Posts Tagged ‘Giulietta Iannone’

:: Ritorno a Birkenau di Ginette Kolinka e Marion Ruggieri (Ponte alla Grazie 2020) a cura di Giulietta Iannone

13 gennaio 2020

Ritorno a Birkenau di Ginette KolinkaGinette Kolinka, nata Cherkasky, è una degli ultimi sopravvissuti tra i pochi deportati che sopravvissero ai campi di concentramento nazisti. Oggi ha 95 anni, e la lucidità e il brio di una donna che ha lavorato tutta la vita, aveva un banco di maglieria al mercato con il marito, e solo dopo essere rimasta vedova ha iniziato a parlare del suo passato. Un passato difficile: a soli 19 anni lasciò Parigi con il padre, un fratellino e un nipote diretta, pensava lei, verso un campo di lavoro tedesco in Polonia. Arrivò invece a Birkenau. L’idea che i campi di concentramento e sterminio fossero campi di lavoro era un’ idea diffusa, orchestrata attivamente dalla propaganda nazista che aveva creato anche campi fantoccio, con belle sale areate, biancheria pulita nei dormitori, e tutti i confort per portare in visita i delegati della Croce Rossa nei loro giri di ispezione. Ma Birkenau era un’altra cosa. E la giovane Ginette lo scoprì amaramente a sue spese e sulla sua pelle. Più grande di Auschwitz, (secondo una stima con una superficie pari a quella di 325 campi da calcio), era un immenso campo di sterminio dotato di efficienti camere a gas e forni crematori che trasformavano in cenere i corpi delle vittime. Se non l’avesse visto con i suoi occhi forse anche lei non ci avrebbe creduto. Era tutto troppo orribile per crederlo vero. Credere che l’odio e la malvagità umana fossero così reali e portassero l’uomo contro l’uomo, fino a queste derive di indicibile crudeltà. Ginette, con l’aiuto della giornalista francese Marion Ruggieri, ne ha voluto lasciare testimonianza scritta di questa esperienza nel libro Ritorno a Birkenau, caso letterario l’anno scorso in Francia, e ora dal 9 gennaio disponibile anche in Italia per Ponte alle Grazie, tradotto da Francesco Bruno. Un testo breve, meno di un centinaio di pagine, essenziale, brutale se vogliamo nella sua semplicità e autenticità. La sporcizia, le botte, i maltrattamenti, le violenze gratuite subite, la mancanza di umanità dei carcerieri tutto è descritto “senza fronzoli” come ama dire Ginette. È un testo doloroso, un breve excursus all’inferno, esorcizzato dal potere delle parole, dal potere catartico della memoria condivisa e tramandata alle nuove generazioni perché prendano coscienza di cosa è avvenuto, perché non si ripeta. Presto di testimoni diretti non ce ne saranno più, ma resteranno queste memorie scritte, e il ricordo dei giovani che hanno conosciuto Ginette e l’hanno ascoltata. Toccherà a loro farsi carico di questo compito per tramandarlo a figli e nipoti. L’ascolto diretto di queste memorie è caratterizzato da un’assoluta mancanza di retorica, il dolore provato è stato troppo grande per poterselo permettere, e questa autenticità giunge incredibilmente forte e potente anche a chi legge questo libro. In un’epoca di revisionismi e negazionismi vari è essenziale accogliere opere come questa, capaci di infrangere le barriere della diffidenza e della indifferenza. Nel rispetto delle vittime, nel rispetto della verità storica, nel rispetto dei giovani che cercano sinceramente di capire, di conoscere, per costruirsi un modello etico su cui basare le loro vite. Ritorno a Birkenau è un testo evocativo e nella sua semplicità sconvolgente. Ha il potere di portare anche noi per qualche ora in qui luoghi di dolore, in compagnia di Ginette, Marceline Loridan-Ivens, Simone Veil, e tutte le sue compagne. La frase che forse mi ha scosso di più, è incredibilmente una frase semplice, dopo bisogna viverci con questi ricordi. Tanto vera per le vittime che per i carnefici. Perché se c’è una giustizia, esiste senz’altro nella memoria, e per questo è così preziosa. Termino questo mio commento al libro invitandovi a leggere anche l’intervista che Stefano Montefiori su Il Corriere della Sera ha fatto a Ginette, a questo link: qui.

Ginette Kolinka (Parigi, 1925), dopo la guerra, ha per molti anni tenuto un banco di articoli di maglieria al mercato di Aubervilliers insieme al marito. Dai primi anni Duemila si dedica a tramandare la memoria della Shoah.

Marion Ruggieri (1975) è giornalista e scrittrice.

Source: libro inviato dall’editore. Ringraziamo Matteo dell’Ufficio stampa Ponte alle Grazie.

 

:: Greta e i giganti di Zoe Tucker e disegni di Zoe Persico (Gallucci Editore 2020) a cura di Giulietta Iannone

12 gennaio 2020

Greta e i giganti di Zoe Tucker

Iniziamo l’anno con un albo per bambini davvero bello, si intitola Greta e i giganti di Zoe Tucker (disegni di Zoe Persico e traduzione dall’inglese di Valentina Vignoli) ispirato alla protesta di Greta Thunberg per sensibilizzare i suoi coetanei e gli adulti sui cambiamenti climatici e il riscaldamento globale e sui rischi concreti per il nostro pianeta e la nostra sopravvivenza. Il tema è sicuramente di stretta attualità, l’innalzamento delle temperature sta causando danni allarmanti (quel che succede in Australia è sotto gli occhi di tutti), e questo libro a misura di bambino aiuta a migliorare la percezione che abbiamo del problema. Verrebbe da dire sembra proprio che i bambini salveranno il mondo e gli adulti, i giganti, hanno ancora tempo, (questo è il messaggio di questa bella favola ambientalista a lieto fine) per fermare le conseguenze che hanno portato l’avidità e il progresso incontrollato e non rispettoso della natura al punto che ci troviamo oggi. La giovane attivista svedese non promuove in alcun modo questa opera ma sicuramente apprezzerà la bellezza delle immagini e il messaggio positivo che trasmette. Inoltre segnalo che  l’acquisto di questo libro garantisce una donazione a Greenpeace Italia pari all’1,5% del prezzo di copertina. Titolo originale dell’opera Greta and the Giants.

Zoë Tucker è una art director e designer con oltre venti anni di esperienza nell’editoria per bambini e ragazzi, durante i quali ha collaborato con i migliori illustratori del settore. Ama raccontare storie attuali, che facciano riflettere, mettendo in risalto il lato umano e psicologico di coloro che le animano. Lo scopo dichiarato del suo lavoro è scoprire e coltivare nuovi talenti.

Zoe Persico ama il lato selvaggio, meraviglioso e stravagante della vita. Quando non lavora, si diverte a fare escursioni, a partecipare a giochi di ruolo e a scoprire rarità nei negozi dell’usato. Vive in Florida con il suo compagno e il loro cane Zombie.

Source: libro inviato dall’editore al recensore. Ringraziamo l’ufficio stampa Gallucci.

:: Un’ intervista con Luigi Bonanate – Il destino americano, a cura di Giulietta Iannone

6 gennaio 2020

Il destino americano - BonanateBenvenuto professor Bonanate, e grazie di aver accettato questo invito. Nella nostra precedente intervista ci aveva anticipato l’uscita del suo nuovo libro Il destino americano (Nino Aragno Editore) e avendo avuto occasione di leggerlo colgo l’occasione di poterne parlare con l’autore.

Una premessa va fatta per giustificare la mia “divagazione” di politica estera, aspetto della vita internazionale che non avevo mai affrontato direttamente. Ma il 2019 era il settantennale del Patto Atlantico e del connesso strumento strategico chiamato NATO: il loro insieme disegnava il quadro della protezione che gli Usa erano disposti a prestare agli alleati europei. Ma 70 anni dopo tutto ciò era ormai in crisi o desueto; allora valeva la pena ripensare la storia internazionale che il paese più importante del mondo si era costruito e vissuto.

Già il titolo è rivelatore, e contiene l’intuizione principale che l’ha guidata nella stesura del testo. 13 piccole colonie si ribellarono alla madre patria, si unirono e iniziarono a costruire le fondamenta di quella grande nazione che sono gli Stati Uniti d’America. Come si è costruito l’eccezionalismo che ha contraddistinto la storia americana?

