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:: Il dio delle piccole cose di Arundhati Roy mi rincorre da molto tempo a cura di Andrea D’Angelo

30 luglio 2018

Il dio delle piccole cose di Arundhati RoyIl dio delle piccole cose di Arundhati Roy mi rincorre da molto tempo. Questo titolo imponente mi colpì la prima volta all’età di dieci anni. Lo vedevo osservarmi di rimando, stampato in rilievo sulla sua copertina rossa, decorata con tanti piccoli pavoni senza profondità, di un’edizione SuperPocket a sole 7900 Lire. Ci misi tra anni per superare quel timore reverenziale e decidermi ad aprirlo. Quando però lo andai a cercare era sparito.
L’ho ritrovato qualche mese fa, in un cassetto dimenticato a casa dei miei.
Il dio delle piccole cose è una grande costruzione narrativa e una grande opera di sincretismo. Riunisce in sé forme della letteratura europea e temi profondamente indiani, giocando più volte con le prospettive.
Mette in scena il decadimento di una ricca famiglia indiana di Ayemenem, inquadrandola nei passaggi delle sue ultime tre generazioni. È un romanzo familiare ad ampio respiro. Inquadra un preciso momento storico della società indiana, ma allo stesso tempo riflette sulle più profonde strutture della sua cultura. Descrive l’India dalla fine degli anni 60 agli inizi degli anni 90, ma anche l’India senza tempo. Il dio delle piccole cose è un Buddenbrook di Thomas Mann o un Os Maias di Eça de Queiroz. Organizza col suo linguaggio immaginifico e volutamente naïf la ricostruzione di un puzzle che restituisce l’immagine di una realtà universale e particolare.
È un libro dal messaggio complesso e profondo, in cui ogni personaggio ha sempre il ruolo sia di vittima che di carnefice. I gemelli Estha e Rahel sono vittime di un padre ubriacone, vittime di molestie e dell’abbandono, ma sono anche bugiardi al punto da portarsi una morte sulla coscienza per il resto della vita. La loro madre, Ammu, è l’artefice della più grande delle colpe: non si attiene ai limiti delle convenzioni sociali, condannando la famiglia alla distruzione.
Arundhati Roy non giudica apertamente l’ingiustizia, ce la presenta semplicemente davanti agli occhi a cose fatte. Elaborare quella sensazione di amaro in bocca è un lavoro che viene lasciato completamente al lettore.
Sono felice di aver ritrovato Il dio delle piccole cose in età adulta, è un testo a cui non sarei stato pronto se l’avessi letto prima.

Arundhati Roy è una scrittrice indiana e un’attivista politica impegnata nel campo dei diritti umani, dell’ambiente e dei movimenti anti-globalizzazione.
Nel 1997 ha vinto il Premio Booker col suo romanzo d’esordio, Il dio delle piccole cose (The God of Small Things). Il suo secondo romanzo, a 20 anni dal precedente, si intitola Il ministero della suprema felicità (The Ministry of Utmost Happiness) ed è uscito in contemporanea in Italia, USA e Regno Unito nel giugno 2017. (Fonte Wikipedia).

Source: libro del recensore.

:: VersOriente – La sostanza del cambiamento in Un artista del mondo fluttuante di Kazuo Ishiguro (Einaudi 2006) a cura di Andrea D’Angelo

