:: Un amore di città di Antonella Ferrari (Il Seme Bianco 2017) a cura di Marcello Caccialanza

30 gennaio 2018 by
un amore di città

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Un amore di città”, l’ultima fatica dell’autrice Antonella Ferrari, non è altro che un esilerante ritratto a tutto tondo di un luogo immaginario, conosciuto dai benpensanti con il nome di Rapasodi, una città che conta la bellezza di circa settantamila anime.
La scrittrice, con garbo ed eleganza, ha così ben costruito una sorta di tragicommedia, in cui i suoi protagonisti, che peccano in tracotanza ed affettazione, vivono un’esistenza quasi ovattata, una specie di bolla d’aria, in cui il medesimo meccanismo narrativo assume piano piano una velata connotazione burlesca e surreale, quasi se noi stessi, ignari lettori, venissimo catapultati, a nostra insaputa, all’interno di una farsa di genere!
Rapasodi è dunque una tipica cittadina di provincia, dove trionfano in modo vergognoso pettegolezzi d’ogni sorta, lusso sfrenato ed ostentato, macchine potenti e capi d’abbigliamento all’ultima moda, che vanno in un certo senso a colmare il vuoto delle menti e dei cuori. In questo luogo non ben identificato regna la cattiveria, la corruzione e dulcis in fundo l’invidia reciproca. Tutti tradiscono e vengono di conseguenza traditi!
Una commedia da non perdere, da leggere e gustare tutta d’un fiato, perché aiuta a rivalutare nel bene e nel male la caotica vita metropolitana.

Antonella Ferrari è nata a Chieti, laureata in Giurisprudenza è stata Professore a Contratto presso L’Università G. D’Annunzio di Chieti. Ha collaborato con diverse testate giornalistiche abruzzesi. Ha pubblicato con l’Editore Morlacchi di Perugia, il romanzo “Nessun Dolore”, autobiografico che ha ricevuto l’apprezzamento dei lettori.

Source: libro del recensore.

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:: L’uomo di gesso di C.J. Tudor (Rizzoli 2018)

29 gennaio 2018 by
L'uomo di gesso

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Trent’anni fa, Il cadavere della ragazza del Valzer. Senza testa.
Sono trascorsi trent’anni. Ed Munster adesso è un uomo, è rimasto a vivere nella stessa cittadina e insegna nella scuola locale. Abita nella bella casa che gli ha lasciato la madre e affitta una stanza a una studentessa vivace da cui è attratto, suo malgrado. Ed sembra essersi lasciato il passato alle spalle, quell’estate del 1986 in cui era un ragazzino e trascorreva giorni interi con i suoi amici. Tra infinite corse in bicicletta, spedizioni nei boschi che circondano la pittoresca e decadente Anderbury e i pomeriggi a scuola, il loro era un tempo sereno: erano una banda, amici per la pelle. E avevano un codice segreto: piccole figure tracciate col gesso colorato, per poter comunicare con messaggi comprensibili solo a loro. Poi, un giorno, quei segni li avevano condotti fino al bosco. Fino al corpo smembrato di una ragazza. Chi sia stato l’artefice di un simile delitto, in questi trent’anni, non si è mai saputo. Sono state percorse innumerevoli piste, tutte finite in vicoli ciechi, tutte rimaste fredde. La verità di cosa sia successo quel giorno nel bosco non è mai emersa. Ma adesso Ed ha ricevuto una lettera: un unico foglio, un uomo stilizzato, disegnato col gesso. Anche gli altri hanno ricevuto lo stesso messaggio. L’uomo di gesso è tornato.

Esce domani 30 gennaio per Rizzoli un thriller che farà discutere.
Si intitola L’uomo di gesso (The Chalk Man, 2017), è stato scritto da una scrittrice inglese, ex presentatrice tv e dog sitter, C.J. Tudor, con questo romanzo al suo esordio, e tradotto da Sandro Ristori.
Caso internazionale all’ultima fiera di Francoforte, i diritti venduti ai quattro angoli del globo, insomma di libri presentatati così ce ne sono spesso, a volte usando queste letterali parole, ma questo libro è effettivamente diverso dai molti altri che ho letto ultimamente.
Più che per l’efferatezza di alcune scene, è un thriller horror, quindi aspettatevi un po’ di movimento per intenderci, per una sottile inquietudine che traspare da particolari minimi, che solo alla fine, mettendo assieme tutti i tasselli, daranno un quadro di insieme terrificante.
L’excipit è poi di una perfidia terribile, bocca cucita naturalmente, ma fateci caso.
Allora cosa colpisce di questo libro?
Innanzitutto è notevolmente ben scritto e immagino tradotto (anche se il prologo sembra tradotto da un’ altra mano, quindi non fatevi spaventare). Per un’ opera prima è sicuramente singolare.
Il debito verso Stephen King è grande nella misura in cui si parla di ragazzini (una banda di ragazzini questa volta inglesi cresciuti negli anni ’80) che hanno a che fare con la morte. La Tudor è davvero un’attenta osservatrice dei preadolescenti, della loro psicologia, dei loro gusti, dei loro giochi, dell’ importanza che danno all’amicizia, amicizia che inevitabilmente si sgretola e decompone nell’età adulta, ed è capace di ricreare il loro linguaggio, in dialoghi vividi e mai banali.
Questo passaggio è efficacemente dimostrato, più che detto, portando avanti la narrazione in due tempi paralleli che si alternano: il 1986 quando il protagonista è poco più che dodicenne, e il 2016 quando è un professore di inglese quarantenne con una cotta per la sua coinquilina. La narrazione è sempre in prima persona, vediamo sempre la storia dal punto di vista di Ed, prima ragazzino, poi adulto.
Poi è un thriller non solo apparentemente feroce, lo è proprio, la scena dell’aggressione al parco da parte dei bulli è molto cruda e sicuramente rende questo libro diciamo consigliato solo a lettori adulti. Ma di norma tutti i thriller lo sono.
Dirò poco della trama per evitare anche spoiler involontari, ma sicuramente posso elencarvi i personaggi. Innanzitutto la banda formata da Eddie Muster, Gav la Palla, Mickey Metallo, Hoppo e Nicky. E poi i genitori di Ed, il reverendo, padre di Nicky, Chloe, l’inquilina di Ed, l’inquietante signor Halloran, l’uomo di Gesso, e in ultimo ma non meno importante la ragazza del Valzer. Beh un consiglio non affezionatevi troppo ai personaggi, anche se francamente è un po’ impossibile. Concludo con l’ultima strofa di una canzone di Jannacci: Dove si è spenta l’ultima storia dell’ uomo di gesso che sa tutto a memoria. Certo la Tudor magari non l’ha mai sentita, ma trovo che sia perfetta. Buona lettura!

C.J. Tudor è nata a Salisbury e cresciuta a Nottingham, dove vive con la famiglia. Dopo aver lasciato la scuola a sedici anni, ha cambiato diversi lavori, è stata reporter, doppiatrice, cameriera, autrice per la radio, presentatrice di un programma televisivo in cui intervistava le più grandi celebrità di Hollywood. Ha iniziato a scrivere questo romanzo ispirata da una scatola di gessetti colorati che un amico aveva regalato a sua figlia per il compleanno. Di sera quei disegni sul vialetto di casa avevano assunto un’aria sinistra. L’uomo di gesso, in uscita in contemporanea negli Stati Uniti e in Gran Bretagna, è il thriller più atteso del 2018.

Source: bozze in anteprima inviate dall’editore. Ringraziamo Francesca dell’ Ufficio Stampa Rizzoli.

