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:: Rivista Savej: Piemontesi ai confini del mondo e altre storie a cura di Giulietta Iannone

1 novembre 2019

Rivista Savej1

Altro che bugianen! Avventurieri, esploratori, archeologi e viaggiatori. Liberi spiriti piemontesi sono i protagonisti del nuovo numero di Rivista Savej

si legge nello strillo della rivista. Rivista Savej è un periodico della Fondazione Enrico Eandi, da anni impegnata nella promozione e tutela della cultura piemontese. E questo mese esce con un numero molto spieciale, che io non ho resisistito ed ho subito comprato, si trova infatti nelle edicole di Torino e provincia e di Biella.
Speciale perchè un articolo, scritto dal bravo Davide Mana, è dedicato alle avventure in Cina del mio bisnonno, Luigi Piovano, militare al seguito del Contingente mandato dall’ Italia nel 1900 in Cina a liberare il quartire delle Legazioni.
Queste erano le intenzioni, poi dopo tira e molla in Parlamento il contingente partì tardi e arrivò in Cina, anche per motivi logistici e un’ epidemia di colera, a fatti compiuti. Le Legazioni erano già state liberate dai valorosi reparti indiani del Contingente Britannico che diciamo fecero il grosso. Comunque il contingente italiano partecipò sporadicamente successivamente a missioni di pattuglia, per neutralizzare gli ultimi Boxer rimasti, ormai abbandonati anche dalla Corte cinese che vista la disfatta si accordò quasi subito con gli Stati europei del Contingente per salvare il salvabile, come si suol dire. Ma se gli otto stati che parteciparono alla spedizione erano uniti all’inizio per divergenze, gelosie, e incomprensioni litigarono quasi subito rompendo il fronte e rendendo l’avventura ben poco trionfale.
Comunque al netto di considerazioni strategiche e politiche fu un avvenimento epocale, la misteriosa Cina era davevro al tempo un territorio inespolrato e ricco di opportinità, e il mio bisnonno partecipò all’impresa con entusiasmo e senso del dovere. I giornali dell’epoca con toni enfatici infatti avevano allarmato l’opinione pubblica parlando di donne, bambini, uomini in pericolo, assaliti da barbari pronti a fargli le peggio cose. Poi nella realtà le vittime civili furono ben poche, ma le cose si scoprirono dopo.
La storiografia corrente sembra orientata a rivalutare le figure dei Boxer come autentici patrioti che si impegnarono a difendere il loro paese dall’aggressioni straniere, forse la verità sta nel mezzo, e sicuramente c’è ancora molto da scoprire su quei fatti e quelle circostanze.
Per quanto riguarda il mio bisnonno so solo che era una brava persona, e molti aneddoti sulla sua vita mi sono stati raccontati e li serbo per me e forse un giorno ne scriverò.
Ringrazio Davide Mana di avermi citato, e di avere citato pure un libro che contribuii a scrivere una decina di anni fa. Ho letto l’articolo ed è fedele alla realtà, è tutto vero pure l’accenno a Falstaff il suo cavallo, o agli esperimenti in siciliano di un suo amico del contingente britannico, come la lettera a sua madre a tre giorni da Hong Kong che ho trascritto e ancora conservo.
Il mio bisnonno tornò dalla Cina, cinque anni dopo, malato, ma poi guarì e si riprese e potè vivere ancora a lungo. Queste sono le ombre che a volte accompagnano le grandi avventure, come i disagi, la fame, la sete, il caldo, i pericoli, il rovescio della medaglia dei lati belli, come gli sfarzosi balli in ambasciata, i fuochi d’artificio, le serate musicali, i matrimoni, le partite a tennis in abiti bianchi e inamidati.
Se vi ho un po’ incuriosito correte in edicola, spingiamo gli edicolanti a richiedere nuove copie e a far fare nuove ristampe. Non si parla solo del mio bisnonno ma anche di tanti altri piemontesi coraggiosi, altruisti e animati dall’amore per l’avventura che però conservavano sempre nel loro cuore l’amore per la loro terra d’origine. Salüt fiiol. 

:: L’isola di Pasqua, Diario di un allievo ufficiale della Flore di Pierre Loti (Bordeaux Edizioni 2019) a cura di Giulietta Iannone

27 ottobre 2019

LotiConosco Pierre Loti per aver letto Gli ultimi giorni a Pechino: un avventuroso viaggio nella Cina dei Boxer e grande è la sua fama di viaggiatore e di narratore fedele dei suoi viaggi per cui sono stata molto felice di leggere L’isola di Pasqua, Diario di un allievo ufficiale della Flore, (Titolo originale: L’île de Pâques. Journal d’un aspirant de la Flore, 1899) appena edito da Bordeaux edizioni, tradotto da Paolo Bellomo.
Un volumetto molto sottile ma denso di quello spirito tutto ottocentesco che univa la sete d’avventura, all’esotica scoperta di terre sconosciute e perlopiù inaccessibili.
Pierre Loti nasce a Rochefort, in Francia, nel 1850. Ufficiale di marina, viaggiatore, scrittore di diari, lettere e memorie, come di romanzi, possiede il raro dono di provare vera empatia per la gente che incontra nei suoi viaggi, oltre a possedere uno spirito arguto e per certi versi irriverente.
Grande osservatore, registra ogni particolare, ogni sfumatura, tutto ciò che per molti altri possono essere inezie non degne di attenzione, Pierre Loti vede e ricorda, collega fatti, ed esprime giudizi, originali e anche spiritosi.
Le sue opere certo fanno parte di quella che si può definire letteratura coloniale, che si sviluppò tra Ottocento e Novecento, ma vista a suo modo, interpretata in modo originale e privo di molta enfasi retorica che caratterizzava il periodo.
Loti anzi non risparmia critiche e analisi anche severe di cosa il suo mondo ha portato in queste terre a volte devastate e distrutte dall’uomo occidentale.
E da qui il rimpianto e una certa malinconia che è sicuramente presente in L’isola di Pasqua, diario di viaggio, fortemente autobiografico, in cui ci parla forse della più misteriosa e remota isola della Polinesia Francese.
La spedizione partita da Valparaiso ha l’obbiettivo di raggiungere e cartografare le zone della Polinesia francese e di riportare in Europa uno dei famosi Moai, le enigmatiche statue dell’isola di Pasqua, come leggiamo nella nota dell’editore.
Loti si interroga, si pone domande anche scomode, fa riflessioni profonde e insolite, molto attuali anche oggi, epoca dei viaggi turistici e delle migrazioni di massa.
Pregevole per Bordeaux Edizioni questa riscoperta, segnalo ancheche questa traduzione si basa sulla pubblicazione avvenuta sulla Revues de Paris nel 1899, l’unica ad aver ricevuto l’avvallo diretto dell’autore. Buona lettura!

Pierre Loti (pseudonimo di Louis ­Marie­J ulien Viaud, 1850­1923) è stato uno scrittore e ufficiale della Marina francese. All’interno dell’Académie française ha fronteggiato il Naturalismo della scuola di Émile Zola con una scrittura esotica e orientalista, ponendosi fra i maggiori scrittori di genere della sua epoca. I suoi numerosi viaggi in Africa, Asia, Medioriente, Europa e Oceania hanno ispirato l’intero universo della sua narrativa, che comprende romanzi, racconti e saggi incentrati sul viaggio e sulla conoscenza del diveso. Tra le ultime traduzioni italiane delle sue opere: Pellegrino in Terrasanta. Il deserto, Gerusalemme, la Galilea (Ibis 2008), Pescatore d’Islanda (Nutrimenti 2010) e Un pellegrino ad Angkor (O barra O 2012).

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Giulia dell’Ufficio stampa Bordeaux.

:: La verità su Bébé Donge di Georges Simenon (Gedi 2019) a cura di Giulietta Iannone

24 ottobre 2019

SimenonIl nostro piccolo mondo di provincia.

