Il carteggio segreto tra Benito Mussolini e Winston Churchill durante la Seconda Guerra Mondiale è al centro di Il morto in piazza (The Dead in the Square, 2004) di Ben Pastor edito originariamente in Italia nel 2005 per Hobby & Work, e nel 2017 riproposto nella nuova traduzione di Luigi Sanvito per Sellerio.
Cronologicamente, almeno per i fatti trattati, segue Kaputt Mundi di cui parlai alcuni anni fa, spero di poter recensire tutta la serie, ed è il quinto romanzo in ordine di scrittura dedicato a Martin Bora, ufficiale dell’esercito tedesco durante la Seconda Guerra Mondiale.
Tornando al carteggio è uno dei misteri più ben dissimulati, tra depistaggi, false dichiarazioni e cortine di reticenza, del secondo conflitto mondiale, tanto che per alcuni storici non sarebbe in realtà mai esistito. Ne Il morto in piazza, troviamo Martin Bora incaricato di recuperarlo, dalle mani di un confinato, l’avvocato Luigi Borgonovo, e possibilmente distruggerlo, essendo il contenuto una spina nel fianco per molti alti ufficiali tedeschi, e per l’Italia, poiché se si dimostrasse un possibile “tradimento” di Mussolini e un suo tentativo di alleanza con gli inglesi, rischierebbe rappresaglie e ritorsioni senza fine.
Ma naturalmente Martin Bora non sarà solo occupato in questa delicata missione di intelligence, dal pittoresco nome in codice di Elster – gazza ladra –, durante il suo soggiorno a Faracruci, piccolo paesino (immaginario) dell’ Abruzzo, alle pendici del Gran Sasso, si troverà anche ad indagare su due morti, una avvenuta nel passato e una recente, avvenuta al suo arrivo, trovandosi come inaspettato alleato e aiutante nelle indagini proprio Borgonovo, con cui inizierà una inattesa quanto impossibile amicizia.
Il morto in piazza è un romanzo dolente, forse minore rispetto alla produzione dell’autrice italoamericana, meno ricco di azione se vogliamo. Tutto si svolge nel microcosmo rarefatto di un paesino abruzzese abitato da povera gente, perlopiù contadini. E’ una tappa di passaggio per Bora. Abbandonata in tutta fretta Roma, siamo nell’estate del 1944, e diretto a Bolsena, per prendere il comando del 960mo Reggimento Granatieri, si trova inaspettatamente rallentato da questa missione segreta da cui dipende la vita di innumerevoli persone, sia tedesche che italiane.
Bora è perfettamente conscio di ciò, e nella drammaticità della ritirata dell’esercito tedesco dall’ Italia centrale, gli Alleati ormai incalzano da tutti i lati (lo sbarco in Normandia è prossimo) non perde la testa né il sangue freddo e trova il tempo per indagare su un omicidio diciamo minore sullo sfondo dei grandi fatti storici che lo stanno travolgendo, lui come il suo paese ormai destinato alla sconfitta. Omicidio che sembra avere collegamenti con un altro fatto di sangue avvenuto nel 1919, in un paesino tranquillo in cui queste cose non succedono.
La vita di paese è descritta con tocchi leggeri, il bar ristorante principale, con le sue sedie all’aperto che ospitano anziani molto informati sui fatti, che spettegolano e ricordano il passato, la caserma dei carabinieri, le case che si affacciano sulla piazza, i campi tutt’ intorno, la povertà, la saggezza, la forza di questa gente che quasi vive in un’ oasi protetta lontana dal conflitto.
Belli i personaggi minori, tutti identificati con pseudonimo, come si usava nei piccoli centri dove tutti conoscevano tutti: Pipistròlle, il balordo, il matto del paese, dalla mente danneggiata dalla Grande Guerra, personaggio tenero e dolcissimo, a cui forse Bora si affeziona tanto da bere un sorso di gazzosa da lui offerta; Fissa-Fissa, proprietario del Caffè Adua, un fascista nostalgico, reduce dall’ Africa, che ama ascoltare i vecchi dischi di propaganda, a cui Bora regala il disco di Lili Marlene; e poi Don Fifì, il primo morto, Dindalò, Usagne, Caitène, Presentosa, la moglie di Fissa-Fissa.
