:: Lo scavo nel cuore di Daniela Distefano

6 aprile 2018 by

FOTO - Lo scavo nel cuore

Sul terreno denudato, dopo la pioggia copiosa dei giorni scorsi, è spuntato un piccolo, impalpabile, fiorellino. Lo guardo come perla di un tesoro custodito sotto il suolo fecondo. E’ bella stagione, quasi estate, e i lucciconi del cielo sono spettri innocui e passeggeri. Colgo questa primizia della terra, poi mi dedico alla parte più ardua del mio lavoro, fare luce sul mondo del passato, scavare e svelare la storia dell’uomo, sì, sono archeologa. “ L’archeologia è la scienza che studia le civiltà e le culture umane del passato e le loro relazioni con l’ambiente circostante, mediante la raccolta, la documentazione e l’analisi delle tracce materiali che hanno lasciato. L’attività dell’archeologo si avvale anche di metodi matematico – statistici”. E’ proprio quello che faccio ogni giorno, con passione, amore, temerarietà. Avevo sedici anni quando rimasi folgorata dalla visione del “Vaso François”, cioè un cratere, un vaso aperto che veniva usato per il vino, così denominato dal nome dello scopritore, Alessandro François. A realizzarlo intorno al 470 a.C. Kleitìas ed Ergòtimos i quali hanno occupato la fascia principale del vaso con la rappresentazione di uno dei matrimoni più famosi del mito greco: le nozze di Teti con Pèleo, i futuri genitori di Achille. Io che mi sono tenuta sempre alla larga da matrimoni e da altri nodi gordiani, adoro questa coppia nuziale dipinta con maestria leggendaria. Ma c’è voluto del tempo, studio, sudore per riportare alla luce questo antico splendore (rinvenuto tra l’altro in frammenti e ricostruito con amorevole pazienza). Merito non mio, naturalmente, eppure chi ne ha effettuato la scoperta nel 1845 ha tracciato una via che noi archeologi del Ventunesimo Secolo seguiamo quasi fossimo seguaci di una setta, maniaci della precisione da chirurgo, investigatori del mondo sotterraneo. Oggi non si lavora, il terreno è fanghiglia, metto il fiore tra i capelli e corro da mia figlia che mi aspetta dietro il cancello della scuola. Siamo in due, siamo una famiglia ristretta: il mio ex compagno vive in Canada. Un padre presente a suo modo, ma non è colpa sua se ci siamo detti addio, un giorno di tre anni fa. Sono io che voglio la libertà, ogni legame mi sta stretto. Il mio sogno era l’archeologia, per caso è arrivata Carlotta, però non ho mai dimenticato la mia vocazione di talpa. Forse non sono mai stata davvero innamorata. Forse da piccola credevo nei baci eterni. Adesso ho altre responsabilità, adesso mi concentro su quello che ho intorno, un po’ meno su quello che porto dentro la mia anima, il mio cuore, la mia sensibilità. Posteggio e scendo dall’auto, mia figlia mi viene incontro, mi abbraccia, e poi mi dice qualcosa all’orecchio. Vuole che inviti il suo compagnetto Paolo a casa nostra un pomeriggio per fare i compiti di scuola e dopo giocare un po’. Dico che per me va benissimo, allora Carlotta mi porta verso l’altra entrata dell’istituto scolastico. Ad attenderci, un bambino che corrisponde alla descrizione di Paolo, e il suo papà. Mi avvicino, un po’ imbarazzata, li saluto sbrigativamente, poi guardo il padre di Paolo e lui mi fissa con eguale stupore – Giulia! Ed io – Stefano! Che bella sorpresa , non ci vediamo da un’eternità!
Puoi dirlo forte!
Sei sempre lo stesso, ed hai un bambino che ti somiglia tantissimo.
Tu sei invece diversa dai tempi del liceo, ma è un complimento, nel senso che ..
Lo vedo che si arrampica sugli specchi, si vede proprio che non si aspettava di vedere un fantasma del suo passato e forse non ha avuto il coraggio di dirmi che, all’epoca in cui ci frequentavamo come amici, ero una ranocchia con gli occhiali, tutta presa dai libri, dalle tesine, dalle fotocopie per l’ennesimo compito in classe.
Lui, invece, era il “rimorchiatore” del liceo. Gli andavano dietro tutte le ragazze della mia classe. Ma solo una aveva avuto la fortuna di accalappiarlo: Verdiana, la mia migliore amica.
Appena le racconto che ho incontrato il suo ex fidanzatino di gioventù, mi sommerge di domande. Com’è adesso? E’ sposato o divorziato? Ti ha parlato di me?
Al telefono non si vede, ma ho la faccia a mongolfiera. Non so che dire, Verdiana è fatta così, è curiosa di tutto e di tutti, le dico che devo preparare la cena a Carlotta, metto via lo smartphone con in testa un esercito di nuvole minacciose. La mia più cara amica è tale perché è da sempre l’opposto di come sono io, piuttosto schiva e non proprio socievole. Anche adesso che ho raggiunto una maturità serena, ogni tanto lancio lapilli di stizza, fuggo dalla grossolanità di certe situazione equivoche. E’ il mio scudo di ferro, ho imparato così a usare il mio cervello come arma per non far pensare alla mia bellezza nascosta. Verdiana, più esuberante, più appariscente di me, è rimasta quasi la stessa fisicamente. Io sono sempre parca di atteggiamenti sgargianti, ma rispetto al passato curo di più il mio aspetto, un tempo trasandato e incolore.
Ho schiarito i miei capelli, li porto adesso a metà lunghezza, ho scurito le palpebre con un tocco di eyeliner che ridisegna i contorni degli occhi di un nocciola ordinario. Porto spesso gli stivali, deformazione professionale anche quando indosso abiti a fiori che rendono più morbido il mio corpo non troppo in carne.
Mi guardo spesso allo specchio e sorrido se vedo una rughetta che avanza furbescamente. Sono all’apice della mia femminilità, tra qualche anno, tra qualche mese, comincerà la fase di “irrugazione” , come la chiamo io.
Ma non m’importa più di tanto, ho la fortuna di amare la vita per quello che mi ha dato senza troppi sacrifici.
Carlotta sta bene, cresce sana, la osservo e ogni volta è una meraviglia sapere che si sente amata.
Darei la vita per lei, e lei così gracile, così acerba, lo sa, lo sa già.
E’ sera, la metto a letto, le racconto una piccola storia che ho inventato mentre mentalmente organizzavo il lavoro che mi attende domani. E finalmente mi dedico alle incombenze domestiche.
Poi, sul tavolo osservo la “lekythos” che ho trovato nel corso di uno scavo di qualche settimana fa.
E’ un vaso dal corpo allungato, con un’unica ansa e ampio orlo svasato, bellissimo e ancora in condizioni ragguardevoli.
Mi sento però un po’ stanca per sviscerane le caratteristiche tecniche. Mi sciolgo dentro una vasca da bagno profumata di sali agrumati. La primavera mi provoca da sempre sonnolenza, finisco quasi addormentata dentro l’acqua che deterge il mio animo.
Non penso a nulla, sono totalmente in preda dell’atarassia. Lo so, non è un bene. Verdiana ed io litighiamo poco, ma su questo mio guscio che non riesce a spaccarsi lei proprio non si rassegna. Mi dice che devo sbloccarmi, organizza cene al buio per farmi conoscere uomini che finisco col cestinare al primo appuntamento. No, non credo che sia in fondo una tragedia se una donna vuol vivere la propria vita senza un uomo accanto, però il cruccio è un altro. E se esistesse invece questa persona? Se davvero esistesse la mia anima gemella?
Non credo al principe azzurro, e non mi faccio film delle storie che ho avuto. Eppure qualcosa lo sento, un fruscio di foglie sotto le piante dei piedi, un passo veloce, poi un’orma, infine una voce, bisbigliata, udita dietro una porta chiusa.
Io credo in Dio, ma forse non credo nel genere umano. L’amore del Signore è più grande di quello che noi esseri monchi possiamo provare l’uno per l’altro. Per questo Gesù diceva: “amate il vostro prossimo”, sapeva qual era il nostro tallone d’Achille. Ci scegliamo il partner in base ad alcuni requisiti che deve possedere. Poi li compariamo con i nostri desideri, siamo come delle “troniste” che cercano il compagno, il marito, il fidanzato, su un ipotetico catalogo. Sì, credo di non aver mai amato veramente. Altrimenti non farei certe dichiarazioni.
