Davvero tanti sono i libri usciti di cucina, ricette, diete assortite, ne leggo davvero tanti, anche se non sono propriamente una blogger che si occupa di cucina e prodotti enograstronomici. Per cui quando mi hanno proposto 101 alimenti che fanno bene al mio bambino di Maria Paola Dall’Erta, biologa, chef e mamma (RedEdizioni 2019) mi sono subito incuriosita. Avevo anche un altro libro di cucina in lettura, di cui vi parlerò nei prossimi tempi, legato alla cucina casereccia toscana. Questo libro 101 alimenti che fanno bene al mio bambino, senz’altro valido, parte dal presupposto che non è detto che ciò che è saporito non faccia anche bene, e si sa per far mangiare i bambini e i ragazzi ce ne vuole di fantasia. Maria Paola Dall’Erta è sicuramente preparata, ha una vasta esperienza nella dietologia dimagrante e ha un modo simpatico e piacevole di presentare gli argomenti, con l’aggiunta di tante ricette sfiziose e facili da preparare per ogni alimento di cui tratta. Dopo l’introduzione, si passa a un capitolo che sottolinea l’importanza dell’alimentazione varia e bilanciata (non solo tesa a dimagrire, ma proprio per il benessere generale della persona, unità sempre a calibrata attività fisica). Poi il libro si divide in sezioni: Cereali, Alimenti Proteici, Frutta, Verdura, Aromi, condimenti o altro, per finire con l’indice degli alimenti e l’indice delle ricette. Passo passo con estrema semplicità ci spiega la composizione degli alimenti, come vanno abbinati, con schemi molto dettagliati per la stagionalità degli alimenti, che oltre a garantire maggiori principi nutrivi, ci aiuta anche a risparmiare in cucina, comprando cibi di stagione si hanno infatti numerosi benefici, presentandoci una guida reale da seguire fedelmente per la nostra spesa. Interessante la guida consapevole all’acquisto con esempi pratici su come leggere le etichette. Utilissima la piramide alimentare ispirata alla società Italiana Pediatrica. Maria Paola Dall’Erta spiega dettagliatamente tutto, e sempre restando che dà suggerimenti e indicazioni per gente sana, senza particolari patologie che necessitano diete appropriate, seguire i suoi consigli diventa facile e divertente. Lo sapevate che lo zenzero è una spezia che è utilizzabile come scudo giornaliero? Che la salvia significa in latino sano? E proprio per questo è da utilizzare spesso. Conoscete le proprietà nutrizionali del miele? Sapevate che il burro, demonizzato da molti, è invece un grasso indispensabile per l’alimentazione infantile? Questo è solo un esempio ma mille altre sono le curiosità e le indicazioni che il libro contiene. Il volume 101 alimenti che fanno bene al mio bambino è davvero ricco, e soprattutto utile per essere più consapevoli e informati, soprattutto quando prepariamo i pasti per i più piccoli, ma anche per noi, perché i principi alimentari su cui si basa sono estensibili a tutte le fasce di età. Buona lettura, dunque!
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:: 101 alimenti che fanno bene al mio bambino di Maria Paola Dall’Erta (RedEdizioni 2019) a cura di Giulietta Iannone
11 agosto 2019:: Estonia di Alessio Franconi (Morellini Editore 2019) a cura di Giulietta Iannone
29 luglio 2019
La verdissima Estonia è un paese tutto da scoprire, e grazie alla guida insider di Alessio Franconi, edita da Morellini editore, molto più accessibile di quanto si possa pensare.
Paese ideale per chi ama visitare e soggiornare nei paesi nordici, l’ Estonia è tra le repubbliche affacciate sul Baltico forse quella maggiormente cosmopolita e proiettata nel futuro, non a caso è detta “Nazione digitale” ed vi è la sede operativa di Skype, pur conservando le vestigia di un passato più o meno recente e un amore incondizionato per la natura selvaggia e incontaminata e la tutela del paesaggio.
Tipiche le coloratissime casette di legno, i fari, i mulini a vento, i parchi naturali, le spiagge, estese per chilometri, e le chiese, i monasteri, i castelli e i palazzi di epoca zarista.
Le principali città sono a ovest Tallinn, la capitale, una delle città medioevali meglio conservate d’Europa, e a sud Tartu, dove ha sede la più antica università del paese.
Ricca di laghi, il più grande è Peipsi, tra Russia ed Estonia, con circa duemila isole, e foreste che la coprono per il 50% della sua estensione, l’Estonia è il luogo ideale per chi ama i viaggi a contatto con la natura. Ma non si vuole far mancare anche visite ai musei, festival e rassegne culturali.
Di notte nella capitale la vita notturna è intensa e ricca di possibilità di scelta tra pub, ristoranti e locali molto frequentati dai giovani di ogni nazionalità.
Il clima è relativamente mite nella bella stagione, e il mese più caldo è luglio. Le temperature scendono sottozero d’inverno. Il mese più freddo è febbraio. La guida comunque vi indicherà le stagioni con meno piogge e l’abbigliamento ideale da portare con voi.
Indispensabile la mascherina per dormire, come in tutti i paesi nordici le finestre spesso non hanno le tapparelle, e la luce solare che copre più ore al giorno nei mesi estivi potrebbe crearvi disagio.
Ricca la gastronomia, tipicamente continentale in cui spadroneggiano carne, pesce e patate. Molto apprezzato il pesce affumicato, e il pane di segale, spesso servito a colazione assieme alle celebri aringhe del Mar Baltico. Varie sono le zuppe, i dolci e i piatti di influenza russa, tedesca e scandinava.
Cosa bere? Non c’è che l’imbarazzo della scelta dalle birre artigianali, ai liquori, tra cui l’immancabile vodka estone, tra cui la principale la Viru Valge. Scoprirete leggendo la guida anche una curiosità piuttosto bizzarra, con al centro la vodka ed un rimedio empirico per i raffreddori e i mali di stagione.
Come tutte le repubbliche ex sovietiche, indipendente dal 1991, conserva segni del passaggio della dominazione comunista. Per i nostalgici comunque da non perdere il tour della Tallinn sovietica.
Guida compatta e completa, con 0,99 Euro si scarica anche il pdf light, interattiva per i più tecnologici. Tutto sommato una buona guida, in carta patinata, con belle foto, ricca di aneddoti e curiosità, aggiornata con orari di visita, telefoni, indirizzi degli alberghi e dei principali luoghi da visitare. Non occupa troppo spazio, facilmente collocabile in uno zaino. Che dire ancora se partite per l’Estonia portatevela con voi.
Alessio Franconi nasce a Genova ma da sempre risiede a Milano, dove vive dividendosi tra la professione forense e quella di fotografo-scrittore. Negli ultimi anni si è recato sui campi di battaglia della Prima Guerra Mondiale lungo tutto l’arco alpino, realizzando la mostra fotografica “Si combatteva qui! 1914-1918”, che sta girando l’Italia e l’Europa. Collabora come freelance con la rivista “Storia Militare”. Cura costantemente il suo sito web dedicato alla fotografia www.franconiphotos.eu.
Source: copia stampa inviata dall’editore, ringraziamo l’Ufficio stampa Morellini.
:: Tutta la verità sugli anziani di Elina Ellis (Gallucci Editore 2019) a cura di Giulietta Iannone
28 luglio 2019
Tra i freschi di stampa Gallucci di questa settimana appare un albo colorato, e molto divertente, dal titolo che è tutto un programma: Tutta la verità sugli anziani (The Truth About Old People, 2019) testi e disegni di Elina Ellis, tradotto dall’inglese da Federico Taibi e pubblicato per la prima volta da Two Hoots, un marchio parte di Macmillian Publisher International Limited di Londra.
Protagonisti un ragazzino, il suo cagnolino e i suoi arzilli nonni. Un simpatico quartetto alle prese con la vita di tutti i giorni. Occasione per sfatare tanti luoghi comuni legati alle persone anziane: non si sanno divertire, sono lenti, sono goffi, hanno paura delle cose nuove etc…
Per ogni luogo comune una simpatica illustrazione ironica e indovinata atta a ribaltarlo come un calzino. Perché gli anziani ballano, sono romantici, sanno divertirsi, e sono pure avventurosi.
