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:: Ti amerò di un amore nuovo – Lettere a Lou di Guillaume Apollinaire (L’orma Editore 2016) a cura di Michela Bortoletto

9 gennaio 2018
Spollinaire

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1914, Nizza. Lei è Louise de Coligny-Châtillon, ha trentatré anni, di nobili origini, è divorziata e presta servizio volontario come infermiera all’ospedale militare. Louise, detta Lou, è giovane, maliziosa e intraprendente, brillante e disinibita. Ama la vita, l’amore e gli uomini.
Lui è Guillaime Apollinaire, trentaquattro anni, poeta, scrittore e critico d’arte. Sostenitore delle prime avanguardie, Apollinaire fu un grande amico di Picasso e una delle figure centrali della Francia di inizio Novecento. Guillaume, Gui per Lou, è appassionato e irrequieto. Non è solo un uomo di lettere ma anche di azione: per questo non può star fermo a guardare il conflitto mondiale appena iniziato ma si arruola come volontario nell’esercito.
L’incontro tra queste due anime non può che essere fatidico: Guillaime si innamora all’istante della giovane Lou e dal giorno successivo comincia a scriverle delle lettere.
Ti amerò di un amore nuovo è la raccolta di queste lettere. Lettere appassionate, romantiche, travolgenti, sensuali ma anche sessuali. Sì perché l’amore vissuto tra Gui e Lou è un amore fisico e passionale. Lou non è per Apollinaire una semplice musa ispiratrice. Lou è presente nella sua vita in carne e ossa: i pochi incontri che saranno loro concessi dalle vicende dell’epoca sono ardenti e ricchi di passione e complicità.
E di passione, complicità, ardore e desiderio sono ricche le numerose epistole di Apollinaire spedite prima dal centro di addestramento e poi dal fronte. Ma non solo. Nelle lettere emerge anche la gelosia prima e la rassegnazione poi di Apollinaire. Lou, infatti, non ha un legame solo con Gui ma anche con un artigliere di stanza in Lorena conosciuto con il nome di Toutou. Lou non ha mai nascosto ad Apollinaire di volersi sentire libera e, nonostante Gui sembra inizialmente accettare, questa sua vita libertina e incostante sembra poi pesare sul poeta, il quale inizia a soffrire per la situazione e nelle sue missive recrimina l’assenza e il distacco della ragazza. Ci sarà quindi un ultimo incontro tra i due a Marsiglia il 27 marzo 1915. Incontro durante il quale è la stessa Lou a porre fine al rapporto amoroso con Guillaime proponendo di trasformarlo in amicizia. Da quel giorno Gui cercherà di amarla di un amore nuovo, in modo disincarnato, poetico e lirico. “Ombra del mio amore”, lettera del 31 marzo 1915 ne è un esempio: Ombra bella, tu sei la più bella tra le donne, per il tuo sguardo di voluttà dolente […]. Ma questo registro scelto da Apollinaire durerà ben poco e presto tornerà a dedicare a Lou versi appassionati perché, forse, Gui, non smetterà mai davvero di amare Lou, e in una delle sue ultime lettere le dedica i quattro versi seguenti:

Quando due cuori nobili si son davvero amati
Più della stessa morte è forte il loro amore
Cogliamo ora i ricordi che si son seminati
L’assenza quando si ama non ha nessun valore.

In questo epistolario c’è dunque tutto della storia d’amore tra Gui e Lou: dall’innamoramento iniziale alla semplice amicizia, passando dall’ebbrezza dei primi incontri, dal fuoco della passione, dalla gelosia e dall’incertezza. A far da sfondo alla storia d’amore ci sono gli eventi della Grande Guerra. Ed ecco quindi affiorare tra le righe le descrizioni della vita al campo di addestramento prima e in trincea poi.
Ti amerò di un amore nuovo non è solo la testimonianza di un grande amore ma anche un modo per osservare i primi mesi della Prima Guerra Mondiale attraverso gli occhi di un poeta che si chiude con quella che, a mio parere, è una bellissima dichiarazione a Lou:

Ti auguro begli amori e molta felicità.[…] Insomma, per ora me la cavo senza danni, e dopotutto non è mica male. Gui.

