Archive for the ‘Recensioni’ Category

:: La vera felicità. Come realizzare il potenziale presente nella nostra anima di Anselm Grün (Edizioni San Paolo, 2019) a cura di Giulietta Iannone

9 marzo 2020

La vera felicitàLa tradizione cristiana propone, come punto di riferimento per la costruzione di una vita pienamente realizzata, l’esercizio di tre virtù che non sono riducibili all’umano, ma aprono la nostra esistenza al divino: si tratta della fede, della speranza e della carità.

Anselm Grün riprende questa tradizione e la traduce con finezza teologica e psicologica nella vita attuale, a partire dall’assunto che vede ogni donna e ogni uomo alle soglie della realizzazione della propria felicità, del proprio benessere. Infatti, egli sottolinea,

«la fede è già dentro di te come potenzialità che ti è stata data con la tua natura umana. La speranza è infusa in te. Ti fa vedere di cosa sei capace. E l’amore è la tua realtà più intima».

Perciò, riflettere oggi sulle virtù significa ritrovare un angolo profondo di noi stessi, riprendere in mano il filo della gioia che ci attende, e metterci all’opera per realizzare quello che già siamo nel cuore di Dio.

Forse avete già sentito parlare di Anselm Grün, tra i filosofi e pensatori cristiani di questi anni travagliati è uno dei più conosciuti, anche grazie alla grande prolificità dei suoi scritti. Teologicamente ineccepibili, umanamente fecondi. Ho avuto modo di leggere questo suo libro quest’estate, e fino a oggi non mi sono sentita di scrivere nulla al riguardo, un po’ perchè la dimensione spirituale è una delle cose più intime e personali che ci siano, e poi vige la regola che ogni percorso spirituale ha un moto suo proprio. Insomma ognuno deve scoprire le cose da sè, a volte è controproducente imporle, sia a credenti che non credenti. Credo un libro come questo sia più utile ai secondi, a patto che rispettino alternative visioni del mondo. Non ho fatto studi teologici, quindi la mia analisi sarà puramente emozionale, come si suol dire. Anselm Grün parte da un assunto molto semplice: che l’uomo sia nato per essere felice. Questo è il progetto, questo è l’essenza più profonda del “cuore” di Dio. Per raggiungere questa felicità dobbiamo percorrere un percorso terreno che inevitabilmente termina con la morte. Ma questo stadio dell’esistenza è solo l’inizio. Per conquistare questa felicità, già terrena come espressione massima delle nostre potenzialità, un cristiano ha tre doni molto speciali: la fede, la speranza e l’amore.  Fede in Dio, in sè stesso, negli altri. Speranza nel futuro, nel presente, nell’uomo come essere razionale e aperto all’eterno. E poi l’amore, già San Paolo nel suo “Inno all’amore” Prima Lettera ai Corinti, ci aveva detto che questo dono/virtù è il fondamento di tutto. Ecco se privilegiate la dimensione spirituale dell’essere questa lettura potrebbe farvi bene. A me l’ha fatto.

Anselm Grün è monaco nell’abbazia benedettina di Münsterschwarzach (Germania). Dopo aver compiuto gli studi filosofici, teologici e di economia aziendale, dal 1977 è “cellerario”, ossia responsabile finanziario e capo del personale dell’abbazia di Münsterschwarzach. Apprezzato consigliere e guida spirituale, è attualmente tra gli autori cristiani più letti al mondo. Tra le pubblicazioni per le edizioni San Paolo ricordiamo: Autostima e accettazione dell’ombra. Come ritrovare la fiducia in se stessi (20033); Per vincere il male. La lotta contro i demoni nel monachesimo antico (20062); Lottare e amare. Come gli uomini possono ritrovare se stessi (20072); Regina e selvaggia. Donna, vivi quello che sei! (2005); La gioia dell’armonia (2005); La gioia della gratitudine (2005); La gioia dell’attenzione (2006); La gioia dell’incontro (2006); La gioia della salute (2007); La gioia di chi si contenta (2007); La gioia dell’amore (2007); La fede dei cristiani (2007); Felicità  beata (2008), Il libro delle risposte (2011).

Source: libro inviato dall’editore. Ringraziamo Alessandro dell’ufficio stampa di Edizioni San Paolo di Cinisello Balsamo.

Decamerock, Massimo Cotto, (Marsilio 2020) A cura di Viviana Filippini

9 marzo 2020

DEcamerock“Decamerock. Ribellioni, amori, eccessi dal lato oscuro della musica” edito da Marsilio è il nuovo libro di Massimo Cotto. Nel titolo, oltre al rock, riecheggia il “Decamerone” di Boccaccio (citato all’inizio di ogni nottata),  e questo ci fa capire che il lettore farà un viaggio in una sorta di metaforica peste (vita di eccessi estremi) la quale, nel corso del  tempo, ha colpito il mondo del rock. Vero, qui non ci sono un gruppo di ragazzi che si ritira in un luogo protetto per salvarsi dall’epidemia, ma ci sono storie su storie, grazie alle quali Cotto ci intrattiene. Lo speaker ci accompagna un viaggio nelle vite dissolute e sregolate di molti artisti della musica rock, organizzando i contenuti del libro in Dieci nottate, più un momento intitolato “Prima dell’alba”, alternati a frammenti narrativi nei quali lui racconta la sua infanzia e adolescenza a Genova. “Decamerock” ti porta nelle vite vissute all’estremo, che sono sì un po’ maledette, ma che hanno anche tante fragilità e un fascino travolgente e appassionante. Per esempio c’è il Club del 27 dove si trovano quei cantanti che morirono, per una strana coincidenza, tutti a 27 anni. Qualche nome?  Brian Jones, Jimi Hendrix, Jim Morrison, Janis Joplin, Amy Winehouse e tanti altri con alle spalle una vita breve, fatta di eccessi, dove la musica era però il cuore che li animava. Tanti nomi, tanti cantanti e musicisti che sono passati alla storia per ciò che suonavano o per la band dove militavano, ma anche per dei retroscena non sempre noti. Un esempio? Avete mai sentito la musica di Moondog? Lui, all’anagrafe Louis Thomas Hardin, era un compositore e musicista americano, non vedente, e nonostante questo compose musiche eccellenti, scrisse poesie e inventò pure strumenti musicali. Lo si notava subitoperché, oltre a vivere come un homeless, girava sempre con un lungo mantello e un cappello in stile vichingo. Che dire poi di John Bonham, che non sapeva suonare strumenti musicali e che diventò il batterista ufficiale dei Led Zeppelin di Jimmy Page e Robert Plant. Bonham suonò in ben nove album della band, prima di morire a soli 32 anni, dopo aver bevuto litri su litri di alcolici e super alcolici. La cosa interessante del libro di Massimo Cotto è che l’autore non si limita a narrarci le vite del mondo del rock e del jazz, perché lo scrittore ad un certo punto tra i lunghi viaggi, le stanze di albergo, le bottiglie di alcool , ci  infila la musica classica con Mozart e Paganini. Mozart con la sua morte ammantata da un’atmosfera misteriosa e con quel “Requiem” che compose poco prima della sua scomparsa e prima di finire in una fossa comune. Accanto a lui, la figura istrionica di Paganini, che conquistò tutti per la sua bravura così fuori dalla norma, tanto che i suoi  coevi pensavano avesse fatto un patto col diavolo per suonare in quel modo. “Decamerock” di Massimo Cotto è una lettura davvero piacevole, perché se da un lato, ti fa conoscere la dimensione umana e nascosta degli eccessi esistenziali di molte icone della musica, dall’altro, ad ogni storia letta, si sente l’irrefrenabile bisogno di andare ad ascoltare quella musica del passato che ti conquista anche nel presente.