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:: Gruppo di lettura – Nightbird di Lucia Patrizi

29 gennaio 2018 by

Devo dire che a me il gruppo di lettura del blog è un po’ mancato. Il piacere di leggere in compagnia credo aumenti il piacere della lettura, per cui perchè non lanciare un nuovo gruppo di lettura dedicato a un libro Nightbird di Lucia Patrizi, edito da Acheron Book. Io ho già comprato la mia copia. Per decidere se partecipare avete bisogno di maggiori info? Ecco iniziamo con le info sul libro:

Sinossi e cover:

nightbird-cover

Roma, oggi.
Irene e Giada sono acchiappafantasmi professioniste. Ma il loro metodo di lavoro è un po’ particolare: Irene disinfesta i luoghi appositamente infestati da Giada al fine di procacciarsi nuovi, danarosi clienti. I quali credono di avere a che fare con lo spettro infuriato del proprio trisavolo, e non sospettano trattarsi invece di una messinscena ben orchestrata.
Sì, perché Giada è realmente un fantasma. Le sue sono vere infestazioni, seppur abusive. Ma questo non impedisce alle due ghostbusters di mantenere “vivo” il profondo, contrastato legame che le unisce, messo a dura prova dal terribile evento che ha segnato per sempre le loro esistenze: la morte di Giada.
Questo precario equilibrio si infrange quando, in una villa abbandonata sul lago di Bracciano, Irene e Giada si trovano di fronte a un’infestazione precedente alla loro. Una forza perversa, antica e brutale, si è risvegliata e minaccia di annientare tutto ciò che incontra.
E’ tempo allora di fare le acchiappafantasmi sul serio, anche se questo significa affrontare la più devastante minaccia sovrannaturale per Roma (e per il mondo intero) e fare i conti una volta per tutte con il passato.
E con la bicicletta chiamata Nightbird.

GHOST STORY, ACTION LOVECRAFTIANO, STRUGGENTE STORIA D’AMORE: CON “NIGHTBIRD” IL FANTASTICO ITALIANO RIVENDICA IL SUO ESSERE, A PIENO TITOLO, LETTERATURA.

Info sull’autrice:

Lucia Patrizi vive, pedala e lavora a Roma. Di mestiere fa l’assistente al montaggio, una faccenda esoterica e quasi incomprensibile anche agli addetti ai lavori. L’obiettivo è quello di passare il prima possibile da assistente a montatore, se non per ambizioni personali, almeno per non dover dare troppe spiegazioni quando qualcuno le chiederà cosa fa nella vita. Nel frattempo, potete cercarla all’ultimo posto in fondo nei titoli di coda di serie come “Tutto Può Succedere” e “Gomorra”. Ha montato un film di fantascienza indipendente, “L’Ultimo Sole della Notte”, di Matteo Scarfò. Potete leggere i suoi sproloqui sul cinema horror – e non solo – sul blog “Il Giorno degli Zombi”. Quando non mette insieme pezzi di film e non scrive, va in bicicletta o sott’acqua. “Nightbird” è il suo terzo romanzo.

Alcune regole:

  • Procurarsi il libro (c’è sia in digitale che cartaceo).
  • Se vi iscrivete, qui nei commenti al post, dichiarate sul vostro onore (pena terribili piaghe bibliche) che lo leggerete e il giorno stabilito vi presenterete per discuterne (quattro chiacchiere in amicizia, niente di paludato o accademico).
  • Ci sarà un mese di tempo per leggerlo, tutto febbraio, il giorno stabilito per l’incontro sarà il 1 Marzo, un giovedì. Dalle 18 alle 19. Orario credo che possa andare bene per tutti.

Buonpomeriggio ragazzi, sto preparando l’incontro. Ho tolto la moderazione, approvato il primo commento gli altri sono liberi. Tra circa mezz’ora si inizia. Vi aspetto.

:: Mi manca il Novecento – Simenon, Maigret e la commedia umana a cura di Nicola Vacca

29 gennaio 2018 by

Simenon

Georges Simenon nei suoi libri riesce a dare voce agli aspetti più estremi della nostra psiche, e allo stesso tempo mette sulla pagina tutte le zone oscure del comportamento umano, smascherando sempre fragilità e debolezze di un conflitto dell’uomo con il sistema sociale e le sue infinite contraddizioni.
Tra gli scrittori più prolifici del secolo scorso, Simenon ha goduto di un enorme successo commerciale e la critica letteraria è stata sempre indecisa riguardo a una sua possibile classificazione in un genere.
Uno scrittore a tutto tondo che è riuscito a creare atmosfere suggestive e intense, ignorando finezze letterarie alle quali preferiva uno stile essenziale e nudo.
Il commissario Maigret è il risultato perfetto del suo modo di essere scrittore. Simenon ha creato un uomo comune e eccezionale. Acuto, saggio e paziente. Un funzionario di polizia un po’ stoico e po’ scettico che detesta gli abusi e la prepotenza, ma soprattutto non sopporta coloro che ritengono di sapere tutto.
Maigret, innamorato delle piccole cose della vita quotidiana, nel suo ufficio al Quai des Orfèvres in compagnia della sua pipa, vede passare sotto i suoi occhi fatti e persone di quella commedia umana di cui sente parte integrante.
Non possiede metodo di indagine, ma ha un grande fiuto. Maigret davanti a ogni inchiesta sostiene che la verità non bisogna scoprirla. L’unico modo per arrivare a essa non è il ragionamento ma il fervido sentire.
Maigret non ama il chiacchiericcio, si tiene lontano dalle parole inutili, conosce nei più piccoli dettagli l’arte di vivere che gli insegna la strada. Egli sa che vivere è il mestiere più difficile che ci sia, e mai si sottrae all’attraversamento del quotidiano che bisogna accettare per saper vivere nel mondo e con gli altri.
Il commissario Maigret è uno dei personaggi più riusciti della letteratura e Simenon con tutte le sue maschere è senza dubbio tra gli scrittori più importanti del Novecento.
Georges Simenon non finirà mai di stupirci.
Nei romanzi duri (come egli stesso definiva i suoi romanzi “letterari”) la psicologia umana è scandagliata nel profondo. Nelle sue pagine noi esseri umani ci ritroviamo senza maschera con le nostre debolezze e le nostre solitudini.
Pochissimi scrittori sono riusciti a entrare dentro l’uomo. Qui sta la sua grandezza.
Simenon è magistrale nel rappresentare le deviazioni perverse di cui siamo capaci, a entrare nei coni d’ombra della nostro cervello che spesso senza alcun motivo innescano cortocircuiti devastanti.

:: Un’intervista con Selma Dabbagh a cura di Giulietta Iannone

29 gennaio 2018 by

Selma-DabbaghBenvenuta Selma e grazie per aver concesso a Liberi di Scrivere questa intervista. Raccontaci qualcosa di te. Narratrice, attivista, avvocato. Chi è Selma Dabbagh? Punti di forza e di debolezza.