Scoprire il vero volto delle persone anziane in questo simpatico libro illustrato per bambini sarà piacevole quanto istruttivo. Un’occasione per sorridere e per creare un’allegra complicità tra nonni e nipoti.
I disegni sono stati realizzati con penna, inchiostro, guazzo e Photoshop. Formato: 23.1 x 28.7 cm, cartonato, pagine 28. Consigliato dai 5 ai 99 anni.
Elina Ellis scrive e disegna storie. Di origini ucraine, si è specializzata in illustrazioni per l’editoria per l’infanzia a Cambridge, dove vive e lavora, creando libri propri o illustrando testi di altri autori.
Source: ringraziamo Marina Fanasca dell’Ufficio stampa Gallucci per la copia stampa.
:: Un’ intervista con Loredana Lipperini a cura di Giulietta Iannone
13 luglio 2019
Bentornata Loredana su Liberi di scrivere e grazie di aver accettato questa mia nuova intervista. È da poco uscito il tuo nuovo libro “Magia nera”, una raccolta di racconti di genere ibrido, dall’horror al fantastico, al racconto morale, con molte sfumature e peculiarità che li rendono difficilmente etichettabili. Ce ne vuoi parlare?
Io preferisco sempre la definizione più generale di fantastico, in cui rientra anche l’horror, perché non esiste, in questa raccolta ma in assoluto in quello che scrivo, una categorizzazione precisa. In “Magia nera” ci sono racconti steampunk, fantascientifici, horror. Ma mai a pieno titolo. Preferisco interpretare il concetto di fantastico nella chiave del perturbante indicata da Todorov: qualcosa che curva il reale, lo modifica, lo rende sottile, fa intravedere l’elemento magico dietro la concretezza. Quanto al racconto morale a cui accennavi: sono convinta che tutta la letteratura fantastica, per sua stessa natura, imponga ai personaggi una scelta etica. Se vuoi, tra bene e male, ma in generale fra la via più semplice e quella più complessa.
Che criterio hai usato per sceglierli per questa antologia? C’è un fil rouge sotto traccia?
Mi sono resa conto, scegliendoli, che già preesistevano le tematiche in cui sono suddivisi i racconti (Matrimoni, Madri, Ribellioni, Doni) in quello che stavo scrivendo o avevo scritto. Probabilmente perché sono le tematiche che mi sono care, e non a caso sono presenti sia nella produzione saggistica che in quella narrativa. È stato abbastanza semplice, dunque, suddividerli. La tematica più ampia che li comprende tutti è quella dell’inciampo in cui le mie protagoniste, donne qualsiasi (quasi tutte), si imbattono in un determinato momento della loro vita. Un momento casuale, non necessariamente drammatico: una sosta in una locanda, una casa che affaccia su un melograno, una partita a tombola.
Sono racconti scritti nello stesso periodo, o in periodi diversi della tua vita? Già usciti su antologie o riviste, o del tutto inediti?
Sei erano già apparsi in antologie o su riviste, sei sono inediti. Il più lontano è di sette anni fa, il più vicino di sette mesi fa. Alcuni sono stati pubblicati, o concepiti, con l’eteronimo di Lara Manni che ho usato dal 2007 al 2012.
Il racconto non è un genere molto comune, o perlomeno è così difficile da scrivere che pochi autori di racconti figurano nelle classifiche dei libri più venduti. Perché questo, secondo te? da dove nasce questa diffidenza nei lettori?
Credo che sia più una diffidenza degli editori. Non dimentichiamo che con i suoi bellissimi “Sessanta racconti” Dino Buzzati ha vinto il Premio Strega (peraltro, il suo è il tipo di fantastico a cui mi riferisco, in “Magia nera”) e che grazie alla sua produzione di (meravigliosi) racconti Alice Munro ha vinto il Premio Nobel per la Letteratura. Non ho mai compreso fino in fondo il motivo della diffidenza medesima, poi. Forse si ritiene che il lettore voglia “la” storia in cui immergersi e non desideri frazionare la propria attenzione in tante piccole storie? Non mi convince. Mi sembra, però, che le cose stiano lentamente cambiando.
I tuoi racconti sono molto kinghiani, per il tipo di scrittura rifinita e piana, e per quel senso di inaspettato e meraviglioso che appare all’improvviso in un contesto si può dire comune, quotidiano, oltre a King (e non si può non citare Shirley Jackson, da poco al centro di un significativo revival) quali sono i tuoi maestri letterari?
Sono molti. Certamente l’influenza di King è determinante, e a sua volta King ha molto amato e stimato Jackson. E’ difficile elencare tutte le scrittrici e gli scrittori che hanno avuto e hanno un peso su di me: Munro, certamente, ma anche altre grandi autrici di racconti come Lucia Berlin, Grace Paley, Amy Hempel per quanto riguarda le più vicine a noi. Katherine Mansfield è stata la mia lettura di ragazza più coinvolgente. E poi Atwood, LeGuin, Carter, Du Maurier, Lovecraft, Harlan Ellison, Richard Matheson, Ray Bradbury per quanto riguarda il fantastico. E, in generale, la pietosa lucidità di Thomas Mann. O la grazia feroce di Kazuo Ishiguro. Ma sono troppo pochi, rispetto a quelli reali.
Protagoniste dei tuoi racconti sono principalmente donne, molto diverse l’una dall’altra, la cui forza deriva da qualcosa di ancestrale, misterioso e sconosciuto. Già che parli di magia, in che misura le donne sono canali privilegiati per veicolarla?
Non dovrebbero esserlo, in realtà. Inchiodare la donna al sacro è una grande trappola, come ricordava Simone de Beauvoir ne “Il secondo sesso”. Le mie donne non sono streghe. Sono persone comuni. Solo, deragliano più facilmente nel non-possibile. Scrivo di donne perché mi viene naturale: non c’è alcun sottinteso ideologico in “Magia nera”.
La maggior parte dei racconti sono ambientati in epoca contemporanea, ma ce ne uno dove addirittura c’è al centro il mago per antonomasia, il celebre illusionista Harry Houdinì, capace come si suol dire di “concorrenza sleale”. Gli uomini accettano con meno buona grazia delle donne di essere meno bravi in alcune cose? Vivono la competizione (se competizione c’è) in modo più drammatico e doloroso?
Tre racconti hanno una diversa ambientazione: “Madame” in epoca vittoriana, “Rosa Virgo” nella seconda guerra mondiale – almeno in parte, “Rosabelle, rispondi” nei primi anni del Novecento, quando era proprio il realismo a vacillare, dopo gli orrori della Grande Guerra. Quel racconto, l’ultimo in ordine di scrittura, è nato da uno spunto di Mariano Tomatis, illusionista e storico dell’illusionismo, che mi ha raccontato la vera storia di Minerva e del pessimo tiro giocatole da Houdini. Alla seconda parte della domanda rispondo con qualche titubanza: non mi piace mai la generalizzazione. Da un punto di vista storico e sociale potrei rispondere di sì, e che è ancora molto difficile accettare la competizione con una donna, comunque.
Mi è piaciuto molto un racconto che parla di cristalli, tradimento e con un finale nerissimo. Cosa ti ha ispirato la sua scrittura?
Ti riferisci a “Soltanto due euro”, immagino. Beh, l’innesco è stato semplicissimo: ho comprato due cristalli al mercantino. Non sapevo perché, proprio come la mia protagonista. Poi ho deciso di costruirci un racconto. Succede, quasi sempre, così.
Già ai tempi dell’antica Cina la scrittura era uno strumento di emancipazione femminile, se non economica perlomeno morale e psicologica. Era diciamo una delle poche attività consentite. Anche nella cultura Occidentale, donne che scrivono ce ne sono parecchie sin dall’antichità. Ancora oggi, secondo te, la scrittura è uno strumento di emancipazione?
No, la scrittura è scrittura, almeno oggi. L’emancipazione passa per molte altre cose. Se poi mi chiedi se le scrittrici vengano viste, qualitativamente e letterariamente parlando, allo stesso modo degli scrittori, la risposta è no.
Grazie della disponibilità vorrei chiudere questa intervista chiedendoti se stai scrivendo al momento, e quali sono i tuoi progetti per il futuro.
