:: E se non fosse la buona battaglia? Sul futuro dell’istruzione umanistica di Claudio Giunta (il Mulino 2017) a cura di Daniela Distefano

6 febbraio 2018 by
Claudio Giunta - E se non fosse la buona battaglia

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L’insieme di saperi che chiamiamo umanistici è un patrimonio del quale appare assurdo volersi privare. In uno dei saggi raccolti in questo volume ricordo la magnifica definizione che Guido Calogero ha dato della cultura classica, “questo formidabile strumento di vita”. Come rinunciare ai “formidabili strumenti di vita” che sono la letteratura, la poesia, l’arte e il pensiero del passato?

I saggi e gli articoli racchiusi in questo libro in parte sono inediti e in parte usciti negli ultimi anni in volumi miscellanei, giornali, riviste, blog. L’autore li ha insaporiti con qualche aggiustamento, qualche revisione, lasciando inalterato il profumo di una visione di insieme fresca e focalizzata. Al centro del suo ragionamento, il fluttuare delle più disparate opinioni in merito alla opportunità di dare ossigeno alla cultura umanistica, perché

la crisi che attraversiamo oggi non è tanto un fatto di quantità quanto un fatto di qualità, cioè un vero e proprio mutamento di paradigma: la scomparsa della poesia anche dai radar dei letterati, la sostituzione del pop alla musica classica, il primato delle lingue moderne sulle lingue classiche, delle scienze applicate su quelle teoriche, delle materie tecniche come l’economia e la giurisprudenza sulle discipline speculative.

Forse non si tratta di una vera e propria inversione di civiltà, quella di un tempo navigante nell’oceano letterario, quella attuale immersa nella Rete delle connessioni tecnologiche. Forse non è neanche un baratto, uno scambio, una sostituzione. Meglio non appesantire il già saturo brogliaccio delle prese di posizione, ci sono gli esperti, gli studiosi, c’è un mondo che si arrovella per far in modo che emerga una cosciente verità:

ciò che importa non è creare degli specialisti, ma comunicare una certa idea del sapere.

Come agire allora? Imporre un nuovo decalogo scolastico? Introdurre nei programmi annuali anche i fumetti? Le vite dei Santi? Tralasciare lo studio dei Secoli bui?

A scuola bisogna sì parlare della letteratura come del nostro patrimonio storico, ma bisogna anche usare la letteratura per ciò che essa ha da dire su come dovremmo vivere la nostra vita(..).”Il rosso e il nero”, o “Orgoglio e pregiudizio”, o “Il giorno della civetta” parlano alla coscienza di un adolescente con una immediatezza e una verità che i capolavori del Medioevo non possono avere.

E internet, come ha cambiato il difficile mestiere dello scrittore e il piacere irrinunciabile del lettore?

Scrivere per il web non è come scrivere un articolo per un giornale di carta, e scrivere un articolo per un giornale di carta non è come scrivere un libro: è comprensibile che l’attenzione e la cura aumentino progressivamente, dal primo all’ultimo passaggio, a mano a mano che aumentano il tempo d’esecuzione e l’ipotetica ‘durata’ del testo. E’ un fatto però che la gran parte dei testi che si scrivono e si leggono oggi si scrivono e si leggono direttamente su uno schermo.

Un testo lucido, coerente, rigoroso e insieme appassionante per chi vuole approfondire il ventaglio delle irregolarità mentali che sopraggiungono quando dobbiamo affrontare il delicato tema dell’istruzione, e di quella umanistica in particolare. I nostri giovani vanno rispettati nelle loro acerbe declinazioni, senza però rinunciare a dar loro un insegnamento da portare in valigia nel viaggio verso un mondo adulto e – si spera – saggio.

Claudio Giunta (Torino, 1971) insegna Letteratura italiana all’Università di Trento, ed è uno specialista di letteratura medievale (La poesia italiana nell’età di Dante, il Mulino 1998; Due saggi sulla tenzone, Antenore 2002; Versi a un destinatario, il Mulino 2002; Codici. Saggi sulla poesia del Medioevo, il Mulino 2005). Nel corso dell’ultimo decennio è stato visiting professor, tra l’altro, nelle università di Chicago, Tokyo (Todai), Sydney, Rabat, e ha insegnato come volontario alla Asian University for Women di Chittagong, nel sud del Bangladesh. È stato fellow dell’American Academy di Roma, dello Harvard Center for Renaissance Studies di Firenze e del Warburg Institute di Londra. Ha insegnato Didattica della letteratura nei corsi del TFA e del PAS organizzati all’Università di Trento; e insieme ad altri insegnanti del Trentino ha curato un seminario dal titolo Cosa insegnare a scuola. I suoi ultimi libri sono: un saggio sul mercato dell’arte e la retorica connessa (Come si diventa ‘Michelangelo’, Donzelli 2011); un commento alle Rime di Dante (Meridiani Mondadori 2011); una raccolta di saggi sull’Italia (Una sterminata domenica. Saggi sul paese che amo, il Mulino 2013); un reportage sull’Islanda (Tutta la solitudine che meritate. Viaggio in Islanda, Quodlibet-Humboldt 2014), un libretto su Matteo Renzi (Essere #matteorenzi, il Mulino 2015), un romanzo noir (Mar Bianco, Mondadori 2015), un manuale-antologia di letteratura per il triennio delle scuole superiori (Cuori intelligenti. Mille anni di letteratura, 4 volumi, Garzanti Scuola 2016). Collabora regolarmente al “Sole 24 Ore” e a “Internazionale”. Condirige la “Nuova rivista di letteratura italiana”.

Source: Libro inviato dall’Editore al recensore. Ringraziamo l’ufficio stampa il Mulino.

