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:: Sesto piano di Marcello Tropea

19 gennaio 2018

Parigi

Mi hai lasciato solo a navigare nel mare tempestoso
e nero come l’inchiostro.
Stella polare, senza di te ho paura di queste onde.
Stella polare dove sei, torna da me e guidami verso un
nuovo approdo sicuro.
Stella polare…

Meglio lasciar perdere, scrivere poesie non è cosa per me.
E poi perché dovrei scrivere una poesia a quella stronza che se n’è andata sbattendo la porta?
Non mi amava più, e ovviamente la colpa di questo suo disamore è solo mia.
− Ti sei trasformato in un personaggio mitologico: metà uomo e metà poltrona – continuava a ripetermi come un mantra.
Eppure era stata lei a dirmi che dovevo cambiare perché, alla mia età, non si vive solo di feste, amici, aperitivi e fine settimana al mare o in montagna. Così l’ho accontentata, mi sono lasciato plasmare dai sui desideri, e quando sono diventato quello che lei voleva, mi ha liquidato su due piedi con la scusa che non ero più quell’uomo affascinante ed estroverso che aveva conosciuto. La realtà però è che se n’è andata perché sono caduto in disgrazia, e una come lei non ci sta con uno squattrinato.
Solo che adesso sono rimasto solo, senza donna, senza amici, senza soldi ma con un lavoro di merda.
Però mi manca, accidenti se mi manca.
Potrei finire la poesia che ho iniziato e fargliela trovare tra il parabrezza e il tergicristallo: a lei piacciono da impazzire i gesti d’amore zuccherosi.
No dai, sarei ridicolo. Come minimo, dopo che avrà letto i versi scoppierà a ridere come una matta. Meglio lasciar perdere, non sono dell’animo giusto per sopportare lo sberleffo. Dio mio, quanto mi piaceva vederla ridere di gusto.
Però la poesia potrei scrivergliela con un punteruolo sul cofano della macchina, così di sicuro non si metterà a ridere e capirà quanto sto soffrendo. Questa sì che potrebbe essere una buona idea. Meglio di no, ma solo perché so già che andrebbe a finire che le devo pagare pure i danni.
Sono le due di notte e, anche se sono al sesto piano, non c’è un alito di vento. Mi verso ancora un po’ di whisky nel bicchiere e vado sul balcone.
Se per mettere giù quelle tre righe mi sono scolato mezza bottiglia, quanto beve un poeta per scrivere una poesia intera? Non importa, non è l’ora di matematica.
La colpa, se non arriva un refolo d’aria, è del palazzo che hanno costruito di fronte: fa da paravento. È così vicino che basta affacciarsi per curiosare negli appartamenti altrui. Prima o poi li arresteranno questi assessori che concedono licenze edilizie “ad minchiam”.
Chissà cosa starà facendo lei adesso. Beh, vista l’ora, magari dorme. Mi piaceva vederla dormire, stavo delle ore a guardarla, mentre adesso sono gli occhi di un altro a farlo.
E se invece di dormire sta facendo l’amore con quello stronzo che me l’ha portata via? Appena mi capita sotto mano giuro che lo ammazzo, così come ammazzerò tutti quelli che frequenterà: “O con me o con nessun altro”.
Oddio, non è che posso fare una carneficina solo perché mi ha lasciato. Allora uccido lei, così faccio fuori solo una persona. No, non ci riuscirei mai a farle del male, e poi sai che casino salterebbe fuori, già me li vedo i titoli dei giornali: un altro orco uccide una donna per amore, basta con il femminicidio!
Certo che il whisky ne fa dire di sciocchezze.
C’è un silenzio quasi innaturale. Il cielo è tempestato di stelle e la luna sembra una palla d’avorio. È bella l’estate, ma senza di lei la mia vita è un eterno inverno.
