:: Giovanni Paolo II – La biografia di Bernard Lecomte (Dalai Editore 2004) a cura di Marcello Caccialanza

15 gennaio 2018 by
Lecomte

Clicca sulla cover per l’acquisto

Bernard Lecomte nella sua autorevole biografia su Giovanni Paolo II presenta con grande puntualità di notizie e di aneddoti a vario titolo la figura di un uomo, che incarna – a pieno titolo – uno degli ultimi giganti della nostra epoca assai contraddittoria.
È stato senza ombra di dubbio un pontefice di grande spessore che ha giocato un ruolo fondamentale e determinante nella alquanto complicata definizione degli attuali equilibri politici internazionali e delle teorie morali e religiose.
Si è distinto in gioventù come poeta, giornalista e professore universitario; fino a quando per volere divino ha ricoperto l’onerosa carica di arcivescovo nella sua tanto amata Polonia, ancora vittima dei totalitarismi.
Con i suoi numerosi viaggi per il mondo ha sicuramente promosso un edificante e prolifico dialogo interreligioso mai sperimentato fino a quel momento, contribuendo in questo modo alla riconciliazione con il mondo ebraico.
Lacomte offre a noi lettori un lucido bilancio di venticinque anni di pontificato che ha saputo mettere in evidenza la contrapposizione tra l’audacia di certe iniziative e il rigido conservatorismo di cui lo stesso Wojtyla si è fatto carico e portavoce universale; ma è anche l’occasione più ghiotta per mostrare il ritratto intimistico di un uomo appassionato a tutte le differenti sfaccettature della vita.
Leggere questa biografia, per credenti o atei, diventa importante per ritrovare una sorta di serenità interiore che di certo non fa mai male; riscoprendo così la propria dignità e la propria responsabilità di esseri umani.

Bernard Lacomte, vaticanista e giornalista specializzato nei temi dell’Europa dell’Est, ha scritto su le Croix ed è stato inviato de l’Express.
Ha ricoperto anche la carica di capo redattore di Figaro Magazine, prima di dirigere per tre anni il settore comunicazione del Consiglio regionale di Borgogna.
Lacomte ha dedicato anni e anni di lavoro ad inchieste approfondite intorno alla figura di Giovanni Paolo II al fine di realizzare al di là dell’agiografia corrente, il ritratto emozionale di uno di personaggi più emblematici ed accattivanti della nostra epoca.
Tra i suoi ultimi lavori Paris n’ést pas la France uscito nell’anno 2005.

Source: libro del recensore.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Mi manca il Novecento – Le storie ferraresi e italiane di Giorgio Bassani a cura di Nicola Vacca

15 gennaio 2018 by

Bassani

Giorgio Bassani è nato a Bologna il 4 marzo 1916 da una famiglia ebraica di Ferrara, città dove ha trascorso l’infanzia e la giovinezza e dove ha ambientato le sue storie.
A centodue anni dalla nascita Bassani con le sue meravigliose storie ferraresi resta uno dei più grandi scrittori italiani. Un autore fondamentale e imprescindibile.

«Con Bassani – scrive giustamente Bàrberi Squarotti – siamo al centro della narrativa (non solo italiana) di questi anni: la problematica ideologica –strutturale dello scrittore ferrarese è costituita infatti dalla possibilità di esprimere una società, una visione generale dei problemi storici e sociali con strumenti liberi dai modelli ottocenteschi, del grande realismo borghese, utilizzando tutte le ricerche, le sperimentazioni, le esperienze novecentesche, da James a Proust, da Joyce a Kafka».

All’origine della narrativa di Bassani non c’è una ricerca di strutture e di prospettive nuove, ma uno scandalo, un trauma tragico ( l’umiliazione razzista) che ha portato lo scrittore a una posizione di negazione radicale della società borghese.
Bassani attraverso la poesia e la prosa racconta il suo mondo in un volgere di anni intensi di avvenimenti che non possono non incidere nella sua formazione: la Resistenza, il carcere, la violenza della Storia che si era abbattuta sugli uomini e su una generazione.
Gia con le Cinque storie ferraresi (1956) emergono i temi centrali e più interessanti della narrativa di Bassani: la sua pietà, la sua religiosità laica, il suo ebraismo, il suo rapporto realtà – memoria tutto da leggere e interpretare in chiave esistenziale e storica.

«Non è uno scrittore artefice – scrive Geno Pampaloni – ma uno scrittore compagno, che non ha l’ambizione della scoperta ma solo quella di notificare la qualità degli eventi, il loro familiare segreto La sua prosa ha una grazia un po’ faccendiera nel senso domestico del rassettare, del dare un tocco più personale a un arredo quotidiano minacciato dall’abitudine».

Gli occhiali d’oro, Dietro la porta, Il giardino dei Finzi- Contini e tutto il magistrale Romanzo di Ferrara con i suoi personaggi simbolo rappresentano l’affresco in cui la memoria e la storia si incontrano. Qui Giorgio Bassani è il testimone narrante delle vicende disumane e della decadenza del suo tempo. Lo scrittore nella sua Ferrara dà voce allo straziato rimprovero dell’uomo, vittima del di un tempo feroce, contro una società e le sue convenzioni accomodanti che aprono la strada a un epilogo tragico.
La grandezza dello scrittore Giorgio Bassani risiede in questo straordinario rapporto intimo con la sua Ferrara: il rapporto Bassani –Ferrara è viscerale e in questo senso emergono contraddizioni e complicanze. Il rapporto dello scrittore con Ferrara nasconde numerose complicità.
Leggere la sua opera attraverso il fantasma di Ferrara è utile per comprendere un altro lato della personalità di Bassani. Così accanto all’autore del monumentale ed epico Romanzo di Ferrara, si scopre anche il volto di uno scrittore che sa diventare interprete del proprio tempo attraverso gli scritti legati all’analisi di problematiche letterarie, polemiche culturali e considerazioni che riguardano in modo specifico correnti di pensiero, opere e personaggi che hanno accompagnato il dibattito sul romanzo italiano, sulla sua fortuna e sui suoi limiti.

