:: Imperfetta di Andrea Dorfman (Einaudi ragazzi 2019) a cura di Viviana Filippini

27 marzo 2019 by
Imperfetta-Dorfman-Einaudi-Ragazzi

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La storia di Andrea Dorfman, non è fiction, ma è vera, perché in “Imperfetta”, edito da Einaudi Ragazzi, l’autrice affronta un problema del tutto personale. Andrea si occupa del rapporto conflittuale che ha sempre avuto con il proprio naso. Un naso non proprio piccolo, ma “importante”, fin da quando l’autrice era bambina. Poi un giorno Andrea conosce un ragazzo –Dave-, i due iniziano una relazione a distanza, perché Andrea vive in Canada, mentre il suo ragazzo sta dall’altra parte del mondo. I due si scambiano lettere dove si raccontano le loro vite, i rispettivi lavori e anche le loro paure. Andrea ama il suo ragazzo, ma è un po’ in crisi perché lui di lavoro fa il chirurgo plastico e per Andrea e il suo naso, ecco è un rapporto un po’ sofferto, nel senso che la ragazza accetta sì il fatto che ci siano persone che si rivolgono al suo fidanzato per risolvere problemi di salute. Quello che Andrea non comprende sono coloro che invece si rivolgono a Dave per farsi modificare occhi, bocca o altre parti del corpo perché non le amano. Andrea si sente imperfetta e, come narra lei pagina dopo pagina, avrà nella sua vita di bambina e adolescente un rapporto molto complesso con il suo prominente naso, però non modificherà mai il suo aspetto. Andrea capisce che è proprio in quella che potrebbe essere considerata un’imperfezione, un difetto, che sta la sua perfezione. Nel senso che è proprio quel naso così evidente che rende Andrea unica, con un’identità specifica e del tutto personale. Il libro della Dorfman fa riflettere su quanto a volte il sentirsi “diversi” non dipende tanto e solo da noi, ma anche da coloro che ci circondano e dal mondo dove viviamo, nel quale non fanno altro che farci notare quello che, secondo loro, non va in noi. A rendere ancora più chiaro il messaggio di accettazione di sé, di rispetto per il prossimo per come è, ci sono le colorate tavole illustrate fatte dalla stessa Andrea. Esse donano alla storia tratta dal cortometraggio “Flawed”, candidato a un Emmy Award, una graphic novel ironica e garbata che fa anche un invito a sfidare quelli che sono gli stereotipi spesso imposti dai media e dalla della società di oggi, dove sembra contare più l’apparire, che l’essere vero e profondo delle persone. “Imperfetta” di Andrea Dorfman è un libro dove si chiama il lettore al rispetto di sé, del prossimo e delle diversità che si pongono, non come difetti, ma come caratteristiche e peculiarità che rendono ognuno di noi unico al mondo. Illustrazioni Andrea Dorfman. Traduzione Michele Piumini.

Andrea Dorfman è una premiata animatrice e regista cinematografica. Adattato dal film Flawed, candidato a un Emmy Award, Imperfetta è il primo libro pubblicato a suo nome. How to Be Alone, la video-poesia da lei realizzata insieme a Tanya Davis, ha totalizzato oltre otto milioni di visualizzazioni su Facebook ed è uscita come libro nel 2013. Vive a Halifax, Nuova Scozia, Canada.

Source: inviato dall’editore al recensore. Grazie ad Anna De Giovanni e all’ufficio stampa Einaudi Ragazzi.

:: Gennaio di sangue di Alan Parks (Bompiani 2019) a cura di Federica Belleri

26 marzo 2019 by
Gennaio di sangue di Alan Parks

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Primo romanzo di una serie, scritto da Alan Parks, scrittore scozzese. Bompiani Editore ha aderito a questo progetto ambizioso con grande interesse. Progetto dall’ottimo esordio con “Gennaio di sangue”. L’autore ci racconta la Glasgow del 1973, in particolare i primi undici giorni del mese di gennaio. Una Glasgow demolita in buona parte e ricostruita con palazzi enormi e grandi vie di comunicazione quasi sconosciute. L’ispettore Harry Mc Coy fatica a riconoscerla e a integrarsi nel nuovo contesto urbano. Per lui esiste solo il lavoro, fatica a stabilire rapporti umani e la bottiglia sembra essere il suo più grande sollievo. Lo aiuta a dimenticare il passato, come sempre spaventoso e doloroso. Una giovane donna viene uccisa alla stazione degli autobus, freddata davanti a tutti. Il suo assassino si suicida sul posto, pochi istanti dopo. Mc Coy viene chiamato e si precipita tra questi due eventi orribili, ma non può fare nulla. O forse sì? Perché un criminale rinchiuso in carcere gli aveva parlato di un omicidio, della morte di una donna … Perché proprio a Mc Coy? Come faceva quel delinquente a sapere certe cose?
Da qui si apre lo scenario del giallo, che ha le sfumature color seppia, anche se è ambientato negli anni settanta. Una catena di omicidi si srotola ai piedi dell’ispettore e del suo aiutante Wattie, nei suoi primi giorni di lavoro. Mc Coy si ritrova a combattere con la feccia violenta di Glasgow, a scendere a patti con gli individui peggiori, in nome di una giustizia che non sarà mai pulita fino in fondo. Anzi, il fondo potrebbe toccarlo proprio lui, di fronte ai potenti e ai ben pensanti.
La scrittura di Parks è serrata, oscura, potente. Non fa sconti e non abbandona il lettore. Mai. Lo scrittore ci parla di sesso, di contrabbando, di droga, di strozzinaggio e di una criminalità che fa a botte con il dio denaro. I vizi vengono portati alla luce, il sangue continua a scorrere. La falsità e il doppio gioco diventano la normalità. Ce la farà l’ispettore Mc Coy a vincere questa battaglia?
Buona lettura.

