:: Recensione di In me io mi salvo di Cristoforo Gorno – (Imprimatur editore, 2013) a cura di Lucilla Parisi

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in meIn me io mi salvo è un viaggio verso la verità, indietro nel tempo, fino agli anni dell’infanzia quelli in cui certi eventi si imprimono nella mente come istantanee in bianco e nero, difficili da ricollocare nel tempo e nello spazio. Immagini che richiamano solo flebili ricordi, ma che hanno ancora la forza di evocare le emozioni e i sentimenti di un tempo. Questa è la storia di Deifobo, detto Bino, un bambino di Brescia che, dopo la strage del ‘74, si trasferisce con la famiglia in Ciociaria, nel paese di Patrica, alla periferia di Frosinone e del mondo di Bino adulto. Dopo trent’anni di distanza dai luoghi dell’infanzia, una ferita aperta lo conduce da Roma verso il suo passato, nei luoghi in cui si è consumata, silenziosa, la tragedia. Alex il belga, il conoscente, l’uomo che si era offerto di insegnargli ad accudire e a cavalcare i suoi cavalli, aveva abusato della sua fiducia, della sua ingenuità, del suo corpo e della sua infanzia, trasformandolo dapprima in un bambino spaventato e poi nell’uomo tormentato e vinto dai sensi di colpa che era diventato. “Tutto sembrava bello, un maestro, un allievo, la storia di un apprendimento, il compimento di una vocazione a stare con le bestie, una vocazione che veniva da lontano, da quegli abbracci infantili e fiduciosi all’asino Cico”. La violenza arriva per caso, in quella casa che lo aveva accolto come un figlio. Il dolore, la vergogna, la paura chiuderanno gli occhi e la bocca di Bino che, di fronte alle già precarie condizioni economiche e personali dei genitori, non rivelerà loro la violenza subita e non denuncerà mai il suo carnefice. Dopo anni di distanza, la strada di Bino verso la resa dei conti si trasformerà in un percorso poetico: i protagonisti di storie al limite tra realtà e fantasia – animali magici, odalische e nani muti, sultani e carcerati – lo accompagneranno, passo dopo passo, verso la fine del suo viaggio, esorcizzando il male e dandogli la forza di affrontare finalmente il suo orco. Il confronto poi con tragedie del passato, come i condannati a morte della furia nazista a Castro dei Volsci e il passaggio attraverso i luoghi in cui si è consumata la tragedia di donne e bambine (come la undicenne Ludovica L.), vittime di ogni sorta di violenza da parte delle truppe tedesche e marocchine, condurranno Bino ad una riflessione sugli incastri del destino: “Ludovica L. incontra la Storia e ne subisce la violenza. Bino (io) incontra la Storia e si mette in moto il meccanismo che lo porterà a subire a sua volta violenze. Bino va a cercare il suo carnefice. […] Per caso o per necessità incontra Ludovica L., vede i suoi luoghi, lì a due passi dai luoghi di Bino, ascolta il suo racconto. Il cerchio si chiude, il senso del viaggio diventa chiarissimo: la Storia non può imporci una resa senza condizioni. Ludovica L. non ha potuto chiudere i conti con chi le ha fatto male […] Io invece quei conti posso chiuderli, e non devo più rimandare”. Il romanzo di Cristoforo Gorno fa male nella sua spietata lucidità. Quando si parla di violenza sui bambini, le parole sono lame affilate che producono in chi ascolta o legge, una rabbia ed un disgusto incontenibili. Lo scrittore alterna a quelle parole la soavità e la magia della fiaba, del racconto senza tempo, nel tentativo di restituire al Bino che fu il significato autentico della sua infanzia rubata. Una storia delicata nella sua innegabile durezza che merita comunque di essere letta.

Cristoforo Gorno è nato a Brescia nel 1963 e ha studiato lettere classiche. Si è laureato in Storia delle religioni del mondo classico e lavora in televisione come autore di programmi di divulgazione scientifica e storica, tra cui Gaia, il pianeta che vive (Rai 3), Atlantide e Impero (La7).

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