Per rispondere a questa domanda – spiacente, ma bisogna leggersi il libro! Ma il mio punto di partenza riguarda “l’eccezionalità di una continuità”: un piccolo gruppo di immigrati (così li chiameremmo ora) che per un secolo, all’incirca, cercarono di comprarsi un posto nella società mondiale “buona”, e per il secolo successivo di arrivare fino a dominarla. La mia idea è che tale progetto fosse intrinseco (anche se non sempre vissuto con eguale consapevolezza tanto dai politici quanto dalle pubbliche opinioni) alla vicenda americana e che i segni si possano riscoprire proprio attraverso il loro collegamento. Ho scelto di evidenziare tutto ciò attraverso alcuni grandi discorsi dei principali “padri fondatori” che ne sono stati gli interpreti preclari. (Ho seguito questo modello anche in altri passaggi storiografici, invitando ad esempio – con qualche tremito – alla lettura di una lettera di Hitler a Roosevelt)

Nel suo libro ha voluto analizzare la storia della politica estera statunitense definendola storia “esterna” degli Stati Uniti d’America, collegata e intrecciata alla storia “interna” molto più di quanto si creda. In che misura, con che grado di consapevolezza questa interconnessione è sentita negli Stati Uniti stessi, e nel resto del mondo?

Osservazione corretta, la cui portata va estesa ovviamente a tutto il mondo: non possono esistere due politiche separate, distinte o eterogenee; chi lo pensa sbaglia completamente bersaglio. È facile accettare l’idea della separatezza perché ci consente di nasconderci sempre nel territorio dell’altro, quando qualche cosa ci va male. Ma è evidente che tra le due dimensioni non può non correre un filo strettissimo: come potrebbe del resto, uno stato entrare in una guerra se non sulla base della sicurezza (corretta o fallace) di avere la sua società pronta a seguirlo? E una politica di alleanze come può svilupparsi se i rapporti politici, commerciali, culturali, tra due paesi non sono buoni? Non ci si allea mai con un nemico (solo il Regno d’Italia vi riuscì – e con quali risultati – nella Grande guerra…).
Ma è proprio la mancata percezione, più popolare che politica (ma dai politici insufflata nelle pubbliche opinioni per poterne manipolare le emozioni), della totale compattezza delle due dimensioni (interno/esterno: è una copia discussissima nella teoria delle reazioni internazionali), che ha reso e sovente rende fallimentari i progetti di politica estera. Ciò valse, a tempo debito, anche per gli Stati Uniti che nell’Ottocento sono prevalentemente impegnati nello sviluppo interno, mentre dopo la Grande guerra comprenderanno di avere a portata di mano una potenza superiore a ogni altra.

Lettere, discorsi, pagine di diario, la sua ricostruzione è più una storia di idee e di persone, che hanno cambiato il mondo, che una mera cronaca fattuale di avvenimenti. Perché questo approccio?

Per me è un approccio assolutamente scontato: non ho mai guardato la realtà come un qualche cosa che è destinato a schiacciarmi sotto la sua mole: dico, i fatti, gli eventi, le notizie, segreti, gli errori, gli inganni, e tutto ciò li circonda. Il mio, paradossalmente, non è un desiderio di conoscenza, bensì di spiegazione, interpretazione, razionalizzazione. La comprensione non si fonda sui fatti ma sulla loro interpretazione, prodotta dalla formulazione di una ipotesi (una o più) alla quale poi toccherà di ricollegare tra di loro i fatti corredandoli del loro significato intrinseco e sistematico: nulla avviene nel vuoto.
Aggiungo che le stesse vicende personali possono dirci molto meno che quel che sembra quando nominiamo i grandi personaggi: Lenin ha guidato la rivoluzione sovietica; certo, è vero: ma non soltanto non fu l’unico a farla ma egli ne fu – forse – più il frutto che non l’elemento fondamentale. Né possiamo credere che la morte di 50 milioni di persone vada accollata al solo Adolf Hitler – accanto a sé ebbe una società, una cultura, una finanza concordi.

Lo “spirito di frontiera” sembra fondamentale, una spinta propulsiva che da quando è sorta ha dato un indirizzo preciso all’evoluzione coerente e coesa di questa nazione, vista come un tutt’uno dotato di senso. Spirito di frontiera, Provvidenza (termine caro a John Jay), “Destino Manifesto”, “America First” quanto c’è di mitico e iconico in queste corrispondenze?

Lo spirito di frontiera è il vero e proprio connotato originario dello spirito americano, ma al contrario del modo europeo di considerare il territorio e i suoi confini. In America quasi non c’erano confini e furono gli statunitensi a porli e poi, continuamente, a spostarli in avanti. In Europa, i grandi imperi o le grandi potenze pensavano a difendere i confini o a consolidarli; ovviamente però, poi, svolgendosi le guerre europee tra stati ormai consolidati, queste finivano per essere più grandi e violente.

Descrive nel suo libro la seconda guerra mondiale come atipica. Può esplicitarci questo concetto?

L’atipicità della seconda guerra mondiale sta, oltre ovviamente che nelle sue dimensioni e nel livello della sua mortalità, nell’essere stata combattuta ben più per dei principi che per delle terre. Fu la guerra tra due ideologie (o forse tre) e due concezioni del mondo, vinta per fortuna dall’Occidente (capitalistico), che rappresentava il modello, sostanzialmente, più accettabile. Quanto più grande è una guerra quanto più imponenti sono le sue ragioni ideali e ideologiche. Le guerre per il petrolio possono o potranno essere anche più violente, ma alla fine il vincitore si troverà soltanto qualche barile in più o in meno di petrolio e non necessariamente migliori condizioni di vita e di benessere.

L’atomica fa degli USA la più grande potenza militare mai vista nella storia. L’unica con la capacità concreta di porre fina davvero alla storia (non solo nell’accezione di Fukuyama). Secondo lei ha saputo usare proficuamente tutto questo (forse eccessivo) potere, o l’ha come dire sprecato, per certi versi? Mi riferisco a quella sorta di declino Usa (impensabile dopo il 1989 quando giunse la fine del sistema politico internazionale bipolare) e alla perdita dello status di massima potenza mondiale che sembra inesorabilmente in atto. Quali scelte e decisioni (anche errate) hanno portato a questo?

Il discorso sulla Bomba è molto ampio e complesso: per un verso, è vero che rappresenta l’unico modo efficace per porre fine alla vita sulla terra, a causa dell’”inverno nucleare” (una glaciazione progressiva resa inevitabile dal fall out); ma d’altra parte è un’arma e un sistema d’arma di grande complessità organizzativa il cui uso lascerebbe aperto qualsiasi tipo di possibilità, fino appunto allo scontro finale.
Le narrazioni cui siamo ritmicamente sottoposti sugli esperimenti missilistici sono un grande strumento propagandistico ma una innovazione piccolissima dal punto di vista strategico. Soltanto gli Usa oggi come oggi (e come da 70 anni in qua) sono in grado di immaginare, organizzare, pianificare un uso professionale e “definitivo” dell’apparato nucleare. Nessuno, fuor che gli Stati Uniti, può neppure immaginare di sopravvivere all’attacco nucleare che avesse lanciato: gli Usa non possono essere sconfitti con uno “splendido primo colpo” (come si diceva una volta) e avrebbero sempre la capacità di “secondo colpo”, la vendetta. Neppure la Cina è capace, almeno per ora, di tanto.

L’idea di dominazione planetaria, all’origine stessa della sua posizione egemonica di esportatrice oltre che di merci dello stesso American way of life, in che misura incide realmente e concretamente, secondo lei, nelle scelte presenti, e soprattutto future, di questa singolare nazione? Insomma gli Stati Uniti saranno davvero soddisfatti solo quando tutto il mondo somiglierà a loro?

L’idea della dominazione planetaria è intrinseca alla cultura politica statunitense, ma non nel senso europeo fondato sulla conquista imperialistica. No: gli americani pensano che la conquista del mondo sia una “missione” assegnata loro da Dio, perché tutto il mondo ha diritto di godere dell’american way of life. Agli americani non importa il governo mondiale in sé ma soltanto in quando condizione di realizzazione del “paradiso in terra”, secondo la fortunata formula di Christopher Lasch. Il fine non è di far diventare tutto il mondo come l’America ma di diventare tutti uguali e “americani” perché laggiù si vive meglio che altrove, ed è Dio stesso che lo vuole! Aggiungo: c’è molta (benevola) ingenuità nell’immagine del mondo corrente in America.

L’isolazionismo e la manifesta o ostentata neutralità dunque sono solo un mito? Quanto volontariamente coltivato dagli Stati Uniti stessi?