Alan Parks è nato in Scozia e ha lavorato per oltre vent’anni nel mondo della musica. Vive e lavora a Glasgow. Gennaio di sangue è il suo primo romanzo.

Source: libro inviato dall”editore al recensore. Ringraziamo Federica e Marta dell’Ufficio Stampa Bompiani.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Afrodita di Isabel Allende (Universale Economica Feltrinelli, 1998) a cura di Elisa Napoli

25 marzo 2019 by

afrodita imageAfrodita, un viaggio tra i sensi, tra le fantasie più perverse e goderecce della tavola e della vita, un mémoire di ricordi e racconti personali condito da ricette succulente e gustose. L’amore e la cucina si uniscono in un mélange perfetto nel quale erotismo e cibo sono per la Allende un binomio prelibato ed irrinunciabile, il cui confine è talmente labile da confondersi. Afrodita vuole essere un viaggio guidato dal piacere del palato e dalle tre guide che hanno accompagnato la stesura dello stesso: Isabel, straordinaria e divertente nella sua inclinazione ciceronica, Panchita, fantasiosa ed intuitiva cuoca nonché madre dell’autrice, e Robert, amico e abile disegnatore di ninfe e satiri baccanti protagonisti del libro. Non è un ricettario ma un qualcosa di unico, di atipico, un testo nel quale la lussuria e l’erotismo accompagnano questa interessante lettura, sapientemente indirizzata dalla sensualità e dall’autoironia di una scrittrice che, per la prima volta, si mostra per come è. Non solo una delle autrici latinoamericane di maggior successo ma la regina della cucina che, rifuggendo dall’archetipo domestico, spazia nelle perversioni e nei piaceri risvegliando nella nostra mente desideri voluttuosi sapientemente accostati a succulenti piatti. Ciliegie civettuole, pere ubriache, sospiro di carciofi, mele stregate, salse ed entrées sono dei veri e propri inviti al peccato che noi tutti aneliamo volendone cibarci. Ma il vero piatto forte è l’amore, vissuto senza paracadute, senza freni, regole, con una buona dose di romanticismo e, perché no, di simpatia. Isabel Allende è estremamente esilarante, cinicamente divertente, capace di risvegliare primitivi istinti, ridestando ad uno ad uno i nostri sensi conducendoci verso il peccato originale che, a ben pensarci, altro non è che la disobbedienza di cui possiamo servirci in piccole dosi, in amore ed in cucina.

Isabel Allende è nata a Lima nel 1942, vivendo poi in Cile fino al 1973. Dopo il golpe di Pinochet si è stabilita in Venezuela e, successivamente, negli Stati Uniti. È una delle voci più importanti della narrativa contemporanea in lingua spagnola.

Source Acquisto personale.

:: Happy birthday to me!

24 marzo 2019 by

Oggi occupo il mio blog per biechi fini personali e festeggio con voi miei lettori i miei primi 50 anni. Lo so sono tanti! Ma è una spendida giornata di sole e sono moderatamente felice.

Dunque, Happy birthday to me!

FESTA-50-ANNI

:: Gli 11 polar più letti dai francesi

23 marzo 2019 by

Curiosi di sapere quali sono i polar più venduti in Francia in questo inizio 2019?

Allora, l’Observatoire de la librairie, un collettivo di 200 membri legato al Sindacato dei librai francesi, ha monitorato le vendite in Francia di polar dal 1 gennaio al 28 febbraio. Ed ecco cosa ha scoperto:

Best polars 2019

Ecco la lista dei polar più letti:

Le saut de l’ange, de Lisa Gardner, LGF (trad. Floriane Vidal)
Selfies, de Jussi Adler-Olsen, LGF – (trad. Caroline Berg) Grand Prix policier des lectrices de Elle et Prix polar des lecteurs du Livre de Poche
Dans l’ombre du brasier, d’Hervé Le Corre, Rivages
Summer, de Monica Sabolo, LGF
Les disparus du phare, de Peter May, Actes Sud/ Babel noir (trad. Jean-René Dastugue)
L’outsider, de Stephen King, Albin Michel (trad. Jean Esch)
Le journal de ma disparition, de Camilla Grebe, LGF (trad. Anna Postel)
Le cercle des impunis, de Paul Merault, Fayard
Dans les angles morts, d’Elizabeth Brundage, LGF (trad. Cécile Arnaud)
À même la peau, de Lisa Gardner, Albin Michel (trad. Cécile Deniard)
Entre deux mondes, d’Olivier Norek, Pocket

Di questi 11 titoli ben 7 sono traduzioni.

