:: Un’ intervista con Laura Frausin Guarino a cura di Giulietta Iannone

25 gennaio 2019 by

“suite francese” di irène némirovsky (adelphi)Benvenuta professoressa Frausin Guarino su Liberi di scrivere, e grazie per avere accettato questa mia intervista, è davvero un onore poterla ospitare, lei è come la decana dei traduttori italiani. Menzione speciale per la migliore traduzione alla nona edizione del Liberi di Scrivere Award per la sua traduzione di Suite Francese di Irène Némirovsky (Adelphi). È risultato il libro più votato, e come tradizione siamo felici intervistare il traduttore. Naturalmente è un semplice riconoscimento di un blog, niente di istituzionale, lei sicuramente ha vinto premi ben più prestigiosi, ma è un’ occasione per conoscere meglio anche il lavoro del traduttore. La sua vita è affascinante come quella di un libro, ci parli della sua famiglia di cultura mitteleuropea, dove è crescita? che libri leggevano nella sua casa durante la sua infanzia e adolescenza?

R: Sono nata a Trieste, in una famiglia dalla mentalità molto evoluta e molto laica, ma tutta la mia vita e i miei studi si sono svolti a Milano. Ho fatto studi classici, e ho avuto la grande fortuna di essere allieva del poeta Vittorio Sereni, che fin dagli anni della maturità mi ha indirizzata alla traduzione letteraria.

Ci parli dei suoi studi. Come è diventata traduttrice? Che lingue ha studiato? Ha svolto tirocini all’estero, o ha studiato prevalentemente sui libri?

R: Ho amato e studiato subito il francese; contemporaneamente al liceo classico, ho passato quasi tutte le vacanze estive in Francia per conoscere meglio la lingua. A Grenoble ho frequentato l’Università estiva per stranieri. Intanto leggevo molta letteratura francese, che è una cosa diversa dallo studiare “sui libri”, molto più formativa.

Quali autori ha tradotto? Quali sono le sue traduzioni più importanti?

R: Ho cominciato a tradurre nel 1967 (!) e ho avuto la fortuna di tradurre subito grandi Autori per Case editrici importanti. La mia prima traduzione professionale è stata un romanzo di Simenon per Mondadori. Ho tradotto poi per Bompiani, Feltrinelli (molte opere di Marguerite Duras), MargueriteYourcenar, Michel Foucault e altri. Traduco molto volentieri saggistica filosofica e politica; per Adelphi ho tradotto anche Mauriac e molti romanzi di Simenon , ma sono onorata che Ena Marchi mi abbia affidato, un anno fa, il saggio di Marc Fumaroli “La Repubblica delle Lettere”. Lavoro anche per le Edizioni Henry Beyle: testi particolari di Voltaire, Dumas, Perec, Balzac, Stendhal. E per «Pagine d’Arte», Casa editrice svizzera.

Che esperienza è stata tradurre Irène Némirovsky? Cosa ha amato di più di questa autrice e del suo libro?, giunto miracolosamente fino a noi, seppure incompleto, l’autrice non ha potuto finirlo perché deportata nel Campo di concentramento di Auschwitz.

R: Tradurre Irène Némirovsky è stata un’esperienza esaltante, un’emozione costante che ho accompagnato con la lettura di alcuni saggi sulla sua vita e la sua terribile tragica morte. Di questo libro ho amato TUTTO.
Ed è stato bello tradurre anche gli altri suoi romanzi.

Insegna ancora presso la Civica Scuola Interpreti e Traduttori? Quali consigli darebbe ai giovani traduttori che si avvicinano a questa difficile ma affascinante professione?

R: Da due anni non tengo più il corso di traduzione letteraria, che ho tenuto per più di vent’anni, presso la Scuola Interpreti e Traduttori . Il solo consiglio che posso dare a chi comunque abbia una certa “stoffa”, una precisa sensibilità e una grande passione, è di LEGGERE, leggere buona letteratura, non solo per il piacere della cosa in sé, ma per capire, studiare e impossessarsi dei diversi registri di scrittura. E abituarsi a coltivare l’attenzione, il pensiero, e a non fare niente in modo affrettato.
Continuo a tradurre con passione; non è mai diventato un “mestiere”, nel senso di qualcosa che ormai si conosce e si fa con disinvoltura: ogni testo nuovo è ancora per me un affascinante mistero da scoprire, da portare alla luce.

:: Un’intervista a Philippe Georget a cura di Giulietta Iannone

25 gennaio 2019 by

philippe_georgetBenvenuto Philippe, e grazie per aver accettato questa intervista. Cominciamo con una domanda molto semplice: ci racconteresti qualcosa su di te? Dove sei nato? Che studi hai fatto? Hai fatto altri lavori prima di diventare scrittore?

Sono nato nel 1963 a Epinay sur Seine, alla periferia di Parigi, ma buona parte di infanzia e adolescenza le ho passate a Orléans.
Qui ho studiato storia prima di dedicarmi al giornalismo. Sono giornalista da trent’anni. Ho lavorato prima in radio e poi in televisione.

Sei autore di Polar, ci racconteresti come è nato il personaggio del tenente Gilles Sebag? Come si inserisce nei tuoi romanzi?

Nel cinema come in letteratura, si trovano molti eroi poliziotti o giornalisti. In generale, sono dei personaggi in rotta con le loro famiglie perché poco presenti in casa. Vivono il loro mestiere come una passione, una missione alla quale sacrificano tutto. Personaggi come questi, purtroppo, non ne ho incontrati molti nella mia professione (nemmeno uno, a essere onesti!). Ogni mestiere ha la sua routine, a lungo andare diventa pesante, e non si può pretendere di avere ogni giorno la stessa motivazione, la stessa intensità. E poi si può amare il proprio lavoro e avere anche altri piaceri, altri interessi. Servono anche quelli, per una vita equilibrata.
Per questo ho voluto immaginare un eroe « normale », non senza talento, ma pieno di dubbi, e che, a volte, affronta il lavoro con una certa stanchezza. E non devo essere andato così lontano dalla realtà, se la polizia di Toulouse mi ha conferito il premio dell’Embouchure – per «In autunno cova la vendetta ». Penso che si siano riconosciuti nei miei personaggi.

Ho letto il tuo «La stagione dei tradimenti: Variazioni sull’adulterio e altri peccati veniali », ma so che, in Italia, E/o ha pubblicato anche “D’estate i gatti si annoiano”, “In autunno cova la vendetta” e “Il paradosso dell’aquilone”. Ci sono altri romanzi in questa serie?

Dedico un romanzo su due a questo poliziotto di Perpignan, Gilles Sebag. Ogni volta, dopo aver passato un paio d’anni a scrivere le sue storie, sento il bisogno di mettere in scena altri personaggi e descrivere paesaggi diversi da quello catalano. In Francia ho pubblicato anche i romanzi “Le Paradoxe du Cerf-Volant”, “Tendre comme les Pierres” e l’ultimo uscito, “Amère Méditerranée” (Giugno 2018), che non riprendono questo personaggio seriale.
Nei paesi in cui sono tradotto (Germania, Italia, USA), in generale vengono proposti solo i miei « polar catalani ».
Penso che gli editori e i lettori apprezzino sia il personaggio seriale che la descrizione del paese catalano in sé. In Italia, eccezionalmente, è stato tradotto anche “Il paradosso dell’aquilone”, che però non è andato molto bene.

Lo humour mi sembra una delle caratteristiche più importanti del tuo stile, ho trovato le parti in cui parlavi delle riviste femminili e dei siti d’incontri veramente esilaranti. È come se la maggior parte delle donne francesi fossero sempre intente a cercare nuovi modi per tradire i loro compagni.
Insomma, a leggerti si ride parecchio. Pensi che il polar non dovrebbe essere troppo cupo o triste?

