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Intervista a Paolo Venturini per “Michele Dancelli, l’asso di fiori”, Compagnia della stampa Massetti Rodella (2020) A cura di Viviana Filippini

25 gennaio 2021

“Michele Dancelli, l’asso di fiori” è il libro del giornalista Paolo Venturini con protagonista il ciclista bresciano Michele Dancelli attivo dal 1963 al 1974 nel mondo del ciclismo con 54 successi, tra i quali la Milano-San Remo del 1970 con una fuga in solitaria di 70 chilometri. Il libro edito da Compagnia della Stampa Massetti Rodella, grazie alle fotografie e ai testi di Venturini ripercorre le imprese sportivi di Dancelli e, allo stesso tempo, lo racconta dal punto di vista umano e emotivo, dando al lettore un ritratto completo di Dancelli sportivo e uomo. Ne abbiamo parlato con l’autore. Prefazione Ernesto Colnago.

Paolo ben trovato a Liberi di scrivere, perché hai scelto di scrivere un libro sul ciclista Dancelli? L’idea è nata a fine 2019 dal momento che nel 2020 si celebravano i 50 anni dalla vittoria alla Milano Sanremo di Michele Dancelli al termine di un’impresa epica che fotografa in pieno il carattere di attaccante e ribelle di Michele Dancelli. La vittoria alla Sanremo è il successo più prestigioso nella carriera del ciclista bresciano. ma non l’unico. Purtroppo la sua immagine è legata a quell’impresa e quasi tutti gli appassionati lo ricordano solo per questo. Così ho pensato di rendergli omaggio raccontando la sua figura affinché non fosse dimenticato. In fondo si dice che i libri donino l’eternità. A parte questo non volevo emulare altri che hanno scritto in passato sul campione di Castenedolo ed ho pensato di legare la sua figura al momento storico, ovvero la fine degli anni ‘60 per contestualizzarlo e farlo diventare a suo modo un figlio del suo tempo, ovvero un corridore e un uomo ribelle alle convenzioni, istintivo e rivoluzionario nel modo di interpretare la corsa senza eccessivi tatticismi, ma con tanta creatività. Tant’è che il titolo originale dell’opera doveva essere “Il Ribelle”, poi…

“L’asso di fiori” del titolo che cosa rappresenta? Quando stavo raccogliendo il materiale per la pubblicazione del libro ho scoperto che la vittoria alla Milano Sanremo di Dancelli funge da ispirazione a Ernesto Colnago, oggi ambasciatore del made in Italy per quanto riguarda le bici da corsa e profondo innovatore tecnico (introdusse per primo il telaio in carbonio e i freni a disco), per la creazione del suo logo famoso in tutto il mondo, l’asso di fiori. Ma pochi sanno che quel simbolo nacque proprio in seguito alla vittoria di Michele a Sanremo. Colnago all’epoca, il 19 marzo del 1970, è il meccanico di Dancelli, lo segue in ammiraglia con la bici in spalla durante la sua fuga e gioisce con lui per la vittoria. Al ritorno entusiasta da Sanremo, la sera si ferma a cenare in un ristorante di Laigueglia dove incontra Bruno Raschi, storica firma della Gazzetta dello sport intento a scrivere per il giornale sportivo dell’impresa di Dancelli. Confidandosi con il giornalista, Colnago gli rivela che sta cercando un nuovo logo per la produzione delle sue biciclette e vorrebbe fare qualcosa in ricordo di quella straordinaria giornata. Raschi gli suggerisce l’asso di Fiori, perché l’asso è lui Colnago, re della bici, ma è anche Dancelli, il fuoriclasse e i fiori che ricordano la Riviera dove si è celebrata l’impresa. Da lì inizia una storia imprenditoriale tutta nuova e di grande soddisfazione per Colnago. In senso più esteso però l’asso di fiori rappresenta anche una carta vincente, proprio come Dancelli, capace se vuole ed ha fortuna, di qualsiasi impresa.

Come è stato ricostruire la vita del ciclista bresciano? Naturalmente alla base ci sono stati una serie di colloqui interviste nelle quali ho sollecitato alcune risposte e ho chiesto di raccontarmi qualche aneddoto. Per fortuna Dancelli è stato molto lucido e alcuni episodi li ricordava perfettamente, come fosse ieri, regalandomi anche alcune chicche. Poi però ho dovuto fare un grande lavoro di ricerca per ricostruire gli avvenimenti sportivi e non solo di quel periodo per arricchire il racconto che non vuole essere una semplice biografia.

