Archive for the ‘Recensioni’ Category

Come un sushi fuor d’acqua di Fabiola Palmeri (La Corte editore, 2019) a cura di Elena Romanello

16 febbraio 2020

COVERSUSHIRGB-302x429Il Giappone è ormai da diversi decenni un Paese di grande attrattiva per l’immaginario occidentale, sarà per il cibo, sarà per il contrasto affascinante che c’è tra tradizione e modernità, sarà per la cultura pop rappresentata in particolare da manga e anime che ha saputo conquistare anche le giovani generazioni occidentali dagli anni Ottanta ad oggi.
Al Giappone e al rapporto che instaurano con questo mondo eclettico e rutilante due donne in due diversi momenti del passato recente è dedicato il romanzo Come un sushi fuor d’acqua, scritto da Fabiola Palmeri, che in Giappone ha vissuto, studiandone la cultura sia classica che contemporanea e che continua ad occuparsi del Paese del Sol levante nella sua città, Torino, dove è una delle voci più autorevoli in tema.
A fine anni Ottanta Bianca, giornalista free lance, decide di partire per Tokyo, prima per un periodo di tempo limitato e poi in via più definitiva, dove propone articoli in tema Giappone a varie testate, trovando poi una sistemazione più fissa in una radio che trasmette notizie in varie lingue dalla capitale dell’Est, questo è il nome di Tokyo letteralmente. Negli anni Dieci del Duemila Celeste è vicina alla maturità e deve capire che strada intraprendere, lei che è figlia di un’italiana e di uno statunitense, nata in Giappone e poi vissuta tra Italia, Giappone e America, dopo che i suoi genitori hanno preso strade diverse, creando in sé varie identità senza che ne prevalga nessuna.
Due storie che raccontano l’oggi, la ricerca di una propria strada, la fuga dei cervelli, l’identità di oggi soprattutto presso le giovani generazioni, il rapporto tra culture, una raccontata in terza persona, l’altra in prima persona, per due destini che si incontrano o meglio si sono incontrati e raccontano anche come sono cambiate le cose in trent’anni, in Giappone e non solo.
Tutti temi interessanti e mai banali, e Come un sushi fuor d’acqua è senz’altro un libro da leggere per tutti gli amanti del Giappone, per qualunque motivo siano affascinanti da questo Paese remoto ma alla fine capace di essere uno degli attori del mondo di oggi, come stile di vita e proposta di immaginari e cultura. Ma è anche un libro per chi ama guardare oltre i confini, pensare di essere un cittadino o cittadina del mondo, in questi tempi di muri e psicosi.  Un libro in cui non si nasconde che affrontare un altro mondo e un’altra cultura non è una passeggiata, ma in cui si racconta comunque l’importanza di certe esperienze e confronti.
Il titolo ricalca il celebre detto come un pesce fuor d’acqua citando uno dei piatti più amati anche in Occidente del Giappone, il sushi, anche se nel Paese del Sol levante viene consumato non ogni giorno, ma solo nelle grandi occasioni.

Fabiola Palmeri  inizia la sua carriera come giornalista dopo la laurea in filosofia, lavorando prima per La Stampa e poi alla NHK di Tokyo, dove ha vissuto per dodici anni.
Accreditata come una delle massime esperte di cultura giapponese in Italia, oggi scrive per La Repubblica e per alcune delle più importanti riviste italiane, come Il Venerdì e Gambero Rosso, di arte, libri, stile, cibo e società nipponica.
Conduce anche gruppi di lettura dedicati ad autori giapponesi al Mao e al Circolo dei Lettori di Torino e Novara.

Provenienza: prestito dell’autrice che ringraziamo.

T. Singer di Dag Solstad (Iperborea, 2019) a cura di Viviana Filippini

14 febbraio 2020

singerT. Singer, protagonista del romanzo di Dag Solstad, edito da Iperborea è un aspirante scrittore e tale rimane. Singer ad un certo punto si rende conto che i suoi sogni, le sue aspirazioni resteranno nella sua fantasia. Il suo romanzo, letto, riletto, scritto, riscritto, corretto e non corretto, rimarrà lì, incompleto, come molto altro nella vita del protagonista. Per questo motivo T. Singer decide di dare un senso all’indefinito del suo vivere e si pone l’obiettivo di diventare bibliotecario a Telemark, un piccolo paesino sperduto in mezzo alle montagne. Singer, 34 anni, ha una casa, va a lavorare, torna a casa e torna dai libri. Una vita monotona poi, un giorno, come in un fiaba, incontra Merete, una bella ragazza con la quale inizia una relazione. Ad un certo punto T. Singer e Merete, più Isabella (la figlia dei lei), andranno a vivere assieme formando quella che per il protagonista è una famiglia. Singer comincia a fare delle cose che mai aveva fatto prima: lava, stira, cucina, e lo fa con impegno e diligenza. Il suo unico problema, che lo caratterizzerà per tutto il romanzo, è quella totale incapacità di esprimere in modo netto e chiaro ciò che pensa, i sentimenti che prova e, a tratti, anche ad assumersi responsabilità. Un atteggiamento che porterà Merete a prendere le distanze e a volersi allontanare in modo definitivo da Singer, ma il destino beffardo interverrà a complicare le cose. T. Singer si troverà  a fare il padre single di una “figlia” (Isabella) che nemmeno è la sua. Quello che emerge dal vivere (se così lo si può definire) dell’uomo qualunque di Solstad è un’esistenza fatta di ossessiva ripetitività, tale da rasentare un alto grado di disperazione, affrontato però con pacata ironia dal protagonista. Non è una cosa da poco, perché proprio T. Singer di Solstad ha un qualcosa che richiama da vicino lo Stoner del romanzo di John Williams, sì perché proprio come il professore creato dallo scrittore americano, il bibliotecario di Solstad è un uomo tranquillo (troppo), che vive la sua vita di ogni giorno, senza manifestare mai fino in fondo e a chi lo circonda,  i suoi sentimenti. Ci sono alcuni momenti nei quali T. Singer fa percepire le sue paure, le sue insicurezze, le sue ossessioni per il fallimento, ma non sono mai momenti condivisi con gli altri. Quello che tormenta Singer, lui se lo racconta in uno o più monologhi personali e in completa solitudine, perché è solo parlando con se stesso che Singer tira fuori ogni suo tormento e preoccupazione. Altro tratto comune del bibliotecario con Stoner di Williams, è l’immensa solitudine, sempre presente, prima, durante e dopo la relazione con la moglie Merete. Il suo essere animo solitario è qualcosa di straziante e allo stesso tempo comico, nel senso che in certi momenti si ride e si partecipa alla goffaggine del protagonista, che in improvvisi slanci di entusiasmo prende l’iniziativa per fare, ma non sempre i risultati sono quelli sperati. In altri frangenti letterari si percepiscono il tormento e la disperazione nell’animo di Singer. Dag Solstad ha una scrittura travolgente, ipnotica, che ti porta dentro alla vita di T. Singer, un uomo che sta con gli altri, me che è – o forse vuole essere- profondamente solitario e, in quella ripetitiva solitudine esistenziale, dove per certi momenti anche il lettore rivede se stesso, il bibliotecario ci sguazza a meraviglia. Traduzione Maria Valeria D’Avino.

