:: Leonardo da Vinci di Walter Isaacson (Mondadori, 2017) a cura di Daniela Distefano

5 febbraio 2019 by

LEONARDO DA VINCILeonardo da Vinci è l’emblema perpetuo dell’umana evoluzione. Questo libro – corredato di immagini eloquenti – spiega perché. Innanzitutto, in lui riscontriamo una straordinaria combinazione di scienza ottica ed immaginazione artistica: egli costruiva la sua arte su un’impalcatura scientifica. Basta osservare il suo Uomo vitruviano. Per fare di questo disegno un lavoro scientifico informativo, sarebbe stato sufficiente tratteggiare una figura d’uomo semplificata. Invece Leonardo tracciò linee delicate e si produsse in un’accurata ombreggiatura, realizzando, anche se non sarebbe stato necessario, un corpo di notevole bellezza. Con il suo sguardo intenso e insieme profondo, e i riccioli che tanto amava riprodurre, l’Uomo vitruviano è un capolavoro in cui si intrecciano l’umano e il divino. L’eccezionale capacità di far dialogare teoria ed esperienza ha fatto di lui il primo fondamentale alfiere di un metodo di ricerca che combinando curiosità maniacale, volontà di sperimentare e di mettere in discussione i dogmi con la capacità di discernere modelli nelle varie discipline, ha portato la conoscenza umana a compiere progressi ciclopici. Un altro esempio del suo essere pioniere? Per definire la forma degli oggetti Leonardo confidava sul chiaroscuro piuttosto che sui contorni perché aveva avuto un’intuizione profonda: non esistono, in natura, oggetti con un contorno marcato o un confine preciso. Un tratto poi caratteristico di una grande mente è la disponibilità a cambiare idea. In lui questo tratto era ben visibile. Alle prese con i suoi studi sulla terra e l’acqua, nei primi anni del XVI secolo si imbattè in fatti che lo indussero a riconsiderare la sua fiducia nell’analogia microcosmo-macrocosmo. Era un genio al meglio della sua potenza e noi abbiamo la fortuna di assistere a questa sua evoluzione nelle pagine del Codice Leicester. Il volume di Isaacson ci parla non solo del “creatore”, ma anche delle leggendarie“creature” del Grande Maestro toscano. Leonardo cominciò a lavorare alla Gioconda nel 1503 quando tornò a Firenze dopo essere stato al servizio di Cesare Borgia. Ma non l’aveva terminata quando si trasferì nuovamente a Milano nel 1506. L’avrebbe portata anche in Francia, ultima tappa della sua vita, aggiungendo minuscole pennellate e sottili strati di colore per tutto il 1517. Nel suo studio sarebbe stata quando morì. In questo sconvolgente dipinto, il paesaggio dell’anima di lei e quello dell’anima della natura sono intrecciati. Scrisse Kenneth Clark di quest’opera:

La scienza, l’abilità pittorica, l’ossessione per la natura, l’intuizione psicologica sono tutte lì, e bilanciate in modo così perfetto che a tutta prima quasi non ce ne accorgiamo”.

Un Leonardo, dunque, epitome della mente universale, uno che cercava di capire l’intero mondo e come l’uomo si collocasse al suo interno.

Elenco delle opere principali di Leonardo da Vinci: Il battesimo di Cristo (Galleria degli Uffizi di Firenze), La Madonna del garofano (Alte Pinakothek Monaco), l’Annunciazione (Uffizi di Firenze), L’Annunciazione del Louvre di Parigi, Ritratto di donna ovvero di Ginevra Benci (Washington, National Gallery),L’Adorazione dei magi (Uffizi di Firenze), Il battesimo di Cristo (Uffizi di Firenze), San Gerolamo nella Pinacoteca Vaticana (Roma), Madonna delle rocce del Louvre, Salvator mundi, Madonna delle rocce custodita a Londra nella National Gallery, Ritratto di donna con ermellino (Cracovia, Czartryski Muzeum), Ritratto di Isabella d’Este (Parigi museo del Louvre), Il cenacolo ovvero l’Ultima cena (si Convento di S. Maria delle Grazie Milano), La Gioconda (Louvre a Parigi), S. Anna la Madonna il bambino e S. Giovannino (National Gallery Londra), San Giovanni Battista (Parigi Louvre), S. Anna la Madonna e il Bambino con l’agnello (National Gallery Londra), La belle ferronnière (Parigi Louvre), Ritratto di musicista (Milano, Pinacoteca Ambrosiana), Ritratto di donna (Milano, Pinacoteca Ambrosiana), Bacco (Louvre Parigi).

Walter Isaacson è docente di storia alla Tulane University di New Orleans. E’ stato caporedattore della rivista “Time”, amministratore delegato e presidente della CNN. E’ autore di numerosi libri, tra cui le biografie di Henry Kissinger, Benjamin Franklin, e Steve Jobs.

Source: Libro inviato dall’Editore. Ringraziamo Cristiana e Anna dell’Ufficio Stampa “Mondadori”.

:: Il giorno in cui Lorenzo morì di Paolo Marati (Ponte Sisto 2018) a cura di Federica Belleri

5 febbraio 2019 by

lormorRoma non è interessata al fatto che la madre di Lorenzo abbia dato inizio alle pratiche di divorzio, come non è interessata al fatto che suo padre non lo accetti, perché ancora innamorato.
Roma non si preoccupa se Giacomo, il fratello maggiore di Lorenzo, sia gay e vicino all’anoressia. Roma, infine, rimane indifferente quando scopre che Lorenzo è epilettico …
Queste sono le basi da cui parte questa storia, raccontata con schiettezza, con un linguaggio forte e senza sconti per nessuno. Storia di giovani pseudo-intellettuali che si preoccupano solo di se stessi, ma faticano a confrontarsi nel quotidiano. Capaci solamente di discutere di ciò che hanno appreso dai libri e di poco altro. Sembrano ragazzi inadeguati e inaffidabili, egoisti e saccenti nel modo sbagliato. Fra loro c’è chi è despota e arrogante, chi è irascibile e manesco, chi vuole piacere a tutti i costi ed essere accettato. In questo gruppo fa la sua comparsa Lorenzo, che li conosce tutti da diversi anni e che si trova, suo malgrado, a fare i conti con la propria sensibilità e la sua malattia. Lorenzo, che vorrebbe aiutare ma viene offeso. Lorenzo, che a volte risulta “pesante” da ascoltare ma ne avrebbe un gran bisogno.
Cosa succede nella giornata in cui Lorenzo muore? Non sta a me dirlo, ma a voi leggerlo in questo libro.
Una maniera originale per raccontare l’inquietudine, senza giudicare nessuno.
Buona lettura.

Source: inviato dall’editore al recensore.

:: Un’ intervista con Ezio Sinigaglia a cura di Giulietta Iannone

4 febbraio 2019 by

ezio

Benvenuto Ezio su Liberi di scrivere e grazie di aver accettato questa intervista. Ci parli di lei, dei suoi studi, del suo percorso professionale.

Nacqui, lessi, scrissi. La mia biografia è tutta qui. Potrei (come quasi tutti) aggiungere, in seconda o terza posizione, amai, ma è materia che in questa sede non interessa. Se parliamo di attività professionale, di lavoro insomma, non ho mai fatto nient’altro che scrivere. E dal momento che il mio romanzo d’esordio, che era appunto Il pantarèi, ebbe una vicenda editoriale tutt’altro che felice, mi sono sempre guadagnato da vivere scrivendo per conto di altri, sulla base di scelte altrui e, grazie al cielo, a spese d’altri. Molte enciclopedie, all’inizio, anche e soprattutto per ragazzi. Poi lavori redazionali (adesso si direbbe di editing), molte traduzioni, un po’ di pubblicità, un po’ di ghostwriting, qualche avventura tipografica, un paio di belle esperienze nel campo delle guide turistiche (turismo culturale, s’intende, e sostenibile), qualche laboratorio di scrittura. Un’ottima scuola di umiltà. La mia attività parallela di scrittore ha accompagnato tutte queste esperienze, ma è venuta alla luce soltanto con la pubblicazione di Eclissi, nel 2016, quando ero già vicino ai settant’anni.

