:: Un’intervista con Flavio Troisi a cura di Giulietta Iannone

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Hai un blog “La fattoria dei libri”, un canale Youtube “Broken Stories”, sei un apprezzato ghost writer, scrivi saggi, racconti e romanzi. Insomma ti tieni occupato. Parlaci dunque di te, dicci qualcosa di molto, molto personale.

Il blog è moribondo, perché non lo aggiorno affatto, mentre Broken Stories su YouTube mi tiene allegramente impegnato e si sta conquistando la sua fetta di pubblico interessato a tutto ciò che riguarda la narrativa ad alta tensione, dark, immaginifica raccontata onorando le opere e gli autori. Mi tengo occupato facendo ciò che amo e mi interessa e mi gratifica, che poi mi pare uno dei pochi modi sensati di stare al mondo. Sono un tizio che ama passare il tempo a casa, con la testa fra le nuvole, immerso nell’arte di raccontare storie. Prima di tutto come lettore e spettatore. Solo dopo come autore. Il mestiere di ghost writer è un bel modo di pagare le bollette. Una cosa molto personale? Non mi sono mai sposato e non ho figli, non mi sono mai legato a nessun credo religioso, ho una mentalità analitica e positivista.

La tua scrittura trasuda buone letture, parlaci dei tuoi scrittori preferiti e del tuo amore per l’horror.

Ho alle spalle studi classici e letterari, mi sono laureato studiando comunicazione, ma sono cresciuto come lettore e scrittore leggendo fantascienza, fantasy, horror, mistery, thriller. La letteratura è sempre stata per me un luogo di ristoro, di recupero dal sovraccarico di realtà imposto dalla vita. Forse per controbilanciare il mio stretto pragmatismo ho sempre sentito che l’immaginazione era la terapia che occorreva al mio spirito. E questa, oggi, vive soprattutto nelle narrazioni che usano il fantastico come materiale di impasto, come ingrediente. Il fantastico è di per sé la vera letteratura, come spiegava Borges, mentre il realismo non è che un passaggio temporaneo, un incidente di percorso nella storia della letteratura. Questo però non fa di me uno scrittore del fantastico, né tanto meno horror. Io scrivo e basta, usando ogni elemento possibile per rendere una storia più avvincente e rilevante.
Come lettore di vecchia data, amo però l’horror perché è semplicemente uno dei filoni letterari più ricchi di stimoli e di talenti, nonché uno dei pochi generi in grado di rispondere alla perdita di coordinate morali ed emotive della contemporaneità. Una contemporaneità fatta di smarrimento del senso, di prospettive ideali, depressione, soprattutto, di disagio mentale pervasivo, ovvero la piaga più diffusa e meno riconosciuta della contemporaneità consumistica. Le emozioni esplorate dalla letteratura weird e horror, come ha brillantemente illustrato il critico e filosofo Mark Fisher sono lo specchio di questo spaesamento, ma anche, per quanto mi riguarda, un rimedio. La depressione infatti non si esprime solo nella tristezza, ma soprattutto nella perdita di contatto con le proprie emozioni. I romanzi ad alta tensione bucano questa insensibilità ovattata e ci ricordano che abbiamo ferite dolenti di cui prenderci cura. Per farlo attingono alla nostra primitiva capacità di avvertire il pericolo. Ci dicono: smettila di fingere che sia tutto ok, qui c’è qualcosa che non va. Non è davvero poca cosa, ti pare? Certo, si può sempre decidere di continuare a dormire, a guardare altrove. L’elemento orrorifico di una buona narrazione è lì per risvegliare i nostri sensi annichiliti dalla depressione strisciante, endemica al nostro stile di vita iperconsumista.

Parliamo del tuo ultimo libro edito questa volta con il tuo nome, Ogni luogo un delitto, un thriller con venature horror, proprio splatter e un sentore di sovrannaturale. Ma tutto parte dalla mente umana che genera mostri e a volte può davvero essere misteriosa. Come è nata l’idea di scriverlo? Premetto che chi leggerà il libro troverà un anticipo sulla prima fonte di ispirazione.

Ogni luogo un delitto è un thriller con momenti ad alta tensione e momenti di confronto con il male, rappresentato da un assassino terribile. Di conseguenza suscita emozioni forti, come deve avvenire in un thriller. Ma è anche un romanzo di amicizia, amore, ed è costellato di momenti comici, che strappano più di una risata, mi dicono. Quindi, si spera, è un romanzo intenso. Non ci sono venature horror, per come le vedo, né splatter. È un errore pensare che quando scorre il sangue siamo nello splatter e quando la tensione ci attanaglia siamo nell’horror. No, siamo molto semplicemente nell’efficacia narrativa, secondo me. Nel mio romanzo ci sono venature sincere, per come la vedo. Il male è il male e spaventa, la violenza è violenza e atterrisce. Nel mondo reale si può perdere la vita per un pugno. Nel modo reale si ha paura. Ma se intendi dire che una scena o due ti hanno spaventato, allora ho fatto bene il mio lavoro, e sono contento. Non so quale sia la primaria fonte di ispirazione, onestamente. L’idea di scriverlo è nata dalla voglia di firmare un romanzo, dopo altri scritti come ghost writer, sempre con passione. Firmare un romanzo è un atto di narcisismo e io ho ceduto.

Direi di partire dall’inizio dall’incipit:

Per imparare a essere un rom, innamorarsi ancora, portare alla luce una catena di efferati delitti, vedersela con un serial killer e impazzire una volta per tutte, Fabio Castiglione prese il volo diretto delle 14.15 per Torino.

Che io trovo fulminante. Scuola americana, immagino?