Massimo Cotto (Asti, 1962), una delle voci più note di Virgin Radio, da quasi quarant’anni scandaglia l’universo rock. Scrittore (ha al suo attivo oltre 70 libri di argomento musicale), autore e conduttore televisivo, ideatore e animatore di spettacoli teatrali, giornalista, ha collaborato con vari quotidiani e scritto per le principali riviste italiane e internazionali, inclusa la leggendaria «Billboard». Su Virgin Radio conduce ogni mattina Rock and Talk. Per Marsilio ha pubblicato Rock Therapy. Rimedi in forma di canzone per ogni malanno o situazione (2017).

Source: grazie all’ufficio stampa Marsilio.

Il dominio del sangue di Giordano Drago (Fanucci, 2019) a cura di Elena Romanello

9 marzo 2020

47307-giordano-drago-il-dominio-del-sangue-highworldFanucci editore continua la sua missione di promuovere e presentare fantasy scritto da autori italiani con Il dominio del sangue, primo volume di una trilogia che porta in un mondo che può rassicurare e far passare il tempo agli orfani di George R. R. Martin, in attesa degli ultimi due volumi della Saga del Ghiaccio e del Fuoco che continuano a latitare nelle nostre librerie e biblioteche, dopo la fine del serial che non ha accontentato tutti.
Non bisogna però credere che questo avvincente libro sia una copia degli universi di Westeros e dintorni, perché possiede una sua originalità, presentando un mondo dove i contrasti sono dovuti a lotte di potere ma anche a scelte economiche e logistiche: le Terre Alte sono un microcosmo fatto di arcipelaghi posizionati ad altitudini diverse, che si sono difesi da oceani e maree grazie ad enormi dighe in pietra.
Le Terre Alte non sono un luogo tranquillo, ci sono lotte per potere e predominio, ma c’è un’entità che è guardata da tutti con rispetto, i Custodi delle Dighe. Come suggerisce il nome, costoro si tramandano da generazioni la conoscenza del potere più distruttivo che possa esistere in quel mondo, aprire le Dighe lasciando che le acque sommergano tutte le Terre Alte, distruggendo le vite e i popoli che li abitano.
Rispetto quindi al mondo intrigante e rutilante di Martin, qui c’è una spada di Damocle su tutti gli abitanti delle Terre Alte, perché c’è qualcuno al di sopra di tutto, non una divinità, che può decidere di distruggere tutto, se motivato: tra le righe gli appassionati di folklore e leggende potranno leggere anche un richiamo ai miti presenti in varie culture della distruzione di una civiltà con piogge e maremoti, dal Diluvio universale all’inabissamento di Atlantide. Se si è invece profondi conoscitori dell’animazione giapponese anni Ottanta, tra le righe c’è anche qualche ricordo, magari non voluto, di un bell’anime di genere fantasy da recuperare, C’era una volta Windaria, in cui c’erano guerre tra regni e l’acqua che distrugge civiltà e città, sia pure in un contesto che non diventa così devastante come potrebbe essere qui.
Il libro racconta che, dopo una tregua durata abbastanza, il delicato equilibrio tra le dinastie eredi di re Rhodeon il Conquistare è sul punto di spezzarsi, perché le altre casate delle Terre Alte, gli Artakis, gli Oleone, i Sertan e i Misgarian sanno conducendo di nuovo il mondo sull’orlo di una guerra, ma questo forse non è l’unico problema. Ci sono quindi vari personaggi da seguire, nelle singole casate, mentre si preparano ad un conflitto che rischia di essere senza vincitori ma con solo vinti.
La storia continuerà con altri due volumi, Il dominio del Ferro Il dominio della Terra, che concluderanno la vicenda.

Il nome de plume Giordano Drago raccoglie un collettivo di autori che hanno deciso di rinunciare alla propria fama perché credono nella circolazione delle storie. Prima dei nomi viene il racconto, e questo racconto attraversa il mondo ricco di storie delle Terre Alte, vero protagonista della saga.

Provenienza: omaggio dell’Ufficio stampa che ringraziamo.

Lungo petalo di mare di Isabel Allende (Feltrinelli, 2019) a cura di Elena Romanello

