:: Recensione di Giulia Guida de "Il senso del dolore" di Maurizio de Giovanni

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Il_Senso_del_Dolore“Perchè  cadono le lacrime. Sulla fame e sull’amore”. [Rileggendo “Il senso del dolore”, M. de Giovanni]

Non parla quasi mai, il commissario Ricciardi. Si nasconde dietro sbarre di ghiaccio, che da anni in silenzio gli si stringono nervose contro la gola, imprigionando la sua voce. Passano giorni interi in cui gli capita di chiedersi se una voce l’abbia mai avuta e prova a rincorrere le vibrazioni delle sue corde vocali attraverso il passato, a raccogliere quei  pochi cocci di suono scivolati a terra dalle sue tasche e ricucirli insieme, fino a ridisegnare un’onda elettrica senza strappi o spazi bianchi.Non riesce più a sentirlo, l’attrito delle sue parole contro l’aria.Essenziali, le parole di Ricciardi. Essenziali e spezzate al centro, come i suoi occhi, centri di gravitazione permanente di un dolore antico, che non si può capire, perchè nasce da una condanna a toccare l’allucinazione, a vedere l’invisibile, a sentire la morte. Tutto quello che gli è  rimasto da dire, Ricciardi l’ha lasciato a quel vuoto verde smeraldo che gli mangia la faccia. Gli occhi di Ricciardi. Due gocce di ghiaccio, tirate all’ingiù, incastrate come crepe nere nella pelle. Sono due rughe immense, di chi è invecchiato bambino e s’è bevuto tutto il buio troppo presto. Come tane per difendersi dai venti freddi dell’inverno, Ricciardi ci caccia dentro tutte le sensazioni che non vuole più sentire agitarsi nel sangue. Le chiude a chiave lì, le seppellisce come segreti inconfessabili, perchè sa che nessuno potrà mai raggiungere il nucleo duro della sua disperazione, nessuno avrà mai abbastanza forza né coraggio per aprire il tubetto nero dei suoi ricordi, di tutte le immagini e le voci che gli hanno rubato il presente, di tutti quei morti che giorno dopo giorno gli hanno raschiato via la vita e pretendono che lui ascolti le loro storie, faccia giustizia e rivendichi i loro anni interrotti. Vede i morti, Ricciardi. Quelli morti di una morte violenta, li vede dovunque, riascolta le loro ultime parole e soprattutto sente. Sente la tempesta elettrica di sensazioni che sanguina dalle loro ferite aperte, gli ricade addosso in un brivido viola lungo la schiena. E’ così da sempre, dal giorno del Fatto. Quando da bambino quella prima allucinazione gli spezzò  l’ultimo grido tra le labbra. E’ il 1931 adesso e Ricciardi vive in una Napoli che s’attacca alle pagine e le colora del profumo delle vecchie botteghe, dei piedi scalzi degli scugnizzi, dei rombi tonanti delle poche macchine che percorrono le strade, del sapore delle castagne nei carretti degli ambulanti, della luce fredda dei lampioni a gas che illuminano la notte di quei chiaroscuri ad olio e sciolgono il sangue nell’ombra. E’ una sera d’inverno quando il brigadiere Maione, l’unico che abbia provato a romperlo il muro d’acqua di quegli occhi, entra nell’ufficio di Ricciardi e lo mette al corrente di un omicidio avvenuto al teatro San Carlo, quella sera stessa. E’ stato trovato morto nel suo camerino Arnaldo Vezzi, il più grande tenore di quegli anni, protetto e amatissimo dagli alti ranghi del regime. Il suo corpo, ancora con l’abito da pagliaccio addosso, giace riverso sulla sedia, il collo trafitto da una scheggia di vetro dello specchio, due lacrime a solcare le sue guance e a sciogliere il trucco. In un angolo della stanza ecco l’allucinazione di Ricciardi. Il corpo di Vezzi, leggermente piegato sulle ginocchia, una mano protesa in avanti, la voce di un talento fuori tempo che intona un verso della Cavalleria Rusticana “Io sangue voglio, all’ira mi abbandono, in odio tutto l’amor mio finì…” Le indagini di Ricciardi lo portano a ridisegnare, testimone dopo testimone, la figura della vittima: una personalità nera, burbera, intrattabile, nutrita da un profondo egoismo e disumana irascibilità. Detestato da molti, Vezzi era, nonostante il suo carattere inavvicinabile, inesauribile fonte di guadagno per impresari della lirica, orchestrali e teatranti. Molti nemici nell’ambiente, quindi, ma tutti paradossalmente interessati a voler Vezzi vivo, una pedina troppo importante del loro gioco. Nei pochi giorni in cui si consumano le ricerche, le mani nervose di Ricciardi, tutte scatti e ricordi accavallati, si muovono tra le sgargianti luci dell’opera-  lui che aveva sempre vissuto su uno sfondo bianco e nero, che dei colori non aveva mai saputo che farsene, attraversa la vita di Vezzi, riscrivendo la sua storia mentre cerca di scrollarsi un pò di fuliggine di dosso, andando a decifrare il sentimento dietro ogni dinamica di quella macchina di finzione, così lontana dalla vita reale. Perchè, per uno che sa cosa sia la dannazione, per uno che lo senta davvero quel senso del dolore, l’arte non può avere niente a che fare con la vita, non può neanche esserne la copia più sbiadita. “Il senso del dolore”, primo dei tre romanzi di de Giovanni che ruotano attorno alle stagioni del commissario Ricciardi, racconta un’infanzia perduta, che non si lava via dagli incubi. Racconta il punto di rottura tra ciò che è reale e ciò che non sembra esserlo. Racconta del profondo amore che ci può essere dietro uno sguardo che non parla altro che di buio. Racconta gli occhi di un uomo che preferirebbe non sentire affatto, essere privato di ogni emozione, avere la sensibilità del cemento armato e svuotarsi la testa di tutte quelle parole- quelle ultime parole- che si rincorrono tra storie non sue, di chi ammazza per fame, di chi si sacrifica per amore. La fame e l’amore. Ricciardi aveva sempre pensato che non esistessero altri motivi per uccidere. Tutto era riconducibile a questo. Due sentimenti complementari capaci di sovvertire l’ equilibrio, rovesciare ogni ruolo prestabilito, provocare l’inaspettato. Accendere i colori e ridare vita a quella morte sempre in agguato per serrare gli occhi di un’amarezza di chi sa che non è ancora arrivato il suo tempo. Il tempo giusto per riascoltare le sue ultime parole e finalmente gridare via quel senso del dolore.

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