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:: Un’intervista con Caterina Emili a cura di Giulietta Iannone

17 settembre 2019

indexBenvenuta Caterina su Liberi di Scrivere e grazie di aver accettato questa intervista. Giornalista, autrice e conduttrice di programmi radiofonici, sei nata a Roma e ti sei laureata a Milano. Raccontaci qualcosa di te.

Ho compiuto da poco ben settant’anni. Ho avuto un mucchio di figli, ho cominciato a lavorare a vent’anni come giornalista e questo ho fatto per molti anni. Sono stata inviata speciale per alcuni quotidiani nazionali, ma ho anche trovato il tempo di insegnare vari anni al carcere minorile di Milano, il Beccaria. E poi anche di prendere un diploma di capogiardiniere alla scuola agraria di Monza. Queste sono le due cose di cui sono più orgogliosa, a parte una laurea di cui non mi frega granché. Adesso vivo sei mesi in Umbria in un minuscolo paesino che si chiama Morcella e sei mesi in Puglia, a Ceglie Messapica, nella valle dei trulli. Per lavoro ho vissuto a Parigi, a Torino, a Bologna, a Milano. Insomma, non mi sono mai annoiata.

Come è nato il tuo amore per i libri e perché hai iniziato a scrivere romanzi?

Quando avevo tempo, tra un viaggio e l’altro ho sempre collaborato con quella che si chiamava “la pagina dei libri”. Ma in realtà la mia generazione s’è trovata a dover scrivere di Sindona, Calvi, fondi neri, Tangentopoli. E alla fine mi sono stancata. Ho mollato il giornalismo attivo, ho fondato un service editoriale per progettazione di giornali e poi anche una piccola casa editrice che ha pubblicato soprattutto poesie. Insomma da una parte guadagnavo e non poco e dall’altra perdevo e non poco. E poi ho mollato tutto e ho cominciato a scrivere romanzi.

Hai pubblicato L’autista delle slot, Il volo dell’eremita, L’innocenza di Tommasina e ora l’ultimo La scimmia e il caporale, un breve romanzo molto bello ambientato nella assolata Puglia, terra ricca di umanità e contraddizioni. Ce ne vuoi parlare, come è nata l’idea di scrivere quest’ ultimo romanzo?

Sono romanzi in cui l’io narrante è sempre lo stesso, Vittore Guerrieri (Guerrieri è il cognome dei miei nonni materni). Vittore osserva la vita di una piccola cittadina pugliese dove ha deciso di vivere ,dopo una vita sprecata e distrutta nei casinò di mezza Europa. E le vicende di questa piccola comunità pugliese sono universali. Vicende di usura, di ludopatia, di amori proibiti. Vittore sono io che guarda e racconta. E nel mio ultimo libro guarda e racconta la tragedia del caporalato che in Puglia miete vittime quasi quotidianamente.

Il capolarato è senz’ altro un tema molto doloroso che se vogliamo ha radici antiche nel Meridione, non solo in Puglia. Sicuramente l’hai affrontato nei tuoi reportage giornalistici, si vede la conoscenza approfondita della materia, tuttavia nella tua opera hai come voluto aggiungere sfumature possiamo dire poetiche. Come mai questa scelta?

Ho fatto per quarant’anni la giornalista e resto tale. Certo narro, creo, mescolo le carte, assemblo i personaggi, però gira e rigira so fare solo la giornalista e, quindi, nel mio libro come negli altri, c’è la verità. Le inchieste sono vere, vere le intercettazioni telefoniche, vere le condanne.

In breve narra uno spicchio di vita di Vittore e del suo amico maresciallo Tamurri, un’ indagine poliziesca, seppure hai voluto dare più spazio alle vicende personali dei personaggi, rendendo anche la scoperta del colpevole quasi ininfluente nella narrazione. Dunque non è un giallo? È pura narrativa?

Anche negli altri miei romanzi , oggettivamente noir tutti, la scoperta dell’assassino non è poi così importante. Direi quasi che Vittore Guerrieri in fondo sta dalla parte dell’assassino, lo capisce, lo giustifica. Un critico ha definito i miei romanzi “noir compassionevoli”. E questo perché non esiste il bene e il male tranciati di netto. O almeno per me. Non mi è mai stato chiaro che cosa sia male e che cosa sia bene.

Ho apprezzato molto come descrivi il gruppo delle ragazze, amiche e colleghe di Valia, ragazza ucraina dalla pelle bianchissima e abilissima nel ricamo. Spesso si dimentica il lato umano in molte narrazioni di cronaca dove appunto si dà più risalto ai fatti, maggiormente se eclatanti o sanguinosi. Grazie al tuo libro invece si crea maggiore empatia per queste donne sfruttate, abusate, private in molti casi anche della dignità. È una parte importante del romanzo, questa?

Direi che è la parte più importante. Il male è quasi sempre poco eclatante, si nasconde in una quotidianità banale, devi saperlo scovare, cercare con calma e pazienza. Il male difficilmente è esibizionista.

Il personaggio di Lota, figlia degli antichi zingari di Latiano, è un personaggio invece più ricco di ombre che di luce, può sembrare un’altra vittima delle brutalità e del malessere che serpeggia in filigrana, ma alla fine ne diviene parte attiva se vogliamo. Come hai creato il personaggio di Lota?

Lota è crescuta pian piano, s’è prepotentemente impadronita del mio romanzo. Doveva essere un personaggio marginale ed invece è diventata la chiave di tutto. L’altro giorno un cegliese mi ha domandato come mai l’avessi chiamata Lota. Gli ho spiegato che avevo voluto abbreviare il nome di Addolorata in Lota. Anche perché Lata non mi piaceva. E lui mi ha detto: “Lo sai che Lota da queste parti vuol dire melma, fango, pozzanghera?”. Ecco Lota ha cercato di imprigionare me e tutti i personaggi in una melmosa presa dalla quale è stato difficile uscire.

Vittore è attratto da questa donna di cuoio dentro e fuori, ma alla fine ha come dire un rigurgito di coscienza. Era importante questa parte nell’economia narrativa della tua storia?

E’ molto importante. Senza voler svelare la trama del romanzo, diciamo che Vittore accetta e capisce l’assassinio, ma non accetta il reato di caporalato. Quello passa in primo piano, per quello si deve pagare.

Come ti sei documentata nella stesura del romanzo?

Come se facessi un’inchiesta giornalistica. Ho parlato con i carabinieri, ho letto i verbali, ho letto le trascrizioni delle intercettazioni telefoniche. E ho registrato tante donne che mi hanno raccontato la loro vita.

Alcune parti si potrebbero definire horror, quando narri nei dettagli i vari stadi della decomposizione di un cadavere. Vero?

Sono sempre molto precisa nella descrizione degli assassinii e dei cadaveri. Praticamente da anni mi fidanzo periodicamente con qualche anatomopatologo. Scherzi a parte, credo che il lettore meriti precisione anche nei particolari più macabri. Insomma, non invento niente.

Bene è tutto, ti ringrazio della disponibilità e come ultima domanda ti chiederei di che progetti ti stai occupando attualmente?

Ho messo a riposo Vittore Guerrieri almeno per una stagione e sto lavorando ad altro. Rimango sempre nel territorio del noir. Molto noir stavolta. Ma preferisco non dire di più. Dico solo che anche stavolta mi dovrò fidanzare con un anatomopatologo, e anche a lungo.