Quale è l’aspetto che più ti ha colpito di Dancelli sportivo e di Dancelli uomo? Innanzitutto la sua carica umana, correva per passione ma anche per mangiare, la bici era per lui un mezzo di riscatto sociale da una condizione iniziale di povero muratore orfano. Eppure una delle prime cose che mi ha detto è che vincere in fondo gli dispiaceva per chi veniva battuto, soprattutto se batteva non campioni per i quali una vittoria in più poteva fare la differenza. Poi nella vita privata è stato uomo di grandi passioni, ha vissuto a tratti intensamente, ha commesso errori, ma mai senza intenzionalità o peggio cattiveria.

Come definiresti la pedalata del ciclista nativo di Castenedolo (Brescia)? In gergo tecnico si dice rotonda e pulita quando un ciclista sa esprimere a pieno le sue potenzialità tecniche. Il problema di Dancelli non erano le gambe, finché non ha patito infortuni, fisicamente era fra i migliori corridori della sua epoca ricca peraltro di grandissimi campioni (Anquetil, Merckx, Gimondi, Motta solo per citarne alcuni); bensì la testa. Perchè quando si abbassava la bandiera di una gara equivaleva per lui al drappo rosso per un toro nell’arena e si scatenava. Ma come il toro, per la sua prematura irruenza, spesso veniva infilzato dagli avversari.

Michele Dancelli ha partecipato alla stesura del libro? Che impressione ha avuto nel momento in cui si è ritrovato protagonista di una biografia? Senza il suo consenso questo libro non avrebbe visto la luce. Ho dovuto corteggiarlo per qualche mese affinché accettasse di fare il libro e sottoporsi alle domande. Avevano già scritto qualche biografia su di lui, ma le precedenti non avevano mai scavato nella sua vita privata e da lì è nata la sua ritrosia. Poi quando ha letto le prime pagine del libro, allora è stato molto contento, direi lusingato.

Quanto è stato sofferto l’abbandono del ciclismo per Dancelli?

Più di quanto non si creda. Oggi buona parte dei corridori di livello che non vogliono abbandonare l’ambiente si ricicla come direttore sportivo o manager, ai suoi tempi non c’era questa possibilità. Ha fatto il possibile per restare nell’ambiente e la nostalgia per la competizione l’ha portato ad affrontare per qualche tempo le gare amatoriali della domenica.

Un’ultima domanda Paolo. Questo è il tuo primo libro, come è stato scriverlo? Stai già pensando a qualcosa d’altro? È stato impegnativo perché ho dovuto conciliare il lavoro di redazione con questo. Spesso mi sono trovato a scrivere di notte. Ma alla fine è stato talmente eccitante che quando iniziavo a scrivere un capitolo andavo avanti senza sosta fino alle 6 del mattino. Mi ha particolarmente appassionato il lavoro di ricerca storica e la costruzione della storia stessa. Penso sia quello che ho sempre voluto fare nella vita e forse non ho avuto mai il coraggio, l’occasione o la giusta ispirazione per fare. E’ stato talmente eccitante e di soddisfazione la realizzazione del libro (anche se penso che avrei potuto fare meglio, col senno di poi) che ho già in cantiere altri lavori. Due libri in particolare dovrebbero vedere la luce entro fine anno, uno ancora in argomento ciclistico e un altro dedicato ad un tema completamente diverso. Entrambe saranno biografie romanzate. Di più non posso rivelare. Grazie.

“Mi hanno chiuso la scuola”, Chiara Lico, (Lapis edizione 2019) A cura di Viviana Filippini