Certo che è un mito. Nelle loro politiche estere di breve raggio, gli Usa si comportano come tutti: è logico che dopo la Grande guerra fossero stufi di occuparsi di Europa, piena di debiti nei loro confronti… La seconda guerra mondiale non la volevano ma la seppero vincere guidando una grande coalizione. La guerra fredda aveva addirittura il fine di fermare l’avanzata sovietica in Europa: ma dove? L’Urss restò in piedi soltanto perché nessuno le diede una spallata. Anche allora gli Usa erano la guida e i protettori di un mondo che “si difendeva”!
Anche oggi, il presidente Trump comanda azioni che per ogni altro paese al mondo sarebbero precisamente azioni di guerra e lui le proclama difensive.
Ma insisto, nell’immaginario collettivo americano non domina lo spirito di conquista, come invece fu per l’Inghilterra, la Spagna o la Francia nei secoli passati: gli americani non vorrebbero mai occuparsi di politica internazionale (e in effetti l’opinione pubblica ne è particolarmente ignorante) perché il mondo dovrebbe semplicemente unificarsi in una solo società: non quella del federalismo, ma dell’americanizzazione felice della terra.

Nel suo libro evidenzia un interessante problema per la ricerca, riguardo al fatto se gli eventi sono stati guidati o oppure solo accolti. Lei personalmente che idea si è fatta?

Ho già toccato, indietro, questo tema; in generale, comunque nessuno può dare risposte definitive. Per questo soltanto le ipotesi hanno un senso: si formulano, si discutono, si applicano… Prima di arrivare a leggi generali, ci vuole ben altro. Per secoli si è sostenuto che l’equilibrio fosse il principio fondamentale delle relazioni internazionali – poi si è visto che non ne è mai esistito, e che al massimo può servire come modello di analisi ma non di spiegazione. Io ipotizzo che esista un “destino americano”: si tratta poi di dimostrarlo o confutarlo.

Scriverà mai un libro analogo a questo ripercorrendo le direttrici della storia “esterna” cinese?

Penso proprio di no, in primo luogo perché la storia “soggettiva” non mi ha mai troppo affascinato; in secondo luogo, perché la Cina non è ancora “vicina”; ha e avrà tantissimi problemi di transizione, cosicché è difficile valutarne la performance; in terzo luogo, perché l’età mi sconsiglia di imboccare strade che potrei non riuscire a percorrere fino in fondo.

Infine concludo, termina il suo libro augurandosi che sia d’invito alla riflessione sul vero senso della politica estera, e pur dichiarando che non può essere ottimista, rilevando il crollo di ogni tensione morale, e l’abbandono di progetti di progresso, traccia tuttavia una direttiva virtuosa da seguire, ovvero abbandonare la volontà di potenza, i sogni di gloria, di vittoria e di sopraffazione. Ricordo l’entusiasmo con cui anche i giovani aderirono agli alti ideali che mossero la nascita dell’Unione europea, lei crede, o meglio si augura, che questo spirito universale rinasca e si fortifichi? Grazie.

Ottimismo o pessimismo: una storia infinita e che non si disvelerà mai. Il mio ottimismo prevale in termini metodologici, aprioristici e mai (purtroppo) in termini propositivi. Come ho raccontato mille volte, molti interessanti e serissimi studi immaginano che il nostro (occidentale) futuro non sarà roseo, sia perché è statisticamente prevedibile che ogni tanto scoppi una grande guerra che riporta tutti al punto di partenza, sia infine perché i lombi occidentali sembrano davvero stanchi e dopo un millennio di superiorità debbano cedere lo scettro al primo che lo pretenderà!

:: Il mio nome è Jack Reacher di Lee Child (Longanesi 2019) a cura di Giulietta Iannone

18 dicembre 2019

Jack ReacherPer chi non conoscesse ancora Jack Reacher, personaggio nato dalla penna inarrestabile di Lee Child, una raccolta di racconti brevi forse è il modo migliore, a mio parere, per fare la sua conoscenza. Il mio nome è Jack Reacher (No Middle Name, 2017) ne contiene ben otto, tutti inediti in italiano (tranne Identità sconosciuta), tutti accomunati da quello spirito on the road che caratterizza la serie tanto amata dai lettori. Ma chi è Jack Reacher? Bella domanda, forse neppure l’autore ha ancora capito il suo segreto, come mai dal 1997 raccoglie così tanti lettori intenti a seguire le sue gesta. Ex militare, senza fissa dimora, in viaggio da un angolo all’altro dell’America, paladino dei deboli e degli indifesi, con un’allergia congenita verso criminali e tagliagole, Jack Reacher è un eroe anomalo in un mondo che ha davvero bisogno di eroi, di modelli a cui ispirarsi, di persone che antepongano un ideale (di giustizia, lealtà, rettitudine) ai loro meri interessi personali. E Jack Reacher è tutto questo, lo vediamo bene in questi otto racconti, che comprendono Troppo tempo, il già citato Identità sconosciuta, Tutti parlano, Non è un’esercitazione, Magari hanno una tradizione, Un tizio entra in un bar, Nessuna stanza libera al motel, e Il dipinto del diner malinconico. Due dei quali sono molto natalizi, se li leggerete capirete il perchè, soprattutto Nessuna stanza libera al motel, ma non dico di più. Un’altra osservazione che ci tengo a fare riguarda il titolo originale, che suona come ‘Nessun secondo nome’, se ci fate il caso tutti i grandi assassini americani da Lee Harvey Oswald a Theodore Robert Bundy hanno tutti un secondo nome. Insomma Jack è Jack solo Jack. Una garanzia, un uomo di cui fidarsi e su cui fare affidamento. Buona lettura!

Lee Child è nato a Coventry, in Inghilterra, nel 1954. Dopo aver lavorato per vent’anni come autore di programmi televisivi, nel 1997 ha deciso di dedicarsi alla narrativa: il suo primo libro, Zona pericolosa, è stato accolto con un notevole successo di pubblico e critica, e lo stesso è accaduto per gli altri romanzi d’azione incentrati sulla figura di Jack Reacher, personaggio definito dall’autore «un vero duro, un ex militare addestrato a pensare e ad agire con assoluta rapidità e determinazione, ma anche dotato di un profondo senso dell’onore e della giustizia». Nel 2019 è stato proclamato Autore dell’anno dal British Book Awards. Lee Child vive negli Stati Uniti dal 1998.

Source: libro inviato al recensore dall’editore, ringraziamo l’ufficio stampa Longanesi.

:: Mai portare un orso in classe (il primo giorno) di Mark Sperring e Britta Teckentrup (Gallucci editore 2019) a cura di Giulietta Iannone

12 dicembre 2019

Mai portare un orso in classeOggi vi parlo di un simpatico e colorato albo illustrato dedicato ai più piccoli (dai 3 anni in su) che magari iniziano la scuola dell’infanzia con un po’ di timore. Lasciare la propria casa, separarsi dalla mamma, anche per poche ore, può sembrare difficile, ma tutto diventa allegro e divertente quando c’è un amico Orso ad aspettarci all’uscita.

Perchè la scuola è una magnifica opportunità, si fanno nuovi amici, si imparano tante cose nuove, e non si ha il tempo di annoiarsi.

Questo libro infatti insegna ai bambini il potere della fantasia e della creatività, e a vivere il primo giorno di scuola come un’ avventura, un piccolo passo nel diventare grandi e scoprire il mondo. Tutti i piccoli amano gli orsi, chi non ha avuto da piccolo un orso di peluche da abbracciare prima di dormire, insomma è una figura familiare che li aiuterà nella fase di distacco dai genitori nell’ingresso nel mondo.

Traduzione dall’inglese di Paola Mazzarelli.

Mark Sperring si è innamorato dei libri da giovanissimo e, dopo aver cominciato a lavorare in una libreria, ha deciso di fare anche lo scrittore.

Britta Teckentrup è un’artista e illustratrice tedesca, ha vissuto e lavorato diversi anni in Inghilterra. Le sue opere sono state esposte alla London Gallery e in diverse fiere d’arte internazionali. È autrice di più di 60 libri per bambini, tra cui numerosi best-seller, pubblicati in oltre venti paesi in tutto il mondo. Vive con la sua famiglia a Berlino.

Source: libro inviato dall’editore al recensore. Ringraziamo l’ufficio stampa Gallucci.