Passano le settimane come secondi spediti, rimuovo delicatamente le incrostazioni di un “oinochoe” a figure rosse della metà del V secolo a. C., praticamente dell’epoca alla quale risale il mio ultimo bacio ad un uomo.
Sorrido e mia figlia, che fa i compiti sul tavolo dove sono distesi i ferri del mio mestiere, mi chiede se sono felice. E poi mi chiede cos’è la felicità. Non sorrido più.
La felicità, la felicità, pensa a fare la matematica perché se la maestra dice che non sei brava vedrai quanto sarai felice! L’abbraccio, le do una cascata di baci, lei mi dice: Mamma, mamma, ti voglio bene. Come se premesse il bottone degli occhi, vengono giù lacrime a catinelle.
La prossima settimana è il suo compleanno e vorrei regalargli il mondo, ma lei vuole solo la torta al cioccolato e gli amichetti per festeggiare l’evento.
Non sono brava a organizzare feste di compleanno, non cucino mai niente di raffinato, non so fare i dolci. Quindi corro ai ripari e prenoto una torta prelibata nella pasticceria più grande della città. Il sole rende l’aria una serra riscaldata.
Allora dici che verrà?
Non lo so, ci sarà suo figlio alla festa per Carlotta, probabile che sia lui ad accompagnarlo, o forse la sua ex moglie.
Dici che potrei passare anch’io quel giorno come se mi trovassi nei paraggi?
Verdiana non è una donna sprovveduta, e quando vuole una cosa, tac! L’ottiene con pochi mezzi.
Le dico di fare quello che più crede opportuno.
Per lei ho raccolto alcune informazioni private sul padre di Paolo nonché suo ex fidanzato.
Vive da solo, è divorziato da un anno, lavora come dirigente comunale, il suo numero di targa è.. Scherzo. Quello mi rifiuto di fornirlo alla mia cara amica.
Sembriamo adolescenti senza alcun freno, ci telefoniamo per dirci cose del tipo: “Cosa ti metti addosso per la festa?”
Verdiana vuol essere fatale per il ritorno sulla scena del suo ex amore, io la assecondo, non voglio sfigurare il giorno della festa di mia figlia. Ed è arrivata la data fatidica.
Le candeline su cui soffiare non sono mancate, Verdiana però è rimasta delusa. Paolo non era accompagnato da suo padre Stefano, ma dalla baby sitter.
Ho riso di gusto nel vederle il trucco colargli dal mento dopo averle dato questa notizia crudele. Ci siamo tuffate allora nei ricordi e sui dolci che affollavano la tavola della mia cucina.
La mattina successiva, catalogo i reperti archeologici
che il mio team ha rinvenuto nel corso di un recente scavo.
Mentre svolgo quest’operazione di routine, mi arriva un messaggio sullo smartphone.
Non posso non pensare a Verdiana e alla sua dannata fortuna: Paolo ieri ha dimenticato il cellulare che porta sempre con sé (i bambini delle nuove generazioni hanno più appendici tecnologiche degli adulti).
Vado alla ricerca del telefonino di Paolo e lo trovo su un cuscino del divano. Poi mi metto d’accordo con Stefano per restiturglielo.
A questo punto, mi pare logico passare la palla alla mia amica che tanto scalpita per rivedere gli occhi del suo primo spasimante.
Provo a contattarla, ma la linea è contrastata. Alla fine risponde, ha la voce afflitta, il marito che l’ha tradita e se n’ è andato via di casa, è pentito e vorrebbe ritornare da lei.
Verdiana piange perché dopotutto è felice, lo ama ancora. Riaggancio ed esco, il sole è alto, giugno si profila all’orizzonte con le sue promesse, niente scuola per Carlotta, vacanza estiva da programmare, tempo di passeggiate, di esplorazioni, di natura rivitalizzante, di pane che devo comprare mentre penso a queste circostanze cicliche della vita.
Addento un panino, la signora del panificio mi saluta con gli occhi, ogni giorno è per lei uguale, ma anche lei avverte che la bella età è come questa stagione, chi ce l’ha nel cuore non riesce a togliersela mai.
Ed eccomi davanti al centro sportivo dove Stefano mi ha chiesto di vederci per restituirgli il telefonino di suo figlio.
Camicia arrotolata, jeans scuri, occhiali da vista, capelli neri con qua e là finissimi fili color argento.
Non lo guardo troppo, mentre mi avvicino, anche lui è pervaso da un’atomosfera dolce e nello stesso tempo tesa.
Camminiamo un po’, ci fermiamo davanti al campetto di calcio, dei ragazzi si allenano tirando a turno contro la porta vuota.
E così adesso fai l’archeologa, il tuo sogno di sempre.
Sì, ho coronato due sogni in realtà. Uno che ho sempre desiderato, e Carlotta che è un sogno mai sperato.
Ci sediamo su di un blocco di pietra, uno accanto all’altra, come se ci fossimo sempre stati, come se fossimo sempre stati lì, insieme, a goderci una giornata di sole qualunque.
E tu hai realizzato i sogni di quando eri ragazzo?
Forse mi sono accorto che erano sogni stupidi, volevo andare via, volevo essere ricordato per la mia capacità di progettare un futuro immaginifico, adesso lavoro come dirigente.
Mi occupo di sospensioni dei lavori, abbattimenti, riduzioni in pristino, di concessioni edilizie, di gare, di appalti.
Di tutto quello che un tempo non immaginavo potesse riguardarmi.
Fa una breve pausa, poi mi chiede di vederci, di vederci ancora, come adesso, da soli. Mi stupisco di me stessa, non credevo che certe cose avvengono in modo così naturale se sono destinate, se ci si trova bene, se non c’è imbarazzo nel raccontarsi i successi e le sconfitte. Entrambi abbiamo sacrificato il concetto di coppia in nome di un ideale professionale, ma chissà, magari è capitato semplicemente perché non avevamo accanto la persona giusta.
Il mio ex compagno, la sua ex moglie, una tappa importante per le nostre vite, ma non definitiva.
E’ così che la pensi.
Già.
Ci alziamo, ridiamo e pensiamo a quando lui con i riccioli in testa era stato il boyfriend di Verdiana. Mi confida di averla vista passare un giorno sotto il suo ufficio – E’ sempre la stessa – mi dice. Poi però mi prende la testa con entrambe le mani.
Tu non ci crederai mai, lo so, ma come faccio a dirtelo?
Io ti amavo segretamente, ho sempre amato te, anche allora. Solo che mi vergognavo dei miei sentimenti, sembravo un citrullo che voleva conquistare la prima della classe.
Eri sempre sommersa dai libri, eri piena di ideali, di voglia di combattere senza però metterti in mostra. Ti odiavo per questa tua declinazione marziana.
Davvero mi prende in contropiede questa sua confessione, non posso stare in silenzio a vita, ma cosa dirgli? Che lo amavo anch’io? Era il ragazzo di Verdiana! Siamo cresciute insieme, abbiamo vissuto l’adolescenza in simbiosi; e poi perché adesso tira fuori questi sentimenti remoti?
Io sono un’altra oramai, e anche lui non è più lo stesso.
Siamo due conoscenti che per caso si ritrovano e si frequentano per pura socialità.
Devo andare, gli dico.
Lui non mi trattiene, abbassa la testa, alla fine mi insegue chiedendomi scusa per come si è comportato.
Ha messo in conto che è passato del tempo e che forse, anche se non sono impegnata sentimentalmente, non ho la benché minima intenzione di stare con qualcuno.
Lo so, è deluso, ed io sono sconvolta.
Ci salutiamo con lo sguardo rivolto altrove.
Entro dentro la mia auto, faccio per accenderla e questa comincia a brontolare. Riprovo, niente.
Sono costretta a richiamarlo mentre già si allontana dalla mia vita.
Stefano si gira, corre verso di me.
Ci abbracciamo. Mi bacia, mi dice ti amo,
io sono presa dai suoi raptus di baci, alla fine mi lascio andare.
Sei qui con me adesso, e insieme possiamo andare dovunque, mi dice.
Gi rispondo – sì, con la tua macchina però.
Ho raccontato la mia storia perché sono passati due anni e oggi io e Stefano li festeggiamo con Carlotta e con i piccoli gemelli nati sei mesi fa. Sono sempre archeologa e continuo il mio lavoro di scavo, anche interiore. Ho scoperto dentro di me un cuore cicolpico che batte forsennatamente. E’ l’amore che do e che ricevo, tutto il resto è vita. Vita vera.