9 marzo 2020

41o-+qZpA4L._SX317_BO1,204,203,200_Le sorti della guerra civile spagnola stanno volgendo a favore del dittatore Francisco Franco, e molti spagnoli sono costretti a fine anni Trenta a scappare dal loro Paese, in particolare dalla Catalogna e Barcellona, due delle zone più ribelli, per riparare in Francia dove finiscono in campi di concentramento in attesa di un futuro incerto.
Tra di loro ci sono Victor Dalmau, giovane e entusiasta studente di medicina, che ha messo a frutto le sue competenze per aiutare l’esercito repubblicano, e Roser, ex pastorella diventata musicista e attivista della ribellione, nonché fidanzata del suo defunto fratello Guillaime, caduto al fronte, e con in grembo il loro bambino.
Dall’altra parte del mare, in Cile, il console Pablo Neruda, anche poeta, decide di allestire una nave, la Winnipeg, per recuperare una parte di quegli spagnoli fuggiaschi e portarli in salvo oltre mare, perché in Francia non hanno un futuro, sono mal visti e inoltre sull’Europa si sta addensando la minaccia della Seconda guerra mondiale. Per salire sulla nave Victor e Roser si sposano e con il bambino varcano l’oceano e arrivano in quello che è chiamato un lungo petalo di mare.
Ma le loro vicende non sono ancora finite, il loro matrimonio di facciata, impossibilitato a finire in Cile con un divorzio per le leggi locali, evolverà in qualcos’altro, mentre Victor vivrà una passione breve ma intensa per Ofelia, figlia viziata di una ricca famiglia, il cui ricordo tornerà da lui anni dopo.
In mezzo ci saranno il golpe di Pinochet, la prigionia per lui, la fuga per entrambi in Venezuela, un ritorno senza ricordi in Spagna, il ritorno in Cile, lutti, gioie, ritrovamenti e riscoperte, in quello che è l’ennesimo inno alla vita dell’autrice e ai mille casi che capitano in essa, in un mondo dove mille sconvolgimenti possono cambiare ogni cosa.
Isabel Allende torna a parlare del Cile e della sua Storia nel Novecento, rievocando il colpo di stato di Pinochet che fece anche di lei un’esule, mescolandolo con un’altra tragedia di decenni prima, la Guerra civile spagnola, che fece fuggire milioni di persone di fronte all’avanzare del più duraturo regime fascista, portando in Cile profughi che all’inizio ebbero difficoltà ma che poi costituirono uno dei nuclei più vivi e colti del Paese. Victor in Cile diventa un affermato chirurgo, mentre Roser una musicista di fama, finché l’avvento di un altro dittatore distrugge le loro vite, soprattutto quella di lui, che dovrà ricominciare ancora, varie volte, fino ad un finale dove tutto non è finito.
Victor, protagonista della vicenda, è basato su una figura reale della storia, amico personale dell’autrice, ed è capace di far affezionare lettrici e lettori dalla prima pagina, quando compie un quasi miracolo, salvando un ragazzino ferito sul fronte spagnolo massaggiandogli il cuore, un qualcosa che lo ispirerà tutta la vita. Interessanti anche le figure femminili, la ribelle Roser, compagna di una vita di Victor, suo malgrado prima e poi non, e la viziata Ofelia, che solo quando si sarà liberata del peso delle tradizioni potrà vivere una sua vita, dopo aver pagato a caro prezzo l’attaccamento alla famiglia e alla sua ricchezza.
Lo stile di Isabel Allende è appassionato, ironico, commovente, trascinante, racconta tragedie immani e gioie con lievità mai banale e partecipazione, facendo riflettere su come purtroppo gli eventi tendano a ripetersi e la fuga degli spagnoli dall’avanzata di Franco ricorda altre fughe che abbiamo visto in tempi più recenti, non ultima la tragedia che sta capitando in Siria e in Medio Oriente. Un libro su passati anche recenti (le dittature sudamericane sono ancora una ferita aperta, sul franchismo si sta cominciando a riflettere solo ora) per riflettere sul presente e su drammi che continuano a ripetersi, in altre forme ma uguali nella sostanza.

Isabel Allende è nata a Lima, in Perù, nel 1942, ma è vissuta in Cile fino al 1973 lavorando come giornalista. Dopo il golpe di Pinochet si è stabilita in Venezuela e, successivamente, negli Stati Uniti. Con il suo primo romanzo, La casa degli spiriti del 1982 (Feltrinelli, 1983), si è subito affermata come una delle voci più importanti della narrativa contemporanea in lingua spagnola. Con Feltrinelli ha pubblicato anche: D’amore e ombra (1985), Eva Luna (1988), Eva Luna racconta (1990), Il Piano infinito (1992), Paula (1995), Afrodita. Racconti, ricette e altri afrodisiaci (1998), La figlia della fortuna (1999), Ritratto in seppia (2001), La città delle Bestie (2002), Il mio paese inventato (2003), Il Regno del Drago d’oro (2003), La Foresta dei pigmei (2004), Zorro. L’inizio di una leggenda (2005), Inés dell’anima mia (2006), La somma dei giorni (2008), L’isola sotto il mare (2009), Il quaderno di Maya (2011), Le avventure di Aquila e Giaguaro (2012), Amore (2013), Il gioco di Ripper (2013), L’amante giapponese (2015), Oltre l’inverno (2017), Lungo petalo di mare (2019). Negli Audiolibri Emons Feltrinelli: La casa degli spiriti (letto da Valentina Carnelutti, 2012) e L’isola sotto il mare (letto da Valentina Carnelutti, 2010). Inoltre Feltrinelli ha pubblicato Per Paula. Lettere dal mondo (1997), che raccoglie le lettere ricevute da Isabel Allende dopo la pubblicazione di PaulaLa vita secondo Isabel di Celia Correas Zapata (2001). Nel 2014 Obama l’ha premiata con la Medaglia presidenziale della libertà.

Provenienza: libro del recensore.

:: Pezzi – dal regno della Litweb di Ippolita Luzzo (Città del Sole Edizioni 2018) a cura di Lidia Popolano

