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:: Recensione di Cecità di Josè Saramago (Feltrinelli, 2010) a cura di Michela Bortoletto

28 gennaio 2013

saramago_cecitaUn giorno, qualunque. Una città, qualunque. Un uomo, qualunque, fermo ad un semaforo. All’improvviso tutto intorno a lui diventa bianco. Si gira a destra: Bianco! A sinistra: bianco! Davanti a sé: bianco! Bianco. Bianco ovunque. La città sembra essere stata inghiottita da una candida luce del colore della neve.  Il nostro uomo qualunque ci mette qualche minuto a realizzare che non è la città ad essere scomparsa ma la sua vista. È diventato cieco. Così, all’improvviso. Di una cecità mai vista prima: non è tutto nero, bensì tutto bianco!
L’uomo qualunque pensa di essere stato colpito da una malattia rara, ancora sconosciuta. Persino il suo oculista non sa che pesci prendere: una cecità bianca? È impossibile! E poi, i suoi occhi non sono nemmeno danneggiati! Il mistero sembra non avere soluzione. Il nostro sfortunato amico sembra costretto a convivere con la solitudine di una malattia non rara, unica. Ma a breve ci si accorge che non è così. Nel giro di qualche giorno infatti i ciechi in paese si moltiplicano a vista d’occhio. I sintomi sono gli stessi: improvviso biancume che avvolge completamente la vista. Dal mondo colorato al bianco! Così, in un attimo!
Cosa fare? Il governo inizialmente ricovera in un vecchio manicomio i primi contagiati. Si pensa ad una malattia il cui contagio può essere ridotto mettendo in quarantena i malati. Meglio non toccarli, non avvicinarcisi, lasciarli lì rinchiusi tra di loro e che se la sbrighino da soli! Loro guariranno o moriranno. L’importante è limitare il contagio.
Ma la realtà non è mai così semplice e presto tutti diventano ciechi. Saramago ci trasporta in n mondo dove tutte le persone hanno perso il senso della vista. È un mondo dove ci si deve abituare a vivere e sopravvivere senza vederci. Un mondo dove ogni gerarchia e ordine vanno a rotoli. Non si può più lavorare e produrre. Il cibo inizia inevitabilmente a scarseggiare, come se già non fosse difficile trovarlo senza vederci! I ciechi combattono tra di loro per un po’ di cibo. In manicomio si assistono a scene di violenza inenarrabile. Fuori in città invece, c’è solo morte e miseria. Il loro mondo sembra destinato a finire così, in una coltre di luce bianca. Tutti sembrano destinati alla cecità. Tutti tranne uno. Anzi una. Una donna, la moglie dell’oculista a cui il primo cieco si è rivolto. Lei non ha perso la vista. Lei ci vede, vede tutto: la violenza, la miseria, la disperazione. Ed è attraverso di lei che noi entriamo in questo mondo tragico e disperato in cui sembra non esserci via d’uscita.
Cecità è un romanzo che ti prende e ti trascina dentro a questo mondo disperato. Ad ogni pagina si vuole andare avanti per scoprire quanto ancora può succedere. Fin dove si può arrivare nella lotta per la sopravvivenza prima di arrendersi e lasciarsi morire d’inedia. Saramago è un grande inventore di storie e situazioni. È un autore che purtroppo io ho scoperto tardi con Le intermittenze della morte, altro libro in cui una situazione surreale, la Morte che decide di scioperare, viene narrata, descritta e fatta rivivere dalla penna del meritatissimo premio Nobel.
Cecità indaga nel profondo dell’animo umano e persi tra le sue pagine non si può fare a meno di chiedersi: cosa avremmo fatto noi al loro posto?

:: Recensione di La mano destra del diavolo di Dennis McShade (Voland, 2012) a cura di Giulietta Iannone