Sto lavorando, ormai da tre anni, a un romanzo. È piuttosto complesso e ci metterò un po’ di tempo. Anche perché di tempo non ne ho così tanto, purtroppo, o per fortuna, tra radio e altre avventure. Ma va bene così.
:: Un’intervista con Rossana Balduzzi Gastini a cura di Giulietta Iannone
10 luglio 2019
Benvenuta su Liberi di scrivere signora Balduzzi Gastini, e grazie per aver accettato questa intervista. Ci parli di lei, dei suoi studi, del suo lavoro, della sua infanzia.
Innanzi tutto sono io a ringraziare lei per avermi proposto questa gradita conversazione. Dovendo parlare di me inizierei con il dire che sono nata ad Alessandria dove, a parte un periodo milanese, ho sempre vissuto. Ho studiato al liceo classico Plana famoso perché vi studiò Umberto Eco e poi mi sono laureata in architettura presso il Politecnico di Milano. Per anni ho svolto la professione di architetto e poi improvvisamente “la svolta”, un cambio di vita rinascendo come scrittrice.
Come è nato il suo amore per i libri? Cosa l’ha spinta a diventare una scrittrice?
Si potrebbe dire che il mio amore per i libri sia nato con me e così il desiderio di inventare situazioni e personaggi che mi è sempre appartenuto. Ricordo che da piccola mi immergevo per ore e ore nel mondo meraviglioso della fantasia immaginando storie fantastiche da far vivere alle mie bambole. Giocando parlavo spesso da sola, dando voce ai vari personaggi totalmente indifferente a ciò che accadeva intorno a me.
Poi, una volta aver imparato a leggere, ho passato tanto tempo tra le pagine di libri di fiabe e di romanzi per ragazzi con un coinvolgimento emotivo importante. A mia madre è capitato spesso di trovarmi in lacrime per la sorte avversa capitata a qualche personaggio letterario a me caro. Fin da piccola ho sempre bonariamente invidiato chi riusciva a creare storie così emozionanti e allora mai più avrei potuto immaginare che un giorno anche io avrei fatto parte attiva di quel mondo dagli echi fantastici per me così ammalianti. Crescendo e iniziando a lavorare ho smesso di inventare storie anche se spesso mi accadeva di subire dalla vita quotidiana suggestioni che sapevo che avrebbero potuto dare vita a diverse narrazioni ma non sono mai andata oltre quell’intuizione iniziale. Poi, invece il momento è arrivato così all’improvviso senza che io abbia fatto nulla per cercarlo: sono entrata in un locale, ho provato un forte turbamento e, poco dopo, ha prepotentemente preso vita Emma la protagonista di Life on loan e di Covered i miei primi romanzi.
Ora parliamo di “Giuseppe Borsalino – L’uomo che conquistò il mondo con un cappello”, libro giunto tra i cinque finalisti del Premio Biella Letteratura e Industria. Come è nata l’idea di scriverlo? Qual è stato il punto di partenza nel processo di scrittura?
La creatività ha veramente qualcosa di magico, qualcosa di inspiegabile e così anche in questo caso una mattina, senza che nulla fosse accaduto a rammentarmelo, il nome di Giuseppe Borsalino mi è balzato prepotentemente in mente. Dopo una sommaria indagine mi sono resa conto che a differenza di altri personaggi coevi, come per esempio Thomas Burberry fondatore dell’omonimo marchio, Giuseppe Borsalino, sebbene avesse fatto del suo cognome un mito, era praticamente sconosciuto se non a livello locale e per locale intendo solo la città di Alessandria, nemmeno l’Italia! Incredibile – mi sono detta – eppure quest’uomo ha inventato il Made in Italy cento anni prima che si iniziasse a parlare di esportazione di prodotti creati dal genio italiano e nessuno lo sa! Cento anni sono un tempo considerevole … ma la cosa straordinaria è stata che poi. a mano a mano che progredivo nelle ricerche, mi sono resa conto che Giuseppe Borsalino è stato molto più di questo, davvero molto di più.
Ha scelto un particolare genere tra la biografia e il romanzo di formazione, senza tralasciare il contesto storico, economico e culturale nel quale il suo protagonista visse. Perché questo approccio?
Come ho spiegato nelle note del libro, riguardo la prima parte della vita di Giuseppe non ho potuto disporre di molti dati: le uniche notizie pervenutemi erano che nacque a Pecetto di Valenza da famiglia modesta, che fu un ragazzino “difficile”, che non amava la scuola, che scappò di casa giovanissimo per raggiungere la città di Alessandria e che poi emigrò nell’ordine a Intra, Sestri Ponente, Marsiglia, Aix en Provence, Bordeaux e infine a Parigi dove divenne mastro cappellaio. Poi tornò ad Alessandria dove con il fratello diede vita al suo sogno. Sono stati quindi la storia economica, sociale del periodo, la voglia di libertà, la fine dell’assolutismo, il palpito dell’era moderna nascente, della Parigi di Haussmann, della società delle Grandi Esposizioni Universali dove venivano esposte le invenzioni che di lì a poco avrebbero cambiato il mondo per farne quello che ora noi stiamo vivendo, sono stati tutti questi fattori, dicevo, a plasmarne la figura, a suggerirmi come mostrare il tormento interiore di questo ragazzino geniale che voleva trovare il modo di migliorare la propria vita e quella della sua famiglia. Per rendere al meglio la passione che segnò tutta la sua vita, il fuoco che ardeva dentro di lui e che lo ha portato in giro per il mondo ho preferito la forma romanzata a quella propria della biografia. Ho voluto che Giuseppe vivesse, parlasse e agisse direttamente affinché voi lo comprendeste e lo sentiste più vicino.
Che idea si è fatta di Giuseppe Borsalino? Quali sono stati secondo lei i suoi punti di forza che l’hanno reso l’imprenditore geniale che è stato?
Giuseppe Borsalino è stato un genio illuminato. Un uomo che non ha avuto paura di mettersi in gioco e che, non abbattendosi mai di fronte alle indubbie difficoltà capitategli, ha vinto la scommessa con la storia. Come imprenditore già all’epoca ha incarnato la figura dell’industriale moderno che sa che l’importante nella produzione sono l’anticipazione e l’adattamento alle esigenze dei destinatari dei suoi prodotti. Per Giuseppe l’atteggiamento stanco di colui che tende ad accontentarsi di ciò che produce non può durare sul lungo periodo. Giuseppe Borsalino ha subito compreso che per mantenere la credibilità nel tempo serve continuamente migliorarsi e tenere alta la qualità del prodotto. Egli fu anche un imprenditore dalla grande umanità perché fece proprie le idee delle utopie socialiste come quelle di Owen e Fourier trasferendone, però, i contenuti non in città ideali ma direttamente nella società reale avviando così una vera trasformazione sociale. Egli fu un precursore della legislazione in materia pensionistica, di prevenzione sanitaria e infortunistica e fece tanto per le donne lavoratrici. I suoi lavoratori sono stati veramente la sua famiglia e il primo operaio della Borsalino era lui.
E per la città di Alessandria la sua figura che ruolo ha rappresentato e tuttora rappresenta? Pensa che i giovani conoscano il suo peso di antesignano del made in Italy, ambasciatore della raffinatezza e dell’eleganza italiana nel mondo?
Alessandria, come gli stessi cittadini riconoscono, forse per ragioni storiche legate alle diverse dominazioni che ha dovuto subire, è una città che dimentica: un tempo, quando lo straniero lasciava andare il suo giogo, si scordava per non abbattersi di fronte alle devastazioni perpetrate in città si guardava solo al futuro per cercare di crearsi una nuova identità sociale. Ora, però, è il tempo di ricordare, mi sono detta nell’accingermi a scrivere la storia di Giuseppe Borsalino. I giovani non conoscono il peso di quest’uomo, la sua forza e il suo esempio motivante è questo il motivo per cui ho scritto la sua storia. Giuseppe è stato un ragazzo che prima di tutto ha cercato di conoscere se stesso per poi sfruttare al meglio le sue capacità: si può dire che le domande che il giovane Giuseppe si pone quando decide di cambiare la sua vita, sono quelle che i ragazzi dovrebbero fare a se stessi per maturare scelte più consapevoli.