7 marzo 2020

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Lei lo chiama zibaldone, nel linguaggio arcaico una vivanda composta da svariati ingredienti, una costante nella cucina povera di tutti i Paesi; nel linguaggio letterario invece un quaderno di appunti e abbozzi riportati senza ordine.
È entrambe le cose, Pezzi di Ippolita Luzzo. Vi compaiono in ordine casuale frammenti di riflessioni filosofiche, filastrocche, considerazioni sulle cosiddette giornate europee o mondiali dedicate all’amicizia o ad altre ricorrenze, tra queste inserirei anche il Pezzo sul Natale, anche se questo non è il suo titolo. E ancora, poesie, citazioni e recensioni. Ogni appunto riporta la data e questo aiuta ad orientarsi per caratterizzare quel frammento. A volte si tratta di episodi di vita comune, incontri, pomeriggi con amiche o con la sorella, si tratta di telefonate a conoscenze o a vecchie amicizie. C’è anche un fantasma di uomo, seduto accanto al posto di guida ad ascoltare le vicende letterarie di Ippolita o in casa a gustare un caffè virtuale di cui sembra persino di sentire l’odore.
Ma tutto questo mondo, questi tratti di penna, ricopiati al computer, non sono più frammenti, non sono più piccoli cenni sonori di uno strumento che viene accordato, sono una sinfonia potente, sono una sonata di organo in una cattedrale, se hai avuto la fortuna di entrare nel mondo di questa piccola donna, fortissima e delicata a un tempo, se hai attraversato le stanze di quel suo castello fatto di ambienti, ma più ancora di disimpegni. Se sei passato per quelle scale dove filtra il sole e illumina il quadro donato dall’artista che con quel dono ha dato valore al suo apprezzamento o la cesta colma di buste gialle che hanno contenuto i libri che le sono stati spediti in lettura. Sono buste flosce o strappate, impossibili da riusare, impossibili da cestinare. Sono lì perché buttarle sarebbe perdere la traccia della trepidazione con cui sono state riempite con il libro o il faldone della bozza, con cui sono state incollate e lasciate sul desk dello sportello postale, là dove era impossibile ritirarle una volta trovato il coraggio di spedirle. E poi i libri e la memoria degli incontri e dei pasti cucinati e consumati con gli amici, delle serate con le guance arrossate e gli occhi lucidi nella scoperta incredula che l’amicizia esiste, che l’amore esiste e illuminano la vita anche quando hanno breve durata.
Questo, tutto questo non sarebbe stato evidente per me se non avessi avuto l’immensa fortuna di entrare nella dimora di famiglia e di stringere la mano della dolce madre. Ah, gli occhi di una madre posati sui tuoi per leggere il tuo affetto per la figlia! Ah, quale regalo prezioso e immortale, indispensabile per comprendere le parole amare che descrivono le donne del sud che hanno visto rapinare la loro adolescenza e rinchiuderla in una vita di sacrificio, dono per eterni e irriconoscenti uomini-bambini, coccolati e viziati nella loro fragilità egoistica.
Questo, tutto questo non sarebbe stato evidente se non avessi visto un paese violentato, sventrato, artificiosamente assimilato a un’entità locale inesistente. Privato del suo nobile nome e con esso, della sua storia. Un paese che fa da sfondo a ogni amarezza e ogni sogno di riscatto della Calabria offesa e dimenticata anche nel presente. Persino nel presente.
Tutto questo non è uno zibaldone. Sarebbe uno scempio immaginare una raccolta “Pezzi due” con i frammenti scritti da Ippolita Luzzo dopo il 2018. Non è uno zibaldone, Pezzi. È un romanzo. È il romanzo di una vita dapprima dimenticata nella disillusione e poi ritrovata nella missione di tessitura del tessuto culturale di un popolo, senza occuparsi o preoccuparsi di darsene il merito. La tessitura di un ordito fine e robusto che non contempla definizioni strutturali, che non chiede riconoscimenti, che unisce in un canto ritmato e sonoro le voci di scrittori stimati e i loro lavori, nati da quelle buste gialle teneramente conservate. Un ordito che non ha volutamente cercato un’impossibile trama. Un romanzo senza trama.
Lei lo chiama zibaldone, ma per me Pezzi è un romanzo contemporaneo.

Vite di gatti straordinari di Benjamin Lacombe e Sebastian Perez (Rizzoli, 2020) a cura di Elena Romanello

3 marzo 2020

4626321-9788817143998-285x400Benjamin Lacombe, acclamato illustratore francese, tra i migliori oltre che i più inconfondibili come tratto sognante e realistico insieme, torna in libreria con un volume di immagini che piacerà innanzitutto ai gattofili: Vite di gatti straordinari, su testi di Sebastien Perez, è un viaggio tra immagini e frasi nel mondo dei felini più amati del mondo, gli unici che gli esseri umani siano riusciti ad addomesticare.
Un libro che riprende una tradizione di libri anglosassoni di anni fa, in cui si alternavano tavole belle e curate a poesie e storie in strofe: i gatti illustrati da Benjamin Lacombe e raccontati in poesia da Sebastien Perez non sono illustri e famosi, ma sono comunque straordinari, e ognuno ci troverà qualcosa magari del suo compagno peloso e felpato.
Vite di gatti straordinari celebra quindi i mici, ma non è un libro per ragazzi, o comunque non solo per loro, ma si rivolge ai gattofili di tutte le età che vogliano scoprire o riscoprire il libro illustrato, che dialoga tramite parole e immagini, affiancando entrambe senza sacrificare uno dei due elementi.
Per molti il libro illustrato è il primo approccio verso l’oggetto libro, ma poi stranamente, crescendo, si sente dire che bisogna privilegiare le parole alle figure (in una società come la nostra che basa tutto sull’immagine) e preferire libri solo scritti. Per carità, le pagine piene di testo hanno il loro fascino, soprattutto quando raccontano storie avvincenti e appassionanti, ma si può raccontare anche tramite le immagini, come fa da anni Benjamin Lacombe, già noto per i suoi libri di fiabe, oltre che per copertine di romanzi per adulti.
Se poi l’argomento sono i gatti, gettonatissimi on line e sui social, è ancora più interessante: in giro è pieno di libri sui gatti, manuali per come allevarli al meglio con consigli pratici e libri fotografici, ma un libro di illustrazioni permette di conoscerli tramite lo sguardo di un artista, che ricreandoli li reinventa e aggiunge nuove vite alle loro sette esistenti.

Benjamin Lacombe è un illustratore francese, nato a Parigi nel 1982. Da bambino sogna di poter lavorare con la Walt Disney e Tim Burton. Nel 2001 inizia i suoi studi artistici presso l’Ecole Nationale Superieure des Arts Decoratifs de Paris (ENSAD) e contemporaneamente, a soli diciannove anni firma il suo primo libro di fumetti e illustrazioni.
Ha lavorato nel mondo dell’animazione, dimostrandosi artista eclettico e in grado di misurarsi con diverse forme di arte.
La sua predilezione per le illustrazioni ispirate al mondo delle fiabe e dei racconti per bambini e ragazzi non gli impedisce di spingersi a lavorare anche su classici della letteratura come Notre Dame de Paris di Victor Hugo e Les contes macabres di E. A. Poe. Tra le sue opere più importanti vi è sicuramente C’era una volta, una splendida raccolta di tavole tridimensionali ispirate ad alcune delle fiabe più famose d’Europa.
Ha esposto i suoi lavori nelle gallerie più importanti del mondo, tra le quali L’Art de rien di Parigi, Dorothy Circus di Roma, Ad hoc art di New York e Maruzen di Tokio.
Vive e lavora a Parigi.

Provenienza: omaggio dell’ufficio stampa che ringraziamo.