Dag Solstad, nato a Sandefjord, in Norvegia nel 1941, è considerato uno dei maggiori scrittori norvegesi contemporanei, l’unico ad aver ricevuto il Premio della Critica per ben tre volte, oltre al Premio del Consiglio Nordico. Autore di una trentina di opere, tra teatro, romanzi e racconti, è sempre al centro di accesi dibattiti in patria per il suo radicalismo anticonformista. Iperborea ha già pubblicato Tentativo di descrivere l’impenetrabile, Timidezza e dignità e La notte del professor Andersen e Romanzo 11, libro 18.

Source: richiesto all’editore dal recensore. Grazie all’ufficio stampa Iperborea e a Francesca Gerosa.

:: Tracce dal silenzio di Lorenza Ghinelli (Marsilio 2019) a cura di Federica Belleri

7 febbraio 2020

Tracce dal silenzio di Lorenza GhinelliRitengo questo romanzo davvero completo. Racchiude argomenti d’attualità come il bullismo e la prepotenza, il mondo dei giovani così difficile da comprendere, la diversità quando si appartiene a un altro popolo e si arranca per essere accettati, la disabilità che isola e incuriosisce allo stesso tempo, la storia del nostro paese che nessuno dovrebbe mai dimenticare.
Attorno a questo, ruota Nina di soli dieci anni, che ha un impianto cocleare. Lei non è nata sorda, lo è diventata per colpa di un tragico incidente. Accanto a lei ci sono mamma e papà e il suo amato e odiato fratello maggiore, Alfredo. Intorno a lei c’è qualcuno che uccide e si dilegua. Ci sono voci e visioni che la rendono inquieta e incredula. C’è un’anziana vicina di casa che le ricorda tanto sua nonna Martina, morta da tempo. Nina ha bisogno di “casa”, di conforto, di non sentirsi più una bimba e di non essere sempre iper protetta dalla mamma. Per questo crea un’amicizia speciale con questa signora sua vicina e si mette nei guai. O forse no …
La scrittura bella di Lorenza esplora le emozioni positive e negative, scava nella bontà e nei rapporti fra le persone. Ma è anche capace di mostrare l’orrore che corrode il bene, il dolore che se ne sta in silenzio per poi esplodere, la paura classica dell’uomo nero e delle ombre che vivono al buio; il tradimento necessario alla sopravvivenza, il senso di colpa provocato da una disattenzione.
Tracce dal silenzio mi ha ricordato Stephen King e Le cronache di Narnia.
Tra realtà e fantasia, tra quello che può essere spiegato e ciò che rimane un mistero. Il silenzio, non solo avvolge tutto, ma può essere rivelatore.
Ottimo romanzo, che vi consiglio.

Lorenza Ghinelli ha scritto Il Divoratore (Newton Compton 2011, venduto in sette paesi), La colpa (Newton Compton 2012, finalista al Premio Strega), Con i tuoi occhi (Newton Compton 2013), Sogni di sangue (Newton Compton 2013), Almeno il cane è un tipo a posto (Rizzoli 2015, vincitore del Premio Minerva) e Anche gli alberi bruciano (Rizzoli 2017). Insieme a Daniele Rudoni e Simone Sarasso, nel 2010 per Marsilio ha scritto J.A.S.T. – Just Another Spy Tale. È stata soggettista e sceneggiatrice per la televisione e da anni collabora con la Scuola Holden come docente, editor e tutor. Vive a Rimini.

Fonte: acquisto personale del recensore.

La fabbrica delle bambole di Elizabeth Macneal (Einaudi, 2019) a cura di Elena Romanello

