
:: Jack Ketchum, pseudonimo di Dallas Mayr (Livingston, 10 novembre 1946 – New York, 24 gennaio 2018)
25 gennaio 2018:: Mi manca il Novecento – La caduta di Albert Camus a cura di Nicola Vacca
25 gennaio 2018
Jean Baptiste Clamance è un brillante e rispettato avvocato parigino. Un giorno decide di cambiare vita, abbandonare la sua professione e lasciare Parigi. Si stabilisce in un quartiere malfamato di Amsterdam e sceglie il Mexico City, un bar davvero poco raccomandabile, come sede per esercitare il suo nuovo ruolo di giudice – penitente.
Questa è la trama de La caduta, il romanzo che Albert Camus pubblicò nel 1956.
Il protagonista si avventura in un monologo incalzante e serrato in cui si confessa apertamente agli avventori che incontra nel bar facendo finta di cercare l’assoluzione ai suoi misfatti di essere umano.
In realtà, vestendo i nuovi panni del giudice – penitente, Clamance si muove nell’acqua putrida della sua coscienza come un «profeta vuoto per tempi meschini».
Dopo lunghi studi su se stesso, adesso che si è seduto ai margini della società, l’avvocato pentito scopre la duplicità profonda della sua creatura.
Attraverso le parole di Clamence, Albert Camus mette in scena l’ipocrisia di un modello sociale che non ha nessuna intenzione di far cadere la maschera.
Quando l’avvocato si rende conto del peso che ha sulla sua coscienza la sua maschera decide di cadere e di iniziare il suo percorso di giudice – penitente.
Percorso di scavo che non sarà facile per lui. Spesso si troverà a fare i conti con i nodi irrisolti della sua vita precedente e con quelli della sua esistenza attuale.
In ogni pensiero che gli passa per la mente, Clamance sfiora il delirio. Ed è proprio nel delirio che cerca la via della redenzione.
«La sentenza che uno pronuncia sugli altri, finisce col rimbalzargli dritto in faccia, non senza danno. E allora? dice lei … Ebbene, ecco l’alzata d’ingegno. Ho scoperto che in attesa dell’avvento dei padroni e delle loro verghe, dovevamo, come Copernico, invertire il ragionamento per trionfare. Visto che non si potevano condannare gli altri senza giudicare immediatamente se stessi, bisognava incolpare sé stessi per aver diritto di giudicare gli altri, visto che ogni giudice prima o poi finisce penitente, bisognava fare la strada in senso inverso, esercitare il mestiere di penitente per poter finire giudice».
Nelle ultime pagine del suo monologo si svela ma continua a cadere e rialzarsi sarà impossibile.
Anche nelle pagine de La caduta Camus non rinuncia al suo umanesimo antidogmatico.
Clamance ammette le sue colpe definendosi «falso profeta che grida nel deserto e rifiuta di uscirne».
Si rende conto che la sua caduta è diventato un assedio e che, nonostante la vita valga la pena di essere vissuta, sarà difficile per la presenza del male dichiarare apertamente la propria innocenza.
«In filosofia, come in politica io sono per ogni teoria che rifiuti l’innocenza dell’uomo e per ogni prassi che lo tratti da colpevole. Carissimo, lei vede in me un fautore illuminato del servaggio.».
Jean Baptiste Clamence cade e noi insieme a lui, perché facciamo parte della stessa umanità di cui siamo le miserabili e strane creature che si accusano e per avere più diritto di giudicare.
:: La battaglia delle tre corone di Kendare Blake (Newton compton 2017) a cura di Elena Romanello
25 gennaio 2018Da sempre sull’isola di Fennbirn, mondo dominato dalla magia e da altre forze mistiche, ogni generazione ha visto la nascita di tre gemelle eredi al trono, entrambe degne di succedere e diventare la prossima sovrana per gli anni a venire: ma solo una di loro tre diventerà regina e le altre dovranno perire.
Questa volta sono in lizza Mirabella, fiera maga degli elementi, che padroneggia in incantesimi spesso pericolosi, Katharine dominatrice dei veleni ai quali è immune, infatti vive in simbiosi con un temibile serpente corallo, e Arsinoe, maga complice delle forze della natura, capace di far sbocciare i fiori e ammansire le belve feroci.
