A cura di Viviana Filippini

William Chambers fu un grande architetto inglese che edificò la celebre Somerset House di Londra. In realtà Chambers, nella sua gioventù, viaggiò in Cina e in Bengala. Oggi Luni editrice ci fa conoscere la passione per l’arte dei giardini dell’architetto inglese grazie al saggio “Il giardinaggio orientale”. Chambers, noto architetto dallo stile neoclassico, nell’arte paesaggistica applicò quello che apprese nei suoi viaggio in Oriente, dando vita a giardini originali, ben diversi dal suo stile architettonico, e che gli permisero di diventare uno dei principali protagonisti dell’arte paesaggistica anglosassone. Nel testo viene fatta una vera e propria analisi del fare giardinaggio in Cina con riferimento alle diverse modalità di allestimento dei giardini cinesi. Quel che emerge dalle pagine è la mentalità di concepire il giardino da parte dei cinesi, differente da quella degli europei. Sì, perché se in Europa spesso l’uomo cercava di imbrigliare la Natura in forme artificiali che richiamavano le architetture della realtà. In Cina si lavorava in modo diverso, in quanto si cercava di dare vita a giardini dove le componenti del mondo naturale fossero organizzate pensando all’armonia che esse dovevano avere con vista, cuore e mente di coloro che il giardino lo avrebbero vissuto e abitato. I giardini, come ci racconta Chambers, pootevano essere grandi, piccoli, imperiali, di ricchi signori o anche di umili contadini, ma erano sempre parti fondamentali che andavano a comporre e a fare una casa. Altro aspetto interessante è che i giardini venivano creati e composti anche in base alla stagionalità che li caratterizzava, erano pieni di stradine, di ponti e ponticelli (eccone alcuni: King-tong, Fo-cheu, Lo-yang e il Centao) e di canali che non solo li abbellivano, ma che erano funzionali alla sopravvivenza delle piante che in essi venivano usate. La cura per il dettaglio era impressionate e grazie al testo di Chambers scopriamo che nei giardini cinesi c’erano tre tipi di viali: quelli fatti in erbetta, quelli di ghiaia e di pietrisco. Altro esempio è che le piante non venivano mai scelte a caso, esse erano opzionate per la tipologia, per il colore, la forma, per le dimensioni o perché servivano a creare effetti visivi che rappresentavano le diverse emozioni: colori caldi in contrasto con quelli freddi, le cromie chiare con quelle scure. Nel libro è presente anche la lettera del pittore gesuita fratello Attiret, scritta nel 1793, nella quale l’artista risponde ad una serie di domande dalle quali emerge il suo vivere e lavorare per l’Imperatore cinese. La sua testimonianza per noi lettori odierni è molto importante, poiché da essa emerge l’amore e l’attenta passione messa nella realizzazione dei giardini imperiali che, come emerge dal testo, riproducevano in piccolo la città di Pechino in modo tale da dare all’Imperatore la possibilità di vivere nella sua corte la stessa atmosfera di vita della città. Questo veniva fatto perché il detentore del potere non abbandonava la sua casa e perché i sudditi non lo potevano/dovevano vedere. Quello che affiora da “Il giardinaggio orientale” di William Chambers, edito da Luni editrice, è il fatto che per la Cina il giardinaggio era una vera e propria arte di creazione di un paesaggio nel quale erano coinvolte mente, corpo e anima del progettista e di coloro che quel giardino lo avrebbero vissuto poi in prima persona. Traduzione Valentina Piccioni.