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:: Non stancarti di andare di Teresa Radice e Stefano Turconi (Bao Publishing 2017) a cura di Elena Romanello

5 febbraio 2018 by
Non stancarti di andare

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La coppia artistica e nella vita composta da Teresa Radice e Stefano Turconi è tornata in libreria con una nuova graphic novel per Bao Publishing, dove lo storico Il porto proibito, con Non stancarti di andare, una storia completamente diversa, di ambientazione contemporanea ma non per questo meno interessante, anzi.
Iris e Ismail stanno insieme da alcuni anni, dopo che si sono conosciuti durante un viaggio di lei in Siria: lei è un’illustratrice, lui è un insegnante. Lei mette su casa a Verezzi, nella dimora degli antenati italiani dell’irrequieta madre Maite, lui deve andare a Damasco per sistemare le ultime cose per rendere definitiva la sua permanenza in Italia, con un lavoro e una famiglia da costruire. Ma in Siria sta per scoppiare la guerra civile e Ismail resta intrappolato là, non riuscendo a dare sue notizie, mentre Iris scopre di essere incinta. Durante i nove mesi della gravidanza di Iris si intrecciano varie storie, quella di Ismail che cerca di tornare, quella di Iris che vuole scoprire qualcosa di più sul passato della sua famiglia, quella della nonna di Iris che emigrò da bambina in Argentina per non tornare più, quella della madre di Iris, Maite, che dovette scappare invece dall’Argentina che inghiottì tra i desaparecidos i suoi genitori, insegnanti colpevoli di volere un mondo migliore, quella di Tiziana, ginecologa e migliore amica della madre di Iris fin dalla loro turbolenta giovinezza fatta di lotte e occupazioni, che sceglierà ad un certo punto di andare ad aiutare i profughi che sbarcano a Lampedusa.
Una storia complessa, con echi di Garcia Marquez e di Isabel Allende, dove si parla di amore, maternità, impegno sociale, passato e presente, in un volume che si divora ma su cui bisogna anche soffermarsi, dove tinte pastello o psicheliche o seppiate raccontano vari momenti e luoghi, in un’alternanza di piani narrativi e di momenti, per raccontare come le vite centrino l’una con l’altra, come ci sia continuità tra il passato, il presente e il futuro, come la lontananza sia alla fine un percorso da annullare per restare più vicini.
Non stancarti di andare parla dell’oggi, di un mondo da un lato sempre più piccolo e dall’altro sempre più distante e dell’ieri, della ricerca di sé, del ritorno a casa, della trasmissione di ricordi e altro tra generazioni, di cosa è cambiato e cosa è rimasto uguale nei decenni, in una storia che appassiona, per ricordare cosa è stata la nostra epoca e cos’è oggi, particolare ma alla fine universale di tutte le storie che formano il genere umano.

Teresa Radice e Stefano Turconi nascono entrambi nella Grande Pianura, a metà degli anni ’70… ma s’incontrano solo nel 2004, grazie a un topo dalle orecchie a padella e a una pistola spara-ventose. Lei, per vivere, scrive storie; lui le disegna. Si piacciono subito, si sposano l’anno seguente. Scoprendosi a vicenda viaggiatori curiosi, lettori onnivori e sognatori indomabili, partono alla scoperta di un bel po’ di mondo, zaino e scarponi. Dal camminare insieme al raccontare insieme il passo è breve. Le prime avventure a quattro mani sono per le pagine del settimanale Disney “Topolino”: arrivano decine di storie, tra le quali la serie anni ’30 in 15 episodi Pippo Reporter (2009-2015), Topolino e il grande mare di sabbia (2011), Zio Paperone e l’isola senza prezzo (2012), Topinadh Tandoori e la rosa del Rajasthan (2014) e l’adattamento topesco de L’Isola del Tesoro di R.L.Stevenson (2015). Nel 2011 si stabiliscono nella Casa Senza Nord – a 10 minuti di bici dalle Fattorie, a 20 minuti a piedi dal Bosco, a mezz’ora di treno dal Lago – e piantano i loro primi alberi. Nel loro Covo Creativo, i cassetti senza fondo straripano di progetti: cose da fare, posti da vedere, facce da incontrare. Nel 2013 esce Viola Giramondo (Tipitondi Tunué, Premio Boscarato 2014 come miglior fumetto per bambini/ragazzi, pubblicato in Francia da Dargaud). I frutti più originali della loro ormai decennale collaborazione hanno gli occhi grandi e la testa già piena di storie. I loro nomi sono Viola e Michele. Per Bao Publishing hanno già pubblicato Il porto proibito.

Source: omaggio della casa editrice, si ringrazia l’Ufficio stampa.

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:: Tè della principessa Sissi e Arabesque di Alessia Gazzola

5 febbraio 2018 by

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Continua la mia collaborazione con Peter’s TeaHouse, l’azienda mi ha dato fiducia nella persona di Mattia responsabile vendite e marketing, che qui pubblicamente ringrazio, e ho così ricevuto i campioni di cinque nuovi tè (sempre neri, come da mia preferenza, ma non escludo in futuro, se continuerò la collaborazione, di provare anche i verdi e le tisane).

L’azienda produce tè di qualità superiore, quindi tutto dipende dai vostri gusti personali quali scegliere per una piacevole pausa di relax. Cercherò così di esporre le varie particolarità di ciascun tè, e già vi anticipo che il mio preferito di questa tornata è Bosco d’estate tè nero (e sì li ho già assaggiati tutti, ma farò degustazioni più approfondite man mano che scriverò gli articoli, la quantità di tè presente in ogni bustina, questa volta non trasparente ma verde, con un gancetto dorato per chiuderla e preservarne l’aroma, lo permette), per aiutarvi ad effettuare la scelta.

Oggi ho deciso di iniziare con Principessa Sissi Tè nero.

E’ un tè nero delicatissimo, vellutato, dolce e femminile, di colore rosso intenso, dall’aroma fruttato, lievemente profumato in tazza, composto da una miscela di tè nero proveniente da Ceylon e dalla Cina, con pezzetti essiccati di albicocca e fiori di girasole.

Tè della principessa Sissi

Tra le sue particolarità, una curiosità storica, si tramanda che fosse il tè preferito della Principessa Sissi. Poco importa che mai la chiamarono davvero Sissi, è un soprannome che prese piede grazie alla popolare interpretazione di Romy Schneider nel ciclo di film dedicati alla sfortunata imperatrice d’ Austria. Così oggi è conosciuta e questo tè prende il suo nome.

Valore nutrizionale 100 ml:

energia 2kj = cal

grassi =g (saturi 0 gr)

Carboidrati 0 gr

zuccheri 0 gr

proteine 0,1 gr.

Data di scadenza del mio lotto 09 /09/ 2020

Costa € 5,30 all’etto. Potete acquistarlo qui

Per una preparazione ottimale

vi rimando agli articoli precedenti qui:

https://liberidiscrivere.com/tag/peters-teahouse/

Consigliati:

Un cucchiaio di tè per persona.

Temperatura dell’acqua di 95 °.

Tempo di infusione dai 3 ai 4 minuti.

Una zolletta di zucchero.

