:: Un’intervista con Rossana Balduzzi Gastini a cura di Giulietta Iannone

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Rossana Balduzzi GastiniBenvenuta su Liberi di scrivere signora Balduzzi Gastini, e grazie per aver accettato questa intervista. Ci parli di lei, dei suoi studi, del suo lavoro, della sua infanzia.

Innanzi tutto sono io a ringraziare lei per avermi proposto questa gradita conversazione. Dovendo parlare di me inizierei con il dire che sono nata ad Alessandria dove, a parte un periodo milanese, ho sempre vissuto. Ho studiato al liceo classico Plana famoso perché vi studiò Umberto Eco e poi mi sono laureata in architettura presso il Politecnico di Milano. Per anni ho svolto la professione di architetto e poi improvvisamente “la svolta”, un cambio di vita rinascendo come scrittrice.

Come è nato il suo amore per i libri? Cosa l’ha spinta a diventare una scrittrice?

Si potrebbe dire che il mio amore per i libri sia nato con me e così il desiderio di inventare situazioni e personaggi che mi è sempre appartenuto. Ricordo che da piccola mi immergevo per ore e ore nel mondo meraviglioso della fantasia immaginando storie fantastiche da far vivere alle mie bambole. Giocando parlavo spesso da sola, dando voce ai vari personaggi totalmente indifferente a ciò che accadeva intorno a me.
Poi, una volta aver imparato a leggere, ho passato tanto tempo tra le pagine di libri di fiabe e di romanzi per ragazzi con un coinvolgimento emotivo importante. A mia madre è capitato spesso di trovarmi in lacrime per la sorte avversa capitata a qualche personaggio letterario a me caro. Fin da piccola ho sempre bonariamente invidiato chi riusciva a creare storie così emozionanti e allora mai più avrei potuto immaginare che un giorno anche io avrei fatto parte attiva di quel mondo dagli echi fantastici per me così ammalianti. Crescendo e iniziando a lavorare ho smesso di inventare storie anche se spesso mi accadeva di subire dalla vita quotidiana suggestioni che sapevo che avrebbero potuto dare vita a diverse narrazioni ma non sono mai andata oltre quell’intuizione iniziale. Poi, invece il momento è arrivato così all’improvviso senza che io abbia fatto nulla per cercarlo: sono entrata in un locale, ho provato un forte turbamento e, poco dopo, ha prepotentemente preso vita Emma la protagonista di Life on loan e di Covered i miei primi romanzi.

Ora parliamo di “Giuseppe Borsalino – L’uomo che conquistò il mondo con un cappello”, libro giunto tra i cinque finalisti del Premio Biella Letteratura e Industria. Come è nata l’idea di scriverlo? Qual è stato il punto di partenza nel processo di scrittura?

La creatività ha veramente qualcosa di magico, qualcosa di inspiegabile e così anche in questo caso una mattina, senza che nulla fosse accaduto a rammentarmelo, il nome di Giuseppe Borsalino mi è balzato prepotentemente in mente. Dopo una sommaria indagine mi sono resa conto che a differenza di altri personaggi coevi, come per esempio Thomas Burberry fondatore dell’omonimo marchio, Giuseppe Borsalino, sebbene avesse fatto del suo cognome un mito, era praticamente sconosciuto se non a livello locale e per locale intendo solo la città di Alessandria, nemmeno l’Italia! Incredibile – mi sono detta – eppure quest’uomo ha inventato il Made in Italy cento anni prima che si iniziasse a parlare di esportazione di prodotti creati dal genio italiano e nessuno lo sa! Cento anni sono un tempo considerevole … ma la cosa straordinaria è stata che poi. a mano a mano che progredivo nelle ricerche, mi sono resa conto che Giuseppe Borsalino è stato molto più di questo, davvero molto di più.

Ha scelto un particolare genere tra la biografia e il romanzo di formazione, senza tralasciare il contesto storico, economico e culturale nel quale il suo protagonista visse. Perché questo approccio?

Come ho spiegato nelle note del libro, riguardo la prima parte della vita di Giuseppe non ho potuto disporre di molti dati: le uniche notizie pervenutemi erano che nacque a Pecetto di Valenza da famiglia modesta, che fu un ragazzino “difficile”, che non amava la scuola, che scappò di casa giovanissimo per raggiungere la città di Alessandria e che poi emigrò nell’ordine a Intra, Sestri Ponente, Marsiglia, Aix en Provence, Bordeaux e infine a Parigi dove divenne mastro cappellaio. Poi tornò ad Alessandria dove con il fratello diede vita al suo sogno. Sono stati quindi la storia economica, sociale del periodo, la voglia di libertà, la fine dell’assolutismo, il palpito dell’era moderna nascente, della Parigi di Haussmann, della società delle Grandi Esposizioni Universali dove venivano esposte le invenzioni che di lì a poco avrebbero cambiato il mondo per farne quello che ora noi stiamo vivendo, sono stati tutti questi fattori, dicevo, a plasmarne la figura, a suggerirmi come mostrare il tormento interiore di questo ragazzino geniale che voleva trovare il modo di migliorare la propria vita e quella della sua famiglia. Per rendere al meglio la passione che segnò tutta la sua vita, il fuoco che ardeva dentro di lui e che lo ha portato in giro per il mondo ho preferito la forma romanzata a quella propria della biografia. Ho voluto che Giuseppe vivesse, parlasse e agisse direttamente affinché voi lo comprendeste e lo sentiste più vicino.