Source: Actualittè

:: Fata e strega. Conversazioni su televisione e società di Carlo Freccero e Filippo Losito (Edizioni Gruppo Abele 2019) a cura di Giulietta Iannone

22 marzo 2019 by

9261734_3802586È uscito per Edizioni Gruppo Abele Fata e strega. Conversazioni su televisione e società, un agile volumetto che contiene un’interessante intervista a Carlo Freccero, dal novembre 2018 nuovo Direttore di Rai2, fatta da Filippo Losito, autore e regista torinese.
Un lungo botta e risposta che ripercorre, anche cronologicamente, la storia della televisione italiana, dall’eroico maestro Manzi e una visione pedagogica e verticistica del medium, per passare alla televisione commerciale degli anni Ottanta, dominata dall’audience che trasformò tutti i telespettatori in consumatori (dando anche un positivo input ai consumi e alla ricchezza procapite), fino a oggi con l’allegra anarchia portata da internet con l’avvento dei social network in cui tutti sembrano essere diventati di colpo influencer ossessionati dai follower.
Come è cambiata la TV? Come è cambiata la società? Come siamo cambiati noi? Tutti questi temi sono al centro di questo libro-intervista piuttosto originale, insomma le risposte di Freccero non sono affatto scontate, e sebbene non sia un testo di approfondimento, ci sono numerosi spunti di riflessioni che fanno capire come il medium televisivo non sia morto, ma sia ancora ricco di nuove potenzialità.
Carlo Freccero, sebbene con la sua aria da geniale scienziato pazzo, ha una vasta cultura e dimostra anche nei fatti e nei risultati raggiunti nella sua lunga carriera in Italia e all’estero, che la sua fama di massimo esperto internazionale di televisione non è infondata.
Io non amo molto la tv, ma di tanto in tanto guardo film, sceneggiati e documentari oltre ad alcuni programmi di informazione, per cui in un certo senso la questione tocca anche me e soprattutto l’uso che se ne fa di questo strumento è il vero problema etico e culturale che va approfondito penso un po’ da tutti.
Freccero da ragazzo degli anni ‘60 rivendica questo suo passato sessantottino in cui per la prima volta la cultura divenne davvero democratica e anche i ragazzi delle scuole tecniche e i figli di operai poterono entrare all’università, favorendo una positiva mobilità sociale e il successivo boom economico degli anni ’80.
È abbastanza critico con il modello americano di cultura e società, troppo classista e poco fluido, anche se la televisione commerciale degli anni ’80 arriva direttamente da oltre oceano e ha decretato il successo poi delle televisioni commerciali che tuttavia hanno anche qualche merito rendendo meno provinciale diciamo la società italiana. Pensiamo solo a un serial come “Dallas”, e io lo ricordo bene, era un’ appuntamento quasi sacro, le donne si truccavano e vestivano come Pamela, sognavano di andare in Texas, dove petrolio e dollari crescevano sugli alberi, insomma una specie shock culturale, quasi quanto per noi ragazzi i cartoni animati che arrivavano dal Giappone.
Un altro tema interessante è il ruolo della televisione nel cambiamento proprio biochimico del cervello dei telespettatori (per chi ama le neuroscienze sicuramente di interesse), bombardati da suoni e immagini quasi a ciclo continuo. E anche il potere di persuasione e di convincimento di questo medium, che forse più di altri, sicuramente più dei giornali, ha influenzato milioni e milioni di persone, sicuramente potere a cui sono molto sensibili i vari partiti politici una volta al governo.
Pure nell’epoca delle fake news e della guerra occulta tramite la disinformazione sistematica che sembra manipolare le coscienze, il classico l’ha detto la tv, è ancora una specie di testo sacro per molti. Freccero molte cose non le manda a dire e osserva in modo anche distaccato il cambiamento dei tempi e dei costumi, di cui con le sue scelte di palinsesto ha inciso in maniera non marginale. Ricordo sempre Maurizio Costanzo, un altro esperto di televisione, che diceva che i messaggi veicolati dalla tv sono amplificati e non ricordo le precise parole ma un attacco mediatico è un po’ come sparare a una formica con un bazooka, o qualcosa del genere.
Insomma vi consiglio di leggerlo, è breve, forse quando l’intervistato si dichiara populista storcerete un po’ il naso, ma credo anche io, come tutti i visionari che immaginano il futuro, che la democrazia diretta e partecipata sia la logica evoluzione della democrazia del domani (sempre se non finiremo in un’epoca di barbarie e dittatura), sebbene il non felice esordio, sotto gli occhi di tutti, di alcuni partiti politici oggi in Italia che proprio tentano questa strada ancora pionieristica, commettendo anche molti errori per inesperienza, e creando avversione in molti. Tutto un campo di studi politologico e sociologico da approfondire, non voglio certo impegolarmi in una discussione politica. Né Freccero lo fa.
Bene, buona lettura, e traete voi le vostre conclusioni.

