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:: Jungle Rudy, Jan Brokken, (Iperborea 2018) a cura di Viviana Filippini

5 novembre 2018

Jungle Rudy“Welcome to the Jungle” verrebbe da dire e so che riecheggia la canzone dei Gun’s n’ Roses, ma è quello a cui ho pensato nel vedere il nuovo libro di Jan Brokken edito da Iperborea e intitolato: “Jungle Rudy”. In esso Brokken narra la vita rocambolesca del suo conterraneo, divenuto uno dei più importanti esploratori del Novecento: il mitico avventuriero e pioniere olandese Rudy Truffino. La biografia romanzata ci presenta Brokken in viaggio alla ricerca del esploratore mezzo olandese e mezzo italiano che negli anni Cinquanta del secolo scorso approdò a Caracas. Qui, più che dal petrolio, Truffino fu subito conquistato dal mondo della Gran Sabana, un vero e proprio paradiso naturale a sud est del Venezula, caratterizzato da grandi montagne (i tepui) ricche di cascate, canyon e da flora e fauna rare e sconosciute. Dalla ricostruzione di Brokken emerge il grande fascino che il paesaggio selvaggio, gli anfratti e le grotte tutte da scoprire ebbero su Truffino, il quale non esitò a instaurare rapporti con la popolazione locale dei Pemón. Truffino riuscì piano piano a creare case, piste di atterraggio e villaggi adatti ad ospitare visitatori provenienti da tutte le parti del mondo. L’esploratore, a tutti noto come Jungle Rudy, si creò una propria famiglia, dove oltre alla moglie e alle tre figlie, c’erano piloti, registi come Werner Herzog che girò alcune scene di “Fitzcarraldo”, altre troupe hollywoodiane, i reali olandesi, l’astronauta Neil Armostrong e pure gli attori del film porno soft “Emmanuelle 6”. Truffino era come una calamita, nel senso che riusciva a conquistare tutti, compresi gli indios locali con i quali ebbe buoni rapporti e pure le autorità. Un fare che gli permise di assumere l’incarico di direttore del Parco nazionale di Canaima e di acquisire una grande notorietà internazionale. Certo non tutto era perfetto, perché dal libro di Brokken emergono anche le spigolosità di Truffino, il suo costante e perenne nervosismo, quel bisogno di solitudine che a volte lo portava a negarsi alle persone, ma che non gli impediva di agire sempre per il ben di Canaima e di quella natura inesplorata e rigogliosa con la quale si sentiva in empatia. Inoltre Truffino alternava momenti di successo e stabilità economica a momenti di crisi, durante i quali lui e la moglie (donna forte e di grande pazienza) si centellinavano pure il cibo per andare avanti e sfamare le figlie. Questo suo modo di agire ad un certo punto rese così difficili i rapporto nella famiglia che il suo matrimonio andò a rotoli. Vero ci furono dei successi, ma per Truffino non mancarono scottanti delusioni e sensi di colpa che lo tormentarono per sempre quando fu violata la purezza dei Pemón, i quali a contatto con la civiltà cittadina videro corrotti per sempre i loro usi e costumi. Per ricostruire la vita di Truffino, Jan Brokken ha ricalcato gli stessi luoghi vissuti dal protagonista riportandoci la vita di Jungle Rudy grazie ai sopralluoghi, ai documenti (diari e fogli di giornale) e alle interviste fatte a coloro che Rudy lo conobbero da vicino. “Jungle Rudy” è quindi un ritratto veritiero e avventuroso di un uomo che lasciò la propria terra di origine – l’Olanda- per partire all’avventura, alla ricerca di un sogno da realizzare, trasformando il suo bisogno di stare a contatto con la natura in un vero e proprio lavoro di salvaguardia dell’ambiente naturale e “magico”, proprio perché selvaggio. Traduzione dal Nederlandese di Claudia Cozzi.

Jan Brokken Scrittore e viaggiatore olandese, noto per la capacità di raccontare le vite di personaggi fuori dal comune e i grandi protagonisti del mondo letterario e musicale, ha pubblicato numerosi libri che la stampa ha avvicinato a Graham Greene e Bruce Chatwin, come Jungle Rudy, il suo primo successo internazionale. Iperborea ha inoltre pubblicato Nella casa del pianista, sulla vita di Youri Egorov, Il giardino dei cosacchi, sul periodo siberiano di Dostoevskij, il bestseller Anime baltiche, viaggio in un cruciale ma dimenticato pezzo d’Europa, e Bagliori a San Pietroburgo, dedicato alla grande città della musica e della poesia russa.

Source: richiesto dal recensore all’editore. Grazie a Francesca Gerosa dell’ufficio stampa Iperborea e a tutto lo staff editoriale.