5 febbraio 2020

fabbricaL’Inghilterra vittoriana è ancora oggi un periodo storico amato e emblematico, un mondo non certo invidiabile, ma dove è nata la società come la conosciamo oggi, a cominciare dalla moderna industria letteraria, ed è per questo che ogni romanzo ambientato in quell’epoca colpisce e affascina e non ci si stanca mai di visitare quel tempo e quel luogo.
Iris Whittle, una spalla gobba e una sorella gemella, Rose, sfigurata dal vaiolo e che la odia senza motivo, lavora nell’emporio di bambole di Mrs Salter, dove dipinge ogni giorno volti di porcellana, ma ha altre aspirazioni, e di notte scende in cantina e dipinge, sperando un giorno di cambiare vita e magari mettere a frutto il suo vero talento, come ha fatto Lizzie Siddal, pittrice e modella di John Everett Millais e Dante Gabriele Rossetti.
Un giorno Louis Frost, un pittore della cerchia dei preraffaelliti inventato ad uso e consumo del libro ma ispirato a personaggi veramente esistiti, le propone di posare per lui in cambio di lezioni di pittura e Iris molla tutto, pur suscitando riprovazioni nella sua famiglia e presso la sua datrice di lavoro.
Iris non sa di aver suscitato un altro tipo di attenzioni, quelle di Silas Reed, tassidermista che paga a caro prezzo animali morti e che è ossessionato da lei, e sogna di averla in un suo paradiso malato tutta per sé, a qualsiasi costo. Su Iris veglia il generoso monello di strada Albie, che ha capito i rischi che corre e deve già occuparsi della sorella prostituta.
Sulla falsariga de Il petalo cremisi e il bianco di Michael Faber, di cui condivide il linguaggio realistico e la visione non certo idealizzante di un’epoca comunque interessante  ma tutto tranne che perfetta, ricca di lati oscuri e perversioni, La fabbrica delle bambole alterna romanzo storico, romanzo di formazione al femminile (e anche femminista) e thriller, affascinando con un intreccio serrato, in cui rivive un’epoca con tutte le sue contraddizioni e non solo.
Iris è un’eroina moderna in abiti ottocenteschi, una ragazza che sogna l’arte, una ribelle che porta avanti un progetto di vita tra spregio delle convenzioni e pericoli, a ricordare che certi problemi, come gli stalker, non sono certo un’invenzione di oggi. Gli altri personaggi ruotano intorno a lei, costruendo un affresco vivo e a tratti crudo, di una Londra tentacolare e ricca di spunti, con un occhio di riguardo per l’arte, incentrata sui preraffaelliti, che in questi ultimi anni sono diventati molto popolari anche qui in Italia, grazie a due mostre, una a Torino e una a Milano.
La fabbrica delle bambole è un romanzo per chiunque sia affascinato dall’Ottocento inglese, un’epoca emblematica e ricca sempre di spunti, ma anche un modo per scoprire il fascino con occhi moderni di una storia intrigante.

Elizabeth Macneal è nata a Edimburgo e vive a Londra. È scrittrice e ceramista. Ha studiato Letteratura inglese alla Oxford University e si è specializzata alla University of East Anglia. La fabbrica delle bambole, il suo romanzo d’esordio, ha vinto il Caledonia Novel Award 2018, è stato inserito nella top ten del «Sunday Times» ed è stato venduto in trenta Paesi.

Provenienza: libro del recensore.

:: Violette di marzo di Philip Kerr (Fazi 2020) a cura di Giulietta Iannone

4 febbraio 2020

unnamedDopo tanta attesa sembra sia giunto finalmente il momento di Bernhard “Bernie” Gunther, investigatore nella Germania nazista, personaggio iconico del compianto scrittore scozzese Philip Kerr, morto a soli 62 anni nel 2018.
Fazi dà alle stampe Violette di marzo (March Violets, 1989) primo capitolo della trilogia berlinese di Bernie Gunther, composta inoltre da Il criminale pallido (The Pale Criminal, 1990), e Un requiem tedesco (A German Requiem, 1991).
Il grande successo di questo personaggio portò l’autore a continuare la serie con L’uno dall’altro (The One From the Other, 2006),  A fuoco lento (A Quiet Flame, 2008), Se i morti non risorgono (If The Dead Rise Not, 2009), l’inedito in Italia Field Grey del 2010, La notte di Praga (Prague Fatale, 2011), e gli ancora inediti in Italia A Man Without Breath del 2013, The Lady From Zagreb del 2015, The Other Side of Silence del 2016, Prussian Blue del 2017, Greeks Bearing Gifts del 2018, e l’ultimo, quattordicesimo della serie pubblicato postumo, Metropolis del 2019.
Speriamo che Fazi abbia il coraggio di pubblicare l’intera serie, facendo anche tradurre i romanzi ancora inediti, perché sicuramente merita. I lettori del blog sicuramente ricordano La notte di Praga, allora edito da Piemme, qui recensito ormai nel 2013.
Innanzitutto va fatta una premessa doverosa, per chi non conosce il personaggio e non ha ancora letto nessun romanzo della serie: linguaggio, temi e situazioni sono caratterizzati da una notevole crudezza e durezza che ben rispecchia il periodo storico trattato, e non risparmia quasi nulla all’immaginazione.
Insomma è una detective story storica con tocchi noir capaci di trasmettere tutta la brutalità e la violenza che si respirava in Germania durante il regime hitleriano. Sebbene naturalmente è una ricostruzione romanzata, l’attenzione storica è massima, e personaggi fittizi e realmente esistiti intrecciano i loro destini con una certa dose di naturalezza e autenticità.
Scritta in un periodo in cui la condanna del nazismo aveva ben poche voci discordanti, sicuramente Kerr si sarebbe stupito se fosse ancora vivo delle derive negazioniste di questi ultimi tempi, ci porta a riflettere oltre che su temi di interpretazione storica, anche su dubbi e dilemmi che toccano la nostra società e la natura umana più in generale. Spesso ci domandiamo come nascano le dittature, come la popolazione accetti di vivere adattandosi alla totale perdita della propria libertà e autodeterminazione, leggendo questa serie si ha un quadro molto preciso e realistico di tutto ciò.
Molto amato dai suoi colleghi, Philip Kerr, forse trascende il genere e porta il discorso ben oltre ai normali canoni di letteratura di genere tipicamente di intrattenimento e commerciale. Insomma si respira quel tipo di letteratura capace di essere a servizio di ideali più alti e a una precisa e vera presa di coscienza, se non collettiva, perlomeno individuale.
Leggendo soprattutto la seconda parte del romanzo, quella ambientata a Dachau, mi ha colpito una riflessione singolare che condivido con voi: sicuramente Philip Kerr non ha vissuto direttamente l’esperienza di un campo di concentramento tedesco, né era tedesco lui stesso, ma mi ha trasmesso la sensazione di quanta pietas i veri sopravvissuti abbiano nel raccontare le loro esperienze passate.
Ma torniamo al romanzo, Violette di marzo è ambientato nella Berlino del 1936. L’anno delle Olimpiadi che videro Jesse Owens vincere ben quattro medaglie d’oro sotto gli occhi di Hitler, quasi facendosi beffe delle teorie sulla cosiddetta razza superiore. Bernhard “Bernie” Gunther, reduce di guerra ed ex poliziotto, riciclatosi investigatore privato (Quasi su tutto, tranne i divorzi) specializzato in persone scomparse, viene assunto da Hermann Six, milionario magnate dell’acciaio (uno dei più grossi industriali della Ruhr) perché gli ritrovi una preziosissima collana di diamanti rubata, danno collaterale della morte della figlia Grete e del genero Paul Pfarr, uccisi nel loro letto a colpi di pistola, e poi dati alle fiamme.
Paul Pfarr era una delle cosiddette violette di marzo, termine dispregiativo con cui venivano etichettati coloro che aderirono al partito nazista solo in un secondo tempo, salendo letteralmente sul carro dei vincitori, e Bernie non tarda a scoprire che non era proprio in rapporti idilliaci con il suocero. Sarà l’inizio di un’indagine dura, serrata, imprevedibile soprattutto per il fatto che Hermann Six manco si sognava lontanamente che Bernie, seppure allettato dal gran mucchio di soldi dell’onorario, la prendesse così seriamente, pronto a tutto per scoprire la verità.
Sebbene la detection poliziesca sia il filo conduttore della storia quello che più colpisce è il quadro di insieme, quell’intreccio di corruzione e rassegnazione che ammorba la quasi totalità dei rapporti sociali, in un mondo in cui predominano i toni cupi della brutalità, della crudeltà e della violenza non solo delimitati nel sottobosco della criminalità.
Tutta la società tedesca del periodo sembra inquinata da questi rapporti di forza che danno campo libero ai potenti del periodo di giocare indisturbati le loro partite di potere. La rivalità tra Himmler e Goering non tarderà a stagliarsi sullo sfondo e a dettare i tempi dell’indagine, in cui Bernie si troverà quasi stritolato.
Antieroe di stampo classico, Bernhard “Bernie” Gunther, il cui umorismo amaro e sarcastico combatte la rassegnazione dilagante che si propaga tra gli altri berlinesi, non è esattamente uno stinco di santo: bevitore, donnaiolo, interessato soprattutto al proprio tornaconto e alla propria sopravvivenza, si insinua nelle pieghe della società e pur disprezzandola, si limita a manifestare il suo dissenso verbalmente (anche con un certo coraggio come quando apostrofa Heydrich) ma tuttavia inserito in un contesto di odio e sopraffazione, dove vince il più forte.
Buona lettura.
Traduzione di Patrizia Bernardini.

