:: Un’ intervista con Lucia Patrizi

nightbird-coverBenvenuta Lucia su Liberi di scrivere e grazie per aver accettato la mia intervista. Sono felice di poterti presentare ai lettori di Liberi, anche se è possibile che conoscano già il tuo blog di cinema e la tua capacità di fare magie con le parole. Allora sarà un’ intervista classica, spero il più completa possibile. Iniziamo con la prima domanda di rito: a ruota libera, parlaci di te, raccontati ai nostri lettori.

Prima di tutto, grazie per la possibilità di questa chiacchierata, a te ai lettori del blog. Non ho moltissimo da dire su di me e, anzi, mi imbarazza anche un po’ raccontarmi, ma ci posso provare: di lavoro faccio l’assistente al montaggio, che è un mestiere molto complicato da spiegare ed è attinente alla post-produzione cinematografica; sono una ciclista urbana a Roma, il che sta a significare che non ho un grande interesse a vivere a lungo, ipotesi suffragata anche dal fatto che vado spesso sott’acqua. Per il resto, divoro film dell’orrore dalla mattina alla sera e cerco di comunicare agli altri questa mia passione enorme per il macabro con il blog. Credo sia tutto.

Come è nato il tuo interesse per la scrittura e la letteratura in genere?

Ho ricordi abbastanza vaghi, da questo punto di vista. So che leggere mi ha sempre divertita molto e che scrivere è diventata una conseguenza naturale, per capire se poteva essere altrettanto divertente o anche di più. Se sono qui, è perché è stato davvero tanto divertente!

Quale è il tuo primo lavoro scritto? Come sei arrivata alla pubblicazione?

Ho prima pubblicato da indipendente due romanzi, My Little Moray Eel e Il Posto delle Onde. Poi, un bel giorno di circa due anni e mezzo fa, Samuel Marolla di Acheron Books mi contatta privatamente su Facebook e mi chiede se ho voglia di scrivere qualcosa per la casa editrice, all’epoca molto giovane.
Ho risposto immediatamente sì, saltellando felice per tutta casa, perché stimo davvero Samuel e sono per prima cosa una sua lettrice, e perché la Acheron ha una gran bella scuderia di autori.

Quali sono i tuoi scrittori preferiti? Chi pensi abbia influenzato la tua scrittura?

Questa non è una domanda facile: io non ho scrittori preferiti, o meglio, ce li ho, ma variano a seconda dei periodi della mia vita, nonché a seconda di quello che sto scrivendo in quel determinato periodo. Credo che però, se proprio devo fare dei nomi, dico subito Virginia Woolf e H.P. Lovecraft.
L’influenza del secondo è palese, nonché perenne, in qualunque cosa io abbia scritto: che si tratti di fantascienza, fanta-horror o horror puro, Lovecraft c’è sempre, da lui non riesco (e non voglio neanche) a sfuggire.
Con Virginia Woolf si tratta di una rete di riferimenti più sottile. Lei mi ha insegnato il ritmo della scrittura, soprattutto nei suoi romanzi più complessi e per alcuni ostici come Le Onde.
Passando poi a un tipo di narrativa più in linea con quello che scrivo io, mi ha formata tutta quell’ondata di scrittori horror pubblicati anche in Italia negli anni ‘80 e fino ai primi ‘90. Non solo King, quindi, ma anche Simmons, McCammon, Herbert, Campbell e colleghi vari. Ricordo quel periodo con grande piacere, quando entravi in una libreria e trovavi tutto l’horror di cui avevi bisogno.

Sul tuo blog “Il giorno degli zombie” ti occupi prevalentemente di cinema horror ma anche di libri. Quindi sei la persona più indicata per parlarci del legame tra letteratura e cinema. Ritieni il tuo stile cinematografico? Mentre scrivi ragioni ad immagini, scene?