Grazie a Giulietta e Liberi di Scrivere per l’intervista. Inizi con una grossa domanda, qui. Non ho alcun desiderio di entrare in una sorta di auto-contemplazione psicoanalitica su chi io sia, che potrebbe confondermi più di quanto non confonda i tuoi lettori, ma potrei iniziare dicendo che sono essenzialmente una scrittrice di fiction. Sono un avvocato qualificato (procuratore legale) per formazione e ho lavorato su casi che sono collegati con la Palestina, ma ho smesso di lavorare come avvocato più di un anno fa, ormai, per concentrarmi sulla scrittura. Scrivo racconti e romanzi. Al momento sto anche lavorando a un progetto cinematografico e occasionalmente scrivo pezzi di non-fiction come recensioni di arte, film e cultura palestinese per Electronic Intifada. Il mio lavoro mi fa sembrare spesso un’attivista, ma io non mi definisco attivista. L’attivismo richiede un insieme di abilità specifiche e sebbene io abbia ammirazione per gli attivisti, il mio ruolo di scrittore di narrativa letteraria è forse più sottile. Il mio obiettivo è far sì che le persone si connettano emotivamente creando mondi fittizi in un modo che consenta loro di apprendere su se stessi tanto quanto apprendono su cause o conflitti che potrebbero non essere necessariamente familiari. In termini di mie debolezze, direi che non scrivo ancora così come vorrei scrivere. Mi sento frustrata a volte dai limiti della mia immaginazione e dalla ripetizione della mia stessa voce e ci sono molti scrittori che vorrei essere, ma ogni sforzo creativo è spesso collegato a sapere quali sono i tuoi limiti e concentrarti sui tuoi punti di forza. In termini di punti di forza, direi che posso distillare le complesse situazioni politiche che fanno da sfondo ai miei romanzi e trascinare i lettori attraverso di esse raccontando una buona storia in un modo leggero, spesso umoristico. Non fornisco tutte le risposte, ma posso porre alcune domande decenti.

Raccontaci qualcosa di te, dei tuoi studi, della tua infanzia.

Sono cresciuta dappertutto. Gran parte della mia infanzia l’ho trascorsa in climi desertici (Kuwait, Arabia Saudita) dove ci si trova in casa per la maggior parte del tempo. In estate tornavamo in Inghilterra, da dove viene mia madre. Da bambina mi piacevano i treni, collezionare francobolli, fossili e fiori selvatici che ora sembrano tutti assurdamente leziosi. Da adolescente, era ancora pre-internet, quando ero adolescente in Kuwait ed ero completamente esclusa da gran parte della cultura popolare con la quale i miei contemporanei a Londra hanno familiarità, ma quell’isolamento mi ha fatto leggere molto. Mi sono ammalata gravemente di epatite all’età di 15 anni dopo un viaggio dal Kuwait a Minsk nell’ex Unione Sovietica con un corpo di ballo classico, e sono stata confinata a letto per due mesi. Dopo di ciò non ho potuto smettere di leggere. Era un’ossessione. Ho letto molto Turgenev e Zola. Ho lavorato a maglia e ho sognato di defezionare in Russia. Quando mi rimisi, andai di nuovo alle feste, ma a quel punto la polizia continuava a fare irruzioni eperquisizioni ed erano piuttosto tristi. La mia scuola in Kuwait era una scuola inglese, con studenti di 120 nazionalità diverse. Penso di essere uscita dal deserto con una prospettiva molto più internazionale di molte persone cresciute in centri cosmopoliti più noti.

Cosa significa il tuo nome?

La maggior parte delle parole arabe hanno tre consonanti che formano la loro radice. Il mio nome ha la stessa radice S-L-M di “Salam” che significa pace. Selma significa un luogo di rifugio, di sicurezza. Il mio cognome Al-Dabbagh significa conciatori (pellettieri). È una professione. Diversi secoli fa i miei antenati palestinesi vennero da Fez in Marocco (dopo essersi trasferiti dalla Spagna) e andarono in Palestina in pellegrinaggio, stabilendosi a Giaffa, dove rimasero fino al 1948 quando furono espulsi con la forza dalle forze sioniste.

Quando hai capito per la prima volta di voler essere una scrittrice?

Quando avevo otto anni. Ho scritto a una casa editrice e ho detto loro che un giorno mi avrebbero pubblicato in futuro. Non è ancora successo con quella casa editrice, che sta ancora andando forte, ma non è escluso che possa accadere un giorno.

Out of It, (Fuori da Gaza, Edizioni Il Sirente, trad. Barbara Benini) il tuo romanzo, è un lavoro immaginario che riflette comunque la vita di tutti i giorni in Palestina e poi in Inghilterra, specialmente dal punto di vista delle giovani generazioni palestinesi. La finzione aiuta a concentrarsi meglio sulla realtà?

Mi piace il modo in cui hai formulato questa domanda. Credo che la finzione possa portarci a una maggiore comprensione di noi stessi, aumentando le nostre intuizioni nelle percezioni delle altre persone facendoci vivere attraverso la visione dei nostri personaggi, divenendo più auto-coscenti di noi stessi ed empatici degli altri. Le nostre realtà diventano più profonde e multi-dimensionali. Con Out of It e la mia scrittura, direi sicuramente che non spiega tutto, ma che fornisce una introduzione ad una situazione che molti potrebbero percepire come complessa o estranea. Coinvolgendo emotivamente i lettori è possibile vedere le situazioni da una varietà di angolazioni.

Qual è stata la parte più laboriosa durante la scrittura?

Amo quasi tutto della scrittura. Se dipendesse da me, sarebbe l’unico lavoro che vorrei fare. Direi che i dubbi su me stessa sono stati la cosa più difficile da superare con il mio primo libro.

La questione palestinese è una una questione di diritto internazionale, politica, sociale molto complessa da risolvere. Pensi che sia possibile una soluzione pacifica? Le giovani generazioni israeliane e palestinesi credono che esista una possibilità per una soluzione pacifica reale? Cosa rallenta questa soluzione pacifica? Secondo te.

(Risponderò a queste due domande insieme)

Quasi tutto è possibile se lo desideri abbastanza. La maggior parte dei palestinesi non vuole altro che crescere la propria famiglia in pace, ma la loro situazione è stata deliberatamente resa insopportabile. Nel 2015 i rapporti delle Nazioni Unite hanno avvertito che entro il 2020 Gaza potrebbe essere “inabitabile” a causa del blocco illegale israeliano e degli attacchi militari alle persone e alle loro infrastrutture.
Sono sicura che molti giovani israeliani apprezzerebbero anche la pace per le generazioni future, ma non sono convinta che il loro governo lo condivida. La loro economia è strettamente legata agli sviluppi militari, come la tecnologia dei droni, e vi è un interesse nazionale ad essere in uno stato di guerra costante. Gli israeliani avrebbero bisogno di subire una rivoluzione in prospettiva per frenare l’attuale razzismo e la belligeranza che il loro governo incoraggia.
I palestinesi, da parte loro, avrebbero bisogno di assicurarsi una migliore leadership e mobilitazione. È deprimente come molte iniziative sui processi di pace sembrino essere diventate parte di un settore che siauto-alimenta bruciando milioni di dollari e cambiando molto poco. Entro il 2014, Israele ha distrutto quasi 50 milioni di dollari di progetti finanziati dall’UE in Palestina, ma pochi governi europei presnderebbero inc onsiderazione anche solo l’idea di rispondere imponendo sanzioni ad Israele. È molto importante continuare a fare pressione sui governi per garantire la responsabilità e l’applicazione del diritto internazionale.

La decisione di Trump di riconoscere Gerusalemme come capitale d’Israele, che cosa porterà per voi?

Tutto ciò che il presidente Donald Trump fa o dice mi fa rabbrividire. È molto difficile non avere una reazione puramente istintiva di disgusto. È provocatorio e spericolato all’estremo. Come gran parte del mondo liberale e di sinistra, sono non poco sbalordita dal fenomeno Donald Trump, ma deve essere trattato come un campanello d’allarme piuttosto che un motivo per rinunciare, per quanto allettante possa essere.
È necessario insistere su standard internazionali. Gerusalemme est fu annessa illegalmente da Israele durante la guerra del 1967. Ha una popolazione palestinese significativa che subisce ancora una pulizia ertnica dalla città sulla base delle origini etniche e della nazionalità. I territori occupati vengono requisiti e le case demolite contrariamente alle disposizioni della IV Convenzione di Ginevra. Il governo israeliano ha ricevuto ilvia libera per continuare con queste politiche razziste dalle azioni di Trump. L’effetto di queste azioni sulla credibilità degli Stati Uniti come “mediatore onesto” nei negoziati di pace in Medio Oriente è ovvio.
Va ricordato che Gerusalemme non è importante solo per i palestinesi, ma anche per tutti i musulmani (e cristiani) a livello globale. È il secondo luogo di pellegrinaggio più importante dopo la Mecca. Le ramificazioni della decisione illegale e irresponsabile di Trump sono enormi. In un momento in cui le Nazioni Unite sono più che mai necessarie, è spregevole che gli Stati Uniti abbiano appena tagliato 285 milioni di dollari in fondi dal bilancio delle Nazioni Unite perché non hanno ottenuto il sostegno che voleva per il voto di Gerusalemme.