Empatia, Iris Bonetti (You Can Print 2019) A cura di Viviana Filippini

2 marzo 2020

Empatia1Empatia. Quante volte abbiamo sentito questa parola? Quante volte ci è capitato di sentire empatia con il prossimo. “Empatia” è anche il titolo del primo romanzo di Iris Bonetti, pubblicato con You can print. Protagonista di questa storia, che non è solo un thriller, è Sara. La giovane italiana è in America, in Oregon, poco lontana da Portland, al Bewitched Horse Ranch, dove aiuta il prossimo (bambini affetti da autismo) con attività terapeutiche. Questa giovane ha una qualità rara, nel senso che Sara non solo riesce a sentire emotivamente le sensazioni degli altri. Lei fa qualcosa in più, perché Sara riesce ad immedesimarsi nel prossimo, vivendo le stesse emozioni degli altri. Tale esperienza la fa con qualsiasi essere vivente con il quale si relaziona, dimostrando di avere una profondità empatia con il prossimo. Una qualità davvero rara che attira l’attenzione di Marc, uno studioso di neuroscienze. Lui vede in Sara un’importante risorsa per dare forma concreta al suo progetto: creare una medicina per curare quel vuoto di empatia che attanaglia il mondo. Tra un esperimento e l’altro destini di Sara e Marc si intrecceranno e si scoprirà che, da una parte, ci sono coloro che lavorano a fin di bene, ma altri, che a tratti sembrano insospettabili, agiscono per interessi che vanno ben oltre il valore positivo e umano che può avere l’empatia. Anzi, sono pronti a tutto pur di ottenere ciò che vogliono per dominare e sottomettere il mondo. Il romanzo di Iris Bonetti mescola nella trama narrativa diversi generi (thriller, psicologia, avventura, scienza) e pone attenzione anche su vari temi riguardanti l’uomo e la ricerca continua in ambito scientifico. C’è l’amore per il proprio lavoro, messo in campo dalla protagonista e quella tenacia che spinge ad andare oltre gli ostacoli, per raggiungere la meta. C’è la volontà di sperimentare e di fare tutto il possibile, per ottenere i propri obiettivi. Ci sono il mondo dell’infanzia, l’indagine della psiche e dei sentimenti umani e il tema universale dell’eterno conflitto tra bene e male. Una lotta perenne che torna da sempre nel corso dei tempi e che dimostra quanto possono essere differenti le forme attraverso le quali esso si manifesta. Il romanzo della Bonetti è corposo (quasi 500 pagine suddivise in tre parti), ma l’incastro ben fatto tra le componenti crea un ritmo serrato, cinematografico, che porta, pagina dopo pagina, ad assistere al passaggio del tempo e alla trasformazione (in bene o in male) dei protagonisti. Non mancano colpi di scena che non ti aspetti e quei paesaggi che fanno da ambientazione, così ben definiti e tratteggiati, da avere la sensazione di essere in quei posti narrati.  “Empatia” di Iris Bonetti trascina il lettore in un’avventura palpitante, a tratti anche metafisica ma, allo stesso tempo, porta chi legge a riflettere sul rapporto col prossimo e all’empatia che mettiamo in gioco nella relazione con l’altro.

Iris Bonetti è nata a Milano. Ha iniziato la sua carriera nel 1991 come fotografa. I libri che ha scritto e pubblicato sono 10, più 2 bookapp: “I segreti di Romeo e Giulietta”, arrivato tra i finalisti del Golden Award of Montreux e “Gli animali di Pinocchio” che ha ottenuto il patrocinio dalla Fondazione Nazionale Carlo Collodi. Ha pubblicato il primo romanzo per adulti “Empatia” a giugno 2019 e il secondo “Isolati” pubblicato a gennaio 2020.

Source: inviato dall’autrice.

Perché dovresti leggere libri per ragazzi anche se sei vecchio e saggio di Katherine Rundell (Rizzoli, 2020) a cura di Elena Romanello

1 marzo 2020

9968114Tutti o quasi i forti lettori adulti hanno iniziato la loro carriera tra le pagine dei libri con la letteratura per ragazzi, negli ultimi anni alcuni dei più importanti fenomeni letterari siano stati narrativa per i più giovani, Harry Potter in testa, ma nonostante questo, come dice l’autrice di questo agile pamphlet, nonché più giovane docente di Oxford: La letteratura per ragazzi ha una lunga e nobile storia di scarsa considerazione. Sul volto di certe persone si disegna un sorrisetto particolare quando racconto loro che cosa faccio, più o meno lo stesso che mi aspetterei di vedere se dicessi che costruisco minuscoli mobili da bagno per elfi. Scrivo narrativa per ragazzi da oltre dieci anni ormai, e faccio ancora fatica a darne una definizione. Ma so con certezza che cosa non è: non è solo per ragazzi.
Katharine Rundell non vuole in queste poche ma intense pagine tracciare una storia della letteratura per ragazzi, ce ne sono in giro già di ottime, come quella in italiano firmata da Teresa Bongiorno, vuole però tracciare un’appassionata difesa della letteratura per ragazzi, andando contro i pregiudizi e gli snobismo di chi pensa che leggerla oltre una certa età sia ridicolo e poco opportuno.
Chiaramente l’autrice non parla di libri trash rivolti ai più giovani (come se non esistessero libri analoghi per gli adulti, tra l’altro) ma dei romanzi di grande spessore letterario per giovani e giovanissimi, che possono essere godibili da leggere o rileggere anche anni dopo, come i libri di Road Dahl, la serie di Mary Poppins di Pamela L. Travers, Alice nel paese delle meraviglie di Lewis Carroll, Queste oscure materie di Philip Pullman, le fiabe dei Grimm, capaci di trasmettere immaginazione e speranza.
L’autrice non dice ovviamente che bisogna da grande leggere solo libri per ragazzi, ma che è senz’altro interessante alternare ogni tanto e riprendere in mano classici che comunque furono scritti da persone adulti, capaci di intercettare i gusti dei ragazzi della loro epoca e oltre.
Non c’è infatti un’unica direzione di lettura nella vita, si può andare avanti e indietro, mescolare le storie e leggere i libri per ragazzi da adulti non è regredire, se non si leggono libri per ragazzi rinunciamo a uno scrigno di meraviglie che, guardate con occhi adulti, possiedono una magia completamente nuova. Del resto nei libri per ragazzi ci sono tematiche anche scomode e spesso emerge la personalità degli autori e autrici, spesso ribelli controcorrente.
L’edizione italiana del libro è stata integrata da una postfazione scritta appositamente da Katherine Rundell, in cui racconta il suo approccio adulto con i nostri autori, e anche qui ci sono spunti non da poco: l’autrice esalta Carlo Collodi e il suo Pinocchio, così diverso dal film animato della Disney che conosceva fin da bambina, Gianni Rodari e la sua immaginazione, Italo Calvino e i suoi romanzi fantastici in cui emergono anche esperienze reali, e Emilio Salgari, instancabile viaggiatore della fantasia. E fa venire davvero voglia di riprendere in mano questi libri, oltre agli altri anglosassoni presenti nei capitoli precedenti.

Katherine Rundell ha trascorso l’infanzia tra Africa ed Europa e ha poi viaggiato in tutto il mondo. È ricercatrice presso l’All Souls College di Oxford. Con Rizzoli ha pubblicato Sophie sui tetti di Parigi (2015), La ragazza dei lupi (2016, Premio Andersen 2017 nella categoria 9/12 anni), Il Natale di Teo (2017), Capriole sotto il temporale (2018, finalista Premio Strega Ragazze e Ragazzi 2019) e Racconti della giungla (2019) e, nel settembre 2019, L’esploratore, vincitore del prestigioso Costa Award.