:: Il passeggero del Polarlys di Georges Simenon (Adelphi, 2016) a cura di Daniela Distefano

12 gennaio 2018 by
Il passeggero del Polarlys di Simenon

Clicca sulla cover per l’acquisto

Apparso a puntate sul quotidiano “L’Oeuvre”, nel 1930, con il titolo “Un delitto a bordo” e sotto lo pseudonimo di Georges Sim, “Il passeggero del Polarlys” fu il primo romanzo ad andare in libreria (nel giugno del 1932) con il vero nome dell’autore. E’ un racconto claustrofobico, impressione accentuata dal fatto che teatro di eventi cupi è una nave che lascia il porto di Amburgo per un viaggio che dovrà far tappa in Norvegia dove merci varie – macchinari, frutta, carne salata – verranno scambiate con altra mercanzia. A guidare il Polarlys è il capitano Petersen, figura centrale nel dispiegamento del plot. Altri personaggi chiave sono: un olandese di diciannove anni che si trova a svolgere le mansioni di terzo ufficiale e un vagabondo che deve sostituire il carbonaio malato. Tra i passeggeri, uno uomo si è fatto registrare ma scompare nel nulla; un altro passeggero è Bell Evjen, direttore di miniere; sulla nave anche un giovane rapato a zero, senza ciglia né sopracciglia, con un paio di occhiali dalle lenti spesse. E poi c’è lei,
Katia Storm, ambigua creatura luciferina:

La passeggera avanzava con disinvoltura. Si era messa in ghingheri come se avesse dovuto cenare a bordo di un transatlantico di lusso, e sembrava non indossare nulla sotto il vestito di seta. Una strana figurina, esile nervosa, dalle movenze sensuali, che faceva ricorso a tutti gli artifici della moda per mettersi in mostra”.

A viaggiare sul Polarlys pure un sovrintendente di polizia:

Che ci fosse qualcosa di anomalo era evidente, altrimenti un alto funzionario di polizia non si sarebbe dato la pena di correre dietro al Polarlys fino a Cuxhaven. Qualcosa di grave”.

E succede proprio l’irreparabile, il sovrintendente viene assassinato. Nessuno può scendere a terra, inizia la caccia all’autore del delitto efferato.

Petersen non si era mai sentito così insoddisfatto, così disorientato, eppure non avrebbe saputo dire perché. Gli sembrava di vivere uno di quegli incubi strani che talvolta si hanno dopo un’indigestione. Erriamo attoniti in un mondo avverso, sentiamo vagamente il desiderio di svegliarci, ma non ci riusciamo”.

Forse non è il romanzo più riuscito dello scrittore belga più famoso e letto al mondo però l’atmosfera agghiacciante, nebulosa, la musica a requiem che fa da sottofondo ai pensieri, il ritratto debordante dell’unico personaggio femminile sono indizi della futura maturità di Simenon; una esperienza letteraria costruita mattone dopo mattone fino a riempire tutte le caselle della sua immaginazione. Lo stile è prosciugato, il ritmo segue il riflusso di un mare livido, nero, profondo, dannato. Si divorano le pagine seguendo gli sviluppi dei personaggi che come uccelli in gabbia sono disperati e perdutamente ignari. Non si avverte paura, orrore, tensione esasperante, tutto procede come una discesa lenta, agli inferi, nel vuoto delle vite più lontane dalla Luce, c’è solo un piccolo bagliore, ma è il riflesso delle anime infuocate e alla deriva di una esistenza per loro senza Dio.

Georges Simenon – Liegi (Belgio), 13/2/1903 – Losanna (Svizzera), 1989 – è stato un romanziere di lingua francese e di origine belga. La sua vastissima produzione (circa 500 romanzi) occupa un posto di primo piano nella narrativa europea.
Grande importanza ha poi all’interno del genere poliziesco, grazie soprattutto al celebre personaggio del commissario Maigret.
La tiratura complessiva delle sue opere, tradotte in oltre cinquanta lingue e pubblicate in più di quaranta paesi, supera i settecento milioni di copie. Secondo l’Index Translationum, un database curato dall’UNESCO, Georges Simenon è il quindicesimo autore più tradotto di sempre.
Grande lettore fin da ragazzo in particolare di Dumas, Dickens, Balzac, Stendhal, Conrad e Stevenson, e dei classici. Nel 1919 entra come cronista alla «Gazette de Liège», dove rimane per oltre tre anni firmando con lo pseudonimo di Georges Sim.
Contemporaneamente collabora con altre riviste e all’età di diciotto anni pubblica il suo primo romanzo.
Dopo la morte del padre, nel 1922, si trasferisce a Parigi dove inizia a scrivere utilizzando vari pseudonimi; già nel 1923 collabora con una serie di riviste pubblicando racconti settimanali: la sua produzione è notevole e nell’arco di 3 anni scrive oltre 750 racconti. Intraprende poi la strada del romanzo popolare e tra il 1925 e il 1930 pubblica oltre 170 romanzi sotto vari pseudonimi e con vari editori: anni di apprendistato prima di dedicarsi a una letteratura di maggior impegno.