 Il pantarèi uscì nel 1985, ora viene ripubblicato da Terrarossa Edizioni. Con modifiche, aggiornamenti, rielaborazioni? O ha conservato fedelmente l’impianto narrativo precedente?

L’impianto narrativo non è mutato né di un grammo né di un centimetro. Le modifiche che ho fatto sono poche e puramente formali. Sono quelle che ho elencato nella Prefazione a questa seconda edizione: “qualche errore materiale, qualche sbavatura grammaticale, qualche leggerezza lessicale”, accenti, elementi di punteggiatura. Poco davvero. Volevo che l’ingranaggio del romanzo – che, peraltro, non mi sembrava per nulla arrugginito – restasse così com’era.

È stato tradotto all’estero? Che accoglienza ha avuto?

Questa sua domanda arriva quasi a commuovermi, mi creda. Il pantarèi, poverocristo, si può quasi dire che, fino a ieri, non sia mai stato pubblicato nemmeno in Italia. Figuriamoci all’estero!

Dunque il romanzo non è morto, sebbene al suo capezzale si affollino anche molti critici blasonati. Come forma narrativa per quale motivo l’apprezza, e in quale misura vorrebbe espanderne i limiti (se ci sono)?

La forza del romanzo sta proprio nel fatto di non avere limiti, se non alla rovescia: non è romanzo un testo che è troppo corto per esserlo. È un recipiente disposto a dilatarsi all’infinito, il romanzo, ad accogliere materiali disparati. Il romanzo del Novecento, cui il mio Pantarèi è dedicato, ha ampliato enormemente la natura di questi materiali, ma per la verità sarebbe ridicolo affermare che il romanzo fosse prima d’allora un genere puramente narrativo. Non c’è neppure bisogno di scomodare Petronio Arbitro o Laurence Sterne (il cui cognome tuttavia non manca di proiettare la sua ombra sul Pantarèi): basterà pensare all’unico romanzo che – si può dire – abbiamo letto tutti, cioè ai Promessi sposi, che contengono lunghe divagazioni saggistiche di ogni genere, storiche, mediche, giuridiche, geografiche, di diritto canonico, e addirittura un agguerritissimo trattatello sul controllo del prezzo del pane, sui modi corretti e razionali di fissarlo, e su quelli demagogici e funesti. Il romanzo fagocita qualsiasi cosa. È questo che gli assicura l’immortalità. Non so perché si continui a dire che è morto: forse perché lo si vuole uccidere, soffocandolo sotto le enormi ondate dei pessimi romanzi che vengono pubblicati ogni anno. Ma ci vorrebbe ben altro. L’inflazione può uccidere una moneta, non un genere letterario come il romanzo. Basta un capolavoro ogni cinquant’anni, ed ecco che le losche trame dei romanzicidi vanno in fumo. È come pensare di poter uccidere l’araba fenice. Mi perdoni se mi autocito per la seconda volta, ma l’ho scritto in forma quasi di slogan nella mia Prefazione: “Il romanzo è morto, viva il romanzo”.

La sua opera è molto joyciana, se mi permette il termine. Che effetti ha avuto la lettura dell’Ulisse, ma anche dei Racconti di Dublino, sul suo immaginario letterario e sul suo gusto di sperimentare stili, registri, strutture narrative (chi ha letto l’Ulisse si ricorderà che ogni capitolo era un “omaggio” alle varie arti narrative, dal teatro al romanzo sentimentale)?

Credo che il mio amore per Joyce, e per l’Ulisse in special modo, si sveli in modo lampante nel capitolo del Pantarèi a lui dedicato, tanto nella metà saggistica quanto in quella narrativa. Ma per la verità in tutto il romanzo, dal principio alla fine, si respira un’aria joyciana a ogni svolta, a ogni colpo di testa dell’autore o del protagonista, a ogni cambio di passo, a ogni sarcastica invenzione linguistica o narrativa, a ogni beffardo rovesciamento del racconto o del canone letterario. Mi divertii moltissimo a scrivere Il pantarèi, e so di parecchi lettori che si sono divertiti moltissimo a leggerlo. In questo aspetto ludico della scrittura risiede forse il contributo più prezioso che la lettura di Joyce ha dato alla mia vocazione di scrittore, ma anche il principale omaggio, naturalmente sarcastico e beffardo, che a Joyce ha reso il mio Pantarèi. Tuttavia ci tengo a precisare due cose. In primo luogo non bisogna dimenticare che in quel mio libro d’esordio il discorso sul romanzo del Novecento si articola su ben otto autori, e non su uno solo: tutti questi autori hanno avuto un ruolo importante e, in alcuni casi, cruciale quanto quello di Joyce nel contribuire a quella decostruzione del romanzo tradizionale che costituisce l’oggetto della ricerca del Pantarèi. Senza contare che per altri due di questi autori (Proust e Svevo) ho nutrito in gioventù, e continuo a nutrire tuttora, un amore e un’ammirazione non inferiori a quelli che ho riservato e riservo a Joyce. In secondo luogo non vorrei che il lettore di questa nostra intervista si creasse la convinzione che Il pantarèi sia un romanzo che si riduce all’imitazione di Joyce. Al contrario fu il mio atto di emancipazione da tutti i miei idoli letterari, e da Joyce per primo. Le movenze imitative, quando ci sono (ci sono, e non riguardano il solo Joyce), sono nel Pantarèi consapevoli, e irriguardose, irridenti, liberatorie. Proprio come i dispetti del figlio che imita il modello paterno con piglio derisorio per riuscire infine a voltargli le spalle e a diventare adulto.

Parliamo della trama del suo romanzo: protagonista è Daniele Stern, un giovane collaboratore editoriale. Ci racconti cosa gli viene proposto e in che maniera porta a compimento il suo incarico.

Stern, nel Prologo, che è piuttosto ampio e diviso in due parti, arriva alla casa editrice, dove ha appuntamento con la dottoressa Ghiotti, redattrice (a quel tempo la parola “editor” era pressoché sconosciuta, in Italia, agli stessi editor). Conosce bene il luogo e la persona: è un collaboratore abbastanza stabile. Si aspetta un lavoretto da poco, tipo correzione di bozze. Invece la Ghiotti gli affida un incarico nuovo e inatteso: scrivere un testo di circa 40 cartelle dattiloscritte sul romanzo del Novecento, per l’ultimo volume (Cultura Generale) di una tradizionalissima (e tutt’altro che inverosimile, nel contesto culturale di allora) Enciclopedia della Donna. La cosa è molto urgente: si tratta di rimediare in extremis al fiasco di un altro collaboratore. Perciò la Ghiotti gli dà cinque giorni di tempo, gli promette la cifra assai allettante di mezzo milione di lire (siamo suppergiù nel 1976-77: sarebbero circa tre milioni del 2001, cioè molto di più, come potere d’acquisto, dei 1.500 euro di oggi che vorrebbe il cambio ufficiale) e gli allunga una scaletta, cui Stern si atterrà solo in parte. Qui comincia il romanzo vero e proprio, con i suoi capitoli numerati da I a IX. Stern si tuffa nel lavoro con entusiasmo, cantandosi il ritornello “Mezzo milione in cinque giorni: un vero colpo di fortuna”. Già nel primo pomeriggio va a fare una passeggiata dopo avere scritto il capitoletto d’apertura: su Proust, nientepopodimeno. Quando, la sera, va a cena dagli amici Montorsi, ha già scritto anche l’introduzione che, grazie al suo primo gesto di ribellione alla scaletta della Ghiotti, seguirà il capitolo su Proust anziché precederlo. A notte inoltrata, eccitato dalla gran quantità di champagne bevuto a casa Montorsi, si butterà su Joyce quasi con inebriata passione. E così via. Gli autori che si susseguono sono alcuni dei più significativi artefici della destrutturazione novecentesca del romanzo tradizionale: dopo Proust e Joyce, ecco Musil, Svevo, Kafka, Céline, Faulkner e Robbe-Grillet. Spazzati via Thomas Mann e i sudamericani che la scaletta pretendeva di imporgli, Stern finirà il suo lavoro con un’intera giornata d’anticipo. Nella prima parte di ogni capitolo si può leggere, scritto in un corsivo cui si alternano in tondo i pensieri quasi sempre piuttosto irriguardosi di Stern, il saggio sul romanzo del Novecento, che si dipana via via; nella seconda parte i frammenti della vita di Stern fra un capitolo e l’altro. Ovvio che ci dev’essere qualche forma di corrispondenza, per analogia o per contrasto, fra l’una e l’altra metà di ogni capitolo. Ma non sempre (anzi, quasi mai) è chiaro in che cosa questa corrispondenza consista. Intanto veniamo a sapere che Stern è stato piantato dalla moglie Anna, della quale è ancora innamorato e che se ne è andata con un altro (“molto più peloso”), che gli piacciono però anche i ragazzi, dei quali va a caccia di notte nei giardini, che ha un romanzo incompiuto in un cassetto e una carriera di scrittore cui ha rinunciato prima ancora di cominciarla. Chiaro che il lavoro sul romanzo del Novecento lo interessa e lo incalza non soltanto per ragioni di quattrini. Infatti, nel brevissimo Epilogo, verremo a sapere che Stern scriverà un romanzo. Probabilmente proprio Il pantarèi, come alcuni indizi suggeriscono.