22 gennaio 2018
Fluttuante

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Che cosa è rimasto del Giappone bellico dopo la guerra? Agli occhi di Masuji Ono, protagonista di Un artista del mondo fluttuante, non sembra essere rimasto molto. L’autore, Kazuo Ishiguro, premio Nobel 2017, che nel 1986, anno della pubblicazione, non aveva ancora raggiunto la fama, infonde in questo romanzo una grande varietà di letture.
È la storia di un pittore famoso che, ormai alla vecchiaia, si ritrova in un Giappone sconfitto e devastato. Il suo occhio guarda, nella tranquillità della pensione, ai cambiamenti che la fine della guerra ha portato nell’animo dei suoi connazionali. Cerca quindi di scrutare tra i comportamenti delle figlie e degli amici di vecchia data i segnali di un nuovo modo di intendere, che fa da spartiacque tra ciò che il Giappone era una volta e ciò che è diventato.
Tutta l’opera d’altronde sembra essere stata costruita sulla mediazione culturale. Il testo, scritto originariamente in inglese, lascia intravedere l’intenzione di rivolgersi all’Occidente, come a voler spiegare qualcosa sulla storia giapponese a chi sembra non averne capito molto. Questa mediazione alterna passaggi in cui Kazuo Ishiguro immerge il lettore in un contesto esplicitamente estraniante, quasi da percepire la distanza culturale al tatto, a momenti di simbolismo criptico – che ritroviamo già nel titolo.
Il mondo fluttuante a cui si fa riferimento, infatti, non è solo la metafora di un mondo effimero, ma ha bensì un chiaro inquadramento nella storia e nella cultura giapponesi. L’Ukiyo (浮世, il mondo fluttuante) muove i suoi passi dalla cultura buddhista del XVII secolo e dai cicli di reincarnazione. Rappresenta l’inconsistenza della realtà umana e la limitatezza della percezione. L’Ukiyo non è però un concetto unicamente filosofico, ma si declina in molte espressioni concrete, identificando uno stile di vita, quello dei quartieri del piacere, e spaziando in tutte le forme dell’arte.
Masuji Ono conosce bene tutto questo. Con tutta la sua esperienza da pittore sa bene cosa significa rappresentare la realtà e i limiti invalicabili di questa azione. E allora, se torniamo a chiederci cos’è rimasto del Giappone dopo la guerra e ci affidiamo ai suoi occhi esperti, ci sembrerà forse per un attimo di intravedere che il Giappone che descrive non ha perso la sua essenza. È ciò che la realtà mostra di sé che ha cambiato forma, fluttuando. Ma l’invisibile essenza, come il ciclo della reincarnazione, non cambierà mai.

Kazuo Ishiguro è nato a Nagasaki nel 1954 e si è trasferito con la famiglia in Inghilterra nel 1960. Tutti i suoi romanzi sono tradotti in italia da Einaudi: Un pallido orizzonte di colline (1982), Un artista del mondo fluttuante (1986), Quel che resta del giorno (ultima edizione Super ET 2016), Gli inconsolabili (1995 e 2012), Quando eravamo orfani (2000), Non lasciarmi (ultima edizione Super ET 2016) e Il gigante sepolto (2015, ultima edizione Super ET 2016). Per Einaudi ha pubblicato anche la raccolta di racconti Notturni. Cinque storie di musica e crepuscolo (2009 e 2010). Da Quel che resta del giorno (Man Booker Prize 1989) è stato tratto un famoso film con Anthony Hopkins ed Emma Thompson. Nel 2008 il «Times» l’ha incluso fra i 50 più grandi autori britannici dal 1945. Nel 2017 ha vinto il Premio Nobel per la Letteratura.

Source: pdf inviato dall’ editore al recensore, ringraziamo Carla Polzot dell’ Ufficio stampa Einaudi.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: VersOriente – La colpa di Keigo Higashino e la condanna sociale (Atmosphere Libri, 2016), a cura di Andrea D’Angelo

16 gennaio 2017
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Cos’è Tsuyoshi se non, in fin dei conti, un povero diavolo? Tsuyoshi è uno dei protagonisti di 手紙(Tegami) di Keigo Higashino, un romanzo del 2003 proposto in versione italiana solo nel 2016, da Atmosphere Libri.
Tsuyoshi è un  Raskol’nikov giapponese dei primi anni del XXI secolo. Non a caso la traduttrice Anna Specchio preferisce rendere il chiarissimo tegami, e cioè la lettera o le lettere, con un più criptico La colpa. È una scelta che si accoglie facilmente, se si pensa a una traduzione che non vuole solo mostrare, ma anzi vuole spiegare profondamente un messaggio più ampio. È in questo modo che La colpa ripropone all’occhio del lettore la questione del delitto e del castigo, già esaminata da grandi menti della letteratura e della filosofia, non più attraverso l’occhio febbricitante di Raskol’nikov, ma bensì attraverso quelli di Naoki, fratello minore di Tsuyoshi, che dopo l’arresto del fratello si ritrova a essere solo.
L’omicidio assume attraverso l’esperienza di Naoki la dimensione di una colpa che si abbatte non solo su chi la compie, ma anche su tutti i suoi legami affettivi. Se Tsuyoshi soffre la condanna al carcere, Naoki deve subire la condanna sociale, che spinta da commenti meschini si intrufola a piccoli passi tra le pieghe della vita quotidiana. È una condanna che si decifra nei termini dell’isolamento, dell’esclusione senza via di scampo, perché non si fonda su un atto concreto da negare, ma bensì su un pregiudizio che vuole Naoki violento, in quanto partecipe della stessa natura di Tsuyoshi che si è dimostrato violento. Allo stesso tempo è una condanna che si reitera e che viene riaffermata ogni qual volta qualcuno scopre il suo segreto.
Leggere手紙(Tegami) di Keigo Higashino nel suo adattamento italiano fa sì che il lettore non possa esimersi dal chiedersi se si stia trovando di fronte a una finestra aperta sul Giappone contemporaneo o se si tratti, osservando più attentamente, di un racconto dal respiro universale. Traduzione dal giapponese di Anna Specchio.