Trovo che, nel cinema come in letteratura, si calchi troppo la mano sugli aspetti scuri. Viviamo in un’epoca in cui si pensa che il pessimismo sia segno di lucidità. Troppo spesso gli assassini sono psicopatici assoluti che uccidono per il puro piacere di farlo. Certo, personaggi del genere esistono, ma non sono poi così tanti. Nei tribunali, che come giornalista ho frequentato parecchio, non ne ho mai incrociati. Ho visto molti assassini « normali », invece, persone violente che uccidono per rabbia o gelosia, dei poveracci che uccidono per futili motivi, o senza averne la volontà. Queste persone mi sembrano più interessanti rispetto agli psicopatici « duri e puri » ; sono infatti persone umane. Sono loro, ma sono anche un po’ noi. Quella è la verità, ed è della verità che mi piace scrivere e che mi piace descrivere.
I miei «cattivi » hanno sempre una parte di umanità. In Francia, il polar è anche chiamato « romanzo noir », ma tutto sommato il nero non è un colore che mi interessa : io amo piuttosto il grigio e le sue infinite sfumature. Per questo motivo, e anche perché mi piace scherzare, metto sempre un po’ di humour nelle mie storie. Sono storie oscure (nere o grigie che siano), e ogni tanto bisogna ridere. E poi certi miei personaggi non hanno una vita o un mestiere semplice, e mi pare giusto far divertire un po’ anche loro.

Chi sono i tuoi maestri? Hai dei modelli, scrittori che ti hanno ispirato e dai quali hai imparato molto?

Ho sempre trovato difficile rispondere a questa domanda. Gli autori che ho più amato o che ho letto di più non sono necessariamente quelli che mi hanno influenzato di più. Penso che un autore si nutra di una moltitudine di influenze – autori, libri, film, che deve digerire prima di mettersi a scrivere a sua volta.
Ma, per essere onesto e non eludere del tutto la domanda, dirò che i polizieschi di Mankell mi hanno ispirato per la struttura dei miei libri, il modo di portare avanti i lettori in due tempi, seguendo il o i poliziotti e il criminale, del quale fino in fondo si ignora l’identità, pur scoprendone la psicologia e i moventi pezzo dopo pezzo. Per quanto riguarda lo stile, mi piacerebbe aver imparato da Jean-Claude Izzo, i cui libri ho molto amato (tutti, non solo i polar), ma sarebbe un po’ pretenzioso.

Pensi che i film dell’età dell’oro del noir americano abbiano in qualche modo influenzato le tue trame o i tuoi personaggi?

Per rispondere a questa domanda ci vorrebbe un cinefilo… Cosa intendi per « età dell’oro del noir americano » ? di sicuro, comunque, i film recenti, quelli di cui si parlava prima, che mettono in scena degli « psicopatici assoluti », mi hanno fornito soprattutto dei controesempi.

Tu ami raccontare la realtà sociale e la vita dei poliziotti; ho sentito che hai chiesto aiuto a degli amici poliziotti per raccontare i problemi dei sindacati di polizia, e i danni che questo lavoro può causare a chi lo esercita (questo anche se dà vita a relazioni di solidarietà molto forti ecc.). E poi c’è il problema del metodo investigativo… Ti senti, insomma, uno scrittore realista, no? E perché hai scelto il realismo come chiave?

L’aspetto interessante del romanzo noir, è la possibilità di descrivere la società e le grandi questioni contemporanee. Ma come si fa a risultare credibili se, nel descriverle, si fanno troppi errori nel mettere in scena le procedure investigative ? Il mio mestiere di giornalista mi ha permesso di confrontarmi con l’universo quotidiano dei poliziotti e ho potuto constatare quanto questo fosse lontano da quello descritto in certi libri e film. Per me il romanzo noir deve essere realista.

C’è in progetto qualche adattamento di tuoi romanzi per il cinema? Se potessi fare il casting, chi vorresti come regista? E chi come protagonisti?

Che io sappia, non ci sono progetti di adattamento in ballo. Peccato per il portafogli, ma bene per l’ispirazione. I miei personaggi esistono nella mia testa, e in quella dei miei lettori. Penso che loro come me non abbiano bisogno di vederli impersonati da attori. Per quanto buono possa essere il risultato, ci sono comunque degli aspetti che vengono travisati nel passaggio da un romanzo a un film. E visto che non ho ancora finito con Gilles Sebag e i suoi colleghi, preferisco che continuino ad appartenere a me. Se diventassero degli attori, mi sarebbe difficile metterli in scena così come li ho immaginati.
Certo, può capitare di ispirarsi a personaggi famosi, attori o altro, per immaginare fisicamente certi personaggi, ma non ne dirò i nomi, perché, nella grande maggioranza dei casi, si tratta solo di un punto di partenza. Nella scrittura del romanzo, i personaggi si evolvono e finiscono per non assomigliare più ai modelli di partenza.

Ora torniamo alla letteratura: Cosa stai leggendo in questo periodo ? C’è qualche autore di polar che vuoi segnalare agli autori italiani ? C’è qualche tuo libro che sta per essere pubblicato? E, se sì, lo presenterai in Italia ?

In questo momento non sto leggendo romanzi, ma libri di storia, uno sui vichinghi, e uno sul vicino oriente. Da quando ne scrivo, leggo pochissimi polar !
Non voglio fare nomi, ma suggerire ai lettori italiani (così come faccio con quelli francesi) di non esitare nell’allontanarsi dai sentieri battuti, ovvero non leggere solo autori americani, scandinavi, o francesi autori di best-seller, per dire. Ci sono tanti altri autori da scoprire, tante strade da battere.
Il mio ultimo libro, “Amère Méditerranée”, è uscito a giugno, ma non sarà tradotto. Né in italiano, né in tedesco, né in inglese, perché tratta di un argomento poco popolare in questi paesi. Così come in Francia, purtroppo. Per riassumerlo in qualche parola: “Amère Méditerranée” è un romanzo noir che si svolge su un’isola immaginaria del Mediterraneo sulla quale, certe mattine, si raccolgono più cadaveri che conchiglie.

Ti piace presentare i tuoi libri? Vuoi raccontarci qualche aneddoto divertente relativo a qualche tua presentazione?

Mi piace molto presentare i miei libri e parlarne con i lettori. È meraviglioso constatare che le storie e i personaggi che si inventano nella solitudine di un ufficio, di fronte alla tastiera del computer, prendono vita nell’immaginazione delle altre persone, e che i temi che ci hanno ossessionati per le settimane della scrittura, sono condivisi da altre persone.
Uno degli incontri che più mi hanno segnato è avvenuto nel 2017 a Cagliari. Degli attori leggevano brani estratti dai miei romanzi. Non parlo l’italiano e riconoscevo solo, ogni tanto, i nomi dei miei personaggi. Il pubblico in sala sorrideva, a volte rideva persino. Io, l’autore, ero l’unico che non ci capiva niente, ma non era grave. Anzi, al contrario: i miei personaggi e le mie storie non avevano più bisogno di me per continuare a esistere.

Stai scrivendo un nuovo romanzo? Vuoi parlarcene?

Sto chiudendo un romanzo che riporterà in scena il mio Gilles Sebag. Dopo estate, autunno e inverno, sarà chiaramente ambientato in primavera. La quarta stagione di Sebag. L’ultima? Solo il tempo ce lo dirà.

An interview with Philippe Georget

Bienvenu Philippe, et merci d’avoir accepté de répondre à cette interview.
On va commencer par une question très simple: veux-tu nous reconter quelque chose sur toi? Où est que tu es né, qu’est-ce-que tu as étudié, et est-ce-que tu as fait des autres travails quand tu n’étais pas un écrivain?

Je suis né en 1963 à Epinay sur Seine en banlieue parisienne mais c’est à Orléans que j’ai vécu la plus grande partie de mon enfance et de ma jeunesse. J’y ai notamment suivi des études d’Histoire avant de bifurquer vers le journalisme. Je suis journaliste dans l’audiovisuel (d’abord radio puis télévision) depuis trente ans.

Tu es auteur de polars, veux-tu nous raconter comment est né le personnage du lieutenant Gilles Sebag? Comment fais-tu pour inscrire ton personnage dans tes policiers?