Ad Alessandria esiste un museo, dove sorgeva il suo laboratorio in via Schiavina? Oltre al prezioso fondo Borsalino Giuseppe e fratello Spa della Biblioteca civica di Alessandria.
Esiste un museo del Cappello, è vero, non in via Schiavina dove sorgeva il primo laboratorio ma in corso cento Cannoni dove fu trasferita la Borsalino tra la fine del 1800 e i primi del 1900.
Come si è documentata durante la stesura di questo libro?
Dando un’occhiata alla bibliografia è facile farsi un’idea della mole di documenti che sono stati necessari per documentarsi. Ho ricercato su testi dell’epoca storici, economici, architettonici, urbanistici, su trattati di viabilità … su manuali che utilizzavano gli artigiani dell’epoca per comprendere le tecniche lavorative usate da Giuseppe, su riviste di costume e società dell’epoca e ho spulciato molti quotidiani del periodo italiani e stranieri. Su alcuni quotidiani neozelandesi ho trovato interviste inedite fatte a Giuseppe Borsalino e a Matthias Zurbriggen al loro arrivo in Nuova Zelanda durante la spedizione per scalare il monte Cook. E sì , perché Borsalino fu anche un grande scalatore e viaggiatore. è stato un lavoro di preparazione intenso ma esaltante durante il quale io per prima ho scoperto parti della storia e particolari della società dell’epoca che ignoravo.
Nel suo romanzo la forza del sogno è fondamentale, pensa che anche oggi sia questo il segreto del successo di molte realtà industriali italiane? Pensa che gli imprenditori, tra crisi economiche più o meno endemiche, ostacoli, avversità sappiano ancora sognare?
Sono i sognatori i veri artefici della trasformazione della società. Il sogno è l’emblema del pensiero creativo, primo gradino del percorso che porta al cambiamento in tutti gli ambiti. Indubbiamente molti grandi imprenditori sono stati inizialmente dei sognatori e molti negli anni a venire lo saranno io voglio crederlo. Bisogna immaginare e intuire per poter creare qualcosa e non aver paura di osare. Io stessa a chi in certe occasioni mi ha detto – lascia stare che è complicato – ho sempre ribattuto che “se anche nella vita non c’è nulla di facile tutto però è fattibile”. Indubbiamente alla base di ogni sogno, come Giuseppe Borsalino per primo insegna, serve avere come fine il bene di tutti coloro che prendono parte all’opera non solo il proprio tornaconto. L’esempio di Borsalino ci aiuta, infatti, a capire la necessità di ritrovare il senso di un’economia che “produce” e che nel farlo mantiene alto il valore dei rapporti umani e del rispetto per gli altri concetti che purtroppo la finanza oggi dominante considera altamente e facilmente sacrificabili come ho ben esposto nella serie intitolata Life on loan.
Le piacerebbe se il suo romanzo diventasse un film, o una serie tv? Ci sono progetti reali in merito? Chi vedrebbe bene nel ruolo di Giuseppe Borsalino?
Mi piacerebbe moltissimo è una storia avvincente ed emozionante. Ho sentito dire che ultimamente il cinema predilige storie con protagoniste femminili ma credo che la storia di quest’uomo che ebbe sempre grande rispetto per le donne sarebbe di grande esempio per i giovani e di aiuto e sostegno alla causa femminile. Giuseppe Borsalino, infatti, è stato come mi piace dire, un “datore di empatia” cioè sapeva calarsi nei panni degli altri, capirne i problemi e le necessità per poter così poi sapere cosa fare per aiutare come lo fu anche Olivetti qualche anno dopo. Questa capacità sociale è spesso erroneamente attribuita alle donne. Invece la storia di Giuseppe dimostra che essa è patrimonio di tutti va solamente riscoperta in ognuno di noi. Quanto a chi vedrei nel ruolo di Giuseppe … sono molte le figure di attori che mi vengono in mente ma sono certa che per interpretare Giuseppe nei suoi ultimi anni vedrei bene Robert Redford anche se recentemente ha annunciato il suo ritiro dalle scene. Conoscendo la passione che l’attore ha per i cappelli Borsalino, passione che lo ha portato in passato fino ad Alessandria per avere un cappello “appena uscito dalla fabbrica” non escludo che accetterebbe di impersonarlo.
Tornando al Premio Biella Letteratura industria (il vincitore o la vincitrice verrà proclamato 16 novembre 2019 presso l’Auditorium di Città Studi di Biella) i libri in concorso hanno al centro storie e modelli virtuosi che legano letteratura e industria. Storie che trasmettono modelli positivi e una luce di speranza in questo momento di crisi economica, pur restando ancorati alla realtà e analizzando le varie problematiche. Cosa ha provato quando ha saputo che il suo libro era tra i cinque finalisti?
Mi sono ritenuta privilegiata e molto onorata vista la carrellata di grandi nomi della letteratura che mi hanno preceduta. Essere stata riconosciuta degna di comparire nella cinquina finalista ha sicuramente aumentato il valore del romanzo sulla vita di Giuseppe Borsalino. La letteratura racconta la società e l’industria la esprime e contribuisce a trasformarla. Il Premio Biella unendo letteratura e industria ha ulteriormente sottolineato il ruolo importante che Giuseppe Borsalino ha avuto nel cambiamento della società italiana di fine ‘800.
Nel ringraziarla per la sua disponibilità come ultima domanda le chiederei quali sono i suoi progetti per il futuro? Sta scrivendo un nuovo libro?
Proprio in questi giorni è uscito un nuovo libro che s’intitola La ragazza di madreperla ed è edito da Minerva Edizioni di Bologna. Una storia ambientata ai nostri giorni in cui si mescolano scienza e mitologia. In questo continuo alternarsi tra presente e passato si snoda la vicenda di Perla, una bambina speciale, un personaggio immaginario, al contrario di quello di Giuseppe, la cui storia contiene un messaggio profondo per i lettori di tutte le età che al fianco di tutti protagonisti della vicenda riscopriranno il senso profondo dell’esistenza.
Un genere diverso dal romanzo storico, un nuovo cambio di pelle ma d’altronde le storie arrivano e non è assolutamente detto che appartengano allo stesso filone letterario, si formano nella mente dello scrittore che fa da tramite tra la nostra realtà e il mondo magico e spesso trasformante dell’immaginazione.
:: Lee Child: Inarrestabile (Longanesi 2019) a cura di Giulietta Iannone
9 luglio 2019I vagabondaggi di Jack Reacher nell’America più profonda proseguono in Inarrestabile (The Midnight Line 2017), il titolo originale allude a un fatto fondamentale della storia che porterà all’ipercinetico finale.
Tradotto da Adria Tissoni e pubblicato da Longanesi il romanzo se vogliamo è un classico alla Reacher: pullman nella notte, campi di grano sconfinati, dinner e motel polverosi, autostop, luoghi dimenticati da Dio, giusto un puntino sulla cartina.
Questa volta Jack Reacher trova in un banco di pegni un anello. Ma non è un anello qualsiasi: è un anello di West Point, con all’interno un’incisione “s. r. s. 2005”. Basta quello per fargli capire che c’è qualcosa che non va. Per ottenere quel gingillo bisogna sputare lacrime e sangue, e un militare che si diploma a West Point non vende il suo anello commemorativo a un banco dei pegni. Le alternative sono poche: o è stato rubato, o è stato perso, o c’è sotto una storia molto più sinistra.
Anche solo il sospetto che il proprietario di quell’anello possa essere in pericolo, gli suggerisce di cercarlo, al limite se tutto va bene per restituirglielo, per cameratismo o spirito di corpo o come volete chiamarlo. Si sa Reacher ha leggi e regole tutte sue, di onore e lealtà, che ai comuni mortali possono sembrare bislacche o strambe, ma in realtà assolutamente in sintonia col personaggio.
E così inizia a seguire le tracce, il percorso a ritroso di quell’anello, che lo portano prima in un rifugio per biker, e da lì a Rapid City, in una lavanderia gestita da un tipo equivoco, tenuto sottocontrollo dalla polizia locale.