È molto illuminista l’idea di ridurre tutto in un sunto, in un’Enciclopedia che racchiuda lo scibile (per quanto limitato alla storia del romanzo del Novecento). Non trova?

L’idea dell’enciclopedia non avevo bisogno di farmela venire: era connaturata al mio mestiere. Tornai dal servizio militare all’inizio del 1972 e cominciai subito a lavorare. A quei tempi era possibile: il lavoro esisteva, e io volevo rendermi autonomo dalla mia fin troppo affettuosa e indulgente famiglia d’origine, tanto più che accarezzavo già progetti di nozze (mi sposai in effetti nel 1973, a 25 anni). Era un’epoca in cui si produceva un gran numero di enciclopedie, nella stragrande maggioranza dei casi del tutto inutili, perché non si fondavano su ricerche di prima mano ma su fonti secondarie, che erano costituite perlopiù da altre enciclopedie. Parlare di illuminismo per quella stagione editoriale mi sembra un po’ eufemistico, o almeno benevolo, diciamo. È vero però che era un’epoca, quella compresa fra gli anni Sessanta e la fine dei Settanta, lontana anni luce dall’oscurantismo. Forse l’epoca meno oscurantista della storia dell’umanità. Perfino in Italia, l’analfabetismo era ridotto quasi a zero, e c’erano milioni di studenti universitari, in luogo delle migliaia di pochi decenni prima (e l’università aveva ancora, nonostante il – o grazie al – Sessantotto, un immenso prestigio). Un periodo storico che, visto dalle tenebre di oggi, appare, a quelli della mia generazione, se non illuministico, perlomeno bene illuminato. Però, sopra l’idea magnifica della diffusione della cultura agli strati meno agiati della società, gli editori ci marciavano alla grande. E anche i collaboratori editoriali. Io stesso figuro tuttora fra gli autori di una delle enciclopedie tascabili Garzanti (le mitiche “Garzantine”): si tratta, ohimè, di quella dello Spettacolo, un campo dello scibile per il quale non avevo nessuna particolare competenza. Per due anni e forse più arrotondai i miei introiti scrivendo (e firmando, addirittura!) quasi tutte le voci di Storia Medievale di un’enciclopedia universale che usciva a dispense: inutile dire che il mio profilo era lontanissimo da quello del medievista. Sulle prime, essendo fresco di vita militare (un mondo dove un autista di autobus veniva tramutato di punto in bianco in aiuto-cuciniere e un contadinello che non aveva mai visto più di due ruote in una volta veniva avviato alla scuola guida e messo infine al volante di un autocarro militare che portava nel cassone 24 soldati su per le montagne), trovavo questo brancaleonismo dell’editoria, al paragone, innocuo e pittoresco. Poi cominciai a giudicarlo meritevole di satira. Quindi nell’Enciclopedia della Donna del Pantarèi convergevano felicemente varie esigenze: mettere in scena un ambiente arcinoto, nel quale uno scrittore principiante come me potesse se non altro muoversi con disinvoltura; pescare un pretesto narrativo provvidenziale, che mi offrisse l’opportunità di scrivere una breve storia del romanzo del Novecento, cercando di rispondere alla domanda che tanto mi stava a cuore (ma il romanzo è morto davvero?); mettere un po’ alla berlina, pur senza eccedere in dileggi, il mondo delle case editrici, con tutte le loro velleità, le loro fobie e i loro tic. Devo però darle ragione in questo: il principale scopo che mi prefiggevo con l’idea dell’enciclopedia era quello di scrivere (di far scrivere da Stern) un saggio assolutamente non accademico, ma all’opposto divulgativo. Questo può forse essere considerato un sussulto tardivo di illuminismo.

Tornando all’Ulisse, in cosa si somigliano Leopold Bloom e Daniele Stern, e in cosa sono totalmente diversi?

Mi caverò d’impaccio rispondendo così: Bloom e Stern si somigliano per il fatto di avere entrambi un cognome di origine ebraica; sono totalmente diversi per il fatto di essere, il primo, ebreo anche di fatto e il secondo no.

Proust, Joyce, Kafka, Faulkner, Musil, Svevo, tra rivoluzione e ricostruzione, è davvero necessario scardinare e smontare pezzo pezzo quello che è stato fatto in passato per essere una voce autentica? In cosa questi giganti si sono differenziati dagli altri romanzieri? Secondo lei, naturalmente.

All’inizio del Novecento quest’opera di distruzione e ricostruzione doveva essere sentita come necessaria, perché travolse, scosse e rivoluzionò pressoché contemporaneamente tutte le arti. Pensi alla scomparsa del figurativismo (o alla sua sopravvivenza come mera espressione di retroguardia) da quelle che fin lì si erano chiamate “arti figurative”. O alla soppressione della tonalità e alla messa in discussione del concetto di “armonia” in musica, per non dire dell’uso distorto e provocatorio di alcuni strumenti (per esempio: battere l’archetto sulla cassa del violino, trasformandolo in uno strumento a percussione) o della ricerca rumoristica che è arrivata a rendere irrilevante la differenza fra rumore e suono. In letteratura non ci si è potuti spingere tanto oltre per una banalissima ragione: i testi sono fatti di parole e le parole hanno un significato. Intendiamoci, anche questa strada è stata tentata: si è provato a scrivere testi fatti di parole inesistenti, oppure testi formati da parole note ma disposte e mescolate in modo tale da non produrre alcun significato, o ancora (i futuristi) spernacchiamenti onomatopeici, quasi sempre inneggianti, ahinoi, alle esplosioni belliche. I risultati, per ricorrere a una litote, non sono mai stati brillanti, e poche cose possono risultare più significative della sproporzione abissale fra i capolavori del futurismo italiano in pittura e i suoi modestissimi esiti in letteratura. Insomma, la letteratura non figurativa, o rumoristica, è un fallimento assicurato. La prova del nove è data, a contrario, dai “testi cancellati” di Emilio Isgrò, che non sono considerati opere letterarie, ma opere d’arte contemporanea (arte cosiddetta concettuale: non astratta, certo, ma neppure figurativa…). Tuttavia nemmeno la letteratura si è sottratta alla febbre rivoluzionaria delle avanguardie di inizio Novecento. La poesia, per prima, ha demolito la gabbia formale nella quale era beatamente rinchiusa da millenni, gettando alle ortiche ogni struttura strofica, ogni obbligo di rima o di assonanza, ogni misura quantitativa all’interno del verso. Il romanzo non aveva regole di questo tipo, ma ne aveva altre, meno rigide forse, ma altrettanto antiche e solide. L’avanguardia si è accanita contro queste ultime, rendendo via via più esile e frantumato il filo dell’intreccio, più evanescente e contraddittoria la fisionomia dei personaggi, più vaga e indefinita l’ambientazione, più intricato lo svolgersi dei tempi narrativi. È nato un nuovo romanzo, diverso, irrimediabilmente diverso da quello ottocentesco, un romanzo alla ricerca di un altro tipo di realismo, non più rivolto alla realtà esteriore e superficiale, ma a quella interiore e profonda. Sarebbe stato possibile costruire questo nuovo romanzo senza distruggere quello vecchio? Non credo (e del resto, diciamolo pure: sempre meglio distruggere il vecchio romanzo e costruire il nuovo, come fecero Joyce & Co., che distruggere il romanzo tout-court, senza costruire un bel nulla, come pretendeva di fare l’anti-romanzo). Gli otto autori del canone del Pantarèi, più un altro paio, si differenziano dagli altri scrittori loro contemporanei in questo: si sono spinti in una direzione nuova, hanno esplorato per noi un territorio ignoto, pieno di insidie ma anche di promesse e di premi. La loro grandezza consiste nell’averci aperto strade che, prima di loro, molto semplicemente, non esistevano.

