:: Il mio amico Edo – Storia breve di un uomo e del suo pastore tedesco, Marcello Tropea

Ho ricevuto un regalo.
Strano, oggi non è né Natale né il mio compleanno.
Comunque è bello ricevere un dono, soprattutto quando non è legato a nessuna ricorrenza. Accidenti, adesso però mi tocca ricambiare! A questo penserò dopo.
Cosa sarà? Cioccolatini non credo, troppo pesante e troppo piccolo. Una cornice in argento? No, chi mi ha fatto il regalo non regala oggetti del genere. Forse potrebbe essere un portafoto digitale, di quelli che ci carichi le fotografie e loro scorrono in continuazione? Ecco, forse questo sì, perché una volta, mentre parlavamo di cose inutili, io ho messo tra i primi posti proprio questo oggetto e, visto che la persona è di quelle spiritose, ha pensato bene di farmi… No, dai, non avrebbe senso. Ci sono, è un libro, c’ho girato intorno un po’ ma, dal peso e dal formato, non ho dubbi. E poi chi ha pensato a me lo sa bene che il libro è sempre un regalo molto gradito. Temporeggio a scartarlo perché voglio godermi ancora qualche secondo di emozione: ma sì, dai, lo apro. Godo nello strappare la carta, la frantumo come se fossi in preda ad una eccitazione incontenibile, mica come quelli che scartano i doni con cura per poi conservare tutto, dal fiocco allo scotch. No, non è un libro ma un diario rilegato in pelle e con tanto di serratura. Ho capito, dentro ci sono scritti i ricordi o gli appunti di uno scrittore famoso. Gli editori si inventano di tutto pur di vendere libri. No, è intonso. È evidente, si tratta di uno scherzo, una cosa del genere la si regala ad un adolescente, mica ad uno della mia età. Un diario, che razza di idea.
Una volta il diario era come uno psicoterapeuta, tu ti sfogavi e lui raccoglieva tutte le tue paturnie giovanili senza giudicarti, ma anche senza darti soluzioni perché, le risposte, te le saresti date qualche tempo dopo da solo. Oggi, invece, se hai voglia di sfogarti con qualcuno, vai dallo psicologo che, a pagamento, è ben lieto di ascoltarti per mezz’ora. Mi sono sempre chiesto come si fa a parlare a ruota libera con uno che non sai mai se ti sta ascoltando oppure se sta pensando alla litigata fatta con la moglie prima di uscire di casa.
Quando ero giovane, lo psicologo, il confessore e il consigliere erano racchiusi in una persona sola: l’amico. Con l’amico sì che lo scambio di segreti è alla pari, lui conosce i tuoi e tu conosci i suoi. Con l’amico, di tutto quello che ci si è detto non rimane traccia, altro che scrivere sul diario. Però, c’è sempre un però, bisogna sempre fare molta attenzione a cosa si confida perché l’amicizia, come il matrimonio, può esaurirsi o peggio frantumarsi e, se mai accadesse, i segreti confidati potrebbero trasformarsi in un’arma micidiale.
E io, sono stato sempre un buon amico? Credo di sì, anche se quella volta con Edo…
Accidenti, questo coso che ho davanti comincia a darmi sui nervi, l’ho appena aperto e già cerca di spillarmi segreti. Ecco, adesso non posso più fare a meno di ripensare al mio amico e al giorno in cui è nata la nostra amicizia.
Edo, con cui ho diviso una ineguagliabile amicizia per tredici brevi anni, era uno splendido esemplare di pastore tedesco.
È passato molto tempo da quel giorno, ma il ricordo è sempre vivo.
A quel tempo vivevo da solo in una grande casa e decisi di avere un cane da guardia. Sull’elenco telefonico cercai un allevamento di pastori tedeschi nella zona e ci andai. L’allevatore mi fece vedere dei cuccioli pronti per l’adozione, erano tanti e tutti belli e allegri. Io ero indeciso su chi scegliere ma, a togliermi dall’impiccio, fu un cucciolo che lasciò la compagnia, ci raggiunse e si sedette vicino ai miei piedi. Mi aveva scelto, e io non sarei uscito da quel luogo senza quel cucciolo in braccio.
