:: Sesto piano di Marcello Tropea

by

Parigi

Mi hai lasciato solo a navigare nel mare tempestoso
e nero come l’inchiostro.
Stella polare, senza di te ho paura di queste onde.
Stella polare dove sei, torna da me e guidami verso un
nuovo approdo sicuro.
Stella polare…

Meglio lasciar perdere, scrivere poesie non è cosa per me.
E poi perché dovrei scrivere una poesia a quella stronza che se n’è andata sbattendo la porta?
Non mi amava più, e ovviamente la colpa di questo suo disamore è solo mia.
− Ti sei trasformato in un personaggio mitologico: metà uomo e metà poltrona – continuava a ripetermi come un mantra.
Eppure era stata lei a dirmi che dovevo cambiare perché, alla mia età, non si vive solo di feste, amici, aperitivi e fine settimana al mare o in montagna. Così l’ho accontentata, mi sono lasciato plasmare dai sui desideri, e quando sono diventato quello che lei voleva, mi ha liquidato su due piedi con la scusa che non ero più quell’uomo affascinante ed estroverso che aveva conosciuto. La realtà però è che se n’è andata perché sono caduto in disgrazia, e una come lei non ci sta con uno squattrinato.
Solo che adesso sono rimasto solo, senza donna, senza amici, senza soldi ma con un lavoro di merda.
Però mi manca, accidenti se mi manca.
Potrei finire la poesia che ho iniziato e fargliela trovare tra il parabrezza e il tergicristallo: a lei piacciono da impazzire i gesti d’amore zuccherosi.
No dai, sarei ridicolo. Come minimo, dopo che avrà letto i versi scoppierà a ridere come una matta. Meglio lasciar perdere, non sono dell’animo giusto per sopportare lo sberleffo. Dio mio, quanto mi piaceva vederla ridere di gusto.
Però la poesia potrei scrivergliela con un punteruolo sul cofano della macchina, così di sicuro non si metterà a ridere e capirà quanto sto soffrendo. Questa sì che potrebbe essere una buona idea. Meglio di no, ma solo perché so già che andrebbe a finire che le devo pagare pure i danni.
Sono le due di notte e, anche se sono al sesto piano, non c’è un alito di vento. Mi verso ancora un po’ di whisky nel bicchiere e vado sul balcone.
Se per mettere giù quelle tre righe mi sono scolato mezza bottiglia, quanto beve un poeta per scrivere una poesia intera? Non importa, non è l’ora di matematica.
La colpa, se non arriva un refolo d’aria, è del palazzo che hanno costruito di fronte: fa da paravento. È così vicino che basta affacciarsi per curiosare negli appartamenti altrui. Prima o poi li arresteranno questi assessori che concedono licenze edilizie “ad minchiam”.
Chissà cosa starà facendo lei adesso. Beh, vista l’ora, magari dorme. Mi piaceva vederla dormire, stavo delle ore a guardarla, mentre adesso sono gli occhi di un altro a farlo.
E se invece di dormire sta facendo l’amore con quello stronzo che me l’ha portata via? Appena mi capita sotto mano giuro che lo ammazzo, così come ammazzerò tutti quelli che frequenterà: “O con me o con nessun altro”.
Oddio, non è che posso fare una carneficina solo perché mi ha lasciato. Allora uccido lei, così faccio fuori solo una persona. No, non ci riuscirei mai a farle del male, e poi sai che casino salterebbe fuori, già me li vedo i titoli dei giornali: un altro orco uccide una donna per amore, basta con il femminicidio!
Certo che il whisky ne fa dire di sciocchezze.
C’è un silenzio quasi innaturale. Il cielo è tempestato di stelle e la luna sembra una palla d’avorio. È bella l’estate, ma senza di lei la mia vita è un eterno inverno.
Un alito di vento, saturo di profumo di fiori d’acacia, mi ha accarezzato. Da quanto tempo è che non lo sentivo così inteso? Lei andava pazza per il profumo dei fiori. Ogni volta che arrivavo a casa con un mazzo lei trasformava il letto come un prato e poi ci facevamo l’amore con passione sanscrita. Se penso che adesso metterà in pratica le nostre acrobazie con quell’altro, mi fa andare fuori di matto.
Un altro sorso, poi basta.