E quale è lo stato di salute della Critica Letteraria, in Italia nello specifico? La segue? C’è qualche critico che apprezza particolarmente?

Sono uno scrittore un po’ anomalo, in parte forse per mia natura ma in parte per volontà del caso, per la piega particolarissima che ha preso la mia “carriera” (è buffo perfino chiamarla così) di romanziere. Dopo la vicenda non troppo edificante del Pantarèi negli anni Ottanta, sono rimasto isolato dal mondo letterario per una trentina d’anni, proprio quelli che di norma sono i più produttivi per un artista in generale e per uno scrittore in particolare: fra i trentacinque o poco più e i sessantacinque. Naturalmente in quegli anni così produttivi ho scritto moltissimo, ma sempre chiuso a doppia mandata nella torre d’avorio che, non avendo un capitale da investire, avevo preso in affitto. La critica letteraria militante mi riguardava molto, molto alla lontana. Non ho seguito granché la sua evoluzione in quei decenni. Adesso che sono tornato a occuparmene, più o meno tangenzialmente, capisco che fare il critico letterario oggi (parlo sempre della critica militante) è davvero difficile. La dittatura del mercato è perfino più schiacciante per la libertà di espressione del critico che per quella dello scrittore. È pressoché impossibile sottrarvisi. Ma da questo punto di vista non credo ci sia molta differenza fra l’Italia e gli altri paesi occidentali. Anzi, probabilmente in Italia si sopravvive meglio perché tutto è più inefficiente, anche il male. Come in quella famosa storiella sulla differenza tra l’inferno tedesco e quello italiano, che qui non posso trascrivere per ragioni di decenza. E questo dell’azione condizionante del mercato è soltanto uno dei problemi che la critica letteraria si trova oggi ad affrontare. Ho sfogliato (verbo improprio eppure adattissimo) con molto interesse le risposte dei critici (ben 66!) alla prima delle quattro domande rivolte loro da Vanni Santoni sulle pagine (sostantivo improprio eppure adattissimo) della rivista online “L’Indiscreto”, la domanda cioè che verteva appunto sullo stato di salute e sul destino della critica. Ho visto che, com’era abbastanza logico aspettarsi, circola un certo pessimismo: lo spazio della critica sembra ridursi sempre più, la voce del critico affievolirsi per effetto di due fenomeni convergenti: la presenza sempre meno rilevante della critica letteraria sui giornali e sui libri, e l’incontrollabile proliferare dei “critici amatoriali” che furoreggiano sul Web. Tuttavia ho anche notato l’orgoglio con cui alcuni affermano l’indispensabilità della critica, la sua funzione insostituibile nel definire un canone, nel separare la buona letteratura dalla cattiva o, ancor più, la sopravvivente letteratura da ciò che letteratura non è. Soltanto il critico militante può aiutare i lettori a farsi largo nella selva dei brutti libri per posare lo sguardo su quei pochi che meritano d’essere aperti.

Grazie del suo tempo, invitiamo i lettori a leggere il suo libro e a partecipare al dibattito. Concludo, comunque, come è da tradizione del mio blog, chiedendole: quali sono i suoi progetti per il futuro?

I miei progetti sono tutti a breve termine per il semplice fatto che, superati i settant’anni, il lungo termine è fuori discussione e il medio induce a mettere in campo tutti gli armamentari, sia pure involontari o inconsapevoli, della scaramanzia. Nel breve termine ho in programma, in primo luogo, la “promozione” del Pantarèi e, in secondo luogo (direi entro un anno), la pubblicazione di un altro libro con TerraRossa: una novella (molto) licenziosa intitolata L’imitazion del vero, di un centinaio di pagine, un testo davvero singolare, e del quale per ora preferisco non dir nulla. Sarà il primo dei miei inediti a trovare la via della pubblicazione. Parlare degli altri inediti mi sospingerebbe già nell’ambito del medio termine ed entro il raggio delle scaramanzie; è quindi meglio che me ne astenga. Ho anche un paio di progetti nuovi, uno a breve termine (un centopagine ambientato su un’isola fatale, seconda anta di un’ipotetica trilogia iniziata con Eclissi) e uno a termine purtroppo meno breve, ma che vorrei riuscire a realizzare in questa valle di lacrime, così da non dovermi portare nell’Aldilà tutto il pesantissimo materiale bibliografico che ho raccolto per poterlo scrivere: si tratta di un metaromanzo giallo sul romanzo giallo, intitolato La figura morale dell’orango. Insomma, come si capisce al volo, una specie di Pantarèi del giallo con il quale potrei chiudere degnamente il cerchio della mia beffarda carriera di scrittore. È un romanzo molto lungo e complesso. Se avessi la fede, passerei le mie giornate a supplicare il padreterno di darmi la forza fisica e mentale per portarlo a compimento. Poiché la fede non ce l’ho, mi resta un sacco di tempo libero e, fra l’estate prossima e quella successiva, spero di farcela.

:: Mi manca il Novecento – La rabbia, l’onestà e l’anarchia di Luciano Bianciardi a cura di Nicola Vacca

4 febbraio 2019 by

luciano bianciardi

Luciano Bianciardi ha attraversato il mondo culturale italiano del secondo Novecento con rabbia, intelligenza, onestà intellettuale. Tre caratteristiche che hanno fatto di lui uno scrittore libero che non è mai sceso a compromessi con il mondo editoriale che lo ha accolto e poi lo ha respinto.
Di Luciano Bianciardi si può dire che ha attraversato il potere culturale senza mai esserne sedotto.
La sua Trilogia della rabbia ancora oggi rappresenta l’atto d’accusa alla nevrosi quotidiana del mondo editoriale schiacciato dai suoi stessi giochi di potere e dalle compromissioni con scelte che nulla hanno a che fare con la letteratura e la cultura.
Il lavoro culturale, L’integrazione e La vita agra, i tre romanzi che compongono il mosaico di Bianciardi, oggi più di ieri fotografano la decadenza del mondo editoriale troppo occupato a giocare con il clientelismo del marketing e del marchettificio.
Dai tempi di Bianciardi la situazione è peggiorata, eppur di molto.
Ne La vita agra si legge: «La verità è che le case editrici sono piene di fannulloni frenetici: gente che non combina una madonna dalla mattina alla sera ma che dà l’impressione – fallace – di star lavorando. Si beccano persino l’esaurimento nervoso».
L’ironia corrosiva e anarchica di Bianciardi è davvero profetica.
Uomo libero e scrittore determinato, come Pasolini aveva intuito la deriva trent’anni di anticipo.
Non rinunciò mai alle sue idee e nel suo lavoro intellettuale scelse sempre il richiamo della coscienza lasciando ai posteri un’autentica lezione morale: non barattare mai la propria arte con i compromessi, non svendere mai la dignità, non tradire la scrittura e la vita, che poi sono la stessa cosa, per farsi addomesticare da un sistema che vuole solo comparse e non menti pensanti.
Bianciardi con onestà intellettuale e coraggio ha raccontato i deteriorarsi della del suo tempo tra i progetti infondati di rivoluzione culturale del dopoguerra e le ugualmente infondate convinzioni del benessere economico.
Oreste Del buono così scrisse di lui: «Luciano è stato uno dei pochi arrabbiati italiani sinceri. Arrabbiati per che cosa? Via non siamo ingenui. Non c’è che l’imbarazzo della scelta».
Bianciardi non ha mai rinunciato ad aprire il fuoco, anche se la conseguenza fatale della sua vita agra e anarchica è stata l’autodistruzione attraverso l’alcol, che lo porterà alla morte, il 14 novembre 1971.
Anche se in letteratura non sempre il tempo è galantuomo, le parole e le amare riflessioni di Luciano Bianciardi leggendole oggi sono attualissime e profetiche. Il mondo editoriale, e non solo quello, che lui ha corrosivamente dipinto è qui in mezzo a noi con tutte le sue brutture.