Curiosità storica

Elisabetta_di_Baviera

Personaggio affascinante quello della principessa Sissi, Elisabetta Amalia Eugenia di Wittelsbach, dopo le nozze con Francesco Giuseppe imperatrice d’Austria, donna bellissima (e non è un’ esagerazione, o un modo di dire, molti dipinti e fotografie lo testimoniano), dalla chioma leggendaria, sensibile e di estrema intelligenza. Visse una vita sacrificata, tra gli agi, i balli e viaggi sì, ma anche tra gli stretti dettami di corte, che limitavano il suo spirito libero, anticonformista e indipendente. E su queste caratteristiche del suo carattere molto incise l’educazione assai moderna e liberale per i tempi che le diede suo padre l’ altezza reale il duca Massimiliano Giuseppe in Baviera, (personaggio altrettanto avventuroso e affascinante).

Tra i suoi molteplici interessi l’essoterismo, la natura, i cavalli, la scherma, e la fotografia.

Tante le tragedie che costellarono la sua vita, la più grande fu certamente la morte dell’adorato figlio Rodolfo, morto suicida insieme all’amante, la baronessa Maria Vetsera, a Mayerling nel 1889. E la sua, fu uccisa il 10 settembre 1898 a Ginevra, in Svizzera, dall’anarchico italiano Luigi Lucheni, colpita al cuore con una lima. Ironia della sorte volle che seppure simbolo dell’ impero asburgico, mai nessuno come lei, perlomeno all’interno della corte, operò per l’indipendenza dei regni soggetti all’Austria, e per la giustizia sociale.

Tuttavia questi fatti drammatici non offuscarono la luce che emanò questa donna, ancora oggi al centro di romanzi, biografie, film, programmi televisivi e studi storici.

Mentre lo bevete, pensate che lo beveva anche lei!

Consiglio goloso

Per ravvivare un tè decisamente morbido e delicato consiglio di abbinarlo a dei piccoli biscottini di zenzero e cannella, cosparsi di zucchero a velo. Il sapore speziato dei biscotti costituisce un piacevole contrasto, e saprà soddisfare anche i palati più raffinati. Tra le ricette consiglio quella del blog La cucina italiana ricetta facile e veloce mandata dalla loro lettrice Clelia. Oltre che buoni sono di grande impatto coreografico e visivo. Insomma se dovete servire un tè elegante con teiere d’argento e tazze e piattini di finissima porcellana smaltata, il successo è assicurato. Ma anche per tè più rustici, perchè no. E soprattutto è indicato l’ abbinamento per i bambini. In questo caso le forme dei biscotti possono essere quelle di allegri e divertenti pupazzetti.

E ora veniamo al mio consiglio di lettura

Consiglio di sorseggiare il tè Principessa Sissi Tè nero leggendo “Arabesque” di Alessia Gazzola, edito da Longanesi.

Source libro: libro inviato dall’editore, si ringrazia Tommaso, Gaia e Jacopo dell’ Ufficio Stampa Longanesi.

Source tè: campione omaggio gentilmente inviato da PETER’S TeaHouse, ringraziamo Mattia dell’ ufficio marketing.

:: Ciao Giovanni

2 febbraio 2018 by

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Dopo lunga malattia è morto oggi Giovanni Choukhadarian, per un piccolo periodo anche collabotore di Liberi di scrivere, e non mancava anno che non ci consigliasse i suoi 5 libri da regalare a Natale. Personalmente lo ricordo per la sua fede, e per il suo amore per la poesia e la musica. Per chi volesse dargli l’ultimo saluto, i funerali sono domani sabato 3 febbraio al Santuario della Madonna Miracolosa in piazza Gastaldi nel centro storico di Taggia, alle ore 15.

:: Il linguaggio mafioso. Scritto, parlato, non detto di Giuseppe Paternostro (AutAut Edizioni, 2017) a cura di Irma Loredana Galgano

2 febbraio 2018 by
Linguaggio mafioso -fronte

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Un saggio, Il linguaggio mafioso di Giuseppe Paternostro, che lo stesso autore definisce non scientifico ma divulgativo, nella accezione più alta, ovvero quella «di diffondere una conoscenza al più vasto pubblico possibile». Un libro che racconta «storie di mafia e di antimafia» ma che, soprattutto, narra degli uomini di mafia chiamandoli, finalmente, come andrebbero sempre appellati: «uomini del disonore». Altro che “onore” e “rispetto”.
Gli strumenti utilizzati da Paternostro per analizzare il fenomeno mafioso sono quelli a lui più consoni, per vocazione e professione. Sociolinguistica, linguistica testuale e pragmatica della comunicazione, «in grado di far luce sulle componenti essenziali della comunicazione umana». L’intera analisi portata avanti dall’autore non perde mai di vista il “vizio” all’origine di un esame di questo tipo, ovvero il fatto che entrambe le comunicazioni mafiose (interna ed esterna) e relativi sottogruppi non sono mai o quasi spontanee, falsate da quello che in realtà gli attori vogliono sia inteso o interpretato.
Il fine prefissosi da Paternostro sembra essere stato raggiunto ottimamente. «Esiste un linguaggio mafioso o piuttosto un linguaggio dei mafiosi o della mafia?», si chiede l’autore cercando le dovute risposte. Il linguaggio esiste come il gruppo che lo definisce e la società che sembra assimilarlo sempre più. Anche per ciò l’autore sottolinea l’importanza di dare più peso «alle questioni legate al rapporto fra usi linguistici e contesto rispetto alle strutture linguistiche in sé». Tenendo sempre presente l’evoluzione costante della mafia come del suo linguaggio.
Un saggio interessante, Il linguaggio mafioso di Giuseppe Paternostro, pensato e scritto davvero per essere quanto più divulgativo e accessibile possibile. Un libro che indaga un fenomeno, quello mafioso, attraverso il suo linguaggio anche perché necessario, visto che ancora oggi una grandissima parte dell’opinione pubblica «ha una percezione distorta» di esso, legata spesso «alla rappresentazione che di esso hanno dato», media cinema e tv in primis ma anche libri videogame e via discorrendo fino ad arrivare alla percezione di sé che trasmettono gli stessi attori e agenti afferenti ai vari clan.

Giuseppe Paternostro: ricercatore di linguistica italiana all’Università di Palermo, dove insegna Analisi dei testi pubblici. Si interessa alla sociolinguistica dell’Italia contemporanea e ai rapporti fra lingua, discorso e identità.

Source: pdf inviato dall’ editore. Ringraziamo l’ufficio stampa AutAut.

