:: Un’ intervista con Laura Costantini

22 gennaio 2018 by

Il ragazzo ombraBenvenuta Laura e innanzitutto congratulazioni per aver vinto l’edizione 2018 del Liberi di scrivere Award con Il ragazzo ombra. Diario vittoriano Vol. 1 goWare Edizioni e per il tuo lavoro. Sei già stata ospite sul mio blog come intervistata nel 2010, allora in compagnia di Loredana Falcone, la tua metà letteraria per molti anni prima che decidessi di intraprendere un percorso narrativo anche autonomo. Ma partiamo dall’ inizio, sei una giornalista televisiva, conduci telegiornali, sei abituata alle luci dei riflettori, ai tempi del video, quanto ti ha aiutato tutto ciò nella tua seconda veste di scrittrice narrativa?

“Di sicuro mi aiuta durante le presentazioni. Non a caso la mia socia, Loredana Falcone, viene definita la metà oscura del duo. Sono io a metterci la faccia, sui social e nelle occasioni pubbliche. Per il resto direi che devo dare una delusione a quanti pensano che essere giornalista televisiva porti, ipso facto, a ottenere attenzione dalle case editrici e successo con i lettori. Non è così.”

Come è nato il tuo amore per la letteratura e la scrittura?

“Lo so. Lo dicono tutti. Ma è nato insieme alla capacità di leggere e scrivere. A otto anni scrivevo favole che illustravo io stessa. L’idea alla base della serie Diario vittoriano parte da molto lontano. L’originale, incompiuto, data 1978. Leggere ha dato la stura alla voglia di raccontare. E alla capacità di farlo con un discreto utilizzo delle tecniche. Che ho appreso leggendo, spesso senza rendermene conto.”

Parlando dell’ambientazione, come i luoghi influenzano la narrazione?

“Amo la libertà di ambientare le storie nei luoghi altri. Ho scritto, insieme a Loredana Falcone, romanzi contemporanei e ambientati a Roma dove entrambe siamo nate e cresciute. Ma la mia fantasia, e la nostra anche, si accende più facilmente se l’ambientazione è lontana, nel tempo e nello spazio. Ovvio che questo comporta un lavoro di documentazione accurato, sia a livello storico che geografico. Non sono d’accordo con la regola ‘scrivi di ciò che conosci’. Se fosse stata sempre rispettata, non avremmo avuto Emilio Salgari, Jules Verne, la fantascienza, Tolkien. Detto questo, i luoghi forniscono il la alla storia e alla sua evoluzione. Sono un marchio indelebile sui personaggi, sui costumi, sui dialoghi, sul ritmo. Immaginiamo di prendere un romanzo ambientato nel Medioevo e di trasporlo in epoca contemporanea. Gli spostamenti, il modo di parlare, di muoversi, di comunicare, nulla avrebbe più senso. Oppure prendiamo un romanzo ambientato in Scozia, oggi, e trasportiamolo in Sicilia, oggi. Mancherebbero le coordinate di usi e costumi cui i personaggi si sono adeguati. Il mondo non è uniformato e non lo sarà mai. E i pensieri di un personaggio in piedi sulla sponda del Loch Ness in autunno non saranno mai gli stessi di un personaggio affacciato sul mare di Taormina, pur nella stessa stagione.”

La scelta degli aggettivi è fondamentale per personalizzare e arricchire un periodo, una frase. Anche se ci sono scrittori come Simenon che fanno un uso molto parsimonioso e limitato degli aggettivi. Tu lavori molto su questa parte della scrittura o sei più spontanea e guidata dall’ inconscio?

“Non è professionale dirlo, ma vado a orecchio. Adoro gli aggettivi. Credo di non abusarne, ma li ritengo fondamentali per dare sapore alla storia. La mia fortuna, o almeno io la ritengo tale, è di aver frequentato fin da bambina un linguaggio piuttosto alto, desueto, di certo non banale. Mio padre era un melomane accanito. Io conoscevo, e in parte conosco ancora, a memoria i libretti delle principali opere liriche di Verdi, Donizetti, Puccini, Leoncavallo. Quindi mi viene spontaneo pescare parole e aggettivi piuttosto inusuali. Ovvio che poi subentra il lavoro di revisione. E l’occhio esperto degli editor di goWare, che sono fantastici.”

Riguardo alla stesura di un libro preferisci occuparti della descrizione dei luoghi, della descrizione dei personaggi, o dei dialoghi?

“Mi piacciono i dialoghi. Mi piace caratterizzare al meglio i personaggi. E mi piace fornire suggestioni al lettore per l’ambiente in cui la storia si svolge. Scrivo senza soluzione di continuità, in prima stesura, e vado dove mi porta la tastiera. Non saprei fare come molti scrittori che, magari, scrivono prima la fine e per ultimo l’incipit. Le mie storie si srotolano come una pellicola girata in presa diretta. Senza tagli.”

Parliamo di Il ragazzo ombra. Diario vittoriano Vol. 1. Leggevo che tutto iniziò con Sandokan, quello televisivo di Sergio Sollima e Kabir Bedi. Quanto ha inciso il mondo televisivo nel tuo immaginario narrativo?

“Abbastanza. Siamo tutti debitori di suggestioni televisive e cinematografiche. Ma il mio immaginario narrativo è più derivato dai libri che dalle immagini. E più dalla narrativa anglosassone e americana che da quella italiana. I primi romanzi da grande che ho letto sono stati quelli della serie Tarzan delle Scimmie di Edgar Rice Burroghs. Avevo nove anni. L’avventura, il mistero, le ambientazioni esotiche, l’eroe, l’esplorazione di territori sconosciuti. Salgari è venuto dopo.”

Avventura, amicizia, amore, come hai amalgamato i temi principali del tuo romanzo?

“Dirò una cosa che mi farà odiare da molti colleghi amanti della scrittura, ma questi temi non li ho amalgamati io. Io ho prestato la voce a due anime che da quattro decenni chiedevano di essere ascoltate. Robert e Kiran hanno guidato me, non io loro.”

Come hai affrontato le tematiche lgbt? Come hanno accolto i tuoi lettori storici, che ti seguono ormai da tanti anni, questa evoluzione?

“Ho voluto raccontare un amore diverso in un’epoca in cui significava, vergogna, stigma sociale, perdita del proprio ruolo. Ho voluto farlo, forse dovuto, proprio perché Robert e Kiran me lo chiedevano. Non mi sono posta il problema dell’accoglienza. Non mentre scrivevo. Quando poi goWare ha accettato il progetto, allora un po’ di timore l’ho avuto. Ho avuto paura che i nostri lettori, miei e di Loredana, restassero delusi, che pensassero volessi cavalcare una moda, quella dei male to male, che adesso va per la maggiore. Soprattutto credevo che i lettori uomini avrebbero storto il naso. Mi sbagliavo. L’accoglienza è stata eccezionale. Ancora non ci credo, se devo dirla tutta.”

La stesura del romanzo, che diventerà una serie, ha implicato un grande lavoro di scavo, di documentazione. Che libri hai letto, che tipi di ricerche hai fatto? Internet ti ha aiutato per scoprire gli usi, i costumi, le abitudini dell’epoca vittoriana?

“In parte, sull’epoca vittoriana, ero già preparata. Ma ho letto brani di saggi pescati grazie a Google, ho visionato migliaia di fotografie d’epoca dei luoghi, mi sono documentata sul processo subito da Oscar Wilde, sull’evoluzione delle pene per sodomia, sui bordelli londinesi, sui piroscafi, sulla medicina dell’epoca, sugli strumenti che un medico poteva utilizzare. Poi, certo, sugli usi riguardanti il lutto, i fidanzamenti, i matrimoni, i figli. Gli abiti, i cappelli. Il frasario, anche. Perché non c’è niente di peggio, per me, di ascoltare un personaggio di un’epoca lontana parlare come una persona di oggi.”

Ho notato un grande apprezzamento, autentico, spontaneo da parte dei tuoi lettori. Come hai coltivato questo legame privilegiato? Ricevi molte lettere, mail, messaggi da parte dei tuoi lettori?

“Sì. Ed è la cosa più bella del mondo. Mi scrivono su messenger, su whatsapp, mi mandano e-mail e dicono cose bellissime che stento a credere siano rivolte a me. Se, alla fine, della mia narrativa si perderà ogni traccia, io avrò comunque avuto la prova di aver saputo suscitare emozioni. E credo che il mio compito di cantastorie sia questo e nessun altro.”

Cosa stai leggendo in questi giorni? L’ultimo libro che hai letto e il prossimo che hai intenzione di iniziare.

“Leggo più libri insieme. Al momento ho in lettura un horror molto efficace, Versus di Lucia Guglielminetti – Dark Zone, l’antologia regency Natale a Pemberley curata da Antonia Romagnoli, lo splendido saggio di Galatea Vaglio L’italiano è bello e Lettera a un bambino che vivrà fino a cento anni di Edoardo Boncinelli che ho avuto la fortuna di intervistare.”