Carlo Freccero è direttore di Rai 2. Nei suoi quarant’anni di attività ha attraversato tutte le fasi della televisione, dalla Tv commerciale, con Canale 5, Rete 4, La Cinq e Italia 1, al servizio pubblico, con France 2, France 3 e Rai 2, alla Tv satellitare, con RaiSat, per approdare alla Tv digitale con Rai 4. Insegna Comunicazione presso l’Università degli studi di Genova e collabora con diverse riviste specializzate.

Filippo Losito è autore e regista torinese. Ha scritto per la narrativa, il teatro e la televisione. Alla Scuola Holden di Torino è coordinatore del college Serialità & Tv e docente in Corporate Storytelling. Tra i suoi ultimi lavori: La stand-up comedy, Dino Audino, Roma, 2019.

Source: libro inviato dall’Editore, ringraziamo Christian dell’ Ufficio stampa Edizioni Gruppo Abele.

Nippon vivere e scoprire il Giappone di Yutaka Yazawa (Mondadori 2019) a cura di Elena Romanello

22 marzo 2019 by

image003Il Giappone è diventato negli anni una meta di vacanze e viaggi per studio, lavoro, piacere personale, desiderio di approfondire una cultura millenaria ma aperta alla modernità più fantascientifica. I libri in tema si sono giustamente moltiplicati e Nippon vivere e scoprire il Giappone fa parte di questa grande onda dal Sol levante che non stanca mai.
Il libro, a metà strada tra una guida di viaggio e un saggio non erudito e appassionante sul Giappone, è organizzato su vari aspetti: le regioni, curiosità, cultura, arte, stile, enogastronomia, attività all’aperto e in casa, vita in famiglia, feste e celebrazioni, raccontando quindi quello che i turisti o chi va in Giappone per periodi più lunghi possono vedere ma anche cose da scoprire.
La prima che emerge è che il Giappone non è solo la megalopoli Tokyo ma un Paese dove esistono ancora foreste impenetrabili e dove la natura selvaggia è massicciamente presente. Ovviamente non mancano le città, raccontate anche dal punto di vista storico, attraverso eventi che risalgono secoli indietro e che hanno contraddistinto ogni zona e i suoi nuclei urbani.
Un’altra scoperta interessante è il rapporto con le donne di un Paese patriarcale ma che si narra essere stato creato da una dea, e che fu governato nei primi secoli dell’era cristiana da regine, come la celebre Himiko, poi ripresa dalla cultura pop dei manga.
Ovviamente non mancano approfondimenti sulla spiritualità, sull’imperatore, su icone come i samurai e i ninja, sulla filosofia dell’ikigai che governa la vita personale e lavorativa dei giapponesi. C’è spazio anche per la letteratura, cominciando proprio da un romanzo scritto da una donna, il Genji Monogatari di Murasaki Shikibu, per il teatro kabuki, il kimono, e per cose decisamente più moderne come la TV, spesso spazzatura, o le ragazze di Harajuku, fenomeno di costume e modello anche in Occidente, senza dimenticare il cibo, con tante sfaccettature e piatti tradizionali che in realtà sono d’importazione.
Il Giappone è terra di escursionisti e sportivi, ma anche di hikikomori, dove non esiste il cenone di Capodanno ma il bento che è più complicato e impegnativo, di centenari e di divorziati, e dove una delle feste più importanti celebra la fioritura dei ciliegi.
Un libro interessante, illustrato e curioso, sia per chi sa già molto del Giappone sia per chi magari l’ha scoperto con i manga e gli anime di nuova generazione e vuole saperne di più.

Yutaka Yazawa è nato e cresciuto fino ai 19 anni in Giappone e ha vissuto fino ai 42 anni all’estero. Ha studiato legge e lavorato a Londra per 11 anni, ha poi vissuto ad Hong Kong e a New York prima di tornare a Tokyo, la città della sua infanzia. Dopo una lunga carriera, ha deciso di iniziare a scrivere. Questo è il suo primo libro.

Provenienza: pdf inviato dall’Ufficio stampa che ringraziamo.

Due fiocchi di neve uguali di Laura Calosso (SEM, 2019) a cura di Elena Romanello