Non ritengo il mio stile particolarmente cinematografico. Di sicuro ci sono delle suggestioni visive molto forti, ma non parlerei di scrittura cinematografica. Non sono sintetica come dovrebbe essere una sceneggiatura e sono tutt’altro che un’ottima dialoghista.
Però cerco di usare, quando scrivo, alcuni trucchi che ho mutuato dal mio lavoro al montaggio. Come dicevo prima, quella del montaggio è una fase che si conosce poco, non è approfondita e rimane per molti un mistero. Non è attaccare i pezzi di un film; il montaggio è prima di tutto narrazione. Una volta che il regista ha finito di girare e si hanno a disposizione tutte le inquadrature e i punti di vista, arriva il momento che quella massa informe di scene diventi racconto. E qui interviene il montaggio, nella scelta di cosa far vedere e cosa nascondere, nei tempi e nei ritmi della narrazione, nella durata di una singola inquadratura che può spostare gli equilibri di tutto il film in un senso o nell’altro.
Io cerco sempre di riportare questo modo di narrare anche quando scrivo i miei romanzi: ogni segno di interpunzione è uno stacco, per esempio, come la struttura (che io utilizzo sempre) a piani temporali diversi, è montaggio alternato tra presente e passato. In questo senso sì, il cinema è un ottimo strumento per imparare il racconto, soprattutto quando si tratta di tagliare.

Quale strumento di scrittura preferisci usare, la penna, il computer o la macchina da scrivere?

Uso sempre il pc. Magari butto giù qualcosa a penna, ma non è una cosa che faccio spesso, anche perché ho una grafia brutta e ai limiti dell’incomprensibile. Quando ero piccola ho avuto parecchie macchine da scrivere, ma dal mio primo pc in poi, non ho più voluto usare altro.

Durante la stesura di un libro preferisci occuparti della descrizione dei luoghi, della descrizione dei personaggi, o dei dialoghi?

La descrizione dei luoghi è una cosa che diverte soprattutto lo scrittore e un po’ meno il lettore, credo. A me piace, ma cerco sempre di non appesantire più di tanto e di non essere troppo dettagliata. I dialoghi sono il mio punto debole e mi costano sempre una fatica enorme, mentre credo che il mio punto di forza siano i personaggi. O almeno lo spero vivamente!

Il talento per te cos’è? Cosa differenzia un autore dotato della capacità di raccontare storie che catturino il lettore da un autore privo di questo dono. Il talento è più un dono o duro lavoro?

Il talento è un concetto sfuggente che può voler dire tutto e il contrario di tutto. A mio parere, parlare di talento non ha molto senso. E qui vorrei chiamare in causa King che paragonava il talento a un coltellaccio dalla lama smussata. Mi sembra un paragone molto calzante. Puoi avere un machete o un bisturi, ma se non fai una fatica immane per rendere lo strumento affilato, non ci taglierai neanche un panetto di burro.
Più che di talento, forse si potrebbe parlare di predisposizione, un qualcosa verso cui siamo naturalmente attratti e che magari ci rende piacevole anche la fatica. Mi diverto così tanto a scrivere che non mi pesa mai, anche se è stancante e, a volte, addirittura sfiancate. Ma se non mi divertissi, non credo ne varrebbe la pena, proprio perché non è che mi siedo alla scrivania e il romanzo si scrive da sé in virtù di chissà quale genio che sgorga dalle mie dita. Non è così, è una faccenda laboriosa e anche il cosiddetto talento, se non viene continuamente esercitato, evapora.

Cosa pensi delle eroine femminili nel fantastico? Pensi che i personaggi femminili siano giustamente valorizzati, o ancora relegati in nicchie piuttosto stereotipate? Sei femminista?

Sono una donna, quindi sono femminista. Per quanto mi riguarda, tra le due cose c’è un’identità assoluta.
Per quanto riguarda le eroine femminili, ci sono sempre state e hanno lasciato tracce profonde, come del resto non sono mai mancate le voci femminili. Ma c’è di sicuro un problema di marginalità, soprattutto in Italia, dove si tende a ragionare un po’ troppo a compartimenti stagni, e si tende a dividere la letteratura (ma anche il cinema) in “femminile” e “maschile”, come se le donne dovessero scrivere solo per donne e gli uomini solo per gli uomini.
Per quel che mi è dato di vedere, la maggior parte dei miei lettori sono uomini o almeno lo sono quelli che si fanno sentire tramite commenti e recensioni. Eppure la mia narrativa potrebbe essere categorizzata come prettamente femminile, dato che ho sempre raccontato storie di donne.
La marginalità delle protagoniste femminili rispetto ai protagonisti maschili è un qualcosa che deriva non dalla mancanza di autrici ma dal mercato, che si preferisce indirizzare a un pubblico maschile, con l’errata convinzione che un uomo preferisca leggere di protagonisti del suo stesso genere.
Questa cosa è stata molto evidente, più che in letteratura che sta sempre una decina di passi avanti, nel cinema fantastico, dove le cose stanno iniziando a cambiare solo oggi e con grande fatica. Parlando di blockbuster milionari, ci sono voluti circa 20 anni perché se ne affidasse uno a una regista donna (Wonder Woman) e il suo successo stratosferico spero apra molte porte, in ogni ambito.