Le tre ragazze sono cresciute separate, ma a partire dalla notte del loro sedicesimo compleanno dovranno affrontarsi per stabilire la supremazia tra di loro, ma forse stavolta le cose andranno in maniera diversa, o forse non si possono distruggere tradizioni di millenni.
Il fantasy propone da decenni storie scritte da donne con al centro personaggi femminili interessanti: del resto questo non è appannaggio solo delle scrittrici, basti pensare alle eroine e antagoniste al centro della saga del Ghiaccio e del Fuoco di George R. R. Martin. La battaglia delle tre corone, storia di un mondo da fiaba dark non molto approfondito dall’autrice ma dotato di un certo fascino, si inserisce tra queste storie, raccontando un gioco di potere mortale che si ripete da secoli tra tre antieroine affascinanti e a cui ci si affeziona, tre Cersei Baratheon in versione adolescenziale tra le quali è difficile scegliere la propria preferita, per una storia che funziona senz’altro come autoconclusiva ma che è il primo capitolo di una nuova saga, tra giochi di potere, magie, inganni, morti, di cui l’autrice ha già pubblicato il secondo volume e di cui sono attesi almeno altri due libri.
Gli archetipi del fantastico della principessa in cerca della sua strada e non di un principe che la salvi e della regina potente e forse anche un po’ malvagia trovano ne La battaglia delle tre corone una nuova rilettura, molto affascinante e non scontata.
Kendare Blake, adottata all’età di sette mesi, arrivò nella cittadina di Cambridge, nel Minnesota, dalla Corea del Sud. Si è laureata negli USA e ha conseguito un master in Scrittura Creativa presso l’università di Middlesex, a Londra. La Newton Compton ha pubblicato Anna vestita di sangue, primo libro di un dittico di prossima trasposizione al cinema, e La battaglia delle tre corone. Il suo sito è http://www.kendareblake.com
Provenienza: acquisto personale del recensore.
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:: Il martirio del bagolaro di Rosario Russo (Carthago edizioni, 2012) a cura di Daniela Distefano
25 gennaio 2018“…Ma niente e nessuno poteva mai immaginare quale minaccia incombeva tra quei palazzi e quelle chiese, solo il baronello Nardo ed il conte Federico (Altamura) ne erano al corrente, ma non erano ancora riusciti a scoprire qualcosa di importante. La setta, in barba ai loro tentativi di fermarla, continuava tranquillamente ad uccidere e chissà chi sarebbe stato il prossimo a cadere sotto i colpi di quei fanatici”.
“Il martirio del bagolaro” (Carthago edizioni) di Rosario Russo (Prefazione di Maria Concetta Gravagno) è un romanzo che si apre con la breve descrizione della frenesia per la festa di San Sebastiano, compatrono di Acireale, cittadina siciliana affacciata sul mare Jonio dal balcone naturale della Timpa. L’affaticarsi dei cittadini nella lenta risalita della strada del Tocco, l’affluenza dei fedeli sono simbolo della religiosità del popolo siciliano in cui religione e folklore si completano e si confondono. Fa da sfondo alla storia, dunque, l’Acireale ottocentesca, dai palazzi barocchi, dalle strade lastricate, dalle numerose chiese, conventi, reclusori che conservano il retaggio di usi, costumi, tradizioni sedimentati nel corso dei secoli. Innumerevoli regole scandiscono la vita privata e collettiva. La cittadina acese è l’emblema di tutta la società siciliana. In quel venti gennaio 1862, si inserisce il fatto che dà inizio all’inventio, la misteriosa morte di Lionardo Mancini, barone di Santa Caterina. Nel succedersi degli eventi il nipote Nardo giungerà a scoprire la verità sulla morte del nonno. Il suo sincero amore per la serva Venera lo aiuterà poi a raggiungere una catarsi che sublimerà i veri valori: l’amicizia, l’affetto, la speranza in un domani impensabile. Personaggio cruciale del racconto è quello di Federico Altamura, che diverrà fraterno amico di Nardo. I due mirano a portare a galla la verità sull’omicidio del nonno di Nardo, del conte Giuseppe Altamura e del ciantro Contina. Prenderanno un abbaglio sospettando anche del sindaco, ma le pagine finali saranno risolutrici. Un romanzo che sa di artigianato letterario, scritto con puntiglio, coscienza, laboriosità. Forse un po’ eccede seguendo le orme delle passate glorie narrative siciliane, non manca però di traghettare il lettore sulla sponda della gradevole lettura; intrattenimento più che auspicabile per trascorrere lietamente ore immerse nei profumi della Sicilia che fu. Si respira aria di convenzioni, rigidità classiste, gerarchie che vengono estirpate come scomode erbacce dal protagonista, un baronello che non si lascia piegare dal peso degli obblighi e dei doveri familiari. Lo stile, la scrittura, il ritmo, tutto è rivolto a rendere verosimile una storia siciliana di altri tempi, il dialetto è la zappa con cui l’autore scava nei nostri storici sotterranei e zampilla come prezioso liquido la lingua più fresca, più consona, più inestinguibile, perché intercetta i nostri ricordi, perché è ancora viva, valida, elegante e magnetica.