Scuola di narrativa, più che altro. Tecnicamente è un flashforward, l’opposto del flashback, ma questo in particolare è un super flashforward, perché riassume tutto il libro facendo uno spoiler pazzesco, esattamente l’opposto di quello che si ritiene opportuno. Intorno a questo singolo incipit ho ragionato per una infinità di tempo. È il primo dopo il prologo ed è una dichiarazione di onestà verso il lettore. Gli sto dicendo: questa è la trama, questo è il tipo di libro che stai per leggere, ora che sai tutto, decidi se t’interessa, ma sappi che farò di tutto per sorprenderti, perché in realtà non sai ancora niente.

La cultura rom ti affascina? Perché questo popolo migrante secondo te è vittima di così tanti pregiudizi? Pensi che sia la loro grande libertà che spaventa i popoli stanziali?

I protagonisti del romanzo sono un romano e un rom, che coprono il ruolo di detective, anche se improvvisati e un po’ scalcagnati. I rom, questo popolo migrante per necessità, non per scelta, è un un po’ un mistero. Vive in una zona di ignoranza selettiva della nostra società. Di loro sappiamo poco o niente, e molti si sentono in diritto di pensarne tutto il male possibile con una sorta di automatismo culturale orribile. Verso di loro si esercita un razzismo strisciante, onnipresente, che non mi va giù, prima di tutto in me. Dei rom emarginati (ma non è detto che lo siano per forza, ci sono rom perfettamente integrati) spaventa la povertà, non la libertà. Infatti c’è poca libertà nella miseria. E forse ci spaventa anche il loro distintivo senso di appartenenza a una tradizione che non vuole farsi assorbire nel grande melting-pot indifferenziato, che è tanto utile in termini di marketing globalizzato ma non so quanto ci renda felici. Questa cultura mi affascina come tutte le culture, molto semplicemente ho deciso di cominciare a osservarla con attenzione e rispetto. La conoscenza è il primo passo verso l’empatia.

E veniamo alla domanda che volevo farti durante tutta la lettura del tuo libro: ma tu credi alle facoltà medianiche, al sovrannaturale? O è solo ottimo materiale per scrivere storie di paura, e indagare l’inconscio collettivo della nostra società?

Non credo nel sovrannaturale. Credo nel naturale, che è già abbastanza miracoloso di suo, e molto minacciato. Ma come giustamente osservi, può essere un ottimo strumento di sintesi per addentrarci nell’inconscio collettivo, nel sentire comune che altrimenti è più arduo esprimere, e forse pure meno interessante. Il sovrannaturale non esiste nella realtà fenomenica e sociale, esiste però nella dimensione psicologica e culturale, quindi non vedo come uno scrittore possa ignorarla o relegarla a sfizio escapista, un errore in cui quasi sempre scivola l’intellighenzia italiana.

La tua passione per King è manifesta: quale è il suo libro che ami di più?, e spiegane dettagliatamente i motivi.

Ho letto King da ragazzo, molto e con voracità appassionata, ma oggi la passione non c’è più. Solo grande ammirazione e gratitudine, soprattutto per le opere giovanili. Gli ho voluto bene, è stato un amico del mio cuore, ma si va avanti e non leggo più tutto quello che scrive, perché ho già dato quando eravamo in pochi ad apprezzarlo. Ma Stephen King ha scritto libri importanti. Fra quelli che ho amato alla follia c’è It e “Stagioni Diverse”, che ospita quattro romanzi brevi, tre dei quali sono capolavori. “Un ragazzo sveglio” è quello che più mi ha turbato e di solito non viene citato. Racconta del rapporto morboso fra un ex ufficiale nazista e un ragazzo “per bene” che scopre il suo passato e comincia a ricattarlo per farsi raccontare i dettagli più macabri relativi ai campi di sterminio. Il male poco alla volta corrompe il ragazzo. Una storia scioccante, vera, senza un alito di soprannaturale, di un King morboso, che andava a toccare i nervi scoperti, come in “Ossessione”, titolo originale “Rage.” Dove preconizzava le stragi scolastiche di ragazzi disagiati e armati pesantemente. Un romanzo che ha ritirato dal mercato, e posso capirlo, ma mi dispiace anche, perché quella storia aveva una rilevanza sociale autentica.

Ipotizziamo il futuro: il tuo libro viene tradotto in inglese, e King lo legge. Cosa ne penserebbe?

Non lo so. Che c’è suspence anche in Italia?

Fabio Castiglione e Costel una coppia di investigatori improbabili, vero che c’entra lo zampino di Lansdale? E poi volevo chiederti James Sallis lo conosci? L’hai mai letto?

Non conosco Sallis, mi spiace, ma apprezzo molto Joe R. Lansdale. I suoi detective improvvisati Hap & Leonard sono fra i buddies più riusciti nella tradizione appunto delle “buddy stories”, avventure che hanno per protagonisti due amici spesso antitetici su diversi piani, ma sempre affiatati,. In Hap & Leonard c’è in aggiunta il tema portante dell’antirazzismo, che nel mio romanzo è centrale. In ogni caso l’alchimia del rapporto amichevole e conflittuale nello stesso tempo è uno standard trasversale. Soprattutto al cinema funziona sempre, ma anche in TV. Da bambino guardavo sempre Starsky e Hutch, un telefilm classico di questo filone. Ha sempre funzionato accostare personaggi difformi, da Don Chisciotte e Sancho Panza in poi.

Infine ultima domanda, nel ringraziarti per la disponibilità vorrei chiederti i tuoi progetti per il futuro.

Sto lavorando a un nuovo thriller che mette al centro altre marginalità, che indaga zone d’ombra differenti, una storia nera, ma anche molto romantica a modo suo. E continuo a esplorare il mondo della narrativa a tinte dark sul mio canale Broken Stories, che vi invito a seguire, se vi va. Vi si fa cultura con divertimento.

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