Daniela Distefano è nata a Catania il 18/12/1976, è giornalista pubblicista dal 2008 e scrive recensioni di libri per il quotidiano “La Sicilia” dal 2007. E’ amante della musica, del Natale, del Vangelo, dei buoni pensieri. Vive a Paternò, ma viaggia spesso col suo Clavilegno un po’ in Occidente,  un po’ in Holy Land.

:: Il principe della città sommersa di Denis Thériault (Frassinelli 2018) a cura di Marcello Caccialanza

5 aprile 2018 by
Il principe della città sommersa

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Denis Thériault è il fortunato autore del romanzo Il principe della città sommersa, edito dalla Casa Editrice Frassinelli.
La toccante vicenda ha il suo naturale snodo nelle fredde ed inospitali terre del Golfo di San Lorenzo in Canada.
Protagonisti indiscussi di questa tenera storia sono due ragazzi messi a dura prova dagli eventi stessi di una vita crudele e perfida matrigna.
L’uno è rimasto orfano di entrambi i genitori; mentre l’altro ha vissuto praticamente da emarginato, perennemente in fuga dalla crudeltà e dalle brutture subite in casa e perfino nell’ambiente scolastico.
Ma un inaspettato raggio di sole tocca in modo assai benefico queste due anime smarrite che per volere di un caso a loro finalmente favorevole si incontreranno lungo la strada, creando in questo modo una sorta di amicizia salvifica per entrambi. Assieme troveranno la forza di vivere!

Denis Thériault è nato in Canada (Québec), dove vive ancora oggi, nel 1959.
Storia di un postino solitario è il suo secondo romanzo, e il primo pubblicato in Italia. Nel 2018 ha pubblicato in Italia Il principe della città sommersa.

Source: libro del recensore.

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:: Storia nera di un naso rosso di Alessandro Morbidelli (Todaro Editore 2017) a cura di Serena Bertogliatti

5 aprile 2018 by
Morbidelli_copertina

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La Milano letteraria – quella narrata, non quella che narra – sta, mi sembra, assumendo un ben preciso ruolo nelle rappresentazioni italiane degli ultimi anni. Cinica, arrivista, sentimentale di una malinconia solitaria tutta urbana, promette un anonimato duplice, dolceamaro, che accoglie tutti e nessuno. Sembra il luogo ideale per storie in cerca di un palcoscenico che sia anonimo abbastanza da risultare neutrale – anche se è poi proprio questo “anonimato” di sottofondo, tra cinici arrivismi e inossidabili speranze, a suggerire quale piega queste storie prenderanno.

Storia nera di un naso rosso (Todaro Editore, 2017) di Alessandro Morbidelli è tra queste.

Le storie, questa volta, girano attorno a un personaggio che porta il nome di “Angelo” e si troverà a vestire i panni di un Diavolo. O forse no. Forse Angelo non è altro che una molla necessaria a far scattare il meccanismo – i meccanismi – e questo romanzo parla in realtà di bambini – nati, morti, innocenti, crudeli, innocenti e crudeli, soprattutto innocenti e crudeli al contempo, versioni miniaturizzate degli Io narranti adulti di Storia nera di un naso rosso. E forse allora anche i bambini non sono che un mezzo per parlare d’altro. Sentimenti. Impulsi. Paura, speranza, invidia, senso di colpa. E, a libro chiuso, la vita appare un po’ come un gioco a carte in cui la fortuna ha un peso troppo preponderante rispetto al calcolo e al libero arbitrio. Sa di un determinismo illogico e spietato – ma, mentre gli ingranaggi macinano vite, rimane un lieve, remoto, barlume in cui riconosco lo sguardo di Morbidelli, la spietata serenità dello stile con cui l’ho conosciuto.

L’ho preso in giro insinuando avesse un’idiosincrasia nei confronti dell’alito cattivo: non ero ancora arrivata a metà libro e già tre volte questo dettaglio mi aveva reso un po’ (più) intollerabili alcuni dei personaggi. Ma sta qui il punto: nei dettagli. Che Morbidelli usa per connotare le scene, come filtri a queste sovrapposti che ne facciano vibrare i colori nella direzione dello stato d’animo dell’Io narrante. Un esempio, esemplare, di “Show, don’t tell”.

Ma, più che essere un trucchetto usato ad arte, è una caratteristica del suo stile, che fa sentire come se si stesse osservando il mondo – quello narrato ma anche quello reale, che riconosciamo con così poco scarto in quello narrato – con più profondità, cogliendo il fulcro, il significato, dei gesti più banali, dei tic più sdoganati e, per chiudere il cerchio, di come a volte si percepisca con disgusto l’odore personale di qualcuno quando non si sa più come convincersi a tollerare questa persona – o ciò che rappresenta.

E, a proposito di rappresentazioni, mi sono domandata più volte, da diverse angolazioni:

“Alcuni dei personaggi di questo romanzo sono più vicini a stereotipi che a persone in carne e ossa – o forse il romanzo è realistico nel senso che rappresenta anche quelle persone, realissime, che si sono auto-incastrate in maschere?”

Non lo so, e non è una domanda a cui la critica letteraria possa rispondere. Il mondo, forse, fra cent’anni, guardandoci con la necessaria distanza.

Intanto ho scaricato il dilemma su Morbidelli, chiedendogli se, secondo lui, un romanzo oggi ambientato a Milano, per essere realistico, debba essere amaro. “No, assolutamente.”, mi ha risposto. E, sapendo con quale candore sappia contrastare le fatalità che è così bravo a mettere in scena, un po’ mi sono sentita rassicurata. Forse, mi sono detta a romanzo ancora non concluso, arriverà la pacca sulla spalla, la voce che sussurra che nel cemento crescono fiori, che una forma di bellezza si fa scoprire solo dopo aver giocato a scacchi con l’orrore – ma no, non è successo, non con questo romanzo. Con Storia nera di un naso rosso trovare bellezza nell’umanità diventa una sfida. E questo va a favore di Morbidelli: bisogna essere molto abili con le mani per rendere ripugnanti i movimenti di una marionetta.

Il suo stile, laconico-pacato, è in questo romanzo più diluito, meno fitto, che nei racconti con cui l’ho conosciuto. Ciò agevola la scorrevolezza, rendendo più facile ricostruire il gioco d’incastri tra i personaggi (fin dove si può – poi rimangono buchi neri non colmabili da altro che dalle speculazioni di chi legge, tratto che aumenta la verosimiglianza del romanzo), di cause ed effetti – ma forse non mi sarebbe spiaciuto essere costretta, come a volte mi è successo con i suoi racconti, a soffermarmi per districare la trama dal contesto, il pensiero dall’azione, l’azione dal ricordo, il ricordo dalla speranza.

Tra le pillole che ho sottolineato durante la lettura, riporto:

– Oggi è oggi – gli dico, a due passi. – Ieri non esiste. Perché, se esistesse sarebbe la fine, vero?

E:

Dio, quando fallisce, è il respiro sofferente di un bambino.

Tra i pochi appunti presi, l’ipotesi che tutto il senso del romanzo sia riassunto in poche righe nella prima pagina:

Muovo le mani, affondo e sfioro. In un attimo la mia faccia bianca si anima di un’espressione intensa. Passo poi il rosso colante sulle labbra e sugli zigomi, mentre intorno agli occhi distribuisco il nero, denso come la pece. Mi giro appena e rido: un ghigno sproporzionato si rivela nella sua totale deformità di bocca e di trucco.
Quando faccio così, mi spavento sempre.
Figurarsi i bambini.
Dopo infilo la mano in tasca e cambia tutto.
In un attimo la porto al naso e, quando la tolgo, la pallina rossa che spicca sulla punta mi dà un’aria buffa e mi strappa un sorriso.

È come se tra i lati più neri di una persona e quelli più radiosi non vi fosse che un naso rosso.

E non si tratta, mi pare, tanto del modo in cui si viene visti dall’esterno – il fatto che Angelo divenga un Diavolo agli occhi degli altri personaggi è solo una conseguenza del suo cambiamento interiore, della sua “disfatta” nella guerra tra lui e il mondo – quanto del modo con cui a questo mondo si guarda. Il passo tra il sapervi riconoscere bellezza e il vederlo come il gioco di un muto Dio tritura-destini è breve quanto l’atto di mettersi e togliersi un naso rosso.

Perso quest’ultimo – e cosa esattamente rappresenti, questo naso rosso, questa capacità di scorgere bellezza anche nelle strade più grigie, sta a chi legge deciderlo – tutto diventa insensato orrore.

Alessandro Morbidelli, classe Settantotto, vive e lavora come libero professionista in una località collinare tra il mare e i monti delle Marche. Ha pubblicato il noir di ambientazione marchigiana Ogni cosa al posto giusto, ha curato antologie dedicate al mare ed è apparso su varie raccolte accanto a nomi quali Carlo Lucarelli, Valerio Evangelisti, Alan D. Altieri. Scrive per il sito http://www.sdiario.com di Barbara Garlaschelli ed è membro della Carboneria Letteraria.