:: Di notte sognavo la pace – Diario di guerra 1941-1945 di Carry Ulreich (Longanesi 2018)

27 gennaio 2018
Di notte sognavo la pace

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1941. La quindicenne Carry Ulreich vive a Rotterdam e conduce una vita come quella di tante altre ragazzine, godendo dei piccoli piaceri e delle libertà comuni a tante famiglie dell’epoca. Ma la libertà di Carry è destinata lentamente a svanire a seguito dei divieti imposti dai nazisti durante l’occupazione: la requisizione delle biciclette e delle radio, la riduzione degli orari in cui gli ebrei possono uscire di casa, l’obbligo di indossare la stella di David, il divieto di esercitare molte professioni (tra cui quella del padre di Carry, che è sarto), l’imposizione agli studenti ebrei di frequentare scuole solo ebraiche. E, nel giro di pochi anni, lo spettro dei campi di concentramento… Esauriti gli espedienti per evitare la deportazione, agli Ulreich viene offerta un’inaspettata ancora di salvezza: gli Zijlmans, una famiglia cattolica di Rotterdam, invitano Carry e i suoi a nascondersi nella loro casa, correndo un rischio altissimo. E così inizia la loro vita nell’ombra, costantemente avvolti dalla minaccia che li attende al di fuori delle mura della casa che li ospita.

Dopo il coraggio di Francesco Tirelli, gelataio italiano a Budapest, narrato nel bel libro illustrato per bambini di Tamar Meir, e quello di Alfredo Sarano che nel suo diario fa luce su alcuni aspetti inediti della storia dell’ ebraismo italiano prima e durante la Seconda Guerra Mondiale, oggi 27 gennaio vi parlo in un certo senso sempre di coraggio, quello di un’adolescente ebrea olandese di nome Carry Ulreich, ora  Carmela Mass, autrice di un diario che per molti versi ci riporta alla mente quello di Anna Frank, anche se diverso per molti punti, soprattutto per uno felice: il suo narra di una storia a lieto fine.
A differenza di Anna infatti che fu arrestata, con la sua famiglia, e morì a Bergen Belsen di febbre tifoidea, Carry Ulreich sopravvisse e poté scrivere nel suo diario il 6 maggio del 1945:

Felicissima. Ah, siamo tutti così contenti. Venerdì ci eravamo appena dati la buonanotte quando abbiamo sentito chiasso dalla strada. C’era un fiume di gente fuori. All’improvviso la pace! Canis è tornato a casa: armistizio. È venuto qualcuno che aveva sentito personalmente la notizia e ha confermato. Ovviamente siamo scesi in strada. […] Il tutto è stato preceduto dal Wilhelmus, l’inno nazionale olandese, cantato con solennità. Bram al piano. Commovente. Tutti ci siamo alzati e abbiamo reso onore alla nostra Casa reale. […] Era giusto così. Gioia, contentezza, gratitudine perché ne siamo usciti. Grazie, grazie a Dio e agli esecutori della Sua Volontà, i nostri salvatori e protettori. Fine del diario di guerra.

Fine del diario di guerra, credo non ci siano parole più belle, e inizio del diario di pace, dal sesto quaderno in poi infatti Carry Ulreich poté parlare di cosa successe dopo, e poté continuare la sua vita, trasferirsi in Israele, sposarsi, avere dei figli, dei nipoti, e compiere il 15 novembre scorso 91 anni. Sono felice quest’anno di avere letto tutti libri che trasmettono un messaggio positivo, di speranza, di ottimismo.
Il diario di Carry Ulreich, Di notte sognavo la pace, (Diary, 2016) edito da Longanesi, tradotto in italiano da Giorgio Testa, e curato da Bart Wallet che oltre a scrivere l’introduzione, ci offre come postfazione un inquadramento del diario stesso, aiuto indispensabile per collocare le vicende private della vita della Ulreich riportate nel suo diario nel quadro della grande Storia, credo trascenda il messaggio e la testimonianza contingente per acquistare una voce universale, la sua voce limpida e cristallina trasmette nitido il messaggio di quanto bisogni fuggire l’orrore della guerra e perseguire la pace a tutti i costi, compiendo atti di eroismo se necessario, rischiando in prima persona come fece la famiglia Zijlmans, i protettori e salvatori degli Ulreich.
La diversa religione non bastò a separarli e a renderli nemici, seppure non dobbiamo pensare che fu tutto rose e fiori. Carry annota tutto nel suo diario della sua vita clandestina, e il lettore si sente quasi trasportato in quel lontano allora condividendo le sue ansie, le sue paure, le sue piccole gioie.
Carry Ulreich  ha una voce molto schietta, diretta, e anche un notevole talento letterario che ha tanto colpito Bart Wallet a cui sottoposero molti diari per la pubblicazione, e li scartò per il valore limitato ai rispettivi ambiti familiari. Il diario di Carry Ulreich  credo sia anche esteticamente bello, e questo aiuta, soprattutto a colpire e far appassionare il lettore alla sua storia. E’ dotata di umorismo, intelligenza vivace, e forza e combattività.
Non è un testo agiografico, o ottimista a tutti i costi. L’orrore che visse, ciò che vide o di cui sentì parlare le fanno dire:

Quando arriveranno tempi migliori? A cosa serve tutto questo, questa valle di lacrime, questo passaggio? Tutto per meritarsi il paradiso?