La verità su Bébé Donge (La Vérité sur Bébé Donge, 1941) è un breve romanzo scritto da Simenon negli anni ’40. Edito per la prima volta in Italia negli anni ’50 e ripubblicato da Adelphi nel 2001, tradotto da Marco Bevilacqua, è un romanzo senza Maigret, per intenderci.
Se vogliamo un dramma psicologico più che un autentico giallo investigativo, anche se l’investigazione c’è ma è fatta dalla vittima di un tentato omicidio, che tenta in tutti i modi di capire le ragioni che hanno spinto la moglie, la bella, elegante e diafana Bébé Donge, a mettere l’arsenico nel caffè che gli serve un mattino nel giardino della loro bella casa di campagna.
Forse non uno dei libri più famosi di Simenon, ma sicuramente uno dei più autobiografici e profondi nello scavo psicologico delle ragioni dell’infedeltà, del tradimento e della solitudine profonda che ne deriva.
François Donge, il protagonista è un solido uomo d’affari, di successo, ben piantato, ama la vita, le donne, e le piccole comodità, sposa Bébé, perché lo fa sentire a suo agio, parole sue, da sempre convinto che lei abbia sposato lui per sistemarsi, per non restare con la madre, e non essere da meno della sorella Jeanne, che sposa il fratello di François, Felix.
Sulle prime François è disorientato, non si spiega perché l’equilibrio raggiunto in dieci anni di matrimonio, con un figlio e un accordo che permetteva a lui di avere le sue frequenti storie con altre donna senza scenate, sia sfociato in tragedia. François è anzi convinto di dare tutto il necessario alla moglie, soldi, benessere, vestiti eleganti, rispettabilità, tutto insomma quello che una donna desidera dal matrimonio, e invece Bébé è infelice, anzi disperata.
Il fatto che Bébé lo ami davvero giunge sul finale del libro come una folgorazione capace di fargli comprendere quanto il suo egoismo e la sua meschinità l’abbiano reso cieco e sordo alle esigenze della moglie, prima una ragazza poi una giovane donna di cui ignora molto, se non quasi tutto. Bébé Donge è un mistero, e proprio scoprire chi è davvero diventa la ragione prima del romanzo, come anche candidamente afferma il titolo del libro.
Il carattere di Bébé Donge viene disvelato pagina dopo pagina, e più François fa chiarezza e prende coscienza di sé e di lei, e più si accorge che ormai è tutto perduto, e solo allora si accorge di esserne finalmente innamorato e che è pronto ad aspettarla fin dopo che avrà scontato la condanna di cinque anni di lavori forzati, pur conscio di non sapere chi troverà allora.
Anatomia di un matrimonio, dramma intimo e privato, La verità su Bébé Donge è un ennesimo ritratto del piccolo e claustrofobico mondo di provincia che costituisce il fulcro della poetica simenoniana. La scrittura è come sempre molto rapida, essenziale, impressionista. Con pochi tratti, con cambi di luce, crea universi capaci di far vivere personaggi che acquistano consistenza e spessore.
Sembra di vederla Bébé Donge nei suoi vaporosi completi di alta sartoria sul verde pallido, muoversi come un’ombra svagata e nello stesso tempo molto nitida. Simenon si sofferma in ogni dettaglio, quasi arrivando a focalizzare i suoi pori come in un ritratto iperrealista, ed è quasi spietato nello scavare nell’intimo di questo dramma borghese, apparentemente quasi banale, superfluo.
Una donna tradita, un uomo grossolano, ma non cattivo, diventano i protagonisti di questo intreccio di vite denso di infelicità, solitudine e incomunicabilità, e Simenon ce lo racconta con la solita capacità di non dare giudizi, ma anzi di avere somma comprensione e compassione per i colpevoli, di qualsiasi crimine si siano macchiati.

Georges Simenon – Scrittore belga di lingua francese (Liegi 1903 – Losanna 1989). Tra i più celebri e più letti esponenti non anglosassoni del genere poliziesco, la sua produzione letteraria, soprattutto romanzi gialli, è monumentale: essa conta poco meno di duecento romanzi, fra cui emergono − per popolarità in tutto il mondo e per salda invenzione − quelli della serie di Maigret, quasi tutti tradotti in italiano. Dopo il suo primo romanzo, scritto a 17 anni (Au pont des arches, 1921), si trasferì a Parigi dove pubblicò sotto svariati pseudonimi opere di narrativa popolare. Nel 1931 con Pietr le Letton, che uscì sotto il suo nome, inaugurò la fortunatissima serie dei romanzi (circa 102) incentrati sul commissario Maigret, che rinnovarono profondamente il genere poliziesco. Negli USA dal 1944 al 1955, tornò poi in Europa, stabilendosi in Svizzera; nel 1972 smise di scrivere, limitandosi a dettare al magnetofono, e tornò alla scrittura solo per redigere i Mémoires intimes (1981). Autore straordinariamente prolifico, con stile semplice e sobrio ha narrato nei suoi romanzi, caratterizzati da suggestive analisi di ambienti, la solitudine, il disagio esistenziale, il vuoto interiore, l’ossessione, il delitto (La fenêtre des Rouet, 1946; Trois chambres à Manhattan, 1946; La neige était sale, 1948, trad. it. 1952; L’horloger d’Everton, 1954; Le fils, 1957). Gran parte di questa abbondante produzione, che ha ispirato molti film ed è stata tradotta in 55 lingue, è stata riunita nelle Oeuvres complètes (72 voll., 1967-73) e in Tout Simenon (27 voll., 1988-93). Ricordiamo inoltre i racconti e le prose autobiografiche (Je me souviens, 1945; Pedigree, 1948, trad. it. 1987; Quand j’étais vieux, 1970; Lettre à ma mère, 1974, trad. it. 1985; la serie Mes dictées, 21 voll., 1975-85), e le raccolte di articoli À la recherche de l’homme nu (1976), À la decouverte de la France (1976), À la rencontre des autres (1989). Nel 2009, in occasione del ventennale della morte, è stato pubblicato in Francia a cura di P. Assouline il monumentale Autodictionnaire Simenon, lungo le cui voci (in gran parte tratte da interviste, carteggi e appunti dello stesso S.) si snoda un’originalissima e dettagliata biografia dello scrittore.

Source: libro del recensore, acquistato come supplemento de La Stampa.

:: Per un pugno di cioccolata e altri specchi rotti di Helga Schneider (Oligo 2019) a cura di Giulietta Iannone

10 ottobre 2019

Per un pugno di cioccolataEsce oggi 10 ottobre, nella collana Oro diretta da Davide Bregola di Oligo Editore, la raccolta di racconti Per un pugno di cioccolata e altri specchi rotti di Helga Schneider. 10 racconti, più i due finali strettamente autobiografici, che ci riportano nella Germania degli anni ’30 e ’40, sotto il regime hitleriano, più incursioni in tempi più recenti. Sia per il valore di testimonianza, che per la qualità letteraria del testo, gli scritti di Helga Schneider acquistano sempre una doppia valenza che colpisce nel profondo il lettore. Insomma è difficile restare indifferenti mentre si leggono storie all’apparenza semplici e quotidiane che in realtà racchiudono grumi di sofferenza e disperazione che forse il tempo ha conservato come insetti nell’ambra.
Helga Schneider era bambina in quegli anni, nasce infatti nel 1937 in Slesia, ma ha conservato memoria di quei tempi irreali e terribili, e può a buon titolo fungere da monito alle nuove generazioni che si trovano frastornate tra revisionismi e nuove interpretazioni della storia. La sua voce è chiara e autorevole, e il suo talento letterario sembra annullare il tempo che è passato e farci vivere quegli avvenimenti come se scorressero anche sotto i nostri occhi. Insomma attraverso di lei anche noi siamo testimoni di quegli anni, anni di barbarie, ma nello stesso tempo di solidarietà e coraggio. Anni di fame, miseria, bombardamenti, repressioni, e nello stesso tempo di altruismo, speranza, e risolutezza.
Se la dittatura nazista fu di per sé una tragedia immane, che portò sull’orlo del baratro il popolo tedesco, e alla morte nei campi di concentramento milioni di ebrei, le persone che subirono gli effetti devastanti di questa follia collettiva dovettero convivere chi con il fanatismo chi con il senso di colpa e Helga Schneider con grande acutezza e sensibilità ci descrive queste fasi che hanno ripercussioni ancora oggi sul suo e sul nostro vissuto. I sopravvissuti si sono trovati anche davanti a sé il fardello della memoria e del ricordo, oltre al dovere della testimonianza perché Chi non conosce la storia è condannato a ripeterla, come profetizza la stessa Schneider nella nota introduttiva.
Ma veniamo ai racconti: la raccolta si apre con Per un pugno di cioccolata, in cui troviamo una ragazzina di tredici anni, Lotte, alle prese con la temibile Frau Schmitt. In Eli Sommers, racconto ambientato invece negli anni ’80, una giornalista è sul punto di fare lo scoop della sua carriera, rivelando al mondo il passato terribile di un famoso scrittore, ma il destino e la pietà umana spariglieranno le carte. In Vojnà kaputt troviamo invece un ragazzino ebreo e la sua mamma malata prigionieri in uno scantinato, e poco dopo l’arrivo dei soldati sovietici. I disertori invece ci riporta all’attenzione la triste pagina della Volkssturm, arma disperata di Hitler in un esercito ormai allo sbaraglio, che si riflette nella storia di un nonno e di un nipote. Ne La bicicletta rossa una ragazzina che sogna una bici si trova a fare quasi involontariamente una cosa terribile per ottenerla. In Sep muore di pace, protagonista è un cane che si trova in mezzo alla follia della guerra. Follia che tutto distorce e capovolge. In Pavel Anatol ci viene narrata la triste storia di un soldato sovietico che si innamora di una donna tedesca. In Friedrich un reduce torna a casa; troverà sua moglie viva, ad attenderlo? Ne L’uomo che amava i temporali, due anziani alle prese con la fame e il razionamento celebrano il miracolo di stare ancora insieme. In Noi torneremo! Aspettando il nuovo Reich, una madre riconosce la figlia in una ragazza devastata dalla “rieducazione” nazista. Infine i due racconti autobiografici della Schneider con al centro suo fratello e la sua madre biologica.
La scrittura della Schneider è limpida ed essenziale, molto evocativa, e colpisce soprattutto considerando il fatto che l’italiano non è la sua lingua madre, sebbene viva in Italia dagli anni ’60. Poi un’altra caratteristica che emerge è il valore anche terapeutico della scrittura che ha aiutato l’autrice stessa a convivere con un passato di cui non aveva alcuna colpa, ma che avrebbe potuto schiacciarla. E questa forza si sprigiona dalle sue pagine e giunge chiara al lettore.