Nel tuo romanzo i lettori sentono che i personaggi esprimono un grande bisogno di normalità. Aspirano ad essere persone normali alle prese con le cose di tutti i giorni: con lo studio, il lavoro, l’amore, anche se la storia sembra averli appesantiti con pesi difficilmente sostenibili. Senti anche questo bisogno di normalità nelle nuove generazioni?

La maggior parte delle persone in tutto il mondo, non importa da dove vengono, vogliono dalla vita solo l’essenziale. Lo psicologo americano Abraham Maslow ha definito una gerarchia di bisogni, partendo dai bisogni fisiologici di base (cibo, acqua, calore, riposo) e passando alle questioni di sicurezza prima di passare ai bisogni psicologici per gli altri e alla propria autostima. Questi due livelli inferiori possono apparire così elementari nei paesi ricchi in pace, che desiderarli può sembrare pedestre. Il desiderio di questi aspetti della normalità diventa molto più intenso quando vengono costantemente negati in modi diversi; dove la disoccupazione è alta e la scarsità di cibo è reale, non puoi spostarti da una città all’altra a causa di posti di blocco e muri “di sicurezza”, vai a dormire la notte senza sapere se la tua casa sarà demolita al mattino, tu non puoi completare la tua educazione perché la tua università viene costantemente chiusa, o bombardata, i tuoi genitori non possono ricevere cure mediche perché non è permesso attraversare il confine, o non puoi ottenere un permesso per andare nella città dove c’è l’ospedale, i droni guardano ogni tua mossa, i bombardamenti aerei sono frequenti, dove l’acqua è contaminata, la tua fornitura di elettricità poco frequente, i tuoi amici vengono reclutati per combattere, la scuola o l’ospedale dei tuoi figli potrebbero essere attaccati. In queste circostanze, per la maggior parte delle persone, l’idea di un lavoro sicuro a casa e in famiglia è quasi il paradiso al quale puoi sognare di aspirare.

Quanto è durato il processo di scrittura di Out of it?

Le prime note che ho trovato sull’idea dell romanzo risalgono all’incirca al 2002. Poi ho smesso per molto tempo prima di iniziare a scrivere. La maggior parte è stata scritta nel 2007, ma non è stata pubblicata fino al 2011. È stato un lungo viaggio.

Usi mai qualcuna delle tue paure o esperienze personali nelle tue storie?

Sì, ma non nella loro interezza. Le traspongo spesso su altri personaggi o le distorco in qualche modo. Inoltre, come in ogni forma di creazione artistica, puoi spesso cercare di rappresentare un’emozione o una scena esatta, ma in realtà produrre un’impressione distorta di essa, in un modo che produce una verità diversa.

Come immagini il tuo futuro adesso?

Come si immaginano il loro futuro le persone? Sto cercando di non sentirmi disperata per l’atmosfera politica assolutamente negativa. A parte la politica palestinese, a Londra c’è un senso di sconforto e disperazione, da dopo il referendum sulla Brexit, che è palpabile; i londinesi hanno votato in modo schiacciante per rimanere nell’UE. A livello personale, i miei figli crescono velocemente e la situazione a casa cambia di anno in anno in modo significativo. Spero di continuare a essere in grado di scrivere, di trovare pubblico, di godere di quello che faccio, ma chissà cosa porterà il futuro. Forse sarò pubblicata da quella casa editrice alla quale ho scritto quando avevo otto anni…

Grazie per la tua gentilezza e disponibilità. Vorrei chiudere questa intervista chiedendoti quali sono i tuoi progetti futuri? C’è un nuovo romanzo in lavorazione?

Sì. È completamente diverso e quasi finito. Mi è appena stato commissionato di scrivere un breve racconto futuristico ambientato in Palestina / Israele nel 2048 a cui sto lavorando, insieme a un grande progetto cinematografico, di cui sono entusiasta. Amo il cinema come medium, lavorare in una squadra e il processo di scrivere una sceneggiatura.

[Ringraziamo per la traduzione Davide Mana]

:: Felici diluvi di Graziano Gala (Musicaos Editore 2018) a cura di Fabio Orrico

29 gennaio 2018 by
Felici-diluvi

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Il racconto è l’inspiegabile, almeno per me, Cenerentola della letteratura italiana. Cosa spinge i lettori deboli medi forti a spararsi tomi di seicento pagine e a rifiutare un racconto di dieci cartelle? Va be’, domande oziose, resta il fatto che i libri di racconti vengono condannati a una vita marginale rispetto a quella del romanzo. Poi c’è il fatto che negli ultimi anni (ormai forse negli ultimi decenni) la parola racconto diventa immediatamente sinonimo di un certo modo di intendere e costruire questo genere letterario. Da appassionato confesso che io stesso sovrappongo all’idea di racconto la short story di marca statunitense, da Cheever fino a Carver, quindi una trama di situazione più che di intreccio, una struttura narrativamente libera e la scelta di lavorare sulle ellissi della storia più ancora che che sugli snodi. Pigrizia mia e nient’altro.
Graziano Gala punta in direzione quasi opposta e comunque personalissima. Giovanissimo esordiente, Gala pubblica per Musicaos la raccolta Felici diluvi. Si tratta di quattordici brevi storie, scritte con una lingua disarticolata e carnale, creativa e felice. Non saprei se Gala si sente parte di una tradizione propriamente italiana ma mi sembra che il nucleo della sua ispirazione adombri un respiro buzzatiano. Le sue storie virano volentieri verso il surreale ma mai in modo effettistico e forzato. Il testo di apertura ad esempio, L’applauso, non mostra nulla di realmente impossibile ma siamo dalle parti di una leggera seppur significativa distorsione della realtà e il pianoforte fra i rifiuti che domina il racconto ci fa un po’ l’effetto della canoa sull’albero che compare in Aguirre furore di Dio di Herzog. Realtà aumentata dall’assurdo o perlomeno dall’improbabile. A corredo di questo c’è il mondo di Gala, un mondo abitato da uomini dotati di nomi “parlanti”, spesso e volentieri residenti in paesini, leggendo dei quali corriamo il rischio di rievocare Gianni Celati. Ma la nota dominante della narrativa dello scrittore emiliano è la tenerezza, in Gala regna invece un sentimento oscuro e meno definibile, come un leggero allarme. Complanari, per chi scrive il racconto più bello, potrebbe quasi apparire come una satira di Ballard ma anche quest’ultimo riferimento riguarda più un’idiosincrasia dello scrivente, dal momento che Gala è soprattutto se stesso, consapevole demiurgo del suo mondo provinciale e allegramente disperato. Se ho usato, forse con una certa leggerezza, il termine surreale è anche perché Gala non si fa nessun problema a dare voce agli oggetti e lo fa con tale franchezza da sussumerli nella sua provincia meccanica, come fosse la cosa più naturale del mondo. Io non so se Gala ha in cantiere un romanzo, ma con questo suo primo libro ha dimostrato di sapere abitare perfettamente la forma racconto, trattandola con la giusta dose di anarchia e disinvoltura.