Che idea si è fatta di Giuseppe Borsalino? Quali sono stati secondo lei i suoi punti di forza che l’hanno reso l’imprenditore geniale che è stato?

Giuseppe Borsalino è stato un genio illuminato. Un uomo che non ha avuto paura di mettersi in gioco e che, non abbattendosi mai di fronte alle indubbie difficoltà capitategli, ha vinto la scommessa con la storia. Come imprenditore già all’epoca ha incarnato la figura dell’industriale moderno che sa che l’importante nella produzione sono l’anticipazione e l’adattamento alle esigenze dei destinatari dei suoi prodotti. Per Giuseppe l’atteggiamento stanco di colui che tende ad accontentarsi di ciò che produce non può durare sul lungo periodo. Giuseppe Borsalino ha subito compreso che per mantenere la credibilità nel tempo serve continuamente migliorarsi e tenere alta la qualità del prodotto. Egli fu anche un imprenditore dalla grande umanità perché fece proprie le idee delle utopie socialiste come quelle di Owen e Fourier trasferendone, però, i contenuti non in città ideali ma direttamente nella società reale avviando così una vera trasformazione sociale. Egli fu un precursore della legislazione in materia pensionistica, di prevenzione sanitaria e infortunistica e fece tanto per le donne lavoratrici. I suoi lavoratori sono stati veramente la sua famiglia e il primo operaio della Borsalino era lui.

E per la città di Alessandria la sua figura che ruolo ha rappresentato e tuttora rappresenta? Pensa che i giovani conoscano il suo peso di antesignano del made in Italy, ambasciatore della raffinatezza e dell’eleganza italiana nel mondo?

Alessandria, come gli stessi cittadini riconoscono, forse per ragioni storiche legate alle diverse dominazioni che ha dovuto subire, è una città che dimentica: un tempo, quando lo straniero lasciava andare il suo giogo, si scordava per non abbattersi di fronte alle devastazioni perpetrate in città si guardava solo al futuro per cercare di crearsi una nuova identità sociale. Ora, però, è il tempo di ricordare, mi sono detta nell’accingermi a scrivere la storia di Giuseppe Borsalino. I giovani non conoscono il peso di quest’uomo, la sua forza e il suo esempio motivante è questo il motivo per cui ho scritto la sua storia. Giuseppe è stato un ragazzo che prima di tutto ha cercato di conoscere se stesso per poi sfruttare al meglio le sue capacità: si può dire che le domande che il giovane Giuseppe si pone quando decide di cambiare la sua vita, sono quelle che i ragazzi dovrebbero fare a se stessi per maturare scelte più consapevoli.

Ad Alessandria esiste un museo, dove sorgeva il suo laboratorio in via Schiavina? Oltre al prezioso fondo Borsalino Giuseppe e fratello Spa della Biblioteca civica di Alessandria.

Esiste un museo del Cappello, è vero, non in via Schiavina dove sorgeva il primo laboratorio ma in corso cento Cannoni dove fu trasferita la Borsalino tra la fine del 1800 e i primi del 1900.

Come si è documentata durante la stesura di questo libro?

Dando un’occhiata alla bibliografia è facile farsi un’idea della mole di documenti che sono stati necessari per documentarsi. Ho ricercato su testi dell’epoca storici, economici, architettonici, urbanistici, su trattati di viabilità … su manuali che utilizzavano gli artigiani dell’epoca per comprendere le tecniche lavorative usate da Giuseppe, su riviste di costume e società dell’epoca e ho spulciato molti quotidiani del periodo italiani e stranieri. Su alcuni quotidiani neozelandesi ho trovato interviste inedite fatte a Giuseppe Borsalino e a Matthias Zurbriggen al loro arrivo in Nuova Zelanda durante la spedizione per scalare il monte Cook. E sì , perché Borsalino fu anche un grande scalatore e viaggiatore. è stato un lavoro di preparazione intenso ma esaltante durante il quale io per prima ho scoperto parti della storia e particolari della società dell’epoca che ignoravo.

Nel suo romanzo la forza del sogno è fondamentale, pensa che anche oggi sia questo il segreto del successo di molte realtà industriali italiane? Pensa che gli imprenditori, tra crisi economiche più o meno endemiche, ostacoli, avversità sappiano ancora sognare?