On trouve dans le cinéma comme dans la littérature beaucoup de héros policiers ou journalistes. En général, ce sont des personnages en rupture avec leur famille car toujours absents de leur domicile. Ils vivent leur métier comme une passion, voire comme une mission à laquelle ils sacrifient tout. Des personnages comme ceux-là, je n’en ai pourtant pas croisé beaucoup dans mon travail (pas un seul en vérité!). Chaque métier a ses routines, ses lourdeurs, et on ne peux pas le pratiquer au quotidien avec la même passion, la même intensité. Et puis on peut aimer son travail et avoir en même temps d’autres plaisirs, d’autres centres d’intérêt. Je pense même que c’est nécessaire pour une vie équiibrée.
J’ai donc imaginé un « héros ordinaire », talentueux certes mais pétri de doutes et qui, par moments, assume parfaitement une certaine lassitude vis-à-vis de son métier. Et je ne suis finalement pas tombé trop loin de la réalité puisque les policiers de Toulouse m’ont remis un prix en 2013 – le prix de l’Embouchure – pour Les Violents de l’Automne. C’est donc qu’ils se sont retrouvés dans mes personnages.

J’ai lu ton “Méfaits d’hiver: Ou variations sur l’adultère et autres péchés véniels”, mais je sais qu’en Italie, E/o a publié D’estate i gatti si annoiano, In autunno cova la vendetta e Il paradosso dell’ aquilone aussi. Est ce que il y a des autres romans dans cette série?

J’écris un roman sur deux avec ce ppolicier perpignanais récurrent, Gilles Sebag. Mais, quand j’ai passé un à deux ans avec lui à bâtir une histoire, j’éprouve le besoin de mettre en scène d’autres personnages et de décrire d’autres paysages que ceux du pays catalan. En français, il y a eu successivement Le Paradoxe du Cerf-Volant, Tendre comme les Pierres et le petit dernier sorti en juin 2018 Amère Méditerranée, qui ne reprennent pas ce personnage fétiche.
Dans les pays où je suis traduit (Allemagne, Italie et Etats-Unis), on ne reprend en général que mes « polars catalans » (Méfaits d’hiver en italien a donné La Stagione dei tradimenti). Je crois que les éditeurs et les lecteurs apprécient ce personnage récurrent et aussi la description du pays catalan. L’Italie a fait toutefois exception en traduisant également Il paradosso dell’ aquilone. Mais il n’a pas très bien marché !

L’humour me semble une des caractéristiques les plus importantes de ton écriture, j’ai trouvé les parties dans lesquelles tu recontais de magazines féminins, ou de sites de rencontres, très amusantes. C’est comme si la pluparte des Françaises avaient toujours le souci de trouver de nouveaux moyens de trahir ses copains.
En te lisant, on rit aussi.
Est-ce que tu penses que le polar doit par être trop lugubre ou sombre.

Je trouve qu’il y a souvent, au cinéma comme dans la littérature une surenchère dans la noirceur, signe d’une époque sans doute où l’on considère que pour se montrer lucide, il faut être pessimiste. Trop souvent les tueurs sont des psychopathes absolus qui ne tuent que pour le plaisir. Bien sûr, de tels personnages existent dans la vraie vie mais ils ne sont pas si fréquents. Dans les tribunaux que j’ai beaucoup fréquentés comme journaliste, je n’en ai personnellement jamais croisés. J’y ai surtout vu des « assassins ordinaires », des types violents qui tuent par jalousie ou colère, de pauvres gars qui tuent par bétise ou par accident. Ces gens-là me semblent plus interessant à mettre en scène que les psychopathes « purs et durs » car ils sont humains, ils sont eux et un peu nous également. C’est cela la réalité et cela que j’aime écrire et décrire. Mes salauds à moi ont toujours une part d’humanité en eux. En France, on appelle le polar du « roman noir » mais le noir finalement n’est pas une couleur qui m’intéresse. Moi, j’aime plutôt le gris et ses multiples nuances.
Pour cette raison, et aussi parce que j’aime plaisanter dans la vie, je place toujours un peu d’humour dans mes histoires. On écrit des histoires sombres (noires ou grises…), il faut bien sourire de temps en temps. Mes personnages n’ont pas toujours un métier et une vie faciles, il faut bien qu’eux aussi s’amusent un peu.

C’est qui, tes maitres à écrire? Est-ce que tu as des modèles, des écrivains desquels tu as beaucoup appris, et qui t’ont inspiré ?

J’ai toujours beaucoup de mal à répondre à cette question. Les auteurs que j’ai les plus aimés ou les plus lus ne sont pas forcément ceux qui nous m’ont le plus influencé. Je pense qu’un auteur se nourrit d’une multitude d’influences, d’auteurs, de livres, de films, qu’il doit digérer avant de se mettre lui-même à écrire.
Pour être tout à fait honnête et ne pas esquiver complètement la question, je dirais que les romans policiers de Mankell m’ont inspiré pour la structure de mes livres, la façon de faire avancer le lecteur en deux temps, avec le ou les personnages principaux de policiers mais aussi avec le criminel dont on ignore jusqu’au bout l’identité mais dont on découvre peu à peu la psychologie et les motivations. Pour le style, j’aimerais avoir été inspiré par celui de Jean-Claude Izzo dont j’ai adoré tous les livres ( et pas seulement les polars) mais ce serait très prétentieux de l’affirmer.

Est-ce que tu penses que le film noir American de l’âged’or ait eu quelque influence sur tes intrigues ou tes personnages?

Je ne suis pas assez cinéphile pour répondre à cette question. Qu’entendez-vous par « film noir américain de l’âge d’or » ? Il est certain en revanche que les films plus récents mettant trop souvent en scène, comme je le disais plus haut, des « psychopathes absolus » m’ont, eux, surtout fournis des contres exemples.

Tu aimes bien raconter la réalité sociale et la vie des policiers ; j’ai lu que tu a demandé le support de quelques amis policiers pour raconter les problèmes des syndicats de police, et les problèmes que ce boulot peut causer aux personnes qui l’exercent, même si ça donne des relations de solidarité très fortes etc. Puis, il y a le problème de la méthode d’investigation. Tu es donc un écrivain réaliste, hein ?
Pourquoi as-tu décidé de reconter du côté du réalisme?

L’intérêt du roman noir, c’est de pouvoir décrire la société et les grandes questions de l’époque. Mais comment être crédible sur ces sujets si on fait trop d’erreurs sur le travail des flics et sur les procédures d’investigation ? Mon métier de journalisrte m’a permis de me confronter à l’univers quotidien des policiers et j’ai pu constater combien il était parfois loin de ce que je pouvais lire dans certains livres, voir dans certains films. Pour moi, le roman noir se doit être réaliste.

Est-ce qu’il y a des projets d’adaptation de tes romans pour le cinéma ?
Si tu pouvais en faire le casting, qui voudrais-tu pour réalisateur? Et qui pour les protagonistes ?

Il n’y a pas, à ma connaissance, de projets d’adaptation de mes romans pour le cinéma. Dommage pour mon porte-monnaie, tant mieux pour mon inspiration. Mes personnages existent dans ma tête, dans celles aussi de mes lecteurs. Je pense qu’eux comme moi n’avons pas besoin de les voir incarner par des acteurs. Quel que soit le résultat – il est parfois réussi – , il y a forcément trahison lors du passage d’un roman à un film. Tant que je n’en ai pas fini avec Gilles Sebag et avec ses collègues, je préfère qu’ils continuent de m’appartenir. S’ils devaient être incarner par des acteurs, j’aurais sans doute du mal à continuer de les faire vivre tels que je les ai imaginés.
Il peut m’arriver de m’inspirer de personnes célèbres, acteurs ou autres, pour imaginer physiquement certains personnages mais je ne citerai pas de nom car la plupart, il ne s’agit que d’un point de départ et mes personnages évoluent souvent pendant l’écriture du roman et finissent pârfois très loin du modèle de départ.

Maintenant, retournons à la literrature : qu’est-ce-que tu lis en ce periode ? Y a-t-il des auteurs de polar que, selon toi, nous, les lecteurs Italiens, devrions lire ?
Est-ce que tu as des livres qui vont sortir bientôt en Italie, et, si tu les as, vas-tu les presenter en Italie ?

Je ne lis pas de romans en ce moment mais des livres d’Histoire, un livre sur les Vikings, un autre sur le Proche-Orient. En fait, je lis très peu de polars depuis que j’en écris !
Je ne veux pas citer de noms d’auteurs aux lecteurs italiens mais je leur suggérai surtout comme aux lecteurs français de ne pas hésiter à sortir des sentiers battus, c’est-à-dire les auteurs américains ou scandinaves ou même les auteurs français best-sellers. Il y a tant d’autres écrivains à découvrir, tant de chemins différents à parcourir.
Mon dernier livre, Amère Méditerranée, est sorti en juin dernier mais il ne sera pas traduit. Ni en italien, ni en allemand, ni en anglais. Parce qu’il traite d’un sujet qui n’est populaire dans aucun de ces pays. En France non plus malheureusement. Pour vous résumer en quelques mots : Amère Méditerranée est un roman noir qui se déroule dans une île imaginaire de Méditerranée où, certains matins, on ramasse sur les plages plus de cadavres que de coquillages.