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:: Il morto in piazza di Ben Pastor (Sellerio 2017) a cura di Giulietta Iannone

2 febbraio 2018 by
Il morto in piazza

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Il carteggio segreto tra Benito Mussolini e Winston Churchill durante la Seconda Guerra Mondiale è al centro di Il morto in piazza (The Dead in the Square, 2004) di Ben Pastor edito originariamente in Italia nel 2005 per Hobby & Work, e nel 2017 riproposto nella nuova traduzione di Luigi Sanvito per Sellerio.
Cronologicamente, almeno per i fatti trattati, segue Kaputt Mundi di cui parlai alcuni anni fa, spero di poter recensire tutta la serie, ed è il quinto romanzo in ordine di scrittura dedicato a Martin Bora, ufficiale dell’esercito tedesco durante la Seconda Guerra Mondiale.
Tornando al carteggio è uno dei misteri più ben dissimulati, tra depistaggi, false dichiarazioni e cortine di reticenza, del secondo conflitto mondiale, tanto che per alcuni storici non sarebbe in realtà mai esistito. Ne Il morto in piazza, troviamo Martin Bora incaricato di recuperarlo, dalle mani di un confinato, l’avvocato Luigi Borgonovo, e possibilmente distruggerlo, essendo il contenuto una spina nel fianco per molti alti ufficiali tedeschi, e per l’Italia, poiché se si dimostrasse un possibile “tradimento” di Mussolini e un suo tentativo di alleanza con gli inglesi, rischierebbe rappresaglie e ritorsioni senza fine.
Ma naturalmente Martin Bora non sarà solo occupato in questa delicata missione di intelligence, dal pittoresco nome in codice di Elster – gazza ladra –, durante il suo soggiorno a Faracruci, piccolo paesino (immaginario) dell’ Abruzzo, alle pendici del Gran Sasso, si troverà anche ad indagare su due morti, una avvenuta nel passato e una recente, avvenuta al suo arrivo, trovandosi come inaspettato alleato e aiutante nelle indagini proprio Borgonovo, con cui inizierà una inattesa quanto impossibile amicizia.
Il morto in piazza è un romanzo dolente, forse minore rispetto alla produzione dell’autrice italoamericana, meno ricco di azione se vogliamo. Tutto si svolge nel microcosmo rarefatto di un paesino abruzzese abitato da povera gente, perlopiù contadini. E’ una tappa di passaggio per Bora. Abbandonata in tutta fretta Roma, siamo nell’estate del 1944, e diretto a Bolsena, per prendere il comando del 960mo Reggimento Granatieri, si trova inaspettatamente rallentato da questa missione segreta da cui dipende la vita di innumerevoli persone, sia tedesche che italiane.
Bora è perfettamente conscio di ciò, e nella drammaticità della ritirata dell’esercito tedesco dall’ Italia centrale, gli Alleati ormai incalzano da tutti i lati (lo sbarco in Normandia è prossimo) non perde la testa né il sangue freddo e trova il tempo per indagare su un omicidio diciamo minore sullo sfondo dei grandi fatti storici che lo stanno travolgendo, lui come il suo paese ormai destinato alla sconfitta. Omicidio che sembra avere collegamenti con un altro fatto di sangue avvenuto nel 1919, in un paesino tranquillo in cui queste cose non succedono.
La vita di paese è descritta con tocchi leggeri, il bar ristorante principale, con le sue sedie all’aperto che ospitano anziani molto informati sui fatti, che spettegolano e ricordano il passato, la caserma dei carabinieri, le case che si affacciano sulla piazza, i campi tutt’ intorno, la povertà, la saggezza, la forza di questa gente che quasi vive in un’ oasi protetta lontana dal conflitto.
Belli i personaggi minori, tutti identificati con pseudonimo, come si usava nei piccoli centri dove tutti conoscevano tutti: Pipistròlle, il balordo, il matto del paese, dalla mente danneggiata dalla Grande Guerra, personaggio tenero e dolcissimo, a cui forse Bora si affeziona tanto da bere un sorso di gazzosa da lui offerta; Fissa-Fissa, proprietario del Caffè Adua, un fascista nostalgico, reduce dall’ Africa, che ama ascoltare i vecchi dischi di propaganda, a cui Bora regala il disco di Lili Marlene; e poi Don Fifì, il primo morto, Dindalò, Usagne, Caitène, Presentosa, la moglie di Fissa-Fissa.
Insomma tutta una compagnia di personaggi ben affiatati e ben caratterizzati, dove ognuno ha le sue peculiarità, i suoi vezzi e le sue debolezze. Oltre a Bora naturalmente spicca il personaggio di Borgonovo, il prigioniero politico confinato a Faracruci, che scrive lettere al figlio (e qui si nasconde un piccolo colpo di scena, che non vi anticipo, ma capace di toccare nel profondo il lettore). L’amicizia nata tra i due, sarà più forte per Bora del dovere all’ ottemperanza agli ordini ricevuti? Tutta la narrazione è tesa da questa questione morale, non un principio di secondo piano per il nostro, la cui posizione non è affatto facile.
L’apparizione, quasi spettarle, del suo acerrimo nemico Harald Cziffra, anticiperà la rocambolesca fuga di Bora dalle SS, e l’inattesa solidarietà di tutto il paesino, unito nel coprirlo.
Il morto in piazza, si conferma un giallo storico di sicuro interesse, curato nell’ambientazione, accurato nella documentazione storica, sorretto da una scrittura letteraria e poetica, oltre che molto attenta alle sfumature morali e psicologiche. Il tipo di libri che non ti stancheresti mai di leggere, per cui sono felice di anticiparvi, con il permesso dell’autrice, che la traduzione del prossimo Bora Night of the Shooting Stars, è pronta. Uscirà in Italia sempre per Sellerio tra la primavera e l’estate del 2018 (anche se non c’è ancora una data precisa), con il titolo La notte delle stelle cadenti. Cito le parole dell’autrice:

sarà ambientato nella Berlino pre-20 luglio 44, dove il Nostro, mentre indaga sulla strana morte di un veggente (o presunto tale) ammanicato col vertice del Terzo Reich, verrà coinvolto nell’attentato a Hitler e conoscerà (finalmente) il suo alter ego storico, Claus von Stauffenberg. Ma, conoscendo i due, non è detto che sarà un rapporto così facile…

Dunque che dire buona lettura e speriamo che l’estate arrivi presto.

Ben Pastor, nata a Roma, docente di scienze sociali nelle università americane, ha scritto narrativa di generi diversi con particolare impegno nel poliziesco storico. Della serie di Martin Bora Sellerio ha già pubblicato Il Signore delle cento ossa (2011), Lumen (2012), Il cielo di stagno (2013), Luna bugiarda (2013), La strada per Itaca (2014), Kaputt Mundi (2015) I piccoli fuochi (2016) e Il morto in piazza (2017).

