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:: Rumore Bianco di Don DeLillo (Einaudi, 2014)

9 novembre 2017

donde(Ri)leggere Rumore bianco di Don DeLillo nel 2015 – sono passati trent’anni da quando fu scritto – è un’ esperienza catartica che consiglio nella misura in cui si ha voglia di osservare una foto che ci ritrae giovani e felici, magari con una punta di ingenuità, con la consapevolezza che non siamo più (o forse non siamo mai stati) quelli di allora.
Siamo altro, siamo altrove, in una contemporaneità che forse ci va anche stretta. Siamo meglio, peggio? Questo non è dato sapere, dipende dalle incrostazioni di pessimismo/ottimismo, che si sono sedimentate col tempo.
Ma quello che è certo è che non siamo più nei reaganiani ed edonisti anni 80: ci sono state le Torri gemelle, la crisi dei subprime, l’ impiccagione di Saddam Hussein, l’ISIS, un presidente USA afro-americano, un probabile futuro presidente americano donna.
In Rumore bianco il protagonista è un accademico che studia il regime hitleriano del terrore e la paura della morte, sempre evocata quasi ossessivamente (se contate quante volte la parola morte appare nel libro, avrete una vertigine), ci accompagna per tutto il libro come un brusio di sottofondo, come i lampi sulfurei di una TV (o una radio) sempre accesa, che interrompe lo scorrere del tempo e della narrazione con la sua pioggia di informazioni, quasi sempre superflue, simili a jingle pubblicitari monotoni e petulanti, nati per celebrare il consumismo bulimico e tragicamente inutile di una società in cui predomina l’apparenza, e la futilità, e per questo (forse) condannata irreversibilmente alla sua autocombustione.
Che sia questa la chiave di lettura del romanzo, a patto che una chiave di lettura debba esserci: il terrore come strumento di comunicazione? Se DeLillo avesse scritto Rumore bianco oggi, con l’ingombrante presenza del terrore mediatico sparso a piene mani dall’ISIS, cosa sarebbe cambiato, che toni avrebbe usato, l’avrebbe scritto?

Sì, ipotizzare questo è un gioco squisitamente postmoderno, forse anche sterile, ma ci porta a un’ altra riflessione, un’altra domanda spontanea, questa necessaria: Rumore bianco è un libro profetico? In che misura? Rileggevo proprio ieri alcuni passi che descrivono una fila indiana di gente che fugge a piedi dalla nube chimica, ed è difficile non associarli dolorosamente ai migranti di questi mesi in un aberrante déjà vu.
La bellezza di questo libro, tra le mille bellezze minori che racchiude, è proprio questa, ci parla di noi come siamo oggi, e lo fa in un tempo passato, quando non eravamo ancora così, avvalorando la tesi dello scrittore veggente: “Je dis qu’il faut être voyant, se faire voyant. Le poète se fait voyant par un long, immense et raisonné dérèglement de tous les sens” scriveva Arthur Rimbaud appena sedicenne a Paul Demeny.
Che la narrativa sia una forma altra di poesia è ancora più vero analizzando un testo come questo in cui l’uso funambolico e inaspettato (DeLillo direbbe entusiasta) degli aggettivi spazia toccando tutti i campi del procedimento retorico, con una naturalezza che trasforma l’artificio in esigenza imprescindibile.

Quando facciamo la conoscenza di Jack Gladney, un americano tranquillo, chiuso nel suo rassicurante mondo borghese privilegiato, protetto dal consumistico tran-tran casa, college, supermercato (odierno Tempio dello Spirito, dove tutti i desideri si materializzano in scatole lucenti di cibi, aggeggi per la casa, bulloni, fino ai diversi tipi di carta vetrata), più che paragonarlo a un adulterato esponente del Sogno Americano, sembra di assistere alla sua nemesi. Il professor Gladney e la sua famiglia (dalla nuova moglie Babette, ai figli, naturali e acquisiti) sembrano davvero spettri dell’Incubo Americano, in cui l’inutilità (caratterizzata dai dialoghi, arguti e intelligenti ma quasi mai costruttivi, sempre parte del rumore di fondo che si confonde con il triturare del tritarifiuti, il mulinare della lavatrice, o il rumore elettrico del frigorifero) è la discriminante. Rumore che si assomma a rumore sulle spoglie di una società occidentale pericolosamente in bilico verso la sua fine. La nube letale, chimica, in una società ipertecnologica non può essere altro (se fosse stata radioattiva avrebbe avuto un altro sapore, più dolorosamente maccartiano), emblema dell’ inevitabile in una società dove tutto è programmato, organizzato, predeterminato, ci ricorda l’esistenza del fattore discordante, e l’imponderabile, ecco il termine che faticosamente cercavo, è sempre dietro l’angolo.