Helga Schneider è nata nel 1937 in Slesia, regione della Germania che dopo la guerra fu ceduta alla Polonia; durante la guerra, la madre, convinta sostenitrice dell’ideologia nazista, si arruolò nelle SS e divenne guardiana nei campi di sterminio, abbandonando i figli alle cure della nonna. Helga vive a Bologna dal 1963, è naturalizzata italiana e scrive in italiano. Ha all’attivo libri per Rizzoli, Salani, Einaudi e Adelphi. In particolare si ricorda Il rogo di Berlino.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Anna Ardissone dell’Ufficio stampa.

:: Grande e Buffo – Morsi e rimorsi di Julian Gough e illustrato da Jim Field (Gallucci Editore 2019) a cura di Giulietta Iannone

29 settembre 2019
Morsi e rimorsi

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Oggi vi parlo di un simpatico libro illustrato per bambini, consigliato dai 6 anni in su, a colori (predomina l’arancione) con protagonisti un’orsa e un buffo coniglietto alle prese con un fitto mistero che grava nella valle dove vivono all’approssimarsi dell’inverno: dove vanno gli alberi all’arrivo di questa stagione? Forse volano a sud come gli uccelli?

Niente di tutto questo l’orsa Grande e il coniglietto Buffo scoprono che c’è uno strano ospite, con gli incisivi più grandi che gli animaletti del bosco abbiano mai visto, intento niente meno che a portare il Progresso!

Prende così l’avvio una divertente avventura nata dalla fantasia di Julian Gough e illustrata da Jim Field che ci porta a scoprire come è facile divertirsi in compagnia.

Il libro si intitola Grande e Buffo – Morsi e rimorsi, ed è edito da Gallucci Editore e tradotto dall’inglese dalla brava Benedetta Gallo.

Temi principali della storia sono l’amicizia, l’amore per la natura, la solidarietà. Tutto espresso da una narrazione briosa, e piena di vita che sembra avere catturato il plauso pure di Neil Gaiman, entusiasta di questa serie.

Esistono infatti anche altri tre libri, sempre del duo di amici Gough e Field ed editi da Gallucci, con gli stessi curiosi protagonisti: Il consiglio del coniglio, Malumore da rumore e Una merenda tremenda.

Tutti da collezionare!

Julian Gough un romanziere pluripremiato, drammaturgo, poeta, musicista e sceneggiatore. È nato a Londra, ma cresciuto in Irlanda e ora vive a Berlino. Tra le tante cose che ha scritto c’è anche il finale di Minecraft, il famoso videogioco per bambini di tutte le età. A Julian piace bere caffè e rubare maiali.

Jim Field è un illustratore pluripremiato, designer e regista di film di animazione. Cresciuto a Farnborough, ha lavorato a Londra e adesso vive a Parigi. Il suo primo libro illustrato, Cats Ahoy! scritto da Peter Bentley, ha vinto il Booktrust Roald Dahl Funny Prize, ma il suo lavoro più famoso è il bestseller Oi Frog. A Jim piace suonare la chitarra e bere caffè.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo l’Ufficio stampa Gallucci sempre solerte a inviarci le loro ultime novità più interessanti.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Stephen Hawking – Guide per piccoli alle vite dei grandi (Gallucci 2019) a cura di Giulietta Iannone

25 settembre 2019
Stephen Hawking

Clicca sulla cover per l’acquisto

Ricordati di guardare le stelle e non la punta delle tue scarpe

È uscito un nuovo volume, in edizione a colori e rilegata, della collana Gallucci “Guide per piccoli alle vite dei grandi” e sicuramente non può mancare su Liberi di scrivere un post dedicato, soprattutto perché in questo volume ospita Stephen Hawking, il re delle stelle, uno degli scienziati più geniali che la storia ricordi, una persona eccezionale non solo per la sua incredibile intelligenza, ma anche per il coraggio, la determinazione e la voglia di vivere che caratterizzò la sua intera vita e l’aiutò a convivere con una malattia invalidante che ne limitò i movimenti ma non la capacità con la sua mente di scrutare le stelle, i buchi neri e i misteri più impenetrabili dell’universo.

Stephen Hawking nacque a Oxford, in Inghilterra, l’8 gennaio del 1942 in piena Seconda Guerra Mondiale, e visse un’infanzia serena con i genitori e i fratelli.

Stephen è un ragazzo serio, ordinato, studioso, si laurea nel 1962 in fisica ad Oxford e successivamente si trasferisce a Cambridge per su tiare cosmogonia. L’anno successivo gli viene diagnosticata una malattia con decorso infausto, i medici infatti gli comunicano che ha meno di tre anni di vita.

Si arrende il nostro giovane Stephen?

Niente affatto, continua i suoi studi, si sposa, ha figli, e ad ogni ostacolo che incontra sul suo cammino risponde con determinazione e fantasia, per morire nel 2018 a 76 anni dopo una vita ricca di soddisfazioni, riconoscimenti e obiettivi raggiunti.

Molto di quello che sappiamo dell’universo è merito suo, che proseguì gli studi di Einstein e grazie a calcoli matematici, intuizioni geniali e amore per la scienza riuscì ad ampliare le conoscenze scientifiche fino all’ora raggiunte, diventando anche una star internazionale grazie al suo libro Dal Big bang ai buchi neri. Breve storia del tempo.

Non male per un ragazzino inglese che amava leggere intorno al tavolo del soggiorno!

Il libro è stato scritto da Isabel Thomas, i disegni sono invece di Marianna Madriz. La traduzione dall’inglese è stata realizzata dalla classe 1A del Liceo Classico “Vincenzo Gioberti” di Torino, con la supervisione di Benedetta Gallo e Mattia Venturi, nell’ambito del progetto “Alternanza Scuola Lavoro” previsto dal Miur.

Consigliato dagli 8 ai 99 anni.

Isabel Thomas è autrice di più di cento libri per bambini e ragazzi, dedicati soprattutto al mondo della scienza e dell’ecologia. Organizza laboratori didattici e collabora a un progetto dell’università di Oxford mirato a promuovere e sostenere l’interesse per gli studi scientifici tra i più piccoli.

Marianna Madriz, originaria del Venezuela, vive a Londra. Dichiara di ispirarsi al realismo magico, alla Bossa nova, al cinema e alll’iconografia Anni Cinquanta.

Nota: se volete sfogliare il volume vi rimando al sito dell’editore qui

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo l’Ufficio stampa Gallucci sempre solerte a inviarci le loro ultime novità più interessanti.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Un’intervista con Caterina Emili a cura di Giulietta Iannone

17 settembre 2019

indexBenvenuta Caterina su Liberi di Scrivere e grazie di aver accettato questa intervista. Giornalista, autrice e conduttrice di programmi radiofonici, sei nata a Roma e ti sei laureata a Milano. Raccontaci qualcosa di te.

Ho compiuto da poco ben settant’anni. Ho avuto un mucchio di figli, ho cominciato a lavorare a vent’anni come giornalista e questo ho fatto per molti anni. Sono stata inviata speciale per alcuni quotidiani nazionali, ma ho anche trovato il tempo di insegnare vari anni al carcere minorile di Milano, il Beccaria. E poi anche di prendere un diploma di capogiardiniere alla scuola agraria di Monza. Queste sono le due cose di cui sono più orgogliosa, a parte una laurea di cui non mi frega granché. Adesso vivo sei mesi in Umbria in un minuscolo paesino che si chiama Morcella e sei mesi in Puglia, a Ceglie Messapica, nella valle dei trulli. Per lavoro ho vissuto a Parigi, a Torino, a Bologna, a Milano. Insomma, non mi sono mai annoiata.

Come è nato il tuo amore per i libri e perché hai iniziato a scrivere romanzi?

Quando avevo tempo, tra un viaggio e l’altro ho sempre collaborato con quella che si chiamava “la pagina dei libri”. Ma in realtà la mia generazione s’è trovata a dover scrivere di Sindona, Calvi, fondi neri, Tangentopoli. E alla fine mi sono stancata. Ho mollato il giornalismo attivo, ho fondato un service editoriale per progettazione di giornali e poi anche una piccola casa editrice che ha pubblicato soprattutto poesie. Insomma da una parte guadagnavo e non poco e dall’altra perdevo e non poco. E poi ho mollato tutto e ho cominciato a scrivere romanzi.

Hai pubblicato L’autista delle slot, Il volo dell’eremita, L’innocenza di Tommasina e ora l’ultimo La scimmia e il caporale, un breve romanzo molto bello ambientato nella assolata Puglia, terra ricca di umanità e contraddizioni. Ce ne vuoi parlare, come è nata l’idea di scrivere quest’ ultimo romanzo?

Sono romanzi in cui l’io narrante è sempre lo stesso, Vittore Guerrieri (Guerrieri è il cognome dei miei nonni materni). Vittore osserva la vita di una piccola cittadina pugliese dove ha deciso di vivere ,dopo una vita sprecata e distrutta nei casinò di mezza Europa. E le vicende di questa piccola comunità pugliese sono universali. Vicende di usura, di ludopatia, di amori proibiti. Vittore sono io che guarda e racconta. E nel mio ultimo libro guarda e racconta la tragedia del caporalato che in Puglia miete vittime quasi quotidianamente.