21 marzo 2019 by

due-fiocchi-di-neve-uguali-189x300Margherita e Carlo non potrebbero essere più diversi come ragazzi, hanno in comune solo l’aver diviso per un po’ lo stesso percorso scolastico, nella stessa classe, sia pure con esiti opposti come conclusione.
Margherita ha appena superato brillantemente l’esame di maturità classica, sognerebbe un futuro come scienziata ma ha già dovuto forse mettere un’ipoteca sul suo futuro perché suo padre ha perso il lavoro e quasi sicuramente non sarà più in grado di pagarle gli studi all’Università. Ha già rinunciato ad un’importante gara scientifica e la sua vita è su un binario morto, anche se non sembrerebbe.
Carlo non esce da mesi, ha lasciato tutto, è una di quelle persone che con un termine che viene dal Giappone viene chiamato hikikomori, e ha come unico ricordo gradevole della scuola proprio Margherita, unica luce in un mondo sempre più interiore e virtuale, da dove non vuole uscire, nonostante aiuti psicologici e l’intervento di una famiglia comunque inadeguata-
Margherita accetta un invito al mare da un’amica, ma ha un disguido durante il viaggio e accetta un passaggio in auto da un ragazzo incontrato per caso, che la trascina nella sua folle vita da ricco nullafacente. Ad un certo punto si mette alla guida dell’auto in compagnia di questo non certo nuovo amico per tornare alla sua stessa vita, ma esce di strada, finisce in coma mentre il ragazzo muore: prima di addormentarsi in un sonno forse senza uscita pensa proprio a Carlo.
Due vite sospese, una in ospedale e l’altra chiusa in una stanza con come unico compagno un mondo virtuale, diventano speculari del mondo di oggi, delle difficoltà di essere adolescenti e trovare il proprio posto nel mondo: una tematica interessante e attuale, vista attraverso due storie che rappresentano in pieno le situazioni dell’essere ragazzi oggi, l’isolamento da un lato e il trovarsi in difficoltà a realizzare i propri sogni per la situazione economica attuale.
Però il libro, con non pochi punti di interesse, sembra una novella lunga e non un romanzo, lasciando in sospeso e non approfondendo molti elementi presenti: spesso è capitato di leggere libri troppo prolissi, qui il problema è l’opposto, argomenti che avrebbero meritato un altro respiro e che invece vengono liquidati troppo in fretta, in una vicenda che sarebbe stata intrigante con un po’ di pagine in più a svelare e approfondire meglio le vite non vite di Margherita e Carlo, due giovani di oggi, imprigionati in un oggi che non va avanti e che non dà speranze.

Laura Calosso è nata ad Asti. Giornalista, ha studiato Scienze politiche e Letteratura tedesca. Ha esordito nel 2011 con il romanzo A ogni costo, l’amore (Mondadori). Nel 2017 ha pubblicato La stoffa delle donne (SEM).

Provenienza: omaggio dell’Ufficio stampa che ringraziamo.

:: Un’intervista con Martino Sgobba a cura di Giulietta Iannone

21 marzo 2019 by

matteosgobbaBenvenuto Martino su Liberi di Scrivere e grazie di aver accettato questa intervista. Parlaci di te, dei tuoi studi, del tuo percorso professionale.

Dopo il liceo scientifico, mi sono laureato in filosofia nel 1980. Dal 1981 ho cominciato a insegnare, italiano nelle scuole tecniche prima, storia e filosofia nei licei poi. Nel 2003 sono diventato preside e al termine di questo anno scolastico finirà la mia attività lavorativa. Fino al 1989 sono stato impegnato nella ricerca filosofica, con la produzione di saggi su diversi filosofi. Considerata costitutivamente insufficiente l’ermeneutica filosofica, è cominciata l’avventura della scrittura narrativa, inizialmente senza intenzione di pubblicazione.

Una vita nel sistema educativo italiano, come docente e preside. Pensi ci sia un modo per avvicinare i giovani ai libri o è un processo che deve nascere spontaneo e tutti i vari appelli o inviti alla lettura sono controproducenti?

Occorrono bravi insegnanti, che mettano in campo la loro competenza e soprattutto abbiano passione per le loro discipline. Lo studente che incontra anche un solo insegnante competente e appassionato ha una grande fortuna. Il problema della nostra scuola è il reclutamento, sicuramente inadeguato sul piano culturale e attitudinale. La lettura? Non si ha idea di quanti insegnanti leggano poco o nulla…

Come è nato in te l’amore per i libri, e per la letteratura in genere?

Nato in una famiglia molto modesta, ho compreso subito che lo studio sarebbe stata la mia occasione di crescita personale e sociale. Ho incontrato insegnanti che hanno saputo stimolare in me la curiosità culturale e la passione per la lettura.

Parlaci della tua produzione letteraria: con che libro hai esordito? Hai scritto anche antologie di racconti?

Ho pubblicato cinque libri di narrativa. Il primo è stato Le parole restano (Giovane Holden Edizioni, 2010), una raccolta di racconti. Sono seguite altre due raccolte di racconti e due romanzi.

Quali sono i tuoi maestri letterari quelli che sono per te una continua fonte di ispirazione?

Non ho una formazione letteraria, ma filosofica. Ho tuttavia letto moltissimo di narrativa. Lo scrittore che davvero mi ha riempito di meraviglia è stato Gesualdo Bufalino, per il primato della parola e dello stile, cioè della scrittura.

È più difficile per un ragazzo del Sud scrivere, iniziare una carriera letteraria, essere notato dagli editori importanti? O pensi che la posizione territoriale sia irrilevante? Quali sono gli ostacoli veri, effettivi?

Ovviamente il Sud offre meno occasioni editoriali, ma credo, più in generale, che per tutti la questione sia quella della mancanza di vie, per così dire, istituzionali per contattare le case editrici, diverse dal semplice invio del manoscritto. Predomina la dinamica delle conoscenze personali. Qualche possibilità di farsi notare è offerta dai concorsi.