:: Come una barca sul cemento di Roberto Saporito (Arkadia Editore 2019) a cura di Giulietta Iannone

4 dicembre 2019

copertina-saporitoSe Coleman Silk de La macchia umana di Philip Roth veniva allontanato dal suo prestigioso incarico universitario per un’accusa di razzismo, il protagonista de Come una barca sul cemento, nuovo romanzo di Roberto Saporito, il più postmodernista degli autori italiani di questo primo quarto del XXI secolo, vive un’esperienza simile anche se con risvolti del tutto singolari. Forse più simile al Humbert Humbert nabokoviano, il nostro professore di letteratura americana del Novecento è un predatore sessuale che quando viene allontanato dal suo personale parco giochi, inizia a cercare tramite (il temibile e spietato) social network più in voga di questi tempi, le donne del suo passato sfuggite alle sue mire di conquista. Un po’ per passare il tempo, un po’ per sopravvivere alla sua nuova (infelice) vita di guardiano di barche, porta avanti con meticolosa cura la ricerca di queste donne con cui il tempo non è stato sempre benevolo: prima c’è Flavia, vittima di violenze da parte del marito (e qui la storia prende un risvolto noir), poi c’è Linda, scrittrice rampante sempre in giro per l’Italia a fare presentazioni, che gli darà una (inaspettata) seconda occasione. Non voglio dire di più della trama, il romanzo è breve, si legge molto velocemente, i capitoli sono brevi e sincopati, tra autori e libri (da non perdere), riflessioni sul mondo letterario (non solo) italiano, e piccole epifanie su questo nostro mondo ipertecnologico ma ancora ostaggio di un male esistenziale antico che condanna quasi tutti all’infelicità. E l’infelicità sembra essere il convitato di pietra di questa storia in bilico tra l’assurdo e il probabile, tra le occasioni perdute e le ossessioni che sembrano cadenzare un destino tracciato al quale non si può sfuggire. Le storie che ci narra Saporito hanno questa cifra distintiva, sono ritratti amari e straniti di un’umanità inserita in un presente che gli sta stretto. Saporito è un autore elegante e raffinato, colto, dalle molte (buone) letture che trapelano con grazia dalla sua scrittura, conoscitore e appassionato di musica, oltre dell’arte in sé, declinata nelle sue mille facce. Dotato di grande sensibilità, quasi dolorosa, utilizza un registro stilistico rarefatto e minimale, che scolora in una certa universalità che lo rende un cittadino del mondo più che un autore italiano tout court. Molto apprezzata da chi scrive la citazione in esergo di Diario di lavorazione di Sam Shepard, accanto a Don De Lillo, Jay McIrney, Bret Easton Ellis, Jonathan Franzen e il nostro Pier Vittorio Tondelli. Colonna sonora (da ascoltare mentre si legge il romanzo) The Queen Is Dead THE SMITHS.

Roberto Saporito, nato ad Alba nel1962, ha diretto una galleria d’arte contemporanea. Autore prolifico è autore di racconti e romanzi: Harley Davidson (Stampa Alternativa, 1996), che ha venduto quasi trentamila copie, dei romanzi Il rumore della terra che gira (Perdisa Pop, 2010), Il caso editoriale dell’anno (Edizioni Anordest, 2013), Come un film francese (Del Vecchio Editore, 2015), Respira (Miraggi Edizioni) e Jazz, Rock, Venezia (Castelvecchi Editore, 2018). Suoi racconti sono stati pubblicati su antologie e su innumerevoli riviste letterarie. Ha collaborato con “Satisfiction” e, attualmente, scrive per il blog letterario “Zona di Disagio”.

Source: libro inviato al recensore dall’editore. Ringraziamo Tania dell’Ufficio stampa Arkadia Editore.

:: Mors tua vita mea di Geraldine Meyer (I Quaderni del Bardo Edizioni 2019) a cura di Giulietta Iannone

1 dicembre 2019

Mors tua vita meaLa short fiction, la narrativa breve, molto amata in America, o perlomeno dai lettori di lingua inglese, è un genere narrativo molto complesso che fa della brevità e dell’essenzialità il suo tratto distintivo. Insomma bisogna creare micromondi con una manciata di parole, arrivando fino alla flash fiction in cui lo spazio narrativo è ancora più compresso. In Italia non ha tutta questa diffusione, e se pensiamo che anche solo i semplici racconti brevi vengono guardati con diffidenza possiamo capire quanto questa arte sia praticata e letta da una nicchia molto piccola di lettori e scrittori. Sta di fatto che io adoro la flash fiction, e ho iniziato proprio una ventina di anni fa scrivendola, per cui ho presente le difficoltà e le abilità tecniche necessarie. Geraldine Meyer scrive racconti riconducibili a questa arte, e nel suo Mors tua vita mea, raccolta che contiene 13 micro racconti, ce ne dà un saggio molto esaustivo. Sono racconti molto particolari, intinti nel curaro, metafora che amo molto, avvelenati da quella sorta di male di vivere che molti autori diversissimi tra loro hanno affrontato nella narrativa più estesa. Racchiudono insomma pennellate di veleno, sotto una patina di apparente quotidianità. Geraldine Meyer ci parla della vita di tutti, ed è molto attenta e lo fa con apparente immediatezza. Sono tutti antieroi i suoi personaggi, persone che si rivelano diverse da cosa credono o vogliono essere, in cui prevale egoismo, grettezza, ipocrisia. Il lettore prova poca benevolenza per questa varia umanità, che tuttavia non è così lontana anch’essa dalla nostra quotidianità. Vicini di casa così se ne incontrano, a volte possiamo riconoscerci pure noi in certi atteggiamenti che non ci piacciono con cui magari lottiamo. O al contrario scelte che ci auguriamo di non dovere affrontare, perché non sapremmo bene come reagiremo. Sapremo fare la cosa giusta, etica morale, come prestare soccorso a qualcuno, quando facendolo perderemo del nostro, rischieremmo il nostro futuro? Piccoli crimini, tentazioni, dubbi, insomma così vicini a noi da confonderci e gettarci addosso una certa inquietudine. Geraldine Meyer si limita a raccontare, pure le rassicuranti giustificazioni che siamo capaci a darci. Agghiacciante per esempio Non nominare il nome di Dio invano; straziante, Mors tua vita mea, che dà il titolo alla raccolta; diabolico L’azienda. Il lavoro rende liberi, come non richiamare alla memoria “Arbeit macht frei”, infelice motto presente all’ingresso di molti campi di concentramento nazisti, il primo racconto della raccolta per esempio ci riporta a quel dilemma morale che incontriamo tutti nella vita, la nostra moralità spesso finisce quando a rischio ci siamo noi con le nostre deboli certezze, il nostro gretto egoismo, l’incapacità di amare altri da sé. Che dire Geraldine Meyer è brava, affatto scontata, e soprattutto capace di entrare nel vissuto della gente con estrema naturalezza. Leggetela, saprà cambiare molte prospettive. Copertina minimale, supplemento editoriale per tirature limitate e numerate del periodico Il Bardo di Maurizio Leo.

Geraldine Meyer è nata a Milano cinquantatré anni fa. Ora vive nella splendida Tuscia viterbese. È stata per ventisei anni libraia e ha collaborato con alcune case editrici come Giunti e Astoria. Per alcuni anni ha svolto collaborazioni nel mondo del web scrivendo contenti per siti internet e curando blog di carattere economico. Ora coordina la rivista letteraria on line Lottavo.it

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo l’Ufficio Stampa IQdB Editore.

:: E per Natale regalate un libro – 2019 🎄

29 novembre 2019

regali natale

Il tempo sembra volato, ma fra poco è già Natale, domenica è il primo giorno di Avvento, e i più previdenti stanno già preparando i regali da fare alle persone a cui vogliono bene. Insomma è qualcosa in più di mero consumismo, è condivisione, comunione, e pensare anche agli altri e non sempre solo a sè. Dunque cosa c’è di meglio che regalare libri, si spende poco, è un regalo che resta, e se il libro non piace lo si regala ad altri. Ma i libri di cui parleremo oggi con i tradizionali consigli dei collaboratori di Liberi sono tutti belli, per cui andate sul sicuro.

Inizio con i primi consigli pervenutimi, poi man mano aggiorno con quelli che arriveranno. Buon Natale e passatelo con chi amate.

Ah, dimenticavo per incartarli usate carta da pacchi ecologica.