Dunque la catastrofe ci sovrasta, il senso di inquietudine e di minaccia ci perseguita, e non bastano i farmaci illegali, l’alcool o la droga (finanche) a fare tacere questo rumore ruminante delle coscienze. Jack Gladney ci proverà, cercherà alternative e vedremo il suo scorato fallimento, quando intraprende la strada sbagliata. Non mancano comunque i momenti di divertimento, non è affatto un libro lugubre, triste o contagiante infelicità, certo bisogna essere sulle stesse lunghezze d’onda dell’umorismo acido e dissacrante dell’autore, amare i paradossi, apprezzare le dissonanze, ma alla descrizione del mancato incidente aereo sfido chiunque a non ridere. DeLillo non si presenta come un fustigatore di costumi, un iconoclasta guru della moralità, quando con velenosa arguzia tesse la sua satira (feroce) su temi sacri come la famiglia o ancor di più il mondo accademico (cos’altro se non visto come un’ istituzione burocratizzata atta a tramandare la memoria), pur tuttavia di moralità parla (il suo colloquio con il lettore è molto morale), sottolineando che è il substrato, la sostanza su cui si basa l’etica, e il senso stesso della vita prima che la ragion d’essere di una società (in questo caso quella occidentale). Il richiamo a una trascendenza quasi dai fatti narrati negata è un altro tema che può apparire sbiadito e marginale quando è fondante nella misura in cui si oppone al materialismo del benessere e dell’accumulo, (non solo di oggetti materiali, specificati per nome, forma e produttore) e si incarna in quella luce che vuol gettare sul quotidiano. Immagini quasi lisergiche, sprazzi di epifanie che acquistano sacralità, speranza di un altrove in cui finalmente si abbia il diritto di esistere felici, lontani dalle radiazioni dagli effetti indeterminabili. E Dylar o non Dylar, è la felicità il grande assente del romanzo, il convitato di pietra, immobile e minaccioso. E solo nel finale, nelle ultimissime righe, la parola «amore» fa timidamente capolino, gettata tra le righe come un abito smesso, sciupato e ordinario. Ma c’è e getta a ritroso la sua luce su tutto il romanzo. Un castello di carte cadute, che si rialza, perfetto, con ogni tassello al suo posto. Bastasse così poco, anche nella vita.

Don DeLillo è nato nel 1936 nel Bronx da una famiglia di origine italiana. Nella sua lunga carriera ha vinto il National Book Award, il PEN/Faulkner Award e il Jerusalem Prize ed è considerato il grande maestro della narrativa postmoderna americana. Presso Einaudi ha pubblicato: Underworld, Libra, Body Art, Valparaiso, Cosmopolis, Mao II, La stanza bianca, Giocatori, Running Dog, Rumore bianco, Love-Lies-Bleeding, I nomi, L’uomo che cade, Americana, Contrappunto, Great Jones Street, Punto omega, La stella di Ratner, L’angelo Esmeralda, End zone e Zero K.

Source: acquisto personale.

Pubblicato per la prima volta su Poetarum Silva

:: Parla come mangi – Libri letti in lingua originale: Zero K, Don DeLillo (Simon & Schuster, 2016)

2 novembre 2016

«L’intero disco solare, che inondava di luce le vie e illuminava le torri alla nostra destra e alla nostra sinistra; mi sono detto che quello che il bambino vedeva non era il cielo che ci crollava addosso: lui sperimentava il più puro senso di stupore all’intimo contatto fra la terra e il sole. Sono tornato al mio posto, guardando dritto davanti a me. Non avevo bisogno della luce del paradiso. Mi bastavano le grida di meraviglia del bambino». (Trad. Federica Aceto, Einaudi)