Un alito di vento, saturo di profumo di fiori d’acacia, mi ha accarezzato. Da quanto tempo è che non lo sentivo così inteso? Lei andava pazza per il profumo dei fiori. Ogni volta che arrivavo a casa con un mazzo lei trasformava il letto come un prato e poi ci facevamo l’amore con passione sanscrita. Se penso che adesso metterà in pratica le nostre acrobazie con quell’altro, mi fa andare fuori di matto.
Un altro sorso, poi basta.
E, se invece di fare tutto quel macello, mi buttassi giù? Che ci vuole: prima scrivo due righe, poi prendo la rincorsa e faccio finta di saltare una staccionata. Oppure potrei anche lasciarmi cadere come un sacco di patate: in fondo non è il modo ma il gesto che conta. Quanto tempo potrei impiegare a fare sei piani in caduta libera, forse tre o quattro secondi? Ma sì, facciamola finita, tanto che senso ha vivere se lei non è più qui con me? Non mi ami più? E allora io mi uccido, così ti porterai il rimorso per avermi lasciato per tutta la vita: la tua vita! Niente male come punizione.
Certo che se mi buttassi di sotto potrei suscitare incomprensioni, ilarità e soprattutto sberleffo con la solita battuta che quando una donna tradisce ti mette le corna e non le ali.
Potrei fregarli tutti facendomi penzolare dal balcone: impiccarsi è un gesto plateale molto più impressionante di uno che ha fatto un salto nel vuoto. Tutto sommato è anche abbastanza semplice: prendo un lenzuolo, lego ben stretto un lembo alla ringhiera e l’altro al collo e… oplà, fatto.
Già mi immagino domattina quella rompiscatole del piano di sotto che, appena vede le mie gambe penzolare, telefona all’amministratore per lamentarsi che mi sono steso nell’orario non previsto dal regolamento condominiale. Meglio lasciar perdere: per suicidarsi, oltre ad avere coraggio, bisogna fregarsene altamente delle regole e dei giudizi degli altri.
E se poi lei, invece del rimorso utilizzasse il mio gesto estremo per vantarsi che un uomo si è addirittura suicidato per lei? Non c’è niente da fare, come la giro e la rigiro tutto va a mio discapito. Va bene, rinuncio al suicidio, non posso certo darle anche questa soddisfazione. E poi in questo periodo c’è già troppa gente che si ammazza. Non passa giorno che persone disperate si tolgono la vita perché hanno perso il lavoro, oppure perché non sanno come fare per pagare i debiti, o le tasse, e io compirei un torto nei loro confronti se dovessi farlo solo per amore di una donna.
La campana della chiesa ha fatto il rintocco della mezz’ora.
La finestra dell’appartamento di fronte si è illuminata. La nuova dirimpettaia non riesce a dormire. È arrivata da poco, un mese o poco più. Forse è stata trasferita in questa città per lavoro perché, da quando è qui, non ho mai visto nessuno girare per casa.
Ha spento la televisione, quindi adesso si affaccerà alla finestra. Da quando è scoppiato questo caldo incontrarci alla finestra è diventato quasi un appuntamento fisso. Con quella maglietta non è niente male. Forse la usa come camicia da notte; e se fosse una di quelle a cui piace dormire nuda? L’idea mi provoca un brivido di piacere.
Mi ha visto. Come al solito ci salutiamo alzando il bicchiere. Dato che non posso mettermi a parlare a voce alta a quest’ora, le dico che ho caldo gesticolando. Mi ha sorriso e, utilizzando lo stesso metodo, mi sta dicendo che non riesce a dormire per lo stesso motivo: le considerazioni atmosferiche funzionano sempre.
Mi ha fatto capire che se ne va a dormire e mi ha salutato agitando la mano come se, invece che alla finestra, fosse al finestrino del treno che si sta allontanando dalla stazione. Tipo simpatico. Devo trovare il modo di parlarle e magari provare ad invitarla in un bar del centro per fare quattro chiacchiere.
Okay farò in modo di incontrarla, casualmente si intende, e poi vediamo come andrà a finire. Tutto ha una fine, ma non è detto che tutto debba finire con la morte.