Nota: In copertina Olio su tela di Aleksandr Deineka 1934 (particolare). collezione privata.

Source: acquisto personale.

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:: Mi manca il Novecento – Il dibattito sul caso Silone e Uscita di sicurezza a cura di Nicola Vacca

1 febbraio 2018 by

Uscita di sicurezzaLa grandezza di Ignazio Silone risiede nell’attualità della sua opera. Oggi, purtroppo, Silone è uno scrittore poco letto. La straordinaria coerenza politica –intellettuale, che ha fatto dell’autore di Fontamara uno degli scrittori più irregolari del Novecento, merita considerazione e rispetto e soprattutto una rilettura onesta.
Silone è stato uno dei più attenti osservatori del suo tempo, un anticonformista capace di cogliere il fascino della seduzione ideologica per poi superarne profeticamente gli stessi contenuti.
La passione ideologica, infatti, muoverà il pensiero di Silone e lo condurrà fino al cuore del totalitarismo moderno (nel suo caso il comunismo) e poi alla definitiva rottura, che in seguito caratterizzerà la sua vicenda esistenziale prima ancora di quella politica. Dopo l’espulsione dal partito comunista si radicò nella sua coscienza la convinzione della necessità ideologica del tradimento nei confronti di ogni tentazione totalitaria.
Da quel momento in poi la figura di Ignazio Silone è stata oggetto di un duro attacco da parte dell’intellighenzia di sinistra che vedeva in lui un nemico da isolare e da abbattere. Lo scrittore nei suoi libri più importanti (Uscita di Sicurezza, La scuola dei dittatori) aveva denunciato il fallimento di un progetto ambizioso, il comunismo di matrice marxista, finito in una morsa tirannica e liberticida.
Silone, di ritorno da uno dei suoi numerosi viaggi a Mosca tra il 1921 e il 1927 nella qualità di membro della delegazione dei comunisti italiani, così scrive dei suoi colleghi russi:

«Ciò che mi colpì dei comunisti russi era l’assoluta incapacità di discutere lealmente di opinioni contrarie alle proprie. E il dissenziente, per il semplice fatto che osava contraddire, era senz’altro opportunista, se non addirittura un traditore ed un venduto».

Silone comprese, a proprie spese e sul campo, che il regime comunista nulla aveva a che fare con il concetto di libertà del pensiero occidentale.
Da quel momento con la sua opera egli si schierò apertamente dalla parte dell’uomo libero. E nella difesa ad oltranza della sua libertà, ma soprattutto della sua dignità, non rimaneva altro da fare che lasciare una testimonianza scritta e diretta dell’universo totalitario che aveva avuto la sfortuna di conoscere personalmente.

«Se la mia opera letteraria ha un senso, in ultima analisi, è proprio in ciò: a un certo momento scrivere ha significato per me l’assoluta necessità di testimoniare».

Silone è uno scrittore che non si dovrebbe mai smettere di leggere: ponendo al centro del suo pensiero sempre la libertà di giudizio nei suoi libri (in modo particolare nei saggi) ha descritto minuziosamente l’ingranaggio politico della nostra epoca, fornendo una interpretazione crudele, appassionata e inquietante dell’Italia contemporanea.
In tal senso, il libro di svolta è Uscita di sicurezza, una raccolta di scritti autobiografici che Ignazio Silone dà alle stampe nel 1965 in cui lo scrittore abruzzese con grande analisi e lucidità dà conto della sua disillusione nel confronti dell’ideologia.
Il nucleo centrale dei saggi che Silone mette insieme nel libro (si veda in proposito il saggio da cui prende il titolo l’intera raccolta) è rappresentato dalle tappe della sua militanza politica che lo porterà, dopo un viaggio in Unione Sovietica, alla fine del rapporto con il Partito Comunista.
In queste pagine Silone aderisce alla visione cristiana e individuale del socialismo e denuncia, dopo aver constato personalmente, la dittatura sovietica.
In piena guerra fredda, Silone prende definitivamente le distanze da quell’idea in cui aveva creduto e che si è rivelata totalitaria e oppressiva.
Nel saggio La lezione di Bubapest, dedicato ai fatti di Ungheria Silone scrive:

«Rinunziare, una volta per sempre, agli intermedari.Rinunziare a quelli che ci ordinano quando dobbiamo aprire gli occhi e quando dobbiamo chiuderli e che cosa dobbiamo pensare. Forse è questo, dopo la lezione ungherese, il dovere più importante degli intellettuali detti di sinistra. Dobbiamo apprendere dal popolo le sue verità, anche quelle nascoste, e fargli conoscere le nostre».

Ignazio Silone, come il suo amico Albert Camus, aveva scelto di essere un uomo in rivolta.
E nel saggio «La scelta dei compagni» (che si trova sempre in Uscita di sicurezza) a proposito del grande scrittore francese Silone scrive:

«Camus ci ha insegnato che anche da una rivolta che nasce dalla semplice pietà può ridare un senso alla vita».

Uscita di sicurezza ha molte affinità con L’uomo in rivolta di Albert Camus.
I due scrittori allo stesso modo si sono schierati dalla parte della libertà, andando sempre controcorrente, con dedizione alla causa, coltivando i medesimi ideali di giustizia sociale, stando sempre dalla parte dell’uomo e mai del potere.
Uscita di sicurezza è soprattutto il percorso intellettuale di Silone, testimone scomodo del suo tempo, sempre politicamente scorretto che ha servito la verità e si è schierato contro la mistificazione del pensiero.
Il libro è uno straordinario autoritratto politico – morale dell’uomo e dello scrittore Ignazio Silone a cui costò caro aver scritto, nell’Italia che aveva i Pci più organizzato d’Europa con il suo codazzo servile di intellettuali al seguito, «ci si libera dal comunismo come si guarisce da una nevrosi».