Valeria Giola

Ninfee Nere di Michael Bussi
per chi non si accontenta dei gialli

Figlie di una nuova era di Carmen Korn
per chi non crede nel potere dell’amicizia

La vita segreta degli scrittori di G.Musso
dedicato a chi non si accontenta di una bella trama

L’albergo delle donne tristi di Marcela Serrano
per chi ama i grandi classici

La gabbia dorata di Camilla Lackberg
per tutte le donne

Davide Mana

Lucia Berlin – La donna che scriveva racconti – Bollati Boringhieri

Steve Brusatte – Ascesa e caduta dei dinosauri – UTET

Michael Moorcock – Elric – Mondadori

Nnedi Okorafor – Binti – Mondadori

Bram Stoker – Dracula (nuova edizione a cura di Franco Pezzini) – Mondadori

Eva Dei

Pietro e Paolo“, M. Fois, Einaudi

L’inverno di Giona“, F. Tapparelli, Mondadori

Ossigeno“, S. Naspini, E/O

L’ultima intervista“, E. Nevo, Neri Pozza

L’ora di Agatha“, A.C. Bomann, Iperborea

Federica Belleri

Il giardino dei mostri, di Lorenza Pieri

Libera uscita, di Debora Omassi

Ninfa dormiente, di Ilaria Tuti

L’isola delle anime, di Piergiorgio Pulixi

Lei era nessuno, di Letizia Vicidomini

Nicola Vacca

Michel Houellebecq Serotonina La nave di Teseo

Bret Easton Ellis Bianco Einaudi

Luigi di Ruscio Poesie scelte Marcos Y Marcos

Roberto Saporito Come una barca sul cemento Arkadia

J Saramago Diario dell’anno del Nobel Feltrinelli

Giulietta Iannone

Risorgere Paolo Pecere Chiarelettere

Il secondo cavaliere Alex Beer Edizioni EO

Racconti di Pietroburgo Nikolaj Gogol’ Marcos Y Marcos

Racconti del crimine Tanizaki Junichiro Marsilio

Il mio nome è Jack Reacher Lee Child Longanesi

Viviana Filippini

La frontiera, Erika Fatland (Marsilio 2019)

Il terzo matrimonio, Tom Lanoye (Nutimenti 2019)

Bianca, Bart Moeyaret (Sinnos 2019)

Camminare di Henry David Thoreau (Marietti 1820, 2019)

I fantasmi di Darwin Ariel Dorfman (Clichy edizioni 2019)

Maria Anna Cingolo

L’ educazione Tara Westover Feltrinelli

Le ragazze del Pillar Stefano Turconi, Teresa Radice BAO Publishing

I ragazzi della Nickel Colson Whitehead Mondadori

L’onda Suzy Lee Corraini Edizioni

Cento poesie d’amore a Ladyhawke Michele Mari Einaudi

Elena Romanello

Timeless (Il Castoro)

La trilogia di Nevernight (Mondadori)

Il grande libro della fantasy classica (Fanucci)

321 cose utili da sapere sugli animali (Rizzoli)

Il diario della mia scomparsa (J-Pop)

:: Non dare la corda ai giocattoli di Nicola Vacca (Marco Saya Edizioni 2019) a cura di Giulietta Iannone

24 novembre 2019

Nicola Vacca (Marco Saya Edizioni 2019)Oltre che fine critico Nicola Vacca è un apprezzato poeta, erede delle storiche e nobili avanguardie poetiche pugliesi del Novecento tese a un rinnovamento profondo della lingua, a una rottura con il passato e la tradizione fossilizzata e pigra, vivificate da una ideologia politica vissuta come vera espressione di più alti ideali sociali e comunitari.
Non scrive in dialetto, Vacca, ma in italiano e questa scelta infonde una più netta universalità ai suoi versi che possono essere letti e compresi dalla Val D’Aosta alla Sicilia.
Non credo la nostra amicizia personale inficia l’alta stima che ho per il suo lavoro e la sua coerenza, in tempi difficili dove l’opportunismo e il cambio di casacca sembrano prevalere alle convinzioni profonde e al costo da pagare per poterle mantenere ed esprimere.
Non dare la corda ai giocattoli (Marco Saya Edizioni) è una raccolta poetica che nasce come atto di rivolta, e si collega alle sue raccolte precedenti anch’esse definibili come “canti di rivolta”.
Nicola Vacca è un poeta rivoluzionario, in lotta contro la mediocrità, la passività, l’apatia, l’incapacità di affrontare il reale con coraggio e determinazione, perché il mistero del male ci circonda, ma esistono ancora armi per difendersi e Vacca le usa tutte, con rabbia e ostinazione.
La trasgressione del linguaggio è trasgressione morale come scrive Vacca in esergo citando Carmelo Bene, e la poesia è la più alta e nobile forma del linguaggio per cui se ne deduce che la poesia è un atto morale, una scelta civile, e più è sincera e vissuta e più la poesia è autentica.
La poesia disvela la verità, tramite l’intuizione, l’assonanza di pensieri e ideali, la compartecipazione e la fraternità.
E c’è fraternità in questi versi, sono morali nel senso che avvisano, risvegliano le coscienze contro le utopie, il materialismo più stolido, l’incapacità di vedere la realtà nuda, e per ciò bellissima e unica.
Se una certa crudezza acuisce e aggrava il verso, non è mai per ostentare o deridere, ma appunto per trasmettere quello spirito di rivolta che ci dovrebbe contagiare tutti, facendoci ribellare e opporre al male di vivere e di pensare.
La crisi economica e soprattutto etica e culturale, la fine delle ideologie storiche che hanno infiammato i dibattiti del Novecento, pur con tutte le derive che ben conosciamo, sembrano aver dato spazio al nulla, a un vuoto esistenziale e morale agghiacciante, e di questo Nicola Vacca non si dà pace, il giocattolaio che ci deride tutti vendendoci le sue utopie a buon prezzo non smette di tormentarlo, nell’indifferenza generale, nel silenzio più generalizzato delle coscienze.
Versi come:

Attendere anzitempo nelle stazioni vuote
quando non c’è l’ombra di un treno.

Danno un senso e una misura a questo vuoto pneumatico. Come i seguenti bellissimi versi:

Palazzi di vetro enormi sorgono nelle periferie
sono le nuove città di una città che si è arresa.
Non luoghi infiniti
gabbie dorate di illusioni
dove estranei si sfiorano
senza toccarsi l’anima.
È morto per sempre il tempo del contatto
su e giù per gli ascensori ci si uccide consumando
l’utopia del dio denaro.

Che ci riportano alla drammaticità di aver fatto diventare i centri commerciali, di per sè utili e necessari, le nuove cattedrali di questa società post industriale e di transizione verso un futuro ancora non concepibile, tra pericoli e incognite difficilmente governabili.
Nicola Vacca trasforma la poesia in un canale di percezione e avvisa i suoi compagni di viaggio, i suoi fratelli dei pericoli e delle incognite, un po’ come i profeti maggiori dell’Antico Testamento, accolti perlopiù dai contemporanei con cardi e verdura marcia, perché a molti la verità non piace ascoltarla, preferiscono essere blanditi, ingannati e anestetizzati dall’ovvio e dal banale. Ma Vacca profeta laico di rivolta non si arrende, e se questa è la sua ultima raccolta di versi, come è stato detto, è un vero peccato. In copertina l’opera di Roberto Fatiguso.

Nicola Vacca è nato a Gioia del Colle, nel 1963, laureato in giurisprudenza. È scrittore, opinionista, critico letterario, collabora alle pagine culturali di quotidiani e riviste. È redattore della rivista Satisfiction Svolge, inoltre, un’intensa attività di operatore culturale, organizzando presentazioni ed eventi legati al mondo della poesia contemporanea. Ha pubblicato: Nel bene e nel male (Schena,1994), Frutto della passione (Manni 2000), La grazia di un pensiero (prefazione di Paolo Ruffilli, Pellicani, 2002), Serena musica segreta (Manni, 2003), Civiltà delle anime (Book editore, 2004), Incursioni nell’apparenza (prefazione di Sergio Zavoli Manni 2006), Ti ho dato tutte le stagioni (prefazione di Antonio Debenedetti, Manni 2007) Frecce e pugnali (prefazione di Giordano Bruno Guerri, Edizioni Il Foglio 2008) Esperienza degli affanni (Edizioni il Foglio 2009), con Carlo Gambescia il pamphlet A destra per caso (Edizioni Il Foglio 2010), Serena felicità nell’istante (prefazione di Paolo Ruffilli, Edizioni Il Foglio 2010), Almeno un grammo di salvezza (Edizioni Il Foglio, 2011), Mattanza dell’incanto ( prefazione di Gian Ruggero Manzoni Marco Saya edizioni 2013), Sguardi dal Novecento (Galaad edizioni 2014) Luce nera (Marco Saya edizioni 2015, Premio Camaiore 2016), Vite colme di versi (Galaad edizioni 2016), Commedia Ubriaca (Marco Saya 2017).

Source: libro invitato dall’autore che ringraziamo.