Quanto la musica incide sui tuoi testi? Se dovessi formulare una colonna sonora per Il ragazzo ombra, quali musiche sceglieresti?

“Ho una lunga playlist di cui fornirò qualche esempio: Breathe di Midge Ure, Viva la vida dei Coldplay, Lost on you di LP, Take me to church di Hozier, Hold back the river di James Bay, Last party di Mika, alcuni brani della Tosca di Puccini, l’Inverno di Vivaldi e mi fermo qui.”

Tornerai a scrivere in coppia con Loredana? Avete dei progetti in proposito?

“Fermi tutti! Non ho mai smesso di scrivere insieme a Loredana Falcone e attualmente stiamo lavorando alla revisione di un romanzo di fantascienza, anche grazie allo sprone fornito dall’aver partecipato all’antologia Oltre – storie dal futuro curata da Lorenzo Sartori per Sad Dog Project, e alla stesura di una nuova avventura per i protagonisti de Il puzzle di Dio, il romanzo che vinse il contest di Liberi di Scrivere nel 2015.”

Come pensi di preservare la tua indipendenza spirituale nell’attuale mondo letterario?

“Evitando accuratamente di scalare le classifiche. Non voglio fare la snob, il successo piace a tutti. Ma non potrei mai trasformare la mia scrittura in una catena di montaggio. Suonerà strano per una che sta pubblicando una serie, ma odio la serialità. Non amo gli steccati, mi piace mettermi alla prova con generi sempre diversi e questo, nell’attuale mondo letterario, è un difetto imperdonabile.”

Infine, la domanda inevitabile. Stai lavorando alla continuazione della serie? A che punto sei?

“Okay, vi svelo un segreto. Il Diario vittoriano io l’ho scritto, tutto, in quattordici mesi. Più di un milione di battute. E sono stata io a proporre a goWare di dividerlo in volumi. Saranno quattro, alla fine, ma l’attesa non sarà lunga. Il secondo è uscito il 15 dicembre scorso. Entro il 2018 saranno tutti disponibili in ebook e cartaceo con le splendide copertine delle mie amiche Dany&Dany, fumettiste strepitose.”

Concludo con un grazie dal profondo del cuore a chi, a mia insaputa, ha inserito Il ragazzo ombra nel contest di Liberi di Scrivere. E a Giulietta per le domande interessanti e precise.

:: VersOriente – La sostanza del cambiamento in Un artista del mondo fluttuante di Kazuo Ishiguro (Einaudi 2006) a cura di Andrea D’Angelo

22 gennaio 2018 by
Fluttuante

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Che cosa è rimasto del Giappone bellico dopo la guerra? Agli occhi di Masuji Ono, protagonista di Un artista del mondo fluttuante, non sembra essere rimasto molto. L’autore, Kazuo Ishiguro, premio Nobel 2017, che nel 1986, anno della pubblicazione, non aveva ancora raggiunto la fama, infonde in questo romanzo una grande varietà di letture.
È la storia di un pittore famoso che, ormai alla vecchiaia, si ritrova in un Giappone sconfitto e devastato. Il suo occhio guarda, nella tranquillità della pensione, ai cambiamenti che la fine della guerra ha portato nell’animo dei suoi connazionali. Cerca quindi di scrutare tra i comportamenti delle figlie e degli amici di vecchia data i segnali di un nuovo modo di intendere, che fa da spartiacque tra ciò che il Giappone era una volta e ciò che è diventato.
Tutta l’opera d’altronde sembra essere stata costruita sulla mediazione culturale. Il testo, scritto originariamente in inglese, lascia intravedere l’intenzione di rivolgersi all’Occidente, come a voler spiegare qualcosa sulla storia giapponese a chi sembra non averne capito molto. Questa mediazione alterna passaggi in cui Kazuo Ishiguro immerge il lettore in un contesto esplicitamente estraniante, quasi da percepire la distanza culturale al tatto, a momenti di simbolismo criptico – che ritroviamo già nel titolo.
Il mondo fluttuante a cui si fa riferimento, infatti, non è solo la metafora di un mondo effimero, ma ha bensì un chiaro inquadramento nella storia e nella cultura giapponesi. L’Ukiyo (浮世, il mondo fluttuante) muove i suoi passi dalla cultura buddhista del XVII secolo e dai cicli di reincarnazione. Rappresenta l’inconsistenza della realtà umana e la limitatezza della percezione. L’Ukiyo non è però un concetto unicamente filosofico, ma si declina in molte espressioni concrete, identificando uno stile di vita, quello dei quartieri del piacere, e spaziando in tutte le forme dell’arte.
Masuji Ono conosce bene tutto questo. Con tutta la sua esperienza da pittore sa bene cosa significa rappresentare la realtà e i limiti invalicabili di questa azione. E allora, se torniamo a chiederci cos’è rimasto del Giappone dopo la guerra e ci affidiamo ai suoi occhi esperti, ci sembrerà forse per un attimo di intravedere che il Giappone che descrive non ha perso la sua essenza. È ciò che la realtà mostra di sé che ha cambiato forma, fluttuando. Ma l’invisibile essenza, come il ciclo della reincarnazione, non cambierà mai.

Kazuo Ishiguro è nato a Nagasaki nel 1954 e si è trasferito con la famiglia in Inghilterra nel 1960. Tutti i suoi romanzi sono tradotti in italia da Einaudi: Un pallido orizzonte di colline (1982), Un artista del mondo fluttuante (1986), Quel che resta del giorno (ultima edizione Super ET 2016), Gli inconsolabili (1995 e 2012), Quando eravamo orfani (2000), Non lasciarmi (ultima edizione Super ET 2016) e Il gigante sepolto (2015, ultima edizione Super ET 2016). Per Einaudi ha pubblicato anche la raccolta di racconti Notturni. Cinque storie di musica e crepuscolo (2009 e 2010). Da Quel che resta del giorno (Man Booker Prize 1989) è stato tratto un famoso film con Anthony Hopkins ed Emma Thompson. Nel 2008 il «Times» l’ha incluso fra i 50 più grandi autori britannici dal 1945. Nel 2017 ha vinto il Premio Nobel per la Letteratura.

Source: pdf inviato dall’ editore al recensore, ringraziamo Carla Polzot dell’ Ufficio stampa Einaudi.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Mi manca il Novecento – Non si legge più Alberto Moravia a cura di Nicola Vacca

22 gennaio 2018 by

Alberto Moravia

Che fine ha fatto Alberto Moravia? La domanda è pertinente e lo è allo stesso modo la risposta: pressoché dimenticato. A ventotto anni dalla sua scomparsa uno degli scrittori più importanti del dibattito culturale del Novecento è scivolato nell’oblio, sorte comune a molti altri autori del suo tempo. Questo accade soltanto in un Paese senza memoria come il nostro. Dall’esordio avvenuto nel 1929, proprio con Gli indifferenti, lo scrittore romano classe 1907, ha scritto trenta romanzi. Ma oggi poco si parla di Moravia e della sua opera. E il suo nome rischia di scomparire per sempre. Ma ripeto, queste rimozioni italiche sono talmente frequenti che passano silenziose nel disinteresse generale in cui si consuma una pseudo letteratura di cui nulla resterà.
Ma Alberto Moravia nei suoi libri è stato profetico. In libri come Le ambizioni sbagliate e Il conformista egli ha affrontato il rapporto tra l’uomo e la società, l’aridità morale degli esseri umani, l’ipocrisia e l’incapacità del genere umano di aspirare alla felicità.
La sua scrittura non ha mai rinunciato a uno stile semplice, e in quel grande capolavoro che è La noia racconta l’alienazione dell’essere umano come pochi hanno fatto nella letteratura italiana.
Alberto Moravia è stato uno scrittore morale, ogni suo libro ruota intorno al nucleo tematico: rappresentare un’umanità priva di slanci e di ideali, raccontare l’uomo nelle sue contraddizioni tenendo sempre conto della trasformazioni sociali, da lui sempre annotate con acume e intelligenza. Come non ricordare il bellissimo libro di saggi L’uomo come fine, in cui Moravia afferma che il mondo moderno è un mondo di antiumanesimo, che può generare solo la noia, il disgusto, l’impotenza e l’irrealtà.
Alberto Moravia pensava che il compito dell’intellettuale è quello di dire la verità, o quello che in quel momento considera la verità. Oltretutto, dicendo la verità, si può anche qualche volta cambiare il mondo. Si può ma non si deve (Impegno controvoglia, saggi articoli, interviste: trentacinque anni di scritti politici, Bompiani 1980).
Il Moravia politico coincide con il Moravia scrittore. Entrambi raffigurano gli scenari di una decadenza morale e culturale del suo tempo e della società. Le sue pagine oggi leggono anche il nostro tempo, finito nel baratro di una crisi morale e economica. I suoi libri sono drammaticamente aderenti alla stagione fallimentare del nostro scontento globale scontento che non finiremo di attraversare.
Che fine ha fatto lo scrittore profetico Alberto Moravia? È stato assassinato dall’indifferenza, dall’aridità e dal conformismo che ha magnificamente descritto e denunciato nei suoi romanzi.