:: La colonna di fuoco di Ken Follett (Mondadori 2017) a cura di Elena Romanello

1 febbraio 2018 by
La colonna di fuoco

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Ken Follett torna a Kingsbridge, la città inglese di cui ha seguito le varie fasi della sua Storia a partire dal Medio Evo con I pilastri della Terra e Mondo senza fine, raccontando stavolta il Cinque e Seicento inglese e non solo, tra guerre di religione, massacri, regni di sovrane rimaste nella Storia come Elisabetta I, vicende tragiche come quella di Maria Stuarda, fatti oggi quasi dimenticati ma fondamentali come la strage di San Bartolomeo e la congiura delle polveri.
Dal 1558, dove Maria la Sanguinaria sta stringendo l’Inghilterra in una morsa integralista, al 1620 si dipana un intreccio che si svolge tra Londra, Parigi, Ginevra, Anversa, Amsterdam, Hispaniola, Edimburgo, dietro a vari personaggi: il protagonista è Ned Willard, figlio di un ricco mercante protestante, che vorrebbe sposare Margery Fitzgerald, di cui è innamorato ricambiato, figlia invece del sindaco cattolico. Il clima di intolleranza impedisce ai due giovani di coronare il loro sogno, Margery va in moglie ad un uomo rozzo della sua stessa religione, mentre Ned si trasferisce a Londra, dove viene ingaggiato da sir William Cecil, il consigliere di Elisabetta Tudor, che diventerà di lì a non molto regina d’Inghilterra, per essere uno degli uomini chiave di uno dei primi servizi segreti della Storia.
Per cinquant’anni Ned si confronterà con fatti storici realmente accaduti, integralisti religiosi, persone che sognano solo, come lui, un mondo dove nessuno venga più perseguitato per il suo credo religioso, traditori insospettabili, congiure, passioni, morti, al centro di un affresco che coinvolgerà molti altri personaggi oltre a lui e Margery, reali e inventati, dal fratello Barney, avventuriero dei mari che ritroverà dopo anni il figlio avuto da un’affascinante donna di sangue misto all’infido Pierre, spia al soldo del duca di Guisa, da Sylvie, coraggiosa donna ugonotta e altro amore di Ned a Carlos, fuggito dalla Spagna dopo aver assistito agli orrori dell’Inquisizione e diventato un imprenditore nei Paesi Bassi.
Un romanzo lungo novecento pagine, in cui si racconta uno dei periodi più importanti nella costruzione dell’Europa di oggi, ricordando come alla fine nelle guerre di religione quello che rovina e pesa sono gli interessi dei tiranni e degli integralisti che vogliono imporre il loro potere su chi invece crede nella tolleranza e nel progresso sociale. Un discorso non certo lontano nel tempo, perché tra le righe si trovano tanti problemi dell’oggi, di un mondo in cui esistono ancora contrasti e persecuzioni religiose, per una storia che racconta comunque il desiderio di Ned e di altri personaggi di creare un mondo migliore, basato sulla libertà.
Tutto questo ovviamente è raccontato senza retorica, mescolando realtà e fantasia, ricordando fatti e questioni poco note, come lo sfruttamento dei neri dall’Africa in Europa e nelle Americhe, il coraggio di chi divulgava idee non ortodosse attraverso la stampa clandestina, la morsa dell’Inquisizione in Spagna contro ebrei e musulmani convertiti, la nascita di una nuova concezione della vita, del lavoro, dei sentimenti, dell’iniziativa individuale. Un ripasso di Storia che non annoia, un affresco che si dimostra una prova ulteriore di romanzo storico a tutto tondo, con il passato non come mero sfondo di vicende improbabili, ma come mondo vivo per ricordare da dove si viene e come e perché si è diventati in un certo modo.

Ken Follett è nato a Cardiff nel 1949 e vive a Londra con la moglie Barbara. Laureatosi in filosofia all’University College di Londra, ha lavorato come giornalista. Negli ultimi quarantatré anni ha pubblicato trentun romanzi, iniziando la sua carriera di scrittore nel 1978 con La cruna dell’Ago, a cui sono seguiti molti altri romanzi di genere giallo e spionistico. Per quello che riguarda il romanzo storico, non si possono non citare la trilogia “The Century” (La caduta dei giganti, L’inverno del mondo e I giorni dell’eternità), e la saga tra Medio Evo e rinascimento di Kingsbridge, composta da I pilastri della terra, Mondo senza fine e di cui La colonna di fuoco è il terzo capitolo.

Provenienza: acquisto personale del recensore.

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:: Non ho tempo per amarti di Anna Premoli (Newton Compton 2018) a cura di Marcello Caccialanza

31 gennaio 2018 by
Non ho tempo per amarti di Anna Premoli

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Non ho tempo per amarti”, pregevole opera dell’italiana Anna Premoli, è un trascinante romanzo rosa che pone l’accento, con estrema delicatezza, su come l’amore nelle sue differenti accezioni e sfaccettature possa spingere in modo inequivocabile gli opposti ad attrarsi reciprocamente e a combinarsi in una vivace e meravigliosa alchimia.
La protagonista femminile, Julie non è altro che una giovane scrittrice acculturata e di talento che non riesce suo malgrado a sentirsi a proprio agio con una modernità galoppante che in fondo le incute paura ed un generale malessere esistenziale. Lei è uno spirito fragile e sensibile, innamorata del passato; un passato che la rende felice e le regala la magia inconsistente di una libertà insperata. Tanto è vero che la sua stessa produzione letteraria si compone solamente di romanzi ambientati nell’ottocento!
Ma la vita è strana e anche buona matrigna e quando meno te lo aspetti ha la capacità di offrirti una sorta di miracolo, ovvero quella imprevedibilità grazie alla quale ti viene concessa una specie di rinascita intima. E così avviene anche per la stessa Julie! Grazie al fortuito incontro con un aitante vicino di casa,dai modi passionali e vivaci, e al conseguente innamoramento, la giovane avrà quindi l’opportunità di maturare e di vincere le sue paure: cambierà dunque mentalità e piano piano sarà sempre più sospinta verso quel doveroso ricongiungimento con il suo tempo e i suoi conseguenti ritmi vitali.

Anna Premoli è nata nel 1980 in Croazia e vive a Milano, dove si è laureata alla Bocconi. Ha lavorato alla J.P. Morgan nell’Asset Management e per un lungo periodo in ambito Private Banking per una banca privata, prima di accettare una nuova sfida nel campo degli investimenti finanziari per una holding di partecipazioni. La scrittura è arrivata per caso, come “metodo antistress” durante la prima gravidanza. Ti prego lasciati odiare è stato il libro fenomeno del 2013: è stato per mesi ai primi posti nella classifica, i diritti cinematografici sono stati opzionati dalla Colorado Film e ha vinto il Premio Bancarella. I suoi romanzi sono tradotti in diversi Paesi. Con la Newton Compton ha pubblicato anche Come inciampare nel principe azzurro; Finché amore non ci separi; Tutti i difetti che amo di te; Un giorno perfetto per innamorarsi; L’amore non è mai una cosa semplice; È solo una storia d’amore; L’importanza di chiamarti amore; Un imprevisto chiamato amore e Non ho tempo per amarti.

Source: libro del recensore.