Source: libro del recensore.

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:: Jazz, Rock, Venezia di Roberto Saporito (Castelvecchi 2018)

4 aprile 2018 by
JAZZ-ROCKVENEZIA

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E Venezia è la città giusta per questo scopo, per questo esperimento esistenziale: come sopravvivere alla misantropia, come viverci insieme felici e contenti o più semplicemente come rimanere vivi.

Controcanto a tre voci: Jazz, Rock, Venezia.
Due uomini, e una donna.
Tre artisti.
Due musicisti e un’ antiquaria fotografa sono i protagonisti del nuovo romanzo, breve, di Roberto Saporito, edito da Castelvecchi, che esce domani, in questa tarda primavera che sembra autunno.
Venezia è una città che si presta a fare da specchio alle identità di perfetti sconosciuti intrisi di solitudine e spleen. Il mondo contemporaneo sembra un vortice, con un aereo si vola da Los Angeles, a New York, a Roma. Ma solo Venezia sembra trattenere ancora qualcosa di antico e senza tempo, quell’aria rarefatta dove è possibile nascondersi, chiudersi in un rifugio che sa di prigione, come lo è per la protagonista che da anni e anni non lascia la laguna, e gioca con le sue armi: una macchina fotografica e modelli più o meno consapevoli.
Venezia come città specchio, riflesso di cosa l’arte con i suoi ori preziosi, i suoi stucchi, i suoi materiali di pregio, la sua immateriale bellezza può racchiudere. L’arte come salvezza, forse l’unica che ci resta in questo mondo in decomposizione.
E per Saporito l’arte è davvero molteplice. Comprende tutto dalla musica, Ascenseur pour l’échafaud di Miles Davis è la colonna sonora che ci accompagna in questo pellegrinaggio esistenziale, (da rivedere Ascensore per il patibolo, bel noir francese di Louis Malle), alla fotografia, alla letteratura, al cinema, alla pittura.
E della musica ha la cadenza questo romanzo fatto di voci che si completano, in un’ armonia ibrida e singolare.
Roberto Saporito è uno scrittore raffinato e colto, capace di far sentire raffinati e colti anche i lettori, se si prestano al suo gioco e lo seguono nei suoi peregrinare per una città che racchiudere il fascino del passato che non si estingue, non si perde.
Lessi un altro libro con Venezia come sfondo e un’ antiquaria come protagonista, e seppure con le stridenti peculiarità di ognuno di questi libri si notano voci non discordanti. Venezia sembra ispirare storie così, dove il tempo perde di senso, e l’eternità può durare un’ ora, un giorno.
Anche in Jazz, Rock, Venezia il tempo è dilatato, richiuso in se stesso. La gente può chiudersi in se stessa o incontrasi, conoscersi, scoprirsi simile.
Se la solitudine è la cifra distintiva della nostra contemporaneità, l’incontro sembra ancora possibile, anche se casuale, incidentale, non voluto. E i nostri tre personaggi si troveranno a vivere questa tensione, anomala, straniante. E con loro il lettore.

Roberto Saporito (Alba, 1962) Dopo gli studi in Giornalismo ha diretto una galleria di arte contemporanea. Fra i suoi romanzi: Il rumore della terra che gira (2010), Come un film francese (2015), Respira (2017). È inoltre autore di diversi racconti e tiene una rubrica sulla rivista letteraria «Satisfiction».

Source: pdf inviato in anteprima dall’autore.

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:: Se la notte ti cerca di Romano De Marco (Piemme 2018) a cura di Nicola Vacca

4 aprile 2018 by
Se la notte ti cerca

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Tutto ha inizio con un omicidio crudele, quello di Claudia Longo, una donna cinquantenne molto, ma molto ricca, che abita nel quartiere Parioli di Roma.
La Roma decadente e volgare sempre al centro degli squallidi compromessi del potere è uno dei personaggi principali di Se la notte ti cerca, il nuovo romanzo – thriller di Romano De Marco.
Anche in questo libro lo scrittore abruzzese non si limita a tessere una trama gialla. Nel costruire l’intrigo non lascia fuori la letteratura.
Se la notte ti cerca è un romanzo di grande spessore letterario che va oltre qualsiasi sfumatura di giallo.
Laura Damiani, 37 anni, commissario di polizia allergica alle regole e soprattutto testarda nel combattere l’arroganza di ogni forma di potere, Paolo Silveri, ispettore capo e fedelissimo braccio destro del commissario, Leo Fragassi, vice sovraintendente, 27 anni, originario di Vittorio Veneto.
Questa è la squadra che indaga sull’omicidio di Claudia Longo e che presto si troverà coinvolta in una storia allucinante.
Dietro l’omicidio si nascondono una serie di oscure connivenze e di giochi di potere che hanno a che fare con i compromessi più sporchi della cattiva politica che si sporca le mani con il più squallido affarismo.
Laura Damiani è determinata e nonostante i suoi superiori la ostacolino riesce a portare avanti un indagine che la porterà al Single, un club privato nel quartiere Eur, dove conoscerà anche il musicista Andy Lovato. Nella depravazione e nella corruzione delle notti romane il commissario intuisce che quel luogo è il cuore della sua indagine. Così si infiltra, lasciandoci coinvolgere in un incubo che metterà seriamente in pericolo la sua vita.
Lasciando per un attimo da parte le sfumature gialle della narrazione, Romano De Marco ci consegna tre personaggi straordinari ben caratterizzati che hanno in comune i loro lati oscuri. Ed è proprio in questa parte del romanzo che lo scrittore ci mette la letteratura.
Laura, Paolo e Leo hanno in comune il peso della solitudine con cui condividono la propria vita. Una solitudine che nel disincanto diventa insopportabile e che spesso ci costringe a mettere fuori la parte peggiore di noi stessi. Nella consapevolezza che la vita è altrove, la recita non smette di portare avanti il proprio copione.
Romano De Marco, mentre costruisce gli intrecci della storia gialla, è abile nel delineare i profili esistenziali dei suoi personaggi, anime morte nella disillusione dell’esistenza con tutto il peso delle loro ossessioni. Figure inquiete alle prese con una solitudine e una mancanza d’amore che assumono dimensioni insopportabili.
Sullo sfondo di una Roma che assomiglia sempre di più alla Capitale di un basso impero in decadenza, si svolgono le diverse narrazioni di questo romanzo in cui l’azione lascia spesso il passo alla riflessione introspettiva di alto livello, che solo i grandi scrittori sanno fare.
Se la notte ti cerca è un noir, è anche un thriller coinvolgente, soprattutto è un romanzo in cui c’è la grande letteratura, quella che non dimentica mai il suo tempo e tutti noi che ne facciamo parte.
Romano De Marco si conferma un scrittore di enorme talento che non inventa soltanto libri polizieschi ma che nelle infinite sfumature del giallo sa soprattutto fare i conti con quell’idea di letteratura tanto cara a Italo Calvino, quella capace di rappresentare la molteplicità delle relazioni, in atto e potenziali.
Se la notte ti cerca è un’opera di fantasia. Personaggi e situazioni sono invenzioni dell’autore.
Anche il personaggio del musicista Andy Lovato è il frutto della fantasia dell’autore. De Marco qui, però, si ispira alla carriera di Danny Losito, un bravissimo compositore che da un paese della provincia di Bari (Gioia Del Colle) ha scalato le classifiche internazionali con la sua musica.

Romano De Marco, classe 1965, è responsabile della sicurezza di uno dei maggiori gruppi bancari italiani. Esordisce nel 2009 nel Giallo Mondadori con Ferro e fuoco, ripubblicato in libreria nel 2012 da Pendragon. Nel 2011 esce il suo Milano a mano armata (Foschi, Premio Lomellina in Giallo 2012). Con Fanucci pubblica nel 2013 A casa del diavolo e con Feltrinelli Morte di Luna, Io la troverò e Città di polvere (gli ultimi due finalisti al Premio Scerbanenco-La Stampa nel 2014 e nel 2015). I suoi racconti sono apparsi su giornali e riviste, tra cui “Linus” e il “Corriere della sera”, e i periodici del Giallo Mondadori. Vive tra l’Abruzzo, Modena e Milano.

Source: libro inviato al recensore dall’ editore con dedica dell’autore. Si ringrazia l’ufficio stampa Piemme.