Hai mai pensato di scrivere una sceneggiatura tutta tua?

Sì, ci ho pensato, però poi mi sono sempre fermata perché le cose che scrivo io tendono a essere molto costose e rimarrebbero progetti irrealizzabili. Scrivere per il cinema richiede un senso pratico molto spiccato, che consiste nel sapere cosa si potrà mettere in scena. Ci sono dei limiti ben precisi. Con il progresso degli effetti speciali ormai rimane molto poco di infilmabile, ma io scrivo e lavoro in un contesto molto specifico, che è quello italiano, e se mi viene in mente una storia con un mostro tentacolare, so già in partenza che non la si potrà mai far diventare un film.

Dopo due libri autoprodotti My little Moray Eel e Il posto delle onde è appena uscito per Acheron Book Nightbird. Ce ne vuoi parlare?

Nei miei due precedenti romanzi ho raccontato soprattutto il mare. Come dicevo prima, faccio immersioni da quando sono bambina e ho un rapporto molto particolare con l’acqua e le sue creature. Possiamo dire che Il Posto e la Murena rappresentano un dittico e sono anche collegati tra loro. Appartengono anche più alla sci-fi che all’horror, anche se Il Posto ha parecchi elementi che lo avvicinano alla narrativa dell’orrore.
Con Nightbird ho cambiato completamente ambientazione e ho cercato di affrontare un genere, il gotico, a cui non avevo mai messo mano. È principalmente una ghost story e ho inserito volutamente ogni situazione tipica del genere di appartenenza: c’è una protagonista che vede i fantasmi, un’agenzia che si occupa di infestazioni, uno spettro che fa da guida e coscienza personale alla protagonista e sono presenti tutti gli elementi distintivi delle classiche storie di fantasmi. Ma ho anche voluto calare il tutto nella contemporaneità, dare una connotazione ambientale molto spiccata, parlare della mia città e di come la si vive in sella a una bicicletta.
E poi c’è una storia d’amore omosessuale, un altro tema ricorrente delle cose che scrivo. Ma questa volta è più conflittuale, perché Nightbird parla del nostro mondo e del nostro paese, dove essere omosessuali è ancora un problema. Non mi piace essere troppo autobiografica, però, da omosessuale io stessa, ho voluto cercare di raccontare cosa significa venire a patti con la propria identità, e quanto sia difficile viverla. Spero sempre che Nightbird venga letto da qualche ragazza molto giovane, com’è giovane la protagonista Irene, che magari ha difficoltà ad accettarsi, e le dia una speranza.

Una storia di fantasmi, dunque. Le ghost story sono una nicchia molto particolare del fantastico, che se vogliamo ha una tradizione molto antica, nell’antica Roma si narravano storie di fantasmi, nella Cina antica anche moltissime. Pensi sia una forma molto sofisticata d’arte nata per esorcizzare la paura dell’ignoto, della morte?

Tutta la narrativa dell’orrore serve a quello, a guardare la morte in faccia, che poi è un tema, quello della nostra mortalità, che percorre l’intera storia della letteratura. Ma l’horror in realtà affronta la morte a muso duro, senza addolcirla con considerazioni filosofiche, parla dell’evidenza fisica della morte, della sua realtà concreta e orribile. Non esiste forma di racconto più viscerale di quello dell’orrore: ci grida a ogni riga che un giorno moriremo.
La ghost story, in questo contesto, tende a lavorare però su un piano diverso, perché implica che, accanto alla mortalità, ci sia anche l’immortalità, il sopravvivere in una forma incorporea ed eterna. Ma è comunque un monito, perché il fantasma è per sua stessa natura, anche quando non è necessariamente una presenza malvagia, è una figura di una tristezza e di una malinconia infinita. Rappresenta, credo, quello che abbiamo perduto e che non ci verrà mai più restituito.