Trad. a cura di Lorenzo Flabbi.

Guillaume Apollinaire, pseudonimo di Wilhelm Albert Włodzimierz Apollinaris de Wąż-Kostrowicki è stato un poeta, scrittore, critico d’arte e drammaturgo francese. Muore a Parigi il 9 novembre 1918.

Source: acquisto del recensore.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Noi, David Nicholls, (Neri Pozza, 2014) a cura di Michela Bortoletto

11 novembre 2014

noi_02_3_Noi è la storia di un matrimonio. Connie e Douglas sono sposati da venticinque anni. Douglas è un biochimico, tutto lavoro, razionalità e precisione. Connie un’artista, impulsiva ed irrazionale. Si sono conosciuti a una cena a casa della sorella di Douglas. Si sono innamorati, amati e sposati. Hanno avuto un figlio, Albert, che ora si sta preparando per lasciare la casa di famiglia e trasferirsi al college. Il loro è un matrimonio felice, o almeno è quello che ha sempre pensato Douglas fino a quando, in piena notte, Connie lo sveglia per dirgli che il loro matrimonio è giunto al capolinea e che crede che lo lascerà. Inutile dire che da quell’istante la vita di Douglas non sarà più la stessa.
Sperando di far cambiare idea alla moglie, Douglas accetterà di partire con Connie e Albie per un’ultima vacanza di famiglia. Una vacanza insolita: un Grand Tour delle maggiori città europee, simile a quello che intraprendevano i giovani del Settecento prima di entrare nel mondo degli adulti. Douglas organizza il viaggio minuziosamente: una rigida tabella di marcia fatta di orari dei treni, prenotazioni, cartine, visite ai musei. Non vuole lasciare nulla al caso. Ha due settimane per riconquistare la moglie e vuole che tutto vada per il meglio. Deve far cambiare idea a Connie, farle capire che il loro matrimonio non è al capolinea solo perché Albie lascerà la loro casa. Deve riuscire a convincerla che possono incominciare una “nuova” vita insieme.
Purtroppo però il viaggio si rivelerà fallimentare fin dai suoi primi istanti. Connie e soprattutto Albie faticano a “sottostare” alla tabella di marcia di Douglas. Battibecchi e litigi sembrano essere all’ordine del giorno. Tutto poi andrà in pezzi quando Albie scapperà lasciando soli Connie e Douglas. Connie deciderà di ritornare a casa , Douglas invece si lancerà alla ricerca del figlio girando mezza Europa. In questa sua ricerca Douglas avrà modo di riflettere sul proprio matrimonio e tra continui sbalzi tra passato e presente capiremo che quello tra Connie e Douglas non era per nulla un matrimonio perfetto e che Connie non è l’unica persona che Douglas dovrà riconquistare.
Noi sono Douglas e Connie. Ma Noi sono anche Douglas e Albie: un padre che nonostante tutti i suoi sforzi non riesce ad essere amato dal figlio come lo è la madre e un figlio che si sente incompreso, sminuito e deludente agli occhi del padre.
Noi è un libro che si vorrebbe leggere tutto d’un fiato. Sin dalla prime righe ti avvolge, ti catapulta nell’universo di Douglas, nella sua vita con Connie e Albie. Pagina dopo pagina, città dopo città, ricordo dopo ricordo il lettore accompagnerà Douglas attraverso l’Europa ma soprattutto attraverso la presa di coscienza dell’imperfezione del proprio matrimonio e dei propri errori come padre.
Se, quando ci si allontana per qualche motivo dalle sue pagine, la mente rimane sempre lì, coi suoi personaggi, con la sua storia, allora per me significa che quello è un buon libro, un libro che merita di esser letto. E Noi lo è. Traduzione di Massimo Ortelio