Il capolarato è senz’ altro un tema molto doloroso che se vogliamo ha radici antiche nel Meridione, non solo in Puglia. Sicuramente l’hai affrontato nei tuoi reportage giornalistici, si vede la conoscenza approfondita della materia, tuttavia nella tua opera hai come voluto aggiungere sfumature possiamo dire poetiche. Come mai questa scelta?

Ho fatto per quarant’anni la giornalista e resto tale. Certo narro, creo, mescolo le carte, assemblo i personaggi, però gira e rigira so fare solo la giornalista e, quindi, nel mio libro come negli altri, c’è la verità. Le inchieste sono vere, vere le intercettazioni telefoniche, vere le condanne.

In breve narra uno spicchio di vita di Vittore e del suo amico maresciallo Tamurri, un’ indagine poliziesca, seppure hai voluto dare più spazio alle vicende personali dei personaggi, rendendo anche la scoperta del colpevole quasi ininfluente nella narrazione. Dunque non è un giallo? È pura narrativa?

Anche negli altri miei romanzi , oggettivamente noir tutti, la scoperta dell’assassino non è poi così importante. Direi quasi che Vittore Guerrieri in fondo sta dalla parte dell’assassino, lo capisce, lo giustifica. Un critico ha definito i miei romanzi “noir compassionevoli”. E questo perché non esiste il bene e il male tranciati di netto. O almeno per me. Non mi è mai stato chiaro che cosa sia male e che cosa sia bene.

Ho apprezzato molto come descrivi il gruppo delle ragazze, amiche e colleghe di Valia, ragazza ucraina dalla pelle bianchissima e abilissima nel ricamo. Spesso si dimentica il lato umano in molte narrazioni di cronaca dove appunto si dà più risalto ai fatti, maggiormente se eclatanti o sanguinosi. Grazie al tuo libro invece si crea maggiore empatia per queste donne sfruttate, abusate, private in molti casi anche della dignità. È una parte importante del romanzo, questa?

Direi che è la parte più importante. Il male è quasi sempre poco eclatante, si nasconde in una quotidianità banale, devi saperlo scovare, cercare con calma e pazienza. Il male difficilmente è esibizionista.

Il personaggio di Lota, figlia degli antichi zingari di Latiano, è un personaggio invece più ricco di ombre che di luce, può sembrare un’altra vittima delle brutalità e del malessere che serpeggia in filigrana, ma alla fine ne diviene parte attiva se vogliamo. Come hai creato il personaggio di Lota?

Lota è crescuta pian piano, s’è prepotentemente impadronita del mio romanzo. Doveva essere un personaggio marginale ed invece è diventata la chiave di tutto. L’altro giorno un cegliese mi ha domandato come mai l’avessi chiamata Lota. Gli ho spiegato che avevo voluto abbreviare il nome di Addolorata in Lota. Anche perché Lata non mi piaceva. E lui mi ha detto: “Lo sai che Lota da queste parti vuol dire melma, fango, pozzanghera?”. Ecco Lota ha cercato di imprigionare me e tutti i personaggi in una melmosa presa dalla quale è stato difficile uscire.

Vittore è attratto da questa donna di cuoio dentro e fuori, ma alla fine ha come dire un rigurgito di coscienza. Era importante questa parte nell’economia narrativa della tua storia?

E’ molto importante. Senza voler svelare la trama del romanzo, diciamo che Vittore accetta e capisce l’assassinio, ma non accetta il reato di caporalato. Quello passa in primo piano, per quello si deve pagare.

Come ti sei documentata nella stesura del romanzo?

Come se facessi un’inchiesta giornalistica. Ho parlato con i carabinieri, ho letto i verbali, ho letto le trascrizioni delle intercettazioni telefoniche. E ho registrato tante donne che mi hanno raccontato la loro vita.

Alcune parti si potrebbero definire horror, quando narri nei dettagli i vari stadi della decomposizione di un cadavere. Vero?

Sono sempre molto precisa nella descrizione degli assassinii e dei cadaveri. Praticamente da anni mi fidanzo periodicamente con qualche anatomopatologo. Scherzi a parte, credo che il lettore meriti precisione anche nei particolari più macabri. Insomma, non invento niente.

Bene è tutto, ti ringrazio della disponibilità e come ultima domanda ti chiederei di che progetti ti stai occupando attualmente?

Ho messo a riposo Vittore Guerrieri almeno per una stagione e sto lavorando ad altro. Rimango sempre nel territorio del noir. Molto noir stavolta. Ma preferisco non dire di più. Dico solo che anche stavolta mi dovrò fidanzare con un anatomopatologo, e anche a lungo.

:: Un’ intervista con P. Gianluigi Pasquale a cura di Giulietta Iannone

11 settembre 2019

mamma rosaTutto è nato per caso, anche se mi sembra che qualcuno abbia detto che il caso non esiste, quando mi hanno proposto di recensire Eurosia – Come un fiore di campo (Edizioni San Paolo 2018) di Paolo Rodari, vaticanista di Repubblica. Poi è successo che la prof.ssa Laura Dalfollo DE della Rivista «Beata Mamma Rosa. Madre di Famiglia e di Sacerdoti» l’abbia letta e mi abbia proposto di scrivere un pezzo per la loro rivista, ma non solo mi ha mandato anche un’altra biografia di Mamma Rosa, la prima biografia scritta da P. Bernardino figlio della beata ad oggi alla IX edizione riveduta e ampliata da P. Gianluigi Pasquale pronipote di Mamma Rosa. Da questo è nata l’idea di intervistare P. Gianluigi Pasquale, che gentilmente ha accettato ed infatti oggi è qui con noi e risponderà a qualche domanda per promuovere la conoscenza e la devozione verso la figura della Beata Eurosia, una beata molto speciale.

Benvenuto P. Gianluigi Pasquale su Liberi di scrivere e grazie di aver accettato questa intervista. Ci parli di lei dei suoi studi, del suo percorso vocazionale, della sua vita.

Volentieri profitto di questa intervista per collocare tra lo «scritto» quanto non ho mai rivelato di me, andando a ritroso tra i fotogrammi sequenziali della domanda. Sono nato in una famiglia profondamente credente e cattolica nella Città e Diocesi di Vicenza. Il babbo Silvio volò prematuramente in Cielo nel 2000, mentre nella casa «materna», vive mia mamma Giovanna e, sulla stessa viuzza, alla periferia est della Città Berica, le mie due sorelle Carla e Rosanna, sposate, che mi hanno reso felice con sei nipotini, tutti da me battezzati. Il desiderio di poter diventare sacerdote albergava nel mio cuore fin dalla più tenera età: il memorabile esempio del mio Parroco nel servire Dio e nel dedicarsi al prossimo fece breccia nel mio inconscio personale e, piano, piano, prese i contorni di un fascino irresistibile. Nell’estate del 1983, appena terminato il secondo anno delle Scuole Medie Superiori – con la vincita, tra l’altro di due borse di studio in simultanea – risultò decisivo per me l’incontro con un Frate Minore Cappuccino, P. Sisto Zarpellon (1931-2017), il quale, del tutto inaspettatamente, giunse al mio paesello per la predicazione di un «triduo» in preparazione della festa patronale. La chiarezza espositiva nel commentare la Sacra Scrittura, la folta e tipica barba bianca di un Cappuccino e, soprattutto, l’umiltà con la quale, terminata l’omelia, si inginocchiò dinnanzi al Tabernacolo, provocarono in me la decisione di voler parlare con lui. Gli esposi il mio desiderio e, in breve, il mese successivo entrai nel Seminario Serafico «Madonna dell’Olmo» in Thiene (VI), completando i miei studi. Tre anni dopo, nel 1986 nel nostro Convento di Lendinara, Provincia e Diocesi di Rovigo, iniziai l’anno canonico di Noviziato e l’8 Dicembre vestii il saio di San Francesco: non avevo nemmeno vent’anni, eppure quello fu l’anno più sereno e spensierato della mia esistenza, finora. Nel Settembre del 1987 emisi i miei primi voti di povertà, castità e obbedienza.
Trasferito a Venezia nel complesso palladiano del «SS. mo Redentore», iniziai il mio vero percorso accademico nell’annesso Studio Teologico affiliato «Laurentianum» ottenendo il Baccalaureato (1993) in Sacra Teologia [«Bachelor of Theology»], anno in cui fui anche ordinato sacerdote. Proseguii, poi, con la Licenza (1997) e il Dottorato di Ricerca (2001) conseguiti nella Pontificia Università Gregoriana a Roma, formandomi, così all’esigente Scuola dei Gesuiti. I quali hanno il merito indiscusso di avermi addestrato a un rigoroso metodo di studio, che consiste nel «Deum attingere» in qualunque cosa, anche nella pagina di qualsiasi libro. Nel frattempo, sempre a Roma, mi fu chiesto di avviarmi in un secondo percorso accademico all’Università Statale «La Sapienza», per un’altra laurea in Filosofia. Era il 1998. Riuscii a conseguirla soltanto nel 2003 all’Università Statale «Ca’ Foscari» in Venezia, dove nel 2008 ottenni anche il Dottorato di Ricerca in Filosofia Morale vincendo, l’anno scorso (2018), l’Abilitazione Scientifica Nazionale quale Professore Associato nella stessa disciplina concorsuale. Il motivo per cui dovetti rientrare nel Capoluogo lagunare fu dovuto alla nomina a Preside dello Studio Teologico affiliato «Laurentianum» (2001-2010), dove ero stato prima studente, mentre attualmente il mio impegno, come Docente, è a Roma nelle Pontificia Università Lateranense e Urbaniana e a Milano nella sezione parallela del «Laurentianum».