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:: La vita riflessa di Ernesto Aloia (Bompiani 2018) a cura di Ippolita Luzzo

4 aprile 2018 by
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Lo leggo e rifletto.
Rifletto su come le situazioni della vita possano portare sconvolgenti cambiamenti oppure nessun cambiamento. Il libro di Ernesto Aiola ci presenta fin da subito un uomo con una laurea in lettere che tenta di fare delle sue competenze un lavoro “eppure, ero costretto ad ammetterlo, la bibliotecaria coi baffi non aveva torto. Gli anni che erano seguiti non erano stati altro che una lunga, umiliante discesa nel maelstrom del bracciantato intellettuale, tra correzioni di bozze, penose traduzioni dall’inglese tecnico e commerciale, articoli sottopagati, stage non retribuiti e persino lettura e valutazione di testi per conto di una grande casa editrice milanese che mi pagava cinquantamila lire lorde a manoscritto, compresa una scheda riassuntiva ed escluse le spese di viaggio verso gli uffici di quel tempio della cultura in cui mi toccava ridiscutere scelte e giudizi davanti a stagisti poco più̀ che ventenni, più̀ ignoranti ma non meno pezzenti di me.”  e a volte bisogna ringraziare le situazioni sconfortanti se quella sofferenza fondatrice crea altro. Un altro lavoro. Il racconto ci presenta un ragazzino insieme ad un amico in un gioco con le pietre ed il lancio di una pietra colpisce una giovane contadina di passaggio. Fuggire via dalla responsabilità, sembra ci dicano le prime pagine.
Sconcerta già dall’inizio questa interessante lettura, profonda e diversa dall’usuale raccontare, sconcerta quel momento del lancio della pietra, fatto senza alcun motivo, e sconcerta, nel senso positivo, ogni altra riflessione, fatta in prima persona dal ragazzino di allora, ormai uomo. “Oltre una certa età̀, riflettei con amarezza, la maggior parte degli uomini riescono a vedersi solo se hanno bisogno l’uno dell’altro. Se non sei utile, il tuo corpo esiste in una fascia al di sotto dello spettro del visibile, la tua voce vibra su una frequenza muta: se gli porgi la mano la ignorano, se gli parli non ti sentono.”
Ogni storia è una monade, parafrasando la monade di Leibniz, e così qui i vari protagonisti stanno e non stanno in rapporto con gli eventi e con i successivi svolgimenti degli eventi “Io immagino un lago. Milioni di metri cubi, e c’è qualcosa dentro di noi, una diga che gli impedisce di travolgerci. Un diaframma della volontà̀. Solo che col tempo il lago diventa sempre più̀ grande e profondo, e oscuro. Così qualche volta la diga cede e tutta quell’acqua precipita, ci sommerge. Può̀ succedere, no?”
“Non saresti qui se non succedesse.”
Aggiunsi che, per quanto mi riguardava, quella diga era una pia illusione, per non parlare del diaframma della volontà̀. L’idea di un controllo consapevole, di tenere il passato al suo posto, la trovavo ridicola.”
Quel che viene dalla lettura è una riflessione sulla volontà, sul cosa vogliamo e cosa di quella volontà si riesca fare: Una vita, una amicizia, un amore, sono frutti di una volontà?
Non si sa. Ho trovato questa storia molto ben costruita, molto utile, una storia che evidenzia il falso, la finzione, non voluto, il falso come modo per sopravvivere. “Tutti fingono di credere che il matrimonio, i giorni insieme, finiscano per chiarire le cose. Ma non è così. Sono balle. A poco a poco l’unità, la stessa consistenza dei tuoi sentimenti diventa un’illusione.”
Sia nei nostri rapporti individuali, benché li crediamo veri, che nei social manovrati “In pratica riorientiamo la corrente di opinione negativa che i nostri clienti, per i motivi più̀ vari, hanno avuto la sfortuna di suscitare. Il primo passo, il lavoro sporco, è l’acquisto dei follower. Li prendiamo a pacchetti di duemila per venti euro. Ma questo lo fanno tutti, serve solo a far massa, a millantare credibilità̀ e influenza, e di solito prima o poi si viene scoperti. Noi cerchiamo di fare in modo che succeda poi, quando non gliene frega più̀ niente a nessuno.” Sembra di uscire da Ready player one, l’ultimo film di Spielberg, il gioco e il virtuale hanno ricadute in avvenimenti reali. Dunque la vita riflessa chiede a noi: Di cosa siamo responsabili? Riflettiamo.

Ernesto Aloia è nato a Belluno, il 5 dicembre 1965. Laureato in lettere, vive a Torino. Il suo primo racconto, dal titolo Nel cortile in un angolo d’ombra, è stato pubblicato nel 1995 su Maltese Narrazioni. Per minimum fax ha pubblicato nel 2003 Chi si ricorda di Peter Szoke?, e nel 2006 Sacra fame dell’oro. Il racconto La situazione è stato pubblicato in precedenza nella raccolta La qualità dell’aria. Storie di questo tempo (2004), a cura di Nicola Lagioia e Christian Raimo. Nel 2007 esce il suo primo romanzo, I compagni del fuoco (Rizzoli). Nel 2011 esce il suo secondo romanzo, Paesaggio con incendio (minimum fax). È stato redattore nella rivista letteraria Maltese Narrazioni, uscita dal 1989 al 2007, su cui ha anche pubblicato diversi racconti. Lavora come bibliotecario, occupandosi di catalogazione e reference, nella Biblioteca “Giovanni Tabacco” del Dipartimento di Storia dell’Università di Torino.

Source: pdf inviato al recensore dall’ editore. Si ringrazia l’ufficio stampa Bompiani.

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:: Italia, Europa, economia e banche. Gli interventi alle Assemblee dell’Associazione Bancaria Italiana di Carlo Azeglio Ciampi (Laterza 2018) a cura di Daniela Distefano

4 aprile 2018 by
Ciampi

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In questo volume – a cura di Federico Pascucci, e con la Postfazione di Pier Carlo Padoan, Pierluigi Ciocca afferma una verità inconfutabile:

Carlo Azeglio Ciampi è stato un esempio di ‘uomo-istituzione’. Lo è stato in ogni incarico ricoperto: la Banca d’Italia, il Governo, il Ministero del Tesoro, la Presidenza della Repubblica”.

Con la sua cultura, il suo impegno, la sua personalità, egli ha militato nella Banca per 47 anni. La conosceva dall’interno come nessun Governatore prima e dopo di lui. Ciampi ne risollevò le sorti. Seppe mobilitare un personale di alto livello sul motivo dell’autonomia, proprio di una banca centrale. Ma questo illustre livornese è stato anche un economista conscio che, idealmente, l’adesione più vantaggiosa alla prospettiva della moneta unica in Europa avrebbe presupposto la “messa della casa in ordine” di un’economia italiana affetta da squilibri solo in parte avviati a superamento. In qualità di Primo Ministro poi stilò con i sindacati quello che sarà ricordato come l’”Accordo Ciampi”. Qual era il suo convincimento più accanito? Egli credeva da sempre nella politica dei redditi anti-inflazionistica. Da Governatore l’aveva più volte auspicata. Quella che chiamava “costituzione monetaria” doveva –infine – reggersi su tre gambe: rigore di bilancio; moneta stabile; salari regolati. Aveva fatto propria la lezione tecnica del suo collaboratore Ezio Tarantelli, per questo assassinato dai terroristi nel 1985. Ma il cruccio era sempre quello di ridurre l’inflazione: andava abbattuta. Da allora a oggi l’economia,invece, ha ristagnato. La produttività congiunta di lavoro e capitale è addirittura in diversi anni scemata. Ciampi, “riserva della Repubblica”, salì al Quirinale nel maggio del 1999.
L’ultimo suo gesto fu di non cedere alle diffuse, pressanti, sollecitazioni per un secondo settenato. Ecco cosa affermava qualche anno prima, nel giugno del 1996:

Il Tesoro continuerà nella realizzazione del programma di dismissioni con la stessa determinazione e coerenza adottate per l’INA. E’ già impegnato nella preparazione della privatizzazione delle grandi imprese di pubblica utilità: l’ENEL (Ente Nazionale Energia Elettrica) e la STET ( Società Finanziaria Telefonica). Il procedere verso le dismissioni deve essere accompagnato da un forte impulso alla liberalizzazione e a una nuova regolazione dei mercati. Bisogna allontanare il rischio di passare da un monopolio pubblico a un monopolio privato”.