Est-ce que tu aimes bien presenter tes livres, ou pas ? Veux-tu nous raconter quelque chose d’amusante que s’est passée a l’occasion d’une de ces rencontres ?

J’apprécie beaucoup de présenter mes livres et d’en parler avec les lecteurs. C’est merveilleux de constater que les histoires et les personnages qu’on invente dans la solitude d’un bureau, devant un clavier d’ordinateur, prennent vie dans l’imaginaire d’autres personnes et que les thématiques qui nous ont obsédé pendant des semaines d’écriture sont partagées par d’autres gens.
Une des rencontres les plus marquantes pour moi s’est déroulée en septembre 2017 à Cagliari. Des acteurs lisaient des extraits de mes romans. Je ne parle pas italien et je ne pouvais que reconnaître de temps en temps les noms propres de mes personnages. Les gens dans la salle souriaient, riaient même parfois. Moi, l’auteur, était le seul qui n’y comprenait rien. Mais ce n’était pas grave, bien au contraire. Mes personnages et mes histoires n’avaient plus besoin de moi pour continuer d’exister.

Est tu en train d’écrire un nouveau livre ? Veux-tu nous en parler ?

Je termine un roman qui remettra en scène mon personnage de Gilles Sebag. Après l’été, l’automne et l’hiver, il se passera évidemment au printemps. Ce sera la quatrième saison de Sebag. La dernière? L’avenir le dira.

Mostri, supereroi e navi spaziali di Fulvio Gatti (Impressionigrafiche, 2018) a cura di Elena Romanello

24 gennaio 2019 by

mostri-supereroi e navi spaziali_fulvio gattiFulvio Gatti è tornato in libreria con una nuova fatica, sempre dedicata alla cultura nerd dei fumetti e del fantastico: Mostri, supereroi e navi spaziali si presenta con un sottotitolo molto esplicativo Inventario emotivo delle storie globali e immerge in un mondo di suggestioni varie degli ultimi quarant’anni almeno di immaginario, proveniente da Oltre oceano ma non solo.
L’autore parte raccontando un aneddoto molto simpatico sulla sua infanzia su un cuginetto lontano dall’altra parte del mondo a cui lo unì la passione comune per le Tartarughe Ninja e poi costruisce un dizionario enciclopedico, divertente e divertito ma non banale, in cui trovano spazio vari personaggi e suggestioni, raccontati per sommi capi ma in maniera che riesce comunque ad essere esauriente.
I toni sono leggeri ma non certo sciocchi, per raccontare mondi che hanno unito persone dagli angoli del mondo più lontani, in un pianeta in cui si cerca ormai purtroppo di costruire sempre più muri e sempre più ponti. Nelle pagine del libro trovano spazio storie e filoni, dagli alieni agli zombie, passando per un film cult come Matrix, il serial per antonomasia degli anni Novanta The X-Files, l’universo di Star Trek, la principessa Leia di Star Wars, l’icona horror Freddy Kruger, il mondo di Game of thrones, i viaggi intergalattici di Doctor Who e molto altro ancora.
Un libro per appassionati, dove chi si interessa di cultura nerd e otaku troverà storie e eroi, ma anche per chi vuole saperne di più, per i nostalgici e non solo, perché tira le somme su decenni di sogni e avventure in maniera simpatica e esauriente.
La copertina e le vignette interne sono di Gabriele Sanzo, con riletture divertite di vari universi.

Provenienza: libro del recensore.

Fulvio Gatti (Torino, 1983), giornalista e scrittore, scrive da alcuni anni su testate locali e nazionali. Ha ideato il festival di satira Tuco a Calamandrana (Asti) e dirige la webzine e podcast Finché c’è nerd. Ad Alba (Cuneo) ha curato la mostra su Dylan Dog Alba e i morti viventi. Ha pubblicato per Las Vegas edizioni I nerd salveranno il mondo. Il suo sito ufficiale è http://www.fulviogatti.it

:: La rivoluzione sconosciuta a cura di Guido Ceronetti (Adelphi 2019) a cura di Nicola Vacca

23 gennaio 2019 by

copertina gcNel presentare ai cittadini e agli amici la mostra spettacolo sul terrore micidiale della rivoluzione francese (una raccoglimento intorno al mistero della Storia, il 1789 e le sue propaggini materiali e occulte). Guido Ceronetti, insieme agli attori del Teatro dei Sensibili, decise di porre come epigrafe una frase di Céline tratta dal romanzo Viaggio al termine della notte:

«Tutto quel che è interessante avviene nell’ombra, decisamente. Nulla si sa dell’autentica storia degli uomini».

Il filosofo ignoto, come tutti gli scettici, è un nemico dell’utopia. Il concetto di rivoluzione rappresenta la più tragica variazione di quell’andare in nessun luogo.
Adelphi pubblica postumo La rivoluzione sconosciuta, un volume che raccoglie una scelta di testi curata e tradotta da Guido Ceronetti. Un percorso di pensieri in libertà, un errare in compagnia del pensiero di scrittori e filosofi nei labirinti complessi della rivoluzione francese, che in un certo senso è la madre di tutte le contraddizioni della Storia.
Ceronetti chiama a raccolta, da traduttore e interprete, gli spiriti affini che hanno accompagnato la sua vita di uomo, pensatore e scrittore per mostrare, attraverso il loro pensiero, tutta la forza del disincanto scettico nei confronti degli ideali rivoluzionari che in un certo senso hanno condotto l’umanità al fallimento.
Da George Bataille che in Littérature et le mal scrive:

«Il 14 luglio fu veramente liberatore, ma nella maniera dissimulata di un sogno»

a Guido Piovene che in Verità e menzogna osserva:

«Il male si ha quando comincia la sensazione di bassezza, la nostra, arida e senza correttivi. È una morte spirituale, che conduce alla morte fisica»,

passando per Leopardi che nello Zibaldone annota:

«La rivoluzione francese posto che fosse preparata alla filosofia, non fu eseguita da lei, perché la filosofia specialmente moderna, non è capace per se medesima di operar nulla».

Nel suo percorso Ceronetti non dismette mai i panni dello scettico soprattutto quando demolisce, avvalendosi della parole di François Furet, il genio manicheo di Robespierre.
Il senso drammatico della rivoluzione è di fronte alla volontà meccanizzata del plotone d’esecuzione davanti al quale si consuma la tragedia della volontà inane, dell’impotenza assoluta (Jean Starobinski, 1789 – Les Emblémes de la raison).
Davanti alla rivoluzione che ha scacciato lo spirito del mondo reale, rendendolo troppo orribile (così scrive Joubert), Guido Ceronetti, scettico, disincantato, antiutopico che non crede a nessun paradiso in terra, lascia parlare Charles Baudelaire:

«C’è in ogni mutamento qualche cosa d’infame e di piacevole insieme, che ha dell’infedeltà e del trasloco. Tanto basta a spiegare la rivoluzione francese».

Il filosofo ignoto prende in prestito le parole dei suoi scrittori preferiti e ci serve su un piatto d’argento l’illusione della rivoluzione e tutti i suoi misfatti:

«Ogni giorno muore qualche rivoluzionario. Impedire soltanto che ne nascano».

Così alla fine sposa il pensiero di Joseph Joubert per dirci senza equivoco alcuno (come era nel suo stile) da che parte sta e come la pensa.