Sir William Chambers fu un architetto e scrittore inglese di famiglia scozzese (Göteborg 1723 – Londra 1796). Viaggiò in Cina e in India e studiò a Parigi, con J.-F. Blondel, e in Italia; si stabilì a Londra dal 1755. Dal 1760 fu architetto di corte di Giorgio III; ricostruì a Londra la Somerset House, suo capolavoro (1776-1786), in severo stile palladiano; costruì la villa Parkstead presso Roehampton (prima del 1760), Duddingston House presso Edimburgo (dal 1767), l’osservatorio nell’antico Deer Park di Richmond (circa 1768), Melbourne House in Piccadilly (circa 1770). Notevole la sua attività anche come architetto di giardini: creò il tipo del parco all’inglese in contrasto con il giardino all’italiana e alla francese (Kew Gardens, ove eresse anche la pagoda cinese); introdusse lo stile cinese nei disegni per mobili. Graziosi sono anche i suoi casini (Marino, nella contea di Dublino). Pubblicò: A treatise of civil architecture (1759); Designs of Chinese build ings, furniture, dresses (1757); Dissertation on oriental gardening (1772).
Source: richiesto dal recensore. Grazie all’ufficio stampa Luni.

Ultimo thriller di Robert Bryndza. Un nuovo caso che vede protagonista la detective Erika Foster. Un caso difficile, come sempre. Un caso che le toglierà l’appetito, il sonno e la farà scontrare con il suo privato e una possibile promozione in corso.
Tra le icone femminili e femministe dei secoli passati, continua ad essere studiata e esaltata Mary Shelley, autrice del primo romanzo di fantascienza, Frankenstein, figlia di un’attivista per i diritti delle donne morta poco dopo averla data alla luce e per sempre ombra e ispirazione della sua vita, interessata alla scrittura fin da giovanissima, eroina romantica di una passione devastante, toccata fin da ragazza dal dolore e dalla morte e capace di creare una storia ancora oggi immortale.
La Londra del 1826, poco prima che inizi la lunga era vittoriana rimane sconvolta da un fatto di sangue di inaudita violenza: Frannie Langton, cameriera mulatta ex schiava ha ucciso i suoi padroni, Mr e Mrs Benham, esponenti dell’alta società, e ora si trova sotto processo all’Old Bailey, il tribunale della capitale britannica, dove rischia la condanna a morte, anche e soprattutto per la sua doppia condizione di paria, essere di colore e essere donna.
La brava e talentusosa Ben Pastor è molto conosciuta sul nostro blog specialmente per la sua serie dedicata a Martin Bora, aristocratico ufficiale dell’esercito tedesco, in forze ai servizi di controspionaggio durante la Seconda Guerra Mondiale.
Nell’Inghilterra degli anni Trenta c’è un problema sociale indotto dalla Grande Guerra, che ha falcidiato una generazione di ragazzi e uomini: il gran numero di donne nubili, o zitelle, considerate un pericolo alla società in un mondo basato sul matrimonio ma che proprio in seguito a questo si aprirà a nuove prospettive per un’evoluzione diversa della società.
A oltre trent’anni dal romanzo che la rese celebre, Il racconto dell’ancella, Margaret Atwood è tornata nel terrificante e oppressivo mondo di Gilead,forte anche del successo del serial TV, con I testamenti, un seguito molto particolare e alternativo di quella che è e resta una delle più inquietanti e riuscite distopie della modernità.
Il thriller è stato definito da un’esperta come Alicia Gimenez Bartlett come il genere che meglio racconta la società di oggi con tutte le sue contraddizioni, e si ricevono in continuazione conferme di questo, come capita nelle pagine della nuova fatica di Luca D’Andrea, già apparsa a puntate su La Repubblica la scorsa estate.
Che cosa ha ancora da chiedere la poesia? E che cos’è questo corpo di parole in continua fibrillazione e in costante rimbalzo di vuoti e di frammenti? Domande, preghiere, appelli, implorazioni. O, parimenti, trattasi di verbosità dalle rughe scavate per scoprire il calcolo della sottrazione, di una possibile implosione o infausta liturgia beata o intangibile. Chi ha sete ha necessità di bere. Chi ha fame ha bisogno di cibo. Chi scrive ha necessità di scrittura. Si scelgono una domanda e una seguente e si ha la prova di trovarsi ovunque.
