Rosario Russo, acese, con questo romanzo storico – “ Il martirio del bagolaro” (edizioni Carthago) – ha vinto il premio letterario nazionale Akademon.
Source: Libro inviato dall’Editore al recensore.
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:: Il gelataio Tirelli di Tamara Meir (Gallucci editore 2018) a cura di Viviana Filippini
24 gennaio 2018Francesco Tirelli era un italiano che amava il gelato, non solo mangiarlo, ma anche farlo. Le creme dolci e di tutti i gusti gli piacevano a tal punto a Tirelli, che un bel giorno decise di lasciare l’Italia per andare in Ungheria, a Budapest, ed aprire una gelateria. La sua storia oggi si trova nell’albo illustrato “Il gelataio Tirelli” con i testi di Tamara Mair e le illustrazioni di Yael Albert, edito da Gallucci. Tirelli visse nella città ungherese e allo scoppio della Seconda guerra mondiale, visto il dramma dei rastrellamenti operati dai nazisti, decise di mettere in atto un vero e proprio piano di salvezza usando il proprio retrobottega per nascondere ebrei (una quindicina) e a salvarli dalla furia nazista. Tra coloro che riuscirono ad avere la vita salva grazie a questo rifugio c’era anche Peter (Isacco) Meir, un ragazzino amante del gelato che frequentava spesso il negozio di Tirelli. Meir è il suocero dell’autrice di questo libro per bambini che racconta come nel dramma dell’Olocausto e di quelle che alcuni uomini, tra cui lo stesso Tirelli, misero in atto per salvare vite innocenti. Una volta finita la guerra Peter Meir si trasferì in Israele dove divenne professore di chimica e fu lui stesso, nel 2008, a fare richiesta all’Ente nazionale per la Memoria della Shoah Yad Vashem, di nominare il suo salvatore Tirelli “Giusto tra le Nazioni”.
La richiesta venne accordata e sono in corso le ricerche per trovare i familiari di Tirelli e per poter consegnare il riconoscimento. Tamar Meir ha preso la storia narrata a lei e ai suoi figli dallo suocero Peter e l’ha trasformata in un libro corredato da immagini colorate che narrano ai piccoli lettori di oggi l’eroico gesto di un gelataio, una persona comune, che fece il possibile per salvare ebrei, vittime di un’insensata violenza. “Il gelataio Tirelli” è una storia di amicizia, di eroismo quotidiano, dove il coraggio e l’aiuto incondizionato al prossimo sono gli ingredienti di quel gelato che sono la speranza e la vita e che evidenziano quanto sia importante insegnare alle nuove generazioni a continuare a fare memoria per non dimenticare quello che accadde nel passato. Il libro della Meir è stato tradotto in Italia dalla giornalista Cesara Buonamici e dal marito marito, il medico ungherese Joshua Kalman, i quali hanno un legame diretto con la tragedia della Shoah, poiché il padre di Kalman è l’unico sopravvissuto della propria famiglia ai campi di sterminio nazista, mentre la mamma è rientrata in Ungheria dopo la detenzione in un campo con sua nonna.