“Vampiri”. Bram Stoker, Joseph Sheridan Le Fanu, John W. Polidori (ed Skira, 2018) A cura di Viviana Filippini

3 febbraio 2019 by

“Vampiri” è il volume totally black con eleganti scritte dorate, edito da Skira per la collana Gotica, nel quale sono raccolte tre storie di vampiri: “Dracula” di Bram Stoker, “Carmilla” di Joseph Sheridan Le Fanu e “Il vampiro” di John W. Polidori. VampiriLe tre opere letterarie sono le prime ad essersi occupate della misteriosa figura del vampiro succhia sangue. “Dracula” di Bram Stoker, uscito nel 1897 e ispirato alla figura del conte Vlad III principe di Valacchia, apre la raccolta e trascina il lettore in un mondo cupo, tetro, nel quale il male incarnato dal Conte si manifesta in Transilvania e anche in Inghilterra. Accanto ad esso ci sono due racconti che lo hanno preceduto e che evidenziano come l’interesse per la misteriosa figura del vampiro fosse già presente prima del lavoro di Stoker. Abbiamo l’horror “Carmilla” di Le Fanu, un racconto ambientato in Stiria e pubblicato nel 1872. Qui il vampiro è una donna, o meglio ha le sembianze di una ragazza dalla salute un po’ cagionevole che viene ospitata della giovane Laura. Tra le due nasce subito una profonda amicizia, anche se, Laura a volte non comprende l’affetto un po’ troppo espansivo che Carmilla ha per lei. Inoltre Carmilla, che ama svegliarsi tardi e prova ribrezzo per i canti religiosi assomiglia molto, forse troppo, ad un vecchio ritratto di Mircalla, contessa di Karnstein, vissuta duecento anni prima e signora di quella terra. Poi una strana malattia che colpisce Laura e le improvvise sparizioni notturne di Carmilla mettono in evidenza che forse qualcuno, dentro alla pagine del racconto, non è chi vuole far credere di essere. Il terzo racconto presente nel tomo di Skira è “Il vampiro” di Polidori, uscito in Inghilterra nel 1819 e primo racconto della letteratura moderna con protagonista l’omonima creatura leggendaria. In esso Aubrey, giovanotto inglese, incrocia il suo destino con quello di Lord Ruthven, un individuo del quale si sa poco o nulla, ma che sta avendo grande successo nella società di Londra. Aubrey incontra Lord Ruthven e lo segue a Roma, poi l’agire del Lord spinge il ragazzo ad andarsene altrove: in Grecia. Qui Aubrey incontra Ianthe, se ne innamora e lei gli racconta la storia del vampiro e poco dopo viene ritrovata cadavere. Dentro le pagine della storia si susseguono strane morti, sparizioni di personaggi che sembrano deceduti, ma non lo sono e verità agghiaccianti che lasceranno senza parole – e qualcuno altro senza sangue- i protagonisti e il lettore. Le tre vicende sono un misto tra fantasia e horror ma, allo stesso tempo, i tre scritti evidenziano temi ancora attuali oggi come il fascino per il mistero, l’attrazione e la repulsione per ciò che è sconosciuto, la paura del diverso e della morte, e anche una buona dose di manipolazione psicologica che si scatena nei personaggi non sempre consci delle proprie azioni. Il libro “Vampiri” è una riscoperta di alcuni classici della letteratura horror e delle paure che tormentano da sempre gli esseri umani, corredato anche da un’interessante appendice con una serie di immagini del passato con protagonista la misteriosa ed enigmatica figura del vampiro. Traduzioni di Remo Fedi, Andrea Montemagni, Attilio Brizzi e Angelo Randazzo.

Abraham Stoker, detto Bram (1847–1912), è stato uno scrittore irlandese, divenuto celebre come autore di Dracula, uno fra i più conosciuti romanzi gotici del terrore. Autore di “Dracula”.

Joseph Sheridan Le Fanu (1814–1873) è stato uno scrittore irlandese, ricordato soprattutto per le sue storie di fantasmi e di paranormale. Autore di “Carmilla”.

John William Polidori (1795 –1821) è stato uno scrittore e medico britannico. Autore di “Il vampiro”.

Source: inviato dall’editore, grazie a Letizia Castiello dell’ufficio stampa.

Trottole di Tillie Walden (Oscar Ink, 2018) a cura di Elena Romanello

1 febbraio 2019 by

978880468649hig-344x480Fin da bambina Tillie ha sempre amato e praticato il pattinaggio artistico, una passione che è sopravvissuta a difficoltà e traslochi, e anche a non sempre facili rapporti in casa, a scuola e sulla pista. Ma negli anni si cambia, e dodici anni significano tante cose, e Tillie capisce che gli allenamenti prima dell’alba sui pattini, gli esercizi tutto il giorno e le gare a fine settimana non possono più essere la sua ragione di vita.
Da bambina pattinare era un porto sicuro contro disagi e stress, tra bulli e genitori poco attenti anche se non cattivi, ma al liceo Tillie ha scoperto di amare il disegno, di non iscriversi all’Università e di frequentare la Scuola d’Arte. Inoltre, dopo varie peripezie ha deciso di non nascondere più la sua omosessualità, di fare coming out e iniziare anche una relazione seria, dopo varie delusioni. E i palazzetti del ghiaccio non riescono più a contenere la sua voglia di cambiare, evolversi e fare nuove esperienze.
Un racconto autobiografico che parla dell’impegno a dedicarsi ad una passione totalizzante ma anche della fatica di crescere e trovare se stessi, del coraggio di cambiare e di seguire la propria natura, costi quello che costi. Non è la prima volta che le graphic novel si occupano di omosessualità, anche di quella femminile, ma Trottole lo fa senza tragedie, raccontando una condizione e una scoperta, tra difficoltà e voglia comunque di vivere come si è.
Un’opera quindi interessante da vari punti di vista, come storia di formazione, come vicenda legata ad uno sport che da anni affascina più generazioni, come coming out e presa di coscienza di se stessi, delicata e con uno stile minimalista ma mai banale, per riempire le pagine comunque di contenuti.
Trottole è senz’altro un titolo da leggere per tutte le persone che hanno amato e amano il pattinaggio artistico, consapevoli anche del fatto che nella vita si cambia, cambiano gli interessi, cambiano le passioni , cambiano le esigenze e bisogna adeguarsi a questo, senza rimpianti.
Ma è anche un’opera per chi sta crescendo o ricorda quando è cresciuto, per capire e riflettere, e magari trovare nuovi spunti per la sua vita. Per questi vari meriti Trottole ha vinto l’Eisner Award, uno dei premi più importanti a livello mondiale per fumetti e graphic novel, riconoscendo il valore di un’opera che mescola riflessione e vita vissuta, un’esperienza e il tema eterno della crescita.

Provenienza: omaggio dell’Ufficio stampa Oscar Mondadori, che ringraziamo.

Tillie Walden (Austin, Texas, 1996), disegnatrice di fumetti e illustratrice, è diplomata al Center for Cartoon Studies del Vermont e ha iniziato a occuparsi di fumetti al liceo. Il suo libro d’esordio, The End of Summer (2015, Ignatz Award) ha colto un grande successo di critica, confermato per i seguentiI Love This Part (2015, nominato agli Eisner Award), A City Inside (2016), Trottole (2017) e On a Sunbeam (2018).