Graziano Gala nasce a Tricase il 19 settembre 1990. Vive a Milano, dove insegna Lettere in un Liceo delle scienze umane. Nel 2012 vince il premio “Lo scrivo io”, indetto da “La Gazzetta del Mezzogiorno” nella sezione poesia. Il suo racconto “Variabili impazzite”, viene inserito nella collana “Chi semina racconti 2”, curato dall’associazione “Tha Piaza Don Chisciotte”. Nel 2013 vince il premio speciale della giuria nel “Premio internazionale di cultura” indetto dall’AEDE (Association Européenne des Enseignants). Due suoi racconti vengono selezionati nel bando “Bollenti spiriti”, indetto dalla Regione Puglia, dando origine al volume collettaneo “Parole battute”. Si qualifica terzo al “Premio Nazionale Bukowski” di Viareggio. Nel 2016 il suo racconto “Sabotare il silenzio”, viene pubblicato in un’antologia edita da “Testi&Testi” e vince il premio “Carlo Cultrera”. Nello stesso anno un suo racconto viene selezionato dall’associazione “Onalim” e letto durante la Piano City Milano 2016 e nella scuola di scrittura “Belleville”.

Source: libro inviato dall’ editore al recensore.

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:: Di notte sognavo la pace – Diario di guerra 1941-1945 di Carry Ulreich (Longanesi 2018) a cura di Giulietta Iannone

27 gennaio 2018 by
Di notte sognavo la pace

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1941. La quindicenne Carry Ulreich vive a Rotterdam e conduce una vita come quella di tante altre ragazzine, godendo dei piccoli piaceri e delle libertà comuni a tante famiglie dell’epoca. Ma la libertà di Carry è destinata lentamente a svanire a seguito dei divieti imposti dai nazisti durante l’occupazione: la requisizione delle biciclette e delle radio, la riduzione degli orari in cui gli ebrei possono uscire di casa, l’obbligo di indossare la stella di David, il divieto di esercitare molte professioni (tra cui quella del padre di Carry, che è sarto), l’imposizione agli studenti ebrei di frequentare scuole solo ebraiche. E, nel giro di pochi anni, lo spettro dei campi di concentramento… Esauriti gli espedienti per evitare la deportazione, agli Ulreich viene offerta un’inaspettata ancora di salvezza: gli Zijlmans, una famiglia cattolica di Rotterdam, invitano Carry e i suoi a nascondersi nella loro casa, correndo un rischio altissimo. E così inizia la loro vita nell’ombra, costantemente avvolti dalla minaccia che li attende al di fuori delle mura della casa che li ospita.

Dopo il coraggio di Francesco Tirelli, gelataio italiano a Budapest, narrato nel bel libro illustrato per bambini di Tamar Meir, e quello di Alfredo Sarano che nel suo diario fa luce su alcuni aspetti inediti della storia dell’ ebraismo italiano prima e durante la Seconda Guerra Mondiale, oggi 27 gennaio vi parlo in un certo senso sempre di coraggio, quello di un’adolescente ebrea olandese di nome Carry Ulreich, ora  Carmela Mass, autrice di un diario che per molti versi ci riporta alla mente quello di Anna Frank, anche se diverso per molti punti, soprattutto per uno felice: il suo narra di una storia a lieto fine.
A differenza di Anna infatti che fu arrestata, con la sua famiglia, e morì a Bergen Belsen di febbre tifoidea, Carry Ulreich sopravvisse e poté scrivere nel suo diario il 6 maggio del 1945:

Felicissima. Ah, siamo tutti così contenti. Venerdì ci eravamo appena dati la buonanotte quando abbiamo sentito chiasso dalla strada. C’era un fiume di gente fuori. All’improvviso la pace! Canis è tornato a casa: armistizio. È venuto qualcuno che aveva sentito personalmente la notizia e ha confermato. Ovviamente siamo scesi in strada. […] Il tutto è stato preceduto dal Wilhelmus, l’inno nazionale olandese, cantato con solennità. Bram al piano. Commovente. Tutti ci siamo alzati e abbiamo reso onore alla nostra Casa reale. […] Era giusto così. Gioia, contentezza, gratitudine perché ne siamo usciti. Grazie, grazie a Dio e agli esecutori della Sua Volontà, i nostri salvatori e protettori. Fine del diario di guerra.

Fine del diario di guerra, credo non ci siano parole più belle, e inizio del diario di pace, dal sesto quaderno in poi infatti Carry Ulreich poté parlare di cosa successe dopo, e poté continuare la sua vita, trasferirsi in Israele, sposarsi, avere dei figli, dei nipoti, e compiere il 15 novembre scorso 91 anni. Sono felice quest’anno di avere letto tutti libri che trasmettono un messaggio positivo, di speranza, di ottimismo.
Il diario di Carry Ulreich, Di notte sognavo la pace, (Diary, 2016) edito da Longanesi, tradotto in italiano da Giorgio Testa, e curato da Bart Wallet che oltre a scrivere l’introduzione, ci offre come postfazione un inquadramento del diario stesso, aiuto indispensabile per collocare le vicende private della vita della Ulreich riportate nel suo diario nel quadro della grande Storia, credo trascenda il messaggio e la testimonianza contingente per acquistare una voce universale, la sua voce limpida e cristallina trasmette nitido il messaggio di quanto bisogni fuggire l’orrore della guerra e perseguire la pace a tutti i costi, compiendo atti di eroismo se necessario, rischiando in prima persona come fece la famiglia Zijlmans, i protettori e salvatori degli Ulreich.
La diversa religione non bastò a separarli e a renderli nemici, seppure non dobbiamo pensare che fu tutto rose e fiori. Carry annota tutto nel suo diario della sua vita clandestina, e il lettore si sente quasi trasportato in quel lontano allora condividendo le sue ansie, le sue paure, le sue piccole gioie.
Carry Ulreich  ha una voce molto schietta, diretta, e anche un notevole talento letterario che ha tanto colpito Bart Wallet a cui sottoposero molti diari per la pubblicazione, e li scartò per il valore limitato ai rispettivi ambiti familiari. Il diario di Carry Ulreich  credo sia anche esteticamente bello, e questo aiuta, soprattutto a colpire e far appassionare il lettore alla sua storia. E’ dotata di umorismo, intelligenza vivace, e forza e combattività.
Non è un testo agiografico, o ottimista a tutti i costi. L’orrore che visse, ciò che vide o di cui sentì parlare le fanno dire:

Quando arriveranno tempi migliori? A cosa serve tutto questo, questa valle di lacrime, questo passaggio? Tutto per meritarsi il paradiso?

Ma tuttavia ciò che emerge dalla lettura di questo diario è senz’altro una grande forza che si trasmette al lettore, in un coraggioso inno alla pace. Per questo parlavo di coraggio, all’inizio di questo mio scritto. Buona lettura!

Carry Ulreich (1926), ora Carmela Mass, vive attualmente in Israele. Dopo l’arrivo delle truppe canadesi a Rotterdam nel 1945 rimase in città con la famiglia dove seguì le lezioni dei soldati della Brigata ebraica. Il giorno dopo aver finalmente conseguito il diploma, si sposò e si trasferì con il marito a Gerusalemme dove vive tuttora in compagnia di tre figli e più di sessanta pronipoti. Il 15 novembre 2017 ha compiuto 91 anni.

Source: pdf inviato dall’ editore, si ringrazia Gaia dell’ ufficio stampa Longanesi.