Hai da poco pubblicato il romanzo La stanza dei racconti (molto bello tra l’altro, molto letterario, invito i lettori a leggerlo), un omaggio molto intimo all’arte dello scrivere, del narrare, con qualcosa di autobiografico a margine. Perlomeno si percepisce una certa autenticità che sa di vita vera. Quanto c’è di te nel protagonista Luca, che dalla Puglia raggiunge Belluno?

Questo romanzo parte dalla materia della memoria per poi concludere nella invenzione letteraria senza alcun riferimento biografico. Come lei ha detto, protagonista del romanzo è la stessa scrittura, pensata e praticata come un confronto duro e sincero fra l’autore e il lettore. Nella prima parte, quella che si nutre di memoria, l’autore si confronta con se stesso da giovane. Luca è il signore maturo che scrive ed è anche il giovane la cui vita viene ricordata: passato e presente si incontrano nella sovrapposizione di verità e finzione.

La memoria ha un ruolo importante, se non determinante, nel tuo romanzo. Che ruolo svolge questo complesso processo di elaborazione del passato nel lavoro dello scrittore?

La memoria è ciò che consente al presente di essere insieme radice, tronco, rami e frutti; è ciò che produce un’identità densa, complessa, anche contraddittoria; è ciò che permette di piantare storie in un terreno fertile.

La memoria è un processo selettivo, spesso “disonesto”, si ricorda il passato a volte come vorremmo fosse stato, non come realmente era, edulcorandolo in un certo senso. Uno scrittore quanto deve essere onesto e sincero quando scrive?

Per quanto mi riguarda, è la stessa scrittura che decide la direzione da prendere, la qualità e la quantità della contraffazione del passato.

Tu sei onesto con i tuoi lettori?

Io scrivo senza concedere nulla al lettore eventuale. Accetto il diritto del lettore di rifiutare dopo pochi righi la mia scrittura. Rivendico il diritto di scrivere come piace a me.

E quale è lo stato di salute della Critica Letteraria, in Italia nello specifico? La segui? C’è qualche critico che apprezzi particolarmente?

Come ho già detto non ho una formazione letteraria. Non seguo la critica letteraria e non ho avuto il piacere di essere considerato da critici.

Partecipi a premi, locali o nazionali? Ti piace presentare i suoi libri?

Partecipo ai concorsi di respiro nazionale, per cogliere occasione di far crescere il numero dei miei lettori. Per farsi conoscere le presentazioni sono necessarie e comunque anche le più noiose sono occasione di confronto e di riflessione.

Progetti di traduzioni all’estero dei tuoi scritti?

Non sono un autore che attualmente ha possibilità di essere considerato per traduzioni all’estero.

Cosa stai leggendo in questo momento?

I libri di Nadia Terranova.

Progetti per il futuro?

Scrivere il sesto libro, cercando di comprendere quale sia la mia giusta misura: il racconto o il romanzo.

:: La Marie del porto di Georges Simenon (Adelphi, 2019) a cura di Daniela Distefano

20 marzo 2019 by
LA MARIE DEL PORTO - Simenon

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Era come se non fossero esistiti né il mattino, né il mezzogiorno, né la sera, perché tutto era di un medesimo grigio di pietra da taglio, tranne le pecorelle sul mare, che erano bianche, e i tetti di ardesia neri e duri, come disegnati con l’inchiostro su un foglio di carta glacé. Anche la gente era nera, erano tutti neri, gli uomini, le donne e i bambini. Neri e rigidi, a disagio nei loro vestiti buoni, come la domenica”.

In un piccolo porto di pescatori, un molo sul quale si affaccia il Caffè della Marina, sfondo monocromo dell’intreccio, si erge la modesta casa di Marie, nella città di Port-en-Bessin: sono i luoghi, quanto mai simenoniani, dove si svolge la vicenda di questo romanzo a cui Georges Simenon teneva particolarmente, come rivela la sua corrispondenza con Gide, al quale scrisse:

È il solo romanzo che sia riuscito a scrivere con un tono completamente oggettivo”.

Marie è un’eroina al rovescio: una ragazzina poco appariscente, una vera “acqua cheta”, che riesce a intrappolare nella sua rete un uomo dispotico e avvezzo a vincere e comandare. Questo personaggio, Chatelard, scorge da lontano la smilza figuretta di Marie che segue compunta il feretro del padre, e se ne innamora. Per starle vicino, compra un peschereccio, che gli fornirà la scusa per tornare in paese e frequentare il Caffè della Marina dove la ragazza è stata assunta come cameriera. Chatelard crede di avere in pugno il proprio destino e quello di Marie, ma in realtà è quest’ultima a manovrare con inconscio divertimento i fili del suo burattino innamorato. La Marie del porto è un romanzo dello scrittore di origine belga creato nell’ottobre 1937 a Port-en-Bessin-Huppain (nel Calvados) e pubblicato in volume da Gallimard nel 1938. In contemporanea è uscito dal 15 gennaio al 6 febbraio 1938 in 23 puntate sul quotidiano “Le Jour“. L’edizione italiana è stata pubblicata da Mondadori nel 1949 nella traduzione dal francese di Giorgio Monicelli e poi nel 1992 da Adelphi nella traduzione di Gabriella Luzzani. Il romanzo fu ideato pensando a una possibile realizzazione cinematografica. Nel 1949 ne fu tratto il film La vergine scaltra, regia di Marcel Carné, scritto dal regista con la collaborazione di Louis Chavance e i dialoghi di Georges Ribemont-Dessaignes e Jacques Prévert, con protagonisti Jean Gabin, Nicole Courcel e Blanchette Brunoy. Il plot si discosta dai toni consuetamente gialli di Simenon, anche se qua e là non mancano tensioni, iperbolici comportamenti, meccanismi di suspense e contorcimento, ansiosa attesa. Come se da una pagina all’altra si passasse di mano una bomba che però non espolde mai. Grazie all’avvedutezza di un’adolescente che con la sua freschezza ammalia il mondo per tramortire le sue piaghe. Finirà tutto come dentro ad un acquaio che ripulisce le incrostazioni della vita senza senso, ma la protagonista possiede il dono di sapere già quel che bisogna volere, e lo otterrà con lo stesso risultato dell’onda che scontrandosi con il muto sasso lo trasforma in strumento musicale del paesaggio umano. Traduzione di Gabriella Luzzani.