Al Mufant di Torino i Japan Days 2019 a cura di Elena Romanello

23 gennaio 2019 by
locandina-1024x1391-740x1005Sabato 26 e domenica 27 gennaio 2019 tornano al Mufant di Torino in via Reiss Romoli 49 bis i Japan Days, l’evento annuale organizzato da Animanga Italia dedicato a manga, anime e cultura del Giappone tra antico e moderno.
Quest’anno sono Japan Days e non Japan Day perché dopo il successo degli anni scorsi si raddoppia su due giorni, con eventi, conferenze, mostre e stand.
Nel 2019 si festeggiano i primi quarant’anni de Il Grande Mazinga e Jeeg robot d’acciaio nel nostro Paese, nonché i quattro decenni di Gundam RX 79, primo capitolo della saga dei Mobil Suit, robot realistici, non ancora esaurita oggi.
La GAF, Galleria d’arte fantastica, lo spazio dedicato alle mostre temporanee, presenta Tribute Go, un’esposizione di tavole di numerosi artisti italiani Disney, Bonelli e Marvel dedicate al Grande Mazinga e a Jeeg robot d’acciaio, con nomi quali Federica di Meo, Vittorio Pavesio, Paolo Barbieri e Andrea Osella e la presenza sia sabato che domenica di vari di loro. La mostra è completata da vari rodovetri originali dei due robottoni di Go Nagai. Le due esposizioni rimarranno al Mufant fino al 28 febbraio e poi cominceranno un viaggio in altri posti e eventi.
Sabato 26 gennaio l’ospite d’onore sarà Anna Teresa Eugeni, voce della Regina Himika di Jeeg, di  Lady Gandal di Goldrake e di Margaret Hamilton nel ruolo della Perfida Strega dell’Ovest ne Il mago di Oz, nonché adattatrice del serial cult Charmed.
Domenica invece spazio per Davide Perino, doppiatore di Amuro Ray in Gundam nel ridoppiaggio della serie, ma anche di Elijah Wood nella parte di Frodo de Il signore degli anelli di Peter Jackson e di Eddie Redmayne come Newt Scamander nella serie di Animali fantastici.
Tra gli altri ospiti, Ivo de Palma, voce di Pegasus de I cavalieri dello zodiaco, Davide Ravera, cosplayer e impersonatore ufficiale di Newt e Mosé Singh, impegnato nella nuova serie di Lupin III.
L’evento sarà animato da numerose associazioni che informeranno sulle loro attività culturali e sulle modalità di adesione, e da stand con in vendita memorabilia vari in tema. Tra i nomi presenti Amici di Go Nagai, Eva Impact, Tomoni, Sakura, Giagun, Kendama Italia, Planet B Web Radio, Casale Comics & Games, Creative Comics e Moguwork.
L’ingresso alla manifestazione costa sei euro intero, riduzioni a cinque e tre, abbonamento per due giorni dieci o cinque euro. Per ulteriori informazioni visitare il sito di Animanga e quello del Mufant.

:: Diligenza del non padre di famiglia (art. 1176 c.c.) di Riccardo Mazzamuto (Italic 2019) a cura di Nicola Vacca

22 gennaio 2019 by

mazzamuto_coverRiccardo Mazzamuto è un poeta che sta nell’oggi. La sua poesia entra nella realtà e la spacca.
Diligenza del non padre di famiglia (art. 1176 c.c.) è il suo nuovo libro. Quindici poemetti che capovolgono il concetto giuridico e elencato nel nostro codice civile.
Una poesia che guardando ai fatti nega l’esistenza di una diligenza. Oggi in questo caos dell’attualità siamo davanti a una negligenza che ci sta portando nel baratro.
Mazzamuto si conferma poeta di impegno civile. In questa nuova raccolta con acume e lucidità passa in rassegna questo nostro tempo con un’amara ironia che non fa prigionieri.
Il poeta è sensibile a tutti i segnali d’allarme e in ogni suo verso denuncia apertamente la perdita del buon senso.
Una poesia che sa intercettare le ingiustizie sociali e esistenziali di un tempo in cui gli esseri umani hanno smesso di essere umani:

«Momenti di dialogo / opinioni vorrebbe / parlare con qualcuno / e se stesso, lontano / dall’indifferenza / di città ammassate … / famigli brulicanti / vittime di iper –coop / coop carrefur lidol / vetrine cattoliche».

Questo libro può considerarsi il seguito del precedente La volpe e il gatto (2016).
Il poeta livornese sceglie ancora una volta il poemetto civile per affondare la penna nel marcio ordinario dell’epoca che viviamo.
I quindici poemetti che compongono questo libro in un’unica narrazione danno conto senza filtri del disagio nel quale siamo precipitati. Ogni verso si insinua nell’abisso di questo nostro sciagurato tempo dove il buon senso ha lasciato il posto a una indolenza che ha ferito a morte ogni possibilità di riscatto.
Senza alcun orpello Riccardo Mazzamuto è poeta che non si arrende davanti a questa immanente collezione di disgusti che è diventata la nostra esistenza.
La poesia con le sue parole è un arma per resistere in questo «inverno burrascoso, / piovoso da crisi /esistenziale, crisi».

:: Scrittori ai fornelli: Enrico Pandiani & il Rognone alla Mordenti

22 gennaio 2019 by

Inizia oggi sul blog una nuova rubrica: Scrittori ai fornelli. Chiederemo a scrittori noti ed esordienti di parlarci di una ricetta a cui sono particolamente legati, con tanto di ingredienti e tutto, ma naturalmente sarà un pretesto per parlare di libri e di scrittura.

Iniziamo con il primo volontario, il coraggioso Enrico Pandiani.

ragione da vendereEsce oggi Ragione da vendere, per il Nero Rizzoli, il suo nuovo libro, settima avventura de Les Italiens, e per l’occasione gli abbiamo chiesto una ricetta sua o presente nei suoi romanzi. Si sa il binomio scrittura e cucina è molto stretto e molti scrittori sono anche abilissimi cuochi. Poi Pierre Mordenti, il suo personaggio, se la cava anche lui in cucina e non poteva che apprezzare un piatto dalle spiccate qualità come il Rognone alla Mordenti.

Pandiani ci ha spiegato che è una ricetta di famiglia, che gli arriva di suoi zii che abitavano a Parigi. Lui era il direttore della Marini & Rossi.

Inoltre il romanzo inizia anche con una cena magrebina a casa di Servandoni e Karima, tra cous cous, spezie e crema chantilly.  Per i golosi una lettura tutta da scoprire.

Ma ora veniamo alla ricetta, pochi ingredienti ma di sicuro effetto.

Rognone alla Mordenti

Ingredienti:

Un bel rognone fresco
Burro
Sale
Martini Dry
Prezzemolo

Preparazione:

Si prende il rognone e lo si taglia a fettine sottili. Una volta tagliato, lo si dispone in un piatto e lo si ricopre di sale grosso. Lo si lascia coperto dal sale per un paio d’ore in modo che spurghi. Infine lo si lava in un colino sotto acqua corrente abbondante e, per finire, lo si stende su un panno pulito in modo da asciugarlo per bene. Si mette un bel pezzo di burro in una padella grande e lo si lascia fondere. Quando è bello bollente vi si versa il rognone e lo si fa girare per bene finché tutte le fette non sono diventate chiare. Un ultimo minuto di cottura (in questa fase non eccedere) e poi si deve scolare il rognone lasciando tutto il sugo nella padella. A questo punto si deve gettare il sugo e pulire per bene la padella. La si rimette sul fuoco e si aggiunge un nuovo pezzetto di burro fresco. Quando è bello caldo si rimette a cuocere il rognone. Lo si fa rosolare per un paio di minuti, poi si alza il fuoco e si aggiunge qualche spruzzo di Martini Dry. Un’ultima rimestata a fuoco vivace e per finire lo si mette in un piatto di servizio. Si aggiunge il prezzemolo tagliato fine fine e ci si mette a tavola.

Ecco i primi appuntamenti per incontrare l’autore e il suo libro:

• Torino – Martedì 22 gennaio, ore 18, libreria Angolo Manzoni, via Cernaia 36/d, con Nicola Roggero;
• Torino – Giovedì 24 gennaio, ore 19, libreria L’Ibrida Bottega, via Romani 0, con Federico Bena;
• Torino – Martedì 29 gennaio, ore 18,30, libreria Bardotto, via Giolitti 18/a, con Ricky Avataneo;
• Milano – Martedì 5 febbraio, ore 18, libreria Hœpli, via Ulrico Hœpli 5, con Piergiorgio Pulixi;
• Busto Arsizio – Venerdì 8 febbraio, ore 17,30, Mondadori Bookstore, via Milano 4;
• Volpiano – giovedì 28 febbraio, ore 18,30, Salone Polivalente, via Trieste 1, con Pino Pace;
• Asti – venerdì 1 marzo, ore 21, libreria Alberi d’Acqua, via Rossini 1;
• Carignano – 7marzo, ore 18, Istituto Alberghiero, via Porta Mercatoria 4/b, con Massimo Tallone;
• Rivoli – 9 marzo, ore 18, Libreria Mondadori, via Piol 37/d, con Carlo F. De Filippis;
• Mantova – giovedì 21 marzo, ore 20,15, ristorante Giallo Zucca, Corte dei Sogliari, 4, con Marco Piva.