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:: Il tatuatore di Auschwitz di Heather Morris (Garzanti 2018) a cura di Viviana Filippini

27 gennaio 2018 by
tatuatore

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Lale era giovane e coraggioso. Lale era cecoslovacco e viveva nel 1942. Lale era ebreo, era il prigioniero n. 32407 e lui stesso divenne il tatuatore di Auschwitz. La sua storia di lotta per la sopravvivenza del deportato Lale è nel libro “Il tatuatore di Auschwitz” di Heather Morris, edito da Garzanti. Quella di Sokolov non è una vicenda inventata, ma la storia vera di un giovane uomo che si consegnò ai tedeschi per lavorare e salvare dalla deportazione la sua famiglia. Lale, inizialmente internato con il compito di costruire baracche, venne colpito dal tifo. Ad assisterlo Pepan, il prigioniero che poi gli insegnò quell’ingrato e difficile gesto di tatuare sulle braccia degli ebrei rastrellati dai nazisti centinaia di migliaia di numeri con l’inchiostro verde. Lale ogni giorno lasciava il blocco 27 a Birkenau per andare ad Auschwitz e qui, a testa bassa senza mai guardare nessuno in faccia, per non percepirne il dolore e la sofferenza, tatuava tutti coloro che gli passavano davanti. Bambini, anziani, uomini e donne scorrevano davanti a lui che un giorno incrociò due occhi potenti. Uno sguardo che portò nel suo animo la luce dell’amore e delle speranza. La giovane che fa breccia nel cuore di Lale era Gita e, giorno dopo giorno, il giovanotto fece il possibile per salvarla. Lale era così innamorato da escogitare qualsiasi piano per rendere meno dolorosa e sofferta la prigionia della ragazza che lui amava alla follia. I due protagonisti vissero il loro amore nascente sul filo del rasoio, sempre con la paura che tutto potesse finire da un momento all’altro, perché l’assenza all’appello o all’appuntamento previsto, ad Auschwitz facevano pensare subito al peggio. Lale tatuava numeri su numeri e questo gli permetteva di ricevere razioni extra di cibo che distribuiva ai compagni. Il giovane, classe 1916, rischiò la vita, lo picchiarono fino allo sfinimento, ma lui con tenacia andò avanti imperterrito nella sua missione di aiuto al prossimo. Nel libro scritto dalla Morris non si affronta solo il rapporto tra il tatuatore e la sua amata, perché tra le pagine ci sono le vicende degli altri deportati. Si scopre come molti di loro fossero utilizzati come cavie per esperimenti compiuti dal dottor Mengele, di come quelle poche donne ebree a cui non venivano tagliati i capelli erano l’oggetto del desiderio da parte dei militari, si leggono le tremende violenze a cui i prigionieri furono sottoposti e lo shock del protagonista alla vista dell’interno dei forni crematori. Lale e Gita si salvarono, si ritrovarono e si sposarono diventando i coniugi Sokolov nella Cecoslovacchia controllata dai sovietici. Dopo essere stato imprigionato per aver inviato denaro per la costruzione delle Stato di Israele, Lale e la moglie fuggirono a Vienna, Parigi, Sydney, fino al Canada, dove nacque il loro unico figlio Gary, il quale solo da adulto venne a conoscenza del dramma vissuto dai genitori. “Il tatuatore di Auschwitz” della Morris è la storia di un amore nato in un contesto di morte e distruzione, della paura di non poter realizzare i propri sogni o di ritrovare i propri cari e di una costante resistenza al male, nella speranza di un nuovo domani. Una storia che deve essere conosciuta per continuare a fare Memoria.

Heather Morris, nata in Nuova Zelanda, vive e lavora a Melbourne in Australia. Autrice di sceneggiature, ha deciso di volgersi alla narrativa per raccontare la commovente storia di Lale Sokolov. Il tatuatore di Auschwitz è il suo romanzo d’esordio: dopo lo straordinario interesse suscitato alla Fiera di Londra del 2017 è stato venduto in tutt’Europa ancora prima della pubblicazione.

Source: pdf inviato dall’ editore al recensore, si ringrazia Caterina dell’ ufficio stampa Garzanti.

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:: Siamo qui siamo vivi – Il diario inedito di Alfredo Sarano e della famiglia scampati alla Shoah a cura di Roberto Mazzoli (Edizioni San Paolo 2017) a cura di Giulietta Iannone

26 gennaio 2018 by
Siamo qui siamo vivi sarano

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«Questo è il racconto di come si svolse questo capitolo della storia dell’ebraismo italiano che io ho vissuto giorno per giorno…» Alfredo Sarano

Custodito per oltre settant’anni in un cassetto dalle figlie Matilde, Vittoria e Miriam, il diario di Alfredo Sarano riemerge oggi dal passato aggiungendo nuove, preziose pagine di storia al libro del genocidio del popolo ebraico. Fogli ormai ingialliti dal tempo si affiancano così alle opere di Anna Frank ed Etty Hillesum, scritte proprio per vincere il silenzio e testimoniare l’orrore delle persecuzioni. Questo volume è frutto delle ricerche di Roberto Mazzoli, che ha riportato alla luce il diario di Alfredo Sarano inquadrandolo nel contesto storico dell’epoca e riportando le testimonianze dei sopravvissuti. Un libro che riporta alla luce l’eroismo di Alfredo Sarano, l’uomo che mise in salvo migliaia di vite nascondendo gli elenchi della comunità ebraica milanese.

Domani è il 27  gennaio, Giorno della memoria. Tra oggi e domani usciranno qui su Liberi di scrivere diversi articoli dedicati alle commemorazioni delle vittime della Shoah, diversi libri che abbiamo letto in questi giorni, anche se almeno io personalmente ne leggo anche in altri periodi dell’anno. Ma domani è un giorno che ci dovrebbe accomunare nel ricordo, ebrei e non ebrei, nella speranza che la storia non si ripeta, che genocidi simili non succedano più. Siamo qui, siamo vivi, a cura di Roberto Mazzoli, edito da San Paolo Edizioni, è un libro edito nel novembre del 2017 che fa parte dei libri non romanzati dedicati all’Olocausto. E’ un diario, commentato e argomentato dal curatore Roberto Mazzoli, di Alfredo Sarano, ebreo milanese d’adozione, nato in Turchia nel 1906 da Mosè e Allegra Sarano. Credo i nomi siano importanti, parlando di un periodo in cui alle persone erano dati numeri, che venivano tatuati sulla loro pelle. Ma non erano numeri, erano persone, avevano dei nomi e una storia. Alfredo Sarano a vent’anni nel 1926 arrivò a Milano dove si iscrisse alla facoltà di economia e commercio dell’ Università Bocconi.

Nel volgere di pochi mesi Sarano entra a stretto contatto con i più influenti protagonisti del sionismo italiano e assiste, spesso contribuendovi, alla nascita delle istituzioni ebraiche nazionali e internazionali più significative.

Il suo diario quindi oltre che per il suo valore di testimonianza privata, ha anche un valore di grande rilevanza storica, citando nomi, fatti, date, situazioni storiche precise e documentabili di cui per molti anni non si era a conoscenza. Altra luce che si fa sulla storia dell’ebraismo italiano, valida quindi non solo per il suo valore soggettivo ma anche oggettivo, di analisi su come era effettivamente organizzato l’ebraismo milanese sul finire degli anni Venti. Su cosa accadde realmente una volta promulgate le Leggi Razziali nel 1938, sull’ ingenuità di certe affermazioni di alcuni ebrei che allora vedevano in Mussolini una figura tutto sommato positiva.
Dopo la laurea Alfredo Sarano fu assunto come impiegato nella Comunità ebraica come addetto ai tributi, e proprio questa sua specifica attività gli consentì di stilare liste, avviare un vero e proprio censimento della popolazione ebraica. I nazisti fecero di tutto per mettere le mani su queste liste, e proprio l’ostruzionismo di Sarano, consentì di salvare molte vite.

Ma che fine fanno gli elenchi e gli schedari comunitari nascosti da Sarano nelle cantine?  

