:: Recensione di Il burattino di Jim Nisbet (TimeCrime, 2013)

CopBurattino_lowSiamo a Dip, Stato di Washington, un’afosa località persa tra campi di grano e fattorie. Mattie Brooke, ragazza di campagna un po’ invecchiata ma ancora attrente, lavora come cameriera nella tavola calda di Morderai Sturm e intanto sente che la vita le sta scorrendo attorno, mentre sogna che Jedediah Dowd, proprietario di un ranch nelle vicinanze, un giorno la sposi, innamorata, più che di lui, delle lettere struggenti e poetiche che sua madre aveva scritto negli anni 40, prima di morire.
Poi un giorno entra nella sua vita un forestiero di passaggio, Tucker Harris, reduce del Vietnam, commesso viaggiatore, dedito all’alcool e alle anfetamine. Passano insieme una notte selvaggia di sesso e passione (più lotta all’ultimo sangue di pesci siamesi combattenti nell’acquario), così lontana dalla noia e il solitario trantràn a cui Mattie è abituata e il giorno dopo Tucker le lascia una poesia di Verlaine, Clare de lune, scritta su un velo di Scottex, dandole appuntamento tra un anno.
Così inizia Il burattino (Death Puppet, 1989) noir sulfureo e feroce scritto magistralmente da un Jim Nisbet in stato di grazia. Difficile credere che sia stato un americano ad averlo scritto, sebbene personaggi e ambientazioni più americani di così si muore, non tanto per la trama quanto per la scrittura così barocca, eccessiva, bizzarra, colta, ricca di citazioni letterarie (la parodia blasfema dell’incipit di Orgoglio e pregiudizio di Jane Austen è uno dei tanti esempi che mi vengono in mente) scevra dalla linearità ed essenzialità dei maestri del noir americano.
Tradotto da Jacopo Lencowicz ed edito da Fanucci nella sua collana TimeCrime, Il burattino, che ricordiamolo è figlio degli anni Ottanta, sebbene ancora inedito in Italia fu infatti scritto da Nisbet nel 1989, in piena era reganiana, figli dei fiori, guerra del Vietnam e controcultura beat ancora un ricordo recente, (specie per uno scrittore di San Francisco), racchiude molta bellezza e qualche difetto, dovuto principalmente ad una certa disomogeneità e pesantezza quando descrive dall’interno, tramite un forsennato e debordante strema of consciousness, la follia di Tucker Harris, personaggio che vive con un ingombrante diavoletto nella testa che gli parla, lo sfotte, lo incita nelle sue nefande imprese.
Tornando alla trama Mattie Brooke dopo l’incontro con Tucker Harris si trova ad un bivio, niente sarà più come prima. L’arrivo alla tavola calda di due hippy da San Francisco, che si mettono a litigare con un avventore e il proprietario, segna un suo crollo emotivo e una ribellione che la porterà ad essere licenziata in un esplosione di caraffe di caffè e vetri infranti. Poi quando i due forestieri, Scott e Eddie, le chiedono di portarli da Jedediah, qualificandosi come suoi vecchi amici e compagni d’arme, Mattie forse troppo fiduciosa, ma è un suo difetto o meglio parte del suo fascino, accetta e inizia un viaggio che la porterà a scoprire che Jedediah non è l’uomo che credeva che fosse, per non parlare dei due stranieri o dello stesso Tucker Harris, che a quanto pare non è andato lontano.
In un crescendo narrativo, che culmina in una ipercinetica resa dei conti nel ranch di Jedediah a base di marijuana, omicidi, esplosioni ( e anticipa con un certo anticipo le derive iperrealistiche e splatter di alcuni narratori noir e registi contemporanei, in cui le esplosioni di violenza, con schizzi di sangue, corpi crivellati dai proiettili e cadaveri carbonizzati, si associano ad una graduale presa di coscienza e deframmentazione dei personaggi), Nisbet trascina il lettore suo malgrado in una vicenda al calor bianco in cui realismo e verosimiglianza vengono sospesi in favore di una accettazione quasi incondizionata di motivazioni e obbiettivi, giustificabili forse solo con la follia.
Ingenua, sensibile, fondamentalmente romantica anche se si crede una ribelle, Mattie è senz’altro l’eroina principale del romanzo e la sua parabola discendente verso al dannazione e o la salvezza, (sta al lettore deciderlo in un finale quanto mai aperto), viene seguita dall’autore con partecipata tenerezza, lasciata sospesa come una promessa non mantenuta. Bellissimo.

Jim Nisbet è nato nel North Carolina nel 1947. Vive a San Francisco, dove costruisce mobili. Finalista al Pushcart Prize e all’Hammett Prize, è stato tradotto in dieci paesi. In Italia, sono già usciti per Fanucci Editore Prima di un urlo (2001), Iniezione letale (2009) e Cattive abitudini (2010), per TimeCrime I dannati non muoiono (2012).

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