Philip Kerr, nato nel 1956 a Edimburgo, ha esordito con Violette di marzo, primo capitolo della trilogia berlinese di Bernie Gunther – Violette di marzo (1989), Il criminale pallido (1990) e Un requiem tedesco (1991) –, grazie alla quale ha collezionato una lunga serie di premi e riconoscimenti e viene considerato un maestro del giallo. Oltre alla trilogia è autore di numerosi romanzi di successo. Amato dai giallisti, dai grandi autori letterari, dai divi del cinema, è scomparso precocemente nel 2018. I diritti della trilogia sono stati opzionati da Tom Hanks per una miniserie in coproduzione con HBO.

Source: epub inviato dall’editore. Ringraziamo Livia dell’Ufficio Stampa Fazi.

:: La signora del martedì di Massimo Carlotto (Edizioni E/O 2020) a cura di Federica Belleri

3 febbraio 2020

La signora del martedì Massimo CarlottoMassimo Carlotto torna in libreria con un romanzo completo, ricco e come sempre molto attuale. Una storia legata a personaggi speciali e al mestiere di vivere. Ma vivere cosa? Una vita diversa, forse. Una vita migliore, si spera. Una vita dove non vengano presi in giro, additati, costretti a mentire a se stessi e agli altri. Perché non è facile essere un porno attore che deve salutare per sempre la scena. Non è facile essere una donna etichettata come assassina e puttana. Non lo è sentirsi femmina nel corpo di un uomo. Non è semplice nascondersi dietro un’ora di sesso senza coinvolgere i sentimenti.
L’autore ci racconta la solitudine e la paura di non sapersi prendere cura della propria salute. I legami famigliari, complicati e spesso falsi. Le amicizie, iniziate quasi per caso, che si modificano nel tempo e si intrecciano. La voglia di fuggire cercando di dimenticare tutto. I sogni quasi impossibili da afferrare.
Ma ci racconta anche di un territorio che sta scordando la tradizione per spostarsi verso il grande mercato. Un territorio sempre più malandato a causa dell’inquinamento. La prostituzione e la droga sempre presenti. La crescita a dismisura dei social, che etichettano e denigrano. Il giornalismo come arma potente per buttare fango dove non serve. La giustizia, con i suoi tempi e modalità a volte assurdi.
Ma, alla base, una bellissima scrittura. Fluida, interessata, sentita. L’amore e le emozioni malinconiche che prevalgono. La musica, sempre presente nei libri di Carlotto e i distillati, descritti con parole poetiche. E il caso, da non dimenticare. In grado di dare inizio a tutto, confondendo strade e idee.
Un romanzo ottimo. Buona lettura.