David Nicholls ha lavorato a lungo con la BBC realizzando adattamenti shakespeariani e numerose serie di successo, premiate con due nomination per i BAFTA Awards. Tra i suoi romanzi Le domande di Brian (BEAT 2011), Il sostituto (BEAT 2012) e Un giorno (Neri Pozza 2010), da cui è stato tratto un celebre film diretto da Lone Scherfig, con Anne Hathaway e Jim Sturgess. http://www.davidnichollswriter.com/

:: Mi chiamavano piccolo fallimento, Gary Shteyngart, (Guanda, 2014) a cura di Michela Bortoletto

7 novembre 2014

picfallgrandeMi chiamavano Piccolo Fallimento è l’autobiografia di Gary Shteyngart, scrittore ebreo di origini russe, nato a Leningrado nel 1972 e trasferitosi a New York all’età di sette anni.
Fin dalla tenera età Gary è ripetutamente colpito da fortissimi attacchi d’asma che gli varranno il soprannome di Moccioso. Le vacanze in dacie affacciate sul golfo di Finlandia e le migliori cure che la medicina sovietica dell’epoca poteva offrire nulla potevano contro la malattia del piccolo Gary.
Gary trascorre così i suoi primi sette anni di vita con un naso che cola perennemente, con una mamma super protettiva e senza amici. Anzi no, un amico Gary ce l’ha: è Lenin! Già perché Gary passa interi pomeriggi a giocare intorno alla statua del vecchio leader in Piazza Mosca e a inventare avventure di cui Lenin è il protagonista.
Se c’è una cosa che a Gary non manca è la fantasia. E ad accorgersene è nonna Galja, giornalista, che darà a Gary piccoli pezzetti di un gustoso formaggio per ogni pagina che il piccolo scriverà. Questi saranno i momenti più felici della vita dell’autore. Poi però i pomeriggi a casa di nonna Galja finiscono: è arrivato il momento di emigrare negli Stati Uniti.
Se in Russia Gary era un bambino solitario le cose non cambiano con il trasferimento a New York e l’iscrizione ad una scuola ebraica. Qui Gary sarà sempre il Russo, colui che viene dai territori nemici (non dimentichiamoci che siamo in piena Guerra Fredda). Nonostante numerosi sforzi Gary non riuscirà mai ad integrarsi del tutto tra i suoi compagni. Gli unici suoi momenti di popolarità e, quindi, di relativa felicità gli saranno nuovamente “regalati” dalla scrittura.
Verranno poi gli anni del liceo che non saranno molto meglio di quelli precedenti. Iscrittosi a un liceo per “geni” delle materie scientifiche, Gary sarà uno studente mediocre circondato da numerosi figli di immigrati che cercano il riscatto sociale attraverso lo studio. Perché è solo ottenendo ottimi voti che si potrà entrare nelle migliori università. E una laurea in legge in un’ottima università è quello che desiderano i genitori di Gary. Ma Failurčka, ovvero Piccolo Fallimento come lo chiamerà la madre, fallisce in questa missione e frequenterà un’università minore, l’ Oberlin College.
Qui però le cose miglioreranno: Gary riuscirà a integrarsi un po’ , ad avere una ragazza e qualche amico. Ma resterà sempre un Piccolo Fallimento finché la scrittura non lo salverà del tutto e Gary diventerà uno scrittore.
Mi chiamavano Piccolo Fallimento racconta la continua ricerca di Gary di trovare il proprio posto nel mondo. Nelle pagine di questa autobiografia traspare la continua sensazione dell’autore di essere emarginato, diverso. In Russia era il bambino asmatico, alla scuola ebraica era il Russo, il nemico. Al liceo era il compagno che allo studio preferiva il parco. A questa solitudine poi va sommata anche la certezza di essere considerato un fallimento da parte dei propri genitori che lo accompagnerà sempre nella vita.
Questo è il riassunto in breve. Ora il mio giudizio. La storia della vita di Gary Shteyngart è abbastanza interessante. L’autore racconta con molta ironia anche i momenti più difficili della propria esistenza. Purtroppo però non sono riuscita ad essere totalmente coinvolta dalla lettura di questo libro. Ammetto di non aver mai letto nulla di questo autore contemporaneo e forse è questo il problema. Probabilmente se avessi prima letto qualche sua opera avrei avuto più empatia con Mi chiamavano Piccolo Fallimento e ne avrei apprezzato maggiormente la lettura. Approcciarmi a Shteyngart subito attraverso il suo romanzo autobiografico forse non è stata la decisione giusta. Credo che il giudizio di un lettore di Shteyingart sarebbe sicuramente diverso dal mio.
Ho scelto di leggere Mi chiamavano Piccolo Fallimento attirata da una frase sulla quarta di copertina: “Portnoy incontra Čechov. Che cosa ci può essere di meglio?”. Da accanita lettrice e ammiratrice di Philip Roth non ho saputo resistere! Ma devo purtroppo ammettere di esserne rimasta delusa. Sarò sicuramente di parte ma la bravura e la brillantezza di Roth sono inarrivabili. Traduzione di Katia Bagnoli.