16 ottobre 2019

ScuolaTorna in libreria e sempre con un libro per ragazzi la giornalista Chiara Lico, e lo fa con “Mi hanno chiuso la scuola”, pubblicato da Lapis edizioni. Protagonista Mos (Moscardino), un ragazzino che ama la sua scuola non solo per gli amici e gli insegnanti, ma come edificio, perché è un luogo dove si sente bene a studiare e con i compagni. Il dramma si compie quando Mos, accidentalmente, scopre che qualcuno (certi adulti che hanno interessi economici) è intenzionato a chiudere la sua scuola. Il ragazzino è disperato, allo stesso tempo arrabbiato, tanto che comincia a manifestare la sua irritazione vestendosi ogni singolo giorno, dalla testa ai piedi, di colore verde.  La cosa si complica in modo maggiore quando Mos scopre che la ragazzina per la quale ha perso la testa, Marilù, è la figlia di uno degli adulti (non vi svelo chi è) coinvolti nella vendita della scuola e questo scatenerà nel protagonista sentimenti contrastanti. Mos è quindi travolto e stravolto da emozioni e sensazioni del tutto nuove per lui e lo stress che lo colpisce lo mette a k.o. causandogli improvvisi, e anche parecchio lunghi, attacchi di sonno. Il protagonista non si perde d’animo e cerca di coinvolgere i suoi compagni in azioni che puntano alla salvezza della scuola, ma il loro agire si rivelerà composto dei veri e propri disastri. Mamma, papà, la sorella non sempre comprendono Mos, anzi spesso fraintendono quel suo attaccamento alla scuola e lo rimproverano per i suoi gesti che si trasformano in marachelle dalla conseguenze spesso incalcolabili. E l’essere incompreso colpisce il protagonista anche sul campo di calcio, dove né la sua allenatrice, né i suoi compagni di squadra sembrano comprendere il suo dramma. Il romanzo della Lico è la storia di una passione di un ragazzino per quello che è stato il luogo della sua prima formazione alla vita, non solo scolastica, ma alla vita quotidiana di ogni singolo giorno.  L’autrice si concentra sul fatto che a volte certi avvenimenti nell’esistenza delle personesono il segno incisivo del cambiamenti di abitudini consolidate, e questo variare, in alcuni casi sconvolge- come accade per Mos- chi ne è direttamente coinvolto. Mos sarà scosso dalla chiusura della scuola, dal nuovo istituto dove andrà a lezione, dai nuovi compagni che per lui sono un mondo tutto da scoprire. Mos protagonista di “Mi hanno chiuso al scuola” di Chiara Lico, vive uno dei primi step del suo cammino di formazione, nel senso che la chiusura della scuola è una prova che scatenerà in lui un cambiamento. Il libro di Chiara Lico dimostra che nella vita delle persone accadono eventi che a volte lasciano dei segni indelebili e abituarsi al nuovo che avanza e nel quale ci si trova immersi, a volte, sembra del tutto impossibile, ma la storia di Mos, dimostra che cambiare è si può, anche se il percorso è un po’ tortuoso. La storia è arricchita dalle simpatiche illustrazioni di Francesco Fagnini.

Chiara Lico lavora in RAI, al Tg2 dove si occupa di cronaca e conduce il telegiornale: ha realizzato servizi, inchieste e approfondimenti che hanno sempre come sfondo il sociale. Ha lavorato per il gruppo editoreiale L’espresso e per Mediaset (Tg5). Collabora con il blog de ilfattoquotidiano.it. Dal 2019 conduce il magazine Tg2Italia. NRl 2017 Chira Lico ha pubblicato il suo primo romanzo per ragazzi: “Il rischio” (Sinnos editore). Per saperne di più https://www.chiaralico.it/

Source: richiesto dal recensore all’editore. Ringraziamo l’ufficio stampa Lapis Edizione.

:: La squadra dei sogni – Il cuore sul prato di Marino Bartoletti (Gallucci Editore 2019) a cura di Giulietta Iannone

27 luglio 2019

La squadra dei sogni - Il cuore sul prato

«Non mollate mai, ragazzi, anche quando sembra che tutto vi abbia voltato le spalle! Siate sempre padroni del vostro destino».

Per chi ama il calcio il nome di Marino Bartoletti è molto conosciuto, forse invece sorprenderà scoprirlo autore di un delizioso romanzo per ragazzi dal titolo molto evocativo La squadra dei sogni – Il cuore sul prato. Una storia di amicizia, di crescita, di superamento delle differenze, una storia che trasmette gli autentici valori positivi che lo sport porta con sé. Non è un romanzo puramente didattico ed educativo, ci parla dei ragazzi di oggi che finite le elementari si affacciano alle medie e al complicato mondo degli adulti. Classi sociali, ricchezza, origini geografiche ancora incidono nel mondo dei grandi, non si può negare che certi privilegi esistano, che alcuni ragazzi siano più avvantaggiati di altri, ma a quell’età altre sono le cose importanti: la lealtà, l’amicizia, la solidarietà, la sincerità. Valori che lo sport dovrebbe rendere attuali anche da adulti. La squadra dei sogni Il cuore sul prato ci parla infatti di due ragazzini Carlo e Dorian, cresciuti insieme, che al passaggio delle medie si trovano separati in scuole diverse, ed addirittura rivali in campo. Ma vale più un goal e una vittoria, o l’amicizia? Lo scopriremo assieme ai due sbarazzini protagonisti. Poi conosceremo don Chilometro, un sacerdote molto sui generis, il preside della Sassi e il preside della Mellone. E tanti altri. Simpatici i disegni di Giuseppe Ferrario, che ne fanno un libro utilissimo anche a chi sta imparando l’italiano, per esercitarsi nella lettura e nella comprensione. Consigliato dai 9 ai 99 anni.

