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:: Poesie dal campo di concentramento di Josef Čapek (Miraggi Edizioni 2019) a cura di Nicola Vacca

7 maggio 2019

Poesie-dal-campo-di-concentramentoJosef Čapek appartiene alla stessa generazione di Franz Kafka. È morto da poeta e da combattente antifascista e antinazista in un lager. Durante la sua detenzione nel campo di concentramento scrisse poesie.
Questi versi rappresentano una testimonianza e un paradosso. Il poeta – intellettuale – prigioniero scrive dal terribile baratro dell’universo concentrazionario con l’intenzione di scavare nell’impossibilità della parola e allo stesso tempo è vigile e presente davanti al terrore dei suoi aguzzini.
L’editore Miraggi pubblica una scelta delle poesie dello scrittore boemo. Poesie dal campo di concentramento (traduzione di Lara Fortunato) è un viaggio nel calvario di un uomo privato della sua libertà. La poesia di Čapeck affonda i suoi artigli nella rappresentazione più feroce che il male ha raggiunto nel secolo breve.
Dall’inferno del campo di concentramento il poeta scrive del baratro senza fine, perde il sonno per scrivere poesie come tracce di bene davanti all’orrore del sangue.
La poesia per Čapek è l’unica istanza di verità. Nella poesia la parola rimane viva e sveglia. È proprio grazie alla sua lucidità che il poeta è in grado nei suoi versi di catturare nell’essenzialità l’inferno mortale del campo di concentramento.

«A tratti i componimenti – scrive Laura Fortunato nella prefazione – si fanno cronache condensate dello sterminio in atto, riuscendo a ignorare del tutto la miseria degli aguzzini, per porre invece al centro la condizione dei prigionieri».

Josef Čapek prese apertamente posizione contro l’avanzata del nazismo, nel 1939 fu arrestato e deportato in un campo di concentramento.
Qui scelse la poesia per cantare la disgrazia, il lutto e il dolore dei giorni infernali trascorsi nell’orrore terribile del campo di concentramento dove «le cose umane si sgretolano» e l’angelo della morte arriva in volo per oscurare con le ali il palpito della vita.
Nel campo di concentramento, dove il nulla fiorisce e gli uccelli non cantano e primavera e inverno sono una catena di giorni di pena continua e tristezza, Josef Čapek scrive poesie chiedendo alla parola di donargli tutto il suo impeto per descrivere dal vivo e nel vero tutto il turbamento dell’orrore.
Il 25 febbraio del 1945 Čapek venne trasportato nel campo di concentramento di Bergen –Belsen, dove morì qualche mese dopo.
Consapevole di andare incontro alla morte scrisse la sua ultima struggente poesia.
Si congedò dal mondo con Prima del grande viaggio:

«Difficili momenti, giorni difficili / non vi è scelta, decisione, / ultimi giorni scuri, / siete giorni di vita o di morte? / Indietro alla vita o nelle fauci della morte / – cosa vi sarà alla fine del viaggio? / A migliaia vanno, non sei solo… / Avrai, non avrai fortuna? / Sorto è il giorno del grande viaggio / – da tempo vi sei preparato: / messe di vita o di morte / – tanto vai verso casa – tu torni a casa!».

Poesie dal campo di concentramento è un libro da leggere. Solo un poeta poteva lasciarci in eredità la testimonianza straziante e viva dell’orrore di cui sono capaci gli esseri umani.

Josef Capek (Hronov, 23 marzo 1887 – Bergen Belsen, aprile 1945) è stato un pittore e scrittore ceco, e appartiene alla stessa generazione di Franz Kafka.
Fratello di Karel Capek, fu autore di varie opere in collaborazione col fratello (tra cui Della vita degli insetti, 1925), ma ne scrisse anche altre autonomamente. Tra queste Lelio (1917) e La terra dei molti nomi (1923). Fu l’inventore della parola “Robot”.
Morì nell’aprile del 1945 nel campo di concentramento di Bergen-Belsen, in Germania, dove venne deportato a causa del suo atteggiamento ostile nei confronti della politica di Hitler e del Führer stesso. Durante la prigionia scrisse Básne z koncentracního tabora, una raccolta di poesie, pubblicata postuma nel 1946.

Source: libro del recensore.