Massimo Carlotto è nato a Padova nel 1956. Scoperto dalla scrittrice e critica Grazia Cherchi, ha esordito nel 1995 con il romanzo Il fuggiasco, pubblicato dalle Edizioni E/O e vincitore del Premio del Giovedì 1996. Per la stessa casa editrice ha scritto: Arrivederci amore, ciao (secondo posto al Gran Premio della Letteratura Poliziesca in Francia 2003, finalista all’Edgar Allan Poe Award nella versione inglese pubblicata da Europa Editions nel 2006), La verità dell’Alligatore, Il mistero di Mangiabarche, Le irregolari, Nessuna cortesia all’uscita (Premio Dessì 1999 e menzione speciale della giuria Premio Scerbanenco 1999), Il corriere colombiano, Il maestro di nodi (Premio Scerbanenco 2003), Niente, più niente al mondo (Premio Girulà 2008), L’oscura immensità della morte, Nordest con Marco Videtta (Premio Selezione Bancarella 2006), La terra della mia anima (Premio Grinzane Noir 2007), Cristiani di Allah (2008), Perdas de Fogu con i Mama Sabot (Premio Noir Ecologista Jean-Claude Izzo 2009), L’amore del bandito (2010), Alla fine di un giorno noioso (2011), Il mondo non mi deve nulla (2014), la fiaba La via del pepe, con le illustrazioni di Alessandro Sanna (2014), La banda degli amanti (2015), Per tutto l’oro del mondo (2016) e Blues per cuori fuorilegge e vecchie puttane (2017).
Sempre per le Edizioni E/O cura la collezione Sabot/age.
Per Einaudi Stile Libero ha pubblicato Mi fido di te, scritto assieme a Francesco Abate, Respiro corto, Cocaina (con Gianrico Carofiglio e Giancarlo De Cataldo) e, con Marco Videtta, i quattro romanzi del ciclo Le Vendicatrici (Ksenia, Eva, Sara e Luz).
Per Rizzoli ha pubblicato nel 2016 Il Turista.
I suoi libri sono tradotti in molte lingue e ha vinto numerosi premi sia in Italia che all’estero. Massimo Carlotto è anche autore teatrale, sceneggiatore e collabora con quotidiani, riviste e musicisti.

Source: acquisto del recensore.

Red Girls di Sakuraba Kazuki (E/O, 2019) a cura di Elena Romanello

1 febbraio 2020

cover_9788833571584__id2994_w600_t1562752022__1xA oltre dieci anni dall’uscita in Giappone, è arrivato in Italia Red Girls di Sakuraba Kazuki, una saga al femminile attraverso tre generazioni di donne, vissute nel Paese del Sol levante dal dopoguerra ad oggi, tra tradizione e modernità, interessante da vari punti di vista e non solo perché immerge in un mondo che ormai non viene sentito tanto lontano.
La prima donna che incontriamo è Man’yō, una bambina lasciata da una popolazione che ancora negli anni Quaranta del secolo scorso viveva in maniera nomade sui monti, adottata da una coppia nel villaggio di Benimidori: Man’yō ha il dono della preveggenza, e purtroppo scopre prima che persone a lei care moriranno, un segreto che deve tenere nascosto e non è il solo: la sua vita si incrocia con quella della ricca e potente famiglia Akakuchiba, proprietaria di un’importante fonderia sulle montagne che ha cambiato il volto alla zona introducendo la modernità in mezzo a una società ferma al passato, e del suo complicato erede, una delle tante persone di cui la ragazza vedrà la fine.
Man’yō ha una figlia Kemari, ragazza ribelle che cresce nel Giappone anni Settanta, diventando per diverso tempo parte di una banda di motocicliste che scorrazza in zona, salvo poi raccontare la sua esperienza in un manga che diventa popolarissimo, consacrandola tra le migliori autrici della sua generazione, una fama che brucerà e avvolgerà la sua vita.
Tōko è la figlia di Kemari, l’io narrante della storia, una giovane donna che si autoproclama inutile, come molte altre persone della sua generazione: non ha ereditato le facoltà della nonna e il talento artistico della madre, e nel cercare di ricostruire le loro storie cercherà un posto nel mondo, ma anche di risolvere il mistero legato a Man’yō che poco prima di morire ha detto Sono un’assassina.
Una storia al femminile, che racconta con atmosfere sognanti ma sguardo attento alla realtà, i cambiamenti di un Paese che è passato da un mondo agricolo legato a leggende e folklore ad essere una potenza moderna, senza dimenticare però la sua anima, cambiamenti che hanno toccato le donne, anche lì alle prese con una difficile affermazione di sé, aiutata comunque anche dalla creatività e della cultura pop, che in manga e anime ha trovato un elemento molto importante.
Nelle pagine di Red Girls si parla di industrializzazione e isolamento sociale, degli hikikomori e degli otaku, di tradizioni e modernità, del rapporto tra città e campagna, in una storia per cui l’autrice, come respiro, si è ispirata più che ai suoi connazionali, a maestri del realismo magico come Gabriel Garcia Marquez e Isabel Allende.
Un libro comunque per chi ama il Giappone di ieri e di oggi, a cominciare da quello legato a manga e anime, ma anche una saga familiare insolita e affascinante, dove si parla di lutto, gioia, legami, affetti, creatività, voglia di vivere, ricerca della verità e scoperta del mondo.

Sakuraba Kazuki è nata nel 1971 e ha iniziato la sua carriera al college, scrivendo sceneggiature e fanfiction ispirate ai videogiochi. Con Red Girls ha vinto il Mystery Writers of Japan Awards. Per My Man, un racconto sull’amore incestuoso tra un padre e una figlia, ha vinto il Naoki Prize nel 2008. È conosciuta per essere una nota bibliofila e legge più di 400 libri l’anno.

Provenienza: libro del recensore.

La sapienza segreta delle api, Pamela Lyndon Travers, (Liberilibri 2019) A cura di Viviana Filippini