:: Un’intervista con Mariangela Galatea Vaglio a cura di Giulietta Iannone

22 gennaio 2019 by

galatea

Benvenuta Galatea e innanzitutto congratulazioni per aver vinto l’edizione 2019 del “Liberi di scrivere Award” con Teodora, la figlia del circo, Sonzogno Edizioni e per il tuo lavoro. Innanzitutto sei un’insegnante, una blogger, una scrittrice, parlaci di te e dei tuoi studi, della tua vita oltre la scrittura.

R: Sono nata a Trieste ma sono cresciuta un po’ in giro per l’Italia, ho abitato anche a Ravenna, dove ho incontrato per la prima volta Teodora e Giustiniano. Da ragazzina sono rimasta completamente affascinata dai mosaici di San Vitale e forse da allora qualcosa mi ha stregato talmente da scriverne poi quando sono diventata adulta. Ho fatto studi classici, sono laureata in Storia Greca e ho un dottorato in Storia Antica. Poi ho iniziato ad insegnare a scuola e siccome mi piaceva scrivere ed erano gli anni in cui tutti provavano ad aprire un blog, ci ho provato anche io. Scrivevo post divertenti che raccontavano le vite dei personaggi antichi. Hanno avuto successo contro ogni aspettativa. Da lì sono stata scoperta dall’editoria e ho iniziato a pubblicare. Poi ho deciso di lasciare la saggistica e di dedicarmi al mio primo romanzo, ovvero Teodora. Visto che ha vinto il vostro premio, direi che è stata una buona intuizione!

Sei nata a Trieste, ma vivi e lavori a Venezia, la Porta dell’Oriente. Dai tempi di Marco Polo, e anche prima, la prima tappa per la Via della Seta, terra di mercanti, artisti, profughi, guerrieri. Un crocevia di merci preziose provenienti dalla Cina, da Costantinopoli, dalle sponde del Mediterraneo. E di idee, libri, credenze, ideali. Descrivici Venezia come uscisse da un sogno.

R: Il bello di Venezia è che già si avvicina molto ad un sogno. È una città che amo molto. Una città di mare strana, perché poi tecnicamente non è sul mare, ma dentro la sua laguna. C’è uno strano senso di sospensione a Venezia, come se il tempo fosse una dimensione lontana e distante. È una città che non ha uguali al mondo e che non si può spiegare, bisogna vederla e viverla.
La Costantinopoli di Teodora deve molto a Venezia. Sopratutto nel carattere degli abitanti. I Veneziani sono smagati, ironici, abituati a avere in casa gente di tutto il mondo e a guardarla con l’indifferenza di chi ha avuto un impero e lo ha visto tramontare. Non è sempre facile andarci d’accordo ma sono molto divertenti.

Il mondo antico affascina ancora i giovani, i tuoi studenti? Come è nato il tuo amore per le civiltà antiche e per la storia? Il passato ha ancora molto da insegnarci?

R: Che rispondere? Sì, sì e ancora sì. Il passato è come una miniera, più lo scavi più trovi tesori inaspettati. Il mondo antico secondo me affascina tantissimo, basta raccontarlo bene. Il problema è che spesso viene spiegato con quella che io chiamo la sindrome del busto da museo. Sembra che gli antichi fossero tutti degli eroi totalmente distaccati dal mondo, dei personaggi freddi e distanti, come i busti dei musei, appunto. Invece no, erano assolutamente simili a noi, con gli stessi problemi, le stesse angosce, spesso anche le stesse tendenze a fare stupidaggini. La storia antica è fantastica, piena di congiure, delitti, colpi di scena, meglio della sceneggiatura di molte serie tv. Per questo la adoro.

Tema del giorno è quello delle migrazioni, dei profughi che scappano dalla guerra, dalla povertà, dalle calamità naturali e arrivano in Europa in cerca di un futuro migliore. Come era vissuto nell’antichità questo problema? Erano disprezzati, avversati, o integrati nelle nuove comunità di accoglienza?

R: Le migrazioni sono un tema centrale nella fine del mondo antico. Si pensa sempre che Roma sia collassata per le invasioni barbariche, ma non è vero. I barbari erano all’interno dell’impero da secoli, e fosse per loro non avrebbero mai voluto abbatterlo, lo adoravano. Era uno stato organizzato e in grado di garantire loro tutto ciò che le loro tribù non avevano: sicurezza, lavoro, ordine. Per lungo tempo sono stati anche integrati con facilità. Nel mio romanzo molti dei protagonisti sono generali bizantini ma di origine barbarica, e lo stesso Giustiniano e lo zio Giustino sono degli “immigrati” provenienti da un paesino sperduto dei Balcani e arrivati a Costantinopoli. Anche se non tecnicamente “barbari” per i raffinati abitanti della città erano dei buzzurri. Il mondo antico non conosceva il concetto di razzismo come lo intendiamo noi. I barbari erano assorbiti ed integrati, anche se poi qualche riluttanza rimaneva, specie nei confronti dei Goti. Però i più importanti generali dell’impero erano ormai barbari, sposavano anche donne della nobiltà romana, le famiglie miste erano all’ordine del giorno. Insomma era un mondo molto più complesso di quanto siamo soliti immaginare.

Come è nato il tuo amore per la letteratura e la scrittura?

R: Non lo so, per quanto ricordo ho sempre scritto e sempre voluto scrivere, fin da piccolina. Amo raccontare storie, amo la storia. Non saprei fare a meno di scrivere o di leggere o di studiare.

Teodora, la figlia del circo nasce dalle tue letture e dal fascino di una donna come Teodora, davvero incredibile per l’epoca, ma anche per oggi. Una donna forte, determinata, coraggiosa, libera per molti versi, come hai ricostruito la sua vita?

R: La storia di Teodora è fantastica. Un ex pornostar che sposa un ministro che è l’erede al trono di un impero. Un po’ come se Eva Henger avesse sposato Obama, per dire… Persino oggi una donna con il suo curriculum farebbe difficoltà ad essere accettata come moglie di un politico, e lei è riuscita invece a diventare persino imperatrice! La storia è ricostruita basandosi minuziosamente sulle fonti antiche, soprattuto Procopio di Cesarea, politico e scrittore contemporaneo ai fatti. E pettegolo di prima grandezza, una specie di Dagospia dell’antichità. Visse a corte gomito a gomito con Teodora e Giustiniano, di cui fu anche storico ufficiale, salvo poi dileggiarli in un’opera in cui ne raccontava tutti i vizi e i segreti. Mi sono poi basata su altre fonti coeve, come le lettere dei Papi, i resoconti diplomatici della corte bizantina, i frammenti di altri storici del tempo. Sono pignola, quindi in pratica non c’è una riga del romanzo che non abbia dietro una fonte antica o dati archeologici quanto più accurati possibile. Ho controllato minuziosamente anche i particolari dell’arredamento, dei vestiti, dei decori degli ambienti.

Com’era Costantinopoli nel VI secolo d.C.?

R: Una grande metropoli simile a New York o Londra. Un luogo dove migliaia di persone confluivano ogni giorno in cerca di fortuna e dove il successo e la caduta in disgrazia potevano essere velocissime. Una città smaliziata, divertente, dove il bene e il male erano gomito a gomito, gli uomini dei bassifondi si incrociavano con i membri dell’alta società, l’ambizione spingeva tutti a cercare di migliorare la loro condizione ad ogni costo. Una città multietnica a cui piacevano la trasgressione e gli eccessi, che viveva per i grandi eventi sportivi come le corse del circo, che era prontissima ad abbandonarsi a rivolte sanguinose, che amava gli uomini furbi e spregiudicati. Lo scenario ideale per un grande romanzo di avventura, insomma.