Gary Shteyngart è nato a Leningrado nel 1972, si è trasferito negli Stati Uniti all’età di sette anni e vive a New York. Ha esordito nel 2002 con il romanzo Il manuale del debuttante russo. Vincitore di numerosi premi, è stato segnalato dal New Yorker come uno dei migliori scrittori americani under 40.

:: L’amore quando c’era, Chiara Gamberale, (Mondadori, 2012) a cura di Michela Bortoletto

5 settembre 2014

indexQual è la ricetta della felicità? Qual è quell’ingrediente che rende una persona felice? Che cos’è che fa sì che una vita sia degna di essere vissuta? Se lo chiede Amanda, la protagonista di questo breve romanzo di Chiara Gamberale.
Amanda ha trentanove anni, insegna lettere in una scuola media, è una scrittrice mancata ed è appena stata lasciata da Manuel, il suo compagno, perché ultimamente il suo chiodo fisso era quello di diventare madre. Vive in un appartamento con il suo cane Poirot. Una vita normale, quella di Amanda. Eppure sente che qualcosa le manca. Non è completamente felice. Ha un buco dentro che non riesce a riempire. Per trovare la risposta al suo vuoto ha perfino assegnato un tema ai suoi alunni: Perché la vita ha un senso o non ce l’ha, secondo te? Le risposte dei suoi alunni hanno un comune denominatore: l’amore. Sembra che tutto giri intorno a questo sentimento: felicità, tristezza, paura e vuoto dipendono dall’amore. Amore che c’è e amore che non c’è.
E l’amore è al centro anche della vita di Tommaso, ex di Amanda, piantato alla vigilia della partenza per un viaggio in Cina senza un perché. Dopo dodici anni Amanda si rifà viva con lui in occasione della morte del padre. Tra i due nasce una fitta corrispondenza fatta di messaggi e mail. Tommaso è un avvocato, è sposato e ha due splendidi bambini. Fa il lavoro dei suoi sogni, ha una moglie che lo ama e che lui ama e i bimbi sono fonte di gioia. La sua vita sembra perfetta. E allora ecco che Amanda si chiede se forse Tommaso è riuscito a trovare il segreto per essere felici. La vita di Tommaso, agli occhi di Amanda, sembra perfetta, piena, compiuta. Non come la sua che sembra mancare di qualcosa. Eppure, dal loro scambio di mail si intuisce che forse anche a Tommaso manca qualcosa per essere pienamente felice.
Ma allora quale sarà la risposta alla domanda di Amanda? L’amore, come sostengono i suoi alunni? È l’amore per qualcuno o qualcosa a fare la differenza? Basta davvero solo amare e essere amati? Il segreto della felicità è realmente solo l’amore? Ma l’amore quando c’è, quando non c’è o quando c’era? La risposta è tra queste pagine.