:: Atlante Geopolitico del Mediterraneo 2019 a cura di Francesco Anghelone e Andrea Ungari (Bordeaux 2019) a cura di Giulietta Iannone

24 novembre 2019

Atlante 2019È in libreria l’Atlante Geopolitico del Mediterraneo 2019 a cura di Francesco Anghelone e Andrea Ungari, appuntamento fisso, ormai dal 2013, per tutti coloro. addetti ai lavori o semplici cultori della materia, che vogliono avere strumenti validi per analizzare e approfondire le problematiche che toccano l’area del Mediterraneo, mai come in questi anni al centro delle più delicate questioni geopolitiche, trovandosi infatti sulla rotta delle migrazioni da sud, come vera e propria porta per l’Europa. Se l’argomento migrazioni è stato approfondito l’anno scorso, rimando all’Atlante del 2018, due sono i temi caldi di quest’anno: L’azione delle Authorities per l’integrazione energetica del bacino del Mediterraneo saggio scritto da Fabio Tambone e La presenza cinese nel Mar Mediterraneo saggio di Francesca Manenti. La necessità di una sempre maggiore integrazione energetica tra i paesi che si affacciano sul Mediterraneo è, secondo chi scrive, sicuramente il tema più delicato e il meno noto e dibattuto se vogliamo, e questo merita senz’altro una nota di apprezzamento per i coordinatori del volume che l’hanno scelto per quest’anno. Il ruolo del Mediterraneo di ponte tra tanti Stati e nazioni con culture, lingue, religioni diverse acquista una rilevanza strategica e geopolitica di prim’ordine alla luce della sempre più stringente necessità di coordinare la cooperazione e gli investimenti per la transizione energetica dei prossimi decenni. Per l’Unione europea i vicini della sponda nordafricana e dell’est europeo che si affaccia sul Mediterraneo costituiscono dei partner naturali con cui sarà sempre più importante interagire e coordinare le scelte e decisioni. Sottovalutare questo sarebbe un grave errore, e Tambone sottolinea bene la necessità, si può dire vitale, di un mercato integrato. Ne consiglio un’attenta lettura. L’altro tema, approfondito da Francesca Manenti, ci porta all’attenzione il ruolo sempre più attivo della Cina, che ha capito bene l’importanza del nostro mare come crocevia di traffici e di merci, oltre che idee, da cui dipende la neccessità di potenziare le infrastrutture, i luoghi di scalo (consiglio di notare l’importanza degli accordi tra Cina e Italia legati al porto di Trieste, da sempre ponte tra l’Europa e l’Oriente), non dimenticando anche oltre i lati economici anche quelli politici.

Il mar Mediterraneo, infatti, è stato inserito dal governo cinese all’interno della Belt and Road Initiative (BRI). L’ambizioso progetto di interconnessione, lanciata dal presidente cinese Xi Jinping nel 2013, che si propone la realizzazione di una rete capillare di infrastrutture di trasporto, energetiche e digitali per incentivare gli scambi materiali e immateriali tra la Cina e il resto del mondo.

Oltre alla capacità di controllo della portualità e della logistica è rilevante sottolineare la rilevanza di una sempre più stretta interconnessione del più innovativo settore delle telecomunicazioni. Altrettanto significativo infatti è l’investimento cinese nelle costruzioni delle reti di cavi sottomarini per la trasmissione di segnali. Ciò ci fa capire a tutto tondo l’importanza che il Mediterraneo riveste per la Cina, per gli obbiettivi di crescita nazionale e internazionale, da raggiungere entro il 2050. Di contro, non sembra che i paesi dell’Europa mediterranea siano interessati a iniziare formule di dialogo con la Cina, che tuttavia continua a volere una via privilegiata con Bruxelles.
Ai due saggi di approfondimento seguono le consuete 11 schede paese, di cui consiglio, come l’anno scorso, la lettura approfondita delle schede Libia, Siria e Turchia. Da non tralasciare la postfazione di Stefano Polli che focalizza in modo puntuale e essenziale le tematiche principali da cui dipende il nostro futuro.
Di questo testo come sempre colpisce la chiarezza espositiva e la capacità di rendere semplici, immediate e fruibili anche tematiche complesse. Leggendolo ci si sente sempre arricchiti, in più l’ampia bibliografia da spazio all’approfondimento personale. Buona lettura.

Francesco Anghelone Coordinatore scientifico dell’Area di ricerca storico-politica dell’Istituto di Studi Politici “S. Pio V”, è dottore di ricerca in Storia d’Europa presso la “Sapienza” di Roma e collabora con «Aspenia online». È autore di numerose pubblicazioni su Grecia, Turchia, Cipro e l’intero Mediterraneo sud-orientale.

Andrea Ungari Professore associato di Storia contemporanea presso l’Università Guglielmo Marconi e docente di Teoria e Storia dei Partiti e dei Movimenti politici presso l’Università Luiss-Guido Carli. I suoi studi si sono concentrati sulla storia politica dell’Italia liberale e di quella repubblicana e sulla storia militare, con una particolare attenzione al ruolo dell’Esercito e dell’Aeronautica nella Prima guerra mondiale. Recentemente, ha collaborato con lo Stato Maggiore dell’Esercito all’elaborazione del volume Prospecta, sulle linee evolutive dell’Esercito italiano.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Giulia dell’ Ufficio Stampa Bordeaux.

:: Un’intervista con Rossana Balduzzi Gastini, vincitrice della sezione Premio Confindustria del Biella Letteratura e Industria 2019 a cura di Giulietta Iannone

18 novembre 2019

Finalista del Premio Biella Letteratura e Industria 2019, vincitrice del Premio Confindustria, bentornata Rossana Balduzzi Gastini su Liberi di scrivere. Un premio prestigioso, un omaggio per l’Alessandria di Borsalino, e un riconoscimento personale per il suo lavoro. Deve essere stata una grande soddisfazione. Cosa ha provato quando ha saputo della vittoria?

Buongiorno a lei Giulietta e a tutti i lettori del suo interessante blog. Vincere il Premio Confindustria per la letteratura e essere annoverata tra i cinque finalisti del famoso Premio Biella Letteratura e Industria e anche del premio Acqui Storia è stato motivo di grande appagamento per il faticoso ma anche emozionate lavoro svolto. Felicità personale ma anche gioia perché finalmente Giuseppe Borsalino è stato riconosciuto come l’inventore del Made in Italy. Anche a me come a Giuseppe Borsalino importa “mettere le cose a posto”: Giuseppe Borsalino è tornato a vivere. I suoi tormenti, le sue gioie, le sue passioni e la sua generosità ora possono essere condivisi.

Motivazione del Premio: “Molto coinvolgente e convincente questo romanzo che induce a immaginare il mondo interiore di un uomo che con la sua creazione “ha fatto la Storia”; un uomo di umili origini che ha deciso di cambiare in meglio il suo futuro, con grande coraggio ed inseguendo il suo sogno, un precursore del Made in Italy nel mondo, una vita illustre a cui è doveroso rendere omaggio. Il testo celebra un imprenditore il cui nome è sinonimo di stile, un imprenditore che ha sempre avuto a cuore i diritti e il benessere di chi lavorava con e per lui, in un’epoca in cui si dava poca importanza alla tutela dei lavoratori. Un vero imprenditore.” Parole importanti, rispecchiano lo spirito del suo libro?

Sì, rispecchiano del tutto lo spirito del libro perché denotano che si è ben compreso chi fu Giuseppe Borsalino. Un uomo illuminato, vissuto alla fine del 1800, che seppe riconoscere nel suo animo la morale primigenia. Un uomo che ha sempre messo davanti a ogni cosa il rispetto per sè e per gli altri. Si può dire senza timore di smentita che egli fu l’incarnazione più pura della morale kantiana quella innata che è patrimonio di ogni uomo e che si riassume appunto nel non fare agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te o come altrimenti viene detto fai agli altri ciò che vorresti fosse fatto a te. Un uomo che ha sempre agito su questa terra consapevole del fatto che tutti ci apparteniamo. Un imprenditore illuminato che non ha esitato un secondo a ridistribuire le ricchezze ottenute dalla sua azienda e a condividerle con i suoi operai cosa rara anche al giorno d’oggi in cui spesso, governati dall’ego, si tende a condividere solo le perdite. Egli è riuscito a superare la “Scelta Razionale” ben nota a economisti e sociologi secondo la quale gli interessi personali vengono prima degli altri è questa la filosofia malata che causa il collasso di una società e il mal di vivere umano. Egli ha fatto della sua città, non solo della sua fabbrica un’utopia “reale”, un’isola felice perfettamente funzionante nella quale si produceva e si viveva in un’ottica di perfetto equilibrio ed eguaglianza, soddisfacendo le esigenze di tutti. Lui era il proprietario ma anche il primo operaio e i suoi lavoratori erano la sua famiglia al punto che, preoccupato di come avrebbero vissuto una volta terminato il rapporto di lavoro, istituì una cassa pensioni interna alla fabbrica quando ancora nemmeno si parlava di una legislazione in materia pensionistica.