Higashino Keigo nasce a Ōsaka in Giappone nel 1958. È uno dei più famosi scrittori giapponesi, autore di numerosi bestseller. Nel 1985 conquista il premio Edogawa Ranpo, dedicato alla letteratura mistery, con il romanzo Hōkago (lett. “Doposcuola”). I risultati ottenuti grazie a questo riconoscimento lo convincono a licenziarsi e a intraprendere la carriera di scrittore. Si trasferisce a Tōkyō e nel 1999 vince il Premio dell’Associazione scrittori mistery del Giappone con Himitsu (La seconda vita di Naoko, Dalai Editore). Il vero successo arriva nel 2006 con Yōgisha x no kenshin (Il sospettato X, Giunti Editore), con il quale si aggiudica sia il premio Naoki che il Grande premio del mistery professionale. Nel 2012 gli viene assegnato il premio letterario Chūōkōron per Namiya zakkaten no kiseki (Il miracolo della drogheria Namiya), nel 2013 il premio Renzaburō per Mugenbana (Fiori onirici). In questo stesso anno, la Giunti Editore pubblica la traduzione di Seijo no Kyūsai con il titolo de L’impeccabile. Nel 2014 riceve il premio Yoshikawa Eiji per Inori no maku ga oriru toki (Quando cala il sipario delle preghiere). Oltre a romanzi polizieschi, scrive anche romanzi letterari, saggi e libri di storia per bambini. La Colpa (titolo originale: Tegami, 手紙) è del 2003 e ha avuto anche una trasposizione cinematografica nel 2006.

Source: pdf inviato al recensore dall’autore, ringraziamo Mauro dell’ufficio stampa Atmosphere Libri.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Un’ intervista con Andrea D’Angelo

29 settembre 2016

lisbBenvenuto Andrea su Liberi di scrivere e grazie di aver accettato questa intervista. Parlaci di te, raccontati ai nostri lettori.

Grazie a te per questo spazio, Giulia. La prima cosa che mi viene in mente al momento, se devo descrivermi, è “ho 28 anni”. Sarà che li ho compiuti da poco o sarà che mi sembrano essere trascorsi molto in fretta. In qualche modo sembrano darmi la misura di tante cose passate, alcune davvero, altre per finta.
L’impennata veloce del tempo è sicuramente venuta a 20 anni, quando mi sono trasferito in Germania per la prima volta. A pensarci adesso vedo un ragazzino che si lanciava nel vuoto. Quella caduta però non la cambierei per niente al mondo. È stata un passo cruciale verso l’età adulta, come persona e come scrittore. Mi ha permesso di imparare il tedesco che è oggi la mia principale lingua di lavoro, e di conoscere il mondo accademico di Berlino che ha un approccio alla letteratura completamente diverso dall’università italiana. Con questo non intendo sempre migliore, anzi vado molto fiero della preparazione che mi ha dato L’Orientale di Napoli. Senza di questa non avrei mai potuto affrontare il percorso che ho fatto. Ho un legame molto forte sia con Napoli, sia con Berlino. Principalmente fra Napoli e Berlino si muove infatti il mio primo romanzo L’inafferrabile estetica delle scelte azzardate. Poi però quando ho finito i miei studi alla Freie il bisogno di nuovi stimoli mi ha portato a Lisbona.