Mi sono ripromessa che ne avrei parlato alla fine, quando ne avessero parlato più o meno tutti, quando ci sarebbe stato ben poco altro da dire. Quando ciò che anche avessi aggiunto fosse stato più o meno superfluo. Al limite già detto, in un cacofonico o armonico, fate voi, dejavu. Un po’ perché ci sarebbe così tanto da dire su questo libro, che una recensione è uno spazio ben ridotto, un po’ perché forse comprenderlo nella sua interezza, nella sua profondità, è un’ impresa titanica al pari di scriverlo (eresia!) o tradurlo. Insomma avrei speso i miei due cent rischiando di fare poco danno.
Questa insomma è la più perfetta antitesi di un’ anteprima di lettura di Zero K, di Don DeLillo. Ho letto cose interessanti, analisi più o meno approfondite o originali, alle quali aggiungo il mio commento con nessuna pretesa che sia esaustivo, decisivo, o anche solo più brillante degli altri. In sintesi non aspettatevi grandi cose, la grande cosa è il libro in questione, per cui se potete leggetelo, come una sorta di testamento o epitaffio della nostra modernità o meglio della nostra era moderna. Che per quanto sia tecnologica, proiettata nel futuro, spettacolare sempre dovrà scontrarsi con la morte, con la fine, e col senso che vogliamo darci a questo termine assoluto e categorico. Sempre che un senso ci sia, e anche la morte abbia una sua funzione, etica, artistica, escatologica.
Il tema della morte, bene o male Don DeLillo l’ha sempre affrontato nei suoi romanzi, ma come Demetrio Paolin ha lucidamente intuito dopo l’11 settembre tutto è cambiato, stilisticamente e emotivamente. C’è insomma una frattura che separa un testo come Rumore Bianco da Zero K, uno spartiacque che può essere visto come una maturazione o un totale cambio di registro. Oltre al nuovo stile (sempre Paolin lo definisce enunciativo, con una soppressione evidente delle similitudini) anche il sentimento della morte insomma è cambiato, si è fatto più concreto, e fangoso, e questo cambiamento lo si percepisce così distintamente proprio perché DeLillo usa le parole per farlo, e queste parole sono cambiate, il mondo è stato ricostruito da parole nuove, il mondo interiore dell’autore, il mondo artistico, e anche quello fisico, se stiamo particolarmente attenti.
La parola, il logos è divino, Dio ha creato il mondo attraverso le parole, nominandole esistono le cose, per lo meno nella nostra mente. Se nomino la parola “rosa”, ognuno nella sua mente vedrà una sua rosa ideale, un archetipo, il prototipo originario di tutte le rose che la nostra esperienza fisica, tattile, visiva, sensoriale ci metterà davanti. Il linguaggio stesso si basa su questa trasfigurazione, su questo processo attrattivo. Se non fosse possibile, il linguaggio e la stessa comunicazione sarebbe preclusa, oscurata. E’ una delle cose sorprendenti che si imparano studiando filosofia, anche a livello elementare. DeLillo parte da ciò fino a convergere in una sorta di teologia del linguaggio.
Ma mi rendo conto che sto divagando torniamo al tema centrale del libro: la negazione della morte. Tema filosofico molto dibattuto, la più significativa eredità della nostra cultura moderna postindustriale, e di questa negazione DeLillo se ne appropria e in un certo senso la supera, parlandoci di corpi sospesi nell’immobilità del gelo, in attesa di una risurrezione sintetica e tecnologica.
Avendolo letto in inglese posso dire che la prima cosa che salta all’occhio, anche di chi come me non ha una conoscenza eccelsa della lingua inglese americana, il testo si capisce, è elementare, archetipo, insomma si perderanno alcune sfumature (che non sfuggiranno a chi ha una conoscenza della lingua più completa) ma il filo logico non si perde, non si smarrisce, il pensiero filtra univoco, e ininterrotto.

Everybody wants to own the end of the world.

Così inizia Zero K.
Da qui in poi un’armonia ci accompagna, DeLillo ha una scrittura molto musicale, eufonica, evocativa, nel senso proprio di richiamare in vita le cose. I capitoli sono molto brevi, quasi frantumati, come una serie di quadri.