Source: libro inviato dall’Editore. Ringraziamo Benedetta Senin dell’Ufficio Stampa “Adelphi”.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Il commissario Maugeri e il fantasma di via Ariosto di Fulvio Capezzuoli (Todaro Editore 2017) a cura di Viviana Filippini

12 gennaio 2018 by
il fantasma

Clicca sulla cover per l’acquisto

Milano. Ottobre 1948, tornano le avventure e le indagini, velate dal mistero, del commissario Gianfranco Maugeri, nato dalla penna di Fulvio Capezzuoli. “Il commissario Maugeri e il fantasma di via Ariosto” vedrà il già comandante partigiano durante la Resistenza, alla prese con un’indagine che per lui sarà un vero e proprio grattacapo. L’uomo, che ha una moglie –Giovanna- e un figlio- Giacomo- sarà contattato dall’amico vice questore che lo porterà a parlare con un’anziana signora, tal Susanna Bellingeri, residente in un bella palazzina in stile Liberty di via Ludovico Ariosto, zona Magenta, a Milano dove, secondo lei, ci sarebbero strane presenze nel solaio. La loro colpa: fare rumore. Maugeri non ha molta voglia di indagare sul paranormale, ma un sabato va ad ascoltare quella donna dai capelli scuri e dalla labbra carnose e, vista la preoccupazione di lei, decide di attivare qualche procedura di verifica e sorveglianza. Maugeri scopre anche che Susanna vive con la sorella Elisa, donna malata e inferma, a volte assistita da Franca, bella infermiera e, in altri casi, quando c’è, da Giovanni, il nipote architetto di trentacinque anni residente all’estero. Il giovanotto è figlio di Simone, il fratello delle due donne, morto suicida durante il conflitto mondiale. Maugeri passa il fine settimana per i fatti suoi, perché ritiene un po’ “esagerate” le preoccupazioni della signora, ma cambia idea quando, il lunedì, Enrico Bonavita, cameriere delle Bellingeri, trova la signora Susanna seduta in poltrona e morta. Sul posto, oltre al commissario, alle prese pure con l’influenza del figlio, c’è Marco Fulgenzi, il medico di famiglia il quale ammette che la morte della Bellingeri è un po’ improvvisa, perché Susanna non aveva particolari malattie e mentre i due parlano sentono un campanello suonare, ma da chi? L’aggeggio sarà ritrovato nel solaio della palazzina. Le impronte su di esso porteranno a tal Attilio Colombo, condannato a morte nel 1938 per uxoricidio. Il tutto si intriga ancora di più quando l’ispettore Valenti fa notare a Maugeri che Susanna non è morta per cause naturali. La donna è stata assassinata. A dimostrarlo una minuscola puntura al centro della nuca, più o meno all’altezza della parte finale del tronco encefalico. I due si gettano a capofitto nelle indagini e scopriranno che anche altre persone – tra cui la moglie del fucilato Colombo- anni prima, furono uccise con le stesse modalità. Il giallo di Capezzuoli evidenzia un intreccio ben costruito, dove il presente dell’immediato dopoguerra si intreccia con il passato bellico e con il presunto paranormale, perché il sospetto che nella storia aleggino dei fantasmi c’è, ed è forte. Maugeri ne “Il commissario Maugeri e il fantasma di via Ariosto” non si fermerà davanti a nulla, parlerà con persone, recupererà tracce e piano piano scoprirà delle realtà inquietanti che evidenziano quanto degenere possa essere il genere umano e come non sempre sia facile dimenticare i dolori e i torti del passato.

Fulvio Capezzuoli nasce a Milano, dove compie i suoi studi laureandosi in Scienze Economiche all’Università Cattolica del Sacro Cuore. Esperto critico cinematografico collabora con la Fondazione Cineteca Italiana. Nel 2006 esce “L’estasi e il Tormento”, in collaborazione con la fotografa Tony Tamagni, un testo sui suoi quindici anni di esperienza come organizzatore di Cineforum e, nel 2008, “Locarno mon amour”, dove i suoi testi si alternano alle foto di Tony Tamagni, per raccontare una giornata tipo al festival cinematografico della città svizzera. “Gli anni del sole stanco” (editore Edimond), nato da ricerche storiche, effettuate proprio nel Sud Italia, è la sua prima opera di narrativa pubblicata, ed ha vinto nell’ottobre del 2008 il Premio Letterario Città di Castello. Esce nel 2010 “Al di là dell’oceano”, romanzo storico sulla Grecia del V secolo a.c., ambientato nella città di Paestum (a quei tempi chiamata Poseidonia), che narra tra l’altro la costruzione della famosa Tomba del Tuffatore. Questo è il quarto romanzo con protagonista il commissario Maugeri.

Source: libro inviato dall’editore al recensore, ringraziamo l’Ufficio Stampa Todaro e Veronica.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: L’alba di Alwayr di Mariangela Cerrino (Golem Edizioni 2017) a cura di Elena Romanello

12 gennaio 2018 by
Mariangela Cerrino

Clicca sulla cover per l’acquisto

La Golem edizioni presenta un’incursione inedita di Mariangela Cerrino di nuovo nel genere fantastico, con L’alba di Alwayr, storia fantascientifica con forti venature fantasy. Si tratta del seguito de L’ultima terra oscura, vincitore del Premio Italia 1990, riproposto sempre da Golem in formato e-book: la vicenda è però godibile anche da sola e senza conoscere l’antefatto.
L’alba di Alwayr è ambientato in un pianeta in un futuro remoto o in un tempo alternativo, e racconta la storia di Bain lo Straniero, ormai adulto, giunto a Glysendia quando aveva solo dieci anni. Bain è stato considerato colui che portava la morte e per questo motivo è visto come un pericolo da Artes, la Macchina Guida che ha trasformato l’intero pianeta di Alwayr per obbedire agli ordini del suo nuovo simbionte, il Doma della stirpe dei Dolane.
Il Doma ha dato ad Alwayr la speranza di una vita migliore e Artes, che pure ha subito la situazione, scatena contro Reelve Bain una caccia per catturarlo e quel prezzo richiama gli Scorridori di ogni angolo del mondo.
Ma questo odio per un diverso risveglierà anche la curiosità e le paure di quelli che ancora vivono nelle zone meno controllate, perché Reelve Bain non porta solo la morte ma anche il desiderio di libertà da un sistema che sembra aver dato la felicità ma che in realtà ha distrutto prospettive e aspirazioni.
La letteratura di fantascienza ha da sempre speculato su possibili futuri e mondi, metaforici di tante nostre realtà e delle aspirazioni e contraddizioni dell’animo umano: L’alba di Alwayr si pone in questa strada, all’interno della produzione di una scrittrice che del fantastico ha raccontato varie sfumature, dal Medio Evo fiabesco ed eroico della quadrilogia dell’anno Mille alle origini di Roma attraverso il mondo magico degli Etruschi passando per l’epopea ecologista di Lisidranda.
L’autrice ha spaziato su altri generi, ma è sempre bello ritrovarla negli universi del fantastico, in un mondo come quello di Alwayr, dominato dalle macchine e dove forse la libertà anche di morire è l’ultima speranza per costruire nuovi orizzonti.