Noi ci occupiamo di libri, per cui non posso non chiederle qualche consiglio di lettura, anche che privilegi una dimensione spirituale, cosa che abbiamo sempre contemplato di presentare nelle nostre proposte di lettura.

Anch’io mi occupo di libri. Ne ho scritto molti finora, di vario genere, perché li considero la migliore forma di comunicazione. Per me anche una forma di ascesi – nel senso greco del termine – e di continua rigenerazione intellettuale. Chi scrive non si accorge che il tempo passa e che nel farlo, genera e rigenera relazioni. Tommaso d’Aquino ha dichiarato che ogni libro ha un valore in sé e per sé nel «suscitare domande essenziali, ed indicare sentieri per la risposta». Titoli di libri da suggerire ne avrei molti, di dimensione spirituale e non. Certamente varrebbe la pena leggere l’Epistolario di San Pio da Pietrelcina, il quale costituisce un’autentica miniera d’oro di mistica e di spiritualità, La leggenda dei Tre Compagni contenuta nelle Fonti Francescane, ossia tra gli Scritti su San Francesco, quattro libri di Teodorico Moretti-Costanzi La terrenità edenica del cristianesimo e la contaminazione spiritualistica, La donna angelicata e il senso della femminilità nel cristianesimo, San Bonaventura, Il senso della storia, uno di Italo Calvino, Lezioni americane. Sei proposte per il prossimo millennio e uno di G.W.F. Hegel, Mondo greco e romano. Fondamenti del cristianesimo. Mi permetto di suggerire questi titoli a partire dalla convinzione che vi sono libri, i quali godono di un’inaudita attualità anche se scritti alcuni anni or sono. Oltre a questi, ci sarebbero altri due titoli di libri contenenti un considerevole stigma spirituale e scritti da me quest’anno (2019): Angeli e demoni in Padre Pio. Il mondo interiore del santo stigmatizzato e San Francesco. La risposta alla domanda che nessuno pone, quest’ultimo redatto con lo stile di un romanzo e con la tecnica del «pace-turn-over» («una-pagina-tira-l’altra»): è il mio ultimo che esce il prossimo mese di Ottobre 2019.

Dunque è il pronipote di Mamma Rosa, al secolo Eurosia Fabris Barban, proclamata beata dalla Chiesa cattolica il 6 novembre 2005, sotto il pontificato di Benedetto XVI. Ci parli di lei, di come avete tramandato il suo ricordo nella vostra famiglia.

«Mamma Rosa», o «Rosina» – è questo il nome con cui ne ho sempre sentito parlare in famiglia – è effettivamente (stata) la nonna di mia mamma Giovanna, quindi la mia bisnonna materna. Dagli zii e dalle zie materni, sentivo fin da piccino, che era morta (1932) in concetto di santità, dato il notevole afflusso di persone accorse ai suoi funerali. Tuttavia, se ne parlava con molto pudore, vorrei dire con parecchia ritrosia. Oso presumere che nessuno di loro e di noi parenti abbia mai pensato che, un giorno, sarebbe salita alla gloria degli altari. A noi bastava sapere che in famiglia una nostra mamma, terziaria francescana, era riuscita a vivere semplicemente e con gioia il Vangelo di Gesù Cristo nella quotidianità più feriale. Il «processo di beatificazione» – a onor del vero – riprese slancio per la volontà determinata di San Giovanni Paolo II (1920-2005), il quale riconobbe un miracolo concesso ad Anita Casonato (1922-2012) di Sandrigo (VI) per l’intercessione di Eurosia Fabris. Poi il Pontefice dei «Papaboys» salì al Cielo. Appena eletto Papa Benedetto XVI (*1927) volle, in breve, dichiararla «beata», di fatto la «sua prima beata» in Italia, fuori dalle porte di Roma («extra Urbem»), così come sono state, successivamente, tutte le altre beatificazioni, proprio a partire da questa. Questi, in breve, i suoi tratti biografici: Eurosia Fabris nacque a Quinto Vicentino, Diocesi e Provincia di Vicenza, il 27 Settembre 1866 e il 5 Maggio 1886 sposò eroicamente Carlo Barban – rimasto vedovo soltanto a ventitré anni con due bimbe orfane, Chiara e Italia. «Rosina», infatti, prima ancora del matrimonio si recava a casa di Carlo per accudire alle due piccine che non si resero conto del perché la loro mamma naturale fosse salita in Cielo così presto, perché morta prematuramente. Eurosia decise, dunque, di sposare Carlo, proprio per far loro «da mamma» e, pertanto, si trattò di un matrimonio eroico, dal quale, poi, nacquero altri nove figli. In questa famiglia ricca di fede e di santità sorsero varie vocazioni: tre alla vita consacrata, quattro al matrimonio, tra i quali mio nonno Luigi, di cui porto il nome, e tre al sacerdozio. Eurosia godette delle confidenze di Gesù, della Vergine Maria e delle «anime del Purgatorio», delle quali era devotissima: profetizzò il giorno della sua morte, come Gesù stesso le aveva rivelato, che avvenne l’8 Gennaio 1932.

Prima di leggere il libro di Rodari devo confessare che non avevo mai sentito parlare di questa beata, pensa anche lei che in questi ultimi tempi ci sia una riscoperta di questa figura femminile così carismatica?

Senza dubbio. È mia profonda convinzione che la scelta di San Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI di togliere la «polvere della storia» depositatasi sulla figura di Eurosia, sia dovuta alla dichiarata propensione di voler valorizzare, rivalutandolo, il ruolo della donna nella Chiesa, della sua femminilità, della qualità ad essa intrinseca di poter essere madre – e, quindi, di generare alla vita – di essere «apostola della buona notizia», come usa dire Papa Francesco (*1936), al quale ho personalmente donato copia della VI edizione della biografia ufficiale della Beata Mamma Rosa, quella precedente rispetto al libro di Paolo Rodari.

Donna, moglie, madre (di figli sia naturali che adottivi), catechista, sarta, terziaria francescana, Mamma Rosa rivestì tanti ruoli, sempre animata da una profonda fede, autentica e semplice. In che modo pensa che il suo esempio sia d’aiuto oggi, anche per le nuove generazioni?

Rispondo narrando un aneddoto, direttamente inerente le nuove generazioni. La traduttrice dall’italiano in inglese dell’VIII edizione della biografia della Beata, Dr. Katherine Hutton Mezzacappa, che vive e lavora in Toscana, essendo anche devota della Beata Eurosia – tradusse gratuitamente l’intera biografia –, nel 2011 volle recarsi in pellegrinaggio, assieme alla propria famiglia, a Marola (Vicenza), nel cui omonimo Santuario Diocesano sono custodite e venerate le sue spoglie mortali. Dal resoconto di Katherine si viene a sapere che quanto a seguire accadde in una soleggiata domenica di Settembre, un periodo non indifferente per la nostra Beata. Appena entrata in Chiesa, Katherine viene colta dalla sorpresa di vedere un folto gruppo di giovani soldati statunitensi – è risaputo che la Città di Vicenza ha un contingente di soldati americani con due Caserme. Tutti portavano in mano fiori bianchi nella prima Cappella laterale sinistra per chiedere, mediante l’intercessione della Beata Eurosia, la protezione delle proprie mogli e, anche, dei loro figli. Evidentemente si trattava di giovani soldati cattolici. Tuttavia, il dettaglio sta proprio nella richiesta della gravidanza per le loro spose perché uno dei più significativi miracoli riconosciuti a Mamma Rosa è quello di concedere il dono della maternità a quelle spose che desiderano essere anche mamme. La Beata Eurosia, infatti, è stata, per così dire, mamma in un triplice modo: di adozione, naturale e di affido, avendo, dopo il matrimonio con Carlo, accudito ad altre tre orfanelle del paese.
E qui sporge il secondo elemento di un’inaudita attualità appannaggio delle nuove generazioni: oggigiorno si può essere madri autentiche non soltanto per natura, ossia non generando, qualora ciò fosse impedito per infertilità o per età avanzata della sposa – come accade sempre più spesso – ma pure mediante adozione, laddove tale gesto sia motivato da amore cristiano per trasmettere la fede a quei piccoli di cui ci si prende cura, ovvero che ci vengono affidati se siamo educatori, o insegnanti o animatori. È questo, credo, quanto viene inteso con le prime parole con cui inizia il Breve Apostolico di Beatificazione firmato da Benedetto XVI il 6 Novembre 2005: «una donna può ritrovare se stessa solo donando amore agli altri».