:: Un’ intervista con Lucia Patrizi

19 gennaio 2018 by

nightbird-coverBenvenuta Lucia su Liberi di scrivere e grazie per aver accettato la mia intervista. Sono felice di poterti presentare ai lettori di Liberi, anche se è possibile che conoscano già il tuo blog di cinema e la tua capacità di fare magie con le parole. Allora sarà un’ intervista classica, spero il più completa possibile. Iniziamo con la prima domanda di rito: a ruota libera, parlaci di te, raccontati ai nostri lettori.

Prima di tutto, grazie per la possibilità di questa chiacchierata, a te ai lettori del blog. Non ho moltissimo da dire su di me e, anzi, mi imbarazza anche un po’ raccontarmi, ma ci posso provare: di lavoro faccio l’assistente al montaggio, che è un mestiere molto complicato da spiegare ed è attinente alla post-produzione cinematografica; sono una ciclista urbana a Roma, il che sta a significare che non ho un grande interesse a vivere a lungo, ipotesi suffragata anche dal fatto che vado spesso sott’acqua. Per il resto, divoro film dell’orrore dalla mattina alla sera e cerco di comunicare agli altri questa mia passione enorme per il macabro con il blog. Credo sia tutto.

Come è nato il tuo interesse per la scrittura e la letteratura in genere?

Ho ricordi abbastanza vaghi, da questo punto di vista. So che leggere mi ha sempre divertita molto e che scrivere è diventata una conseguenza naturale, per capire se poteva essere altrettanto divertente o anche di più. Se sono qui, è perché è stato davvero tanto divertente!

Quale è il tuo primo lavoro scritto? Come sei arrivata alla pubblicazione?

Ho prima pubblicato da indipendente due romanzi, My Little Moray Eel e Il Posto delle Onde. Poi, un bel giorno di circa due anni e mezzo fa, Samuel Marolla di Acheron Books mi contatta privatamente su Facebook e mi chiede se ho voglia di scrivere qualcosa per la casa editrice, all’epoca molto giovane.
Ho risposto immediatamente sì, saltellando felice per tutta casa, perché stimo davvero Samuel e sono per prima cosa una sua lettrice, e perché la Acheron ha una gran bella scuderia di autori.

Quali sono i tuoi scrittori preferiti? Chi pensi abbia influenzato la tua scrittura?

Questa non è una domanda facile: io non ho scrittori preferiti, o meglio, ce li ho, ma variano a seconda dei periodi della mia vita, nonché a seconda di quello che sto scrivendo in quel determinato periodo. Credo che però, se proprio devo fare dei nomi, dico subito Virginia Woolf e H.P. Lovecraft.
L’influenza del secondo è palese, nonché perenne, in qualunque cosa io abbia scritto: che si tratti di fantascienza, fanta-horror o horror puro, Lovecraft c’è sempre, da lui non riesco (e non voglio neanche) a sfuggire.
Con Virginia Woolf si tratta di una rete di riferimenti più sottile. Lei mi ha insegnato il ritmo della scrittura, soprattutto nei suoi romanzi più complessi e per alcuni ostici come Le Onde.
Passando poi a un tipo di narrativa più in linea con quello che scrivo io, mi ha formata tutta quell’ondata di scrittori horror pubblicati anche in Italia negli anni ‘80 e fino ai primi ‘90. Non solo King, quindi, ma anche Simmons, McCammon, Herbert, Campbell e colleghi vari. Ricordo quel periodo con grande piacere, quando entravi in una libreria e trovavi tutto l’horror di cui avevi bisogno.

Sul tuo blog “Il giorno degli zombie” ti occupi prevalentemente di cinema horror ma anche di libri. Quindi sei la persona più indicata per parlarci del legame tra letteratura e cinema. Ritieni il tuo stile cinematografico? Mentre scrivi ragioni ad immagini, scene?

Non ritengo il mio stile particolarmente cinematografico. Di sicuro ci sono delle suggestioni visive molto forti, ma non parlerei di scrittura cinematografica. Non sono sintetica come dovrebbe essere una sceneggiatura e sono tutt’altro che un’ottima dialoghista.
Però cerco di usare, quando scrivo, alcuni trucchi che ho mutuato dal mio lavoro al montaggio. Come dicevo prima, quella del montaggio è una fase che si conosce poco, non è approfondita e rimane per molti un mistero. Non è attaccare i pezzi di un film; il montaggio è prima di tutto narrazione. Una volta che il regista ha finito di girare e si hanno a disposizione tutte le inquadrature e i punti di vista, arriva il momento che quella massa informe di scene diventi racconto. E qui interviene il montaggio, nella scelta di cosa far vedere e cosa nascondere, nei tempi e nei ritmi della narrazione, nella durata di una singola inquadratura che può spostare gli equilibri di tutto il film in un senso o nell’altro.
Io cerco sempre di riportare questo modo di narrare anche quando scrivo i miei romanzi: ogni segno di interpunzione è uno stacco, per esempio, come la struttura (che io utilizzo sempre) a piani temporali diversi, è montaggio alternato tra presente e passato. In questo senso sì, il cinema è un ottimo strumento per imparare il racconto, soprattutto quando si tratta di tagliare.

Quale strumento di scrittura preferisci usare, la penna, il computer o la macchina da scrivere?

Uso sempre il pc. Magari butto giù qualcosa a penna, ma non è una cosa che faccio spesso, anche perché ho una grafia brutta e ai limiti dell’incomprensibile. Quando ero piccola ho avuto parecchie macchine da scrivere, ma dal mio primo pc in poi, non ho più voluto usare altro.

Durante la stesura di un libro preferisci occuparti della descrizione dei luoghi, della descrizione dei personaggi, o dei dialoghi?

La descrizione dei luoghi è una cosa che diverte soprattutto lo scrittore e un po’ meno il lettore, credo. A me piace, ma cerco sempre di non appesantire più di tanto e di non essere troppo dettagliata. I dialoghi sono il mio punto debole e mi costano sempre una fatica enorme, mentre credo che il mio punto di forza siano i personaggi. O almeno lo spero vivamente!

Il talento per te cos’è? Cosa differenzia un autore dotato della capacità di raccontare storie che catturino il lettore da un autore privo di questo dono. Il talento è più un dono o duro lavoro?

Il talento è un concetto sfuggente che può voler dire tutto e il contrario di tutto. A mio parere, parlare di talento non ha molto senso. E qui vorrei chiamare in causa King che paragonava il talento a un coltellaccio dalla lama smussata. Mi sembra un paragone molto calzante. Puoi avere un machete o un bisturi, ma se non fai una fatica immane per rendere lo strumento affilato, non ci taglierai neanche un panetto di burro.
Più che di talento, forse si potrebbe parlare di predisposizione, un qualcosa verso cui siamo naturalmente attratti e che magari ci rende piacevole anche la fatica. Mi diverto così tanto a scrivere che non mi pesa mai, anche se è stancante e, a volte, addirittura sfiancate. Ma se non mi divertissi, non credo ne varrebbe la pena, proprio perché non è che mi siedo alla scrivania e il romanzo si scrive da sé in virtù di chissà quale genio che sgorga dalle mie dita. Non è così, è una faccenda laboriosa e anche il cosiddetto talento, se non viene continuamente esercitato, evapora.

Cosa pensi delle eroine femminili nel fantastico? Pensi che i personaggi femminili siano giustamente valorizzati, o ancora relegati in nicchie piuttosto stereotipate? Sei femminista?

Sono una donna, quindi sono femminista. Per quanto mi riguarda, tra le due cose c’è un’identità assoluta.
Per quanto riguarda le eroine femminili, ci sono sempre state e hanno lasciato tracce profonde, come del resto non sono mai mancate le voci femminili. Ma c’è di sicuro un problema di marginalità, soprattutto in Italia, dove si tende a ragionare un po’ troppo a compartimenti stagni, e si tende a dividere la letteratura (ma anche il cinema) in “femminile” e “maschile”, come se le donne dovessero scrivere solo per donne e gli uomini solo per gli uomini.
Per quel che mi è dato di vedere, la maggior parte dei miei lettori sono uomini o almeno lo sono quelli che si fanno sentire tramite commenti e recensioni. Eppure la mia narrativa potrebbe essere categorizzata come prettamente femminile, dato che ho sempre raccontato storie di donne.
La marginalità delle protagoniste femminili rispetto ai protagonisti maschili è un qualcosa che deriva non dalla mancanza di autrici ma dal mercato, che si preferisce indirizzare a un pubblico maschile, con l’errata convinzione che un uomo preferisca leggere di protagonisti del suo stesso genere.
Questa cosa è stata molto evidente, più che in letteratura che sta sempre una decina di passi avanti, nel cinema fantastico, dove le cose stanno iniziando a cambiare solo oggi e con grande fatica. Parlando di blockbuster milionari, ci sono voluti circa 20 anni perché se ne affidasse uno a una regista donna (Wonder Woman) e il suo successo stratosferico spero apra molte porte, in ogni ambito.