Mariangela Cerrino è nata a Torino, e abita nei suoi dintorni. Tra i suoi romanzi di fantascienza ricordiamo, fra gli altri, L’Ultima Terra Oscura (Nord, 1989) e Gli Eredi della Luce (Nord, 2001) poi riproposto come Cronache dell’Epoca Mu (Mondadori, 2008). Per quello che riguarda il fantasy, è autrice de Lisidranda (Armenia), della trilogia di romanzi sugli Etruschi (Longanesi 1991-1995) I Cieli Dimenticati, La Via degli Dei e La Porta sulla Notte e del Ciclo dell’anno Mille:Il Segno del Drago, Il Segreto dell’Alchimista, Il Custode dell’Arcobaleno e Il Calice Spezzato, uscita prima per Longanesi e poi per Susalibri. La Storia è tornata in una prospettiva più realistica nei suoi romanzi Il Margine dell’Alba, ambientato nella Francia e nel Piemonte del XVI secolo e incentrato sulle guerre di religione tra cattolici e valdesi (Alacran Edizioni, 2010), riproposto nel maggio 2017 da Golem Edizioni; Absedium (Rizzoli, 2012), che rievoca la guerra di Gallia dal punto di vista dei Celti. Nel 2015 ha fatto anche uscire il romanzo Il Ministero delle Ultime Ombre, per Timecrime Fanucci, un’escursione nella narrativa thriller.

Source: omaggio dell’ufficio stampa, si ringrazia Francesca Mogavero.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Con le migliori intenzioni di Maria Antonietta Macciocu e Donatella Moreschi (Golem Edizioni 2017) a cura di Elena Romanello

11 gennaio 2018 by
Con le migliori intenzioni

Clicca sulla cover per l’ acquisto

Torna per Golem edizioni il duetto di signore in giallo composto da Maria Antonietta Macciocu e Donatella Moreschi, con un nuovo thriller, Con le migliori intenzioni, ambientato sulle colline affacciate sul golfo di Lerici.
Un paradiso per molti, finché non viene trovato il corpo orrendamente martoriato di una bambina, grazie alla segnalazione di una sua amichetta che è riuscita a fuggire. Purtroppo il caso non rimane isolato, perché dopo pochi giorni una nuova bambina perde la vita nella stessa maniera, e la pista della vendetta privata del primo caso perde piede di fronte a quella di un maniaco, magari insospettabile e convinto di avere una missione da portare a termine.
Il capitano dei carabiniere Niccolò Zani, amato dalle signore del posto per la sua avvenenza, si trova quindi un nuovo, difficile caso da gestire, in un’esistenza non certo facile, perché deve già investigare sulla tratta di alcune ragazze dall’Africa costrette a prostituirsi e deve occuparsi anche del suo matrimonio ormai fallito, ma non chiuso, con una donna con gravi problemi mentali, proprio quando potrebbe aver trovato la persona giusta con cui rifarsi una vita nella pittrice Tullia.
Ancora una volta il thriller si dimostra come il genere migliore per raccontare la contemporaneità, anche di un luogo considerato idilliaco e lontano dai problemi della grande città come l’entroterra delle Cinque Terre: ma si sa che ormai gli orrori non risparmiano nessun posto.
Le due autrici creano un nuovo eroe in cerca di più verità e giustizie, contro chi da un lato sfrutta ragazze giunte da lontano e contro un giustiziere pazzo che porta avanti un progetto folle di redenzione di vittime innocenti legato a fatti della sua infanzia, ma anche in cerca di una nuova possibilità di vita dopo tanta sofferenza personale e professionale.
Un thriller scorrevole, che si legge in fretta, ma che comunque sa appassionare da un lato per la ricerca della soluzione di una serie di crimini e sa far riflettere sull’oggi e la contemporaneità.

Maria Antonietta Macciocu È nata a Sassari e vive a Torino. Laureata in Storia del Teatro,ha pubblicato il libro di poesie Amore che non tocca (Mediando, 2010) e Petalie, romanzo popolare sardo-piemontese (Mediando, 2011), scritto con Donatella Moreschi e presentato al Salone del libro di Torino per i centocinquant’anni dell’Unità d’Italia.

Donatella Moreschi È nata a Firenze e vive a Torino. Laureata in Lettere Classiche presso l’Università di Torino, ha lavorato per alcuni anni come redattrice per la casa editrice Stampatori e successivamente ha gestito come socia e proprietaria alcune librerie torinesi.

Source: inviato dall’editore al recensore, si ringrazia Francesca Mogavero dell’Ufficio stampa.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Memorie di un giovane medico di Michail Bulgakov (Marcos Y Marcos 2017) a cura di Federica Belleri

11 gennaio 2018 by
Memorie di un giovane medico

Clicca sulla cover per l’acquisto

“Io non ho colpa” pensavo, ostinato e tormentato. “Ho una laurea, ho quindici cinque. Avevo avvisato, fin da quando ero nella grande città, che volevo fare l’aiuto medicoNo. Avevo sorriso e avevano detto ‘Si ambienterà’. Eccoti il ‘si ambienterà’. E se mi portano un’ernia? Mi spieghi come mi ci ambiento? E, soprattutto, come si sentirà quello che ha l’ernia sotto le mie mani? Si abituerà all’altro mondo? (qui avevo sentito un brivido alla colonna vertebrale)…”