Insomma tutta una compagnia di personaggi ben affiatati e ben caratterizzati, dove ognuno ha le sue peculiarità, i suoi vezzi e le sue debolezze. Oltre a Bora naturalmente spicca il personaggio di Borgonovo, il prigioniero politico confinato a Faracruci, che scrive lettere al figlio (e qui si nasconde un piccolo colpo di scena, che non vi anticipo, ma capace di toccare nel profondo il lettore). L’amicizia nata tra i due, sarà più forte per Bora del dovere all’ ottemperanza agli ordini ricevuti? Tutta la narrazione è tesa da questa questione morale, non un principio di secondo piano per il nostro, la cui posizione non è affatto facile.
L’apparizione, quasi spettarle, del suo acerrimo nemico Harald Cziffra, anticiperà la rocambolesca fuga di Bora dalle SS, e l’inattesa solidarietà di tutto il paesino, unito nel coprirlo.
Il morto in piazza, si conferma un giallo storico di sicuro interesse, curato nell’ambientazione, accurato nella documentazione storica, sorretto da una scrittura letteraria e poetica, oltre che molto attenta alle sfumature morali e psicologiche. Il tipo di libri che non ti stancheresti mai di leggere, per cui sono felice di anticiparvi, con il permesso dell’autrice, che la traduzione del prossimo Bora Night of the Shooting Stars, è pronta. Uscirà in Italia sempre per Sellerio tra la primavera e l’estate del 2018 (anche se non c’è ancora una data precisa), con il titolo La notte delle stelle cadenti. Cito le parole dell’autrice:
sarà ambientato nella Berlino pre-20 luglio 44, dove il Nostro, mentre indaga sulla strana morte di un veggente (o presunto tale) ammanicato col vertice del Terzo Reich, verrà coinvolto nell’attentato a Hitler e conoscerà (finalmente) il suo alter ego storico, Claus von Stauffenberg. Ma, conoscendo i due, non è detto che sarà un rapporto così facile…
Dunque che dire buona lettura e speriamo che l’estate arrivi presto.
Ben Pastor, nata a Roma, docente di scienze sociali nelle università americane, ha scritto narrativa di generi diversi con particolare impegno nel poliziesco storico. Della serie di Martin Bora Sellerio ha già pubblicato Il Signore delle cento ossa (2011), Lumen (2012), Il cielo di stagno (2013), Luna bugiarda (2013), La strada per Itaca (2014), Kaputt Mundi (2015) I piccoli fuochi (2016) e Il morto in piazza (2017).
Nota: In copertina Olio su tela di Aleksandr Deineka 1934 (particolare). collezione privata.
Source: acquisto personale.
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Minneapolis, novembre. Il Crematore sceglie le sue vittime, le cosparge di liquido infiammabile e le brucia. Il suo piacere mentre le osserva morire è immenso. Il suo godimento mentre le ascolta urlare nell’orrore della morte, non ha prezzo. Kate Conlan, avvocato. Bellissima quarantaduenne con un passato nell’Fbi al Centro Nazionale Analisi Crimini Violenti. John Quinn, profiler dell’Fbi. Preparato, attento, affascinante. I due si conoscono molto bene, hanno avuto una relazione in passato e i loro sentimenti sono in sospeso. L’indagine che seguiranno insieme sarà difficile e solcata da piste oscure. Il Crematore ha scelto Jillian, figlia di un famoso miliardario. Di lei nessuna traccia. Solo scene del crimine allucinanti, che provocano nausea e senso di oppressione. Solo il faccia a faccia tra i bravi investigatori e quelli ingolfati nel sistema politico americano. I piani alti insistono per convocare una prima conferenza stampa. Pretendono un identikit del presunto serial killer. Compare una giovane testimone, da proteggere … Un mix letale di azioni e reazioni scatenerà istinto di sopravvivenza e voglia di fermare l’assassino. Quinn è determinato, osserva, valuta e inizia a tracciare un possibile profilo del Crematore. Non è facile, perché potrebbe essere chiunque. L’indagine si trasforma in un testa a testa fra Kate, John e il killer. Tutti controllano tutti, o almeno cercano di farlo. Tutti hanno bisogno di sicurezza, per scacciare i demoni che li soffocano. Tutti soffrono, per quello che hanno vissuto e che non li abbandona mai, nemmeno nei sogni. Si scava nel privato delle vittime, si affrontano le famiglie che reggono un peso enorme sul cuore. Si racconta il silenzio del dolore, rinchiuso in contenitori ermetici. Si parla di amore malato, distorto, colpevole.