Dopo interrogatori sempre alla sua maniera, un’altra traccia, un altro viaggio, finchè non si aggiungono a lui altri personaggi: un investigatore privato e la sua bella cliente, alla ricerca di sua sorella.
Tassello dopo tassello il mistero si dipana, e non è una bella storia, il peggio del peggio sembra emergere dalle persone, e dirvi di più della trama sarebbe come privarvi del piacere del viaggio.
Viaggiare con Reacher è sempre interessante, per i luoghi che si visitano, per le persone che si incontrano, per il senso di libertà che si respira nei suoi romanzi, seppure i lati oscuri dell’America non siano pochi. Insomma è un thriller action on the road, dove il viaggio in sé è il bello della storia, l’avventura è parte del divertimento, e scoprire dove il mistero porta, il motore che ti fa voltare le pagine, questa volta ben 367, neanche troppe direte voi.
Ben scritto, ben tradotto, ci porta in posti che non frequenteremo mai, che non appaiono nei percorsi turistici, in compagnia di gente perlopiù poco raccomandabile, ma lo fa con una certa dose di realismo e anche molta divertita ironia.
Sempre in bilico tra il cavaliere senza macchia, e il killer senza pietà Reacher è un personaggio anomalo tra i buoni, e non un vero antieroe nel senso classico del termine. Non ha secondi fini, non ha loschi piani o vendette da attuare, non è la sete di guadagno che lo muove. Reacher resta tutto sommato un mistero, indecifrabile come una sfinge.
E una benedizione per i buoni che lo incontrano, che avranno in lui un aiuto ben poco convenzionale. Non segue leggi scritte, non giudica debolezze altrui, non evita di commettere crimini, dal furto all’omicidio, perché appunto conosce una sola giustizia, la sua.
Lee Child insomma ha rivisitato il genere western al tempo di computer, smartphone e armi moderne. E alla fine di ogni viaggio c’è un nuovo pullman da prendere, o un autostop da chiedere. E l’avventura continua.
Lee Child è nato a Coventry, in Inghilterra, nel 1954. Dopo aver lavorato per vent’anni come autore di programmi televisivi, nel 1997 ha deciso di dedicarsi alla narrativa: il suo primo libro, Zona pericolosa, è stato accolto con un notevole successo di pubblico e critica, e lo stesso è accaduto per gli altri romanzi d’azione incentrati sulla figura di Jack Reacher, personaggio definito dall’autore «un vero duro, un ex militare addestrato a pensare e ad agire con assoluta rapidità e determinazione, ma anche dotato di un profondo senso dell’onore e della giustizia». Nel 2019 è stato proclamato Autore dell’anno dal British Book Awards. Lee Child vive negli Stati Uniti dal 1998.
Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Tommaso dell’Ufficio stampa Longanesi (appassionato di Reacher quanto me).
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:: Come la folgore sorge da Oriente. Un pellegrino russo si racconta di Alexandre Siniakov (Edizioni San Paolo 2019) a cura di Giulietta Iannone
5 luglio 2019Premio miglior libro di spiritualità 2018 in Francia, Come la folgore sorge da Oriente. Un pellegrino russo si racconta (Comme l’eclair parte de l’Orient, 2017) di Alexandre Siniakov, tradotto dal francese da Carlo Travaglino, narra di un viaggio, metaforico e reale, tra Oriente e Occidente, compiuto da un giovane nato a Stavropol, odierna città della Russia sud-occidentale, ai margini settentrionali del Caucaso, nel 1981 quando era ancora territorio sovietico. Il suo amore per l’Occidente, e la Francia principalmente, nacque sui libri, dove incontrò anche per la prima volta Cristo. Le limitazioni di un regime che non privilegiava la libertà di movimento personale lo spinsero ad amare le lingue, prima l’inglese e il tedesco, appresi nella scuola sovietica che frequentò, poi il francese, in modo più autodidattico, viste come dono dello Spirito Santo e strumento di libertà, di comunione e di conoscenza.
Sin da piccolo voleva partire, lasciare il soffocante microcosmo del sovkhoz, azienda agricola imposta dalle autorità sovietiche a partire dal 1929, in seguito alla collettivizzazione delle terre e dei mezzi di produzione, e andare a Parigi, in Europa dove erano ambientati molti dei libri che amava. Poi la fede cristiana irruppe nella sua vita e si rafforzò in lui la vocazione di dedicarsi interamente a Cristo diventando suo consacrato. Sembra comunque che la Provvidenza non si sia dimenticata delle sue preghiere di bambino, e infatti proprio in Francia ha proseguito il suo percorso religioso diventando attualmente direttore di un seminario ortodosso nei dintorni di Parigi su incarico del patriarcato russo.
Non è tenero con il regime sovietico, non è vittima dello spirito nostalgico di molti russi che rimpiangono il passato, oggettivamente delusi dal presente problematico.
Cosa mi ha colpito di più di questo sacerdote ortodosso, è la grande indipendenza e autonomia intellettuale, retta da un carattere forte e determinato, insofferente di vincoli e costrizioni, ereditato dal suo sangue cosacco. Inoltre la sua visione unitaria del cristianesimo, di cui sopporta con malcelato disagio divisioni, e scontri teologici, ecclesiologici e dottrinali, dichiarandosi un ortodosso “cattolico”, nel senso originario del termine. Forte del fatto che il cosmopolitismo cristiano non è rifiuto delle differenze, delle peculiarità culturali e linguistiche dei popoli.
È affascinante insomma la sua visione del mondo, nella prospettiva del Vangelo, pur con tutte le differenze che ancora caratterizzano cattolicesimo e ortodossia. Da cattolici è perciò necessaria una fede matura per affrontare questo testo e non essere turbati da eventuali discrepanze intellettuali. Insomma le differenze sono ancora reali, sebbene attenuate da un certo spirito di tolleranza: dalla Dormizione di Maria, al matrimonio per i sacerdoti, al non riconoscere i sacramenti oltre a quelli all’interno della Chiese Ortodosse (tanto da necessitare un secondo Battesimo per Siniakov, precedentemente battezzato alla nascita secondo il rito dei Vecchi Credenti, cosa che per lungo tempo ha alimentato suoi dubbi e perplessità, considerato che il Battesimo è proclamato come unico).
Senza peli sulla lingua Alexandre Siniakov ci accompagna nel suo personale percorso di crescita spirituale e lo fa senza evitare ingenuità da lui commesse nel passato come bruciare Il Maestro e Margherita, colto da un raptus da Santa Inquisizione, giudicandolo blasfemo. Ora se ne pente, comprendendo che quel gesto fu unicamente dettato da ignoranza, entusiasmo neofita ed eccessivo zelo riconoscendo al libro di Bulgakov il suo reale spirito di denuncia del regime sovietico, più che un attentato all’integrità della fede cristiana.
Insomma è un testo spirituale ricco e autentico, non privo di asperità, ma capace anche di voli poetici come quando ci descrive il cielo stellato della steppa, dove senza inquinamento luminoso sono visibili miriadi di stelle come ai tempi di Abramo, o di osservazioni molto personali quando ci esprime il suo metodo educativo, il suo amore per la natura e gli animali, o quando indica la necessità di abbandonare il nazionalismo religioso (fa accenno a Israele) in favore di una fratellanza universale che pone sullo stesso piano ogni uomo a qualsiasi paese, lingua, tradizione appartiene, tanto da citare gli Atti 11, 17,
“Se Dio ha fatto a queste persone lo stesso dono di grazia che ha dato a noi che abbiamo creduto al Signore Gesù Cristo, chi ero io da poter impedire a Dio di agire?”.
Per raggiungere vette di saggezza quando per esempio puntualizza che più che criticare gli altri, la vera battaglia si compie all’interno di noi, lottando contro i nostri peccati e le nostre debolezze, e che il male non va cercato fuori, ma in ciò che ci impedisce di amare prima Dio, e poi il nostro prossimo.
Riportandoci al primo comandamento che già di per sé rende compiuta la Legge. Se ci limitassimo ad amare avremmo già di per sé ottenuto la pace, la completezza, la perfezione e la santità. Compreso questo ogni cammino di fede non può che portare alla salvezza per sé e per chi ci circonda, vedendo finalmente la verità luminosa in tutto il suo splendore.