Tamar Meir è una studiosa israeliana di Talmud e filosofia ebraica.
“Il gelataio Tirelli” è il suo primo libro per bambini e ha ricevuto due prestigiosi riconoscimenti: il premio Yad Vashem e il premio Devorah Omer.
Yael Albert vive a Tel Aviv. È nata e cresciuta in Israele, dove si è laureata con lode presso l’Accademia di Arte e Design di Bezalel. Collabora con molti giornali e riviste tra i quali anche il “New York Times”.
Source: ufficio stampa Gallucci, grazie a Marina Fanasca dell’ufficio ufficio stampa.
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:: L’isola che brucia di Emma Piazza (Rizzoli 2018) a cura di Giulietta Iannone
24 gennaio 2018Sono viva e dentro di me niente si è rotto, lo sento.
Siamo vivi tutti e due, anche se non ho ancora capito se sia un bene o un male.
Gli punto il fucile contro provando a rimanere calma e lucida, ma il mio cuore mi tradisce e il respiro si fa più agitato.
Intorno a noi, l’oscurità densa della macchia. Il rumore cupo delle onde che si frantumano contro le rocce. Il libeccio si infila dappertutto, come un veleno.
Da non confondere con L’isola che brucia di Gianni Farinetti (premio Selezione Bancarella 1998) L’isola che brucia di Emma Piazza, appena uscito per Rizzoli, è un romanzo dalle venature noir, alquanto singolare e anomalo nel panorama narrativo italiano. Protagonista è Thérèse, la voce narrante principale, che torna in Corsica, isola da cui proviene la famiglia di suo padre, per ricevere dalla nonna una casa in eredità. Casa che per tortuose dinamiche familiari l’anziana donna non vuole giunga al padre di Thérèse, per cui ancora in vita è pronta a donarla alla nipote. Thérèse allettata dal miraggio di una certa indipendenza economica accetta dunque questa scappatoia e firma le carte prima che la situazione precipiti.
Il rapporto conflittuale e irrisolto con il padre, il figlio che aspetta da un compagno assente, il richiamo della sua terra per certi versi ostile e culla di odi, rancori e incomprensioni, anche se per certi versi depositaria di ancestrali schegge di selvaggia bellezza e fascinazione, spostano il baricentro narrativo verso un dramma intimistico che vela di sfumature psicologiche una storia che forse è impreciso definire gialla. Diverse sottotrame parlano di morti strane e tragiche, ma è il personaggio di Thérèse che assorbe tutte le luci, con la sua infelicità, la sua difficoltà di accettare quanto le sta capitando, e non da ultimo il suo talento artistico. L’amicizia con William, suo insegnante a Lisbona di portoghese, seconda voce narrante del romanzo, giunto anche lui sull’isola, si inserisce nella trama quasi come un incastro di giochi di specchi. Anche il rapporto di William con la figlia acquista note dolenti e filtra tutta la narrazione.
Come ho potuto non decifrare il dolore nei suoi occhi? Lo cerco con lo sguardo ma è sparito lontano tra i suoi pensieri. Vorrei abbracciarlo e dirgli quanto mi dispiace, ma rimango paralizzata sulla sedia. Il dolore degli altri mi ha sempre messa a disagio.
L’originalità di questo romanzo credo stia nella ambientazione, una Corsica povera e sferzata dal mare e dal vento, capace di offrire panorami di bellezza inaspettata, come nei personaggi, aspri, duri, anche folli e nello stesso tempo misteriosi. Il registro è piuttosto alto, quasi poetico, o meglio onirico, forse eccessivo in alcuni tratti, bilanciato comunque da una notevole luminosità nello scavo dei personaggi, anche disturbanti come quello di Pascal Chadel che si rivelerà un personaggio importante ai fini della storia e molto più vicino alla protagonista di quanto sembri.
Ho paura.