Hai mai pensato di scrivere una sceneggiatura tutta tua?

Sì, ci ho pensato, però poi mi sono sempre fermata perché le cose che scrivo io tendono a essere molto costose e rimarrebbero progetti irrealizzabili. Scrivere per il cinema richiede un senso pratico molto spiccato, che consiste nel sapere cosa si potrà mettere in scena. Ci sono dei limiti ben precisi. Con il progresso degli effetti speciali ormai rimane molto poco di infilmabile, ma io scrivo e lavoro in un contesto molto specifico, che è quello italiano, e se mi viene in mente una storia con un mostro tentacolare, so già in partenza che non la si potrà mai far diventare un film.

Dopo due libri autoprodotti My little Moray Eel e Il posto delle onde è appena uscito per Acheron Book Nightbird. Ce ne vuoi parlare?

Nei miei due precedenti romanzi ho raccontato soprattutto il mare. Come dicevo prima, faccio immersioni da quando sono bambina e ho un rapporto molto particolare con l’acqua e le sue creature. Possiamo dire che Il Posto e la Murena rappresentano un dittico e sono anche collegati tra loro. Appartengono anche più alla sci-fi che all’horror, anche se Il Posto ha parecchi elementi che lo avvicinano alla narrativa dell’orrore.
Con Nightbird ho cambiato completamente ambientazione e ho cercato di affrontare un genere, il gotico, a cui non avevo mai messo mano. È principalmente una ghost story e ho inserito volutamente ogni situazione tipica del genere di appartenenza: c’è una protagonista che vede i fantasmi, un’agenzia che si occupa di infestazioni, uno spettro che fa da guida e coscienza personale alla protagonista e sono presenti tutti gli elementi distintivi delle classiche storie di fantasmi. Ma ho anche voluto calare il tutto nella contemporaneità, dare una connotazione ambientale molto spiccata, parlare della mia città e di come la si vive in sella a una bicicletta.
E poi c’è una storia d’amore omosessuale, un altro tema ricorrente delle cose che scrivo. Ma questa volta è più conflittuale, perché Nightbird parla del nostro mondo e del nostro paese, dove essere omosessuali è ancora un problema. Non mi piace essere troppo autobiografica, però, da omosessuale io stessa, ho voluto cercare di raccontare cosa significa venire a patti con la propria identità, e quanto sia difficile viverla. Spero sempre che Nightbird venga letto da qualche ragazza molto giovane, com’è giovane la protagonista Irene, che magari ha difficoltà ad accettarsi, e le dia una speranza.

Una storia di fantasmi, dunque. Le ghost story sono una nicchia molto particolare del fantastico, che se vogliamo ha una tradizione molto antica, nell’antica Roma si narravano storie di fantasmi, nella Cina antica anche moltissime. Pensi sia una forma molto sofisticata d’arte nata per esorcizzare la paura dell’ignoto, della morte?

Tutta la narrativa dell’orrore serve a quello, a guardare la morte in faccia, che poi è un tema, quello della nostra mortalità, che percorre l’intera storia della letteratura. Ma l’horror in realtà affronta la morte a muso duro, senza addolcirla con considerazioni filosofiche, parla dell’evidenza fisica della morte, della sua realtà concreta e orribile. Non esiste forma di racconto più viscerale di quello dell’orrore: ci grida a ogni riga che un giorno moriremo.
La ghost story, in questo contesto, tende a lavorare però su un piano diverso, perché implica che, accanto alla mortalità, ci sia anche l’immortalità, il sopravvivere in una forma incorporea ed eterna. Ma è comunque un monito, perché il fantasma è per sua stessa natura, anche quando non è necessariamente una presenza malvagia, è una figura di una tristezza e di una malinconia infinita. Rappresenta, credo, quello che abbiamo perduto e che non ci verrà mai più restituito.

Parlaci dei personaggi principali, come li hai caratterizzati?

I personaggi principali in Nightbird sono due, un fantasma, Giada, che conosceremo da viva attraverso i flashback, e l’io narrante, Irene. Con Giada ho voluto fare un’operazione diversa dal solito, perché i miei personaggi di solito sono tendenzialmente ombrosi, di poche parole e malinconici. Invece Giada è la solarità fatta persona e mantiene questa caratteristica anche da ectoplasma. Irene invece è una ragazza giovanissima che si ritrova a innamorarsi di una donna più grande di lei e vive questa storia con angoscia e terrore assoluti. È un personaggio in trappola, che magari non batte ciglio di fronte a un fantasma, ma si blocca quando deve ammettere di amare una persona del suo stesso sesso. Le interazioni tra le due, sia prima che dopo la morte di Giada, i loro scambi di battute, il conflitto di mentalità, sono la vera anima del romanzo.

Cosa stai leggendo in questo momento?

Sto rileggendo un vecchio romanzo horror degli anni ’70, La Festa del Raccolto di Thomas Tryon e, contemporaneamente, un horror pubblicato da pochissimo, Il Piatto delle Ossa, di Marco Siena.

Hai una routine fissa di scrittura, una tazza portafortuna, una musica di sottofondo mentre crei le tue storie? Che musica useresti come colonna sonora di Nightbird?

Non ho una vera e propria routine, forse perché la scrittura non è il mio lavoro principale e sono costretta e dedicarmici o nei fine settimana o nelle pause tra un film e l’altro, che mi pagano affitto e bollette. E comunque ho un modo di fare abbastanza caotico e disorganizzato, mi riesce difficile fare programmi.
Nightbird ha una playlist tutta sua, perché io scrivo sempre con la musica. Nel caso specifico, il titolo del romanzo è una canzone di Stevie Nicks, che mi ha accompagnata per tutta la stesura.
I Fleetwood Mac sono sempre presenti nelle cose che scrivo. E a un certo punto di ogni mio romanzo, un personaggio ascolta Songbird. È una specie di marchio di fabbrica, la mia firma.

In un’ intervista a Murakami gli chiesi se la tv è la nuova agorà del nostro tempo, tu che ne pensi? Quanto l’immaginario televisivo ha influenzato il tuo immaginario creativo di autrice?

Non ho un bellissimo rapporto con la tv. Ovviamente seguo delle serie, come tutti, ma non sono tipo da binge watching compulsivo e preferisco sempre il cinema al piccolo schermo, proprio perché la serialità non fa per me. Non sono neanche d’accordo con chi ritiene che la tv abbia superato il cinema. Per quanto mi riguarda, anche le produzioni più lussuose e ben confezionate sono sempre e comunque sterco del demonio. Sì, persino quelle che mi piacciono molto.

Hai mai avuto l’ ispirazione per scrivere i tuoi romanzi mentre andavi in bicicletta?

Nightbird è stato concepito durante lunghi giri in bicicletta nel febbraio 2016: avevo appena finito di lavorare a una fiction e aspettavo che cominciasse la seconda stagione, quindi ho avuto un buco lavorativo di qualche mese e, in quel periodo, non ho fatto altro che scrivere Nightbird e pedalare. Quindi sì, molto spesso andare in bici mi aiuta e, se sono bloccata su un punto particolarmente ostico, la soluzione migliore per sbloccarmi è salire in sella.

Infine nel ringraziarti per la disponibilità l’ultima domanda: che libro stai scrivendo in questo momento? Puoi anticiparci qualcosa?

Non lo sto ancora scrivendo, ma si sta delineando nella mia testa. Dovrebbe essere una storia di vampiri e dovrebbe avere, una volta tanto, un protagonista maschile. Vedremo cosa esce fuori.
Grazie ancora a te per le domande e ai lettori se vorranno leggere il mio romanzo.