Al netto delle sue connotazioni puramente spirituali, teologiche e correlate al sacro, Come la folgore sorge da Oriente ha la capacità di analizzare più nel profondo le relazioni tra Occidente e Oriente, entità più simili di quanto le apparenti divisioni sembrano comprovare, evidenziando infine quanto la spiritualità possa fungere da ponte tra due percorsi che non possono che tendere all’unità, nel rispetto delle differenze e delle perfezioni individuali.
Alexandre Siniakov nato a Stavropol (Russia) nel 1981, Alexandre Siniakov ha studiato alla Facoltà di teologia domenicana a Tolosa, prima di proseguire gli studi a Parigi, Cambridge (Gran Bretagna) e Lovanio (Belgio). È stato ordinato diacono nel 2003 e sacerdote nel 2004 a Vienna. Membro della rappresentanza della Chiesa ortodossa russa a Bruxelles, incaricato delle relazioni ecumeniche russe in Francia, dirige un seminario ortodosso nei dintorni di Parigi su incarico del patriarcato russo.
Source: libro inviato dall’editore al recensore. Ringraziamo Alessandro dell’Ufficio stampa Edizioni San Paolo.
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:: La maledizione delle ombre di Jean Christophe Grangé (Garzanti 2019) a cura di Giulietta Iannone
2 luglio 2019
Che Jean Christophe Grangé sia un outsider, un fuori casta, non è una novità. Come Grangé c’è solo lui. Se i suoi libri sono molto differenti dal nostro classico giallo all’italiana, dubito che rientri neanche nel giallo alla francese, Grangé naviga in acque tutte sue.
A suo modo è una versione europea, e spiccatamente francese, di James Ellroy, stessa abilità narrativa, stessa padronanza lessicale, stessa vena di temerarietà oltre le righe, stesso senso del ritmo e della suspense, e stessa prolificità, sono entrambi capaci di sfornare tomi da 500 pagine e più con praticamente poche pagine superflue, sebbene forse qualche sforbiciata qui e lì renderebbero i romanzi più maneggevoli.
Certo non sono libri per tutti, dire che i suoi libri sono adatti a stomaci forti è un eufemismo, e che le tematiche siano esclusivamente per adulti e ben poco influenzabili idem, non vorremmo mai che frotte di adolescenti in via di emulazione si tagliassero un fianco per esporre gli intestini a un particolare genere di voyeur.
Insomma ci siamo capiti La maledizione delle ombre (La terre des morts, 2018) edito da Garzanti e tradotto da Doriana Comerlati e Giuseppe Maugeri, è un libro da trattare con cautela.
Sebbene ami Grangé come autore, ecco mi pare doveroso avvertire i lettori che tra perversioni, droga, violenza, traumi, deliri etc.. qui Grangé ne ha fatto come una sorta di campionario, e se amate i thriller diciamo più tranquilli, bene forse è meglio che vi dirigiate verso altri lidi.
Non è tra i miei suoi libri preferiti, però non si può dire che non sia originale come costruzione della trama e dei personaggi, e inquietante, con tutto il torbido mondo legato a club sadomaso, esperti di shibari e bondage estremo, violenze e perversioni varie, e tutto quello insomma che dovrebbe shoccare, sconvolgere e scandalizzare il placido mondo borghese. Ma come si suol dire finchè si è adulti e consenzienti, tutto va bene, o quasi.
La sensazione che ho avuto, al netto della trama diciamo poliziesca, che analizzerò in seguito, (e vi preannuncio già geniale sia per come depista investigatori e lettore, per poi servire il colpo di scena finale secco come la lama della ghigliottina che cade) è che Grangé abbia voluto fare un viaggio personale nel misterioso e proibito mondo del sesso non omologato ed eretico, uno dei pochi campi dove sia ancora possibile una sorta di creativa ribellione e anarchia, col piglio indagativo di uno Stieg Larsson prima maniera, scrivendo una sorta di “Uomini che odiano le donne” contorto e psichedelico. Anzi introdurrei per lui il termine di acid thriller, se non l’hanno già coniato.
Eroe e protagonista della vicenda è Stephane Corso, capo della prima sezione della brigata Criminale del Trentasei parigino, un poliziotto sui generis, segnato da un passato difficile, senza famiglia, affidamenti familiari, droga, illegalità, abusi, preso per i capelli da Catherine Bompart, capo della Criminale, che l’ha letteralmente tolto dalla strada, salvato da un’accusa di omicidio e trasformato nel migliore poliziotto del Trentasei (non fatevi ingannare dal fatto che sembra che canni per tutto il romanzo ogni ipotesi investigativa possibile, in realtà sta lottando con una mente criminale al di là di ogni catalogazione, e alla fine scopre tutto, eccetto naturalmente il mistero finale che comunque Grangé ci serve in un piatto d’argento, e ormai molti lettori c’erano già arrivati o perlomeno ne avevano avuto il dubbio conoscendo i temi cardine dell’autore). Di destra, ma non così di destra come Catherine Bompart (che vota per il Front Nazional e auspica il ritorno della pena di morte), con un grumo di violenza compresso, che trova libero sfogo per esempio nell’operazione Pablo-Picasso, o quando pesta durante l’interrogatorio l’indiziato senza tante remore, (insomma rispetto per i diritti umani dei delinquenti pari a zero), con un unico e assoluto lato positivo, l’amore incondizionato e autentico per suo figlio Thaddée, l’unica luce in un mondo di oscurità, per cui lotterà contro l’ex moglie bulgara e dalla doppia vita, con gusti sessuali molto particolari. Insomma Corso è, pur con tutto quello che lo caratterizza, simpatico, nasce nel lettore per lui una certa empatia, non è insomma una carogna al cubo come avrebbe potuto essere. Grangé conserva qualcosa di sacro e positivo, e un barlume di speranza che racchiuderà un che di catartico nel finale. (Se no c’era davvero da dare la testa nel muro, credete a me).
Se il punto di forza del libro è il protagonista, anche il lato investigativo ha il suo fascino. Corso è a capo di una quadra formata da altrettanti validi poliziotti: Barbie, diciamo la sua vice, più acuta e sveglia di lui per molti versi, Stock, Ludo e Krishna.
Ma veniamo al caso che nasce dal ritrovamento, non lontano da place d’Italie, del cadavere di una spogliarellista dello Squonk, locale alla moda del X arrondissement, Sophie Sereyes, nome d’arte Nina Vice.
Già le modalità dell’assassinio e di come è stato composto il corpo (richiama alcune opere apocrife di Goya) fa capire che non siamo davanti a un assassino comune: i nodi con cui è stata legata la vittima, il volto sfigurato in maniera orribile e altri macabri dettagli lasciano gli investigatori sconcertati e perplessi.
Sulle prime il caso è affidato al comandante Patrick Bornek, vecchia guardia, uomo e poliziotto che segue la procedura, che non ne cava un ragno dal buco, allora per una sorta di avvicendamento il capo della Criminale affida il caso a Corso e alla sua squadra, ed è l’inizio di un tour degli inferi di prima grandezza.
Corso e i suoi rivedono punto per punto i passi condotti da Bornek (forti del fatto noi faremo meglio) finchè i nodi con cui era stata stretta la vittima li conducono da un vero maetro di shibari, l’arte della corda giapponese, che li illumina su alcuni particolari, tra cui la presenza di “nodi chiusi” che rimanda allo “shibari dei colpevoli” (confermando l’intuizione di Corso che quella morte sia una sorta di punizione), e soprattutto la presenza di un nodo aperto, a simboleggiare che è solo l’inizio e non si tratta di un omicidio isolato ma l’opera di un vero e proprio serial killer.
E infatti la seconda vittima arriva, sempre una spogliarellista dello Squonk, stesse modalità, stesso macabro rituale.
Indizi che si contraddicono, piste che non portano da nessuna parte, finchè un poliziotto ormai in pensione non arriva con un faldone e la sicurezza assoluta di sapere chi è l’assassino: un tale Sobieski, un vero pendaglio da forca, trent’anni prima giudicato colpevole di un omicidio molto simile per cui si è fatto una lunga sfilza di anni di carcere, per uscirne… redento, un’artista, un pittore quotato, beniamino di intellettuali, politici, e personaggi progressisti che ne hanno fatto un esempio di riabilitazione e rinserimento nella società.