La paura è la sensazione predominante degli ultimi mesi. Prima quella di perderti. Poi di averti perso. La lenta realizzazione che non eri pronto a impegnarti per costruire un futuro insieme. Poi la paura di prendere io la decisione. Di rimanere nella tua stessa città. Di incontrarti. E poi quella del buio, della solitudine, di non essere in grado, di rimanere bloccata per sempre in questo limbo di tristezza e inadeguatezza.
Tutto il dramma di una donna sola ad affrontare le scelte principali della vita: la maternità, gli errori della vita di coppia, l’indipendenza, l’affermazione artistica. Una donna comunque anche capace di crescere, di evolvere, e in questo l’isola non svolge un ruolo marginale.
Tutto sommato un’ opera prima interessante, e spigolosa, ma tuttavia insolita, di una giovane autrice che possiede una voce spiccatamente personale, anche se ruvida se vogliamo. Per chi ama le faide familiari, i drammi interiori, con dosati colpi di scena affatto ingiustificati.
Emma Piazza è nata a Pavia nel 1988 e vive a Barcellona dove lavora come scout letterario. L’isola che brucia, i cui diritti di traduzione sono già stati venduti in Germania, Francia e Svezia, è il suo primo romanzo.
Source: libro inviato dall’editore. Ringraziamo Giulia dell’ Ufficio Stampa Rizzoli.
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:: Commodore 64 Nostalgic edition Edizione illustrata di Bitmap Books (Mondadori 2017) a cura di Davide Mana
24 gennaio 2018C.S. Lewis utilizzava l’espressione sehnsucht (in italiano struggimento) per indicare la nostalgia di qualcosa che di fatto non si è mai conosciuto.
Quel qualcosa di innominabile, il cui desiderio ci trafigge come uno stocco all’odore del falò, il suono delle anatre selvatiche che volano sopra di noi, il titolo di The Well at the World’s End, le prime righe di “Kubla Khan”, le ragnatele del mattino nella tarda estate, o il rumore delle onde che si infrangono.
[C.S. Lewis, postfazione a The Pilgrim’s Progress]
Complice la rete, una intera generazione sta attraversando una crisi di mezza età , in balia di ricordi e passioni che non le appartengono. Sono i nati dei primi anni “80 (una decade che, ricordiamolo, comincia nel 1978), che all’ approssimarsi inesorabile della quarantina rimpiangono le belle partite con la Scatola Rossa di Dungeons & Dragons, i cartoni animati dell’ Uomo Tigre, IT di Stephen King, le puntate di Fantaghirò e il Commodore 64.
Tutte cose delle quali hanno avuto un’ esperienza per procura – un nato nel 1978 aveva tre anni quando il Commodore 64 venne commercializzato, sette anni quando uscì la Scatola Rossa di D&D in italiano, forse nove quando uscì IT. Davvero la mamma gli permise di leggere IT a nove anni?
E’ sehnsucht, e potremmo dire che dove c’è¨ sehnsucht c’è¨ un mercato da sfruttare. La nostalgia, anche quella per procura, vende.
E sulla copertina del massiccio volume dedicato al Commodore 64 appena uscito per i tipi di Oscar Mondadori c’è scritto sotto al titolo, dove uno si aspetterebbe il nome dell’ autore: Nostalgic Edition.
E’ così deliziosamente postmoderno, non trovate?
Il volume è un colossale monumento alla nostalgia – quasi cinquecento pagine su carta patinata, dominate da riproduzioni a colori della grossolana pixel art dei vecchi giochi a 8 bit per il Commodore.
Possiamo così rivedere videate di Manic Mansion, Apollo 18: Mission to the Moon, Up & Down, Shinobi, Cauldron e decine di altri giochi dei quali francamente non ci ricordavamo. Più di 200 giochi, ci dice il bollino sulla copertina.
E poi le pubblicità , le copertine di “Commodore Magazine” e, quasi a malincuore, alcune interviste agli sviluppatori e ai game designer, articoli sui demo, sui giochi progettati e mai usciti e per chiudere una postfazione di J-Ax, che ne approfitta per ricordarci che lui sul valore totemico del C64 ci ha fatto anche un disco.