Chiara Gamberale vive a Roma, dove è nata nel 1977. Ha esordito nel 1999 con Una vita sottile, seguito da Color Lucciola (2001), Arrivano i pagliacci (2003), La zona cieca (2008, premio selezione Campiello), Le luci nelle case degli altri (2010), L’amore, quando c’era (2012) e Quattro etti d’amore, grazie (2013). È autrice e conduttrice di programmi televisivi e radiofonici come Quarto piano scala a destra, su Rai Tre, e Io, Chiara e L’Oscuro, su Radio Due. Collabora con “Vanity Fair” e “Donna Moderna”, e tiene un blog sul sito di “Io Donna” del “Corriere della Sera”. Per Feltrinelli ha pubblicato il romanzo Per dieci minuti (2013).

:: Recensione di Saggio sulla lucidità di José Saramago (Feltrinelli, 2011) a cura di Michela Bortoletto

6 febbraio 2013
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Pochi giorni fa ho avuto il piacere di parlarvi di Cecità di José Saramago. Vi ricordate? Un giorno gli abitanti di un’intera nazione si ritrovano improvvisamente colpiti da una cecità totale e bianca e devono cominciare a fare i conti con essa.
Questa volta Saramago ci immerge in un’altra situazione dell’assurdo: nello stesso Paese colpito anni fa dalla cecità, più dell’ottanta per cento della popolazione, questa volta però solo della capitale, ha votato scheda bianca alle elezioni governative.
Che c’è di male, vi chiederete. Nulla. Votare scheda bianca è un diritto di tutti, così come votare per la Sinistra, la Destra o il Centro. I cittadini della capitale hanno esercitato il loro diritto di voto nel modo a loro più congeniale. Probabilmente stufi dei soliti rappresentanti politici, hanno deciso di votare bianco. Capita a ogni elezione che ci siano delle schede bianche no? Tutto normale, o quasi. Già perché se la  presenza di schede bianche durante una votazione è ammessa, quello che qui ora non quadra è l’altissima percentuale di esse. Più dell’ottanta per cento. La quasi totalità della popolazione della capitale. Nel resto del Paese tutto è andato liscio come  al solito. Perché nella capitale invece no? Per quale motivo una fetta così grande di abitanti ha scelto di votare scheda bianca? Soprattutto, cosa deve fare il governo ora? Prendere atto della situazione, è ovvio. E poi?
Il governo deve così fare  i conti con una nuova epidemia di biancume. Così diversa dalla precedente ma dagli effetti non meno catastrofici. Il Primo Ministro ancora in carica, circondato dagli altri ministri e dal Presidente della Repubblica, deve assolutamente agire, fare qualcosa. E se indire altre elezioni, mettere la città sotto assedio, lasciare la Capitale a sé stessa, ed infine, far scoppiare una bomba in stazione non basta a far cambiare idea ai capitolini, allora rimane solo un’unica soluzione da tentare: trovare un capro espiatorio. Far ricadere la colpa di tutto, della votazione bianca, dell’instabilità politica creatasi su qualcuno.
Provvidenziale arriva al Governo una lettera di denuncia: all’epoca della cecità una donna è stata l’unica a mantenere inalterata la sua vista. Mentre tutti vedevano bianco, lei ha continuato a vedere il mondo, e grazie a lei un gruppo di sette persone è riuscito a sopravvivere. Inoltre, durante un episodio di immensa violenza, ha assassinato un uomo. La scelta ricade su di lei. È la colpevole perfetta: non ha perso la vista e si è macchiata di omicidio. Perché non darle anche la colpa di questa situazione? La macchina dell’infamia  e della diffamazione comincia a girare. Perché per tutta questa situazione  ci deve essere un solo colpevole, e questo colpevole non può essere il governo. Ci sarà qualcuno che aprirà nuovamente gli occhi e guarderà la situazione con sguardo obiettivo? Oppure una furia cieca colpirà nuovamente la città come anni addietro? La donna che non ha perso la vista si salverà anche stavolta?
Con Saggio sulla lucidità Saramago è riuscito nuovamente a descrivere e analizzare una situazione assurda e a renderla perfettamente credibile. Attraverso le pagine di questo libro l’autore ci conduce all’interno dei meccanismi di governo dove troviamo ministri che non hanno la minima idea di cosa fare ma hanno un’unica certezza: vogliono mantenere il potere. E se il governo barcolla nell’incertezza, gli abitanti della città sembrano gli unici ad aver mantenuto una sorta di lucidità nonostante i tentativi dei potenti di far cambiare loro idea.
E se alle prossime, imminenti elezioni succedesse anche da noi?