Anche a questo Siamo qui siamo vivi dà una risposta. Come ci parla, dandone testimonianza, dei tanti sacerdoti, o persone comuni che a rischio della loro vita nascosero e aiutarono gli ebrei a sfuggire dalla deportazione.

Allora, secondo la nota espressione dello storico Renzo De Felice, ogni ebreo dovette la sua salvezza a un italiano. E la famiglia Sarano non fa eccezione. Ad aiutarli ci pensarono alcuni contadini del posto, un frate e, nell’agosto del 1944 addirittura un giovane allievo ufficiale della Wehrmacht.

Si chiamava Erich Elder e il suo nome e la sua vicenda giungono a noi dopo 70 anni. Aveva solo vent’ anni ed era partito per il fronte italiano dal suo paese di Pfarrkirchen, nella Baviera cattolica e in Italia si prodigò per salvare gli ebrei sfollati a Pesaro. E qui si intersecano e sovrappongono con stralci anche del suo diario i ricordi del giovane tedesco e di Sarano. Mazzoli riporta i più significativi e sottolinea che Elder decise di non arrestare nessuno nè tantomeno di procedere alla deportazione.
Come scrive Liliana Segre nella prefazione, forse solo il tempo, la vecchiaia e la saggezza, rendono possibile conoscere questa storia edificante e positiva apprezzandola come è giusto che sia. Considerando lui giusto, contornato da mostri.

Roberto Mazzoli è nato nel 1971 a Milano, sposato e con tre figli. Laureato in Scienze Politiche, ha conseguito un master Fse in diritto ed economia dell’Unione Europea lavorando poi come responsabile della comunicazione aziendale per alcune importanti realtà dell’industria del mobile.
Si è perfezionato in Scienze Storico-Antropologiche delle Religioni all’Università degli Studi Carlo Bo di Urbino e ha frequentato il corso di Alta Formazione per Animatori della Comunicazione e della Cultura presso la Pontificia Università Lateranense.
È giornalista e direttore editoriale del settimanale Il Nuovo Amico delle Diocesi di Pesaro, Fano e Urbino. Collabora da diversi anni con il quotidiano Avvenire e con l’Agenzia nazionale Sir, per la quale è stato inviato speciale in occasione del Congresso Eucaristico Nazionale di Ancona del 2011. Ha ricoperto vari incarichi all’interno del Consis e della Federazione Italiana Settimanali Cattolici. È ideatore del premio giornalistico Valerio Volpini e, dal 2012, è responsabile del mensile d’informazione Penna Libera Tutti, realizzato con i detenuti della Casa Circondariale di Pesaro. Nel 2017 ha ricevuto il premio giornalistico nazionale Sentinella del Creato.

Alfredo Sarano nasce ad Aydin in Turchia nel 1906. Nel 1911 la sua famiglia viene esiliata a Napoli a causa della nazionalità italiana per via della guerra con la Turchia. Nel 1926 si iscrive alla Bocconi di Milano e, dopo la laurea nel 1931, viene assunto dalla Comunità Israelitica di Milano per redigere le liste anagrafiche di tutta la popolazione ebraica del capoluogo lombardo. Nel 1938 si sposa con Diana Hadjes dalla quale avrà tre figlie: Matilde, Vittoria e Miriam. Nel 1943 dopo l’occupazione tedesca di Milano riesce a nascondere gli elenchi degli ebrei da lui stesso redatti (oltre 14.000 persone) sottraendoli così in larga parte ai rastrellamenti. Fugge con l’intera famiglia sulle colline di Pesaro dove è costretto a nascondere l’appartenenza alla “razza ebraica” grazie all’aiuto di un frate francescano e di un ufficiale della Wehrmacht. Si salva dai bombardamenti alleati sul convento del Beato Sante e si unisce alla Brigata Ebraica. Prima del termine della guerra come direttore dell’Ufficio Palestinese di Roma aiuta oltre 600 immigrati a raggiungere il nascente Stato di Israele. Dopo la Liberazione torna a Milano per ricoprire la carica di Segretario della Comunità su nomina di Raffaele Cantoni. Nel 1969 si trasferisce con la famiglia in Israele. Prima delle morte (1990), consegna alle sue tre figlie un diario di memorie nel quale ripercorre con grande dettaglio gli anni delle persecuzioni contro la sua amata Comunità che cercò di proteggere dalla Shoah mettendo a rischio la propria vita e quella della sua famiglia. Il manoscritto di Alfredo Sarano, di enorme rilievo storico, rimane inedito fino ad oggi.

Source: libro inviato dalle Edizioni San Paolo. Ringraziamo Alessandro dell’ Ufficio stampa.

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:: Oltre l’inverno di Isabel Allende (Feltrinelli 2017) a cura di Marcello Caccialanza

26 gennaio 2018 by
oltre l' inverno

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Oltre l’inverno, ultimo splendido romanzo di Isabel Allende, rappresenta senza ombra di dubbio una sorta di specchio, che imprigiona con estrema delicatezza le vite parallele di tre personaggi alla perenne ricerca del tanto sospirato equilibrio interiore.
Il testo prende dunque il via da un tema di stretta attualità, ovvero l’onerosa questione dell’immigrazione; ponendo però l’accento sull’essenza ultima di una possibile rinascita, che si concretizza nell’inaspettata meraviglia di una seconda opprtunità.
Lucia, una dei tre protagonisti, a causa del nefasto regime di Pinochet, prende la drammatica decisione di lasciare la propria patria, per ripiegare sul suolo canadese. La sua vita è costellata da grandi e soffocanti dolori: dalla misteriosa sparizione dell’amato fratello ad un matrimonio ormai allo sbando, per arrivare dulcis in fundo ad una devastante lotta contro il cancro. Ma nonostante ciò, grazie anche all’affetto di una figlia adorata, che le ha regalato numerose gratificazioni, ha la concreta possibilità di ribaltare a proprio favore un’esistenza fino a quel momento davvero assai malevola. Arriva a Brooklyn in seguito all’accettazione di un nuovo incarico professionale e qui, come per magia, il suo animo riceve nuove emozioni.
Richard, unico protagonista maschile di questa storia, è un docente universitario alquanto riservato e depresso, che conduce una vita “sotto anestesia” per cercare ad ogni costo di metabolizzare un passato disgraziato, che non gli ha risparmiato proprio nulla, dalla prematura morte dei figli al tormentato suicidio della moglie.
Evelyn, ultima pedina di questa scacchiera, causa forza maggiore è dovuta scappare dal Guatemala, con al seguito bande criminali pronte a tutto. Negli Stati Uniti trova lavoro presso una famiglia dai loschi contorni: un figlio disabile malvisto dal padre malavitoso ed una madre malinconica ed alcolizzata.
Durante un inverno assai rigido, dove una tempesta di neve la fa da padrona, i destini di questi tre personaggi, così diversi tra loro per costume ed esperienze, si incroceranno in un crescendo di situazioni spettacolari e coinvolgenti: un incidente d’auto ed un cadavere nascosto nel cofano della medesima vettura li farà inevitabilmente precipitare in un thriller mozzafiato. Ma oltre l’inverno, come suggerisce la stessa autrice, c’è sempre una primavera pronta a sbocciare, c’è sempre una rinascita interiore pronta ad abbracciare quell’innato senso di spiritualità che dona all’uomo la consapevolezza della sua natura più vera.