Si parla tanto in Italia di fuga di cervelli, tu lasciasti l’Italia per la Germania in tempi non sospetti già una decina di anni fa. Cosa ti ha spinto a partire?

Ammetto che la mia decisione di partire per la Germania sia stata più motivata dal desiderio che dalla necessità. Inizialmente il mio progetto era quello di specializzarmi in lingua e cultura giapponese in Germania. Poi però la passione per la letteratura ha prevalso e ho scelto di continuare sulla strada delle letterature comparate. Forse la vera spinta è venuta molto prima, quando a 18 anni sapevo di voler studiare il giapponese e, leggendo L’insostenibile leggerezza dell’essere, Kundera mi ha convinto ad abbinarlo al tedesco. C’è un passaggio in cui scrive che il tedesco è una lingua di parole pesanti, nel senso che le parole del tedesco sono piene di significato.
Lo scontro con la realtà del lavoro è venuto dopo, quando inevitabilmente ho dovuto constatare che di spazio per gli umanisti in Italia ce n’è veramente poco.

Come ti sei trovato al tuo arrivo? Hai trovato subito casa, lavoro, la gente come ti ha accolto?

La Germania all’epoca mi ha accolto, ma a modo suo – non certo a braccia aperte, ma più con un’espressione di “mi raccomando, non sporcare”. La ricerca del lavoro è stata forse la cosa più facile da affrontare. Ce n’è tanto e soprattutto se si parla bene il tedesco si ha un accesso privilegiato in confronto ai tanti che arrivano senza parlarlo e che spesso non lo imparano per niente, nemmeno dopo anni.
Al contrario trovare casa a Berlino può essere un inferno, specialmente nel contesto delle case condivise. Ma con gli anni almeno per me è diventato più facile, grazie a una buona cerchia di amici. Ci siamo aiutati l’un l’altro. Di tedeschi in questa cerchia ce ne sono pochi, malgrado in Germania abbia cominciato a sentirmi culturalmente molto integrato. Paradossalmente questa integrazione si è rivelata maggiormente in altri contesti, conoscendo tedeschi in Portogallo per esempio. E come se il trovarci tutti in una terra straniera abbia colmato quella distanza culturale dettata dalle etichette del tedesco e dell’italiano che in Germania non riuscivamo a colmare.

Cosa consiglieresti ai ragazzi che volessero seguire le tue orme. Studiare le lingue? Leggere libri nella lingua del paese dove si vuole andare a vivere? Imparare gli usi e costumi del posto?

Ai ragazzi che volessero seguire un percorso come il mio consiglierei di immergersi completamente, per non rischiare di sentirsi sempre inevitabilmente dei pesci fuor d’acqua. Questo comprende imparare la lingua del posto e studiarne la cultura, per farla lentamente propria.
Chiaramente in tutto questo la letteratura è un accesso privilegiato, l’espressione diretta di una cultura che cerca di spiegarsi a parole.

Ora vivi a Lisbona, una città piuttosto insolita come meta di migrazione. Descrivicela? Come ti trovi? Cosa ami, cosa ti piace meno di questa tua nuova città?

A Lisbona sono finito per caso. Una mattina a colazione a Napoli, un’amica mi ha detto che sarebbe stata un bel posto dove andare. E allora mi sono messo a cercare lavoro e qualche giorno dopo ero già lì.
Ho riscoperto poi in Lisbona, a piccoli passi, una città in grande fermento. È un grande cantiere. È in piena fase di restauro, da cima a fondo. Inoltra la nuova ondata di immigrazione europea comincia a farsi sentire molto e questo è sempre positivo, come tutte le immigrazioni, perché crea confronto.
Di Lisbona amo la luce, i palazzi, le strade e tutta la sua cultura da scoprire, nella musica, nella storia e nel suo essere mezza modernissima e mezza attardata in una lentezza antiquata.
Non me ne piace la burocrazia e a volte l’atteggiamento disfattista che i portoghesi si lasciano sfuggire.

Come è la vita culturale a Lisbona. Ci sono tante librerie, fiere del libro, incontri, presentazioni, case editrici?