:: Atlante Geopolitico del Mediterraneo 2018 a cura di Francesco Anghelone e Andrea Ungari (Bordeaux, 2018) a cura di Giulietta Iannone

31 gennaio 2019 by

1Il fenomeno migratorio che ha attraversato il Vecchio continente negli ultimi anni sta creando profonde spaccature all’interno dell’Unione europea e nei singoli paesi membri. La questione è stata affrontata – troppo a lungo – come una semplice emergenza e non come un processo strutturale destinato a proseguire nei prossimi decenni. Dalla sua corretta gestione dipenderà molto probabilmente la tenuta futura dell’Unione, così come la creazione di stabili e pacifici rapporti tra le due sponde del Mediterraneo. Quale sarà dunque la risposta dell’Europa e quale l’atteggiamento dei singoli paesi membri? Quali saranno gli effetti sui rapporti tra questi ultimi e i paesi del Nord Africa e del Medio Oriente? A queste e a tante altre domande risponde l’Atlante Geopolitico del Mediterraneo 2018. Il volume, divenuto negli anni punto di riferimento per gli studi sul tema, è corredato da 11 schede paese relative agli Stati della sponda sud del Mediterraneo, redatte da storici e analisti con l’obiettivo di raccontare l’attuale situazione geopolitica dell’area e gli scenari futuri.

È uscita l’edizione 2018 dell’Atlante Geopolitico del Mediterraneo a cura di Francesco Anghelone e Andrea Ungari, dell’Istituto di studi Politici “S. Pio V”, in collaborazione con il Centro Studi Internazionali (Ce.S.I.) e oltre alle consuete schede paese, riservate ai paesi che si affacciano sulle sponde Sud del Mediterraneo, gli approfondimenti quest’anno sono rivolti al tema delle migrazioni, con due mini saggi: Europa e Africa alla prova delle migrazioni, di Marco Di Liddo e Paolo Crippa, e La risposta dell’Unione europea alla crisi migratoria del Mediterraneo. Tema caldo in questo momento di crisi economica, recessione e instabilità politica.
Da emergenza a processo strutturale il passo non è semplice anche nella percezione del semplice cittadino che osserva i processi in atto senza poter intervenire, perlomeno nei processi alla fonte del fenomeno, che al più vede lo straniero come un concorrente nelle politiche di welfare. Capire cosa sta succedendo invece è il primo passo per formulare e prendere decisioni consapevoli sia politiche che economiche o eventualmente assistenziali.
Emerge chiaro dai due saggi di cui poc’anzi vi ho parlato che lasciare la gestione logistica dei processi migratori alla criminalità comune o legata alle frange terroristiche più estremistiche non è una scelta saggia e ponderata e in questa direzione vanno tutte le politiche, anche comunitarie, atte a rispettare sia i diritti umani, che la sovranità dei paesi in cui questi migranti transitano o si dirigono definitivamente.
Il tema è vasto e complesso, non si può esaurire la sua discussione in poche pagine, o ancor più poche righe di questo mio commento, tuttavia è importante capire alcuni punti sostanziali dall’inutilità delle politiche repressive (è un fenomeno di tale portata che né muri e né steccati potranno arginarlo, e questo proposito consiglio di leggere approfonditamente la scheda paese Libia) alla necessità (nonostante le immani difficoltà) di una strategia comune di Bruxelles.
Se vogliamo sintetizzare le difficoltà da gestire non sono solo economiche, ma anche politiche, sociali, e psicologiche. I migranti essendo persone non oggetti che dove li collochi stanno hanno necessità dalla salute, al lavoro, all’integrazione, al benessere psico-fisico, tutti fattori da tenere presente se non si vuole rendere ancora più drammatico un fenomeno che già di per sé lo è.
Se anche non sono profughi scappati dalle varie guerre in atto (sì sottolinea come questi siano maggiormente ammassati in condizioni precarie in campi profughi o all’interno dei paesi stessi in guerra o nei paesi confinanti, avendo perso tutto non hanno neanche le risorse per iniziare viaggi), tuttavia sono persone che anche grazie a internet e alla globalizzazione in atto conoscono il nostro modo di vivere e le opportunità che i paesi dell’Europa possono offrire.
Sono persone di cultura medio alta, istruiti, pronti ad affrontare immani sofferenze con l’obbiettivo magari in futuro grazie al ricongiungimento familiare, di portare anche il resto della famiglia in paesi dove le condizioni di vita sono migliori.
La lettura di questo testo, indirizzato non solo a specialisti della materia, insomma amplierà le vostre conoscenze sull’argomento, migliorando la percezioni dei problemi che via via si pongono in essere. Buona lettura.

Link di approfondimento:

Più libri più liberi 2018 – Presentazione dell’Atlante geopolitico del Mediterraneo 2018

L’invasione dei migranti? Non c’è stata e la migrazione va regolata. Perché l’Italia dovrebbe aderire al Global Compact for Migration di Pier Giorgio Ardeni

Francesco Anghelone Coordinatore scientifico dell’Area di ricerca storico-politica dell’Istituto di Studi Politici “S. Pio V”, è dottore di ricerca in Storia d’Europa presso la “Sapienza” di Roma e collabora con «Aspenia online». È autore di numerose pubblicazioni su Grecia, Turchia, Cipro e l’intero Mediterraneo sud-orientale.

Andrea Ungari Professore associato di Storia contemporanea presso l’Università Guglielmo Marconi e docente di Teoria e Storia dei Partiti e dei Movimenti politici presso l’Università Luiss-Guido Carli. I suoi studi si sono concentrati sulla storia politica dell’Italia liberale e di quella repubblicana e sulla storia militare, con una particolare attenzione al ruolo dell’Esercito e dell’Aeronautica nella Prima guerra mondiale. Recentemente, ha collaborato con lo Stato Maggiore dell’Esercito all’elaborazione del volume Prospecta, sulle linee evolutive dell’Esercito italiano.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Giulia dell’ Ufficio Stampa Bordeaux.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

Nerdopoli a cura di Eleonora C. Caruso (Effequ, 2018) a cura di Elena Romanello

31 gennaio 2019 by

31n2br3ps8zl._sx258_bo12c2042c2032c200_La scrittrice Eleonora C. Caruso nasce come nerd e membro attivo dei fandom dedicati a fumetti e fantastico e partendo da questo ha curato il volume Nerdopoli, una raccolta di saggi su un mondo di quelle che una volta si chiamavano controculture giovanili e che oggi stanno comunque acquisendo un peso sempre maggiore nelle varie industrie, a cominciare da quella dell’intrattenimento.
Dopo la prefazione dello storico e scrittore Tito Faraci si viene proprio immersi in vari universi, su cui riflettere e scoprire cose nuove, perché non sono solo storielle banali.
L’esperta di cultura otaku, quella che concerne manga ed anime, Susanna Scrivo esamina le storie animate e su fumetto che arrivano dal Giappone concernenti il mondo omosessuale, sia quelle inventate dagli appassionati (spesso appassionate) su determinate serie, sia quelle ufficiali, iniziate in maniera sotterranea con opere come Versailles no Bara e poi diventate sempre più presenti.
Eleonora C. Caruso si ritaglia uno spazio per parlare delle fanfiction, le storie inventate dai fan su un determinato fumetto, film, telefilm, nate decenni fa all’epoca del ciclostile ma assurte a vero e proprio fenomeno di costume con Internet, in vari fandom. L’autrice tratta una storia delle fanfiction partendo dalla sua esperienza personale, e ricordando che da sempre si è cercato di raccontare in maniera diversa le storie che si ascoltavano, in fondo da un certo punto di vista scrissero fanfiction su universi noti anche Virgilio e Ariosto, senza dimenticare le appassionate di Sherlock Holmes che vollero che il loro beniamino fosse resuscitato da Conan Doyle.
Alice Cucchetti parla invece di un altro fondamentale contenitore dell’immaginario di oggi, le serie TV, partendo dall’apporto dato da Joss Whedon con BuffyAngel e soprattutto Firefly, cult presso vari appassionati, senza dimenticare i vari Star TrekBattlestar GalacticaThe X-Files Lost, non dimenticando i cambiamenti di fruizione che ci sono stati.
Arianna Buttarelli si concentra sui videogiochi, elemento fondamentale della cultura nerd, e altra cosa che ha accompagnato ormai più generazioni, anche qui con un diverso modo di fruizione e l’inevitabile evoluzione tecnologica che ha cambiato i rapporti.
Simone Laudiero mette a confronto due universi essenziali, i giochi di ruolo e la narrativa fantasy, che nel corso degli anni si sono influenzati, viaggiando di pari passo ma sviluppando anche un antagonismo più o meno sano, come in una sorta di storia d’amore.
Matteo Grilli torna sull’universo degli otaku, raccontandone l’evoluzione e la liberazione, partendo dall’avvento delle serie di orfani e robot a fine anni Settanta e vedendo un punto fondamentale di questo processo con l’esplosione del fenomeno Dragonball all’inizio del nuovo Millennio, ma anche con l’opera e la personalità di Hideaki Anno.
Aligi Comandini esamina invece le dinamiche delle comunità nerd reali e virtuali, raccontando anche come certe storie hanno preso piede anche al di fuori del fandom degli appassionati.
Un libro per tracciare quindi delle linee guide su mondi sempre più presenti e capaci di influenzare economia e intrattenimento, anche perché ormai i nerd non si fossilizzano più su un solo immaginario o media, ma spaziano. Interessante sia per chi vuole approfondire e capire meglio la propria passione, sia per chi vuole scoprire di più su queste strane persone che stanno cambiando il mondo.