Per la casa editrice Marcos Y Marcos, Paolo Nori cura e traduce questa piccola antologia di racconti. Sono memorie di Michail Bulgakov nato a Kiev nel 1891 e morto a Mosca nel 1940. Otto racconti ambientati nei primi anni del ‘900 nei dintorni di Mosca. Un giovane medico viene convocato nella periferia sperduta e deve prendere servizio. Ha solo ventitré anni, e tutti lo scambiano per uno studente. Non ha esperienza e per esercitare deve imparare a prendere confidenza con strumenti chirurgici e medicine a lui sconosciuti. Il tutto è condito dalla diffidenza e dall’ignoranza del popolo contadino e dal clima freddo e ostile. Con i suoi manuali da consultare seguirà l’istinto e la coscienza, senza pretendere di fare miracoli. Sarà aiutato in ospedale da un infermiere e due ostetriche, che formeranno con lui una squadra originale. Fra alti e bassi il suo bilancio sarà tutto sommato positivo, anche se con enormi difficoltà. Riscoprirà il piacere delle abitudini e di quattro chiacchiere attorno alla stufa.
Michail Bulgakov, scrittore per caso. Una carriera letteraria durata dieci anni, molti dei quali trascorsi durante il governo Stalin che si mostrava contrario ai suoi scritti.
Buona lettura.

Michail Bulgakov, nato a Kiev nel 1891 e morto a Mosca nel 1940, ha scritto molte cose memorabili, come queste Memorie di un giovane medico (delle quali il critico Vladimir Lakšin ha detto: “Il Bulgakov giovanile è incantevole, irresistibile, è un autore al quale il tempo non ha tolto niente del suo fascino”), o come Il Maestro e Margherita, che quasi tutti conoscono, e altre cose venute così così, come un’opera teatrale che si chiama I figli del Mullah, che Bulgakov ha scritto con Boris Robertovicˇ Boheme, e come l’han fatto lo racconta lo stesso Bulgakov: “L’abbiamo scritta in sette giorni e mezzo, impiegando mezza giornata di più che per la creazione del mondo. Nonostante ciò, ci è riuscita ancora peggio del mondo. Posso dire soltanto che se un giorno ci sarà un concorso per il lavoro teatrale più stupido, insulso e impudente, il nostro otterrà il primo premio”. Bulgakov, qualche anno dopo, nel 1930, scriverà a Iosif Stalin: “Passando in rassegna i miei ritagli di giornale, ho constatato di aver ricevuto dalla stampa sovietica, nei dieci anni della mia attività letteraria, 301 recensioni, di cui 3 favorevoli e 298 ostili e ingiuriose”.

Paolo Nori è nato a Parma, abita a Casalecchio di Reno e ha scritto un mucchio di libri, tra romanzi, fiabe e discorsi. Gli piace leggere ad alta voce, raccontare varie cose sul suo blog (www.paolonori.it), su alcuni giornali e qualche volta in televisione. Con Marcos y Marcos ha pubblicato o ripubblicato: La meravigliosa utilità del filo a piombo, Disastri di Daniil Charms, da lui curato e tradotto, Si chiama Francesca, questo romanzo, Grandi ustionati – anche in versione AudioMarcos – La banda del formaggio, Si sente?Siamo buoni se siamo buoni, La piccola Battaglia portatileManuale pratico di giornalismo disinformato, Tre matti di Gogol’, Dostoevskij, Tolstoj, Tre giusti di Nikolàj Leskóv, Spinoza, Undici treni, Un eroe dei nostri tempi di Michail Lermontov, da lui curato e tradotto, Sei città, un albo illustrato con la collaborazione di Tim Kostin, Memorie di un giovane medico di Michail Bulgakov, da lui curato e tradotto. Ha inoltre curato l’antologia sui confini Ma il mondo non era di tutti?

Source: libro inviato dall’editore al recensore. Ringraziamo Marta Domizi dell’ Ufficio Stampa.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Un’ intervista con Caroline “Cass” Green

10 gennaio 2018 by

l'amica sbagliataCiao Caroline. Grazie per aver accettato la mia intervista e benvenuta su Liberi di scrivere. Raccontaci qualcosa di te. Chi è Caroline “Cass” Green? Punti di forza e di debolezza.

Ciao Giulia e grazie di avermi invitato sul tuo blog! Sono una scrittrice sia per ragazzi che per adulti che vive a Londra. Punti di forza e debolezza … hmm. Dovrei pensarci un po’ su! Diciamo troppi del secondo e non abbastanza del primo!

Raccontaci qualcosa del tuo background, dei tuoi studi, della tua infanzia.

Sono cresciuta nell’ Hampshire e sono andata all’Università di Sheffield dopo il liceo. Ho lavorato come giornalista per molti anni prima di passare alla narrativa.

Quando hai saputo per la prima volta di voler essere una scrittrice?

Ho scritto molte storie quando avevo 11 anni, grazie a un insegnante che mi ha fatto da mentore.

Parlaci del tuo debutto. La tua strada verso la pubblicazione. Hai ricevuto molti rifiuti?

Mi ci sono voluti sette anni e tre libri per essere pubblicata. Onestamente potrei tappezzare la mia stanza con le lettere di rifiuto che ho ricevuto!

Hai iniziato scrivendo romanzi young adult. Cosa puoi dirci di questa esperienza?

Adoro la fiction YA e penso davvero che mi abbia insegnato molto su come disegnare i personaggi e su come scrivere thriller per adulti.

Come sei passata alla narrativa per adulti?

Sentivo necessario un cambiamento e soprattutto volevo vedere se potevo farlo.

The Woman Next Door (in Italia, pubblicato con il titolo L’amica sbagliata, tradotto da Cristina Ingiardi) è il tuo primo psychothriller per lettori adulti. Potresti parlarci di questo romanzo? Cosa ti ha ispirato a scriverlo? Qual è stato il punto di partenza nel processo di scrittura?

Il mio punto di partenza è stato immaginare una donna solitaria che guardava attraverso le tende mentre veniva consegnata la spesa del suo vicino. Mi sono trovata affascinata da questa persona che è diventata il mio personaggio Hester.