Cose a cui Corso, non è manco il caso di dirlo, non crede affatto, insomma assassino una volta assassino per sempre, nessuna possibilità di redenzione, e infatti lo elegge a suo colpevole ideale, e per tutto il libro assistiamo a una sua personale, a volte scombiccherata, caccia per incastralo.
Ma Sobieski sarà davvero il colpevole?
Quando finalmente Corso riesce a arrestarlo e inizia il processo, l’apparizione del suo avvocato difensore Claudia Muller, paladina dei diritti degli indifendibili, donna bellissima e misteriosa, che non lo degna della minima attenzione (Corso si prende una scuffia pazzesca per la bella avvocatessa, così lontana dal suo modo di pensare e agire), le carte si ribaltano, tutto sembra perdere senso e anche in Corso si affaccia il dubbio, facendolo perdere nei meandri di un’indagine che ormai ha i connotati di un’ossessione.
Non posso dire di più ma la bravura di Grangé saprà governare questa massa apparentemente confusa e magmatica, tirando le fila e dando spiegazioni plausibili per ogni vicenda a prima vista inverosimile.
La cosa bella è che gli indizi rivelatori Grangé te li mette sotto il naso già dall’inizio (e insiste pure) e non li capisci. Corso non li capisce perché offuscato dalle sue ossessioni e dai suoi demoni interiori, il lettore perché in effetti chi regge il gioco non gioca pulito, anzi tutt’altro.
Al netto delle parti più macabre e splatter, non voglio sapere dove Grangé si è documentato per tutta la parte dedicata ai film gonzo e alla loro commercializzazione su internet, parti però funzionali a creare l’atmosfera nera che si respira per tutto il romanzo, non si può non ammirare la bravura di Grangé come scrittore. Alla fine della lettura comunque il dubbio che in giro di sciroccati che ce ne siano davvero tanti è legittimo, pur tuttavia è consolante che nasca tutto dalla fervida fantasia di Grangé, tipino da prendere con le pinze pure lui. Se dopo tutto quello che ho scritto non vi ho dissuaso definitivamente dal comprare il libro, vi auguro buona lettura, dopo tutto la realtà batte sempre qualsiasi fantasia. E c’è un limite pure a quello che si può scrivere in un romanzo. Grazie a Dio direte voi.
Jean-Christophe Grangé è autore di romanzi che hanno ampliato i confini del thriller tradizionale. Dopo l’esordio negli anni Novanta, giunge alla notorietà grazie al film di Mathieu Kassovitz tratto da I fiumi di porpora (Garzanti 1999) interpretato da Jean Reno e Vincent Cassel, il primo di diversi adattamenti delle sue opere per il cinema e la televisione. Per Garzanti ha pubblicato anche Il volo delle cicogne (2010), Il concilio di pietra (2001), Amnesia (2012), Il respiro della cenere (2013) e Il rituale del male (2016), primo volume della saga nera che trova la sua conclusione nell’Inganno delle tenebre (2017). Sempre con il medesimo editore pubblica La maledizione delle ombre (2019).
Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo l’ufficio stampa Garzanti.
:: Armenia e Nagorno Karabakh di Mauro Morellini (Morellini editore 2019) a cura di Giulietta Iannone
30 giugno 2019Paese misterioso e affascinante l’Armenia, territorio antichissimo ai piedi del monte Ararat. Così antico che a oltre 2000 metri a Karahundj si trovano i resti di un osservatorio astronomico neolitico precedente di secoli a Stonehenge.
Crocevia tra Europa e Asia, culla della cristianità testimoniata dalla presenza di moltissimi monasteri medioevali (tra i più conosciuti Sevanavank, fondato nel 929, Sanahin e il complesso di Tatev, raggiunto in cima ai monti dalla più lunga teleferica del mondo) e chiese e cattedrali, meta di pellegrinaggi religiosi, ricco di cultura e tradizioni enogastronomiche, l’Armenia è un paese solo da pochi anni al centro delle mete turistiche degli italiani, che l’hanno scoperto quasi per caso attirati dal suo paesaggio perlopiù montano, incontaminato, quasi deserto, dei 3 milioni di abitanti ben un milione risiede nella capitale Yerevan, città cosmopolita caratterizzata da un’ intensa vita notturna e di giorno da attività culturali e conviviali.
L’Armenia guarda all’Europa, come dice Mikayel Minasyan già Ambasciatore d’Armenia presso la Santa Sede, e l’Europa guarda all’Armenia si potrebbe dire, molti infatti eleggono questo splendido paese come meta turistica e culturale anche grazie al rafforzamento e ammodernamento delle infrastrutture e dei trasporti, oltre che delle strutture alberghiere per merito dei lungimiranti politici locali. Il resto l’ha fatto la natura, perlopiù inaccessibile e difficile da conquistare.
Mauro Morellini, titolare della Morellini Editore, con la guida ‘Inisder’ “Armenia e Nagorno Karabakh”, aggiornata e di semplice consultazione (oltre al cartaceo c’è anche il formato ebook) l’ha resa finalmente più accessibile, svelando anche molti dei suoi tesori così gelosamente conservati fino a oggi.
Tante le attrattive, dalle acque termali di Jermuk, con sorgenti calde naturali, che ne hanno fatto una delle più rinomate località di villeggiatura dai tempi dell’epoca sovietica, ma si potrebbe andare più indietro nel tempo fino al periodo zarista.
Alla zona del vino, con numerosissime cantine, tra cui una grotta che testimonia la vinificazione del mosto già in epoca preistorica, alle montagne, rinomate per gli sport invernali come quelle del Tsaghkunyats, agli alberghi super lussuosi come il Golden Palace Hotel di Tsaghkadzor, lussuoso resort a 5 stelle che ha ospitato capi di stato come Putin e Chirac, con tutti i confort e una veduta spettacolare delle montagne circostanti.
Insomma modernità e antichità si fondono lasciando inalterato il fascino di terre ancora perlopiù preservate dal turismo più affollato. Per chi ama insomma il silenzio, la pace e la contemplazione.
Ma davvero tante ancora sono le cose da vedere, e soprattutto non si può lasciare l’Armenia senza aver assaggiato il brandy armeno o visitato la maestosa cattedrale di Myar Dajar, il più antico sito cristiano in Armenia.
Al termine una sezione dedicata alla scoperta del Nagorno Karabakh, regione al centro di una disputa territoriale tra Armenia e Azerbaijan, ma di fatto estensione dell’Armenia, di cui possiamo ammirare il Monastero di Dadivank, il sito archeologico di Tigranakert, e la bellissima capitale Step’anakert.
Insomma se avete dei risparmi da parte e vi piace viaggiare, anche in modo piuttosto avventuroso, sembra che l’Armenia faccia al caso vostro, considerate solo il periodo in cui programmare il viaggio considerato che ci sono estati molto calde, fino a 44 gradi nella capitale, e inverni estremamante rigidi con temperature ben sotto lo zero, ma questa guida vi sarà preziosa anche per queste scelte. Dunque infine che dire se non: buon viaggio!
Mauro Morellini dopo essere stato l’editore italiano di Rough Guides con il marchio Fuori Thema, è ora titolare del marchio Morellini Editore. È autore per Hoepli del best seller “Expo Milano 2015 For Dummies”, “Milano for Dummies”, di “Giubileo 2015 for Dummies”. e “Taranto for Dummies” e per la sua stessa casa editrice della guida ‘Inisder’ “Armenia e Nagorno Karabakh”. Ha collaborato con Gambero Rosso, Guide L’Espresso, Donna Moderna e Starbene. Ha inoltre pubblicato “Bolognesi” per Edizioni Sonda e “100 libri di Enogastronomia” per Unicopli.
Source: libro inviato al recensore dall’editore, ringraziamo Francesca dell’Ufficio stampa Morellini.