Provenienza: omaggio al recensore dell’ufficio stampa che ringraziamo.

Eleonora C. Caruso (1986) ha pubblicato i romanzi Comunque vada non importa (Indiana Editore 2012) e Le ferite originali (Mondadori, 2018). Il prossimo è in uscita nel 2019, sempre per Mondadori. Edita manga, collabora e ha collaborato con numerose riviste («Wired», «Prismo») e case editrici di fumetti (JPop, RW). Vive a Milano, in una casa che contiene a stento le sue action figures.

:: Ingiustizia totale di Scott Pratt (TimeCrime 2018) a cura di Giulietta Iannone

31 gennaio 2019 by

ingiustiziatotaleTerzo romanzo della serie con protagonista il procuratore legale Joe Dillard, Ingiustizia totale (Injustice for All, 2010) di Scott Pratt, tradotto da Carlo Vincenzi, ci porta nel profondo Sud degli Stati Uniti, più precisamente nel Tennesse, anima rurale delle Dixieland.
La serie in America è giunta al 9° episodio (nell’ ordine: An Innocent Client, In Good Faith, Injustice For All, Reasonable Fear, Conflict of Interest, Blood Money, A Crime of Passion, Judgment Cometh: And That Right Soon, Due Process). Solo i primi quattro titoli sono pubblicati in Italia da Fanucci, nella collana Time Crime.
Nel lontano 2009 intervistammo Scott Pratt, qui il link, per scoprire che non ha scritto solo libri di questa serie ma anche stand-alone.
Tornando al libro, Ingiustizia totale è un legal thriller che si differenzia un po’ dai classici thriller di argomento legale. Scott Pratt scrive infatti legal thriller molto particolari, più legati ai dilemmi etici, alle faccende private dei personaggi (non solo principali) che alla reale vita da tribunali con cavilli legali compresi.
Questa caratteristica è particolarmente accentuata in questo romanzo che inizia subito con l’esecuzione di Philip Johnson, e riflessioni etiche e morali sulla pena di morte, presente ancora in molti stati americani. L’efferatezza dei crimini, la quasi certezza delle prove, il dolore dei parenti delle vittime e della vittima stessa, giustificano questo omicidio legalizzato? Sembra chiederci il protagonista, anche lui combattuto tra dilemmi etici e la semplice e atavica vendetta.
Sull’effetto deterrente della pena di morte si è discusso in molte sedi, ma il tema non viene approfondito e invece l’autore ci porta nel cuore della trama del romanzo che si divide in due filoni: quello legato a Katie Dean (in che modo le vite di Katie di Joe Dillard sono legate lo scoprirete nel proseguo della lettura), e quello legato all’ omicidio, particolarmente efferato, del giudice Green, non esattamente una persona di specchiata moralità e integerrima condotta, a sua volta causa principale del suicidio del migliore amico di Joe Dillard.
Entrambi i casi si intrecceranno, rendendo ancora più complesso il dipanare degli eventi, in cui però c’è da dire tutto è consequenziale, e perfettamente credibile e verosimile.
Da avvocato penalista Scott Pratt conosce la legge, i diritti dei testimoni e delle persone coinvolte in fatti criminosi, i diritti degli stessi presunti colpevoli e inserisce queste informazioni nella narrazione senza apparire fastidioso o troppo didascalico, ma anzi accentuando suspense e colpi di scena, come si richiede da un vero thriller.
Quindi anche se non amate troppo le divagazioni legali, dovreste trovare ugualmente godibile questo romanzo, ricco anche di riflessioni umane e psicologiche, che vanno dall’assistenza di malati gravi, quando sono parte della nostra famiglia, al dramma di chi vive il suicidio di un genitore, a cosa vivono le vittime di stupri, aggressioni o sevizie di vario genere, a chi da innocente viene ingiustamente perseguitato dalla legge. Questa parte seppur trattata con una certa sensibilità, può in effetti essere non adatta a tutti, specie le pagine dove l’autore descrive le medicazioni che Joe Dillard fa alla moglie (malata di tumore al seno).
Insomma il romanzo è molto realistico anche psicologicamente, e sicuramente coinvolgente. Ho apprezzato l’abilità dell’autore nel far si che Joe Dillard resti un personaggio positivo, seppur affronti scelte e decisioni combattute, tra il suo conoscere la legge e perseguire la giustizia. Come sempre legge e giustizia possono viaggiare su binari separati, e spesso, bisogna fare ciò che è giusto, e tutelare i nostri cari, anche rischiando di persona, e salato. Decisamente notevole.

Scott Pratt, classe 1956, è nato a South Haven, nel Michigan. Laureato in giurisprudenza presso l’Università del Tennessee, ha svolto per diversi anni la professione di avvocato penalista prima di dedicarsi completamente alla scrittura. Vive nel Tennesse con sua moglie e quattro cani. Per Fanucci Editore nella collana TimeCrime sono usciti i romanzi Un cliente innocente, In buona fede e Ingiustizia totale, primi tre volumi del ciclo di libri che vedono come protagonista Joe Dillard.

Source: libro inviato dall’ editore. Ringraziamo Giulia Luciani Ufficio Stampa – Gruppo Editoriale Fanucci.

:: Tutto è Jazz di Lili Grün (Keller 2018) a cura di Viviana Filippini

29 gennaio 2019 by
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Tutto è jazz” è un piccolo capolavoro letterario recuperato. L’autrice è Lili Grün, viennese di origine ebraica deportata e uccisa nel 1942. “Tutto è jazz”, pubblicato da Keller ha per protagonista Elli, una ragazza partita da Vienna e diretta a Berlino in cerca di fortuna. La giovane, che in certi giorni si sente ragazzina e in altri donna matura, si troverà nella capitale tedesca negli anni Trenta e sarà travolta dal rutilante ritmo e dalla sferzante vitalità che anima il luogo. Elli è in cerca di riscatto e come lei il gruppo di amici che vogliono lavorare nel mondo delle spettacolo, però non è per loro così semplice. Provini, incontri, promesse fasulle sono quelle con le quali Elli e gli altri si dovranno scontrare e, allora, in loro nascerà un’idea: aprire un kabarett. Prenderà forma il Jazz dove la simpatica combriccola farà tutto: scriveranno le musiche, plasmeranno le scenografie, creeranno i testi, canteranno e balleranno per prepararsi al debutto. Poi, il grande giorno arriva e tutto sembra perfetto, tanto è vero che si affacceranno all’orizzonte figure come Fritz Lang, Max Reinhardt, René Clair e altri importanti registi interessati- a quanto sembra- a scovare qualche talento. Ellie, Hullo e i suoi amici vivranno nella trepidante attesa dell’evento che possa cambiare per sempre, e in meglio, le loro vite. In netto contrasto con le aspirazioni di Elli troviamo la figura di Robert, il suo fidanzato, un po’ apatico e tutto serioso, che non riesce a capire perché Ellie e gli amici, ma soprattutto lei, si ostinino a voler lavorare nel mondo dello spettacolo. “Tutto è jazz” è un romanzo frizzante, pieno di entusiasmo e di aspettative, ma non mancano in esso e nei suoi personaggi le preoccupazioni per le incertezze, i timori e le inquietudini per un futuro che all’inizio sembra chiaro, solo che che con il passare del tempo esso sembrerà diventare un po’ troppo incerto e precario. Questo accadrà perché Elli e i suoi compagni di avventura dovranno scontrarsi con la realtà nella quale, a volte, i sogni vengono traditi da false promesse e da improvvisi ostacoli che pregiudicheranno il fare dei protagonisti. Elli di “Tutto è jazz” ricorda molto da vicino la figura di Lili Grün, perché come la protagonista del romanzo ad un certo punto della sua vita – verso la fine degli anni Venti- Lili decise di trasferirsi a Berlino in cerca di fortuna e lavoro nel mondo del teatro. Solo che nella vita vera gli eventi non vanno come nei libri dove è chi scrive a decidere il destino dei personaggi. Nella realtà la povera Lili non ebbe vita facile, nel 1933 pubblicò questo suo romanzo d’esordio, ma la salute cagionevole e il poco lavoro la costrinsero a tornare a Vienna. Il tutto precipitò nel 1938 quando l’Austria venne annessa al Reich e nel 1942 la povera Lili venne deportata e uccisa. Dopo la sua morte, la Grün e le sue opere finirono nel dimenticatoio per ottanta anni e solo la recente e fortunata riscoperta di “Tutto è jazz”, permetterà a noi lettori di oggi di conoscere la piacevole scrittura di Lili Grün. Traduzione dal tedesco Enrico Arosio.