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:: Sleeping beauties di Stephen King e Owen King (Sperling & Kupfer 2017) a cura di Elena Romanello

31 gennaio 2018 by
Sleeping Beauties cover Sperling

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Il nuovo romanzo di Stephen King è in realtà un lavoro a quattro mani con il figlio Owen, per raccontare una storia affascinante e tenebrosa, una fiaba dark al femminile, anzi femminista, che prende il largo da una cittadina del West Virginia, Dooling, dove sorge un carcere per donne condetenute che hanno commesso i reati più vari.
Un giorno una delle prigioniere comincia a parlare riguardo alla Regina nera e ha una crisi: il dottor Norcross, lo psichiatra della prigione le somministra un sedativo non dando peso alla cosa, mentre sua moglie, Lila, lo sceriffo di Dooling, sente questo come un presagio. Anche perché, alcune ore dopo, arriva una chiamata alla polizia, da parte di una ragazza sconvolta che ha visto una donna mai vista uccidere due suoi amici, una donna che si chiama Evie Black, intorno alle quali svolazzano strane falene e che non sembra umana. Man mano le donne non solo di Dooling cadono in un sonno profondo e vengono avvolte in un bozzolo, un qualcosa da cui è meglio non svegliarle.
I fan di Stephen King troveranno nel corso della storia echi di altri suoi romanzi, a cominciare da Under the dome e The Tommyknocker, con il tema della minaccia aliena, strana, devastante e a cui non si vuole dare un nome che irrompe nella vita quotidiana cambiando equilibri e sconvolgendo vite. Ma i toni sono diversi, sono quelli di una favola nera ma anche metafora della realtà degli Stati Uniti e non solo, con un richiamo alle fiabe partendo dall’inizio, C’era una volta a Dooling, microcosmo di un mondo più ampio.
Non è la prima volta che Stephen King si interessa all’universo femminile, visto che ha donato a lettori e lettrici figure indimenticabili come Carrie, Beverly, Dolores Claiborne, Rose Madder e anche la folle ma non certo sottovalutabile Annie Wilkies, solo per citarne alcune. In questa storia di una malattia che colpisce tutte le donne, gli autori parlano di molestie sessuali e sopraffazione, raccontando gli orrori con lo specchio deformato di donne che non sono più a disposizione degli uomini ma possono essere un qualcosa di molto diverso, anche di devastante.
Fiaba nera e denuncia sociale, orrore paranormale dietro a cui si nascondono gli orrori veri che esistono nella realtà di tutti i giorni: Sleeping beauties è tutto questo, non si sa quanto è farina del sacco del padre o del figlio, lo stile resta inconfondibile, e la storia, complessa e che non si riesce a lasciare, è un nuovo tassello nella produzione di un autore che ha saputo segnare la letteratura e la cultura non solo pop degli ultimi quattro decenni.
Da Sleeping Beauties verrà tratta una miniserie, forma narrativa che si è già dimostrata ottima per altre opere di Stephen King, prodotta dalla Anonymous Content, la stessa di True Detective e Mr. Robot. Chiaramente sarà interessante vederla, ma nell’attesa il libro è già capace di travolgere, appassionare e far riflettere.

Stephen King vive e lavora nel Maine con la moglie Tabitha. Le sue storie sono clamorosi bestseller che hanno venduto centinaia di milioni di copie in tutto il mondo e hanno ispirato registi famosi come Brian De Palma, Stanley Kubrick, Rob Reiner e Frank Darabont. Accanto ai grandi film, innumerevoli gli adattamenti televisivi tratti dalle sue opere. King, oggi seguitissimo anche sui social media, è stato insignito della National Medal of Arts dal presidente Barack Obama.

Owen Philip King, nato a Bangor nel 1977, è il figlio minore di Stephen King. Autore di due raccolte di racconti (la prima delle quali pubblicata da Frassinelli con il titolo Siamo tutti nella stessa barca) e di un romanzo, ha ricevuto diversi premi letterari per il suo lavoro. È sposato con la scrittrice Kelly Braffet.

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:: L’eredità delle dee – Una misteriosa storia dai Carpazi Bianchi di Katerina Tuckova (Keller editore 2017) a cura di Viviana Filippini

31 gennaio 2018 by
L' eredità delle dee

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L’eredità delle dee” è il romanzo di Katerina Tuckova, edito in Italia da Keller. Il libro è un intrigante e avvincente viaggio dentro ad un mondo, nel quale usi e costumi atavici vengono tramandati nel tempo. A scambiarsi questi saperi sono le donne della comunità di Žítkova situata sulle alture delle sulle montagne dei Carpazi Bianchi. Le donne qui residenti hanno delle qualità che le rendono diverse da tutte le altre, perché sono guaritrici che non usano pasticche, ma erbe medicinali, sono delle preveggenti e sempre pronte a tramandare la loro arte di madre in figlia. Sono chiamate “dee”. La loro storia è conosciuta da Dora Idesová, l’ultima di questa importante discendenza, che è certa –lei lo crede – di non aver ereditato nessuna arte dalla madre. Dora non ha vita facile, perché da piccola resta orfana e di lei si prende cura zia Surmena, ma il tutto dura poco. Ad un certo punto la zia sparisce rinchiusa dentro ad una clinica psichiatrica per non uscirne più. Dal passato si passa al presente dove il lettore scopre che Dora, una volta internata la zia, è finita in un collegio ed è diventata adulta con degli studi in Etnografia e un lavoro presso l’Accademia delle Scienze di Brno. La giovane è alla prese con la scrittura di una saggio sulle dee di Žítková e nell’accedere ai materiali degli archivi, resi pubblici dalla polizia segreta nei primi anni Novanta del Novecento, Dora si imbatte in un dossier sulla zia Surmena, una dea. Ogni pagina del dossier è un importante documento per la ragazza, perché grazie ad essi potrà ricostruire non solo la storia delle dee, ma anche quella della parente scomparsa. Quello compiuto da Dora sarà un vero e proprio cammino a ritroso nel tempo alla ricerca delle proprie origini, passando anche per diverse documentazioni che raccontano le ragioni (guarigioni pseudomiracolose, strani e miracolosi decotti da bere, previsioni di eventi) per le quali la zia Surmena venne più volte fermata dalle autorità competenti. Ciò che Dorà scoprirà sarà per lei una rivelazione agghiacciante e sconvolgente, perché leggendo i documenti, gli articoli di giornale e parlando con la popolazione di Žítková, la giovane verrà a conoscenza di come la storia della sua famiglia, intrecciata agli eventi che travolsero il loro Paese (la Repubblica Ceca), sia minata da una maledizione antica difficile da sconfiggere e sradicare. “L’eredità delle dee” è un perfetto mix di realtà e finzione ed è un romanzo che racchiude in sé diverse tipologie di genere, nel senso che per certi aspetti il libro della Tuckova è romanzo storico (ci sono riferimenti al nazismo e al comunismo), ma esso ha degli elementi simili al thriller, all’ indagine etnografica, alla ricerca sulla magia. Quando poi si narra delle dee, ci si rende conto delle ambiguità che c’erano verso di loro. Da una parte, erano bersagliate proprio per il loro “fare rituale”, dall’altra però, nei loro confronti c’erano pure una forma di timore e ossequio, per il rispetto massimo del loro “saper fare” alternativo. Allo stesso tempo, dalle pagine, emerge il forte amore verso il mondo della natura e dei suoi elementi, perché si ha come la sensazione che fosse proprio in essi che il genere umano potesse trovare le medicine e gli aiuti che alimentavano la speranza e che portavano rimedio ai mali fisici e sociali. “L’eredità delle dee” della Tuckova è sì l’affresco di un’epoca dove si alternano disperazione, paura, lotta e speranza ma è anche un libro affascinante, misterioso e –concedetemelo- un po’ mistico, che dimostra quanto sia importante attuare la ricerca delle proprie radici per comprendere le proprie origini. Traduzione dal ceco: Laura Angeloni.