Ma tuttavia ciò che emerge dalla lettura di questo diario è senz’altro una grande forza che si trasmette al lettore, in un coraggioso inno alla pace. Per questo parlavo di coraggio, all’inizio di questo mio scritto. Buona lettura!

Carry Ulreich (1926), ora Carmela Mass, vive attualmente in Israele. Dopo l’arrivo delle truppe canadesi a Rotterdam nel 1945 rimase in città con la famiglia dove seguì le lezioni dei soldati della Brigata ebraica. Il giorno dopo aver finalmente conseguito il diploma, si sposò e si trasferì con il marito a Gerusalemme dove vive tuttora in compagnia di tre figli e più di sessanta pronipoti. Il 15 novembre 2017 ha compiuto 91 anni.

Source: pdf inviato dall’ editore, si ringrazia Gaia dell’ ufficio stampa Longanesi.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Tumbas. Tombe di poeti e pensatori, Cees Nootboom, (Iperborea, 2016), a cura di Viviana Filippini

28 aprile 2016
Cee

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«La maggior parte dei morti tace. Per i poeti non è così. I poeti continuano a parlare». Questo è uno degli insegnamenti di Tumbas. Tombe di poeti e pensatori, scritto dall’olandese Cees Nooteboom e pubblicato in Italia da Iperborea. Il libro dello scrittore olandese è una sorta di lungo pellegrinaggio alla scoperta e al mantenimento vivo della memoria di poeti, scrittori e pensatori di diverse epoche storiche, attraverso la visita alle loro sepolture. Quello che Tumbas consente a noi lettori, è di esplorare attraverso l’esperienza personale dell’autore i luoghi di sepoltura delle personalità letterarie e culturali, narrate nelle pagine del libro. Le lapidi che lo scrittore incontra sul suo cammino non solo portano all’occhio di chi legge i dati anagrafici dell’intellettuale sepolto, ma le parole su di esse incise aiutano a conoscere lo scrittore defunto e un po’ di quello che fece in vita. Queste pietre sepolcrali sono come dei libri che Nooteboom “sfoglia”, per portarci a leggere e conoscere la tomba di Marcel Proust al Père Laschaise, o a camminare nella verde natura dell’isola di Samoa per visitare la tomba di R.L. Stevenson. Solitaria e raminga è la tomba di Italo Calvino, mentre quella di Leopardi è lì da secoli su una collinetta sopra Napoli. Tumbas parte dalle sepolture fisiche di questi uomini e donne di cultura, che l’autore stesso è andato a cercare, girando per il mondo. Ogni sepoltura, visitata e raccontata, trascina i lettori dentro gli universi intellettuali di persone che con il loro lavoro di penna, lettere e carta hanno influenzato e, in certi casi, cambiato la cultura e la società. Quello che emerge non è solo la scoperta dei luoghi, dove persone come Melville, Ezra Puond, Gregory Corso, Nabokov o Shelley e Keats sono sepolti. Il percorso compiuto da Cees Nooteboom è quello che permette a questi defunti letterati di rivivere non solo nei loro testi (poesie, romanzi, saggi scritti), ma anche nel ricordo di chi volendo, dopo la lettura del libro, potrebbe andare a rendere loro omaggio. L’autore non si limita a mostrarci e indicarci dove i sepolcri si trovano. No. Ogni tomba visitata scatena nello scrittore olandese pensieri, riflessioni e ed emozioni che ci fanno capire quanto importati sono stati per lui questi intellettuali. I corpi fisici dei tanti scrittori raggruppati nel libro di Nooteboom oggi non ci son più, ma la loro memoria rivive nelle loro eterne case di pietra e nelle opere che li hanno consacrati nella grande memoria del mondo. Tumbas di Cees Nooteboom è un libro che ci stuzzica ad andare a rileggere i testi dei vari scrittori protagonisti ma, allo stesso tempo, ci invita a mantenere viva la foscoliana corrispondenza di amorosi sensi con coloro che abbiamo amato o incontrato nel nostro cammino di vita. Intense e molto funzionali alla resa del libro e alla sua efficacia sono le foto fatte alle tombe da Simone Sassen. Traduzione Fulvio Ferrari.

Cees Nooteboom autore di romanzi, poesie, saggi e libri di viaggio, è ritenuto «una delle voci più alte nel coro degli autori contemporanei» (The New York Times), tradotto in più di trenta paesi e insignito di numerosi premi letterari, paragonato dalla critica a Borges, Calvino e Nabokov. Nato all’Aia ed eterno viaggiatore, si è rivelato a soli ventidue anni con Philip e gli altri e ha raggiunto il successo internazionale con romanzi come Rituali e Il canto dell’essere e dell’apparire. Tra le ultime sue opere pubblicate da Iperborea, Le volpi vengono di notteAvevo mille vite e ne ho preso una sola e Tumbas.

Source: libro inviato dall’ editore, ringraziamo Francesca dell’Ufficio Stampa Iperborea.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.