Lili Grün nasce a Vienna nel 1904 in una famiglia ebrea e perde precocemente sia la madre sia il padre. Dopo aver effettuato l’apprendistato come impiegata segue la propria vocazione per il teatro fino a spostarsi a Berlino sul finire degli anni Venti. Vi rimane fino al 1933, anno in cui per problemi economici e di salute ritorna a Vienna, ma nel quale pubblica anche il suo sorprendente libro d’esordio Tutto è Jazz. L’annessione al Reich nel 1938 e la conseguente adesione al nazionalsocialismo dell’Austria segnano il suo drammatico destino: nel 1942 viene rastrellata e uccisa.

Source: inviato dall’editore al recensore, grazie all’ufficio stampa Keller.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Di morte, d’insonnia e d’altre canzoni di Riccardo Landini a cura di Federica Belleri

29 gennaio 2019 by

di morte, d'insonnia e d'altre canzoni di riccardo landiniCittadina di provincia del Nord Italia. Omicidi cruenti prendono a pugni in faccia l’ispettore capo Ezio Marvelli, rientrato in ufficio dopo alcuni mesi di assenza. Omicidi che lo scuotono nel profondo, anche se non lo dimostra. Morti violente che lo riportano indietro nel tempo, che spaccano il ghiaccio che si è formato a proteggere la sua sofferenza personale. Uno squarcio alla gola, la causa di queste morti. Un machete, l’arma utilizzata. Musicassette inviate in forma anonima all’ispettore Marvelli. Perché proprio a lui? Un magistrato, la dottoressa Maggio, molto ben disposta davanti ai riflettori. Un profilo da creare, che aiuti Marvelli e i suoi colleghi a individuare questo killer spietato. Chi è, e perché agisce in maniera fredda e spietata?
Nonostante alcune piccole imprecisioni nella stesura, ho trovato questo giallo molto interessante e ricco di spunti sui quali riflettere. Potrebbero sembrare scontati, ma così non è a mio avviso. Quanto conta l’amore e il supporto dei propri cari quando si sta seguendo un’indagine di questo tipo? Quanto è importante il proprio vissuto e quanto può influenzare le percezioni di ispettori e commissari? Quanto si ha paura di morire?
Di morte, d’insonnia e d’altre canzoni è un giallo ben costruito, dove alcuni dettagli apparentemente innocui hanno invece un’importanza decisiva per la risoluzione della vicenda. Interessanti i versi di alcune canzoni utilizzati come intro ai diciotto capitoli del libro.
Buona lettura.

Riccardo Landini, nato in Emilia, ma d’origine ed estrazione romagnole, nel 2009 ha presentato al pubblico il suo primo romanzo, “E verrà la morte seconda”, che gli è valso l’interesse della stampa e dei lettori. A questo hanno fatto seguito, negli anni a venire, parecchi altri lavori per Mondadori, Cordero, Eclissi e diverse altre Case. Per Cento Autori ha pubblicato il romanzo “Il primo inganno”, capitolo iniziale di una trilogia cui sono seguiti “Non si ingannano i morti” e “Ingannando si impara”. Vincitore di parecchi premi letterari, ama ricordare, tra tutti, il premio Giallo Stresa 2013.

Fonte: omaggio dell’editore al recensore.

:: La stella che non brilla, Guia Risari, (Gribaudo 2019) a cura di Viviana Filippini

27 gennaio 2019 by

la stella che non brilla, guia risari,In occasione della Giornata della Memoria, Guia Risari torna in libreria con “La stella che non brilla”, edito da Gribaudo. Eva è una bimba curiosa e un giorno, mentre mamma corregge i compiti e il babbo legge, la piccola va a giocare in soffitta. Poi, all’improvviso Eva trova una scatola con oggetti strani per lei. Dentro a quella vecchia scatola arrugginita ci sono una stella a sei punte, una foto con tanti uomini in pigiama e un dente. Quando la piccola chiede ai genitori cosa siano quegli strani ricordi, la coppia non ha il coraggio di raccontare e chiama il nonno. Sarà proprio grazie a lui che Eva scoprirà la Seconda guerra mondiale, il Nazismo, il Fascismo e che quegli uomini della foto non indossano un pigiama, ma sono prigionieri, sono ebrei deportati in un campo di concentramento. Guia Risari torna in libreria con un libro per bambini illustrato da Gioia Marchegiani, nel quale si affronta con parole e illustrazioni il tema della Shoah. Il tutto con delicatezza e profonda sensibilità. Eva ascolta attenta il nonno, scoprendo le sofferenze che lui e la sua famiglia, come molti altri ebrei e deportati, furono costretti a sopportare. Eva comprende il significato della stella, della foto e di quel dente al quale il bisnonno era tanto legato. Tra la bambina e l’adulto si crea una forte empatia che permette all’uomo maturo di tramandare alla nipotina (e ad ogni lettore) una parte dell’immenso dramma che colpì innocenti vite durante il conflitto mondiale. Quello che si crea in “La stella che non brilla” di Guia Risari è uno scambio di sapere, di ricordi, di emozioni e sensazioni che giungono a noi lettori con un invito esplicito e importante: Zakhor, ossia Ricordare in lingua ebraica, e ricordare sempre, nella speranza che tragedie come quella dei campi di concentramento e dello sterminio di vite innocenti non accadano più. Il libro edito da Gribaudo è munito anche di un interessante appendice storica nella quale vengono fornite tutte le informazioni base sullo sviluppo del Nazismo, del Fascismo, del numero di vittime che quell’epoca causò. Accanto ad essa un’appendice artistica con indicate le opere artistiche, in Italia e all’estero, che hanno il compito di fare Memoria.

Guia Risari è nata nel 1971 a Milano, dove ha compiuto studi classici e si è laureata in Filosofia Morale all’Università Statale, lavorando come educatrice e giornalista per “L’Unità”. Si è specializzata in Modern Jewish Studies alla Leeds University con ricerche su Saadia, Maimonide, Mendelsohn, Rosenzweig, Lévinas, Jabès, Rawicz, Bauman, Rose e una tesi di M.A. sull’antisemitismo italiano. In seguito, si è trasferita in Francia, dove, oltre a scrivere e tradurre, ha insegnato e svolto ricerche in sociocritica, storia, letteratura orale e comparata delle migrazioni. Ha pubblicato due saggi, vincendo cinque premi letterari. Scrive anche racconti e testi per l’infanzia. Lavora con case editrici, riviste, compagnie teatrali, radio e quotidiani.

Gioia Marchegiani è nata a Roma nel 1972. Diplomata in Illustrazione all’Istituto Europeo di Design di Roma, illustra e scrive libri per l’infanzia. Insegna disegno e pittura ai bambini della scuola primaria. È cofondatrice dell’associazione “Semidicarta”, per la quale progetta e svolge laboratori didattico-creativi e di promozione alla lettura. Ha pubblicato vari albi illustrati per l’infanzia, tra cui Iole, la balena mangiaparole con Gribaudo, vincendo diversi premi.

Source: richiesto all’autrice. Grazie a Guia Risari.