Georges Joseph Christian Simenon (Liegi, 13 febbraio 1903 – Losanna, 4 settembre 1989) è stato uno scrittore belga di lingua francese, autore di numerosi romanzi, noto al grande pubblico soprattutto per avere inventato il personaggio di Jules Maigret, commissario di polizia francese.

Source: libro inviato dall’Editore. Ringraziamo Benedetta Senin dell’Ufficio Stampa “Adelphi”.

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:: Mi manca il Novecento – Ennio Flaiano e la solitudine di un uomo contro a cura di Nicola Vacca

19 marzo 2019 by

ef«Io forse non ero di questa epoca, non sono di questa epoca, forse appartengo a un altro mondo; io mi sento più in armonia quando leggo Giovenale, Marziale, Catullo».

Così si descrive Ennio Flaiano nella pagine fina de La solitudine del satiro, il suo libro più personale e più intimo a cui aveva cominciato a lavorare pochi mesi prima della morte.
Tra il diario e il racconto Flaiano nelle pagine di questo libro parla della sua solitudine di scrittore satirico e polemico che al suo tempo non ha fatto sconti.
In queste pagine c’è il disincanto l’amarezza di un uomo e di un intellettuale che è stato sempre in disarmonia con la sua epoca e ne ha intercettato la crisi morale in un certo senso profetizzando nei costumi e non solo la decadenza che stiamo vivendo in questi giorni.
Flaiano inforca gli occhiali irreverenti dell’anticonformismo e scrive per mostrare la sua indignazione nei confronti delle convenzioni del proprio tempo. Quando intinge la penna nel veleno delle sue considerazioni, Flaiano è consapevole che la scrittura sarà una compagna scomoda di solitudine. La sua frequentazione non gli servirà a cercare alcuna forma di compromesso con la società in cui vive.
Nella prima parte (Fogli di Via Veneto) racconta la Roma della Dolce vita, di cui lui è stato protagonista insieme a Fellini, gli anni de Il Mondo di Pannunzio e quella società sguaiata che esprimeva la sua fredda voglia di vivere più esibendosi che godendo la vita. Via Veneto effimera e frivola invasa dai paparazzi ma anche Via Veneto dove il grande poeta Cardarelli si sedeva ogni mattina nell’unica poltrona della libreria Rossetti e intralcia non poco il commento con le sue battute cupe e più ancora con i cupi silenzi, che mettono a disagio i clienti.
Ma nei racconti di Taccuini d’occasione (la seconda parte del libro) viene fuori Flaiano pensatore moralista e scrittore dall’intuito profetico. Il suo stile essenziale, breve e incisivo, ricorda molto la tradizione inaugurata dai moralisti della seconda metà del XVII secolo: La Rochefoucauld, Pascal, Montaigne.Il moralista si caratterizza non come artefice di un sistema o portavoce di una dottrina generale, bensì come anatomista dell’interiorità e osservatore dei costumi. Spesso è tramite gli spostamenti del punto di vista della scrittura, più che in virtù di una cultura etica soggiacente, che il moralista interviene nell’analisi lasciandovi la sua inconfondibile impronta stilistica. Il moralista non è un teologo, né un metafisico. Egli si occupa semplicemente della natura umana.
Qui si trovano le stilettate e le invettive dello scrittore che non si nasconde e castiga senza riserva alcuna il suo tempo, mostrando di viverlo e attraversarlo con tutta la sensibilità di un disagio che lo condurrà a una solitudine senza via di scampo.

«Ecco come io mi immagino l’inferno. – mi diceva R. – Un luogo dove i peccatori ripetono di continuo e per sempre le azioni che predilessero e che hanno determinato la loro condanna. Esempio: il lussurioso proverà tutti gli orrori e i disgusti degli accoppiamenti, il violento ripeterà instancabilmente le sue violenze, ma senza esito, il goloso dovrà divorarsi repugnanti montagne di cibo e il suo stesso vomito, il traditore continuerà a tradire, sempre, persino se stesso, l’iroso. “Basta, gli dico, tu stai descrivendo la vita”».