Parlaci dei personaggi principali, come li hai caratterizzati?

I personaggi principali in Nightbird sono due, un fantasma, Giada, che conosceremo da viva attraverso i flashback, e l’io narrante, Irene. Con Giada ho voluto fare un’operazione diversa dal solito, perché i miei personaggi di solito sono tendenzialmente ombrosi, di poche parole e malinconici. Invece Giada è la solarità fatta persona e mantiene questa caratteristica anche da ectoplasma. Irene invece è una ragazza giovanissima che si ritrova a innamorarsi di una donna più grande di lei e vive questa storia con angoscia e terrore assoluti. È un personaggio in trappola, che magari non batte ciglio di fronte a un fantasma, ma si blocca quando deve ammettere di amare una persona del suo stesso sesso. Le interazioni tra le due, sia prima che dopo la morte di Giada, i loro scambi di battute, il conflitto di mentalità, sono la vera anima del romanzo.

Cosa stai leggendo in questo momento?

Sto rileggendo un vecchio romanzo horror degli anni ’70, La Festa del Raccolto di Thomas Tryon e, contemporaneamente, un horror pubblicato da pochissimo, Il Piatto delle Ossa, di Marco Siena.

Hai una routine fissa di scrittura, una tazza portafortuna, una musica di sottofondo mentre crei le tue storie? Che musica useresti come colonna sonora di Nightbird?

Non ho una vera e propria routine, forse perché la scrittura non è il mio lavoro principale e sono costretta e dedicarmici o nei fine settimana o nelle pause tra un film e l’altro, che mi pagano affitto e bollette. E comunque ho un modo di fare abbastanza caotico e disorganizzato, mi riesce difficile fare programmi.
Nightbird ha una playlist tutta sua, perché io scrivo sempre con la musica. Nel caso specifico, il titolo del romanzo è una canzone di Stevie Nicks, che mi ha accompagnata per tutta la stesura.
I Fleetwood Mac sono sempre presenti nelle cose che scrivo. E a un certo punto di ogni mio romanzo, un personaggio ascolta Songbird. È una specie di marchio di fabbrica, la mia firma.

In un’ intervista a Murakami gli chiesi se la tv è la nuova agorà del nostro tempo, tu che ne pensi? Quanto l’immaginario televisivo ha influenzato il tuo immaginario creativo di autrice?

Non ho un bellissimo rapporto con la tv. Ovviamente seguo delle serie, come tutti, ma non sono tipo da binge watching compulsivo e preferisco sempre il cinema al piccolo schermo, proprio perché la serialità non fa per me. Non sono neanche d’accordo con chi ritiene che la tv abbia superato il cinema. Per quanto mi riguarda, anche le produzioni più lussuose e ben confezionate sono sempre e comunque sterco del demonio. Sì, persino quelle che mi piacciono molto.

Hai mai avuto l’ ispirazione per scrivere i tuoi romanzi mentre andavi in bicicletta?

Nightbird è stato concepito durante lunghi giri in bicicletta nel febbraio 2016: avevo appena finito di lavorare a una fiction e aspettavo che cominciasse la seconda stagione, quindi ho avuto un buco lavorativo di qualche mese e, in quel periodo, non ho fatto altro che scrivere Nightbird e pedalare. Quindi sì, molto spesso andare in bici mi aiuta e, se sono bloccata su un punto particolarmente ostico, la soluzione migliore per sbloccarmi è salire in sella.

Infine nel ringraziarti per la disponibilità l’ultima domanda: che libro stai scrivendo in questo momento? Puoi anticiparci qualcosa?

Non lo sto ancora scrivendo, ma si sta delineando nella mia testa. Dovrebbe essere una storia di vampiri e dovrebbe avere, una volta tanto, un protagonista maschile. Vedremo cosa esce fuori.
Grazie ancora a te per le domande e ai lettori se vorranno leggere il mio romanzo.

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2 Risposte to “:: Un’ intervista con Lucia Patrizi”

  1. lauraetlory Says:

    Non conoscevo questa autrice. Mi ha intrigato molto. Grazie

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