Lisbona è culturalmente molto viva. Si può dire che tutti i mesi ci sia qualche grande evento culturale, come il festival delle lingue o della letteratura. Ci sono alcune delle librerie più vecchie d’Europa. I portoghesi leggono molto, anche se non lo danno a vedere. Conoscono tutti la storia del Portogallo e della sua letteratura a menadito e passano il tempo ad accusarsi di non saperne abbastanza.
Ammetto di non essermi riuscito ancora a fare un’idea molto chiara dell’aria che tira. Mi sembra che al momento a farla da padrone nella produzione cultura portoghese sia una nuova elaborazione del passato coloniale.

Lisbona è una tappa di passaggio o pensi che tra una ventina d’anni sarai ancora lì?

Sinceramente non lo so. Per il momento sento di doverla scoprire ancora e che ha ancora molto da darmi. E poi non me ne andrei mai prima di aver imparato bene il portoghese.

Oltre che viaggiatore sei anche scrittore. Stai scrivendo un libro sulla tua esperienza, vero? Ce ne vuoi parlare?

La scoperta del Portogallo ha portato con sé tanti spunti di riflessione. È una realtà composita che si configura in maniera ben distante dall’immaginario collettivo del Paese della crisi acuta. Tutti schiavi in Portogallo è un romanzo a puntate che per ora si può leggere sul mio blog Penelope a pretesto e che si incentra ironicamente proprio su questo assunto generalizzante e semplicistico. Marta, la sua protagonista, è un personaggio dai sentimenti semplici e dai pensieri complessi. Analizza il Portogallo con un occhio attento e si lascia stupire dalle contraddizioni tra ciò che si dice e che quindi necessariamente si aspetta e la realtà fattuale. Si sente per esempio in dovere di odiare il suo lavoro, che non corrisponde affatto ai sogni che voleva realizzare una volta, però non ci riesce davvero. E il suo Portogallo si trasforma lentamente in un posto dove tutto è possibile e che intenzionalmente cerca di insegnarle qualcosa.

Grazie del tuo tempo, ci diamo appuntamento appena l’hai pubblicato.

Grazie a te.

Nota: potete leggere i primi capitoli del romanzo qui

:: La via oscura, Ma Jian (Feltrinelli, 2015) a cura di Andrea D’Angelo

19 febbraio 2016
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Ricordo che da bambino mi spiegarono che scientificamente, o per meglio dire, secondo una certa visione scientifica, lo scopo della vita sarebbe la riproduzione, in altre parola la conservazione della specie stessa.
In questo senso, se l’uomo è visto nel suo essere anch’esso animale, condividerebbe con tutte le altre specie lo stesso unico scopo. Per chi invece vede l’uomo diverso dalle altre specie l’esistenza dell’essere umano sarebbe votata ad altro, un qualcos’altro di indefinito, che quasi si definisce nel divenire stesso.
Quale sarà allora poi veramente il quid che identifica l’importanza per l’uomo di avere figli e quanti se ne vuole? La vicenda di Meili e Kongzi ne La via oscura (Feltrinelli 2015) di Ma Jian mi è sembrata articolarsi su questa domanda. Lo spirito bambino che li guarda da fuori non sembra voler sapere altro.
Il contesto è la ben nota politica del controllo delle nascite nella Repubblica Popolare Cinese. Su questo sfondo si scontrano i bisogni materiali di un Paese dal pugno duro, che propaganda la necessità di essere di meno per essere tutti più ricchi e quelli dell’uomo in quanto uomo, oltre tutte le sue specificazioni e desideri del singolo. È un’entità singola e plurale allo stesso tempo, che a volte si avvale degli ideale della tradizione confuciana e a volte solo delle idee di un presunto buon senso, che a volte predilige il bisogno di un figlio maschio e a volte di un figlio, che anche se figlia, realizzi il sogno di un appagamento presente e futuro. La via oscura è però anche la storia di un viaggio, pieno di riferimenti simbolici tra antico e moderno, che finisce spesso per trasfigurare inferni d’inquinamento in paradisi artificiali.
Sul finire della politica del figlio unico Ma Jian si interroga, attraverso questo viaggio, sul senso materiale e astratto dei bisogni umani, lasciandosi dietro di sé più domande che risposte.