Sei mai stata ispirata da eventi reali quando hai creato le tue trame?

Non molto spesso. Sono stata ispirata da un caso per uno dei miei libri YA, ma farei un gigantesco spoiler se ti rivelassi quale fosse!

Qual è stata la parte più laboriosa durante la stesura del romanzo?

Ad essere onesta, pensarlo in primo luogo, sembra sempre scoraggiante.

Puoi dirci qualcosa sulla trama di questo libro senza rivelare il finale? Quali sono i temi principali?

I temi principali riguardano i sentimenti delle persone che non provano un senso di appartenenza per i luoghi dove vivono, credo. Nessuno dei miei due personaggi principali sono persone felici e anche se in modi diversi sono ossessionate e definite dai fantasmi del loro passato.

Conosci la tua traduttrice italiana?

Niente affatto, ma mi sarebbe tanto piaciuto conoscerla. (Ciao Cristina se stai leggendo questa intervista! E grazie!)

Potresti parlarci un po’ delle tue protagoniste femminili: Hester e Melissa?

Sono consapevole che potrebbero non essere così simpatiche, ma sono riuscita ad amarle (sì, anche Hester!) Sono entrambe persone che portano con sé le conseguenze di oscuri segreti a vari livelli. Melissa ha la consapevolezza di sé che a Hester manca, credo.

Sei un’ autrice acclamata dalla critica. Hai ricevuto recensioni negative? Pensi che qualche critica abbia influenzato il tuo lavoro?

Ogni scrittore riceve alcune recensioni negative. Non mi diverto mai a leggerle, ma cerco di non farmi ossessionare troppo. Se sentissi che qualcuno sta facendo un’ osservazione molto valida, la terrei certamente in considerazione.

Qualche progetto cinematografico tratto dal tuo libro?

Non ancora, ma chissà cosa potrebbe succedere!

Verrai in Italia per presentare i tuoi romanzi?

Adoro l’Italia! Ho cercato di imparare un po’ di italiano per un paio d’anni ed è uno dei miei posti preferiti al mondo. Spero di essere invitata un giorno a parlare del libro e incontrare i lettori!

Che consiglio daresti ai giovani scrittori in cerca di editore?

Due cose sono cruciali a questo proposito: una, leggi tutto del genere che vuoi scrivere. Devi capire il mercato. E due, scrivi solo quando puoi. Non aspettare il momento perfetto, ma scrivi tutto il tempo e il buon lavoro inizierà a venir fuori.

Leggi altri scrittori di thriller inglesi contemporanei?

Sì, moltissimi. Gillian Flynn, Sabine Durrant, Eva Dolan sono tra le mie preferite.

Cosa stai leggendo in questo momento?

Sto leggendo Home Fires di Kamila Shamsie, che è geniale.

Infine, l’inevitabile domanda: a cosa stai lavorando ora?

Il mio terzo thriller uscirà a settembre nel Regno Unito e ora sto solo lavorando alle modifiche finali. Allora sarà il momento di qualcosa di nuovo!
Grazie mille per avermi invitato!

:: Mi manca il Novecento – Lo stadio di Wimbledon di Daniele Del Giudice a cura di Nicola Vacca

10 gennaio 2018 by

Del giudiceQuando nel 1983 uscì Lo stadio di Wimbledon, il primo romanzo di Daniele Del Giudice, Italo Calvino nella quarta di copertina parlò di un libro insolito.
Come sempre Calvino aveva ragione. Gli anni Ottanta iniziavano con l’esordio di un grande scrittore capace di osare nella scrittura e pensare libri originali e davvero singolari.
Daniele Del Giudice è un narratore pensante, analitico. Nei suoi libri ha saputo riflettere sulla contemporaneità attraversando con la finzione narrativa questioni scientifiche e tecnologiche.
È davvero un peccato che Del Giudice sia sparito dalla scena letteraria. Purtroppo una malattia grave gli impedisce di scrivere, lo rende assente alle cose della vita.
Lo stadio di Wimbledon resta, a trentaquattro anni dalla sua uscita, una delle intuizioni più folgoranti del romanzo italiano del Secondo Novecento.
Del Giudice racconta di un giovane che va in cerca di un personaggio della nostra cultura che soprattutto è stato una figura originale della vita letteraria italiana (che poi scopriremo essere Bobi Bazlen), amico di poeti e scrittori che scelse nella sua vita di agire sull’esistenza delle persone piuttosto che scrivere.
In questo romanzo di formazione il protagonista si pone delle domande che hanno inevitabilmente a che fare con la scrittura, la vita ma soprattutto con lo stretto legame che c’è tra letteratura e la vita. Gli interessa ricostruire tutte le vicende esistenziali di questo straordinario e eccentrico intellettuale che è stato al centro della vita culturale ma ha rinunciato ad aggiungere un suo libro ai molti che si pubblicano, preferendo alla fine la questione umana e la vita delle persone con cui si relaziona.
Il suo viaggio parte dalla Trieste mitteleuropea e finisce a Londra. Il giovane ricercatore incontra in questi due luoghi persone con cui il noto uomo di cultura ha avuto contatti e ralazioni nella speranza di scoprire attraverso queste conversazioni il motivo vero che ha spinto uno dei più importanti letterati italiani a non scrivere.

«La domanda che il giovane rivolge al vecchio – scrive Italo Calvino – nella quarta di copertina – (e a se stesso) potrebbe forse formularsi così: chi ha posto giustamente il rapporto tra saper essere e saper scrivere, come condizione dello scrivere, come può pensare d’influire sulle esistenze altrui se non nel modo indiretto e implicito in cui la letteratura può insegnare a essere? ».