Tornando al Premio Biella Letteratura Industria, un premio unico nel suo genere, un’altra eccellenza del Piemonte, che valorizza la letteratura e il mondo del lavoro. In che misura pensa iniziative simili migliorino la vita della gente e soprattutto siano di stimolo e modello per i giovani?

Il Premio Biella Letteratura Industria per come è organizzato per la grande quantità di energie che vi vengono spese è un raggio di luce nel panorama nebuloso della cultura di questi ultimi anni. Esso fa capire come operando con coscienza nella cultura e nel lavoro, ambiti che toccano tutte le fasce della popolazione si può trasformare e fare evolvere positivamente la società. La misura in cui questo tipo di iniziative incidono nel migliorare la vita della gente e nel formare i giovani è incommensurabile data la sua fondamentale importanza.

Nel ringraziarla per la sua disponibilità come ultima domanda le chiederei quali sono i suoi progetti per il futuro? Sta scrivendo un nuovo libro?

Certamente sono già all’opera nel creare un romanzo storico filosofico e da pochi mesi è uscito La ragazza di madreperla un romanzo di formazione con risvolti metafisici.
Perla, la protagonista, agisce su questa terra consapevole del fatto che tutti ci apparteniamo.
lei rappresenta la metafora della trasformazione spirituale cui ogni uomo dovrebbe tendere. La felicità sulla Terra può essere vissuta solo seguendo una vita senza eccessi e nella giusta Misura. E questo non è un qualcosa di irraggiungibile basta avere la volontà di farlo.

:: Un’intervista con Maurizio Gazzarri, vincitore della sezione Giuria dei lettori del Premio Biella Letteratura e Industria 2019 a cura di Giulietta Iannone

12 novembre 2019

Maurizio Gazzarri insieme a Luca Murta di Fondazione CRB bis

Finalista del Premio Biella Letteratura e Industria 2019, vincitore del Premio Giuria dei Lettori, benvenuto Maurizio Gazzarri su Liberi di scrivere. Ci parli di lei, dei suoi studi, del suo lavoro, della sua infanzia.

Innanzitutto, grazie a Liberi di scrivere per questa opportunità. Sono nato e cresciuto a Volterra, la città toscana di origini etrusche. Una città isolata, che ha fatto di questo isolamento sia il suo elemento di forza sia il suo punto debole. Mi piace pensare che il mio carattere derivi da questa contraddizione: mi piace stare dietro le quinte e allo stesso tempo un po’ ne soffro. A 14 anni, era il 1985, ho messo per la prima volta le mani su un computer, grazie a un progetto sperimentale delle mie scuole superiori. E da quel giorno non me ne sono staccato praticamente più. Mi sono laureato in informatica a Pisa, città nella quale mi sono trasferito e attualmente vivo. Dopo la laurea, in realtà, non ho svolto lavori direttamente connessi con l’informatica: mi sono occupato di politica e poi di amministrazione pubblica. Dal 2008 al 2018 ho svolto il ruolo di capo di gabinetto del sindaco di Pisa e credo che la mia formazione “tecnica e tecnologica” mi sia stata molto utile per affrontare i mille problemi quotidiani. Attualmente sto concludendo un master in Big Data Analytics and Social Mining e sono consulente per pubbliche amministrazioni e società private per progetti innovativi, digitalizzazione, comunicazione e partecipazione. Inoltre, collaboro con il quotidiano La Nazione con una rubrica dedicata al 50° del primo corso di laurea italiano in Informatica, attivato a Pisa nel 1969.

Come è nato il suo amore per i libri? Cosa l’ha spinta a diventare uno scrittore?

Nel 2020 si festeggeranno i 100 anni dalla nascita di Gianni Rodari. Io sono cresciuto con i suoi libri, i suoi racconti, le sue favole e le sue poesie. “Favole al telefono” è stato il primo libro che ho letto. La scintilla è scoccata lì. Mio padre (o, meglio, il mio babbo) assecondava ogni mia richiesta d’acquisto di libri; le sue parole le ho ancora impresse: “se mi chiedi i soldi per un libro non ti dirò mai di no”. L’ho preso un po’ troppo alla lettera, riempiendo la casa di romanzi, saggi e fumetti. Ma dalla lettura alla scrittura c’è un abisso. Per molti anni ho litigato con la scrittura e con i temi scolastici. Adesso, non farei altro che scrivere. Ma non oso definirmi uno scrittore, bensì un autore di un romanzo.

Ora parliamo di I ragazzi che scalarono il futuro (Edizioni ETS). Come è nata l’idea di scriverlo? Qual è stato il punto di partenza nel processo di scrittura?

Durante il mio lavoro presso il Comune di Pisa ho avuto modo di interloquire con le tre università cittadine, con i centri di ricerca, con molti dei protagonisti dell’informatica pisana e italiana. Ho accumulato dentro di me conoscenze ed emozioni. Che, non appena aperto il “rubinetto”, si sono riversate nella redazione del romanzo. C’era un pezzo della storia di Pisa non del tutto conosciuto, seppur molto recente; ho pensato che fosse un episodio cruciale e non affatto secondario non solo di Pisa ma dell’Italia intera. L’opportunità mi è stata offerta dalla casa editrice ETS che ha organizzato un corso di scrittura, tenuto dai due responsabili della loro collana di narrativa Pierantonio Pardi e Daniele Luti. Quest’ultimo mi ha seguito passo passo, insegnandomi le tecniche giuste, i metodi, le “regole” da osservare. Mi sono liberato dell’idea che scrivere un romanzo fosse improvvisazione. No, è metodo, è criterio, sono regole e principi, è applicazione e dedizione. È, anche e soprattutto, mettersi in discussione.

Il libro racconta, romanzandola, la nascita dell’informatica italiana e la costruzione della CEP (Calcolatrice Elettronica Pisana) e dell’ELEA (Elaboratore Elettronico Aritmetico), i primi computer progettati e realizzati in Italia. Ci parli dell’humus culturale e umano che favorì il raggiungimento di questo importante traguardo, tra Pisa e Barbaricina, in Toscana, tra Università e ricerca scientifica privata.

Le vicende del romanzo iniziano nell’estate del ’54. Era l’estate della conquista del K2, ma anche della morte di De Gasperi. Era l’anno dell’inizio delle trasmissioni della RAI, ma anche di un’Italia ancora alle prese con il dopoguerra. C’era voglia di futuro e di benessere, contrastata dalla situazione economica di molte regioni e da una arretratezza culturale talvolta disarmante, vista con gli occhi di oggi. Voglia di futuro e zavorre del passato. Anche a Pisa si viveva questo dualismo. Ma con ingredienti diversi da molte altre città, che consentirono di far partire proprio a Pisa i progetti per i primi computer italiani. La politica e le istituzioni locali misero da parte divisioni partitiche e di campanile, l’Ateneo accantonò le resistenze di quella parte del corpo accademico più legato alle antiche abitudini, l’impresa – in questo caso la Olivetti di Ivrea – capì che valeva la pena rischiare un investimento innovativo, piuttosto che rimanere nelle acque tranquille delle macchine per scrivere o delle calcolatrici meccaniche. Questo intreccio tra istituzioni, università e impresa, unito al protagonismo di tanti giovani neolaureati, portò a risultati eccezionali. A me piace pensare che ci sia un filo che lega la storia di Pisa con quella della scienza e della tecnologia. Da Leonardo Fibonacci, che portò nel XIII secolo in Europa lo zero e le cifre arabe, a Galileo Galilei nato nella città della Torre. Dal primo congresso degli scienziati italiani tenuto a Pisa nel 1839, a Guglielmo Marconi, che a Coltano – a due passi da Pisa – realizzò i suoi esperimenti sulla radio. Dal suggerimento di Fermi per la realizzazione della calcolatrice elettronica, al primo nodo Internet italiano, attivato a Pisa nel 1986. Fino alle attuali ricerche sulla robotica, sull’intelligenza artificiale, sulle onde gravitazionali. E si potrebbero aggiungere altri mille nomi, progetti e scoperte fatte all’ombra della torre pendente!

La visione della famiglia Olivetti di Ivrea, parte delle grandi famiglie industriali e imprenditoriali italiane, ha contribuito a buona parte di questo successo. C’è ancora secondo lei, nel mondo imprenditoriale d’oggi, questa visione di insieme che unisce iniziativa privata e contributi statali?