Marcello Tropea all’età di quattordici anni ha iniziato a lavorare come ragazzo di bottega in un salone di parrucchiere per signora. Nove anni dopo ha aperto un suo salone di acconciature. Attualmente, per una serie di vicessitudini, svolge la professione come dipendente part-time. La passione per la scrittura è arrivata a piccoli passi, per questo è giunta in età matura. Ha iniziato col scrivere racconti brevi, poi un romanzo di formazione e un poliziesco seriale. (A questa ultima serie appartengono altri tre titoli, inediti.) Gli piace cucinare, l’enologia, la lettura, conversare, ma di più ascoltare le persone, perché dagli altri c’è sempre da imparare. Ha pubblicato Incubo premonitore Todaro editore eValigie senza spago Excogita editore. Oltre a un monologo teatrale, scritto e interpretato da lui stesso dal titolo: Dietro le quinte di un romanzo, portato in scena in alcune sale e circoli culturali.

:: Polly di Marcello Tropea

1 dicembre 2017

polena

Ogni volta che una vedetta della Guardia Costiera, o della Finanza, faceva rotta verso il porto di Lampedusa scortando una delle così dette “ carrette del mare”, Polly era già sulla banchina del porto, nel punto esatto dell’attracco, molto tempo prima che la macchina dei soccorsi si mettesse in moto.
Nessuno sapeva dire con precisione chi fosse quella ragazza dai capelli rossi, dalla carnagione lattea e dal fisico prorompente. Sicuramente non era una del posto, su questo tutti erano d’accordo, per cui doveva trattarsi di una volontaria, una venuta dal nord o chissà da dove; ma in quei momenti di emergenza, poco importava da dove provenisse, o chi fosse, l’importante era che aiutasse ad accogliere quella povera gente, e lei lo sapeva fare molto bene.
Polly non si risparmiava e accudiva, con spirito da crocerossina, quella gente sfinita, dallo sguardo spaventato, seduta con le spalle appoggiate al muro scrostato del molo. Molto spesso, le persone più gravi venivano avvolte in fogli termici colorati che le facevano sembrare tante uova di pasqua.
Lei percepiva la loro sofferenza infinita e cercava di lenirla con un sorriso, una carezza, portando loro viveri e acqua. Parlava con loro e non tratteneva le lacrime quando ascoltava le loro storie, tutte uguali, come tutte le storie di disperazione, di fame e di paura.
Polly era fatta così, sapeva ascoltare, tanto da rendere ogni storia degna di essere ascoltata. Inoltre, era efficiente, discreta, sensibile e bella. Molto bella.
Tutti, sull’isola, erano silenziosamente e rispettosamente innamorati di lei.

Anche Ruggero Camelio, sottotenente di vascello in seconda, trasferito temporaneamente a Lampedusa, era innamorato cotto della ragazza dai capelli rossi. E lui, a differenza degli altri, poteva considerarsi un privilegiato perché, con Polly, una volta ci aveva parlato a lungo.
Era accaduto un sera come tante, al tramonto, quando il sottotenente aveva visto Polly che, in piedi, al limite della banchina, scrutava l’orizzonte.
«Ciao!» le aveva detto, una volta raggiunta.
«Ciao.»
«Ti disturbo se rimango qui?»
«No!»
«Come ti chiami?»
«Polly» aveva risposto lei, senza distogliere lo sguardo dal mare, mentre la brezza le muoveva la chioma tizianesca.
«Io, Ruggero. Piacere.»
La ragazza aveva assentito leggermente con la testa.
«Affascinante, vero?» aveva detto lui, mentre guardava il profilo della ragazza.
«Che cosa è affascinante?»
«Il tramonto. Non stai ammirando il tramonto?»
« No» aveva risposto lei sempre scrutando l’orizzonte, «non mi interessa il tramonto. Tra poco arrivano!»
«Chi arriverà tra poco?»
«Loro, gli schiavi. Tra poco saranno qui e dobbiamo essere pronti.»
«Come fai a saperlo? Io non ho ancora ricevuto nessuna chiamata d’allarme.»
«Tra poco arriveranno da lì» aveva detto lei, puntando l’indice lontano, verso il punto dell’orizzonte dove il sole, di lì a poco, si sarebbe tuffato nel mare.
In quel momento il cellulare di Camelio aveva iniziato a suonare e, non appena chiusa la comunicazione, l’uomo aveva guardato, attonito, la ragazza.
«Chi sei, tu?» aveva chiesto, sgomento.
«Sono Polly, vai ad avvisare tutti gli altri. Muoviti» aveva ingiunto la ragazza, in tono secco, al sottotenente di vascello che, ubbidendo come si fa con un superiore di grado, si era allontanato di corsa.
All’alba le operazioni di soccorso si erano concluse e al porto c’erano solamente gli addetti alla nettezza urbana, il sottotenente di vascello Camelio, che parlava con due finanzieri, visibilmente stravolti dalla fatica, e Polly che, con passo sostenuto, si allontanava.
A quel punto, il sottotenente Camelio, con una scusa si era congedato dai due finanzieri e, discretamente, si era messo a seguire Polly.
L’aveva vista dirigersi verso calle Pisana, poi prendere il sentiero e scendere alla piccola spiaggia di cala Uccello, immergersi in acqua e, infine, sparire.