Mamma Rosa sapeva leggere e scrivere, cosa non scontata, soprattutto per una donna, nelle campagne venete di fine Ottocento, e leggeva molto; secondo lei in che misura questa sua vivacità intellettuale ha influito nel suo percorso spirituale? Ha lasciato memorie di questo?

Questa domanda mi dà l’opportunità di chiarire alcuni dettagli poco conosciuti circa la biografia della Beata Eurosia Fabris Barban. In realtà, mia bisnonna, a differenza di tante altre donne a lei contemporanee, non solo venete, sapeva leggere e scrivere. Ciò le diede l’opportunità di cimentarsi con la meditazione quotidiana della Sacra Scrittura, soprattutto nelle ore notturne, una volta terminati i lavori domestici. Sue letture preferite furono pure la Filotea di San Francesco di Sales, le Massime Eterne di Sant’Alfonso Maria de’ Liguori, il Compendio della Vita Cristiana (Catechismo di San Pio X) e altri manuali di pietà. La lettura le offriva effettivamente una rara freschezza intellettuale e, soprattutto, la possibilità di discernere quali scelte compiere, distinguendo il bene dal male. Probabilmente per questa ragione, durante il processo di «ex-tumulazione» del feretro, assieme alla Commissione Diocesana e al medico legale, abbiamo rinvenuto il cerebro completamente intatto della Beata, ora conservato in un prezioso reliquiario d’oro e protetto da formalina. Mamma Rosa osservava scrupolosamente la virtù dell’onestà – appunto il saper distinguere il bene dal male – possibilità che, com’è risaputo, ci è offerta dall’uso corretto del cervello e della mente, oltre che da una retta coscienza. Leggendo molto, fu spinta anche a scrivere. Come di solito accade ai più. Conserviamo gelosamente un taccuino da lei cucito e ricamato con dei fiori, all’interno del quale sono stati rinvenuti delle «gemme spirituali» e delle «massime di vita», ora parzialmente pubblicate nell’immaginetta ricordo della Beata e nella biografia. Tuttavia, il dettaglio oltremodo più importante fu la scelta, compiuta nel 1906, di entrare a far parte del Terzo Ordine Francescano – oggi conosciuto come Ordine Francescano Secolare, voluto con l’insediamento di una «fraternità» nel paesello di Marola dal Parroco di allora. In questo modo, un padre francescano giungeva almeno due volte al mese dalla vicina Città di Vicenza per la catechesi e la formazione continua dei «terziari» e delle «terziarie». È questa la vera ragione strategica grazie alla quale mia bisnonna si formò sia alla scuola del Vangelo, che del Poverello, tanto da indurre il Parroco a nominarla catechista in Parrocchia, scelta piuttosto eccezionale in quei tempi per una donna, pur credente e «santa» come Eurosia. Non è, dunque, un caso se nel 2009 l’allora Arcivescovo di Vicenza Mons. Cesare Nosiglia volle dichiararla Patrona di tutti i catechisti e le catechiste della diocesi Berica e nel 2017 la Direzione dell’Ordine Francescano Secolare Veneto, realtà piuttosto capillare nel Nord-Est, la scelse quale propria patrona.

La prima biografia scritta da P. Bernardino figlio della beata ad oggi alla IX edizione da lei riveduta e ampliata è un testo molto ricco, e dettagliato, in cui sono presenti anche numerose foto. Quanto l’ha impegnata questo lavoro di ricerca, e come si è documentato, oltre alle memorie tramandate in famiglia?

Per rispondere è necessario compiere un passo indietro perché non tutto è merito mio. Anzi, forse nulla o poco. Nel 2003 San Giovanni Paolo II riconobbe l’«eroicità delle virtù» di questa umilissima e oltremodo generosa «mamma di famiglia». Nel 2004 venne riconosciuto il miracolo, il cosiddetto «super miro» e venne in breve fissata la data di beatificazione in Roma per la primavera del 2005. Come tutti sanno, però, il Santo Papa polacco volò in Cielo, anche se aveva fiutato la santità di «Rosina». Perché i Santi si fiutano tra loro. E, quindi, tutto rientrò nell’oblio precedente. Imparando dalla nonna di fronte a questo evento inaspettato, semplicemente circolò tra noi questo sentimento: «sia fatta la volontà di Dio». Non si trattava di rassegnazione, ma di serena accettazione. Quando, come accennato, nello stesso anno 2005 Papa Benedetto XVI, fece ben presto propria la causa di beatificazione – prova ne è il fatto che venne celebrata nella Cattedrale di Vicenza entro lo stesso anno – si presentò la necessità di ripubblicare la «biografia ufficiale» del figlio P. Bernardino Matteo Angelo Barban, frate minore francescano. Genuino figlio della propria mamma, si firmava soltanto – e umilmente – con lo pseudonimo di «Mariano Berico». Contattato da mia cugina Maria Carla Piccolo, la vera fautrice dell’iniziativa editoriale, risultò ad entrambi necessario ristampare la VI Edizione, oramai esaurita. Ci accorgemmo, dunque, che la biografia di Padre Bernardino conteneva un «atomo soprannaturale» – come dichiarano tutti i lettori e le lettrici – se aveva raggiunto in pochi decenni tale tiratura. L’impresa non fu facile, ma riuscimmo nell’intento grazie all’accoglienza trovata presso una prestigiosa Casa Editrice Cattolica, piuttosto conosciuta in Italia. Ovviamente la VII edizione del 2006 venne aggiornata con i dati di quanto occorso dalla morte di Padre Bernardino Barban (1980), corredandola di nuove foto – quelle dell’ex-tumulazione per esempio, delle dovute didascalie, dell’«Indice dei nomi» e di una mia lunga «Introduzione» storico-teologica. Nel giro di quattro anni le circa quattromila copie mandate in stampa vennero vendute piuttosto in fretta. Nel frattempo, nacque, come accennato, la VIII edizione in lingua inglese, quale traduzione della VII e nel 2014 fu necessario stampare la IX Edizione, per la quale mi sono impegnato aggiungendo due e inediti nuovi capitoli. Ciò ha richiesto approfondite ricerche negli Archivi Parrocchiali di Quinto Vicentino – dove Eurosia nacque e venne battezzata – e di Marola di Torri di Quartesolo (VI), dove si sposò e trascorse l’intera sua esistenza, oltre che altre ricerche di documenti e testimonianze presso la Postulazione Generale dei Frati Minori in Roma e la Vice-Postulazione degli stessi in Monselice (PD). Bisognava infatti, aggiungere anche i passi innanzi compiuti con affetto dalla Diocesi di Vicenza verso la propria Beata, che sono innumerevoli, tra i quali la dichiarazione a patrona dei catechisti, dei francescani secolari e l’elevazione della Chiesa Parrocchiale in Marola a Santuario Diocesano (8 Settembre 2014). Senza nulla togliere al volume di Paolo Rodari del 2018, che è scritto in tutt’altro stile, ho, tuttavia, lasciato inalterato quell’«atomo soprannaturale» che innerva tutta la biografia di Padre Bernardino.

Mamma Rosa era una donna forte, determinata, ha preso delle decisioni per quanto riguarda la sua vita anche difficili, perlomeno insolite, senza farsi influenzare dagli altri che la sconsigliavano. Sicuramente grazie alla sua fede che ha nutrito e coltivato la sua forza. Spesso si ha l’idea che i credenti siano persone ingenue, inesperte, un po’ credulone si può dire. Mamma Rosa sembra testimoniare che non è così, giusto?

Non solo i cristiani, ma tutti i credenti nelle altre religioni monoteiste, (ri)conoscono che la fede in Dio offre una «marcia in più» al vivere quotidiano. La fede cristiana consente, poi, di permettere addirittura che Gesù Cristo, il Salvatore del mondo abiti in noi (Col 3,16). Senza la fede, l’intera nostra esistenza sarebbe racchiusa in un grigiore e imprigionata in quella noia piatta e ingessata, che sbuca dai dispositivi della civiltà della tecnica, quella in cui siamo inabissati, nostro malgrado. Certamente la fede di cui Mamma Rosa si è nutrita leggendo la Sacra Scrittura e sentendola proclamare durante la Santa Messa – che frequentava, non va dimenticato quotidianamente – l’ha indotta a compiere scelte controcorrente. La fede cristiana, infatti, genera in noi l’energia dello Spirito Santo e produce almeno tre frutti: a) ci spinge a compiere scelte inaudite la cui sola certezza sta nel fatto che Dio non abbandona mai una propria creatura; b) conferisce una forza persuasiva a superare ogni difficoltà, sapendo che, dopo la Croce, scaturisce la gioia; c) pur nella banalità del quotidiano, la fede permette che la nostra storia della salvezza progredisca verso il nostro ultimo incontro con Gesù, donandoci quella serenità di sottofondo che nulla accade a caso e che nemmeno il luogo dove viviamo la nostra ferialità è uno qualsiasi, anzi. La fede ci insegna a «stare al nostro posto». Il che significa con Gesù. Questo è quanto si apprende dalla vita della Beata Eurosia, la quale, proprio per questo, visse all’insegna di un’esistenza tutt’altro che ingenua e inesperta. È mia profonda convinzione, piuttosto, che esiste una «storia agiocentrica», rispetto a quella universale e della cultura. Lasciamo aperto – per esempio – questo interrogativo: quale è la vera storia? Quella dell’arco di Costantino imperatore e dei suoi successori, quella della cultura, oppure quella dei santi? Detto altrimenti: quale è la storia viva, che non passa nel dimenticatoio?