Provenienza: omaggio dell’ufficio stampa che ringraziamo.

Una questione di tempo, Alex Capus, (Keller editore 2019) A cura di Viviana Filippini

27 febbraio 2020

CapusUna questione di tempo” è il romanzo di Alex Capus uscito in Italia per Keller editore. La storia è particolare, perché comincia con una scena della quale capiremo il senso solo addentrandoci nel romanzo dello scrittore nato in Francia. Fin dalle prime pagine assistiamo a quello che accade a Anton Rüder, in fuga dalla savana, finalmente vicino ai binari, così affamato su un pentolone di pappa di avena di soldati inglesi che gli stanno attorno. Poi scappa, di nuovo, con il malloppo per gustarselo in santa pace. Questo è l’inizio del libro di Capus e dopo questo frangente il lettore viene catapultato nel 1913, nel Mare del Nord, dove ci sono i cantieri navali Meyer. Qui troviamo lo stesso Anton Rüder al lavoro con altri colleghi, mentre sta smontando la nave Götzen in pezzi sempre più piccoli che andranno spediti in Africa, sul Lago Tanganica, dove c’è l’area sotto il controllo dei tedeschi. In realtà anche Rüder si ritroverà in Africa. Nello stesso momento Geoffrey Spicer Simpson, un comandante strambo, anche un po’ sbruffone come si avrà modo di vedere durante la lettura, arriva dal Regno Unito, nella stessa area dove ci stanno i tedeschi (lato opposto) con Mimi e Toutou. Due ragazze? No. Le due sono delle malconce cannoniere spedite sulle acque del Tanganica. È l’epoca del colonialismo e della Prima guerra mondiale che di lì a poco prende il via, tanto che tedeschi e inglesi presenti, da pacifici conviventi si troveranno ad essere all’improvviso nemici. Capus ci porta dentro ad un mondo lontano più di un secolo da noi e lo fa con un romanzo storico dettagliato, nel quale però c’è anche una profonda dimensione umana data dei diversi caratteri dei personaggi presenti nella scena narrativa. Ognuno di loro ha un proprio modo di fare, che li rende unici e inimitabili al mondo. Capus ci narra il senso di spaesamento e destabilizzazione percepito dai militari in guerra, ma lontani dalle trincee europee. Per esempio Rüder, che pensava di dover solo rimontare la nave, ad un certo punto si trova arruolato e lui la guerra nemmeno voleva farla. Ben diverso il tenente colonnello Zimmer, che non è solo la rappresentazione del massimo rigore militare ma, purtroppo, anche l’insensibilità fatta persona. Per quanto riguarda l’inglese Simpson, è un fanfarone e gradasso, però nel momento in cui accetta la missione in Africa, in lui qualcosa cambia, facendo emergere un’immagine che non corrisponde del tutto alla percezione che gli altri hanno di questo comandante. Pagina dopo pagina, ci si accorge che ogni essere umano ha un proprio modo di vedere e interpretare le cose, perché i personaggi creati da Capus non solo hanno una loro veduta sulla guerra, ma hanno anche un personale modo per gestire il rapporto con le popolazioni africane, con le quali ad un certo punto devono convivere. Nel libro non mancano momenti, dove i soldati sfuggono alla rigidità degli ordini militari per relazionarsi alle popolazioni locali, diventando amici dei Masai, andando oltre i pregiudizi e provando a conoscere al meglio la natura africana, poco nota ai protagonisti che hanno sempre vissuto in Europa.  “Una questione di tempo” di Alex Capus è un romanzo storico ispirato a fatti reali (la nave passeggeri Graf von Götzen, è esistita davvero, ed era dedicata ad un politico e esploratore tedesco Gustav Adolf von Götzen) ma, allo stesso tempo, è una narrazione dove ironia e sentimento convivono alla perfezione portando il lettore negli animi e sentimenti di ognuno dei personaggi dove si trovano amore, amicizia, paura e speranza per il futuro. Traduzione dal Tedesco Franco Filice.

Alex Capus è nato nel 1961 in Francia, ha studiato storia, filosofia e antropologia a Basilea e ha lavorato, sia durante che dopo i suoi studi, come giornalista e redattore per diversi giornali. È uno degli autori tedeschi più famosi e amati dal grande pubblico, noto a livello internazionale con il bestseller “Leon e Louise” in Italia edito da Garzanti con il titolo “Ogni istante di te e di me”. Ha pubblicato numerose opere con grande successo di critica e pubblico ed è traduttore, tra gli altri, di John Fante. Tra i numerosi premi che si è aggiudicato: 2013 Publikumspreis des Westschweizer Radio und Fernsehens; 2005 Förderpreis des Kantons Solothurn; 2005 Anerkennungspreis der Stadt Olten; 1998 Werkjahr der Stiftung Pro Helvetia; 1998 Förderpreis des Kulturkreises der deutschen Wirtschaft im BDI; 1996 Werkjahr des Kantons Solothurn; 1995 Literaturpreis Regiobank Solothurn.

Source: libro del recensore.

Atlantide e i mondi perduti di Clark Ashton Smith (Mondadori, 2019) a cura di Elena Romanello

21 febbraio 2020

978880468364HIG-334x480La narrativa fantastica così come la conosciamo oggi ha avuto vari antecedenti più o meno illustri, come le famose riviste pulp inglesi e americane, che dietro copertine colorate ad effetto raccoglievano storie più o meno lunghe introducendo immaginari che hanno ispirato vari autori e autrici contemporanei, anche al cinema, visto che sia George Lucas che Steven Spielberg si sono formati su questo tipo di pubblicazioni.
Mondadori propone in un volume molto curato le storie di uno dei maestri di questi genere, Clark Ashton Smith, contemporaneo sia di Robert E. Howard che di Lovecraft, curato dall’esperto Giuseppe Lippi con anche un apparato iconografico con le sculture dell’autore. Nelle pagine del libro si viene immersi in universi fantastici, appassionanti, spesso sensazionalistici, ritrovando archetipi giunti fino ad oggi. Clark Ashton Smith ha scritto sia racconti che poesie che un breve testo teatrale ovviamente in tema e tutto questo rivive nel libro.
La prima parte del libro è dedicata ai racconti su Atlantide, il prototipo dei mondi perduti, presente nell’immaginario occidentale dai tempi di Platone, una fonte che l’autore cita come autorevole: del resto nei primi decenni del Novecento era ancora presente, sia tra gli scienziati che tra i creativi, l’idea che sulla nostra Terra ci fossero ancora tante terre da scoprire. Nelle pagine di queste storie si parla quindi di continenti perduti, di negromanzia, di tiranni da abbattere, secondo archetipi allora molto amati ma che possono appassionare anche oggi chi è cresciuto a pane e Indiana Jones. Tra i racconti più belli si segnalano La morte di Malygris La doppia ombra, molto amato da Lovecraft.
Il secondo corpus di racconti è Averoigne, una serie di storie gotiche con anche richiami a icone come i vampiri ambientati nel Medio Evo francese nella regione francese di Averoigne appunto, dai toni affascinanti e spaventosi, che ricordano i rapporti e l’interesse per la cultura popolare europea che c’erano tra gli autori di fantastico pulp. Tra le righe ci sono richiami alle opere di Lovecraft, in particolare ai Miti di Chtulhu. Segue il ciclo di Zothique, ambientato in un futuro remotissimo, dove il sole si è spento ed è rinata la negromanzia, per molti il suo capolavoro, ispirato alle opere di Baudelaire e Verlaine, mentre si chiude con la fantascienza apocalittica di Xiccarthp.
I racconti di Clark Ashton Smith sono popolari ma non banali, commerciali ma arguti, capaci di giocare con paure e pulsioni antiche: senz’altro sono da leggere per chiunque ami il fantastico oggi, perché è sempre bene scoprire le radici di generi e storie, e per chiunque abbia voglia di confrontarsi con l’intrattenimento comunque di qualità.