E, se invece di fare tutto quel macello, mi buttassi giù? Che ci vuole: prima scrivo due righe, poi prendo la rincorsa e faccio finta di saltare una staccionata. Oppure potrei anche lasciarmi cadere come un sacco di patate: in fondo non è il modo ma il gesto che conta. Quanto tempo potrei impiegare a fare sei piani in caduta libera, forse tre o quattro secondi? Ma sì, facciamola finita, tanto che senso ha vivere se lei non è più qui con me? Non mi ami più? E allora io mi uccido, così ti porterai il rimorso per avermi lasciato per tutta la vita: la tua vita! Niente male come punizione.
Certo che se mi buttassi di sotto potrei suscitare incomprensioni, ilarità e soprattutto sberleffo con la solita battuta che quando una donna tradisce ti mette le corna e non le ali.
Potrei fregarli tutti facendomi penzolare dal balcone: impiccarsi è un gesto plateale molto più impressionante di uno che ha fatto un salto nel vuoto. Tutto sommato è anche abbastanza semplice: prendo un lenzuolo, lego ben stretto un lembo alla ringhiera e l’altro al collo e… oplà, fatto.
Già mi immagino domattina quella rompiscatole del piano di sotto che, appena vede le mie gambe penzolare, telefona all’amministratore per lamentarsi che mi sono steso nell’orario non previsto dal regolamento condominiale. Meglio lasciar perdere: per suicidarsi, oltre ad avere coraggio, bisogna fregarsene altamente delle regole e dei giudizi degli altri.
E se poi lei, invece del rimorso utilizzasse il mio gesto estremo per vantarsi che un uomo si è addirittura suicidato per lei? Non c’è niente da fare, come la giro e la rigiro tutto va a mio discapito. Va bene, rinuncio al suicidio, non posso certo darle anche questa soddisfazione. E poi in questo periodo c’è già troppa gente che si ammazza. Non passa giorno che persone disperate si tolgono la vita perché hanno perso il lavoro, oppure perché non sanno come fare per pagare i debiti, o le tasse, e io compirei un torto nei loro confronti se dovessi farlo solo per amore di una donna.
La campana della chiesa ha fatto il rintocco della mezz’ora.
La finestra dell’appartamento di fronte si è illuminata. La nuova dirimpettaia non riesce a dormire. È arrivata da poco, un mese o poco più. Forse è stata trasferita in questa città per lavoro perché, da quando è qui, non ho mai visto nessuno girare per casa.
Ha spento la televisione, quindi adesso si affaccerà alla finestra. Da quando è scoppiato questo caldo incontrarci alla finestra è diventato quasi un appuntamento fisso. Con quella maglietta non è niente male. Forse la usa come camicia da notte; e se fosse una di quelle a cui piace dormire nuda? L’idea mi provoca un brivido di piacere.
Mi ha visto. Come al solito ci salutiamo alzando il bicchiere. Dato che non posso mettermi a parlare a voce alta a quest’ora, le dico che ho caldo gesticolando. Mi ha sorriso e, utilizzando lo stesso metodo, mi sta dicendo che non riesce a dormire per lo stesso motivo: le considerazioni atmosferiche funzionano sempre.
Mi ha fatto capire che se ne va a dormire e mi ha salutato agitando la mano come se, invece che alla finestra, fosse al finestrino del treno che si sta allontanando dalla stazione. Tipo simpatico. Devo trovare il modo di parlarle e magari provare ad invitarla in un bar del centro per fare quattro chiacchiere.
Okay farò in modo di incontrarla, casualmente si intende, e poi vediamo come andrà a finire. Tutto ha una fine, ma non è detto che tutto debba finire con la morte.

Marcello Tropea all’età di quattordici anni ha iniziato a lavorare come ragazzo di bottega in un salone di parrucchiere per signora. Nove anni dopo ha aperto un suo salone di acconciature. Attualmente, per una serie di vicessitudini, svolge la professione come dipendente part-time. La passione per la scrittura è arrivata a piccoli passi, per questo è giunta in età matura. Ha iniziato col scrivere racconti brevi, poi un romanzo di formazione e un poliziesco seriale. (A questa ultima serie appartengono altri tre titoli, inediti.) Gli piace cucinare, l’enologia, la lettura, conversare, ma di più ascoltare le persone, perché dagli altri c’è sempre da imparare. Ha pubblicato Incubo premonitore Todaro editore eValigie senza spago Excogita editore. Oltre a un monologo teatrale, scritto e interpretato da lui stesso dal titolo: Dietro le quinte di un romanzo, portato in scena in alcune sale e circoli culturali.

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