Ormai è questione di tempo, c’è speranza che sotto il pontificato di Papa Francesco Mamma Rosa sia proclamata santa? A che punto è l’iter che porta a questa canonizzazione?

La Diocesi di Vicenza, l’attuale Parroco e Rettore del Santuario «Beata Mamma Rosa» don Dario Guarato e la Vice-Postulazione dei Frati Minori, cui è affidata adesso la «causa di canonizzazione», hanno già compiuto molti passi dalla beatificazione in qua. Oramai siamo prossimi ai primi tre lustri (2020). Con la collaborazione della Professoressa Laura Dalfollo di Roma nel 2016 è stata perfino fondata la Rivista di indole scientifica «Beata Mamma Rosa. Madre di Famiglia e di Sacerdoti». Durante il Pontificato di Papa Francesco – che sta valorizzando l’apporto del genere e del genio femminile della e nella Chiesa – siamo stati, poi, felici spettatori di fenomeni di devozione che hanno «estradato» la figura e la spiritualità di Mamma Rosa, per esempio in Pakistan, Paese a maggioranza mussulmana, in Polonia, negli Stati Uniti e in Canada. L’iter, pertanto, procede anche sotto il Pontificato di Papa Francesco, al quale, nel 2013 ho potuto donare la VI Edizione di Padre Bernardino. Vorrei, però, profittare di questa intervista per sottolineare due mie personali convinzioni inerenti la statura spirituale di Mamma Rosa, di cui sono pronipote: il valore insostituibile della preghiera assieme alla frequenza assidua dei sacramenti (Eucarestia e Riconciliazione) per santificarci e la strenua pazienza nel compiere la «volontà di Dio», senza fretta. Noi parenti non abbiamo mai avuto fretta per la beatificazione: se la Santissima Trinità vorrà che Mamma Rosa diventi «santa» i tempi sono nelle mani di Dio. A noi spetta, però, pregare e farla conoscere. Ma, sopra-tutto, pregare. Tutto il resto è rubricabile tra le congetture «umane».

La ringrazio per la sua disponibilità e come ultima domanda le chiedo se attualmente sta scrivendo un nuovo libro?

Come si sarà, forse, intuito a me piace scrivere. Sarebbe improbo, data la mia indole personale, percepire i battiti del cuore e vivere come francescano senza poter scrivere. In questo caso devo essere effettivamente riconoscente all’Ordine dei Frati Minori Cappuccini, ai miei confratelli, che mi concedono tempo e possibilità per (poter) scrivere. Lo scorso Luglio 2019, per esempio sono riuscito a trascorrere tre settimane intere nella Biblioteca della Pontificia Università Gregoriana in Roma per un totale di dieci ore al giorno. Per scrivere un libro sono necessarie, a mio parere, tre condizioni: a) l’intuizione, che gli antichi denominavano la «mantica», di creare un’opera d’arte che, poi, uno non riconosce più come propria; b) i fondi librari delle Biblioteche, soprattutto se si devono scrivere libri di indole scientifica, come saranno i miei prossimi due; c) «dare tempo al tempo» – che è, forse, la più azzeccata tra le espressioni della nostra lingua italiana e, infatti, difficilmente traducibile – ossia molta pazienza e la capacità di lasciar «cadere la penna» sul foglio. Quando termino un libro, infatti, io provo la sensazione di essere esausto, come avessi partorito e mi fosse stato tolto un alcunché che era, prima, mio. Nel mese di Settembre 2019, dopo tre anni di ricerche, ho licenziato, come accennato, il mio ultimo 2019 San Francesco. La risposta alla domanda che nessuno pone (333 pagine). Nei prossimi anni devo scrivere altri due volumi: uno di Antropologia filosofica e uno di Teologia fondamentale, essendo anche due tra le discipline che insegno all’Università in Roma e in Milano. Sono commissionati, ma, grazie a Dio, senza scadenze. Spesso più di qualcuno mi chiede perché scrivo così tanto. Credo sia perché vivo molto in treno, il cui paesaggio visto dal finestrino mi ispira assai. Ricordo ancora – quasi fosse adesso – come nel 2006 non riuscissi a terminare la Conclusione del Il principio di Non-Contraddizione in Aristotele. Era uno di quei libri commissionatimi e, dunque, con la «data di scadenza». Sapevo io, però, come ne sarei uscito. Presi da Venezia la «Freccia Bianca» per Lecce, i cui vagoni ferroviari viaggiano sulla linea Adriatica – ovvero sul mare – e rientrai a Venezia il giorno dopo, a Conclusioni finite. Ringrazio il buon Dio di essere libero di scrivere perché alla pari di Italo Calvino considero «la mia operazione [come] una sottrazione di peso: ho cercato di togliere peso» (Lezioni Americane, p. 5). E ringrazio pure la Beata Mamma Rosa che lasciò scritto tra le sue «gemme spirituali»: «Io non desidero altro che l’amore di Dio e di crescere sempre più nel suo amore. Del resto non m’importa nulla». Anche questa è espressione della libertà di scrivere. Grazie.

:: Un’ intervista con Wulf Dorn, per l’uscita di “Presenza Oscura” (Corbaccio 2019) a cura di Giulietta Iannone

10 settembre 2019

Presenza oscuraBentornato Wulf su Liberi di scrivere e benvenuto in Italia. Sei qui per presentare Presenza Oscura il tuo nuovo libro, che si inserisce nel filone dello psicothriller con venature horror di cui ormai tu sei uno dei maestri europei. Insomma i tuoi libri fanno veramente paura, questo forse più degli altri perché infondo la morte è il destino ultimo di tutti, insomma non tutti moriremo uccisi da un serial killer, ma è indubbio che tutti moriremo e non sappiamo bene cosa ci aspetta dopo, nonostante le testimonianze di chi possiamo dire ha vissuto fenomeni di premorte e poi è tornato indietro. Come hai affrontato un tema così delicato, che immagino faccia paura anche a te, giusto?

Certamente più si invecchia e più si affronta il tema della morte a causa della perdita di amici, parenti, persone care. E come autore si inizia a riflettere su come scrivere di queste cose. So che si tratta di un argomento molto serio e tutt’altro che allegro ma è necessario riflettere sulla morte per comprendere il valore e il contenuto della vita e che tutto ha una fine. Essendo io una persona che vive appieno la vita non ho paura della morte. L’unica cosa che mi fa paura è che possa essere dolorosa e che possa durare a lungo.

Sei partito da esperienze reali, testimonianze di persone di paesi diversi, di culture diverse etc… che hanno vissuto si può dire le stesse percezioni: un tunnel buio, una grande luce al fondo, il rilascio di endorfine etc… Quanto c’è di scientifico in questo, e c’è una spiegazione razionale che ti ha convinto più di altre?

Da un punto di vista scientifico è possibile spiegare quasi tutto quello che succede in un caso di premorte. Alcuni aspetti tuttavia non sono ancora spiegabili scientificamente. Si tratta di fenomeni emotivi che assumono delle connotazioni individuali e lasciano spazio all’interpretazione.

Protagonisti sono dei ragazzi, due adolescenti Nikka e Sascha, di cui con molta sensibilità descrivi le fragilità, le difficoltà, le aspirazioni e i sentimenti. Conosci approfonditamente il mondo dei ragazzi, che musica ascoltano, cosa sognano, quanto per loro è importante l’amicizia e perché no l’amore. Già in Incubo, protagonisti erano adolescenti, cosa ti avvicina al mondo dei ragazzi?, e che difficoltà trovi nel parlare di questa età della vita ancora piena di aspettative e non del tutto compiuta?

Proprio quest’ultimo punto è ciò che mi affascina di più del mondo dei giovani. Da giovani si imparano le cose per la prima volta, si comincia ad avere delle opinioni e si impara a conoscere il mondo e la vita. Da adulto si perde questo tipo di sguardo e la capacità di stupirti per tutto quello che la vita ti offre. E per me come autore è una sensazione bellissima riuscire a infilarmi nei panni di un giovane e riprovare delle sensazioni che ormai erano lontane.

Inserisci sempre elementi horror, che suscitano vera paura, che incidono quasi nel subconscio, perché questa scelta? Ha una valenza catartica? Vuoi spingere i tuoi lettori a riflettere su temi anche filosofici ed etici?

Si certo impariamo molto attraverso le emozioni. E uno degli stimoli emotivi più forti è la paura.
Ci sono molte emozioni attraverso le quali impariamo ma questa è quella che mi affascina e coinvolge di più.

Ricordo che quando ero una ragazzina il terrore di mia madre era che in discoteca qualcuno mi mettesse qualcosa nel bicchiere, in questo libro denunci un problema sociale molto reale, vissuto dai genitori con grande preoccupazione, il tuo libro ha anche questo obbiettivo, sensibilizzare su questo tema?