:: Sesto piano di Marcello Tropea

19 gennaio 2018 by

Parigi

Mi hai lasciato solo a navigare nel mare tempestoso
e nero come l’inchiostro.
Stella polare, senza di te ho paura di queste onde.
Stella polare dove sei, torna da me e guidami verso un
nuovo approdo sicuro.
Stella polare…

Meglio lasciar perdere, scrivere poesie non è cosa per me.
E poi perché dovrei scrivere una poesia a quella stronza che se n’è andata sbattendo la porta?
Non mi amava più, e ovviamente la colpa di questo suo disamore è solo mia.
− Ti sei trasformato in un personaggio mitologico: metà uomo e metà poltrona – continuava a ripetermi come un mantra.
Eppure era stata lei a dirmi che dovevo cambiare perché, alla mia età, non si vive solo di feste, amici, aperitivi e fine settimana al mare o in montagna. Così l’ho accontentata, mi sono lasciato plasmare dai sui desideri, e quando sono diventato quello che lei voleva, mi ha liquidato su due piedi con la scusa che non ero più quell’uomo affascinante ed estroverso che aveva conosciuto. La realtà però è che se n’è andata perché sono caduto in disgrazia, e una come lei non ci sta con uno squattrinato.
Solo che adesso sono rimasto solo, senza donna, senza amici, senza soldi ma con un lavoro di merda.
Però mi manca, accidenti se mi manca.
Potrei finire la poesia che ho iniziato e fargliela trovare tra il parabrezza e il tergicristallo: a lei piacciono da impazzire i gesti d’amore zuccherosi.
No dai, sarei ridicolo. Come minimo, dopo che avrà letto i versi scoppierà a ridere come una matta. Meglio lasciar perdere, non sono dell’animo giusto per sopportare lo sberleffo. Dio mio, quanto mi piaceva vederla ridere di gusto.
Però la poesia potrei scrivergliela con un punteruolo sul cofano della macchina, così di sicuro non si metterà a ridere e capirà quanto sto soffrendo. Questa sì che potrebbe essere una buona idea. Meglio di no, ma solo perché so già che andrebbe a finire che le devo pagare pure i danni.
Sono le due di notte e, anche se sono al sesto piano, non c’è un alito di vento. Mi verso ancora un po’ di whisky nel bicchiere e vado sul balcone.
Se per mettere giù quelle tre righe mi sono scolato mezza bottiglia, quanto beve un poeta per scrivere una poesia intera? Non importa, non è l’ora di matematica.
La colpa, se non arriva un refolo d’aria, è del palazzo che hanno costruito di fronte: fa da paravento. È così vicino che basta affacciarsi per curiosare negli appartamenti altrui. Prima o poi li arresteranno questi assessori che concedono licenze edilizie “ad minchiam”.
Chissà cosa starà facendo lei adesso. Beh, vista l’ora, magari dorme. Mi piaceva vederla dormire, stavo delle ore a guardarla, mentre adesso sono gli occhi di un altro a farlo.
E se invece di dormire sta facendo l’amore con quello stronzo che me l’ha portata via? Appena mi capita sotto mano giuro che lo ammazzo, così come ammazzerò tutti quelli che frequenterà: “O con me o con nessun altro”.
Oddio, non è che posso fare una carneficina solo perché mi ha lasciato. Allora uccido lei, così faccio fuori solo una persona. No, non ci riuscirei mai a farle del male, e poi sai che casino salterebbe fuori, già me li vedo i titoli dei giornali: un altro orco uccide una donna per amore, basta con il femminicidio!
Certo che il whisky ne fa dire di sciocchezze.
C’è un silenzio quasi innaturale. Il cielo è tempestato di stelle e la luna sembra una palla d’avorio. È bella l’estate, ma senza di lei la mia vita è un eterno inverno.
Un alito di vento, saturo di profumo di fiori d’acacia, mi ha accarezzato. Da quanto tempo è che non lo sentivo così inteso? Lei andava pazza per il profumo dei fiori. Ogni volta che arrivavo a casa con un mazzo lei trasformava il letto come un prato e poi ci facevamo l’amore con passione sanscrita. Se penso che adesso metterà in pratica le nostre acrobazie con quell’altro, mi fa andare fuori di matto.
Un altro sorso, poi basta.
E, se invece di fare tutto quel macello, mi buttassi giù? Che ci vuole: prima scrivo due righe, poi prendo la rincorsa e faccio finta di saltare una staccionata. Oppure potrei anche lasciarmi cadere come un sacco di patate: in fondo non è il modo ma il gesto che conta. Quanto tempo potrei impiegare a fare sei piani in caduta libera, forse tre o quattro secondi? Ma sì, facciamola finita, tanto che senso ha vivere se lei non è più qui con me? Non mi ami più? E allora io mi uccido, così ti porterai il rimorso per avermi lasciato per tutta la vita: la tua vita! Niente male come punizione.
Certo che se mi buttassi di sotto potrei suscitare incomprensioni, ilarità e soprattutto sberleffo con la solita battuta che quando una donna tradisce ti mette le corna e non le ali.
Potrei fregarli tutti facendomi penzolare dal balcone: impiccarsi è un gesto plateale molto più impressionante di uno che ha fatto un salto nel vuoto. Tutto sommato è anche abbastanza semplice: prendo un lenzuolo, lego ben stretto un lembo alla ringhiera e l’altro al collo e… oplà, fatto.
Già mi immagino domattina quella rompiscatole del piano di sotto che, appena vede le mie gambe penzolare, telefona all’amministratore per lamentarsi che mi sono steso nell’orario non previsto dal regolamento condominiale. Meglio lasciar perdere: per suicidarsi, oltre ad avere coraggio, bisogna fregarsene altamente delle regole e dei giudizi degli altri.
E se poi lei, invece del rimorso utilizzasse il mio gesto estremo per vantarsi che un uomo si è addirittura suicidato per lei? Non c’è niente da fare, come la giro e la rigiro tutto va a mio discapito. Va bene, rinuncio al suicidio, non posso certo darle anche questa soddisfazione. E poi in questo periodo c’è già troppa gente che si ammazza. Non passa giorno che persone disperate si tolgono la vita perché hanno perso il lavoro, oppure perché non sanno come fare per pagare i debiti, o le tasse, e io compirei un torto nei loro confronti se dovessi farlo solo per amore di una donna.
La campana della chiesa ha fatto il rintocco della mezz’ora.
La finestra dell’appartamento di fronte si è illuminata. La nuova dirimpettaia non riesce a dormire. È arrivata da poco, un mese o poco più. Forse è stata trasferita in questa città per lavoro perché, da quando è qui, non ho mai visto nessuno girare per casa.
Ha spento la televisione, quindi adesso si affaccerà alla finestra. Da quando è scoppiato questo caldo incontrarci alla finestra è diventato quasi un appuntamento fisso. Con quella maglietta non è niente male. Forse la usa come camicia da notte; e se fosse una di quelle a cui piace dormire nuda? L’idea mi provoca un brivido di piacere.
Mi ha visto. Come al solito ci salutiamo alzando il bicchiere. Dato che non posso mettermi a parlare a voce alta a quest’ora, le dico che ho caldo gesticolando. Mi ha sorriso e, utilizzando lo stesso metodo, mi sta dicendo che non riesce a dormire per lo stesso motivo: le considerazioni atmosferiche funzionano sempre.
Mi ha fatto capire che se ne va a dormire e mi ha salutato agitando la mano come se, invece che alla finestra, fosse al finestrino del treno che si sta allontanando dalla stazione. Tipo simpatico. Devo trovare il modo di parlarle e magari provare ad invitarla in un bar del centro per fare quattro chiacchiere.
Okay farò in modo di incontrarla, casualmente si intende, e poi vediamo come andrà a finire. Tutto ha una fine, ma non è detto che tutto debba finire con la morte.

Marcello Tropea all’età di quattordici anni ha iniziato a lavorare come ragazzo di bottega in un salone di parrucchiere per signora. Nove anni dopo ha aperto un suo salone di acconciature. Attualmente, per una serie di vicessitudini, svolge la professione come dipendente part-time. La passione per la scrittura è arrivata a piccoli passi, per questo è giunta in età matura. Ha iniziato col scrivere racconti brevi, poi un romanzo di formazione e un poliziesco seriale. (A questa ultima serie appartengono altri tre titoli, inediti.) Gli piace cucinare, l’enologia, la lettura, conversare, ma di più ascoltare le persone, perché dagli altri c’è sempre da imparare. Ha pubblicato Incubo premonitore Todaro editore eValigie senza spago Excogita editore. Oltre a un monologo teatrale, scritto e interpretato da lui stesso dal titolo: Dietro le quinte di un romanzo, portato in scena in alcune sale e circoli culturali.