Marino Bartoletti è uno dei più celebri e amati giornalisti italiani. Ha condotto e spesso ideato trasmissioni televisive storiche come “Il processo del lunedì”, “La Domenica Sportiva”, “Pressing”, “Quelli che il calcio”. È stato direttore del “Guerin Sportivo” e commentatore di tante edizioni del Giro d’Italia, della Champions League, dei Campionati europei e mondiali di calcio e dei Giochi olimpici.

Giuseppe Ferrario nasce a Milano nel 1969. Già da bambino si diverte così tanto a disegnare, che lo fa ancora oggi. Dopo l’Accademia di Belle Arti di Brera inizia a lavorare come scenografo per il parco di Gardaland, oltre che come illustratore e fumettista. Ha collaborato con Walt Disney, Warner Bros, Mtv, Image Comics; scrive e disegna fumetti per “Il Giornalino” e ha fondato Effigie, società che si occupa di cartoni animati e grafica. Ha una moglie, quattro figli e un coniglio. Sogna di diventare il miglior alpinista del mondo.

Source: ringraziamo Marina Fanasca dell’Ufficio stampa Gallucci per la copia stampa.

:: Zona d’Ombra, Jeanne Marie Laskas (Piemme, 2016) a cura di Micol Borzatta

9 maggio 2016

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Settembre 1968. Nella zona più remota del Biafra, mentre imperversa la guerra, nasce Bennet Omalu.
Fin da bambino venne considerato un genio dalla sua famiglia, e lui capì subito che questo poteva evitargli i classici lavori casalinghi a cui tutti i bambini erano costretti, così ogni volta che doveva fare qualcosa prendeva la scusa di dover studiare. Scusa che poi divenne realtà. Infatti Bennet scoprì presto che non gli interessava uscire a giocare a palla con gli amici, ma preferiva stare immerso nei libri e scoprire cose nuove.
Passione che lo portò a quarant’anni ad avere cinque lauree, più due da conseguire entro la fine dell’anno in corso, ed essere il neurologo con maggior esperienza del cervello umano.
Questa sua esperienza lo portò così, esaminando il corpo di Mike Webster, a trovare una nuova malattia del cervello.
Mike Webster era stato un grande campione di football, ma finita la carriera aveva iniziato ad avere comportamenti irosi, letargia, amnesie, fino a quando non è morto, per tutti a causa di un attacco cardiaco.
Bennet riesce a farsi dare il permesso, sia dal suo mentore e superiore che dall’avvocato della famiglia Webster, di studiare il cervello di Iron Mike, come lo chiamavano ai tempi del football, e scopre che l’ex giocatore soffriva di Encefalopatia Traumatica Cronica (CTE) causata dai colpi alla testa presi durante la carriera sportiva.
Subito lo fa presente alla lega NFL, portando a testimonianza anche gli esami eseguiti su altri ex giocatori morti suicidi, ma la lega fa di tutto per nascondere ogni fatto e lavarsi le mani.
Inizia così una battaglia legale che durerà anni in cui Bennet e le famiglie dei giocatori combatteranno con le unghie e con i denti.
Un romanzo che non è un romanzo, la Laskas infatti narra una storia vera, storia che le è stata raccontata direttamente da Bennet in persona e dalle famiglie degli ex giocatori morti.
Una storia di come il potere spesso viene usato in malo modo e le grandi multinazionali cercano sempre in tutti i modi di insabbiare qualsiasi cosa possa andare contro i loro interessi, come ad esempio le aziende di tabacco che insabbiarono il legame tra le sigarette e il cancro, e lo stesso avvocato che all’epoca difendeva quelle aziende, successivamente ha provato a difendere la NFL.
Bennet Omalu sembra essere per tutto il libro un narratore che sta ai margini, e come si definisce lui stesso è perché lui è un uomo da dietro le quinte, ma Bennet Omalu, pur non essendo mai stato riconosciuto dalla storia, è l’effettivo scopritore della CTE, colui che ha fatto in modo che negli anni a venire la gente sapeva cosa aspettarsi.
Un romanzo che fa accapponare la pelle, raccontato con una narrazione semplice, tocca a fondo un argomento fortissimo e di vitale importanza.
Romanzo che grazie a Ridley Scott, e alla partecipazione di Will Smith nei panni di Bennet, è approdato anche al cinema per aprire gli occhi a tutti e denunciare questi comportamenti.

Jeanne Marie Laskas nasce nel 1958.
Scrittrice e docente di scrittura creativa ha collaborato con Esquire e per quindici anni con il Washington Post Magazine e il New York Time Magazine.
Autrice di sette libri, molti dei quali premiati.

Source: pdf inviato dall’editore al recensore, ringraziamo Federica dell’Ufficio Stampa Piemme.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.