Clark Ashton Smith nacque ad Auburn, in California, il 13 gennaio 1893. Iniziò a scrivere narrativa a undici anni, influenzato da opere quali Le mille e una notte, le favole dei Fratelli Grimm e i racconti di Edgar Allan Poe. Per diversi anni si interessò principalmente di poesia, ma gli scarsi guadagni lo spinsero a dedicarsi alla narrativa. Fra la fine degli anni ’20 e gli anni ’30 pubblicò numerosi racconti fantastici sulle riviste, senza mai raggiungere la tranquillità economica. Strinse un’amicizia epistolare con Robert E. Howard e H.P. Lovecraft che durò fino alla morte del primo per suicidio (1936) e del secondo per cancro (1937). In seguito abbandonò quasi completamente la poesia per dedicarsi alla scultura. Morì il 14 agosto 1961.

Provenienza: libro preso presso il circuito SBAM.

:: Ai sopravvissuti spareremo ancora di Claudio Lagomarsini (Fazi, 2020) a cura di Eva Dei

19 febbraio 2020

Ai sopravvissuti spareremo ancoraUn aereo dal Brasile fino all’Italia: è un viaggio di ritorno alle origini quello che compie un giovane uomo per raggiungere un paesino di cui non conosciamo il nome, situato vicino alla costa tra la Toscana e la Liguria. Lì lo attende la casa di famiglia, pronta per essere finalmente venduta.
Il fastidio che gli suscita quel luogo è palpabile dal primo momento, quando imbocca la stradina che lo conduce a quelle tre case che tra loro formano una sorta di ferro di cavallo: la loro, quella della nonna materna e quella del vicino. Dopo le ultime formalità sbrigate con la ragazza dell’agenzia non gli resta che scegliere se salvare qualcosa tra quei pochi oggetti ammassati negli scatoloni.

Il problema è che non ho nessun indirizzo da dare, mia madre non vuole nulla di ciò che si è lasciata alle spalle, e a me, un oceano più in là e un emisfero più in giù, non servono né i set di bicchieri né i vecchi asciugamani o i DVD. (…) Mi aggiro tra le scatole come un angelo della morte, sbuffando come un treno a vapore. L’insofferenza e il fastidio di essere qui prevalgono sulla nostalgia. Segno croci rosse senza misericordia, condanno allo smaltimento vasellame e soprammobili.

Rovistando con fare annoiato tra quelle cianfrusaglie e scuriosando tra vecchi libri di autori sconosciuti, ad attirare la sua attenzione sono cinque piccoli quaderni Monocromo abbandonati sul fondo di una scatola. Dal momento in cui li apre e cerca di decifrarne la scrittura passano alcuni secondi prima che realizzi che quei quaderni sono gli stessi su cui scriveva freneticamente suo fratello Marcello l’estate di quindici anni prima.
Inizia in quel momento la storia vera, quella che permette di dare un nome, seppur di fantasia, a questo giovane uomo. Lui è il Salice, o almeno questo è l’appellativo con il quale Marcello lo identifica nei suoi quaderni. Il “Salice” perché fin da ragazzino era facile al pianto secondo suo fratello, ma al lettore non sfugge quando in realtà sia Marcello il più sensibile tra i due, forse il più fragile proprio perché incapace di esternare tutto quello che invece rilega nei suoi appunti.

Ora so perché Marcello mi chiama il Salice: ero facile al pianto, scrive. Eppure, se a raccontare fossi io, direi l’esatto contrario. Ricordo bene i suoi accessi di disperazione e ira, gli oggetti scagliati a terra (un’arancia, un bicchiere) e il mio spavento e i sospiri di nostra madre. Ma che cos’ha?, le chiedevo quand’ero piccolo. Niente, diceva lei aggiustandomi la scriminatura con le unghie, tuo fratello è solo un po’ nervoso.

Quell’estate Marcello gli aveva parlato sommariamente di lavorare a un romanzo, ma quello che racconta nei suoi quaderni non è altro che la loro vita, dove i protagonisti acquistano in alcuni casi nomi di fantasia: il patrigno è Wayne, a causa della sua passione per i film Western, mentre il vicino con cui la nonna ha una relazione amorosa è il Tordo. Il Salice leggendo ricorda le cene in giardino, dove a tenere banco erano le gesta giovanili del Tordo e le battute a doppio senso, il tutto accompagnato da pessimo vino, ma emerge anche il difficile rapporto tra sua madre e la nonna, la figura problematica di Diego, il figlio di Wayne, le insicurezze di Marcello verso Sara, la ragazza di cui è innamorato, le incomprensioni tra vicini, culminate con quella futile lite per il serbatoio.
Lagomarsini racconta la famiglia e la provincia in tutte le sue contraddizioni, proprio come appare anche nei racconti del Tordo e della nonna: due facce che sembrano opposte, ma che fanno parte della stessa medaglia.

Vorrei prendere la parola e dire che i mondi che mi raccontano – stessa epoca, stessa piccola cittadina, stessi personaggi – sono tra loro incongrui: una specie di Sodoma il mondo del Tordo (…) . Un mondo arcaico, tradizional-patriarcale quello che si dipinge la nonna (…).