:: Il Fuoco di Gabriele D’Annunzio (Mondadori 2002) a cura di Marcello Caccialanza

19 gennaio 2018 by

Il Fuoco d' AnnunzioUno dei romanzi meno conosciuti e forse poco apprezzati del vasto repertorio dannunziano è certamente Il Fuoco, manifesto esplicito della poetica del superuomo.
Un’ opera elegante ed esplicita nelle sue mille sfaccettature; dove estetica e contenuto vanno a braccetto in una sinfonia di emozioni altalenanti.
Lo stesso titolo, la stessa storia e le molteplici indiscrezioni, che hanno preceduto la pubblicazione dell’opera fanno dunque pensare che le pagine del romanzo raccontino quell’amore etereo di cui tutti all’epoca parlavano. L’amore tra l’uomo e la donna allora più famosi: D’Annunzio ed Eleonora Duse.
Il protagonista del romanzo, Stelio Effrena, vuole scrivere una grandiosa opera artistica, nella quale si fondano armoniosamente: poesia, musica e danza, elemento essenziale per creare un nuovo teatro. Ma purtroppo l’ambizioso progetto è destinato al più misero fallimento, poiché esistono di fatto alcune forze negative che si oppongono al medesimo eroe. Una di queste oscure forze prende il nome di “Foscarina Perdita” ovvero una grande attrice, che con il suo smisurato amore,a volte nevrotico e possessivo, ostacola non poco l’ eroe nella sua impresa. Il romanzo si conclude con il sacrificio inaspettato di Foscarina, che alla fine, vinta ed affranta dagli eventi, lascerà libero l’ eroe Stelio: ma nonostante questo sacrificio, il protagonista non riuscirà affatto a portare a compimento la sua grandiosa opera.
L’intera opera dannunziana si suddivide in due libri. Il primo libro si intitola: L’Epifania del fuoco. In questa parte D’Annunzio racconta una serata di settembre, in cui lo stesso protagonista Stelio tiene un grande discorso al Palazzo Ducale di Venezia, davanti a un pubblico entusiasta,dove spiega la sua concezione filosofica di arte e di creazione. L’arte, secondo lui, si dice sublime nel momento in cui la stessa imita l’arte antica. Mentre il secondo corrisponde a L’Impero del silenzio, capitoli in cui la Foscarina e Stelio si ritrovano spesso nei loro palazzi per avere rapporti sessuali sempre più appassionati ed intriganti. E mentre avviene tutto ciò una disillusa ed ingenua Foscarina capirà a sue spese che proprio lei non resterà mai l’unica e la sola amante di quel genio dall’ego smisurato.

Gabriele D’Annunzio, all’anagrafe Gabriele d’Annunzio, nome con cui usava firmarsi (Pescara, 12 marzo 1863 – Gardone Riviera, 1º marzo 1938), è stato uno scrittore, poeta, drammaturgo, militare, politico, giornalista e patriota italiano, simbolo del Decadentismo e celebre figura della prima guerra mondiale, dal 1924 insignito del titolo di “principe di Montenevoso”.
Soprannominato “il Vate”, cioè “poeta sacro, profeta”, cantore dell’Italia umbertina, o anche L’immaginifico, occupò una posizione preminente nella letteratura italiana dal 1889 al 1910 circa e nella vita politica dal 1914 al 1924. È stato definito «eccezionale e ultimo interprete della più duratura tradizione poetica italiana e come politico lasciò un segno nella sua epoca e un’influenza sugli eventi che gli sarebbero succeduti. [Fonte Wikipedia]

Source: libro del recensore.

:: Un’intervista con Tessa Bernardi a cura di Giulietta Iannone

18 gennaio 2018 by

Caravaggio enigmaCiao Tessa, benvenuta su Liberi di scrivere e grazie per avere accettato questa mia intervista. Menzione speciale per la migliore traduzione all’ ottava edizione del Liberi di Scrivere Award per la traduzione di Caravaggio enigma (Without Hope or Fear, 2017) Newton Compton. E’ risultato il libro più votato, e come tradizione siamo felici intervistare il traduttore e conoscere qualcosa in più sul vostro lavoro, ancora per molti abbastanza misterioso.
Naturalmente è un semplice riconoscimento di un blog, ma appunto è stato dato dai lettori quindi è significativo dell’apprezzamento che la tua traduzione ha suscitato, oltre al valore del libro. Parlaci dei tuoi studi. Come sei diventata traduttrice? Che lingue hai studiato? Hai svolto tirocini all’estero, o hai studiato prevalentemente sui libri?

Ho sempre vissuto a stretto contatto con due lingue diverse, fin da bambina. Mia madre è cresciuta in Australia, e quando ero piccola mi parlava sempre in inglese, mentre mio padre mi parlava in italiano. La scelta del percorso di studi è stata quindi scontata: dai libriccini per l’infanzia in inglese alle pietre miliari della letteratura alla facoltà di Lingue all’Università di Pisa, e poi la specializzazione in Traduzione letteraria. Ho studiato inglese e spagnolo, un po’ di tedesco e portoghese, e ultimamente sto accarezzando l’idea di avvicinarmi al francese e allo swahili (galeotto fu un viaggio a Zanzibar!). Non ho mai fatto tirocini all’estero né l’Erasmus, ma ho sempre viaggiato molto in paesi anglofoni e attualmente vivo a Londra.

Qualche ricordo dei tuoi anni da studentessa?

Ricordo le montagne di libri! Montagne, dico sul serio. Ho sempre amato leggere, è ovvio, ma quelle pile di carta stampata con ambientazioni settecentesche popolate da fanciulle più o meno virtuose sembravano non finire mai. Scherzi a parte, ricordo con grandissimo affetto i docenti che ci spronavano a crederci: volete diventare traduttori? Rimboccatevi le mani, traducete, sfornate cartelle per il piacere di farlo e per la volontà di imparare, nel tempo libero, nelle vostre stanzette in condivisione, al parco. E ricordo anche chi invece diceva il contrario. Spesso sono quei “Non ce la farete mai” a non farti demordere, no?

Quali autori hai tradotto? Quali sono le tue traduzioni più importanti?

Proprio qualche mese fa è uscito un romanzo di Dean Koontz, un autore che amo particolarmente, spesso associato a Stephen King e considerato uno dei maestri del thriller contemporaneo. Tra gli altri autori potrei menzionare Emily Elgar, un’esordiente con una scrittura delicata e molto evocativa, Jeff Johnson, di cui ho tradotto un noir veramente bello, e ovviamente Alex Connor, che mi ha accompagnata alla scoperta della biografia di Caravaggio.

E per quanto riguarda la lettura nel tuo tempo libero. Quali sono i tuoi autori preferiti, quali libri ami leggere semplicemente come lettrice?

Leggo di tutto, quando e se trovo il tempo e le energie mentali per farlo. Questo, purtroppo, è il rovescio della medaglia. Lavorando tutto il giorno con testi e parole, nel tempo libero preferisco fare una passeggiata e svuotare la mente. In vacanza, però, ho letto un bellissimo libro di Tiziano Terzani, Un altro giro di giostra, e tra i miei autori preferiti potrei citare Henry James, J.M. Coetzee e Ian McEwan.

Come lavorano i traduttori letterari? Come si fa a entrare in contatto con un editore? Con l’invio di un curriculum vitae, iscrivendosi in una banca dati per traduttori? O sono gli editori che ricercano attivamente i liberi professionisti? Chi si occupa della selezione? La concorrenza è molto forte?

I primi tempi sono stati durissimi. Decine e decine di mail, neanche uno straccio di risposta. Benissimo, cambiamo strategia. Fiere del libro. Tutte. A tappeto. Roma, Bologna, Torino. Conoscere gli editori, cosa pubblicano, cosa cercano, vedere e farsi vedere, farsi conoscere. Dopo la laurea ho seguito brevi corsi e seminari di traduzione letteraria dal taglio veramente pratico. Un trauma. Della serie: Fitzgerald come prima prova di traduzione. E lì capisci che di strada da fare ce n’è ancora tantissima. Ma ho avuto la fortuna di conoscere grandi traduttrici, che mi hanno aiutata e corretta senza pietà. Voglio fare qualche nome perché le stimo moltissimo: Giuseppina Oneto, Gina Maneri, Anna Rusconi. Grazie a uno di questi corsi ho tradotto il mio primo racconto, poi sono venute le altre case editrici, alle quali avevo mandato un curriculum abbastanza mirato, e le prime prove di traduzione, che hanno portato a collaborazioni durature. E sì, la concorrenza c’è, come in tutte le professioni, ma se sei bravo e hai voglia di crescere (quella non deve mai mancare) uno spazietto si trova.

Come organizzi il tuo lavoro? Programmi una scaletta, dividi il testo rientrando immagino entro una data di consegna concordata? Ti è mai capitato di sforare questi limiti?

In teoria, sì. In pratica… A volte (di rado, per fortuna) si può incappare in un vero e proprio blocco, dove anche la resa delle frasi più semplici diventa complicata, e tanti saluti alla scaletta, ma in genere tendo a farmi un’idea del numero di cartelle che dovrei tradurre quotidianamente (i fine settimana sono sacri, però!) in funzione della deadline, della complessità del testo, dell’affinità con lo stile dell’autore e via dicendo, e riesco ad attenermici senza grandi problemi.

Parliamo ora di Caravaggio enigma. Come sei venuta a conoscenza di questo libro, conoscevi già la sua autrice Alex Connor? Ti ha contattato direttamente l’editore, o sei stata scelta tramite un’agenzia di traduzione? Hai dovuto superare prove selettive?

Un libro al quale ho lavorato con enorme piacere. Non conoscevo l’autrice, ma, quando mi è stato proposto l’incarico da un’agenzia di traduzione con cui collaboro da tempo, mi sono documentata e sono subito rimasta colpita dalla passione della scrittrice per l’arte italiana.

Cosa ti è piaciuto di più di questo libro? Quale è stata la parte della traduzione più difficile?