30 gennaio 2020

La sapienza segreta delle api verdeAlmeno una volta nella vita, abbiamo visto il film “Mary Poppins” con Julie Andrews. La fata bambinaia che arriva a Londra volando con l’ombrellino è ben nota, ma la sua autrice Pamela Lyndon Travers, nata in Australia da genitori di origine irlandese, scrisse altri libri, tra i quali “La sapienza segreta delle api”, edito in Italia da Liberilibri. Il volume non è un romanzo, ma un saggio contente diversi testi tratti da conferenze e articoli che l’autrice pubblicò su diverse riviste e giornali tra la seconda metà degli anni Sessanta e  Ottanta del 1900. La Travers la conosciamo appunto perché scrisse “Mary Poppins”, trasformato poi in film da Walt Disney e, pensate, che il produttore di cartoni animati impiegò davvero parecchio tempo (anni) per avere dall’autrice i diritti per la produzione. Di certo, da questo volume uscito nel 2019 capiamo che la Travers aveva un carattere forte, deciso. Era una donna colta, con precisa volontà di indipendenza e con ben chiaro quello che i suoi scritti dovevano comunicare. Non a caso, le sue lacrime alla prima del film di Disney, come riportano i bene informati, non furono di gioia, ma di disperazione per come il vero senso della sua vicenda di Mary Poppins venne modificato in funzione di un esagerato buonismo. Il volume pubblicato da Liberilibri ha in sé diverse tematiche approfondite in modo peculiare della scrittrice che amava leggere, scrivere, riflettere, bevendo tè, rum, punch e anche del whiskey. Nel volume si trovano pagine dedicate al valore segreto e nascosto delle api, a quel loro essere simbolo della vita e animale sacro in varie tradizioni,  ritenuto portatore e custode di una conoscenza segreta nella quale ci sarebbero miti, simboli, leggende, fiabe, rituali e tradizioni. Non solo, la scrittrice si concentra sul ruolo fondamentale sulla connessione che l’uomo ha con ciò che lo circonda e lo vede come qualcosa di importante per comprendere i legami che l’io del presente possiede con il contesto dove vive e con le tradizioni che in esso sono presenti. Da questo tema il passo al Mito è breve e la Travers porta noi lettori alla scoperta della sua indagine dove esso è un fattore culturale che si tramanda nel corso del tempo, che è verisimile alla realtà, ma ha delle peculiarità che lo rendono anche diverso da essa. L’autrice evidenzia come il Mito e quegli elementi archetipi che lo determinano ritornano nelle tante storie scritte e narrate. Non a caso l’autrice ci espone la sua idea sulle fiabe, su quelle categorie universali, veri e propri elementi codificati (eroe, antagonista, l’aiutante, l’evento scatenante) che tornano sempre in esse e che diventano degli standard fondamentali per costruire una buona storia nel momento in cui viene messa per iscritta. La Travers fa anche notare che le fiabe, storie per bambini e adulti, in molte occasioni sono state caratterizzate da un buonismo e da un lieto fine costruito ad hoc, che ha però preso le distanze dalle loro versioni originarie. Questo modificare per dare solo e sempre messaggi postivi non è molto apprezzato dalla scrittrice, perché è vero che le fiabe sono opere di fantasia, ma esse affondano le radici nella realtà vera e, se ci pensiamo bene, essa non sempre è bella. “La sapienza segreta delle api” della Travers è un viaggio nella mente e nelle parole dell’autrice, nelle sue indagini culturali, folcloriche, negli incontri con i grandi letterati irlandesi e in quel suo voler approfondire sempre il significato nascosto e segreto delle cose. Testo curato da Cesare Catà.

Pamela L. Travers (Maryborough, Australia, 1899- Londra 1996). Nome d’arte di Helen Lyndon Goff, nacque in Australia da genitori irlandesi. È universalmente nota per la serie di romanzi fantastici con protagonista Mary Poppins. Folklorista e studiosa di mitografia comparata, s’interessò inoltre al bud­dismo zen e studiò sul campo le tradizioni degli indiani d’America. Fu allieva di Gurdjieff e subì l’influenza di W.B.Yeats e G.W.Russell, che la introdussero nei circoli letterari irlandesi e inter­nazionali. Morì nubile nella capitale britannica, all’età di 97 anni.

Source richiesto all’editore. Grazie a Maria Stefani Gelsomini dell’ufficio stampa Liberilibri.

:: Conosci la natura: il Gufo e la Volpe di Renne (Gallucci editore 2020) a cura di Giulietta Iannone

29 gennaio 2020

Dopo l’Orso e il Lupo, è la volta di la Volpe e il Gufo, rispettivamente terzo e quarto volume della serie Nella Natura Incontaminata, edita da Gallucci, collezione cartonata di libri per bambini, che avvicina i più piccoli al mondo della natura e degli animali.
Scritti e disegnati da Renne, vero nome Renée Rahir, illustratrice belga di indubbio talento, capace di unire una spiccata vena poetica a una grande attenzione per i dettagli, gli albi sono indubbiamente bellissimi, e soprattutto utili per ricerche scolastiche e svago.
Insegnano ai bambini dove vivono gli animali, che aspetto hanno, come trascorrono le loro giornate, cosa mangiano, e tante altre piccole e grandi curiosità.
Spesso i bambini possono vedere gli animali selvatici solo allo zoo o nei documentari (forse più indicati per gli adulti), grazie a queste illustrazioni invece avranno modo di vederli, illuminati dalla fantasia, nei loro ambienti naturali simpaticamente accompagnati da didascalie puntuali ed esaustive.
Da bambina amavo disegnare e colorare coi pastelli i miei disegni, queste illustrazioni si prestano ad essere copiate dai più piccoli sviluppando oltre alle loro conoscenze anche il loro talento artistico.
Traduzione dal nederlandese di Claudia Cozzi. Consigliato dai 5 anni in poi.

Renée Rahir (in arte Renne) ha frequentato l’istituto Saint-Luc di Liegi. Ha cominciato con i fumetti, pubblicando le sue storie sulla celebre rivista «Tintin», ma notissime sono anche le sue illustrazioni per bambini e quelle di ambientazione naturalistica.

Source: libro inviato dall’editore al recensore. Ringraziamo l’ufficio stampa Gallucci.