Ma Jian è nato in Cina, a Qingdao, nel 1953. Ha lavorato come riparatore di orologi, pittore di poster di propaganda e fotoreporter per una rivista diretta dallo stato. A trent’anni, abbandona il lavoro e viaggia per tre anni attraverso la Cina, un viaggio poi descritto nel suo libro Polvere Rossa (Neri Pozza, 2002). Nel 1987 pubblica la raccolta di racconti sul Tibet Tira fuori la lingua (Feltrinelli, 2008), libro che gli costa la condanna pubblica del governo cinese, il bando delle sue opere e lo spinge all’esilio a Hong Kong. Dopo la restituzione dell’isola alla Repubblica Popolare Cinese, si trasferisce in Europa, prima in Germania e poi a Londra dove vive tuttora. Malgrado le sue opere non possano essere pubblicate in Cina, Ma Jian ci torna regolarmente. Per Feltrinelli sono usciti: Spaghetti cinesi (2006), Tira fuori la lingua (2008), Pechino in coma (2009) e La via oscura (2015).

Source: ebook inviato dall’editore, ringraziamo Chiara dell’ Ufficio stampa Feltrinelli.

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:: VersOriente – Kawakami Hiromi: Da La Cartella del Professore (Einaudi, 2011) a Le Donne del Signor Nakano (Einaudi 2014): la solitudine nella società giapponese, a cura di Andrea D’Angelo

10 giugno 2015

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Sono mondi pieni di solitudine quelli rappresentati da Kawakami Hiromi. E sono forse proprio questa solitudine esistenziale e il modo in cui viene affrontata a legare La Cartella del Professore (センセイの鞄) e Le Donne del Signor Nakano (古道具 中野商店).
Questi due romanzi, che ricordano nei loro toni la poetica delle piccole cose della letteratura shōjo degli anni 80, sembrano voler ribadire negli anni tra le pubblicazioni dei due testi, tra il 2011 e il 2014, sempre più convintamente che l’unico modo per lasciarsi alle spalle la solitudine congenita all’esistenza umana sia fare un passo verso l’altro.
I personaggi di Kawakami Hiromi si muovono in una realtà in tutto e per tutto giapponese, tanto da costringere le traduzioni italiane di Antonietta Pastore per l’edizione Einaudi a proporre al lettore tantissimi realia, quasi a voler negare la possibilità stessa di una traduzione. Non tradurre in questo caso è una scelta intelligente, perché la scrittrice stessa sembra – a uno sguardo più attento – voler parlare di una solitudine non più del genere umano, ma specificamente giapponese.
Lo fa insistendo sullo scontro generazionale, sugli usi e costumi di eleganti uomini dai modi antiquati, su quello che una donna, secondo la visione classica della società giapponese, dovrebbe e non dovrebbe essere.
Al confronto con questi modelli statici, i personaggi de La Cartella del Professore e de Le Donne del Signor Nakano sono fortemente dinamici, perché pieni di domande e sempre in contatto con i propri sentimenti. È allora sulla base di questo contatto con i propri sentimenti che Tsukiko riesce a liberarsi delle convenzioni sociali e a uscire dal suo isolamento, così come fa anche il vecchio professore. Ed è solo sulla base dello stesso contatto con i propri sentimenti che i vari personaggi che si aggirano intorno al negozio del signor Nakano possono fare altrettanto.
Mettendo a confronto i due testi si ha come l’impressione che Kawakami Hiromi stia portando avanti un discorso molto articolato sulla condizione del sé e dell’altro nel Giappone contemporaneo, che, strutturato come su un modello empirico, vuole rendere conto di una complessa casistica e che ha ancora molto da mostrare.

Kawakami Hiromi è nata a Tokyo nel 1958. La cartella del professore (da cui Jiro Taniguchi ha tratto la graphic novel intitolata Gli anni dolci) è il suo primo romanzo pubblicato in Italia (Einaudi, 2011) e le è valso il prestigioso premio Tanizaki e la candidatura al Man Asian Literary Prize. Nel 2014 Einaudi ha pubblicato Le donne del signor Nakano.