Per cinque giorni nessun avvistamento aveva sconvolto l’isola e, di conseguenza, per tutti quei giorni Polly non si era fatta vedere. La mattina del sesto giorno, il sottotenente di vascello Camelio mise su un’imbarcazione presa a nolo tutto il necessario per un’immersione, andò al largo della spiaggia di cala Uccello e si calò in acqua.
Perlustrò in lungo e in largo un’ampia zona, nuotando tra cernie e pesci d’ogni, esplorando anfratti e grotte sottomarine con la speranza di trovare qualcosa, anche se non sapeva esattamente cosa.
Improvvisamente gli sembrò di sentire come un’attrazione che lo spingeva verso il basso; allora accese la torcia e si lasciò trasportare da quella specie di corrente discendente.
Quando toccò il fondo, scorse in lontananza un’ombra. Puntò la luce e gli parve di vedere, al di là di una roccia ricoperta di spugne e coralli, qualcosa, una forma, una sorta di profilo. Si avvicinò e, oltrepassato lo scoglio, s’imbatté nella prua di una imbarcazione. Si avvicinò lentamente e, una volta raggiunto il relitto, si trovò davanti una polena. La illuminò. Poi spostò il fascio di luce verso quei pochi resti e vide che, sulla murata, c’era ancora inciso il nome dell’imbarcazione: Polly.
Illuminò di nuovo la statua di legno che artigiani antichi avevano creato, e fece scorrere il fascio di luce sui capelli fluenti, colorati ancora da qualche rimasuglio di rosso e sull’espressione candida che sembrava scrutare l’orizzonte.
Camelio sorrise e, mentre con una timida carezza sfiorava quel viso, gli sembrò che la polena gli rivolgesse un timido, sorridente cenno d’intesa.

Marcello Tropea all’età di quattordici anni ha iniziato a lavorare come ragazzo di bottega in un salone di parrucchiere per signora. Nove anni dopo ha aperto un suo salone di acconciature. Attualmente, per una serie di vicessitudini, svolge la professione come dipendente part-time. La passione per la scrittura è arrivata a piccoli passi, per questo è giunta in età matura. Ha iniziato col scrivere racconti brevi, poi un romanzo di formazione e un poliziesco seriale. (A questa ultima serie appartengono altri tre titoli, inediti.) Gli piace cucinare, l’enologia, la lettura, conversare, ma di più ascoltare le persone, perché dagli altri c’è sempre da imparare. Ha pubblicato Incubo premonitore Todaro editore eValigie senza spago Excogita editore. Oltre a un monologo teatrale, scritto e interpretato da lui stesso dal titolo: Dietro le quinte di un romanzo, portato in scena in alcune sale e circoli culturali.

:: Il mio amico Edo – Storia breve di un uomo e del suo pastore tedesco, Marcello Tropea