Prendermi cura di lui fu magnifico. Ogni mattina uscivo di casa per andare al lavoro con la tristezza di doverlo lasciare solo e rientravo la sera con la frenesia di rivederlo; poi risolsi il problema portandomelo in ufficio. Edo diventò subito la mascotte dei miei collaboratori e, come per magia, lavorare in ufficio fu più piacevole per tutti. Edo girava per le scrivanie e, oltre alle coccole, si prendeva anche qualche bocconcino che i miei impiegati portavano per lui. Insomma, quelle micropause si rivelarono un vero toccasana per l’ambiente lavorativo.
Non ci crederete ma Edo, oltre a diventare la mia ombra, fu anche il mio confessore. Sì, è così, a lui dicevo qualunque cosa e, da come mi guardava, avevo l’impressione che mi ascoltasse con interesse. Lo so che può sembrare bizzarro che un cane ascolti con pazienza fiumi di parole, ma lui lo faceva, che ci crediate o no. Ma la vita di un cane corre veloce e Edo diventò troppo presto vecchio e malato.
Fino ai dodici anni portava con dignità la sua vecchiaia ma, al tredicesimo compleanno, ci fu l’inesorabile tracollo. Nell’ultimo mese di vita, poi, non camminava quasi più per i dolori e, non so se perché era diventato sordo, oppure voleva solamente essere lasciato in pace, non rispondeva ai miei richiami. Mangiava a stento ciò di cui era ghiotto e ben presto il suo fisico diventò emaciato. Vederlo così mi dava angoscia e sofferenza così, un giorno, decisi di mettere fine a quella tortura. Faticai non poco a convincere il veterinario ma alla fine, dopo che lo visitò, accettò di compiere l’azione pietosa, anche se a malincuore. Mi ricordo che, mentre il medico preparava l’iniezione, Edo alzò la testa e mi guardò per un attimo, forse per l’ultimo saluto o forse per dirmi che non era d’accordo su quello che avevo deciso per lui, chi lo sa. Poi, quando il dottore gli si avvicinò, lui tentò un ringhio, anche se sembrava più un rantolo e io, mentre affondavo le mani nel suo pelo ormai opaco, vigliaccamente cercavo di tranquillizzarlo dicendogli di stare buono. Poi il barbiturico entrò nel suo corpo e tutto finì.
Io lo butto questo accidenti di diario! Ma perché me l’hanno regalato? Io non voglio ricordare né Edo né nessun altro. Il passato è tossico e non fa bene alla salute.
Un momento però, forse il passato sarà anche tossico, ma i ricordi? No, loro adesso mi sembrano salutari e, ricordando Edo, ho avuto la prova che i ricordi, se stuzzicati, ritornano intatti con tutto il loro bagaglio di emozioni. Accidenti, stai a vedere che ripercorrere il proprio vissuto può essere anche terapeutico.
E se questo regalo non fosse altro che un consiglio subliminale per dirmi di trasformare il mio bighellonare quotidiano in qualcosa di più utile scrivendo le mie memorie? In fondo, nella mia vita, di cose interessanti che meritano una riesumazione ce ne sono, e mica poche.
Accidenti a me, a questo stramaledetto diario e a chi me l’ha regalato. Va bene, scriverò la mia storia e la inizierò partendo da Edo, glielo devo. Dunque, come si inizia a scrivere un’autobiografia? Ancora devo iniziare e ho già difficoltà. Al diavolo, adesso questo coso lo brucio, così ho risolto il problema. Calma, ci vuole tempo e pazienza, in fondo non sono mica Hermann Hesse.
Okay, proviamo così: Il mio amico Edo…

Marcello Tropea all’età di quattordici anni ha iniziato a lavorare come ragazzo di bottega in un salone di parrucchiere per signora. Nove anni dopo ha aperto un suo salone di acconciature. Attualmente, per una serie di vicessitudini, svolge la professione come dipendente part-time. La passione per la scrittura è arrivata a piccoli passi, per questo è giunta in età matura. Ha iniziato col scrivere racconti brevi, poi un romanzo di formazione e un poliziesco seriale. (A questa ultima serie appartengono altri tre titoli, inediti.) Gli piace cucinare, l’enologia, la lettura, conversare, ma di più ascoltare le persone, perché dagli altri c’è sempre da imparare. Ha pubblicato Incubo premonitore Todaro editore e Valigie senza spago Excogita editore. Oltre a un monologo teatrale, scritto e interpretato da lui stesso dal titolo: Dietro le quinte di un romanzo, portato in scena in alcune sale e circoli culturali.

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