Altri dilemmi ne infiammavano lo spirito: Il male più grave che affligge la nostra economia, la nostra società? L’elevata, persistente disoccupazione. La globalizzazione dei mercati e l’incessante innovazione tecnologica hanno infatti modificato la divisione internazionale del lavoro. La risposta deve essere molteplice, articolata. Occorre una nuova cultura bancaria. Se solo avessimo acceso il cervello su uno di questi suoi canali-guida importantissimi e profetici, oggi non piangeremmo davanti al piattino vuoto della nostra Economia. Già, il nostro futuro e quello delle prossime generazioni.

Carlo Azeglio Ciampi è nato a Livorno il 9 dicembre 1920. Ha conseguito la laurea in lettere e il diploma della Scuola Normale di Pisa nel 1941, e la laurea in giurisprudenza presso l’Università di Pisa nel 1946. In questo stesso anno è stato assunto alla Banca d’Italia, dove ha inizialmente prestato servizio presso alcune filiali, svolgendo attività amministrativa e di ispezione ad aziende di credito. Nel 1960 è stato chiamato all’Amministrazione centrale al Servizio Studi, di cui ha assunto la direzione nel luglio 1970. Segretario generale della Banca nel 1973, vice direttore generale nel 1976, direttore generale nel 1978, nell’ottobre 1979 è stato nominato Governatore e Presidente dell’Ufficio Italiano dei Cambi, funzioni che ha assolto fino al 28 aprile 1993.
Dall’aprile 1993 al maggio 1994 è stato Presidente del Consiglio dei ministri. Durante la XIII legislatura è stato Ministro del tesoro, del bilancio e della programmazione economica, nel governo Prodi (dall’aprile 1996 all’ottobre 1998) e nel governo D’Alema (dall’ottobre 1998 al maggio 1999).
Ha ricoperto numerosi incarichi internazionali, tra cui quelli di: Presidente del Comitato dei governatori della Comunità europea e del Fondo europeo di cooperazione monetaria (nel 1982 e nel 1987); Vice presidente della Banca dei regolamenti internazionali (dal 1994 al 1996); presidente del Gruppo Consultivo per la competitività in seno alla Commissione europea (dal 1995 al 1996); Presidente del comitato interinale del Fondo Monetario Internazionale (dall’ottobre 1998 al maggio 1999).
Il 13 maggio del 1999 è stato eletto, in prima votazione
decimo Presidente della Repubblica Italiana.
A maggio del 2006, al termine del suo mandato, quale Presidente Emerito della Repubblica Italiana, ha assunto la carica di Senatore di diritto a vita. Muore a Roma nel 2016.

Source: Libro inviato dall’Editore al recensore. Ringraziamo l’Ufficio Stampa “Laterza”.

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:: Un’ intervista con Marta Ottaviani

3 aprile 2018 by

Il reis. Come Erdogan ha cambiato la TurchiaBenvenuta Marta e grazie per aver accettato questa intervista per Liberi di Scrivere. Sei nata a Milano nella seconda metà degli anni Settanta. Ti sei laureata in Lettere Moderne all’Università Statale di Milano, e successivamente ti sei specializzata all’Istituto per la Formazione al Giornalismo Carlo De Martino. Sei una scrittrice, sei una giornalista, esperta di tematiche sociali, politiche e economiche legate alla Turchia e alla Grecia di cui scrivi per i quotidiani Avvenire e La Stampa, collabori con Aspenia e vieni spesso invitata come esperta di questi due Paesi da think-tank e organizzazioni. Cosa vuoi dire d’altro di te ai nostri lettori?

Che sono una felice imprenditrice di me stessa e che nella vita ho creduto sempre tantissimo in quello che facevo. Quando nel 2005 sono partita per la Turchia, molti, anche molti colleghi, mi guardavano come se fossi impazzita. Non pensavano che quel Paese sarebbe potuto diventare strategico e importante da monitorare. Sono riuscita a fare della mia specializzazione il mio lavoro e sono molto felice per questo.

Hai scritto tre libri: Cose da turchi. Storie e contraddizioni di un paese a metà tra Oriente e Occidente, Mille e una Turchia e l’ultimo Il reis. Come Erdogan ha cambiato la Turchia con cui hai vinto il Premio Fiuggi-Storia, per la sezione Gian Gaspare Napolitano-Inviato Speciale. Come è nato il tuo interesse per la Turchia, e cosa ti ha spinto nel 2005 a trasferirti in questo paese?

Mi volevo occupare di esteri e volevo una specializzazione che non fosse banale. Il mio grande amore era la Russia, infatti dopo il turco adesso sto studiando il russo. Ma avevo bisogno di una mia nicchia di mercato. La Turchia era potenzialmente interessante quanto inesplorata e mi sembrava assurdo. Ho vinto due borse di studio che mi potevano aiutare in questo progetto e senza pensarci due volte sono partita. Dovevo rimanere otto mesi, ci ho vissuto per otto anni.

Il tuo nome è una firma autorevole del giornalismo italiano rispetto a queste tematiche. Sei ancora giovane, sei donna, quali sono state le maggiori difficoltà che hai affrontato? Appena arrivata in Turchia come era la condizione della donna? Come è cambiata oggi?

Grazie per il giovane, ma a 42 anni probabilmente in un Paese con un mercato più mobile chi ha maturato un’esperienza come la mia avrebbe avuto un percorso ancora più ricco di soddisfazioni. Per quanto riguarda la situazione della donna in Turchia, è un argomento molto complesso. Diciamo che comunque le donne sono le prime a pagare per la virata conservatrice imposta da Erdogan al Paese. Molte, paradossalmente lo vedono come un liberatore perché ha permesso loro di andare a scuola con il velo islamico, che prima era proibito. È la dimostrazione che un laicismo impresso a forza serve a poco, se non viene accompagnato da tutti quegli step che garantiscono il mantenimento di una società aperta e plurale.

La Turchia credo sia per noi occidentali un mondo ancora misterioso, sebbene la distanza geografica non è grandissima. Da cosa pensi sia dovuto? Per disinteresse nostro, o per una ritrosia del popolo turco ad avere contatti con noi europei?

Per prima cosa si studia poco e male la storia a scuola. La Turchia prima nelle vesti di impero ottomano e poi di repubblica ha sempre avuto una grande influenza sul Vecchio Continente anche se non sempre positiva. A questo mancato studio della storia fa purtroppo seguito una scarsa conoscenza del Paese e il fatto che alcuni capitoli del passato per loro sono ancora aperti, ne è un esempio per tutti la politica aggressiva che la Turchia sta attuando nei confronti della Grecia. In ultimo, purtroppo, pensiamo alla Turchia come a un qualcosa di lontano e invece è vicinissima non solo geograficamente. Il numero di turchi in Italia e in Europa aumenta di anno in anno. A questi vanno aggiunti tutti gli appartenenti alle altre comunità musulmane che sono fortemente influenzati da Erdogan. Tutti aspetti che secondo me non vengono valutati con sufficiente accuratezza né in sede nazionale né in sede europea.

Oriente e Occidente, due mondi così lontani, ma non inconciliabili. Infondo sentimenti, debolezze, aspirazioni, sono le medesime. Cosa ci divide, cosa ci unisce?

Mi pare una domanda davvero troppo complessa da riassumere in poche righe e forse sarebbe più adatto un mediorientalista che una persona come me che comunque si occupa di uno stato singolo. Quello che però posso dire con grande convinzione è che la Turchia di oggi, per come viene gestita, è un Paese profondamente divisivo che può solo aggravare gli equilibri già molto fragili nel Mediterraneo.

Cosa hai amato di più di questo paese? Raccontaci un aneddoto divertente che ti è successo durante il tuo lungo soggiorno in Turchia.

Ne potrei raccontare a decine. Il popolo turco è un popolo molto interessante da osservare anche per la loro innata generosità. Purtroppo, a causa della situazione politica, è un popolo che sta cambiando. I sentimenti anti occidentali non sono mai stati così nettamente percepibili. Sottolineo questo aspetto perché tutti i numerosi e positivi ricordi che ho mi sembrano in qualche modo lontani nel tempo.

La Turchia è un paese a grande maggioranza islamica. Le altre religioni sono tollerate? Si può professare liberamente il proprio culto?

In Turchia c’è una libertà di culto garantita per legge ma un stretto divieto di proselitismo. Ci sono poi alcuni problemi legati allo status di alcune confessioni. Per esempio i cattolici non hanno riconoscimento giuridico, ne deriva che ottenere permessi diventa decisamente più complicato. Gli ortodossi chiedono da tempo che venga riaperto il seminario di Halki sull’isola di Heybeliada ma appare sempre di più un sogno irrealizzabile. Vi è poi da aggiungere che le tensioni con l’Occidente e Israele, nonché il deterioramento della democrazia stanno determinando un fuggi fuggi generale per il quale se continua così, fra qualche generazione non si potrà nemmeno più parlare di minoranze.