Il prodotto nel suo complesso è un libro tanto bello a vedersi (se vi piace la pixel art) quanto futile. Costa 38 euro, non esattamente noccioline, coi tempi che corrono, ma farà certamente la felicità del vostro amico o parente nerd che sta attraversando la sua crisi di mezza età generazionale e si strugge.
Il volume, coi suoi colori e le sue pagine patinate ammorbidirà la sua sehnsucht.
Poi una puntata di Fantaghirò su Netflix, e una bella serata a giocare La Rocca sulle Terre di Confine.
Source: libro inviato dall’editore al recensore. Si ringrazia Anna dell’ Ufficio Stampa Mondadori.
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:: Gli introvabili: nuova rubrica su Liberi di scrivere dedicata ai libri fuori catalogo, preziosi, con una storia avventurosa
23 gennaio 2018
La Biblioteca di Alessandria d’Egitto mi ha sempre affascinato, forse non tutti conoscono la sua storia, ma fu la più grande e leggendaria biblioteca dell’antichità. Fondata da Tolomeo I Sotere, sovrano d’Egitto, nella città di Alessandria racchiuse la più vasta collezione di libri del mondo antico, qualcosa come 700.000 volumi papiracei. Fu poi distrutta e ancora oggi non si sa se dalle truppe romane di Aureliano nel 280 d.C. o dalle truppe arabe che avevano appena conquistato l’Egitto. Però l’idea, di conservare in un unico luogo fisico tutto lo scibile perchè non andasse perduto ancora affascina, anche oggi quando internet ha permesso catalogazioni un tempo impensabili. Nel mio piccolo voglio fare anche io qualcosa per salvare libri meravigliosi destinati all’oblio. Mi sono detta perchè non fare una rubrica dedicata a recensire i libri Reminders, Usati, Fuori catalogo, Rari, Introvabili, di Edizioni esaurite. Un po’ caccia al tesoro, un po’ dandy collezionista. E naturalmente mi servirà il vostro aiuto, per correggere imprecisioni, scavare in archivi e biblioteche. O collezioni private. Mi piacerebbe anche parlare di storie avventurose e insolite, anche rocambolesche, legate ai libri. Libri introvabili, prime edizioni mitiche. O libri dispersi o leggendari. Insomma di materiale ce ne è, basta un po’ di pazienza e di costanza.
:: Il più bel libro di Graham Greene
23 gennaio 2018
Graham Greene nacque in Inghilterra a Berkhamsted il 2 ottobre del 1904 ed è un autore che adoro, non credo ci sia un suo libro che non mi piaccia. Quindi sarà molto difficile per la nostra rubrica Il più bel libro di decidere quale è il suo libro più bello. Ma confido in voi, quindi se conoscete questo autore, e avete letto i suoi libri, scrivete nei commenti qual è il vostro preferito. Sarà interessante.
Romanzi:
- L’uomo dentro di me (The Man Within), 1929
- The Name of Action, 1930
- Rumour at Nightfall, 1931
- Il treno d’Istanbul (Stamboul Train, nell’ed. americana Orient Express), 1932 VOTI 2
- Un campo di battaglia (It’s a Battlefield), 1934
- I naufraghi (England Made Me), 1935
- Una pistola in vendita (A Gun for Sale, nell’ed. statunitense This Gun for Hire), 1936 VOTI 5
- La roccia di Brighton (Brighton Rock), 1938
- Missione confidenziale (The Confidential Agent), 1939
- Il potere e la gloria (The Power and the Glory, nell’ed. statunitense The Labyrinthine Ways), 1940 VOTI 8
- Quinta colonna (The Ministry of Fear), 1943
- Il nocciolo della questione (The Heart of the Matter), 1948 VOTO 1
- Il terzo uomo (The Third Man), nell’ed. inglese pubblicato insieme a L’idolo infranto (The Fallen Idol), 1950 VOTO 5
- Fine di una storia (The End of the Affair), 1951 VOTI 3
- Vince chi perde (Loser Takes All), 1955
- Un americano tranquillo (The Quiet American), 1955 VOTO 7
- Il nostro agente all’Avana (Our Man in Havana), 1958 VOTO 10
- Un caso bruciato (A Burnt-Out Case), 1960
- I commedianti (The Comedians), 1966 VOTI 1
- In viaggio con la zia (Travels with My Aunt), 1969 VOTO 1
- Il console onorario (The Honorary Consul), 1973 VOTI 3
- Il fattore umano (The Human Factor), 1978 VOTI 5
- Il Dottor Fisher a Ginevra, ovvero la cena delle bombe (Doctor Fisher of Geneva or the Bomb Party), 1980
- Monsignor Chisciotte (Monsignor Quixote), 1982
- Il decimo uomo (The Tenth Man), 1985 (ma scritto nel 1944) VOTI 1
- L’uomo dai molti nomi (The Captain and the Enemy), 1988 VOTO 1
Allora, aspetto i vostri commenti. Si avrà tutta la settimana per votare, lunedì si stabilirà il vincitore. Piccolo omaggio estratto tra i partecipanti. Tra chi vota estrarrò un vincitore a cui spedirò gli esclusivissimissimi adesivi di Liberi.