Source: acquisto del recensore.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Recensione di Cecità di Josè Saramago (Feltrinelli, 2010) a cura di Michela Bortoletto

28 gennaio 2013

saramago_cecitaUn giorno, qualunque. Una città, qualunque. Un uomo, qualunque, fermo ad un semaforo. All’improvviso tutto intorno a lui diventa bianco. Si gira a destra: Bianco! A sinistra: bianco! Davanti a sé: bianco! Bianco. Bianco ovunque. La città sembra essere stata inghiottita da una candida luce del colore della neve.  Il nostro uomo qualunque ci mette qualche minuto a realizzare che non è la città ad essere scomparsa ma la sua vista. È diventato cieco. Così, all’improvviso. Di una cecità mai vista prima: non è tutto nero, bensì tutto bianco!
L’uomo qualunque pensa di essere stato colpito da una malattia rara, ancora sconosciuta. Persino il suo oculista non sa che pesci prendere: una cecità bianca? È impossibile! E poi, i suoi occhi non sono nemmeno danneggiati! Il mistero sembra non avere soluzione. Il nostro sfortunato amico sembra costretto a convivere con la solitudine di una malattia non rara, unica. Ma a breve ci si accorge che non è così. Nel giro di qualche giorno infatti i ciechi in paese si moltiplicano a vista d’occhio. I sintomi sono gli stessi: improvviso biancume che avvolge completamente la vista. Dal mondo colorato al bianco! Così, in un attimo!
Cosa fare? Il governo inizialmente ricovera in un vecchio manicomio i primi contagiati. Si pensa ad una malattia il cui contagio può essere ridotto mettendo in quarantena i malati. Meglio non toccarli, non avvicinarcisi, lasciarli lì rinchiusi tra di loro e che se la sbrighino da soli! Loro guariranno o moriranno. L’importante è limitare il contagio.
Ma la realtà non è mai così semplice e presto tutti diventano ciechi. Saramago ci trasporta in n mondo dove tutte le persone hanno perso il senso della vista. È un mondo dove ci si deve abituare a vivere e sopravvivere senza vederci. Un mondo dove ogni gerarchia e ordine vanno a rotoli. Non si può più lavorare e produrre. Il cibo inizia inevitabilmente a scarseggiare, come se già non fosse difficile trovarlo senza vederci! I ciechi combattono tra di loro per un po’ di cibo. In manicomio si assistono a scene di violenza inenarrabile. Fuori in città invece, c’è solo morte e miseria. Il loro mondo sembra destinato a finire così, in una coltre di luce bianca. Tutti sembrano destinati alla cecità. Tutti tranne uno. Anzi una. Una donna, la moglie dell’oculista a cui il primo cieco si è rivolto. Lei non ha perso la vista. Lei ci vede, vede tutto: la violenza, la miseria, la disperazione. Ed è attraverso di lei che noi entriamo in questo mondo tragico e disperato in cui sembra non esserci via d’uscita.
Cecità è un romanzo che ti prende e ti trascina dentro a questo mondo disperato. Ad ogni pagina si vuole andare avanti per scoprire quanto ancora può succedere. Fin dove si può arrivare nella lotta per la sopravvivenza prima di arrendersi e lasciarsi morire d’inedia. Saramago è un grande inventore di storie e situazioni. È un autore che purtroppo io ho scoperto tardi con Le intermittenze della morte, altro libro in cui una situazione surreale, la Morte che decide di scioperare, viene narrata, descritta e fatta rivivere dalla penna del meritatissimo premio Nobel.
Cecità indaga nel profondo dell’animo umano e persi tra le sue pagine non si può fare a meno di chiedersi: cosa avremmo fatto noi al loro posto?