4 gennaio 2013

La mano destra del diavolo di Dennis McShadeLa mano destra del diavolo (Mão Direita do Diabo, 1967), Requiem Para D.Quixote e Mulher e Arma com Guitarra Espanhola compongono una trilogia crime che a prescindere dalle indubbie qualità letterarie è interessante soprattutto per le modalità con cui fu scritta. L’autore, Dinis Machado, giornalista sportivo, critico cinematografico e teatrale, e caporedattore della principale rivista di fumetti portoghese “Tintim”, per poter pubblicare questi tre libri, scritti su commissione mentre lavorava per la casa editrice Ibis curando la collana Rififi che traduceva autori stranieri, dovette adottare lo pseudonimo di Dennis McShade fingendo che le opere fossero state scritte e ambientate nella scandalosa e immorale America e semplicemente tradotte in Portogallo, tutto per poter sfuggire alle implacabili maglie della censura in atto durante la dittatura di Salazar. Il poliziesco, il noir con il suo potere destabilizzante che scaturisce dal raccontare i lati oscuri di una società che si vorrebbe luminosa, ottimistica e senza macchia, e invece nasconde ogni sorta di crimini, vendette, corruzioni, ingiustizie e contraddizioni, è stato sempre visto dalle dittature come un pericolo, una vera e propria aperta minaccia all’ordine costituito ed è interessante notare come la lotta, l’opposizione civile abbia assunto vie ingegnose e ricche di espedienti per manifestarsi. In questa dimensione La mano destra del diavolo è un’ opera politica, un atto di denuncia contro la dittatura europea più lunga del Novecento, che durò dal luglio del 1932 al settembre del 1968 e merita per questo un’analisi più scrupolosa e attenta ai rimandi e ai sottintesi. La mano destra del diavolo è un libro solo apparentemente semplice e lineare. L’apparente struttura narrativa mutuata dall’hardboiled americano oltre a servire da maschera per le ragioni già espresse, ovvero per puro mimetismo dettato dalla necessità, si presta a una trasfigurazione del genere contaminandolo con una ridda di influenze letterarie nobili, dai monologhi esistenziali alla Camus, come evidenzia Guia Boni nella sua essenziale e fulminante postfazione, allo stesso nome del protagonista evidente eco letterario del Pierre Menard di Borges, al fine di denunciare con più efficacia una società in cui prospera indisturbato un Sindacato del Crimine le cui spire mefitiche si diffondono fino all’interno del sistema, il poliziotto corrotto Nick Collins ne è emblema e specchio di questa violenza istituzionalizzata. E quale genere meglio dell’hardboiled può parlare con fluidità e naturalezza di violenza e crimine, di gente che si muove unicamente per denaro pronta a uccidere con una facilità che abbatte senza remore ogni scrupolo morale di sorta. Non è semplice imitazione, Dinis Machado non  produce un duplicato più o meno scadente o una parodia del genere, ma ne estrapola i temi e i meccanismi essenziali per metterli a servizio della sua visione esistenziale dandogli una profondità inusuale. Peter Maynard il protagonista indiscusso, narratore in prima persona di questa tragedia vissuta come una lungo e concatenato atto di vendetta che si trasforma in giustizia, è a differenza degli hardboiled classici, che scelgono la figura dell’investigatore privato come propulsore dell’azione, un sicario, un assassino a pagamento, un uomo per cui la morte è una necessità, che si trasforma in giustiziere per portare a termine uno dei tanti incarichi che gli vengono affidati. L’inizio ci riporta alla classica apertura e alle atmosfere chandleriane del Grande sonno quando Marlowe incontra il vecchio generale Sternwood: Peter Maynard e il suo socio Lucky Cassino incontrano il miliardario T.R. Douglas che dopo otto anni dalla morte della figlia decide che è giunto il momento di vendicarla e far uccidere i quattro uomini che la violentarono portandola al suicidio. Peter Maynard accetta e incassa la prima rata di 40.000 dollari, altrettanti ne riceverà a lavoro ultimato e si mette sulle tracce di questi “virtuali” assassini. Tracce che lo porteranno in Messico, a San Fransisco, a Chicago, di nuovo a New York in un intrecciarsi si fughe e inseguimenti perché il Sindacato del Crimine non tollera che un anarchico come Maynard vada in giro a uccidere la gente senza il suo permesso. Maynard è implacabile, efficiente come la mano destra del diavolo, trova le sue vittime, le interroga per farsi dare informazioni utili al ritrovamento degli altri e le uccide fino a che l’ultimo della lista non è esattamente chi credeva che fosse. Traduzione e postfazione di Guia Boni.

Dennis McShade pseudonimo di Dinis Machado (1930-2008). Nato a Lisbona, è stato giornalista sportivo, critico cinematografico e teatrale e autore di sceneggiature. È stato anche caporedattore della principale rivista di fumetti portoghese “Tintin” sulle cui pagine sono uscite per la prima volta le avventure di Corto Maltese. Nella sua produzione letteraria da ricordare soprattutto O que diz Molero, uscito nel 1977, libro che ebbe un successo clamoroso di pubblico e di critica.