Vince piuttosto a sorpresa e a grande maggioranza: Il nostro agente all’ Avana, che rileggerò per l’occasione, chissà che non ci scappi una recensione.
E gli adesivi: Isabella.
Pre chi volesse approfondire, ho scritto questo articolo sul blog di Nicola Vacca “Zona di disagio”: Greene, lo scrittore della crisi che amava il vero
:: The Last Girl di Joe Hart (La Corte Editore 2017) a cura di Elena Romanello
23 gennaio 2018In un futuro prossimo, una misteriosa epidemia ha ridotto il numero di donne sulla Terra ad un massimo di un migliaio. Per questo motivo le madri che hanno partorito bambine e le bambine vengono rinchiuse in centri scientifici dove sono in pratica prigioniere e dove all’età di ventun anni spariscono, ufficialmente perché restituite alle famiglie, in pratica non si sa.
Zoey è una di queste ragazze, non ha mai saputo niente della sua vera famiglia e non ha mai visto il mondo fuori, ma vuole scappare perché non è sicura di quello che potrà capitare dopo quella fatidica data e perché non si sente sicura, in quelle mura dove ci sono regole da prigione e dove nascono odi e rivalità tra le giovani private della libertà fisica e intellettuale.
Malgrado la fuga sembri impossibile, Zoey riuscirà a portarla a termine e si troverà in un mondo ostile, scoprendo però di essere cresciuta in mezzo a bugie enormi e tragiche, che hanno nascosto la verità. Incontrerà però anche delle persone diverse, che forse potranno essere la famiglia che non ha mai avuto, ma anche la speranza di una nuova vita, non più di prigionia e di limitazioni, ma di libertà.
Non è la prima volta che la fantascienza racconta di mondi futuri in cui i diritti delle donne sono ancora più violati che nella società di oggi: Il racconto dell’ancella di Margaret Atwood ha immaginato una società in cui le poche donne fertili diventano schiave sessuali di uomini potenti e in cui le donne non hanno più nessun diritto in generale, mentre Solo per sempre tua di Louise O’Neill ha raccontato di un futuro in cui le donne sono clonate per essere belle, sexy e servizievoli verso gli uomini e non possono avere nessun sentimento di ribellione, pena la morte.
The last girl propone un mondo analogo, in cui è ancora la libertà delle donne a fare paura, libertà di scegliersi la propria vita e non essere sottomesse, metafora alla fine di una realtà in cui la questione resta cruciale, e non solo nei Paesi del cosiddetto Terzo Mondo, come dimostra anche l’attualità di oggi, tra banalizzazioni di molestie e stalking e negazione dei diritti fondamentali.
The last girl è il primo libro di una serie (infatti il finale è aperto) di cui presto uscirà anche un adattamento in graphic novel: ci starebbe bene anche un film, prima o poi.
Joe Hart, nativo del Minnesota, ha iniziato fin da bambino a scrivere storie thriller e di genere fantastico. Ha al suo attivo già undici libri, tra cui la serie di The last girl a cui sta lavorando. Quando non scrive ama leggere, guardare film con la sua famiglia e stare all’aperto.
Source: acquisto personale del recensore.