Quanto ha inciso il mondo televisivo nel tuo immaginario narrativo?

R: Tantissimo, io sono una consumatrice di serial tv e addicted di Netflix. Ho costruito questo libro come una serie tv, con scene brevi e veloci, molti personaggi che si intersecano e scenari che cambiano continuamente. Quello che spesso mi fa arrabbiare quando vedo le serie storiche è che gli sceneggiatori intervengono sugli eventi cercando di renderli più spettacolari, ma spesso non ci riescono perché la Storia è una sceneggiatrice migliore di quelli di Hollywood. La scommessa di Teodora è questa: raccontare i fatti senza inventare quasi nulla, ma rendendoli comunque affascinanti e pieni di suspense. Spero di esserci riuscita. Vedo che i lettori apprezzano molto.

Avventura, amore, scontri religiosi, rivolte, potere, vendetta, spionaggio come hai amalgamato i temi principali del tuo romanzo?

R: In realtà era già tutto amalgamato negli eventi reali. Ho scelto la storia di Teodora perché tutti questi temi erano presenti e funzionavano benissimo. Ho dovuto solo sceneggiarli e studiare il concatenarsi degli avvenimenti. È uno di quei casi in cui la trama si scrive in pratica da sola.

Ho notato un grande apprezzamento, autentico, spontaneo da parte dei tuoi lettori. Come hai coltivato questo legame privilegiato? Ricevi molte lettere, mail, messaggi da parte dei tuoi lettori?

R: Sono da sempre molto presente sui social e quindi quello è il canale privilegiato con cui tengo i rapporti con i miei lettori. Seguono il mio profilo, il blog, la mia pagina Facebook e da qualche mese anche il mio canale YouTube in cui posto dei video in cui racconto episodi della storia antica (i più seguiti sono la serie “Sesso e Gossip a Roma antica, la scandalosa vita di Giulio Cesare!). Io cerco sempre di rispondere a tutti e con alcuni lettori storici poi sono nate bellissime amicizie, per cui ci sentiamo, ci incontriamo, ci prendiamo il caffè. Insomma, sono fortunata, ho dei lettori adorabili.

Hai anche pubblicato un saggio L’italiano è bello (Sonzogno 2017). Cosa ti piace di più della lingua italiana?

R: È la materia che insegno, per cui direi tutto! Ma devo ammettere che poi, anche se sembra strano, ho una vera passione per la grammatica. Non ci si pensa mai ma è la vera architettura del discorso, senza quella non si fa nulla. Io amo la grammatica storica, la storia della lingua, le etimologie.

Cosa stai leggendo in questi giorni? L’ultimo libro che hai letto e il prossimo che hai intenzione di iniziare.

R: Sto leggendo Carl Gustav Jung, L’uomo e i suoi simboli. Per curiosità. Ho letto quasi tutto Freud ma Jung lo avevo evitato fino da ora, devo colmare la lacuna. Il prossimo in lista è una rilettura dell’Eneide sistematica. Ho sempre preferito Omero e Virgilio forse l’ho un po’ sottovalutato, devo rimediare.

Infine, la domanda inevitabile. Stai lavorando a un nuovo romanzo storico? Quali sono i tuoi programmi per il futuro?

R: Per ora attendo nuove dalla casa editrice, perché Teodora dovrebbe essere una trilogia, per cui dovrebbero esserci altre due puntate in cui seguiamo le sue vicissitudini per diventare prima moglie di Giustiniano e poi per tenersi stetta il trono a dispetto di congiure e rivolte. I programmi per il futuro prevedono invece anche uno sbarco massiccio nel mondo del video, ma questo è un progetto che si concretizzerà fra qualche mese e quindi per ora incrociate le dita per me.

:: Fratello minore: Sorte, amori e pagine di Peter B. di Stefano Zangrando (Arkadia Editore 2018) recensione di Federica Belleri

22 gennaio 2019 by

imagesStefano Zangrando omaggia con questo libro lo scrittore berlinese Peter Brasch. Ci racconta della sua famiglia conservatrice e conformista, dalle origini ebree. La vita e le passioni di Peter lo incuriosiscono al punto tale da frequentare Berlino più e più volte. Partendo da un romanzo dello scrittore,  apparentemente introvabile, la voce narrante ripercorre gli anni di Peter all’università di Lipsia, gli anni del crollo del Muro, il suo amore per la scrittura e la fatica immane di emergere. Di lui ci racconta la passione per l’alcol e le sigarette, la poesia, la prosa e il teatro. Del suo non-bisogno degli altri e delle sue donne, che lo hanno amato o abbandonato. Ne esce un personaggio controverso ma particolare, in grado ad esempio di entrare nella mente pura dei bambini dando loro spunti per liberare la fantasia o provocandoli in modo bonario ma fermo perché non si uniformassero alla massa. Così pure emerge un Peter Brasch rivoluzionario, seccato dalla povertà e dalle censure della DDR e legato in maniera profonda al fratello maggiore Thomas che, al contrario, sta avendo successo nella Repubblica Federale. Perché Peter B. si sentiva incompreso e rifiutato? Perché era così visionario e instabile?
Fratello minore. Un unico libro suddiviso in più parti e raccontato da voci diverse, che interpretano la vita di Peter dal loro personale punto di vista. Vi invito a questa interessante e originale lettura.

Stefano Zangrando è autore, traduttore e docente. Nel 2008 ha ottenuto una borsa di scrittura dell’Accademia delle Arti di Berlino, nel 2009 il riconoscimento Nuove leve del Premio italo-tedesco per la traduzione letteraria. È membro fondatore del Seminario Internazionale sul Romanzo presso l’Università di Trento e co-presidente dell’Unione Autrici e Autori del Sudtirolo. Ha collaborato o collabora con varie testate, riviste e blog, fra cui Alias, il manifesto, L’indice dei libri, Doppiozero, Nazione indiana e Zibaldoni. Tra le sue opere narrative Quando si vive (Keller, 2009) e Amateurs (Alpha Beta, 2016). Vive e lavora fra il Trentino Alto Adige e Berlino.  Per Arkadia è autore del romanzo “Fratello minore. Sorte, amori e pagine di Peter B.”, seconda pubblicazione della collana di narrativa “Senza rotta”, curata da Marino Magliani e Luigi Preziosi.

Source: libro inviato al recensore dall editore. Si ringrazia Tania Murenu.

:: Il colombo d’argento di Andrej Belyj (Fazi 2018) a cura di Viviana Filippini

22 gennaio 2019 by
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“Il colombo d’argento” di Andrej Belyj, edito da Fazi, è un libro intrigante che catapulta il lettore nel passato ai tempi della Russia pre-rivoluzionaria. La storia si apre con un giovane che sembra camminare senza meta, completamente assorto nei suoi pensieri. Quel ragazzo diretto non si sa bene dove, è Pëtr Dar’jal’skij. Lui, all’apparenza così spaesato, è in realtà molte cose assieme: è studioso, poeta e uno di quei nuovi intellettuali che stava formandosi prima della Rivoluzione. Il suo vagare appare da subito come un cammino di ricerca, perché Dar’jal’skij sta davvero cercando qualcosa di importante: la verità̀ su se stesso e sul mondo. Ad un certo punto il protagonista arriva a Celeebevo, qui conoscerà tutta la comunità composta da un umanità a tratti grottesca e strampalata e i diversi gruppi culturali e religiosi presenti nella località, tutti impegnati a fortificarsi e prepararsi per essere pronti a partecipare alla rivoluzione. Tante sette ci sono nella vecchia Russia narrata e non a caso troviamo quelli della Vecchia Fede, gli Evangelisti, gli Stundisti, i Molokani, i famosi Chlysty – sicilisti nel libro-  nati nel XVII secolo e sostenitori del principio che Cristo fosse già presente spiritualmente in ogni membro della setta durante la sua vita terrena- e i Colombi d’argento. Pëtr Dar’jal’skij entrerà in contatto con molti di loro, ascolterà i loro discorsi e leggerà i loro scritti, ma sarà il gruppo dei Colombi d’argento a travolgerlo con maggiore forza, trascinandolo in un percorso di completa metamorfosi. Pagina dopo pagina, Andrej Belyj narra la storia di queste terre russe nelle quali, a contatto con questi gruppi settari, il protagonista perderà ogni certezza fino a subire un completo cambiamento che lo porterà a compiere azioni per lui impensabili. Tra di esse, per esempio, la rottura del fidanzamento di Dar’jal’skij con Katia, una giovane di buona famiglia con parenti nobili, e con la quale sembra esserci la possibilità di un matrimonio. La relazione andrà a monte, perché il ragazzo si lascerà travolgere dalla passione per la contadina Matrëna Semënovna, serva dell’ambiguo falegname Mitrij Kudejarov, capo della setta dei “colombi”. Sarà proprio questa figura femminile, non particolarmente bella, ma con qualcosa di irresistibile, ad accalappiare il giovane per farlo diventare l’ “uomo nuovo”, che avrà il compito di rinnovare la Russia e dare il via a un Regno di Luce. Il protagonista Dar’jal’skij ad un certo punto finirà in un circolo vizioso dal quale non riuscirà ad uscirne, e questo fa capire al lettore quanto possa essere potente il processo di manipolazione mentale al quale il giovanotto di trova sottoposto. “Il colombo d’argento” di Andrej Belyj è un storia forte, narrata a tratti con una sottile ironia che ci porta dentro alla Russia del passato in un periodo di grande fermento culturale e intellettuale nell’attesa del grande cambiamento. Un mondo di tensioni, di ansie e di investigazione del nuovo che rigenera, che –in teoria- dovrebbe fortificare e che, come accadrà a Pëtr Dar’jal’skij, non sempre corrisponde al raggiungimento della pace e tranquillità. Traduzione di Carmelo Cascone.