:: L’eredità delle dee – Una misteriosa storia dai Carpazi Bianchi di Katerina Tuckova (Keller editore 2017) a cura di Viviana Filippini

31 gennaio 2018
L' eredità delle dee

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L’eredità delle dee” è il romanzo di Katerina Tuckova, edito in Italia da Keller. Il libro è un intrigante e avvincente viaggio dentro ad un mondo, nel quale usi e costumi atavici vengono tramandati nel tempo. A scambiarsi questi saperi sono le donne della comunità di Žítkova situata sulle alture delle sulle montagne dei Carpazi Bianchi. Le donne qui residenti hanno delle qualità che le rendono diverse da tutte le altre, perché sono guaritrici che non usano pasticche, ma erbe medicinali, sono delle preveggenti e sempre pronte a tramandare la loro arte di madre in figlia. Sono chiamate “dee”. La loro storia è conosciuta da Dora Idesová, l’ultima di questa importante discendenza, che è certa –lei lo crede – di non aver ereditato nessuna arte dalla madre. Dora non ha vita facile, perché da piccola resta orfana e di lei si prende cura zia Surmena, ma il tutto dura poco. Ad un certo punto la zia sparisce rinchiusa dentro ad una clinica psichiatrica per non uscirne più. Dal passato si passa al presente dove il lettore scopre che Dora, una volta internata la zia, è finita in un collegio ed è diventata adulta con degli studi in Etnografia e un lavoro presso l’Accademia delle Scienze di Brno. La giovane è alla prese con la scrittura di una saggio sulle dee di Žítková e nell’accedere ai materiali degli archivi, resi pubblici dalla polizia segreta nei primi anni Novanta del Novecento, Dora si imbatte in un dossier sulla zia Surmena, una dea. Ogni pagina del dossier è un importante documento per la ragazza, perché grazie ad essi potrà ricostruire non solo la storia delle dee, ma anche quella della parente scomparsa. Quello compiuto da Dora sarà un vero e proprio cammino a ritroso nel tempo alla ricerca delle proprie origini, passando anche per diverse documentazioni che raccontano le ragioni (guarigioni pseudomiracolose, strani e miracolosi decotti da bere, previsioni di eventi) per le quali la zia Surmena venne più volte fermata dalle autorità competenti. Ciò che Dorà scoprirà sarà per lei una rivelazione agghiacciante e sconvolgente, perché leggendo i documenti, gli articoli di giornale e parlando con la popolazione di Žítková, la giovane verrà a conoscenza di come la storia della sua famiglia, intrecciata agli eventi che travolsero il loro Paese (la Repubblica Ceca), sia minata da una maledizione antica difficile da sconfiggere e sradicare. “L’eredità delle dee” è un perfetto mix di realtà e finzione ed è un romanzo che racchiude in sé diverse tipologie di genere, nel senso che per certi aspetti il libro della Tuckova è romanzo storico (ci sono riferimenti al nazismo e al comunismo), ma esso ha degli elementi simili al thriller, all’ indagine etnografica, alla ricerca sulla magia. Quando poi si narra delle dee, ci si rende conto delle ambiguità che c’erano verso di loro. Da una parte, erano bersagliate proprio per il loro “fare rituale”, dall’altra però, nei loro confronti c’erano pure una forma di timore e ossequio, per il rispetto massimo del loro “saper fare” alternativo. Allo stesso tempo, dalle pagine, emerge il forte amore verso il mondo della natura e dei suoi elementi, perché si ha come la sensazione che fosse proprio in essi che il genere umano potesse trovare le medicine e gli aiuti che alimentavano la speranza e che portavano rimedio ai mali fisici e sociali. “L’eredità delle dee” della Tuckova è sì l’affresco di un’epoca dove si alternano disperazione, paura, lotta e speranza ma è anche un libro affascinante, misterioso e –concedetemelo- un po’ mistico, che dimostra quanto sia importante attuare la ricerca delle proprie radici per comprendere le proprie origini. Traduzione dal ceco: Laura Angeloni.

Kateřina Tučková (1980) Scrittrice, giornalista, curatrice di mostre e autrice di opere teatrali, si è laureata in Storia dell’Arte e Boemistica all’università FF MU di Brno e ha conseguito un dottorato in Storia dell’Arte presso l’università Karlová di Praga. Già autrice di varie pubblicazioni specialistiche in ambito artistico, si impone sulla scena letteraria ceca con il romanzo Vyhnání Gerty Schnirch (L’espulsione di Gerta Schnirch) del 2009, vincendo il premio Magnesia Litera 2010 (Categoria Premio dei Lettori) e guadagnando la candidatura ai premi Josef Škvorecký e Jíří Orten.

Source: inviato dall’editore al recensore. ringraziamo l’ ufficio stampa Keller.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.