Un’opera prima quella di Lagomarsini, forse in alcuni punti un po’ acerba, che scorre facilmente, dove il tono nostalgico porta con sé fin dall’inizio un senso di amara malinconia. Il passato non è il luogo della felicità e della spensieratezza, ma cela zone buie, dove debolezze e insicurezze che singolarmente sarebbero recuperabili o gestibili, se mescolate e agitate insieme portano a una reazione irreversibile.
Vi consigliamo di approfittare del prezzo scontato offerto dall’editore fino al 29 febbraio (10,00 €, contro i 16,00 € di copertina).

Claudio Lagomarsini è ricercatore di Filologia romanza all’Università di Siena. Oltre a diverse pubblicazioni accademiche, suoi articoli di approfondimento sono usciti per Il Post, minima&moralia, Le parole e le cose. Come narratore, ha pubblicato diversi racconti per Nuovi Argomenti, Colla e retabloid, vincendo un contest organizzato dal Premio Calvino nel 2019. Questo è il suo primo romanzo.

Source: libro inviato dall’editore, che ringraziamo.

:: Dal libro al cinema: Il medico di corte di Per Olov Enquist a cura di Giulietta Iannone

18 febbraio 2020

Il medico di corteEra alquanto difficoltoso trasformare un romanzo celebrale come Il medico di corte di Per Olov Enquist in un film.
Un romanzo di idee (e di sentimenti), forse più ancora che di personaggi, capace di evocare profonde emozioni nel lettore, rattristato per il terribile destino del re danese Cristiano VII (è una storia vera perlopiù ricavata da fonti e documenti storici, e sicuramente realistica da un punto di vista psicologico in cui gioca molto l’interiorità dell’autore, Per Olov Enquist, che mette molto di sè), e per l’atroce fine del vero protagonista del romanzo, il medico d’Altona Johann Friedrich Struensee, decapitato e letteralmente squartato sulla pubblica piazza per ragioni che approfondiremo nel proseguo della mia analisi.
Insomma si potevano scegliere due strade antitetiche per certi versi: farne un grande e sontuoso affresco storico con maniacale attenzione per musiche, costumi, ambienti, di viscontiana memoria, o scegliere un approccio più intimistico e rarefatto, capace di evocare sensazioni più che di narrare fatti, accadimenti, circostanze.
Royal Affair (En kongelig affære) del regista danese Nikolaj Arcel sceglie un approccio ibrido, puntando molto sul carisma e sulla bravura degli attori, in primis Mikkel Boe Følsgaard, al suo debutto sul grande schermo, capace di rendere umanissimo e simpatico un personaggio scomodo che solo troppo approssimativamente si potrebbe bollare e stigmatizzare come “pazzo”; Trine Dyrholm l’algida Regina Madre Giuliana Maria; Mads Mikkelsen credibile nei panni di Johann Friedrich Struensee appassionato innovatore della società danese, ateo e illuminista, e innamorato della giovane regina Carolina Matilde di Hannover, sottovalutata da tutti forse per il suo aspetto poco appariscente (nella realtà) ma in definitiva una donna dalla tempra d’acciaio, interpretata da una brava Alicia Vikander, forse troppo bella per il ruolo ma capace di dare una certa durezza e un velato distacco al personaggio di per sé luminoso e protofemminista.
Insomma un film riuscito, a me è piaciuto molto e mi ha spinto a leggere il libro da cui è stato tratto. Insomma per una volta il cinema aiuta la letteratura e non la saccheggia, come alcuni ritengono a torto.
Film e libro, a parte superficiali discrepanze (faccio un esempio: nel romanzo la scena del contadino torturato sul cavalletto vede protagonista Struensee e il re Cristiano VII, nel libro invece c’è sempre Struensee ma invece del re la regina Carolina Matilde) mantengono lo stesso spirito e lo stesso ideale di fondo.
Certo il libro permette un maggiore approfondimento di alcune tematiche che nel film sono solo accennate, importante su tutte credo la contrapposizione tra le luminose verità Illuministe (trionfo delle libertà individuali, della giustizia sociale e dell’equità) e l’oscurantismo del pietismo religioso di stampo protestante erede di un’ epoca buia e antiprogressista in cui vigeva la tortura più brutale e le disumane condizioni di servitù dei contadini.
La “Rivoluzione Illuminista Danese” del 1768-1772 o meglio detta l’era di Struensee, che anticipa di qualche decennio la più cruenta Rivoluzione Francese, poi è sicuramente un periodo poco noto all’esterno dei confini della Danimarca, e merito di questo romanzo, e del successivo film, è sicuramente stato quello di farlo conoscere all’opinione pubblica contemporanea.
Paradossale che lo stesso Per Olov Enquist descriva il suo romanzo come una semplice storia d’amore (le venature erotiche e sensuali sono sicuramente più marcate nel romanzo) ma sicuramente questa unica dimensione è riduttiva: è un romanzo che contiene una forte carica morale e una severa critica dei sistemi educativi coercitivi (il povero Cristiano è un esempio dei danni devastanti che ciò provoca), è un inno alla libertà religiosa, sentimentale, etica, è un inno alla solidarietà umana e alla forza necessaria per difendere i propri ideali anche quando il proprio sforzo non è riconosciuto (dai contemporanei perlomeno).
L’ingenuità di Johann Friedrich Struensee, così alieno al grande gioco politico delle alleanze e della “scelta” dei nemici, ne fa certo un personaggio tragico, (seppure incredibilmente moderno, fu uno dei primi per esempio a usare il dentifricio, particolare minimo ma vi dà un idea di quanto fosse estraneo nel suo tempo) sconfitto dalla storia, un vinto se vogliamo che esce di scena nel più barbaro dei modi, pur tuttavia la sua impazienza (quasi avesse saputo del poco tempo che aveva a disposizione) nello sfornare decreti che rivoluzionarono nel concreto l’immobile società danese del tempo, dalla libertà di stampa, al vaccino contro il vaiolo per tutti, agli aiuti per i figli illegittimi, gettano un germe di cambiamento, rendono reale l’utopia e il desiderio di cambiare (in meglio) il mondo. Traduzione di Carmen Giorgetti Cima.

Per Olov Enquist nato nel Nord della Svezia nel 1934, è una delle grandi “coscienze critiche” della società scandinava. Al gusto per l’indagine storica e al desiderio di essere testimone del proprio tempo, aggiunge una capacità di scrittura che gli ha fruttato premi e riconoscimenti in tutto il mondo. Il libro delle parabole è il suo ultimo romanzo pubblicato da Iperborea, dopo il successo de Il medico di Corte (Premio Super Flaiano e Premio Mondello) e de Il libro di Blanche e Marie (Premio Napoli 2007).

Source: libro inviato dall’editore al recensore. Ringraziamo Francesca dell’ufficio stampa Iperborea.