò che irrimediabilmente li separa è il loro modo di porsi di fronte al “male” in questo racconto simbolizzato dal traffico illegale di penicillina. Harry Lime trova in esso un conveniente strumento per arricchirsi, e dare così pieno campo all’avidità umana, vero motore di ogni guerra. Rollo Martins in tutta la sua mediocrità e ingenuità, conserva il suo senso morale e la sua capacità di provare empatia, orrore e pietà.
Tutto il racconto è un gioco di specchi, una complicata serie di sdoppiamenti, un lungo labirintico scontro tra il protagonista Rollo Martins e l’antagonista Harry Lime, un lotta impari che porterà all’inevitabile lieto fine, reso però amaro dalla certezza che nessuno, neanche chi si pone dalla parte giusta, è un vincitore fino in fondo.
Greene fu invitato ad ideare una storia che descrivesse la Vienna del primo dopoguerra senza farne un’ opera di propaganda, conservando oggettività e “realismo” nel senso più vero del termine. Il fatto che sia un periodo di occupazione è sempre ricordato dall’autore, con riflessioni, digressioni, amare descrizioni di cosa significa avere gente armata straniera che circola per le vie di una città devastata in cui regna il caos.
Greene non si permette di fare facile retorica, si limita a descrivere i fatti senza mai evocare con disprezzo il vero nemico sconfitto (i tedeschi), ma semplicemente evocando concretamente i problemi d’ordine, le meschinità personali, la corruzione, la solidarietà quando resta solo il silenzio, più terrificante del rumore dei più violenti bombardamenti, il vuoto, e la malinconia della vita che continua, facendo dei sopravvissuti niente altro che degli spettri.
Le riflessioni che l’autore fa sono di una profondità psicologica e di una lucidità che hanno ben poco a che fare con un semplice “svago” come in apparenza tutto il racconto può sembrare. Il tema sensibile che Greene affronta con apparente leggerezza è così pieno di implicazioni morali ed etiche che non permette ad alcun lettore  di non avvertire la sgradevole consapevolezza che ognuno è tenuto a schierarsi e che molte volte l’irresponsabilità di certe nostre azioni ha conseguenze così devastanti di cui non conosciamo neanche la portata.

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Calloway voce narrante, poliziotto britannico,  alter ego dell’autore-osservatore, indaga su un crimine, – sul traffico illecito di penicillina adulterata -, sorveglia, insegue un delinquente, mantiene l’ordine e simboleggia una voce razionale nel caos. Il suo obbiettivo è risolvere un caso, stilare un dossier. Il suo istinto di poliziotto lo porta ad avvertire che c’è qualcosa di anomalo nella scomparsa del suo principale indiziato Harry Lime, e non ostante l’indagine sia formalmente chiusa, con la morte appunto di Lime, continua ad indagare e si mette a seguire Martins, che a sua volta segue le tracce del fantasma Lime, spettro sfuggente che per molta parte del racconto, creduto morto fino al colpo di scena finale, vive solo, come un’ ombra riflessa, nei ricordi, nelle osservazioni degli altri personaggi nelle cui vite ha creato più o meno danni.
Anche  Calloway, continua appunto il gioco di specchi, conosce Lime solo per riflesso, attraverso i rapporti dei suoi diversi agenti, e si è fatto un’ idea abbastanza precisa su chi sia questo enigmatico individuo, che sembra irradiare intorno a sè un misterioso potere di devastazione. Per Calloway Martins è il solo collegamento con questo fantasma troppo presente e proprio seguendo i suoi spostamenti per Vienna, inizia a far luce pian piano sul mistero che come una cappa opprimente coinvolge tutti i personaggi.
La consapevolezza che le sue intuizioni sono fondate e i suoi sospetti reali, ovvero che Lime è ancora vivo e la sua morte è solo una manovra di quest’ ultimo per svincolarsi dalle sue responsabilità e come sempre cavarsela,  si concretizzano sempre di più mentre contemporaneamente Rollo Martins arriva a conoscere che persona è in realtà l’ “amico” che ha sempre idealizzato e venerato.
C’è una patetica ostinazione in Martins nel non credere al poliziotto e nel volere a tutti costi dimostrare l’innocenza di Lime, in nome della loro passata amicizia.  Più Martins scopre e accetta cosa Calloway già sa di Lime, più la figura di questo personaggio evanescente e effimero prende forma e si delinea come quella di un essere irrimediabilmente corrotto e privo ormai di ogni traccia di umanità.
Tra i personaggi maledetti della storia della letteratura sicuramente il personaggio di Harry Lime ha un posto difficilmente eguagliabile. Il suo utilizzo degli altri, la sua capacità di manipolare persino coloro che lo amano per i suoi fini, trasmette un cinismo e una freddezza sicuramente esasperata e funzionale a delineare il cattivo di turno, ma inquietante.
La descrizione riflessa di Lime avviene soprattutto per voce di Martins. Lime è un uomo d’azione, agisce per ottenere ciò che vuole a prezzo di qualsiasi sofferenza per gli altri. E’ paziente, razionale, non è il classico delinquente violento e dominato dagli istinti. E’ scaltro, persegue piani precisi che portano al suo arricchimento e alla distruzione degli altri di cui si disinteressa completamente, è privo di alcuna remora morale. E’ furbo, sa come risultare affascinante e simpatico, sa come muoversi nel mondo, sa come sfruttare le debolezze degli altri, e infine vertice della sua perfidia sa farsi amare.