(Ri)leggere Rumore bianco di Don DeLillo nel 2015 – sono passati trent’anni da quando fu scritto – è un’ esperienza catartica che consiglio nella misura in cui si ha voglia di osservare una foto che ci ritrae giovani e felici, magari con una punta di ingenuità, con la consapevolezza che non siamo più (o forse non siamo mai stati) quelli di allora.
Lawrence Ferlinghetti è ancora on the road. Quasi centenario è ancora qui a rappresentare l’anima vagabonda e cosmopolita della poesia.
Prova a fermarmi, (Make Me, 2015) del maestro indiscusso del thriller d’azione Lee Child, uscito in Italia per Longanesi nella collana La Gaja Scienza (volume 1273) scritto in terza persona e tradotto da Adria Tissoni, è il ventesimo romanzo della serie che vede protagonista assoluto l’iconico Jack Reacher, eroe americano sui generis, qui più cattivo del solito (quando accelera la morte di un cattivo agonizzante ho detto ohibò!) e quando spara in faccia a un criminale ucraino senza un attimo di tentennamento ho detto (ohibò un’ altra volta). Anzi Prova a fermarmi, è un romanzo più cattivo del solito non solo per un incattivimento del protagonista. Innanzitutto quando scoprirete il mistero che tiene solidamente in mano la struttura narrativa del romanzo (per metà vagherete spiazzati senza immaginare letteralmente niente), capirete di cosa parlo.
Wonder Woman, prima supereroina nella storia dei comics, sta vivendo una nuova stagione di grande successo in seguito al film di alcuni mesi fa diretto da Pat Jenkins con Gal Gadot, di cui è previsto almeno un seguito oltre che comparsate del personaggio in altri fillm ispirati alla Dc Comics, come il prossimo Justice League.
Lo scorso luglio è scomparso Sam Shepard. Scrittore, commediografo, attore e drammaturgo. Un artista geniale e poliedrico, un alto e raro esempio di grande intelligenza. Nel 1972 ha ricevuto il Premio Pulitzer per Il bambino sepolto. Dopo una lunga esperienza teatrale si innamora del cinema. Siamo alla metà degli anni Settanta quando con la sua interpretazione nel film I giorni del cielo di Terrence Malick gli era valsa una candidatura all’ Oscar come migliore attore non protagonista.
Nel penitenziario di Cold Mountain, lungo lo stretto corridoio di celle noto come “Il Miglio Verde”, i detenuti come lo psicopatico “Billy the Kid” Wharton o il demoniaco Eduard Delacroix aspettano di morire sulla sedia elettrica, sorvegliati a vista dalle guardie. Ma nessuno riesce a decifrare l’enigmatico sguardo di John Coffey, un nero gigantesco condannato a morte per aver violentato e ucciso due bambine. Chi è Coffey? Un mostro dalle sembianze umane o un essere diverso da tutti gli altri? Il capolavoro da cui è tratto il film omomino con Tom Hanks.

