“We’re not talking about spiritual life everlasting. This is the body”.
“The body will be frozen. Cryonic suspension” he said.
“Then at some future time”.
“Yes. The time will come when there are ways to countract the circumstances that led to the end. Mind and body are restored, returned to life”.

Padre e figlio discutono, il padre spiega al figlio appunto cosa la sua nuova moglie ha intenzione di fare, in attesa che trovino una cura alla sua malattia (sclerosi multipla). Nessuna esitazione, nessun dubbio, nessuna mancanza di fede nel progetto.
Quando il figlio nota che il nome suona come religioso, il padre spiega candidamente:

“Faith- based technology. That’s what it is. Another god. Not so different, it turns out, from some of the earlier ones. Except that it’s real, it’s true, it delivers”.

Bastano questi brevi scambi di battute per portarci al centro della questione, del dialettico rapporto padre e figlio, tra lo scetticismo del figlio, e la fede cieca del padre.
Eros e Thanatos si fondono, acquistando una dimensione liquida, astratta. Il desiderio di morte, e la pulsione di vita diventano un tutt’uno e pian piano scolorano nella luce accecante del deserto, o nella meraviglia incorrotta del bambino nel bellissimo (e poetico) finale (che chiude un cerchio), quanto mai catartico.
Ve lo ripropongo in originale, e lascio a voi nuove visioni, nuove strade interpretative:

Then there is Ross, once again, in his office, the lurking image of my father telling me that everybody wants to own the end of the world.
Is this what the boy was seeing? I left my seat and went to stand nearby. His hands were curled at his chest, half fits, soft and trembling. His mother sat quietly, watching with him. The boy bounced slightly in accord with the cries and they were unceasing an also exhilarating, there were prelinguiistic grunts. I hated to think that he was impaired in some way, macrocephalic, mental deficient, but these howls of awe were far more suitable than words.
The full solar disk, bleeding into the streets, lighting up the towers to euther side of us, and I told myself that the body was not seeing the sky collapse upon us bat was finding the purest astonishment in the intimate touch of earth and sun.

E la chiusa:

I went back to my seat and faced forwards. I didn’t need haven’s light. I had the boy’s cries of wonder.

Source: acquisto personale.

:: Don DeLillo a Torino

23 ottobre 2016

ficSe Maometto non va alla montagna… dai perdonatemi la facile battuta, ma mi è proprio sorta spontanea. Don DeLillo domani sera, lunedì 24 ottobre, alle 21,00, sarà qui a Torino al Circolo dei Lettori, Via Bogino 9, a parlare di sé e del suo nuovo libro Zero K (Einaudi, trad. Federica Aceto). Non potevo evitare di parlarne e di dedicare un post alla notizia, di per sé incredibile. Certo ci sono altre tappe qui in Italia (Roma, Genova), ma è l’idea stessa che DeLillo lasci New York, prenda un aereo, e arrivi a Torino, beh lasciatemelo dire, mi emoziona. Questo post dunque è dedicato ai miei lettori che risiedono a Torino o nelle strette vicinanze. Diamogli una felice accoglienza. Partecipare all’incontro non sarà facilissimo, più che altro per la ressa, e per il fatto che non ci sono posti prenotabili. Insomma chi prima arriva avrà il magico tagliandino e potrà accomodarsi nella sala, fino a esaurimento posti. Ci saranno anche a disposizione delle sale videocollegate sempre ad esaurimento posti. Il firmacopie non ve lo posso garantire, ma già che ci siete portatevi anche un suo libro, (l’ultimo è meglio) non si sa mai. L’ingresso è gratuito, se non piove anche la fila non dovrebbe essere troppo disagevole. La pioggia è prevista per mercoledì. Ah, a partire dalle 20, 00 distribuiranno i tagliandini, quindi arrivate in tempo. Odia essere fotografato, quindi niente telefonini, selfie o via dicendo. Cos’altro? Io il suo libro l’ho comprato appena uscito in lingua originale, spero di poterlo leggere e recensire, sempre che il mio inglese me lo consenta. Dunque chi riuscirà a partecipare torni qui a raccontarci la sua esperienza. Ci conto!