È una perfetta via di mezzo tra la biografia storica e il thriller. Il personaggio di Caravaggio emerge con forza incredibile dalle pagine del libro. È un uomo cupo, tormentato, pieno di vizi e debolezze, ma è anche un genio assoluto che crede nella propria idea di arte e non accetta alcun compromesso. Ho fatto molte ricerche su di lui e sui personaggi storici descritti e menzionati nel romanzo, e posso assicurare che l’autrice non si è inventata niente, anzi! In fase di traduzione, ho dovuto prestare grande attenzione ai dettagli, come alla precisione dei dati storici e alle scelte lessicali, senza però tradire il ritmo serrato e adrenalinico che è tipico del thriller.

Tu avendolo tradotto conosci approfonditamente lo stile dell’autrice, puoi parlarcene? Puoi dirci secondo te quelli sono i suoi punti di forza che favoriscono tanto l’apprezzamento dei lettori?

Come in parte ho già anticipato, l’autrice ha dosato sapientemente gli elementi a sua disposizione. La figura di Caravaggio è di per sé un ottimo punto di partenza, tanto per il lascito artistico quanto per le travagliate vicende personali che lo hanno reso un personaggio davvero controverso. Alex Connor le ripercorre in chiave romanzata, con un ritmo avvincente e una buona dose di suspense che tiene incollati alle pagine: cosa succederà adesso? Caravaggio conduce una vita spregiudicata, combatte con chiunque incroci il suo cammino, non riesce mai a tenere la bocca chiusa. E le sue opere? Dipingeva con totale sprezzo dei canoni imposti dalla Chiesa, rischiava di perdere gli incarichi, sfidava costantemente la sorte. Caravaggio enigma è una biografia che non annoia mai, perché scava nella personalità del celebre pittore e offre un vivido spaccato della vita dell’epoca. Credo sia proprio questo il segreto dell’apprezzamento che ha riscosso.

Puoi dirci a cosa stai lavorando in questo momento?

Ora come ora… sono appena rientrata dalle ferie! No, be’, sto lavorando alla traduzione di un bel thriller di un’autrice abbastanza famosa e ad alcune revisioni.

Grazie per il tuo tempo e la tua pazienza, e auguri per il futuro.

Grazie a voi e ai lettori del blog!

:: Era il mio migliore amico – Gilly Macmillan (Newton Compton 2017) a cura di Elena Romanello

18 gennaio 2018 by
Era il mio migliore amico

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Una sera la città di Bristol viene sconvolta da un misterioso incidente: Noah Sadler, adolescente figlio di una ricca famiglia che da anni lotta contro un cancro che lo sta portando verso una morte prematura, cade in un canale e cade in coma irreversibile. Con lui c’era quello che tutti consideravano il suo migliore amico, Abdi Mahad, figlio di profughi somali ammesso in un’esclusiva scuola della città grazie a una borsa di studio: il ragazzo si chiude in un mutismo inspiegabile e non vuole raccontare quello che è successo né ai familiari né alla polizia, per poi sparire, mentre emergono particolari inquietanti dal passato suo e della sua famiglia, in una città in cui stanno prendendo sempre più piede i movimenti di estrema destra e xenofobi.
Gilly Macmillan compie un altro viaggio nell’animo umano, raccontando l’Inghilterra di oggi, partendo non dalla cosmopolita e tollerante Londra, ma da Bristol, una delle città in cui ha vinto in maniera più netta il sì alla Brexit, dove sono molto evidenti le contraddizioni del Regno Unito di oggi, tra paure del futuro, razzismi vecchi e nuovi, difficoltà di convivenza tra vecchie e nuove generazioni e tra vecchi e nuovi inglesi.
L’autrice parla del dramma dei profughi, di cui spesso si ignorano o si vogliono ignorare i percorsi tortuosi e violenti che hanno subìto prima di arrivare in un Paese, e in particolare dei figli di questi profughi, ragazzi e ragazze divisi tra due culture, che sognano l’integrazione ma che non vogliono perdere tutti i legami con un mondo a cui sentono di appartenere, e che spesso scoprono realtà sulle loro famiglie che possono distruggerli. Ragazzi e ragazze come Abdi, studente brillante ma che si sentiva oppresso dal possessivo Noah, che tramite lui si attaccava ad una vita che gli stava fuggendo di mano, e la sorella Sofia, che porta il velo ma studia per diventare ostetrica all’Università, con un progetto di vita che coniughi le sue radici musulmane con le idee di emancipazione della donna che sente sue.
Tra i vari fili narrativi, Gilly Macmillan ne tocca un altro molto importante, quello del lutto e dell’elaborazione del dolore, attraverso la storia dell’amicizia tra due ragazzi diversissimi all’apparenza ma con dietro entrambi una storia dolorosa, di emigrazione da un lato e di malattia dall’altro, che si sorreggono a vicenda prima di un distacco prevedibile ma tragico.
Un thriller quindi, interessante e intrigante, raccontato a più voci, dove molto non è come sembra, ma che parla anche dell’oggi, della realtà che si preferiscono ignorare, delle difficoltà dell’integrazione ma anche di quella, eterna, del crescere e trovare un posto nel mondo, sempre che uno ci riesca poi a diventare adulto.

Gilly Macmillan è cresciuta a Swindon e ha trascorso l’adolescenza nel Nord della California. Ha studiato Storia dell’arte alla Bristol University e poi al Courtauld Institute of Art di Londra. Ha lavorato al «Burlington Magazine» e alla Hayward Gallery prima di mettere su famiglia. Da allora vive a Bristol con il marito e i tre figli. Il suo romanzo d’esordio, 9 giorni, è stato un successo internazionale tradotto in 14 lingue. La Newton Compton ha pubblicato anche La ragazza perfetta e 9 giorni.

Liberi di scrivere intervista Gilly Macmillan: qui

Source: libro inviato dall’ editore al recensore, ringraziamo Antonella e Federica dell’ Ufficio stampa Newton Compton.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: La notte della rabbia di Roberto Riccardi (Einaudi 2017) a cura di Federica Belleri

17 gennaio 2018 by
La notte della rabbia

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Roma, inizi degli anni ’70. Il professor Claudio Marcelli viene sequestrato. L’operazione viene subito rivendicata dalle Sap, Squadre d’Azione Proletaria. Il professore aveva da poco proposto una riforma della legge penale, ed era candidato come Ministro dell’Interno. Elemento scomodo per i terroristi. Moglie e figlia, presto informate, iniziano a vivere nell’incertezza e nella paura. Il colonnello dell’Arma Leone Ascoli è impegnato da tempo a combattere le Sap in ogni modo, la lotta al terrorismo per lui è al pari di una questione personale. Il sequestro del professore è un ricatto allo Stato, di questo ne è sicuro.
Si effettuano i primi rilievi, i giornalisti sono affamati di notizie e Roma continua a vivere come se nulla fosse accaduto. Il costo della vita è aumentato e la disoccupazione ha l’aspetto di una piaga infetta.
Ascoli è preoccupato e pensieroso. Riflette su come organizzare al meglio i suoi uomini, e ogni tanto si lascia manipolare da ricordi dolorosi e dal vuoto lasciato dalla moglie, scomparsa troppo presto. È un essere umano, come tanti. Ha un vissuto e un presente faticoso da portare avanti. Ha un codice personale relativo ai prigionieri che rispetta in modo scrupoloso: anche il peggior delinquente ha una dignità, e deve essere trattato bene. Il colonnello Ascoli è spesso taciturno. Lo sa bene l’appuntato Berardi suo fidato autista e amico singolare, in grado di strappargli sempre un sorriso. Alcuni illustri personaggi lo circondano in questa indagine. Tra questi spicca il giudice Tramontano, archivio storico umano con la maggior quantità di informazioni sulle bande criminali. Un amico stimato, dalla stazza imponente, amante della buona cucina. All’interno di quest’indagine compare la Stasi e l’Intelligence della Germania Occidentale. Il terrorismo ha radici particolari e troppe sono le persone interessate a spiare, prima di essere spiate. Tra amicizie vecchie e nuove Leone Ascoli osserva piccoli particolari, che possono fare la differenza. Protegge una testimone che ha bisogno di lui. Scopre le vere intenzioni delle Sap e precipita in un vortice che lo riporta indietro nel tempo. Non ha scelta, deve affrontare di nuovo un oscuro periodo.
I movimenti studenteschi avanzano. Si siglano accordi per non soccombere. E lentamente il cerchio si chiude attorno agli ideali politici offuscati dall’amore. Attorno ad un gruppo all’apparenza unito ma composto in realtà da individui egoisti ed insicuri. Una morsa di angoscia e di terrore si stringe attorno alle famiglie dei carabinieri, che vivono questa e mille altre indagini sulla propria pelle.
La notte della rabbia è un noir che definisce come il male sembri possedere l’essere umano, senza appartenere a un genere specifico o a un colore politico.
La notte della rabbia è un’erba infestante che si insinua e cresce a dismisura, alimentata dalla vita stessa.
La notte della rabbia costringe i protagonisti a guardarsi in faccia, con le armi puntate sui rispettivi volti.
La scrittura precisa e densa di avvenimenti porta il lettore a confrontarsi con i temibili Anni di Piombo. Il romanzo ha un ritmo equilibrato dalla prima all’ultima pagina, e scava nell’animo dei personaggi al punto giusto, senza invadere.
Ottima lettura.