Adriano Olivetti, assieme al fratello Dino e al figlio Roberto, dovettero contrastare non poco all’interno dell’azienda per far apprezzare il lavoro del Laboratorio di Ricerche Elettroniche aperto nel quartiere pisano di Barbaricina. Non è un caso che tale Laboratorio sia stato aperto non a Ivrea o a Milano, ma a Pisa. Non solo per il rapporto con l’Università, ma anche per far sì che non venisse assorbito e fagocitato dalle logiche aziendali dell’epoca. Buona parte del merito dei risultati va ascritto a un ingegnere italo cinese, Mario Tchou, purtroppo scomparso a soli 37 anni in un incidente stradale. Tchou diceva che “le cose nuove si fanno solo con i giovani”: con questo principio reclutò ragazzi dal grande potenziale e con tanta voglia di fare. Ma Olivetti non era solo impresa e profitto, era comunità, sociale, cultura, architettura, integrazione, urbanistica. Una visione olistica dell’impresa, nella quale il profitto e i valori non sono scindibili. Purtroppo, fu avversato per molte ragioni. E di contributi statali ne vide ben pochi: lo Stato non fece niente né prima, né dopo la sua morte per dare il giusto sostegno alla Olivetti. Fino al 1964, quando fu smembrata l’azienda con la cessione della sua Divisione Elettronica. A Pisa furono le istituzioni locali e non lo Stato a contribuire alla realizzazione del progetto, con ben 150 milioni di lire.
Tra i grandi imprenditori attuali credo che siano veramente pochi quelli che sono definibili Olivettiani. Adesso il margine di profitto è l’unica cosa che conta. I benefit e gli stipendi degli amministratori delegati a volte superano le 500 volte quelle di un dipendente della stessa azienda. Una cosa inconcepibile per Adriano Olivetti. Lo Stato, troppo spesso, viene usato come limone da spremere, senza restituire davvero alla collettività quello che si è ricevuto in termini di contributi, agevolazioni fiscali e benefit. Bisogna scendere fino alle piccole start up per trovare quel clima di apertura e collaborazione che contraddistingueva Adriano Olivetti.

Il suo libro è anche un affresco corale dell’Italia della seconda metà degli anni Cinquanta, prima del boom degli anni Sessanta, giusto?

Mi sono divertito molto a inserire nel racconto riferimenti a oggetti, fatti e personaggi dell’epoca. La 600 Fiat e la Lettera 22. Il cinema, con i film prodotti negli stabilimenti cinematografici di Tirrenia, e la televisione. I viaggi spaziali, con lo Sputnik e Gagarin. La nascita del Mercato Comune Europeo e l’ingresso dell’Italia nell’assemblea dell’ONU. Lo sport, con il giro d’Italia, il cavallo Ribot e le partite di calcio del Pisa. Ho inserito anche tanta politica e sindacato, con le lotte per l’emancipazione delle donne affrontate dalla protagonista Angela, la fidanzata di Giorgio, impegnato invece nella realizzazione delle calcolatrici elettroniche. Un dualismo, quello di Giorgio e Angela che mi è piaciuto molto scrivere e descrivere.

Una storia di giovani, soprattutto, che ce la misero tutta, con sacrificio, studio e grande forza di volontà. Un modello di impegno anche per i giovani d’oggi?

All’epoca si aveva la netta percezione che il futuro non poteva che essere migliore del passato. I giovani sapevano che studiando avrebbero sicuramente migliorato la propria condizione. All’impegno messo negli studi corrispondeva il giusto successo. Adesso, sembra che l’impegno, lo studio, la dedizione non servano più; che si possa ottenere “successo” soltanto per caso, per raccomandazione o per un’idea brillante ma estemporanea. Non è così e provo ogni giorno a farlo capire a mio figlio Dario che sta frequentando la seconda liceo. A me piace riassumere tutto questo in cinque parole d’ordine, le cinque “C”: coraggio, costanza, comunità, curiosità, creatività. I nuovi ragazzi che stanno provando a scalare il futuro sono quelli che manifestano nelle nostre città per assicurare un domani al pianeta: ragazzi e ragazze che hanno piena consapevolezza che la loro età adulta può essere completamente compromessa dal cambiamento climatico in atto. Non vanno solo ascoltati, vanno messi nelle condizioni di cambiare le cose, dando loro responsabilità e poteri. Come ha scritto Rodari, “certi tesori esistono soltanto per chi batte per primo una strada nuova”.

C’è anche un sapore agrodolce in questa vicenda, poi pochi anni dopo la Olivetti e l’Italia perderanno i grandi elaboratori elettronici. Perché successe?

È una domanda alla quale molti hanno provato a rispondere. Certamente le morti, prima, di Adriano Olivetti e, poi, di Mario Tchou, cambiarono il corso della storia. Ma nessuno può dire che la crisi economica della Olivetti non sarebbe comunque avvenuta, dopo i grandi investimenti fatti per l’acquisizione della Underwood e il mancato aiuto da parte dello Stato. Mentre all’estero, negli USA e in Gran Bretagna, lo Stato sosteneva le aziende informatiche, in Italia si preferì osteggiarle. La politica ebbe le sue responsabilità. Ma ne ebbe anche la classe imprenditoriale italiana, che messa alla prova di una crisi aziendale acuta, dette la risposta più scontata e meno lungimirante possibile: la cessione della Divisione Elettronica, impropriamente definita “ramo secco”. Il modello Olivetti stava stretto a molte persone. Persa la sfida dei mainframe, dei grandi calcolatori, la Olivetti ebbe un grande sussulto con la Programma 101: il gruppo di Perotto, scampato alla cessione alla General Electric, riuscì nell’impresa di realizzare e mettere in commercio il primo personal computer della storia. Venduto in larghissima parte negli Stati Uniti (compresa la Nasa!), segno che chi pensa ai complotti esteri quando parla della storia della Olivetti, a mio parere, ha torto.

Tornando al Premio Biella Letteratura industria, i libri in concorso, quest’anno soprattutto, hanno al centro storie e modelli virtuosi che legano letteratura e industria, dalla storia unica di Borsalino agli operai della Melegatti. Storie che trasmettono modelli positivi e una luce di speranza in questo momento di crisi economica, pur restando ancorati alla realtà e analizzando le varie problematiche. Cosa ha provato quando ha saputo che il suo libro ha vinto il Premio Giuria dei Lettori?

Il Premio Biella è stato per me un susseguirsi di emozioni. “I ragazzi che scalarono il futuro” è il mio primo libro e non ho idea se ce ne saranno altri. Per un esordiente come me, ricevere la lettera del presidente Gasparetto che mi annunciava di essere entrato nella cinquina finalista, è stato emozionante. L’evento al Salone del Libro, poi le presentazioni a Biella e a Torino, infine la comunicazione del Premio “Giuria dei lettori”: momenti che non scorderò. Durante l’estate ho letto gli altri quattro romanzi finalisti. Sono tutti libri scritti benissimo, che raccontano storie personali o collettive di riscatto, di difficoltà o di successo. Sapere che il Circolo dei Lettori di Biella ha preferito il mio romanzo mi riempie di orgoglio: un sentimento che non mi capita di provare spesso. Un’ultima cosa a cui tengo è ringraziare tutti coloro che portano avanti il premo Biella: a chi lo presiede, lo organizza e lo promuove va espressa riconoscenza per la passione e la dedizione.

Nel ringraziarla per la sua disponibilità come ultima domanda le chiederei quali sono i suoi progetti per il futuro? Sta scrivendo un nuovo libro?

Sono io che vi ringrazio per questa opportunità! Diciamo che ho in mente una manciata di idee, alcune più strutturate, altre ancora in embrione. La maggior parte finirà la sua esistenza in poche righe di incipit o di soggetto. Nel frattempo, sto accumulando libri, riferimenti e suggestioni. Non so, davvero, se ci sarà mai un secondo romanzo. Se lo sentissi come un dovere, sono certo che il risultato sarebbe mediocre. Fuori dalla forma romanzata, ho due progetti in cantiere. Il primo è un volume con la ricostruzione storica di 65 anni di informatica a Pisa, conseguenza della collaborazione con il quotidiano La Nazione. Il secondo vorrei dedicarlo al rapporto tra la Olivetti e Pisa, raccontando nei dettagli l’esperienza del Laboratorio di Barbaricina. Per la redazione del romanzo ho raccolto molte testimonianze e corpose documentazioni che solo in minima parte sono ovviamente finite nel racconto. Adesso vorrei riordinarle e strutturarle, per non disperdere questa conoscenza e per valorizzare queste bellissime storie di eccellenza.