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:: Giorno della Memoria 2018: alcuni libri
22 gennaio 2018Il 27 gennaio 1945 le truppe dell’Armata Rossa liberarono il campo di concentramento di Auschwitz. Sì è scelta questa data per commemorare le vittime della Shoah e così ogni anno dal 2005 in poi in questa giornata di inverno si proiettano film, si tengono conferenze, si allestiscono spettacoli e sì, si leggono libri capaci di tenere viva la memoria su uno dei genocidi più devastanti e inumani del Novecento.
Tra i libri appena usciti, che ho in lettura, segnalo “Siamo qui, siamo vivi – Il diario inedito di Alfredo Sarano e della famiglia scampati alla Shoah” a cura di Roberto Mazzoli giornalista e direttore editoriale del settimanale Il Nuovo Amico delle Diocesi di Pesaro, Fano e Urbino, pubblicato dalle Edizioni San Paolo, preceduto dalla prefazione di Liliana Segre da poco inisignita della carica di senatrice a vita per altissimi meriti in ambito sociale. Il libro mi ha colpito perchè narra una pagina di storia inedita che è stata anche occasione dell’ incontro tra le figlie di Alfredo Sarano – Matilde, Vittoria e Miriam Sarano – e i figli di Erich Eder, sottufficiale della Wehrmacht che si prodigò per salvare gli ebrei sfollati a Pesaro.
Un altro libro che parla sempre di una pagina inedita della Shoah è “Di notte sognavo la pace” di Carry Ulreich, edito da Longanesi, uscirà il 27 gennaio, un diario, segretamente tenuto a Rotterdam tra il dicembre del 1941 e il maggio del 1945, questa volta di una ragazza olandese. Diario per molti versi accostabile al Diario di Anna Frank, anche se con peculiarità sue proprie, e interessante oltre che per il suo indubbio valore storico anche per la sua qualità letteraria. L’autrice Carry Ulreich, ora Carmela Mass, è ancora viva e ha compiuto 91 anni il 15 novembre scorso.
Per i più piccoli segnalo un albo illustrato edito da Gallucci, dal titolo Il gelataio Tirelli, dedicato alla storia vera di Francesco Tirelli, gelataio emiliano, emigrato in Ungheria e nominato nel 2008 Giusto tra le Nazioni. Il libro è stato scritto da Tamar Meir, che ha raccolto da suo suocero Isacco Meir tutti i fatti raccontati. I disegni sono molto delicati e colorati, ed è interessante segnalare che è stato tradotto dalla giornalista Cesara Buonamici e da suo marito Joshua Kalman, figlio anche lui di ebrei ungheresi scampati alla Shoah. Inoltre segnalo che gli editori israeliani, la famiglia dell’autrice Tamar Meir (suo suocero, Isacco, è tra le persone che sono state salvate da Francesco Tirelli) e lo Yad Vashem stanno cercando di rintracciare gli eredi della famiglia Tirelli così da poter consegnare a loro l’onorificenza di Giusto tra le Nazioni. Se tra i miei lettori c’è qualcuno che possa aiutarci lo segnali nei commenti sarò felice di metterlo in comunicazione con l’editore italiano.
Poi sabato 27 Viviana Filippini ci parlerà di Il tatuatore di Auschwitz di Heather Morris, edito da Garzanti, una delicata storia d’amore tra due ragazzi ebrei, Lale e Gita, sullo sfondo della vita dei campi. Da una storia vera.
Infine, ma non lo prometto, cercherò di recensire Il bambino nella neve di Wlodek Goldkorn, è un libro edito da Feltrinelli, questo non recente del 2016, ma davvero delicato e toccante, e capace di far riflettere su temi davvero profondi come la memoria e il perdono, e la capacità di rinascere quando tutto intorno a noi sembra dolore e desolazione. Davvero bello. Ma non so se troverò le parole per commentarlo.
Quindi è tutto spero di avervi suggerito libri interessanti e che vi aiutino a passare la ricorrenza in modo consapevole e proiettato verso il futuro. Che tutti ci auguriamo sia migliore del passato.
