29 settembre 2017

Ho ricevuto un regalo.
Strano, oggi non è né Natale né il mio compleanno.
Comunque è bello ricevere un dono, soprattutto quando non è legato a nessuna ricorrenza. Accidenti, adesso però mi tocca ricambiare! A questo penserò dopo.
Cosa sarà? Cioccolatini non credo, troppo pesante e troppo piccolo. Una cornice in argento? No, chi mi ha fatto il regalo non regala oggetti del genere. Forse potrebbe essere un portafoto digitale, di quelli che ci carichi le fotografie e loro scorrono in continuazione? Ecco, forse questo sì, perché una volta, mentre parlavamo di cose inutili, io ho messo tra i primi posti proprio questo oggetto e, visto che la persona è di quelle spiritose, ha pensato bene di farmi… No, dai, non avrebbe senso. Ci sono, è un libro, c’ho girato intorno un po’ ma, dal peso e dal formato, non ho dubbi. E poi chi ha pensato a me lo sa bene che il libro è sempre un regalo molto gradito. Temporeggio a scartarlo perché voglio godermi ancora qualche secondo di emozione: ma sì, dai, lo apro. Godo nello strappare la carta, la frantumo come se fossi in preda ad una eccitazione incontenibile, mica come quelli che scartano i doni con cura per poi conservare tutto, dal fiocco allo scotch. No, non è un libro ma un diario rilegato in pelle e con tanto di serratura. Ho capito, dentro ci sono scritti i ricordi o gli appunti di uno scrittore famoso. Gli editori si inventano di tutto pur di vendere libri. No, è intonso. È evidente, si tratta di uno scherzo, una cosa del genere la si regala ad un adolescente, mica ad uno della mia età. Un diario, che razza di idea.
Una volta il diario era come uno psicoterapeuta, tu ti sfogavi e lui raccoglieva tutte le tue paturnie giovanili senza giudicarti, ma anche senza darti soluzioni perché, le risposte, te le saresti date qualche tempo dopo da solo. Oggi, invece, se hai voglia di sfogarti con qualcuno, vai dallo psicologo che, a pagamento, è ben lieto di ascoltarti per mezz’ora. Mi sono sempre chiesto come si fa a parlare a ruota libera con uno che non sai mai se ti sta ascoltando oppure se sta pensando alla litigata fatta con la moglie prima di uscire di casa.
Quando ero giovane, lo psicologo, il confessore e il consigliere erano racchiusi in una persona sola: l’amico. Con l’amico sì che lo scambio di segreti è alla pari, lui conosce i tuoi e tu conosci i suoi. Con l’amico, di tutto quello che ci si è detto non rimane traccia, altro che scrivere sul diario. Però, c’è sempre un però, bisogna sempre fare molta attenzione a cosa si confida perché l’amicizia, come il matrimonio, può esaurirsi o peggio frantumarsi e, se mai accadesse, i segreti confidati potrebbero trasformarsi in un’arma micidiale.
E io, sono stato sempre un buon amico? Credo di sì, anche se quella volta con Edo…
Accidenti, questo coso che ho davanti comincia a darmi sui nervi, l’ho appena aperto e già cerca di spillarmi segreti. Ecco, adesso non posso più fare a meno di ripensare al mio amico e al giorno in cui è nata la nostra amicizia.
Edo, con cui ho diviso una ineguagliabile amicizia per tredici brevi anni, era uno splendido esemplare di pastore tedesco.
È passato molto tempo da quel giorno, ma il ricordo è sempre vivo.
A quel tempo vivevo da solo in una grande casa e decisi di avere un cane da guardia. Sull’elenco telefonico cercai un allevamento di pastori tedeschi nella zona e ci andai. L’allevatore mi fece vedere dei cuccioli pronti per l’adozione, erano tanti e tutti belli e allegri. Io ero indeciso su chi scegliere ma, a togliermi dall’impiccio, fu un cucciolo che lasciò la compagnia, ci raggiunse e si sedette vicino ai miei piedi. Mi aveva scelto, e io non sarei uscito da quel luogo senza quel cucciolo in braccio.