La noia per il satiro Flaiano è verità allo stato puro e lui come noi tutti sa di essere un passeggero senza bagagli, che nasce e muore da solo.
Così è stato. Per fortuna ci restano le pagine he Flaiano ha scritto e in cui è riuscito a essere con coraggio e davvero anticonformista fino in fondo in un Paese in cui le anime belle e i benpensanti amavano rincorrere in maniera servile il potente di turno, preoccupandosi di non scendere mai dalla giostra restando allo stesso tempo concavi, convessi e allineati.

:: L’amore che dura di Lidia Ravera (Bompiani, 2019) a cura di Eva Dei

19 marzo 2019 by
L'amore che dura

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Sono passati vent’anni da quando si sono trovati nello studio di un avvocato per mettere la parola fine al loro matrimonio. Da allora Carlo ha continuato la sua carriera da regista, ma soprattutto ha girato Kids: ha ricostruito i quartieri di Roma in un teatro di posa a New York e ha rievocato sulla pellicola gli anni Settanta, quell’amore appena sbocciato e la nostalgia di un tempo che non c’è più. Lei, Emma, è rimasta a Roma a insegnare, ad aiutare i suoi “figli per finta”, ma non si è risparmiata di stroncare su una rivista online proprio quel film che lui ha dedicato a lei, a loro:

Un film sentimentale e freddo, nostalgico e inesatto, il film di un uomo maturo che cerca qualcosa da rimpiangere per illudersi d’aver vissuto un’età dell’oro.”

Nonostante tutto questo, Emma è agitata la mattina del loro incontro. Si sorprende allo specchio a farsi bella proprio per Carlo. Si rivedranno dopo tanti anni ed è pronta a scusarsi di quell’articolo, anche se forse c’è qualcos’altro, qualcosa di più grande, di più importante per cui scusarsi. Trovare le parole non sarà facile, forse è per quello che ha scritto una lettera e sempre per lo stesso motivo ha infilato nella borsa di tela anche alcuni dei suoi quaderni, quelli che compila da anni, dove annota tutto quello che le succede e che le passa per la testa. Magari le parole impresse sulla carta la aiuteranno a farsi capire. Nello stesso momento Carlo si è già pentito di tutto: di essere tornato in Italia e di aver dato quell’appuntamento a Emma; però è già là al tavolino del bar ad aspettarla e quando la vede sulla stessa bicicletta nera non può fare a meno di sorriderle.
Da quell’esatto momento il tempo narrativo va in frantumi e ci ritroviamo tra le mani una storia che salta tra passato e presente. Il passato scorre fra le pagine dei quaderni di Emma, salta da un ricordo a un altro; la scrittura intima della Ravera ci fa sentire un po’ come degli intrusi che spiano un diario segreto. Fin dall’inizio si avverte il peso di un segreto nascosto nell’animo della protagonista, che solo la lettura di quei diari potrà svelarci, ma l’autrice è brava ad orchestrare il tempo narrativo, tanto da non farci staccare dal romanzo fino alla fine.
La storia di Emma e Carlo è la storia del primo amore, di due ragazzi di sedici anni legati da un sentimento travolgente, assoluto.

“Posso chiederle che cosa rappresenta questa persona per lei?”
“L’amore. L’amore della mia vita.”
“Il primo amore?”
“Non ce n’è mai un secondo, ti innamori quando è il momento giusto per innamorarti. E ce n’è uno solo, di amore, nella vita.”
“E posso chiederle qual è questo momento?”
“Presto, molto presto, a sedici anni, a tredici…prima che la vita cominci.”

Proprio la vita si mette in mezzo, soprattutto quando si è così giovani. Crescendo si definisce il carattere, la personalità si plasma e non è raro che accada quello che descrive l’autrice: si finisce per andare avanti a ritmi differenti, desiderando o dando priorità a spinte diverse che portano inevitabilmente ad allontanare due strade che sembravano intrecciate. Spesso l’amore non basta, ma in questo caso Lidia Ravera decide di raccontare un legame che non si esaurisce nonostante la distanza e il dolore, subito o inflitto che sia.

“A parlare sono capaci tutti. Noi dobbiamo essere più bravi. Perché lo sappiamo che litigare è parlare da soli. Perciò. Abbiamo parlato da soli per tutta la notte e adesso andiamo a tacere insieme.”

Lidia Ravera è nata a Torino. Ha raggiunto la notorietà nel 1976 con il suo romanzo d’esordio Porci con le ali, manifesto di una generazione e longseller con tre milioni di copie vendute in quarant’anni (oggi disponibile nei Tascabili Bompiani e in versione graphic novel sempre presso Bompiani). Ha scritto trenta opere di narrativa (gli ultimi tre romanzi, Piangi pure, Gli scaduti e Il terzo tempo, sono nel catalogo Bompiani). Ha lavorato per il cinema, il teatro e la televisione. Da Piangi pure è stato tratto lo spettacolo teatrale Nuda proprietà, per la regia di Emanuela Giordano, con Lella Costa e Paolo Calabresi.

Source: richiesto all’editore, che ringraziamo.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.