Andrej Belyj Pseudonimo di Boris Nikolaevič Bugaev, è stato una figura di assoluto rilievo nel panorama letterario russo. Scrittore, poeta, saggista, critico letterario, filosofo, negli anni dell’adolescenza entrò in contatto con Sergej Solov’ëv, nipote del filosofo Vladimir Solov’ëv, le cui dottrine influenzeranno tutta la sua opera. Esponente di spicco del movimento simbolista russo, a partire dal 1903 ebbe un intenso rapporto epistolare con Aleksandr Blok, che in seguito conobbe personalmente. Fu autore di raccolte di poesie, romanzi (Pietroburgo, definito da Nabokov «uno dei quattro più̀ grandi romanzi del ventesimo secolo»), saggi e libri di memorie che restituiscono in modo brillante la travagliata parabola storico-culturale della Russia d’inizio secolo.

Source: richiesto dal recensore all’ufficio stampa Fazi, grazie a Cristina e a tutto lo staff.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Il mio maestro Janusz Korczak di Itzchak Belfer (Gallucci Editore 2019) a cura di Giulietta Iannone

21 gennaio 2019 by

coverTra i libri di cui ho deciso di parlarvi per il Giorno della Memoria (il prossimo 27 gennaio) vi è un libro per bambini, dai sei anni in su, edito da Gallucci Editore dal titolo Il mio maestro Janusz Korczak, dello scultore e pittore polacco Itzchak Belfer.

È un breve libro illustrato, i disegni, molto belli, sono dello autore stesso, ed è un libro autobiografico in cui Belfer ci parla della sua infanzia molto particolare, vissuta nella Casa degli Orfani a Varsavia retta da Janusz Korczak (il cui vero nome era Henryk Goldszmit) un insigne medico pediatra polacco, di origine ebraica, che dedicò tutta la sua vita alla cura e all’educazione dei bambini.

Seppure i protagonisti sono piccoli orfani, a volte anche di entrambi i genitori, è un libro allegro e carico di speranza e ottimismo, ci parla infatti di infanzie felici, cosa piuttosto rara anche oggi.

Data l’eccezionalità del narrato Belfer si premura di assicurare che è tutto vero quello che scrive, per i dubbiosi che stentano a credere che un mondo a misura di bimbo possa esistere nella realtà. Dunque è tutto vero, Janusz Korczak ha davvero fatto esistere un mondo in cui i bambini oltre ad essere rispettati, hanno la possibilità di decidere, delimitare i loro spazi, appianare le loro controversie (anche utilizzando la nobile arte del pugilato se è il caso), giudicare anche gli adulti (ebbene anche loro sbagliano e Janusz Korczak fu il primo ad accettare il responso di questi tribunali fatti di bambini) e coltivare i loro talenti (il giorno più bello dell’ infanzia di Itzchak Belfer fu quando gli furono dati carta e matite colorate per disegnare).

janNon si può parlare di Janusz Korczak però senza nominare Stefania Wilczyńska, sua stretta collaboratrice nella Casa degli Orfani, una vera e propria mamma per questi ragazzi.

L’intento di Belfer, ormai consapevole di essere uno degli ultimi che hanno conosciuto Janusz Korczak in vita e sono stati suoi allievi, è appunto consegnare queste memorie ai bambini di oggi perché le conservino e a loro volta le tramandino ai loro figli e nipoti, in una catena di memoria virtuosa.

Janusz Korczak morì il 6 agosto del 1942, nel viaggio verso il campo di sterminio di Treblinka, avrebbe potuto salvarsi, infatti gli stessi nazisti l’avevano riconosciuto come personaggio eminente e volevano che non salisse a bordo del treno per il campo, ma Janusz Korczak non volle lasciare i suoi ragazzi.

Spesso nei sopravvissuti alla Shoa è presente una sorta di senso di colpa, proprio per essere restati in vita mentre amici e parenti sono morti, (credo lo stesso disturbo che psicologi e assistenti sociali devono fronteggiare ogni giorno con i sopravvissuti dei barconi che arrivano in Europa carichi di migranti) ma c’è un senso nella loro sopravvivenza, e in molti l’hanno trovato nel preservare e tramandare la memoria, per cui ogni 27 gennaio non provate fastidio a sentire questi racconti anche se ormai il tempo sembra avere diluito l’intensità dei fatti narrati. In fondo si celebra la vita, ed è bene che sia così. Più che davanti al tribunale della storia dobbiamo farlo davanti al tribunale della nostra coscienza.

Itzchak Belfer (Varsavia, 1923 – Israele 2021) è un pittore e scultore, che visse dall’età di sette anni fino ai 15 nella Casa degli Orfani di Janusz Korczak. È uno dei pochissimi testimoni di quell’esperienza straordinaria che siano sopravvissuti alla Shoah. Dopo la guerra si è trasferito in Israele, dove ha potuto coltivare il proprio talento artistico, dedicandosi in particolare alla commemorazione dell’Olocausto e al ricordo del suo indimenticabile maestro.

Source: Copia inviata al recensore dalla casa editrice. Si ringrazia Marina Fanasca dell’Ufficio Stampa Gallucci.

:: Il più bel libro di Raymond Chandler

20 gennaio 2019 by

ray

Raymond Chandler (Chicago, 1888 – La Jolla, 1959) dopo gli studi in Inghilterra torna in America e si stabilisce in California. Inizia a lavorare nel campo petrolifero, ma nel 1933 collabora con la rivista gialla “Black Mask” che aveva lanciato il genere poliziesco d’azione. Nel 1939 pubblica il suo primo romanzo, Il grande sonno, che ha per protagonista l’investigatore privato Philip Marlowe. Nel 1943 firma un contratto con la Paramount e comincia a lavorare per il cinema come sceneggiatore. Intanto la salute, minata dall’alcol, si deteriora e un anno dopo la morte della moglie, avvenuta nel 1954, Chandler tenta il suicidio. Iniziano i soggiorni in cliniche private per disintossicarsi. Muore prima di aver terminato l’ottavo romanzo di Philip Marlowe, The Poodle Spring Story. Feltrinelli ha pubblicato: I racconti della semplice arte del delitto (1962), Otto storie inedite (1964), Blues di Bay City (1966, edizione ampliata 1975), L’uomo a cui piacevano i cani e altri racconti (1974), Il grande sonno (1987), Addio mia amata (1988), La signora nel lago (1988), La sorellina (1989), Il lungo addio (1989), Finestra sul vuoto (1990), Ancora una notte (1990), Vento rosso e altri racconti (2012) e, nella collana digitale Zoom, La donna nel lago (2012).

Si può votare fino a giovedi 24 gennaio.

Il più bel libro di Raymond Chandler è:

(vincono a parimerito):

Addio mia amata, Il grande sonno, Il lungo addio.