Sono i sognatori i veri artefici della trasformazione della società. Il sogno è l’emblema del pensiero creativo, primo gradino del percorso che porta al cambiamento in tutti gli ambiti. Indubbiamente molti grandi imprenditori sono stati inizialmente dei sognatori e molti negli anni a venire lo saranno io voglio crederlo. Bisogna immaginare e intuire per poter creare qualcosa e non aver paura di osare. Io stessa a chi in certe occasioni mi ha detto – lascia stare che è complicato – ho sempre ribattuto che “se anche nella vita non c’è nulla di facile tutto però è fattibile”. Indubbiamente alla base di ogni sogno, come Giuseppe Borsalino per primo insegna, serve avere come fine il bene di tutti coloro che prendono parte all’opera non solo il proprio tornaconto. L’esempio di Borsalino ci aiuta, infatti, a capire la necessità di ritrovare il senso di un’economia che “produce” e che nel farlo mantiene alto il valore dei rapporti umani e del rispetto per gli altri concetti che purtroppo la finanza oggi dominante considera altamente e facilmente sacrificabili come ho ben esposto nella serie intitolata Life on loan.

Le piacerebbe se il suo romanzo diventasse un film, o una serie tv? Ci sono progetti reali in merito? Chi vedrebbe bene nel ruolo di Giuseppe Borsalino?

Mi piacerebbe moltissimo è una storia avvincente ed emozionante. Ho sentito dire che ultimamente il cinema predilige storie con protagoniste femminili ma credo che la storia di quest’uomo che ebbe sempre grande rispetto per le donne sarebbe di grande esempio per i giovani e di aiuto e sostegno alla causa femminile. Giuseppe Borsalino, infatti, è stato come mi piace dire, un “datore di empatia” cioè sapeva calarsi nei panni degli altri, capirne i problemi e le necessità per poter così poi sapere cosa fare per aiutare come lo fu anche Olivetti qualche anno dopo. Questa capacità sociale è spesso erroneamente attribuita alle donne. Invece la storia di Giuseppe dimostra che essa è patrimonio di tutti va solamente riscoperta in ognuno di noi. Quanto a chi vedrei nel ruolo di Giuseppe … sono molte le figure di attori che mi vengono in mente ma sono certa che per interpretare Giuseppe nei suoi ultimi anni vedrei bene Robert Redford anche se recentemente ha annunciato il suo ritiro dalle scene. Conoscendo la passione che l’attore ha per i cappelli Borsalino, passione che lo ha portato in passato fino ad Alessandria per avere un cappello “appena uscito dalla fabbrica” non escludo che accetterebbe di impersonarlo.

Tornando al Premio Biella Letteratura industria (il vincitore o la vincitrice verrà proclamato 16 novembre 2019 presso l’Auditorium di Città Studi di Biella) i libri in concorso hanno al centro storie e modelli virtuosi che legano letteratura e industria. Storie che trasmettono modelli positivi e una luce di speranza in questo momento di crisi economica, pur restando ancorati alla realtà e analizzando le varie problematiche. Cosa ha provato quando ha saputo che il suo libro era tra i cinque finalisti?

Mi sono ritenuta privilegiata e molto onorata vista la carrellata di grandi nomi della letteratura che mi hanno preceduta. Essere stata riconosciuta degna di comparire nella cinquina finalista ha sicuramente aumentato il valore del romanzo sulla vita di Giuseppe Borsalino. La letteratura racconta la società e l’industria la esprime e contribuisce a trasformarla. Il Premio Biella unendo letteratura e industria ha ulteriormente sottolineato il ruolo importante che Giuseppe Borsalino ha avuto nel cambiamento della società italiana di fine ‘800.

Nel ringraziarla per la sua disponibilità come ultima domanda le chiederei quali sono i suoi progetti per il futuro? Sta scrivendo un nuovo libro?

Proprio in questi giorni è uscito un nuovo libro che s’intitola La ragazza di madreperla ed è edito da Minerva Edizioni di Bologna. Una storia ambientata ai nostri giorni in cui si mescolano scienza e mitologia. In questo continuo alternarsi tra presente e passato si snoda la vicenda di Perla, una bambina speciale, un personaggio immaginario, al contrario di quello di Giuseppe, la cui storia contiene un messaggio profondo per i lettori di tutte le età che al fianco di tutti protagonisti della vicenda riscopriranno il senso profondo dell’esistenza.
Un genere diverso dal romanzo storico, un nuovo cambio di pelle ma d’altronde le storie arrivano e non è assolutamente detto che appartengano allo stesso filone letterario, si formano nella mente dello scrittore che fa da tramite tra la nostra realtà e il mondo magico e spesso trasformante dell’immaginazione.

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