Isabel Allende è nata a Lima, in Perù, nel 1942, ma è vissuta in Cile fino al 1973 lavorando come giornalista. Dopo il golpe di Pinochet si è stabilita in Venezuela e, successivamente, negli Stati Uniti. Con il suo primo romanzo, La casa degli spiriti del 1982 (Feltrinelli, 1983), si è subito affermata come una delle voci più importanti della narrativa contemporanea in lingua spagnola. Con Feltrinelli ha pubblicato anche: D’amore e ombra (1985), Eva Luna (1988), Eva Luna racconta (1990), Il Piano infinito (1992), Paula (1995), Afrodita. Racconti, ricette e altri afrodisiaci (1998), La figlia della fortuna (1999), Ritratto in seppia (2001), La città delle Bestie (2002), Il mio paese inventato (2003), Il Regno del Drago d’oro (2003), La Foresta dei pigmei (2004), Zorro. L’inizio di una leggenda (2005), Inés dell’anima mia (2006), La somma dei giorni (2008), L’isola sotto il mare (2009), Il quaderno di Maya (2011), Le avventure di Aquila e Giaguaro (2012), Amore (2013), Il gioco di Ripper (2013), L’amante giapponese (2015), Oltre l’inverno (2017). Negli Audiolibri Emons Feltrinelli: La casa degli spiriti (letto da Valentina Carnelutti, 2012) e L’isola sotto il mare (letto da Valentina Carnelutti, 2010). Inoltre Feltrinelli ha pubblicato Per Paula. Lettere dal mondo (1997), che raccoglie le lettere ricevute da Isabel Allende dopo la pubblicazione di Paula, La vita secondo Isabel di Celia Correas Zapata (2001). Nel 2014 Obama l’ha premiata con la Medaglia presidenziale della libertà.

Source: libro del recensore.

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:: Le voci infinite della poesia di Claribel Alegría, a cura di Nicola Vacca

26 gennaio 2018 by

alegria«Claribel Alegría è venuta a mancare in modo totalmente atteso. Non aveva vent’anni, non aveva cinquant’anni o sessant’anni da dire aveva ancora molto davanti. Claribel aveva novantatrè anni e attendeva di ricongiungersi al suo Bud, il suo amore di sempre. Lo sapevamo, lo sapeva. E soprattutto lo sappiamo con la consapevolezza che Claribel aveva fatto molto nella vita, aveva dato tanto a questo mondo. Tanto da far apparire la sua morte quasi una festa, pur triste, la normale e giusta epifania per una donna e una poeta che ha segnato il Novecento. E a noi resta il dovere e la responsabilità di ricordarla attraverso quello che ha dimostrato con il suo esempio e con i suoi versi. A noi resta l’importanza di chiederci cos’è la vita appoggiandoci su quello che lei ha fatto e scritto. Perché questo in ultima istanza fa un uomo, fa un donna, fanno i poeti. Dicono cos’è la vita».

Così Samuele editore, che ha pubblicato Voci (nella traduzione di Zingonia Zingone e Marina Benedetto) libro con cui Clarabel si è aggiudicato nel 2016 il Premio Internazionale Camaiore, dà la notizia della morte della poetessa nicaraguense.
Claribel Alegría è tra le maggiori esponenti della letteratura centro e sud americana. Poetessa tradotta in 15 lingue, classe 1924, fu apprezzata dal premio Nobel Juan Ramón Jiménez.
La sua poesia è chiarezza pura che sfida i territori contorti dell’implicito. Nei suoi versi Claribel ascolta il mondo e preferisce la parola nuda per rivolgersi alla condizione umana e raccontarne tutta la bellezza, comprese le sue fragili contraddizioni.
Voci è un prezioso gioiello poetico in cui Claribel con uno sguardo al suo vissuto intenso redige un testamento in versi da lasciare ai suoi pronipoti.
Parole forti e un linguaggio semplice e mai banale con cui la poetessa si interroga, anche con ironia, sull’ esistenza. Al centro della sua creazione poetica troviamo la morte, il tempo, l’amore, la perdita e soprattutto quella necessità di testimoniare un desiderio intenso di vivere.
Vanno ascoltate le voci infinite di Claribel Alegría. Voci che affondano in una poesia pura che non si nasconde e che nulla vuole nascondere.
In tutte le voci di Claribel c’è la voce unica della poesia necessaria che è la cosa più possibile su questa terra dove tutto sta diventando impossibile.

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«Queste voci – scrive Zingonia Zingone nella prefazione – parlano delle paure, dei dubbi, della certezza anelata e l’incertezza che prende il sopravvento».

Srivere è stato il suo modo di stare sola, ma allo stesso tempo la possibilità di regalare tutte le voci infinite della sua coscienza a noi che la leggiamo e a chi dopo di noi resterà.
Così nasce la grande poesia, e Claribel resterà nella memoria una poetessa umilmente immensa che nella schiettezza della parola nuda conosce la consapevolezza del distacco ma evita di consumarsi nella nostalgia. Ha scritto poesie senza mai tradire le parole e la vita, certa che un segnale sarà avvertito in questo tempo di allarmi.

Testamento

Vi lascio una scala
traballante
incompiuta
Con qualche scalino rotto
alcuni marci
e più di uno
Intero.
riparatela
mettetela in piedi
saliteci sopra
salite
fino a toccare la luce.

:: Viola deve sapere di Stefania Lucci (Alter Ego Edizioni 2017) a cura di Federica Belleri

26 gennaio 2018 by
viola deve sapere

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Prima opera di Stefania Lucci, ex professore universitario di Medicina. Un esordio dai toni del thriller, che non manca di introspezione.
L’autrice ci porta nel mondo di Viola Gallo, mondo estremamente confuso. Viola si sveglia dopo circa un mese di coma, e non ha ricordi. Lo psichiatra Raniero Ranieri la supporta con sedute personalizzate utili al recupero della memoria. Ma di che memoria si tratta? Cosa le è accaduto prima del periodo di coma? Viola alterna momenti di serenità ad altri di rabbia e frustrazione. Una condizione assolutamente normale, le dicono. Non è così però, quando si mettono di mezzo i sentimenti … Piergiorgio Pichler, funzionario di polizia, dice di amarla e di essere il suo compagno. Deve credergli e fidarsi? Deve imparare a volergli bene o già lo fa inconsciamente? Viola scopre di avere una famiglia, presente al momento del suo risveglio, ma lei non riconosce nessuno. Le parlano tutti di un’inchiesta che la riguarda ma la sua mente è resettata. Non è in grado di capire il dolore e la gioia, fatica a provare empatia. È sempre stata così o quanto le è accaduto l’ha cambiata per sempre? Anche l’appartamento in cui vive le sembra troppo asettico e impersonale. Si deve fidare di chi la circonda o no?
Viola affronta un percorso difficile e doloroso, combattuta fra la curiosità e la paura di sapere. In bilico fra presente e passato, fra momenti di devastante fragilità e piccoli sprazzi di luce. Viola arriva persino a provare vergogna man mano alcuni ricordi riaffiorano in superficie, si sente a disagio anche con lo psichiatra. È convinta che qualcuno stia distruggendo la sua vita, pezzo dopo pezzo …
“Viola deve sapere” affronta la rielaborazione del dolore attraverso una storia semplice ma intensa. La vicenda si svolge principalmente a Roma. I personaggi principali sono protagonisti in ogni paragrafo, dedicato a ciascuno di loro, che si racconta in prima persona. Il dialogo e il ritmo sono scanditi proprio attraverso i diversi punti di vista degli interessati. La scrittura è precisa e coinvolge al punto giusto. Sono presenti alcuni termini medici certamente legati alla professione dell’autrice, utilissimi per capire Viola e la sua perdita di memoria.
Ottimo esordio a mio avviso. Buona lettura.

Stefania Lucci è nata a Roma nel 1951. Professore universitario di Medicina, una volta in pensione si è dedicata alla sua prima passione: la scrittura. Viola deve sapere è il suo esordio nella narrativa.

Source: libro inviato dall’ editore al recensore.

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