Kateřina Tučková (1980) Scrittrice, giornalista, curatrice di mostre e autrice di opere teatrali, si è laureata in Storia dell’Arte e Boemistica all’università FF MU di Brno e ha conseguito un dottorato in Storia dell’Arte presso l’università Karlová di Praga. Già autrice di varie pubblicazioni specialistiche in ambito artistico, si impone sulla scena letteraria ceca con il romanzo Vyhnání Gerty Schnirch (L’espulsione di Gerta Schnirch) del 2009, vincendo il premio Magnesia Litera 2010 (Categoria Premio dei Lettori) e guadagnando la candidatura ai premi Josef Škvorecký e Jíří Orten.

Source: inviato dall’editore al recensore. ringraziamo l’ ufficio stampa Keller.

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:: Gli autonauti della cosmostrada ovvero un viaggio atemporale Parigi-Marsiglia di Julio Cortázar e Carol Dunlop (Einaudi 2012) a cura di Michela Bortolotto

30 gennaio 2018 by
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Domenica 23 maggio 1982. Un uomo e una donna si apprestano a percorrere la strada Parigi-Marsiglia a bordo del loro pulmino Wolkswagen rosso. Un normale viaggio di circa una decina di ore da percorrere tutte lungo l’autostrada. Un tragitto di ordinaria amministrazione. Niente di particolare, starete pensando. E invece no. Non c’è nulla di banale se i due viaggiatori sono Julio Cortázar e sua moglie Carol Dunlop e se il loro intento non è quello di raggiungere Marsiglia il prima possibile, ma bensì, quello di fermarsi

nelle 65 aree di sosta dell’autostrada al ritmo di due al giorno, vale a dire impiegando poco più di un mese per compiere il tratto Parigi-Marsiglia senza mai uscire dall’autostrada”.

E così, nel pomeriggio di una domenica di pioggia, Lupo (Julio) e Orsetta (Carol) partono a bordo del loro Fafner , rifornito di tutte le provviste necessarie, alla volta di Marsiglia.
Inizia così la loro avventura alla scoperta di quanto un’autostrada possa offrire a due viaggiatori curiosi. Da questo viaggio durato circa un mese nasce il libro Gli Autonauti della Cosmostrada.
Questo libro non è un semplice resoconto di viaggio. È un diario scritto a quattro mani, è una lista di cose da portare, è un susseguirsi di incontri, saluti, sguardi amichevoli, ma anche scontri. È una raccolta di foto e immagini. È un gioco con regole precise che Julio e Carol si apprestano a fare con incoscienza e innocenza quasi fanciullesche.
L’autostrada non è più un semplice non-luogo da attraversare il più velocemente possibile per arrivare alla meta. L’autostrada è essa stessa la meta, il viaggio. Un viaggio fatto di nuovi incontri, di riflessioni e anche di ricordi. Nella loro avventura Lupo e Orsetta incontrano così turisti e lavoratori, camionisti e operai. Ogni incontro merita di essere riportato nel loro diario di viaggio. Julio e Carol osservano e scrivono. Ma non solo. Questo viaggio è anche un’occasione per ricordare episodi della loro vita e riflettere sul passato e sul presente e per scoprire che nelle aree di servizio si vende di tutto, compreso un Budda di porcellana alto un metro!
Un viaggio, insomma, un po’ fuori dagli schemi classici. A renderlo ancora più speciale c’è, inoltre, il fatto che, senza saperlo, questo è stato l’ultimo viaggio insieme di Lupo e Orsetta.
Gli Autonauti della Cosmostrada si legge tutto d’un fiato. Una pagina tira l’altra e, una volta letta l’ultima parola, si viene presi da un’irrefrenabile voglia di partire. Non importa per quale destinazione perché in fondo, citando un nostro cantante compatriota,

che sia un’andata o un ritorno
Che sia una vita o solo un giorno
Che sia per sempre o un secondo
L’incanto sarà godersi un po’ la strada.

E la strada, o meglio, le pagine, in questo caso, si godono tutte, dalla prima all’ultima.

Julio Cortázar è nato a Bruxelles nel 1914, figlio di un funzionario dell’ambasciata argentina in Belgio. È considerato fra i maggiori autori di lingua spagnola del XX secolo. Morì di leucemia nel 1984 a Parigi, dove è sepolto. Tra i suoi libri pubblicati da Einaudi, oltre a Bestiario (1965) e al Gioco del mondo. Rayuela (1969, 2013), Storie di cronopios e di famas (1971), Ottaedro (1979), Il viaggio premio (1983), Il persecutore (ultima edizione nelle «Letture Einaudi», 2017), il volume complessivo dei Raccontia cura di Ernesto Franco, nella «Biblioteca della Pléiade» (1994), Fine del gioco (2003), Carte inaspettate (2012), Gli autonauti della cosmostrada ovvero Un viaggio atemporale Parigi-Marsiglia (2012), diario di viaggio scritto a quattro mani con la moglie Carol Dunlop, Animalia (2013) e Lezioni di letteratura (2014).

Carol Dunlop nata a Quincy, Massachusetts, nel 1946, la scrittrice, fotografa e traduttrice,  sposò Julio Cortázar nel 1979; morì a Parigi nel 1982. È autrice del romanzo La solitude inachevée (1976).

Source: libro del recensore.

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