:: La casa delle voci di Donato Carrisi (Longanesi, 2019) a cura di Giulietta Iannone

28 gennaio 2020

La casa delle voci di Donato CarrisiCome sempre la cosa che più affascina Donato Carrisi, come tutti i creatori di thriller spiccatamente psicologici, è la mente umana, i suoi misteri, i suoi abissi, la paura e l’inquietudine che sa contenere, e questa volta nel suo nuovo libro La casa delle voci, edito da Longanesi, non tradisce la sua vocazione di indagatore della psiche.
Protagonista è Pietro Gerber, un addormentatore di bambini, un particolare psicologo che cura con l’ipnosi piccoli pazienti vittime quasi sempre di abusi difficilmente razionalizzabili. La sua maggiore abilità è mettere a loro agio i piccoli, conquistandone la fiducia, e il permesso a entrare nelle loro menti ancora tenere e non contaminate dalle impalcature comportamentali degli adulti.
Quando per puro caso una collega australiana gli telefona chiedendogli aiuto Pietro Gerber esita, questa volta dovrebbero prendere in cura un’adulta, tormentata dalla paura di aver ucciso da bambina il fratellino, Ado.
Hanna Hall, questo è il nome della donna, arriva a Firenze dove Gerber vive e lavora, decisa a scoprire se i suoi incubi sono reali, se esiste davvero un casale nella campagna toscana dove è sepolto il fratellino. Gerber la incontra e subito è colpito da qualcosa di oscuro e irrazionale. La donna sembra conoscerlo, sembra conoscere i lati più nascosti della sua psiche, la sua famiglia, le sue paure. Riuscirà ad aiutarla?
Così inizia il romanzo, e come succede tutte le volte che si parla di un thriller è davvero difficile commentarlo senza anticipare troppo al lettore, cercherò comunque di non svelarvi i punti nodali della storia e mi limiterò a descrivervi le sensazioni che mi ha ispirato.
Innanzitutto è un libro ben strutturato, Carrisi si vede parla di cose che ben conosce, è specializzato in criminologia e scienza del comportamento, cose che ha studiato approfonditamente, sebbene drammatizzi la vicenda per esigenze narrative cerca di essere il più possibile misurato quando parla di psicosi, malattie mentali, disturbi del comportamento.
L’ipnosi poi è una materia affascinante, che si presta a diventare materiale per racchiudere continui colpi di scena e scavi psicologici. La memoria, la capacità di distinguere ricordi reali, da ricordi surrogati o fittizi, tutto concorre a creare quel pathos, quel mistero che crea inquietudine e nello stesso modo dà modo di trovare soluzioni perfettamente razionali ad ogni avvenimento.
Pietro Gerber è un bel personaggio, autentico, sincero, molto umano e dotato di grande sensibilità, molto competente nel suo lavoro e nello stesso tempo non privo di una certa fragilità che sembra nascere da un rapporto irrisolto con il padre.
Hanna Hall poi è una donna misteriosa, il suo passato, la sua infanzia l’ hanno resa un’adulta speciale, capace anch’essa di grande empatia. Il legame che si crea tra Hanna e Gerber si rafforza man mano che si avanza nella lettura e racchiude secondo me il principale lato positivo del romanzo.
Le sedute di ipnosi, in cui Hanna torna nella casa delle voci del titolo, poi racchiudono la giusta dose di inquietudine, che non lascia indifferenti.
Un ottimo thriller psicologico dunque, con venature horror, e un finale da antologia che lascerà spiazzati anche i lettori più esigenti.
Buona lettura!

Donato Carrisi è nato nel 1973 a Martina Franca e vive a Roma. Dopo aver studiato giurisprudenza, si è specializzato in criminologia e scienza del comportamento. È regista oltre che sceneggiatore di serie televisive e per il cinema. È una firma del Corriere della Sera ed è l’autore dei romanzi bestseller internazionali (tutti pubblicati da Longanesi) Il suggeritore, Il tribunale delle anime, La donna dei fiori di carta, L’ipotesi del male, Il cacciatore del buio, Il maestro delle ombreL’uomo del labirinto, La ragazza nella nebbia, dal quale ha tratto il film omonimo con cui ha vinto il David di Donatello per il miglior regista esordiente, Il gioco del suggeritore. In uscita nell’autunno 2019 il film diretto da Donato Carrisi e tratto da L’uomo del labirinto.

Source: libro inviato dall’editore. Ringraziamo l’ufficio stampa Longanesi.

:: Il destino americano di Luigi Bonanate (Nino Aragno Editore 2019) a cura di Giulietta Iannone

25 gennaio 2020

Il destino americano - BonanateIl ruolo statunitense nel mondo è al centro dell’ultimo saggio di Luigi Bonanate dal titolo quanto mai evocativo Il destino americano (Nino Aragno Editore). Un testo singolare nella sfera delle Relazioni Internazionali che focalizza la sua attenzione nell’ambito circoscritto dell’analisi della politica estera in quanto tale di un unico soggetto, per quanto eccezionale come possono essere gli Stati Uniti d’America.
Innanzitutto c’è da chiarire un concetto necessario per la comprensione del testo e delle motivazioni che hanno spinto l’autore a scriverlo: non è un libro sulla storia della politica estera nord americana. Si parte infatti dall’assunto che chi lo legge già la conosca, anche solo a grandi linee ricavando le proprie nozioni dalla lettura dei giornali, dei saggi di approfondimento, dei manuali storiografici. Insomma questo è un testo specialistico in cui non troverete un mero elenco di avvenimenti, date significative, punti di svolta, ma più analiticamente una storia di idee, di concetti tratta da lettere, discorsi, pagine di diario, delle persone che come si suol dire hanno fatto la storia americana.
È un saggio a tesi, infatti tutto concorre a dimostrare che il mito dell’alternanza tra impegno internazionale e isolazionismo americano non ha ragione di esistere.
Da sempre gli Stati Uniti d’America hanno avuto una visione, se non proprio una cosciente missione autoimposta, di governance mondiale. Questo espansionismo prima territoriale, ricordiamo tutti lo spirito di frontiera tanto decantato dal cinema hollywoodiano, poi quando ogni granello del territorio nord americano era stato raggiunto, planetario, non è mai venuto meno in nessuna fase di questi oltre due secoli di storia.
Questa posizione predominante non è certo solo dovuta ad una cosiddetta superiorità intellettuale o culturale, ma è suffragata da contingenti realtà più materiali: l’atomica fa degli USA la più grande potenza militare mai vista nella storia.
Finita poi la minaccia comunista, eccezionale strumento di controllo politico, con il crollo nell’ 89 del Muro di Berlino e la dissoluzione dell’impero sovietico, e la conseguente fine del sistema politico internazionale bipolare, gli Stati Uniti si sono trovati esattamente dove volevano essere: al centro del sistema liberal democratico internazionale.
Certo con la fine dell’Unione sovietica gli USA hanno celebrato il loro trionfo, ma altre sfide, altre minacce si sono profilate subito dopo all’orizzonte. Punto di svolta sicuramente è stato l’11 settembre del 2001, in cui diciamo i festeggiamenti post ’89 ebbero definitivamente fine e le sfide del terrorismo internazionale cambiarono equilibri, alleanze e strategie.
Che poi il successivo declino USA, quasi che la spinta propulsiva verso un eterno progresso si fosse interrotta, ha portato il paese verso la perdita dello status di massima potenza mondiale, altri stati si stanno attivamente dando da fare per subentrare, è un’altra questione non approfondita nel testo, ma che sicuramente resta sullo sfondo e apre nuove ipotesi di studio e di analisi.
Dunque questo libro ripercorre i quasi 250 anni della storia “esterna” degli Stati Uniti fino alle apparenti manovre pubbliche di disimpegno dell’attuale presidente americano, che tuttavia neanche lui limita i suoi interventi all’estero, la questione iraniana è sicuramente un esempio recente e molto significativo.
Infine l’autore termina il libro analizzando le prospettive future e augurandosi che questo suo lavoro sia d’invito alla riflessione sul vero senso della politica estera, e pur dichiarandosi poco propenso all’ottimismo, rilevando il crollo di ogni tensione morale, e l’abbandono di progetti di progresso comuni, traccia tuttavia una direttiva virtuosa da seguire: ovvero abbandonare la volontà di potenza, i sogni di gloria, di vittoria e di sopraffazione.