Annex - Valli, Alida (Third Man, The)_02Anna Schmidt è il personaggio femminile principale ed è senz’altro un personaggio che ispira simpatia, un’amica, una giovane attrice, con problemi più grandi di quanto sia capace di gestire e questa sue debolezza ne fanno automaticamente una vittima di Lime, che lei sinceramente ama. Il suo oscuro passato, la necessità di documenti falsi, la sua fragilità ne fanno un personaggio enigmatico e inaccessibile, forse più ancora dello stesso Lime, le cui motivazioni sono fin troppo ovvie e se non addirittura prosaiche.
Anna Schmidt è un personaggio in fuga, una profuga ungherese con passaporto austriaco, abituata ad indossare maschere non solo per la sua professione. Tutti nel racconto improvvisano un’ identità fittizia, per difendersi, nascondersi, sopravvivere e così fa Anna, ma in lei, a differenza dei personaggi maschili coinvolti con Lime, non c’è nessuna meschinità, resta in un certo senso “innocente” non ostante la sua vita di espedienti e il suo legame con un delinquente.
Il suo mistero, di cui la sua dolce e delicata sensualità ne accresce il fascino, consiste nella sua capacità di lealtà e di amore. Anna continua ad essere incapace di tradire o fare del male pure ad un uomo come Lime. Restando fedele a se stessa acquista, pur nella sua debolezza, una forza epica ben superiore a quella di tutti gli altri personaggi.
La sua non particolare bellezza, la sua aria quotidiana, la sua non particolare bravura come attrice, tutte queste apparenti non-qualità svaniscono di fronte alla sua incrollabile capacità di non lasciarsi corrompere da niente e da nessuno. La sua dignità, il suo ruolo apparentemente defilato, mai invasivo, la sua tristezza, la sua drammatica compostezza bilanciano in un certo senso, in positivo, ciò che in Lime c’è di spregevole, come se Greene avesse voluto mettere in atto una sorta di “giustizia” e di “equilibrio” al fine di conservare una piccola luce di speranza in tutta questa desolazione.