Si purtroppo questo è un argomento che è diventato molto popolare. Naturalmente questa storia è un buon mezzo per trattare questo argomento, ammonire e mostrare cosa può succedere. C’è gente che si diverte a mettere la droga nei bicchieri altrui ma bisogna sapere che questa cosa può avere conseguenze mortali e in ogni caso conseguenze gravi per le vittime.

[Traduzione a cura di Francesca Ilardi, che qui ringraziamo.]

:: Mooncop – Poliziotto lunare di Tom Gauld (Mondadori, 2019) a cura di Giulietta Iannone

8 settembre 2019
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Tra le tante opere edite quest’anno per festeggiare i 50 anni dallo sbarco dell’Apollo 11 sulla Luna, missione che portò per la prima volta due astronauti statunitensi, Neil Armstrong e Buzz Aldrin, il 20 luglio 1969 a mettere piede sul nostro affascinante satellite naturale, realizzando un sogno in realtà già presente sin dall’antichità, ce ne è una molto particolare, un libro di fumetti Mooncop – Poliziotto lunare (Mooncop, 2016) di Tom Gauld edito da Mondadori nella collana Oscar INK, con introduzione di Susanna Basso e tradotto da Claudia Durastanti.
Tom Gauld è un nome noto, anche sul nostro blog, fumettista originale ed eclettico di cui abbiamo già potuto recensire il bellissimo In cucina con Kafka, una parodia molto bonaria, divertente e divertita, sul mondo dei libri e l’ambiente editoriale.
Per Mooncop – Poliziotto lunare, Gauld ha scelto il blu, il colore lunare per eccellenza, per descrivere le bizzarre avventure di un improbabile poliziotto lunare, tenero e avventuroso, incaricato di sorvegliare una colonia terrestre desolata e in declino, di cui diventerà uno degli ostinati ultimi abitanti. I toni sono melanconici e sognanti, lo stile è rappresentato nei suoi tratti essenziali, come Gauld ci ha abituato.
Si può leggere sia in formato cartaceo che in ebook adattato per tablet, e la cosa bella è che ci porta a riscoprire parte della magia che la Luna ha sempre portato con sé anche in letteratura e in spettacoli televisivi dai sogni di Astolfo sulla Luna dell’Orlando Furioso, alle avventure fantascientifiche di Spazio 1999.
Tom Gauld ha scelto di addolcire con riflessi più delicati e poetici una narrazione che riflette cosa l’uomo prova di fronte al silenzio e alla solitudine dello spazio siderale e sembra ricordarci che la fratellanza, l’aiuto reciproco e l’amore (dolcissime le tavole finali) sono le cose veramente importanti.

Tom Gauld è nato nel 1976 e cresciuto nell’ Aberdeenshire, in Scozia. È un vignettista e illustratore e il suo lavoro è regolarmente pubblicato su The Guardian, The New York Times and New Scientist. Ha creato un nutrito numero di libri a fumetti. Vive a Londra con la sua famiglia.

Source: libro inviato dall’editore. Ringraziamo Anna dell’Ufficio Stampa Mondadori.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Ben Pastor – La canzone del cavaliere (Sellerio 2019) a cura di Giulietta Iannone

5 settembre 2019

10611-3Esce oggi, 5 settembre, la nuova edizione Sellerio de “La canzone del cavaliere”, che ho avuto modo di leggere nell’edizione precedente, in cui troviamo un giovane, e ancora inesperto, Martin Bora sullo sfondo della sanguinosa guerra civile spagnola,  una sorta di battesimo del fuoco per il giovane tenente ancora idealista e non temprato dalle asperità della vita militare.
Ma già alle prese con un delitto eccellente: quello di Federico Garcìa Lorca.
Siamo nel 1937, Bora viene mandato in Spagna tra le file di Francisco Franco, ed è qui che si trova a indagare sulla morte del celebre poeta. Una morte scomoda, per molti versi, sia per i fascisti che per i repubblicani. Ma a Bora non interessa strumentalizzare l’omicidio come arma politica, lui molto più filosoficamente vuole scoprire la verità, e per quanto possibile consegnare il colpevole alla giustizia.
E in questa lotta contro il tempo si troverà un insolito alleato in Philip «Felipe» Walton, americano, maggiore delle Brigate Internazionali, anche lui impegnato, per la parte avversa, a cercare di capire cosa sia successo.
Sotto il sole rovente della Spagna, Bora farà anche un altro incontro inaspettato che influenzerà la sua vita futura, quello con Remedios, donna enigmatica e misteriosa, che almeno nei ricordi resterà sempre legata a Bora.
Come il paesaggio è una storia aspra e ruvida, che rappresenta bene la giovane età del protagonista, in cui vediamo già presente però la tenacia e l’impulsività che caratterizzeranno poi la sua età adulta. Se amate la serie di Martin Bora da non perdere. Traduzione dall’inglese di Paola Bonini. Titolo originale: The Horseman’s Song.

Ben Pastor, nata a Roma, docente di scienze sociali nelle università americane, ha scritto narrativa di generi diversi con particolare impegno nel poliziesco storico. Della serie di Martin Bora Sellerio ha già pubblicato Il Signore delle cento ossa (2011), Lumen (2012), Il cielo di stagno (2013), Luna bugiarda (2013), La strada per Itaca (2014), Kaputt Mundi (2015), I piccoli fuochi (2016), Il morto in piazza (2017) e La notte delle stelle cadenti (2018). Premio Flaiano 2018.

:: Sofia di Anna Masetti (Morellini Editore 2019) a cura di Giulietta Iannone

14 agosto 2019

sofia-579257Tra le mete più interessanti, a basso budget e soprattutto ancora non affollate dal turismo di massa c’è senz’altro Sofia, capitale della Bulgaria, città antichissima, per alcuni più antica ancora di Roma o Atene, ricca di stimoli culturali, bellezze architettoniche, parchi, giardini, mercati, centri termali e di notte movimentata e a misura dei giovani. Insomma una città tutta ancora da scoprire, e grazie alla guida Sofia di Anna Masetti, edita da Morellini, sarà un piacere farlo. Crocevia tra Oriente e Occidente, Sofia è una città pronta ad accogliere i turisti, ricca di alberghi, ristoranti dove gustare i piatti tipici della cucina bulgara, pub, caffè e pasticcerie. Meta anche dello shopping, tanti sono i negozi ricchi della merce più varia, tra cui da non perdere come souvenir le ceramiche decorate con i motivi tipici di Troyan (coloratissimi) e le boccette di legno di essenza di rosa.
Cosa si mangia a Sofia? Per i golosi c’è solo l’imbarazzo della scelta, infatti ci sono numerosi ristoranti etnici, (dalla cucina marocchina, a quella ebraica kasher, a quella italianissima dei locali come Pastorant, la Trattoria Il Maestro Giuseppe Verdi, e la Bottega a due Piani). Per chi vuole invece assaporare le specialità bulgare, la cucina è molto varia perlopiù di stampo regionale, ma mantiene regole fisse: si inizia perlopiù con un insalata (la più famosa è la shopska salata) seguita da antipasti, si continua con un piatto unico di carne accompagnata con verdure e uova. Tra le bevande poi non può mancare un bicchiere di rakia, ma anche i vini e le birre artigianali sono pregiate.
Per chi si chiedesse quale è la stagione migliore per visitarla tenga presente che il clima di Sofia è caratterizzato da inverni lunghi e molto freddi e nevosi, e estati calde, ma raramente con picchi superiori ai 35°.
Una delle cose migliori da fare arrivati in città, come consiglia Anna Masetti, è andare in uno dei punti di informazione turistica per farsi consigliare un itinerario, e prendere una mappa gratuita della zona centrale. Cosa vedere? Da non perdere la Cattedrale di Alexander Nevskji e la chiesa di Boyana. Potete poi pianificare programmi per un giorno, un weekend, o soggiorni più lunghi. Tutto a cifre low cost, con molte attrattive gratuite.
La guida poi ci segnala anche itinerari fuori porta non troppo lontani da Sofia verso le città principali come Pernik o il Monastero di Rila a circa 120 km da Sofia, con affreschi meravigliosi (fanno fede le foto della guida, ma dal vivo devono essere ancora meglio). E poi il parco nazionale del Pirin.
La guida è molto compatta e dettagliata, ricca di foto curate e ben fatte. Gli indirizzi sono aggiornati, ci sono numeri di telefono e in alcuni casi anche portali internet. Insomma anche solo sfogliandola ti viene voglia di partire. Se potrò farlo aggiornerò questa recensione con mie riflessioni a margine. Per ora ho viaggiato con la fantasia, ma auguro a voi di farlo veramente! Tutti a Sofia dunque quest’estate!

Anna Masetti, nata nel 1989, ha conseguito una laurea in Scienze dei Beni Culturali e una magistrale in Antropologia Culturale. Da sempre interessata all’arte, all’artigianato e alla cultura materiale, ha vissuto in Bulgaria svolgendo un progetto di Volontariato Europeo sulle tradizioni locali. Sei mesi di ricerca e organizzazione di mostre non hanno impedito alla sua vita professionale di prendere una direzione completamente diversa. Ama scrivere, esplorare e fare domande.

Source: copia stampa inviata dall’editore, ringraziamo l’Ufficio stampa Morellini.