In queste domande di Calvino c’è l’essenza del libro di Del Giudice.
Lo stadio di Wimbleon è un perfetto romanzo di formazione che entra nel cuore delle questioni cruciali della letteratura che si incontra con la vita.
La narrazione di Daniele Del Giudice nelle pagine di questo libro non scioglie nodi e non azzarda risposte definitive sul dilemma tra scrivere o non scrivere.
Perchè in letteratura quello che davvero conta è far emergere l’invisibile dal visibile. Il reale significato della parola è in ciò che la parola tace.
Per Del Giudice scrivere è un paradosso che racconta di qualcosa che non può essere visto e allo stesso tempo guarda una storia di cui non si può raccontare.
Un paradosso che ha a che fare con il mistero stesso della scrittura che incontra la vita.

:: Ti amerò di un amore nuovo – Lettere a Lou di Guillaume Apollinaire (L’orma Editore 2016) a cura di Michela Bortoletto

9 gennaio 2018 by
Spollinaire

Clicca sulla cover per l’acquisto

1914, Nizza. Lei è Louise de Coligny-Châtillon, ha trentatré anni, di nobili origini, è divorziata e presta servizio volontario come infermiera all’ospedale militare. Louise, detta Lou, è giovane, maliziosa e intraprendente, brillante e disinibita. Ama la vita, l’amore e gli uomini.
Lui è Guillaime Apollinaire, trentaquattro anni, poeta, scrittore e critico d’arte. Sostenitore delle prime avanguardie, Apollinaire fu un grande amico di Picasso e una delle figure centrali della Francia di inizio Novecento. Guillaume, Gui per Lou, è appassionato e irrequieto. Non è solo un uomo di lettere ma anche di azione: per questo non può star fermo a guardare il conflitto mondiale appena iniziato ma si arruola come volontario nell’esercito.
L’incontro tra queste due anime non può che essere fatidico: Guillaime si innamora all’istante della giovane Lou e dal giorno successivo comincia a scriverle delle lettere.
Ti amerò di un amore nuovo è la raccolta di queste lettere. Lettere appassionate, romantiche, travolgenti, sensuali ma anche sessuali. Sì perché l’amore vissuto tra Gui e Lou è un amore fisico e passionale. Lou non è per Apollinaire una semplice musa ispiratrice. Lou è presente nella sua vita in carne e ossa: i pochi incontri che saranno loro concessi dalle vicende dell’epoca sono ardenti e ricchi di passione e complicità.
E di passione, complicità, ardore e desiderio sono ricche le numerose epistole di Apollinaire spedite prima dal centro di addestramento e poi dal fronte. Ma non solo. Nelle lettere emerge anche la gelosia prima e la rassegnazione poi di Apollinaire. Lou, infatti, non ha un legame solo con Gui ma anche con un artigliere di stanza in Lorena conosciuto con il nome di Toutou. Lou non ha mai nascosto ad Apollinaire di volersi sentire libera e, nonostante Gui sembra inizialmente accettare, questa sua vita libertina e incostante sembra poi pesare sul poeta, il quale inizia a soffrire per la situazione e nelle sue missive recrimina l’assenza e il distacco della ragazza. Ci sarà quindi un ultimo incontro tra i due a Marsiglia il 27 marzo 1915. Incontro durante il quale è la stessa Lou a porre fine al rapporto amoroso con Guillaime proponendo di trasformarlo in amicizia. Da quel giorno Gui cercherà di amarla di un amore nuovo, in modo disincarnato, poetico e lirico. “Ombra del mio amore”, lettera del 31 marzo 1915 ne è un esempio: Ombra bella, tu sei la più bella tra le donne, per il tuo sguardo di voluttà dolente […]. Ma questo registro scelto da Apollinaire durerà ben poco e presto tornerà a dedicare a Lou versi appassionati perché, forse, Gui, non smetterà mai davvero di amare Lou, e in una delle sue ultime lettere le dedica i quattro versi seguenti:

Quando due cuori nobili si son davvero amati
Più della stessa morte è forte il loro amore
Cogliamo ora i ricordi che si son seminati
L’assenza quando si ama non ha nessun valore.

In questo epistolario c’è dunque tutto della storia d’amore tra Gui e Lou: dall’innamoramento iniziale alla semplice amicizia, passando dall’ebbrezza dei primi incontri, dal fuoco della passione, dalla gelosia e dall’incertezza. A far da sfondo alla storia d’amore ci sono gli eventi della Grande Guerra. Ed ecco quindi affiorare tra le righe le descrizioni della vita al campo di addestramento prima e in trincea poi.
Ti amerò di un amore nuovo non è solo la testimonianza di un grande amore ma anche un modo per osservare i primi mesi della Prima Guerra Mondiale attraverso gli occhi di un poeta che si chiude con quella che, a mio parere, è una bellissima dichiarazione a Lou:

Ti auguro begli amori e molta felicità.[…] Insomma, per ora me la cavo senza danni, e dopotutto non è mica male. Gui.

Trad. a cura di Lorenzo Flabbi.

Guillaume Apollinaire, pseudonimo di Wilhelm Albert Włodzimierz Apollinaris de Wąż-Kostrowicki è stato un poeta, scrittore, critico d’arte e drammaturgo francese. Muore a Parigi il 9 novembre 1918.

Source: acquisto del recensore.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Veleno nelle gole di Simona Barba e Gisella Orsini (Riccardo Condò Editore 2016) a cura di Irma Loredana Galgano

9 gennaio 2018 by
veleno nelle gole

Clicca sulla cover per l’acquisto

Anni ’70. Un incidente nello stabilimento industriale dove lavora come chimico e altri avvenimenti drammatici travolgono la vita di Lorenzo, che non riuscirà più a placare il suo bisogno di giustizia e di conoscenza. Una verità scomoda lo porterà a scontrarsi con la complicità silente di una cittadinanza, che di fronte al rischio della perdita del lavoro, sceglierà di rinunciare persino alla salute. Una lunga lotta contro un moondo avviato allo sviluppo a tutti i costi…