Sei una persona coraggiosa, la vita dei giornalisti in questo periodo dopo il tentato colpo di stato del luglio del 2016 non deve essere facile, specie se espongono in pubblico opinioni che possono essere mal viste dal governo turco. Ti sei mai sentita limitata nella tua libertà di espressione? È ancora possibile in Turchia parlare e scrivere liberamente? Ricordiamoci che per quanto abbia intrapreso una strada autoritaria, è ancora una democrazia, esistono le opposizioni, il presidente Erdogan è democraticamente eletto.

Andiamo con ordine. So che il mio lavoro è costantemente monitorato come quello di molti altri giornalisti. I colleghi turchi sono messi molto peggio di noi. Molti sono scappati, altri hanno cambiato lavoro, per non parlare delle decine che sono stati arrestati. Personalmente, non mi sento mai tranquilla, nemmeno quando sono in Italia. Bisogna stare costantemente attenti ai social, perché vengono controllati da persone vicine o simpatizzanti del governo, poi certo quando si è sul campo è diventato tutto più difficile. Le fonti non parlano più come una volta e chi lo fa devo dire che ha davvero tanto coraggio. Tuttavia, non è questo il momento di avere paura.

Auspicheresti un’entrata della Turchia nell’ Unione europea? È di oggi la notizia del fallito vertice di ieri a Varna sul Mar Nero tra il presidente turco Recep Tayyip Erdogan, il presidente del Consiglio europeo Donald Tusk e il presidente della Commissione Ue Jean Claude Junker. Cosa porterebbe la Turchia all’Europa, che benefici? E che benefici potrebbe ottenere a sua volta la Turchia non solo a livello politico ed economico?

Come noto io sono un’europeista molto convinta. Tuttavia credo che la Ue dovrebbe seriamente ripensare a se stessa e alle sue politiche prima di attuare altri allargamenti. Stiamo ancora pagando in parte e sotto vari aspetti quelli attuati negli anni scorsi. Questo discorso è ancora più valido se si parla di allargamenti con Paesi particolarmente problematici come la Turchia, che per altro adesso è fuori da molti parametri europei. Personalmente credo che sia Ankara sia Bruxelles per motivi diversi non siano interessate a proseguire in maniera concreta questo discorso. E credo anche che sia la decisione giusta. Fino al 2009 ero una sostenitrice dell’ingresso turco in Ue. Ma sono cambiate troppe cose, inclusa la gente. Su una cosa i turchi credo abbiano ragione: all’inizio, nel 2003 dico, la Ue non si è comportata in maniera corretta con loro. Dovevano dire subito o sì o no. Questo tira e molla, aggiungo io, ha fatto il gioco di Erdogan, che di europeo non ha nulla e di anti occidentale parecchio.

Grazie della tua disponibilità, chiuderei questa intervista chiedendoti di anticiparci i tuoi progetti per il futuro. C’è un nuovo libro, in programma?

Il primo progetto lo metto in pratica tutti i giorni ed è continuare a studiare e aggiornarmi per garantire ai miei lettori informazioni e analisi di qualità. Programmi ne ho tanti, non solo sulla Turchia, ma anche sulla Grecia. Fra questi certo c’è anche un nuovo libro, ma voglio pensare bene prima di scrivere qualcosa di definitivo. Gli eventi sono estremamente fluidi ed è importante prima capire e poi scrivere.

:: Volgograd di Luigi De Pascalis (La Lepre Edizioni 2018) a cura di Fabio Orrico

3 aprile 2018 by
Volgograd di Luigi De Pascalis

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Scrittore eclettico e colto, attratto dal fantastico e dal noir, non di rado ibridati con le forme del romanzo storico, Luigi De Pascalis ci consegna con Volgograd la sua opera forse più intima e personale, senz’altro la più libera, la più spiazzante, la più propensa a lasciarsi contaminare da forme e stili diversi. Innanzitutto: che cosa è Volgograd? Non certo la città russa, una volta chiamata Stalingrado, adagiata lungo le rive del Volga. In queste pagine Volgograd è il nome che il narratore senza nome, personaggio centrale del libro, dà alla periferia romana e il suffisso rimanda direttamente a quel popolo che il protagonista, uomo anziano e stanco, incontra, osserva, racconta. Questa periferia è una cintura anonima che stringe la città, soffocando il suo centro storico fra palazzoni tra loro identici, quartieri dormitorio e centri commerciali. Una periferia come ce ne sono tante, del tutto sganciata dal cuore pulsante di Roma, un quartiere che potrebbe appartenere a qualunque altra metropoli, quindi uno scenario per molti versi squallido e alienante ma anche resistente a ogni forma di folklore e mai consolatorio. Anche i suoi abitanti vivono come fossero vere e proprie emanazioni di questa specie di subcontinente, insieme scialbo e terribile. Uomini e donne   costretti a misurarsi con una realtà che sembra potere (e volere) fare a meno del fattore umano. De Pascalis arriva a metaforizzare tutto questo in modo semplice, quasi naif, ma insieme efficacissimo attraverso l’equivalenza tra uomo e uccello in gabbia in una delle pagine più dense. Lo sguardo del narratore – autore è del tutto immanente rispetto all’umanità che attraversa il libro e lo spaccato esistenziale evocato ha toni cupi e, a tratti, dolorosamente ironici.
Potremmo definire Volgograd un “romanzo a racconti” e in questo senso innestarlo facilmente su una tradizione boccaccesca ed eminentemente italiana. Se nel grande modello del Decamerone il filo rosso che univa le storie era fornito dalla decisione di un gruppo di giovani di raccontarsi delle novelle nell’arco di dieci giorni, qui abbiamo come collante fra le vicende il nostro protagonista e la sua flânerie, la sua disponibilità all’ascolto e all’osservazione. De Pascalis orchestra il suo racconto nel corso di un anno. Il libro è infatti scandito dai mesi: ogni mese un capitolo e ogni capitolo diventa contenitore di più storie. De Pascalis alterna spericolatamente prima e terza persona, permettendo al suo narratore di puntare la luce di volta in volta su personaggi che occupano la scena inaspettati e spontanei, quasi li si incontrasse per caso o li si sorprendesse uscire da un portone, in piena notte. Quello con cui abbiamo a che fare è un popolo sofferente, assediato da problemi comunissimi, famiglie distrutte e uomini solitari, ritratti con un affetto e un’immediatezza tali da rievocare i fantasmi del neorealismo, sia letterario che cinematografico e in particolare leggendo il racconto intitolato Il richiamo è impossibile non pensare al finale del desichiano Umberto D. Ma Volgograd non è certamente un libro che esaurisce quello che ha da dire in un unico registro narrativo come testimonia il finale, vero e proprio colpo di coda fantastico, capace di rimettere in discussione, a poche righe dalla fine, la zibaldonesca narrazione che lo precede.
A rafforzare la vocazione linguisticamente polimorfa di Volgograd sono anche le illustrazioni che punteggiano il testo, firmate dallo stesso De Pascalis e che contribuiscono a rendere quest’opera sfaccettata e prismatica uno di quei libri che incoraggia la varietà di interpretazioni, ridefinendo in continuazione temi e stilemi.

Luigi De Pascalis oltre che scrittore e pittore è stato illustratore, grafico, sindacalista, pubblicista. È oggi uno degli autori italiani di narrativa fantastica più apprezzati negli Stati Uniti; in Italia ha vinto i premi Tolkien e Courmayeur, ed è stato finalista del premio Camaiore di Letteratura Gialla. I suoi racconti sono inclusi in moltissime antologie del fantastico italiane e straniere. Prima di Il mantello di porpora, romanzo storico incentrato sulle gesta di Giuliano l’Apostata, De Pascalis ha pubblicato con La Lepre Edizioni il giallo storico Rosso Velabro, i romanzi La pazzia di Dio (finalista al premio Acqui Storia e al Premio Majella) e Il labirinto dei Sarra, il noir fantascientifico Il Nido della Fenice, la graphic novel Pinocchio (vincitrice del Premio “Pinocchio di Carlo Lorenzini” nel 2012). Sempre per La Lepre, l’autore cura la collana “Fantastico Italiano”. Con altre case editrici ha pubblicato i romanzi La dodicesima Sibilla e Il signore delle furie danzanti (Hobby & Work Publishing, 2009), e La morte si muove nel buio (Mondadori, 2013). Ha inoltre al suo attivo numerosi saggi storici, insegna scrittura creativa ed è fondatore, assieme ad altri sette autori romani di mistery, del gruppo “Delitto Capitale”. Nel 2016 il romanzo Notturno bizantino ha vinto il premio Acqui per il miglior romanzo storico dell’anno.