Prendermi cura di lui fu magnifico. Ogni mattina uscivo di casa per andare al lavoro con la tristezza di doverlo lasciare solo e rientravo la sera con la frenesia di rivederlo; poi risolsi il problema portandomelo in ufficio. Edo diventò subito la mascotte dei miei collaboratori e, come per magia, lavorare in ufficio fu più piacevole per tutti. Edo girava per le scrivanie e, oltre alle coccole, si prendeva anche qualche bocconcino che i miei impiegati portavano per lui. Insomma, quelle micropause si rivelarono un vero toccasana per l’ambiente lavorativo.
Non ci crederete ma Edo, oltre a diventare la mia ombra, fu anche il mio confessore. Sì, è così, a lui dicevo qualunque cosa e, da come mi guardava, avevo l’impressione che mi ascoltasse con interesse. Lo so che può sembrare bizzarro che un cane ascolti con pazienza fiumi di parole, ma lui lo faceva, che ci crediate o no. Ma la vita di un cane corre veloce e Edo diventò troppo presto vecchio e malato.
Fino ai dodici anni portava con dignità la sua vecchiaia ma, al tredicesimo compleanno, ci fu l’inesorabile tracollo. Nell’ultimo mese di vita, poi, non camminava quasi più per i dolori e, non so se perché era diventato sordo, oppure voleva solamente essere lasciato in pace, non rispondeva ai miei richiami. Mangiava a stento ciò di cui era ghiotto e ben presto il suo fisico diventò emaciato. Vederlo così mi dava angoscia e sofferenza così, un giorno, decisi di mettere fine a quella tortura. Faticai non poco a convincere il veterinario ma alla fine, dopo che lo visitò, accettò di compiere l’azione pietosa, anche se a malincuore. Mi ricordo che, mentre il medico preparava l’iniezione, Edo alzò la testa e mi guardò per un attimo, forse per l’ultimo saluto o forse per dirmi che non era d’accordo su quello che avevo deciso per lui, chi lo sa. Poi, quando il dottore gli si avvicinò, lui tentò un ringhio, anche se sembrava più un rantolo e io, mentre affondavo le mani nel suo pelo ormai opaco, vigliaccamente cercavo di tranquillizzarlo dicendogli di stare buono. Poi il barbiturico entrò nel suo corpo e tutto finì.
Io lo butto questo accidenti di diario! Ma perché me l’hanno regalato? Io non voglio ricordare né Edo né nessun altro. Il passato è tossico e non fa bene alla salute.
Un momento però, forse il passato sarà anche tossico, ma i ricordi? No, loro adesso mi sembrano salutari e, ricordando Edo, ho avuto la prova che i ricordi, se stuzzicati, ritornano intatti con tutto il loro bagaglio di emozioni. Accidenti, stai a vedere che ripercorrere il proprio vissuto può essere anche terapeutico.
E se questo regalo non fosse altro che un consiglio subliminale per dirmi di trasformare il mio bighellonare quotidiano in qualcosa di più utile scrivendo le mie memorie? In fondo, nella mia vita, di cose interessanti che meritano una riesumazione ce ne sono, e mica poche.
Accidenti a me, a questo stramaledetto diario e a chi me l’ha regalato. Va bene, scriverò la mia storia e la inizierò partendo da Edo, glielo devo. Dunque, come si inizia a scrivere un’autobiografia? Ancora devo iniziare e ho già difficoltà. Al diavolo, adesso questo coso lo brucio, così ho risolto il problema. Calma, ci vuole tempo e pazienza, in fondo non sono mica Hermann Hesse.
Okay, proviamo così: Il mio amico Edo…