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:: Il naufragio della ragione – Reazione politica e nostalgia moderna di Mark Lilla (Marsilio 2019) a cura di Giulietta Iannone
29 giugno 2019
Mark Lilla, saggista americano, docente universitario, collaboratore di riviste americane e inglesi, intellettuale eclettico e stimato, è l’autore di Il naufragio della ragione un libro quanto mai necessario nei nostri tempi confusi per capire quali forze, idee, strutture di pensiero sono alla base della sfiducia, del pessimismo, se non del vero e proprio catastrofismo che intride la nostra epoca.
Il naufragio della ragione è composto da una prefazione dell’autore, tre sezioni (pensatori, correnti ed eventi), e una postafazione.
Il libro racchiude tre saggi su pensatori del primo Novecento: Franz Rosenzweig, Eric Voegelin e Leo Strauss, inoltre l’autore analizza due movimenti intellettuali contemporanei: i neo-con, un importante filone della destra americana, e un piccolo ma interessante movimento dell’estrema sinistra accademica, devoto a un “nuovo ordine” capace di sfidare l’apparente deriva della storia che vede profonde affinità tra san Paolo, Lenin e Mao. E infine troviamo un saggio relativo a un singolo evento (i terribili attentati jihadisti francesi a Parigi nel gennaio 2015) che contiene due articoli che Lilla scrisse per il “New York Review of Books” relativi a due libri Il suicidio francese di Eric Zemmour e Sottomissione di Michel Houellebecq in cui i francesi, e il mondo intero con loro, cercarono una chiave di lettura illuminata per dare senso ai drammatici fatti appena trascorsi.
Il naufragio della ragione in sintesi analizza con acume e perspicacia una forza tellurica che sembra scuotere in modo sempre più incisivo il dibattito sociale e politico di questi anni difficili che stiamo vivendo: la nostalgia. Per un passato, per un Eden perduto di cui non ci restano che le macerie. La nostalgia, questo sentimento tardo romantico sembra il carburante propulsore dello “spirito reazionario”, spirito che ha attraversato tutta la storia contemporanea, ma proprio a causa della sua immaterialità e indefinitezza non è mai stato sconfitto dalla storia, a differenza dello spirito rivoluzionario che ha portato nel Novecento a tragedie e derive totalitaristiche, di cui è il contraltare.
Ma quando le cose iniziarono ad andare male, quando la storia prese l’accidentata strada che la sta portando verso l’abisso? Su questo i cosiddetti teorici della reazione sono divisi: per alcuni l’après moi le déluge va ricercato a partire dall’illuminismo, altri dalla Controriforma, per altri ancora prima, a partire dal Medioevo.
Per capire tutto ciò Lilla sceglie tre pensatori del Novecento, i su citati Franz Rosenzweig, Eric Voegelin e Leo Strauss, e ne studia il pensiero, le origini familiari, e li mette a confronto. Poi analizza le correnti intrise di nostalgia, animate e vivificate dallo spirito reazionario così volubile e volatile, attaccato per molto tempo come retrivo e oscurantista, relegato ai margini del discorso pubblico, e invece oggi quanto mai vitale e quasi riabilitato.
Interessante lo sguardo che dà ai fatti di gennaio 2015 occasione per un’amara riflessione su dove stia andando la società Occidentale e su quali siano stati i germi intellettuali, le idee che hanno portato a questa deriva, questa indubbia crisi che stiamo vivendo. Nella postfazione poi termina con un affascinante parallelismo letterario che ci porta a confrontare Don Chisciotte e Madame Bovary.
Tanti dunque sono i concetti analizzati con spirito lucido e partecipe, tanti i fraintendimenti in cui spesso cadiamo che Lilla stigamatizza e disvela. Innanzitutto pone come punto fermo la sostanziale differenza che esiste tra conservatori e reazionari, spesso confusi. Chiarito questo concetto tutto acquista nuova luce e maggiore chiarezza.
Certamente va ammirata la vasta cultura di Mark Lilla che passa elegantemente e senza apparente sforzo intellettuale da riflessioni teologiche, storiche, letterarie, filosofiche, politologiche rendendo però il testo di fatto complesso, un tantino ostico per il lettore non avvezzo a queste tematiche. Usa un linguaggio abbastanza settoriale il cui intento non è certo quello di farsi capire da tutti ma solo da persone culturalmente preparate per non perdersi tra accenni, ironiche frecciatine, riflessioni e sottintesi.
Un po’ del sapore iniziatico dello gnosticismo è calato anche su di lui, anche se forse non del tutto consapevolmente. Tuttavia io ho trovato il testo una lettura stimolante e ricca di rimandi e approfondimenti su concetti che forse non avevo mai messo in relazione a tematiche politiche o politologiche.
Propedeutiche alla lettura di questo testo sono molte letture dalle Lettere di San Paolo, al Corano, alla Città di Dio di sant’Agostino, al Libretto Rosso di Mao, davvero troppe per una sterile elencazione ma Lilla parla a lettori che questi testi li conoscono e possono seguire le sue divagazioni sempre intelligenti e mai avulse da una anche divertente verve polemica.
Destra e sinistra, Europa e America, mondo accademico e opinione pubblica, Islam e cristianesimo, sembra che il mondo contemporaneo viva di blocchi contrapposti, antinomie pervase da una nostalgica tensione verso una mitica e immaginaria età dell’Oro, un mondo ideale intriso di valori tradizionali dall’onestà alla purezza di intenti, alla rettitudine che virtuosamente governavano l’agire umano.
Non si può non rivolgerci all’origine delle religioni o per meglio dire dei miti ancestrali che lasciano nell’uomo contemporaneo alcune delle poche certezze che ancora gode, preoccupato dalle incognite del futuro.
Sottovalutare questo significa precludersi una delle chiavi interpretative più che mai necessarie per comprendere il mondo contemporaneo, dalla Russia di Putin all’America di Trump, e le loro politiche di restaurazione e ordine, che sembrano attrarre tanti consensi, ma possono nello stesso tempo contenere i germi di derive dagli sviluppi ancora non del tutto prevedibili. Traduzione dall’inglese di Stefano Travagli e Anita Taroni.
Mark Lilla (1956) insegna al Dipartimento di Storia della Columbia University. Collabora con la «New York Review of Books» e altre riviste americane e inglesi. Autore di diversi volumi, in Italia sono usciti Il Dio nato morto. Religione, politica e Occidente moderno e Il genio avventato. Heidegger, Schmitt, Benjamin, Kojève, Foucault, Deridda e i tiranni moderni (2010). Con Marsilio ha pubblicato L’identità non è di sinistra. Oltre l’antipolitica (2018).
Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo l’Ufficio stampa Marsilio.
:: Giochiamo con l’inglese: Numeri, Parole e colori (Gallucci 2019) a cura di Giulietta Iannone
20 giugno 2019Oggi vi parlo di due simpatici libri sonori, consigliati dai 18 mesi in su, dedicati all’apprendimento dell’inglese. Occasione per permettere anche ai più piccoli, tramite stimolazioni visive e auditive, di accostarsi a questa lingua che sarà così importante nella loro vita futura.
Giocando avranno modo di imparare i numeri inglesi (dall’uno al sei) e potranno associare immagini, suoni e colori. I disegni di Marie Leghima sono colorati e divertenti, il testo è stampato in maiuscolo secondo le attuali indicazioni pedagogico-didattiche e ministeriali, e la voce, molto gradevole, è di Olivia Ross.
Ma come si utilizza? Il genitore o l’educatore deve andare all’ultima pagina, sollevare il cartoncino e posizionare l’interruttore su ON, verso sinistra. Da quel momento il libro si anima e permette, sfiorando i chip argentati, di ascoltare la voce e i suoni registrati. Facile no?
Il bambino potrà ripetere le parole della voce registrata, o seguire le attività proposte come cercare altri oggetti dello stesso colore (in Parole e colori) o trovare altri oggetti o animaletti, numerandoli (in Numeri).
6 sono gli effetti sonori per ogni libro, e nell’ultima pagina ci è un riepilogo di verifica che invita il bambino a contare fino a sei in iglese, o a pronunciare in inglese il nome degli oggetti raffigurati.
Colorati, divertenti, utili, due libri per la crescita che stimolano l’immaginazione, la fantasia e la capacità mnemonica.





