Source: libro inviato dall’ editore al recensore. Ringraziamo Paola Turco dell’ Ufficio stampa.

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:: Mi manca il Novecento – Caproni è la Poesia con la maiuscola a cura di Nicola Vacca

3 aprile 2018 by

Caproni

Giorgio Caproni è stato uno dei poeti più innovativi del Novecento. La sua essenzialità musicale scavata nella nuda terra della parola sconvolse il linguaggio della poesia.
I suoi versi restano un’ esemplare testimonianza di un secolo ferito in cui il poeta si è posto nella condizione di viaggiatore.
I temi preferiti da Caproni sono il viaggio, la frontiera, la terra di nessuno con i loro paesaggi solitari. L’andare poetico di Caproni è fatto di metafisiche apparizioni che mettono a nudo l’incerto confine della vita abitato dall’uomo che è cacciatore e preda allo stesso tempo.
Caproni già in «Come un’allegoria» si interroga sulla vita e in seguito negli altri suoi libri («Il muro della terra», «Congedo del viaggiatore cerimonioso») ha affrontato a viso aperto le ragioni profonde dell’esistenza toccando con limpida chiarezza i temi legati alle domande fondamentali, davanti alle quali chiede al lettore un’attenzione perplessa. «Una poesia contratta – scrive Carlo Bo – fino allo spasimo e che tuttavia conserva una sua corposità, una parte di sostanza incontaminata. Al fondo c’è sempre l’uomo inseguito dalle sue preoccupazioni».
Nato il 7 Gennaio 1912 a Livorno, Giorgio Caproni è stato senza alcun dubbio uno dei massimi poeti del Novecento. Di origini modeste, il padre Attilio è ragioniere e la madre, Anna Picchi, sarta. Giorgio scopre precocemente la letteratura attraverso i libri del padre, tanto che a sette anni scova nella biblioteca paterna un’antologia dei Poeti delle Origini (i Siciliani, i Toscani), rimanendone irrimediabilmente affascinato e coinvolto.
Nello stesso periodo si dedica allo studio della Divina Commedia, dalla quale s’ispirò per «Il seme del piangere» e «Il muro della terra».
Finalmente nel 1922 terminano le amarezze, prima con la nascita della sorellina Marcella, poi con quello che sarà l’avvenimento più significativo nella vita di Giorgio Caproni: il trasferimento a Genova, che lui definirà
«la mia vera città».
Terminate le scuole medie, s’iscrive all’Istituto musicale «G. Verdi», dove studia violino. A diciotto anni rinuncia definitivamente all’ambizione di diventare musicista e s’iscrive al Magistero di Torino, ma presto abbandona gli studi.
Inizia in quegli anni a scrivere i primi versi: non soddisfatto del risultato ottenuto strappa i fogli gettando via tutto. È il periodo degli incontri con i nuovi poeti dell’epoca: Montale, Ungaretti, Barbaro. Rimane colpito dalle pagine di «Ossi di seppia», al punto di affermare: «… saranno per sempre parte del mio essere».
Nel 1933, pubblica le sue prime poesie, «Vespro» e «Prima luce», su due riviste letterarie e, a Sanremo, dove si trova per il servizio militare, coltiva alcune amicizie: Giorgio Bassani, Fidia Gambetti e Giovanni Battista Vicari. Comincia anche a collaborare con riviste e quotidiani pubblicando recensioni e critiche letterarie.
Nel 1935 inizia ad insegnare alle scuole elementari, prima a Rovegno poi ad Arenzano.
La morte della fidanzata Olga Franzoni nel 1936 gli ispira i versi del suo primo libro «Come un’allegoria», pubblicata a Genova da Emiliano degli Orfini. La tragica scomparsa della ragazza, causata da setticemia, provoca una profonda tristezza nel poeta come testimoniano molti suoi componimenti di quel periodo, tra cui vanno ricordati i «Sonetti dell’anniversario» e
«Il gelo della mattina».
Nel 1938 si trasferisce a Roma restandovi solo quattro mesi.
Il 1943 è molto importante per Giorgio Caproni perché «Cronistoria» vede le stampe presso Vallecchi di Firenze, all’epoca editore fra i più noti. Nell’ottobre del 1945 rientra a Roma dove resterà fino al 1973 svolgendo l’attività di maestro elementare.
Nella capitale conosce vari scrittori tra cui Cassola, Fortini e Pratolini, e instaura rapporti con altri personaggi della cultura( sarà particolare il legame con Pasolini).
La produzione di questo periodo è basata soprattutto sulla prosa e sulla pubblicazione di articoli relativi a vari argomenti letterari e filosofici.
Le attività letterarie di Caproni diventano frenetiche. Nel 1951 si dedica alla traduzione di «Il tempo ritrovato» di Marcel Proust, cui seguiranno altre versioni dal francese di molti classici d’oltralpe. Va ricordata la traduzione di «Morte a credito», il capolavoro di Céline
Intanto la sua poesia si afferma. «Stanze della funicolare» vince il Premio Viareggio nel 1952 e dopo sette anni, nel 1959, pubblica «Il passaggio di Enea».
Vince nuovamente il Premio Viareggio con «Il seme del piangere».
Nel 1986 viene pubblicato «Il conte di Kevenhuller», libro che segnerà una svolta. Nelle ultime raccolte si fa avanti l’intreccio dei temi religiosi e esistenziali.
L’ultima fase della poesia di Caproni sfugge a una definizione. Il grandi temi della poesia e della filosofia contemporanea lo porteranno a riscoprire il tema del viaggio.
Un viaggio che porta Caproni in nessun luogo, o in posti nebbiosi, assurdi e vuoti «La sua –scriverà Gian Luigi Beccaria- è la religione del vuoto, descritta, commentata con dizione mirabile in luoghi di frontiera dove tutto è solitudine, dolore, addio di un uomo in viaggio o in fuga».
«Res amissa», la raccolta uscita postuma, nella sua brevità epigrammatica contiene la ragione ultima della poesia di Caproni: una sorta di religiosità senza fede in cui «essere in disarmonia con l’epoca».
Tutto è messo in discussione con un nichilismo calmo che filosofeggia non solo sulla morte di Dio ma anche sul freddo della Storia

:: Noce Oolong Tè Oolong e Il pittore fulminato di César Aira

3 aprile 2018 by

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Oggi della collezione di tè di PETER’S TeaHouse ho deciso di parlarvi di Noce Oolong Tè Oolong.

E’ un tè cinese, coltivato nella regione di Fujian, provincia della Cina situata a sud-est lungo la costa, piuttosto ricco e vivace. “Oolong” significa letteralmente “drago nero”. In questa miscela fruttata troverete croccante di Nocciola, pezzetti di cocco, ananas candito, pezzetti di noce, scaglie di mandorla e aromi naturali.

L’aroma prevalente è la nocciola. E’ un tè piuttosto dolce e chiaro. Finora vi ho parlato di tè neri, questo appartiene alla famiglia dei tè Oolong, meno forte e intenso ma altrettanto piacevole.

Valore nutrizionale 100ml: En. 6 kJ/ 2kcal, grassi <0,5 g (saturi <0,1g), carb. <0,5g (zuccheri <0,5g), prot. <0,5g, sale <0,01g.

tè oolong

Costa 6,10 Euro all’etto. Se volete provarlo lo trovate a questo link. Dei pregiati tè Oolong è forse il meno caro, esitono qualità dai 20 Euro all’etto.

Per una preparazione ottimale

vi rimando agli articoli precedenti qui:

Consigliati:

Un cucchiaio di tè per persona.
Temperatura dell’acqua di 95 °.
Tempo di infusione da 1 ai 3 minuti.

Consiglio goloso

Consiglio di accompagnare Noce Oolong Tè Oolong con una fetta di plumcake alla zucca, poco zuccherato. Io ho seguito questa ricetta. Dimezzando le quantità di zucchero.

E ora veniamo al mio consiglio di lettura

Consiglio di sorseggiare Noce Oolong Tè Oolong leggendo Il pittore fulminato di César Aira, con introduzione di Roberto Bolaño, edito da Fazi Editore. Libro ricco e sontuoso, dalla scrittura preziosa.

Source libro: libro inviato dall’editore, si ringrazia Cristina dell’ Ufficio Stampa Fazi.

Source tè: campione omaggio gentilmente inviato da PETER’S TeaHouse, ringraziamo Mattia dell’ ufficio marketing.

#BBMagicalTour

30 marzo 2018 by

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