Marcello Tropea all’età di quattordici anni ha iniziato a lavorare come ragazzo di bottega in un salone di parrucchiere per signora. Nove anni dopo ha aperto un suo salone di acconciature. Attualmente, per una serie di vicessitudini, svolge la professione come dipendente part-time. La passione per la scrittura è arrivata a piccoli passi, per questo è giunta in età matura. Ha iniziato col scrivere racconti brevi, poi un romanzo di formazione e un poliziesco seriale. (A questa ultima serie appartengono altri tre titoli, inediti.) Gli piace cucinare, l’enologia, la lettura, conversare, ma di più ascoltare le persone, perché dagli altri c’è sempre da imparare. Ha pubblicato Incubo premonitore Todaro editore e Valigie senza spago Excogita editore. Oltre a un monologo teatrale, scritto e interpretato da lui stesso dal titolo: Dietro le quinte di un romanzo, portato in scena in alcune sale e circoli culturali.

:: Pazzo per gli oggetti, Marcello Tropea

13 gennaio 2017

cu

La sveglia suona puntuale.
Mi alzo.
Un po’ smarrito guardo la stanza e il disordine che rispecchia il mio personale senso dell’ordine.
Mi trascino in bagno.
Il water è pronto a ricevere i miei residui organici. Il suo è un compito impegnativo. Chissà se si sente inferiore al lavandino, allo specchio, al bidet o alla vasca da bagno. Dovrei consolarlo? Ma come si consola un oggetto che raccoglie escrementi?
Esco dal bagno con addosso un vago senso di colpa per aver umiliato il cesso e vado in cucina. Metto sul fuoco la caffettiera e apparecchio il tavolo con la solita tazza, la zuccheriera, il cucchiaino, il tovagliolo e il bricco del latte. Gli oggetti sono sempre a disposizione. Ma quanti ne ho in casa? Dieci, cento, mille? Non ci ho mai pensato, ho dato sempre per scontato che ci sono senza mai pensare al loro numero e alla loro utilità. Faccio colazione con calma, da oggi sono in ferie. Restare nel proprio appartamento quando si è in vacanza è come essere ai domiciliari. C’è da impazzire.
Gli oggetti sono come la servitù, conoscono ogni segreto della vita privata del padrone. A questa cosa ci faccio caso solo adesso, quando li ho visti esposti, lucidi e ben illuminati me li sono portati a casa senza pensare alla loro potenziale pericolosità. Guardo gli oggetti che ho appoggiato sul tavolo e di rimando mi sento osservato. Non mi devo far condizionare, loro sono solo manufatti innocui mica delle spie pronte a spifferare le mie debolezze e le mie intimità a chissà chi, dai! Anche se, a pensarci bene, la lavatrice, per esempio, sa quando cambio le lenzuola, se ho camicie di buona qualità, se sono andato in palestra e quanto ho sudato, se oltre la mia biancheria le faccio lavare quella di un ospite o di qualche amica e anche quante volte mi cambio le mutande. Quella troia potrebbe sputtanarmi quando vuole. E pensare che le do pure l’anticalcare.
Anche il cesso è una spia, ma certo! Quel mangiamerda sa se evacuo regolarmente, se sono stitico o se ho la dissenteria. Per non parlare degli attacchi di aerofagia.
Allora anche il letto potrebbe… Dio mio, anche lui. In effetti sa a che ora vado a dormire, se russo e se scoreggio di notte. Sa anche con chi faccio l’amore e, soprattutto, come e quando lo faccio. Chissà che risate si sarà fatto con l’armadio, i comodini, le tende, i tappeti e le abatjour quando le cose non sono andate come sarebbero dovute andare. Bastardi.
Sul fatto che il televisore fosse il manipolatore delle masse per eccellenza, colui che trasforma la grigia realtà quotidiana in milioni di pixel colorati, in verità lo sapevo già da un pezzo. E del lettore dvd, la radio e lo stereo cosa ne devo fare?
Ho fatto bene a non andare al mare.
Il frigorifero si è messo in moto come se avesse un sussulto. Forse si sta lamentando con il microonde perché è sempre vuoto. Sono giorni che lo tengo d’occhio, da quando trovo sul pavimento chiazze d’acqua. Mi manifesta il suo malcontento con l’incontinenza. Da lui non me lo sarei mai aspettato, così imponente, distaccato. Freddo. Beh, per essere freddo è freddo, comunque lui sa come mi nutro. Ci sono anche il minipimer, il frullatore, le pentole, l’aspirapolvere, il ferro da stiro, la radiosveglia e tutti gli altri.
Cellule dormienti. Sì, cellule dormienti pronte ad entrare in azione per avere il potere assoluto su di me.
Un colpo di stato.
Devo fare qualcosa, è evidente. E devo farlo con disinvoltura e finta amicizia se voglio individuare chi potrebbe essere il loro capo. Perché è risaputo che i capi sono subdoli e ammaliatori. Chi sarà il monarca, il condottiero, il Napoleone  degli inanimati?
Ma sì, eccolo lì, come ho fatto ad non arrivarci subito. È sempre così: quelli a cui manifesti affetto e confidi segreti che non avresti mai affidato nemmeno alla riservatezza di un confessionale, sono i primi a tradirti.
Cristo, non solo mi sono portato in casa il più pericoloso ma gli ho anche attivato l’occhio. Ma adesso che ti ho beccato, appena avrò finito di bere il caffè, agirò come Ulisse: hai un solo occhio? Bene, io prima te lo acceco e poi ti formatto l’hard disk. Ti cancello tutto. Tutto! E finalmente tornerò padrone della mia vita privata.
A noi due, computer.
Click.
Formattare?
Sì.
Click.
Formattazione in corso ATTENDERE PREGO…
Fai con comodo. Io, intanto, me la rido. Ahahah!
Ho sedato una probabile rivolta. Adesso siete di nuovo tutti miei.
Tranquilli, nessuna paura, un capo deve saper perdonare. Anche tu, frigorifero, non avere più paura, sei salvo. Però adesso non pisciarti più addosso, d’accordo?
Ho fatto bene a non partire per le vacanze, adesso ho tutto sotto controllo.
Tranquillo frigorifero, tranquilla lavatrice…
Ho fatto bene a non partire per le vacanze.
Adesso ho tutto sotto controllo.

Marcello Tropea: all’età di quattordici anni ho iniziato a lavorare come ragazzo di bottega in un salone di parrucchiere per signora. Nove anni dopo ho aperto un mio salone di acconciature. Attualmente, per una serie di vicissitudini avverse, svolgo la professione come dipendente part-time.
La passione per la scrittura è arrivata a piccoli passi, per questo è giunta in età matura. Ho iniziato col scrivere racconti brevi, poi un romanzo di formazione e un poliziesco seriale.
Mi piace cucinare, l’enologia, la lettura, conversare ma di più ascoltare le persone che mi arricchiscono col loro sapere.