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L’autore nell’introduzione spiega la lunga genesi dei dialoghi e di come presero vita, trasformandosi nella sceneggiatura che porterà al film,  lavorando assieme al futuro regista, diventando veri colloqui che i due improvvisavano per renderli più realistici. Nel racconto sono quindi piuttosto abbozzati e non articolati, comunque rivestono un ruolo sicuramente altrettanto importante della descrizione dell’ambientazione su cui invece più si sofferma.
L’interazione tra i personaggi, ovvero i rapporti che li legano, sono senz’altro determinati dai dialoghi, essenziali in un testo destinato a diventare una sceneggiatura. Il registro linguistico è piuttosto semplice e non formale, teso a sottolineare la difficoltà di comunicazione in una realtà piena di personaggi di nazionalità diversa. L’alternarsi del registro linguistico drammatico e comico crea una singolare sovrapposizione di percezioni che spezza la narrazione e getta inquietudine nel lettore.
I livelli di lettura differenti, non dimentichiamolo che formalmente non è altro che un elegante gioco di specchi con l’obbiettivo principale di divertire e intrattenere, hanno una funzione specifica di risvegliare la coscienza dei lettori su temi scomodi e dolorosi che pur sempre fanno parte della vita si può dire di ogni epoca.
L’effetto comico e farsesco dello scambio di persona, i fraintendimenti, lo svelamento improvviso dei ruoli di personaggi che in un primo tempo apparivano sotto un’altra luce, sono tutti espedienti che l’autore usa per spiazzare il lettore e destare la sua attenzione, provocandolo attraverso l’uso del ridicolo, del patetico, del commovente.
L’uso di personaggi come Crabbin, buffi, patetici, alternati ad altri rozzamente violenti, ci porta a percepire la realtà che l’autore vuole trasmettere come una foresta piena di contraddizioni e imprevisti. Nulla è ciò che sembra e tutto è mutevole e sempre in movimento.  Non c’è spazio per consolanti o rassicuranti bugie per mascherare la verità e mettere tranquilla la nostra coscienza.
La realtà che Greene conosce è terribile e spietata, il più forte vince inevitabilmente il più debole, e a questa regola non c’è scampo. Greene getta dubbi, insinuazioni, che creano allarme e aggiungono un irritante senso di mistero dando la claustrofobica sensazione che il protagonista Rollo Martins stia cadendo in una trappola tesagli soprattutto a causa della sua curiosità.
Le contrastanti versioni sulla morte di Lime, le discrepanze, le mezze verità, le autentiche menzogne e i depistaggi portano Martins su false piste, e nel frattempo la  fitta rete che inizia ad avvilupparlo si infittisce di maglie sempre più resistenti e solo il sorvegliante Calloway, che in un certo senso veglia sulla sua sicurezza, impedisce che questo si trasformi in tragedia. L’ordine viene ristabilito, il colpevole punito, ma l’amarezza per un’amicizia  mancata e tradita, persiste e non consola del tutto.

Temi principali:

Lo spettro della guerra, simbolizzato dal silenzio e dalla neve, fredda e incolore come la morte, è un tema sempre presente sullo sfondo e rende tutto più amaro e più tragico anche se materialmente la guerra è finita e restano solo macerie. La rovina materiale riflesso della rovina morale dei personaggi perdenti, tristi, devastati dal male e a dispetto di tutto vivi.

La solitudine è un altro tema trattato con realismo ed estrema sensibilità e sempre accompagna lo sbandamento e la desolazione dei personaggi. Il senso di alienazione, estraneità, smarrimento, (non c’è nessuno ad aspettare Martins in albergo).

L’amicizia infine è sicuramente il tema centrale del racconto. Un appuntamento mancato, un lungo addio tra due amici che non ostante siano su due posizioni diametralmente opposte sentono perdurare inaspettatamente il vincolo d’amicizia. L’unica emozione umana che Lime sembra avere conservato è appunto la consapevolezza che l’amicizia è un valore e nell’ inseguimento finale nelle fognature di Vienna, quando sa di essere irrimediabilmente perduto,  e che per lui non c’è salvezza, un senso di rimpianto, stempera il suo cinismo, pur naturalmente non dando spazio a niente altro che a questo e non trasformandolo in pentimento.
Lime non si pente del male fatto, delle centinaia di vittime dei suoi traffici, del dolore recato a Martins o alla ragazza, che amandolo rendono la sua indifferenza ancora più odiosa,  si pente unicamente  di non essere stato abbastanza scaltro e cinico da  cavarsela anche questa volta e nelle sue ultime parole prima di morire, ucciso da Martins, afferma proprio questa sua sconfitta con parole ironicamente derisorie .

L’avidità: questo tema è sicuramente oggetto di numerose riflessioni di Greene. Nella sua valutazione dei fatti e delle circostanze, vede sempre l’avidità a margine dei peggiori comportamenti umani. La corruzione che l’avidità porta con sè lo porta ad aumentare la sua pessimistica analisi dei fatti. L’avidità porta con sè le peggiori rovine perché non ha limite, è un meccanismo spietato che avvolge e avvelena tutto. L’autore sente una istintiva ripugnanza per questo “crimine”  ed enfatizzando i lati negativi della figura dell’ approfittatore Lime cerca di trasmettere al lettore tutto l’orrore e il  disgusto che l’avidità, di cui ha visto di persona le nefaste conseguenze,  gli provoca.

L’amore. In questo clima decisamente angosciante e opprimente, l’autore delinea una delicata storia d’amore tra la ex-ragazza di Lime e Rollo Martins. L’amore che lega questi due personaggi ha un po’ il tono della solidarietà tra naufraghi, ma non ostante tutti i suoi difetti e le sue manchevolezze è la sola realtà che sopravvive e getta una luce di speranza sul futuro. L’autore non ostante il suo estremo pessimismo conserva ferma la fede nel potere salvifico di questo sentimento anche quando apparenterete tutto intorno è perduto.