:: Recensione di Gli sfiorati di Sandro Veronesi a cura di Michela Bortoletto

2 aprile 2012

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“Gli antichi greci chiamavano kairòs l’attimo in cui si decide tutto, passato il quale il corso degli eventi diviene irrevocabile[1].” Un attimo, dunque, un istante in cui l’equilibrio tra il bene e il male, la felicità e la dannazione, il rimorso e il rimpianto, la colpa e il perdono, si rompe. Dopo quest’attimo nulla sarà più lo stesso.
È attorno a questo attimo, a questo sfuggevole istante che ruota il romanzo di Veronesi Gli Sfiorati. Il giovane protagonista, vive cercando di procrastinare il più a lungo possibile l’inevitabile istante in cui la sua vita cambierà per sempre.
Mète è un  ragazzo di vent’anni che studia grafologia e divide la sua  vita tra lo studio e le serate nei mille locali di Roma. Ha perso la madre da soli sei mesi quando il padre decide di risposarsi con Virna, donna dalla quale diciassette anni prima ha avuto un’altra figlia: Belinda.
Belinda è bella, bionda, con gli occhi piccoli e ravvicinati, la bocca rosa e la pelle color sabbia. Attraversa la sua esistenza con quella leggerezza che solo gli adolescenti hanno nei confronti del mondo circostante. Non è brava a scuola, fuma qualche canna e frequenta Dinamo, un ragazzo col sogno di formare una rock band.
Mète e Belinda hanno avuto esistenze separate. Non si sono mai frequentati fino al momento in cui i genitori decidono di affidare la ragazza alle cure del fratellastro durante la loro luna di miele. Comincia così una convivenza forzata tra i due nell’appartamento di Mète. Fin qui sembrerebbe tutto normale. Due fratellastri che hanno la possibilità di conoscersi meglio, di trascorrere un po’ di tempo insieme ora che le due famiglie si sono unite. Fin da subito però si capisce che qualcosa non va. Mète fa di tutto per evitare Belinda, passa tutto il suo tempo fuori casa, nei locali, con i suoi unici due veri amici, Bruno e Damiano. E quando è nell’appartamento si chiude in camera per non incontrare la sorellastra. Il motivo è semplice: Mète è irrimediabilmente attratto da Belinda. Il profumo di mela che lascia dove passa lo inebria. Il suo fisico lo attira. Mète vuole Belinda ma è pur sempre sua sorella da parte di padre e sa che non potrebbe, anzi non dovrebbe fare nulla. Mète è dilaniato da questa situazione. Sa che se passasse troppo tempo con lei sarebbe capace di fare qualcosa di cui poi si pentirebbe amaramente. E allora esce, vaga per una Roma fatta di locali, di luoghi e di persone che Veronesi ritrae magistralmente con la scorrevolezza che gli appartiene. Ecco così i Carontini, ragazzi soli che traghettano da un locale all’altro, ecco Bruno, l’attore teatrale che pubblica il Manifesto per l’abolizione del Teatro, Damiano che sogna di comprarsi un’Alfa Romeo 164 rossa fiammante, Dinamo che invece coltiva cannabis sulla tomba di un  giovane musicista morto. Mète passa così il suo tempo a cercare di evitare l’inevitabile: impossibile non passare del tempo con Belinda. Impossibile non parlarle, non guardarla, non immaginare di sfiorarla, toccarla e baciarla, giungendo così al kairòs, il momento dove tutto cambierà


[1] S. Veronesi, Gli Sfiorati, Milano, 1990, pag. 308

Source: libro del recensore.

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