Un tuffo nel passato, un salto indietro nel tempo di quasi cinquant’anni per presentare al lettore uno spaccato dell’Italia in pieno boom economico, nel clou di quello che veniva indicato come un vero e proprio miracolo in un Paese da poco uscito devastato da ben due conflitti mondiali e in piena ripresa… almeno così si credeva. C’è sempre un prezzo da pagare, per tutto, e quello che simbolicamente hanno pagato i protagonisti della fiction nata dalla fantasia di Simona Barba e Gisella Orsini corrisponde a quello pagato realmente da tutti gli italiani.
Pubblicato nel 2016 con Riccardo Condò Editore, Veleno nelle gole è un libro che, se letto nella giusta prospettiva, fa letteralmente mancare il respiro in chi legge perché, se è vero che la storia è di pura fantasia, sappiamo anche che la realtà troppo spesso la supera questa fantasia. Purtroppo.
Veleno nelle gole è un testo breve con una scrittura lenta, cadenzata sui ritmi di piccole comunità, il cui tempo è scandito dalle sirene della fabbrica, dal suono delle campane, dal peso dei ricordi e dalle incertezze per il futuro. Un libro la cui storia è fiction, frutto della fantasia delle autrici, ma il cui nudo realismo è una cartina tornasole indirizzata verso chi ancora finge di non sapere, di non capire e tenta di nascondere la verità, come polvere sotto il tappeto, come rifiuti nei campi, lungo gli argini dei fiumi, sotto i piloni dei ponti che creano le lunghe vie di comunicazione che hanno finito per far diventare gli angoli del nostro Paese non solo e non tanto più vicini, quanto, solamente, più uguali, simili, soprattutto nel male.
Un libro breve, Veleno nelle gole di Simona Barba e Gisella Orsini, ben scritto e interessante, carico di significati e risvolti interessanti. Un libro da leggere.

Simona Barba: nata a Pescara, ha compiuto studi classici e successivamente conseguito la Laurea in Architettura presso l’Università degli studi di Firenze. Iscritta all’Ordine degli Architetti di Pescara, impegnata nel settore automotive. Autrice di numerosi racconti brevi.

Gisella Orsini: Nata a Ginevra, ha conseguito la Laurea in Filosofia presso l’Università Gabriele d’Annunzio di Chieti. Atleta professionista per l’atletica leggera. Ha partecipato a varie esperienze di laboratori teatrali e seguito corsi di sceneggiatura.

Source: pdf inviato dalle autrici al recensore.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Mi manca il Novecento – Piero Chiara nella provincia della grande letteratura a cura di Nicola Vacca

8 gennaio 2018 by

chiara

Da Luino, sulle sponde del Lago Maggiore, uno dei più vivaci scrittori del dopoguerra ha narrato nei suoi romanzi e nei suoi racconti la piccolezza della vita di provincia e la mediocrità dei suoi personaggi con uno stile arguto, ironico senza mai essere banale.
Piero Chiara morì il 31 dicembre del 1986. A trentadue anni dalla sua scomparsa le numerose storie che ha raccontato conservano ancora un fascino irripetibile e l’umorismo che contengono è capace di cogliere nel quotidiano l’essenza della vita italiana.
Narrare la provincia, i suoi vizi e le sue virtù non è facile. Il rischio che si corre è quello di cadere nei luoghi comuni della letteratura. Sono pochi gli scrittori che sono riusciti a bandire dal loro stile quella leggerezza cronachistica che si limita a circoscrivere il tempo e i suoi fatti.
Per esempio il grande Piero Chiara nei suoi romanzi lacustri è riuscito a creare storie appassionanti e personaggi unici con un’ironia garbata dietro la quale si nascondeva il mistero della condizione umana. Il maestro di Luino nei suoi capolavori è andato sempre oltre il tempo.
Nel suo lago si sono specchiati intere generazioni di lettori. Riprendendo in mano oggi i suoi libri, scopriamo che quelle rive oggi sono ancora in grado di raccontare l’uomo alle prese con le fatalità della vita quotidiana.
I personaggi delle sue storie, grotteschi e scanzonati, danno vita ad avvenimenti esilaranti.
Nella narrativa di Chiara c’è tutta la poesia della piccola vita che scorre: nella provincia si consumano episodi che hanno il sapore di un tempo passato in cui erano i sentimenti e la semplicità a dettare le regole comportamentali della vita sociale.
Quando nel 1962 uscì Il piatto piange (nella collana del «Tornasole» diretta e curata da Vittorio Sereni e Niccolò Gallo presso Mondadori) fu subito un successo sorprendente.
Lo scrittore di Luino, fedele alla sua linea di narratore, in quel libro redige un ritratto spietato, drammatico e ironico della provincia italiana tra le due guerre cogliendo dalla prospettiva appartata di un paese di confine, affacciato sul lago, abitudini e mentalità del Ventennio.
Anche in tutti gli altri fortunati libri che seguiranno Piero Chiara ( Il balordo La spartizione, Il pretore di Cuvio. I giovedì della signora Giulia, La stanza del vescovo, Il cappotto di Astrakan, Una spina nel cuore, Vedro Singapore?) non rinuncerà mai alla sua vocazione di narratore autentico con il gusto diretto del racconto.
«Chiara è rimasto tra i pochissimi nostri scrittori  a possedere l’impareggiabile  grazia  del narratore puro, rendendo semplice e accessibile anche le cose apparentemente più complesse, tali  da incantare con garbo il lettore fin dall’inizio e  tenendo viva la sua attenzione intrattenendolo piacevolmente per tutta la durata della lettura». Questo e molto altro ancora è stato Piero Chiara insieme al teatro dei suoi personaggi tipicamente provinciali e quindi italiani.
Dalla provincia italiana sono arrivate le storie più belle della nostra narrativa. A quella contemporanea mancano moltissimo i racconti di Piero Chiara, di Nantas Salvataggio, Mario Soldati, tutti autori che, nei loro bellissimi romanzi, sono riusciti a rappresentare magnificamente la commedia umana immortalando sulla pagina intere comunità di personaggi indimenticabili, diventati, grazie alla loro abilità di narratori puri, metafore estemporanee di un’esistenza di cui tutti facciamo parte.