Roberto Riccardi (Bari, 1966) è colonnello dei carabinieri. Ha esordito nel noir con Legame di sangue (Giallo Mondadori, 2009), cui hanno fatto seguito I condannati (Mondadori, 2012), Undercover (e/o, 2012), Venga pure la fine (e/o, 2013) e La firma del puparo (e/o, 2015). È anche autore di libri sulla Shoah: Sono stato un numero (Giuntina, 2009; premio Acqui Storia), La foto sulla spiaggia (Giuntina, 2012) e, insieme a Giulia Spizzichino, La farfalla impazzita (Giuntina, 2013). Per Einaudi ha pubblicato La notte della rabbia (2017).

Source: acquisto del recensore.

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:: Nell’ombra del faro – Luigi Schettini (Golem Edizioni 2017) a cura di Elena Romanello

17 gennaio 2018 by
Nell' ombra del faro

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Torna in libreria la prima indagine di Thomas Sermon, l’investigatore e coroner ideato da Luigi Schettini, poi autore di Qui giaccio e Arché, qui alle prese con la sua prima avventura, in giro per Europa e Nord Africa.
Tutto inizia nei pressi del faro di Plymouth, dove viene rirovato il corpo di una giovane donna incinta, all’apparenza senza problemi e con tanti progetti di vita non solo legati alla sua prossima maternità. La ragazza ha marchiata a fuoco sulla pelle una stella a cinque punte e vicino ha una filastrocca macabra che sembra presagire nuovi omicidi. Thomas Sermon, in crisi personale per la fine del suo matrimonio, si butta sulle tracce di un assassino senza volto, desideroso di portare avanti quella che sembra a prima vista una serie di morti accomunate solo da due fatti, quello di avvenire nei pressi di un faro e quello di riguardare persone prossime a diventare genitori.
Nella caccia di un colpevole inafferrabile e insospettabile, Thomas Sermon si muove dall’Inghilterra alla Spagna, dalla Tunisia all’Egitto, fino alla Norvegia, cercando di mettere insieme i pezzi di un progetto criminale e di arrivare prima dell’assassino, seguendo anche piste non sempre giuste.
Per fortuna può contare sull’aiuto dell’amico dell’Interpol Bernie Peters, in un mondo dove emergeranno bugie e inganni, antichi patti disattesi e nuove speranze di vita stroncate.
Un romanzo di esordio che è giusto rileggere o leggere per scoprire gli inizi di Sermon, alle prese con un caso intricato che coinvolge un pezzo di mondo, a cui si aggiungono man mano dei pezzi che stravolgono le indagini e aprono nuove strade. Il tutto con al centro uno dei luoghi forse più iconici, i fari, sentinelle che esistono ancora oggi e che da secoli hanno intorno a loro un’aura di mistero.
Un libro scritto da un autore allora giovanissimo, poi maturato molto bene, da lui stesso definito imperfetto, ma non per questo meno interessante, testimone dell’interesse di Luigi Schettini per il genere del thriller a tutto campo, tra psicologia e azione.

Luigi Schettini nasce a Roma nel 1989. Oltre ad essere un valente giallista, nella vita è insegnante/coreografo hip-hop e attore. Grande cultore del cinema di Dario Argento e della letteratura horror e legal thriller di Stephen King e Patricia Cornwell, scrive storie da sempre e all’età di 17 anni dà vita al suo primo romanzo.
Pubblica I delitti del faro nel 2008 e Giallo Zafferano nel 2011.
Nel 2015 esce il suo terzo romanzo thriller, Qui Giaccio, per conto di Golem Edizioni, impreziosito dalla prefazione di Asia Argento, opera che ha superato le selezioni per il programma Rai Masterpiece, dal quale è stato poi escluso poiché si richiedeva che l’autore fosse inedito. Lo stesso thriller ha ottenuto il Premio Speciale Emotion della Città di Cattolica, una menzione speciale al Premio Letterario Giallo Garda e si è classificato al primo posto su 114 partecipanti al concorso “Un Libro Per Il Cinema”.
A Dicembre 2016 esce Archè, sempre per Golem Edizioni”, accompagnato da un’illustre prefazione di Daria Nicolodi.

Source: inviato dall’editore al recensore, si ringrazia Francesca Mogavero.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Mi manca il Novecento – Altri libertini di Pier Vittorio Tondelli a cura di Nicola Vacca

17 gennaio 2018 by

altri libertiniÈ il 1980 quando esce Altri libertini di Pier Vittorio Tondelli e una generazione scopre di avere un suo portavoce.
Tondelli è stato l’ultimo grande scrittore di fine Novecento, capace di rappresentare una generazione inquieta e Altri libertini è il libro che la rappresenta.
Lo scrittore emiliano con una lingua viva e sperimentale narra in sei storie – che lui stesso definisce un romanzo di racconti – le bizzarrie della sua gioventù e lo fa non nascondendo nulla del disagio e dell’inquietudine di quella generazione che è stata la protagonista del movimento del Settantasette.
Non ha paura di dare scandalo il giovane scrittore quando nelle storie che racconta usa senza inibizioni un linguaggio crudo e diretto che era quello dei suoi coetanei, che come lui hanno pagato caro, troppo caro, il prezzo per la ricerca di una loro autenticità.
Fu proprio per la scrittura carnale e violenta di Tondelli che Altri libertini fu sequestrato per oscenità. Per fortuna il libro poi fu ripubblicato e ottenne un enorme successo di pubblico.
Altri libertini è uno straordinario libro trasgressivo che interpreta dal vero il libertinaggio eversivo di una generazione che prende la distanza dalle convenzioni della società borghese.
È un libro che rivendica il rifiuto dei giovani di allora a conformarsi alla morale del proprio tempo.
Tondelli usa lo schietto parlato dei giovani dell’epoca e nelle sue storie, non si autocensura mai quando descrive la vita dei suoi coetanei tra marchette, droga, riunioni nei postoristoro della stazione dove si ingannava il tempo bruciando le proprie vite.
Recentemente Massimo Raffaeli su L’Espresso ha scritto:

«Se il Novecento è il secolo dell’invenzione della gioventù, Pier Vittorio Tondelli nella sua parabola breve e bruciante ne è stato in Italia uno dei testimoni terminali».

Altri libertini di questa testimonianza è il vertice più alto. È proprio in questo libro che Tondelli racconta e descrive il presente non da una prospettiva distaccata, ma vivendoci dentro e mettendoci le mani e il corpo. Lui stesso diventa quel presente al quale non cede e allo stesso tempo apre le porte a un futuro che non riuscirà a vedere.
La lingua nuova di Altri libertini è linfa vitale per la letteratura italiana di quegli anni.
La breve e bruciante parabola di Pier Vittorio Tondelli ha consegnato alla postmodernità l’ultimo grande scrittore del nostro Novecento con cui per molto tempo ancora dobbiamo fare i conti.

:: Liberi di scrivere Award ottava edizione: i vincitori

16 gennaio 2018 by

Vince l’ ottava edizione del Liberi di scrivere Award:

Il ragazzo ombra. Diario vittoriano Vol. 1 di Laura Costantini, ed. goWare

Il ragazzo ombra

Robert Stuart Moncliff è un romanziere e un ritrattista affermato. Nell’autunno del 1901 chiuso nel castello di famiglia, su una scogliera scozzese, rilegge il diario degli ultimi vent’anni.
Un’assenza pesa su di lui: la persona più importante della sua vita. Un tredicenne dagli incredibili occhi d’oro apparso come un’ombra, sotto la luna piena nell’aprile del 1881.
Nella lettura Robert rivive la gioia passata, unica cura per superare il giudizio della società vittoriana che ora lo condanna.
Il ragazzo ombra è il primo episodio della serie Diario vittoriano.

2° Classificato

Caravaggio enigma di Alex Connor – Newton Compton Editori – traduzione di Tessa Bernardi

3° Classificato

(a parimerito)

I bastardi dovranno morire – Emmanuel Grand – Neri Pozza – traduttore Alberto Folin

La natura della grazia, di William Kent Krueger- Neri Pozza – traduzione di Alessandro Zabini

Lois e Luke – Giro di Vite di Annemarie De Carlo (goWare 2017)

4° Classificato

Il Settimino di Fabrizio Borgio – Acheron Books

Menzione speciale per la migliore traduzione

Tessa Bernardi

per Caravaggio enigma di Alex Connor – Newton Compton Editori

Classifica generale della votazione: qui