Luigi Bonanate è professore emerito nell’Università di Torino, socio dell’Accademia delle Scienze di Torino e Medaglia d’oro dei benemeriti della cultura e dell’arte. Ha insegnato Relazioni internazionali per più di 40 anni, e tiene corsi alla Scuola di studi superiori Ferdinando Rossi dell’Università di Torino, alla Facoltà di Scienze strategiche e a quella teologica dell’Italia settentrionale. Il suo primo libro era stato La politica della dissuasione (1972); i più recenti Anarchia o democrazia (2015) e Dipinger guerre (2016). Per i tipi di Aragno ha curato l’edizione di scritti di H. de Balzac, R. Rolland, R. Serra, D. Galimberti e L. Rèpaci, N. Revelli.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Nino Aragno.

La trasparenza del camaleonte di Anita Pulvirenti (DeA Planeta, 2020) a cura di Elena Romanello

25 gennaio 2020

9788851177058_e364e6fc2e9f4c65472735ec26fa6d17In una città italiana non nominata ma in cui chiunque può riconoscere qualcosa della propria, vive Carminia, quarant’anni, impiegata modello anche se molto riservata, una vita di lavoro e di abitudini. Lei non riesce a guardare nessuno negli occhi, vorrebbe essere invisibile e che nessuno le rivolgesse la parola, è infastidita dal minimo ritardo, da un quadro storto in casa, da un semaforo che scatta di colpo, dalla carta igienica non messa nel modo giusto.
Nel monolocale che lascia solo il week-end per andare al mare a trovare la nonna, che l’ha cresciuta dopo che sua madre è sparita quando era piccola, gli abiti ogni mattina sono disposti sempre alla stessa maniera, la portinaia le propone ogni giorno di ogni settimana lo stesso menu e ci sono diciotto copie del suo libro preferito su uno scaffale e sono gli unici libri che ha.
Ma un libraio sul percorso del lavoro e due colleghe di lavoro sembrano voler stravolgere la sua vita, così come una misteriosa bambina che abita vicino a casa sua, Rebecca, mentre anche in ufficio qualcuno comincia a dire che deve cambiare il suo atteggiamento. Carminia si adatta alle situazioni e cerca di sparire come un camaleonte, finché una psicologa non le fa scoprire la sua condizione, ha l’Asperger e questo ha condizionato tutta la sua esistenza.
Ma nessuna situazione è destinata a durare per sempre, e mentre dal passato riemerge la madre, Carminia vede venire meno il suo mondo di ordine e routine, verso un ignoto che forse non è pronta ad affrontare.
In questo ultimo periodo si parla molto di sindrome di Asperger, grazie alla giovane attivista Greta Thunberg ma anche all’uscita allo scoperto dell’autrice Susanna Tamaro, che ha parlato di quanto sia difficile conviverci anche in età adulta. La sindrome di Asperger esiste in realtà da sempre, solo negli ultimi decenni è stata studiata,  era presente in passato in molte persone che venivano bollate come strane e problematiche senza voler o poter capire, è stata evidenziata più nei soggetti di genere maschile, ma forse solo perché donne e ragazze sanno nasconderla meglio, come mostra anche Carminia.
La trasparenza del camaleonte affronta la storia di una persona che convive con una condizione che rimane tale, raccontando la storia di una donna adulta alle prese con la sua diversità, mai scoperta prima e causa di problemi e discriminazioni, emblematica di una società in cui la diagnosi di Asperger sta emergendo ma in cui ci sono ancora troppi pregiudizi da superare, soprattutto se questa avviene in età adulta, mettendo in luce finalmente problemi e questioni e facendo capire come impostare la propria vita.
Una storia avvincente su cui riflettere, che fa capire le tante facce della diversità, e come certi tipi di diversità non siano certo lontani, ma possano riguardare anche persone con cui si ha a che fare ogni giorno, colleghi, parenti, amici, conoscenti e anche se stessi.

Anita Pulvirenti vive a Catania. Finalista e menzione speciale al concorso per inediti >Fai viaggiare la tua storia” creato da Libromania e Autogrill, La trasparenza del camaleonte è il suo primo romanzo.

Provenienza: omaggio dell’Ufficio stampa che ringraziamo.