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Mister Butterfly, Howard Buten, Luni editore (2020)

12 ottobre 2020

A cura di Viviana Filippini

Hoover è il protagonista di “Mister Butterfly”, il romanzo dello scrittore americano Howard Buten, un giovane con una storia d’amore finita alle spalle e tanti interrogativi sul proprio futuro. Per occupare il tempo il protagonista fa il clown (da qui il nome Mr. Butterfly, per il modo in cui si dipinge la faccia che ricorda una farfalla) per i malati negli ospedali e sarà proprio durante una di queste giornate che Hoover ritroverà l’entusiasmo e la gioia di vivere grazie ad un incontro davvero speciale: Tina, Mickey, Ralph e Harold. Quattro bambini affetti da disabilità, abbandonati dalle loro famiglie, mentre per Hoover diventeranno la principale ragione di vita. Buten nel suo romanzo “Mister Butterfly” ci prende per mano e ci porta alla scoperta di questa strampalata famiglia. Hoover non avrà vita facile nel gestire le cose, ma farà tutto il possibile per dare un pizzico di felicità -e anche normalità- a questi ragazzini diversamente abili. Chi con ritardi mentali, chi affetto da sindrome di down, chi con le gambe al contrario (Tina), Hoover tratterà i suoi ragazzi con grande amore, cercando di amarli e di non farli sottoporre a visite e sedute mediche strazianti che accentuino la loro diversità. La cosa interessante che emerge dal libro di Buten è la volontà di questo giovane uomo di prendersi cura di quattro vite che nessuno vuole prendere in considerazione. Per Tina, Mickey, Ralph e Howard, Hoover è una vera e propria àncora di salvezza, certo anche lui è un po’ strampalato per certi modi di fare e di esprimersi, ma è quell’elemento caratteristico che gli permette di entrare in giusta sintonia con i suoi ragazzi e di comprendere quelle che sono le loro esigenze fisiche, ma soprattutto emotive. Ecco allora Hoover portare i ragazzi ad un torneo sportivo con borse personalizzate, eccolo prendere tutti i ragazzi e portarli alla scuola di ballo che lui frequenta, eccolo capire alla perfezione le esigenze di Tina e cercare di dare forma ad un suo sogno: ballare. Tra un intoppo e l’altro, la vita di Mr. Butterfly e i suoi 4 “figli” sembra andare bene, poi un giorno arriva una commissione di psichiatri che controlla la vita di Hoover, imponendo dei cambiamenti necessari per il bene suo e del gruppo. Mickey, Harold, Ralph e Tina hanno bisogno di essere amati per quello che sono e Hoover cercherà di farlo, per aiutarli – grazie ai consigli e volontà imposte dalla commissione- a imparare a convivere con le proprie paure, sindromi e manie comportamentali. Nel gruppo, dove non tutti sembrano aver chiara la propria natura, Tina è invece pienamente consapevole di essere stata “scartata” dalla sua famiglia per le sue gambe difettose, ma questo non le impedirà, grazie a Hoover, di trovare una buona dose di coraggio per dare forma al suo granfe desiderio nascosto. “Mister Butterfly” è uscito in Italia ora, ma è un libro del 1987 dove con grande lucidità e senza tanti filtri l’autore racconta la vita di un “padre adottivo” e dei suoi quattro ragazzi disabili. Nella narrazione si alternano momenti di felicità, a situazioni di sofferenza e dolore, perché ognuno dei giovani che Hoover segue ha un vissuto di maltrattamenti, di abusi, di vessazioni e violenze che hanno lasciato segni indelebili nei corpi e nelle loro menti. “Mr. Butterfly” di Howard Buten ci narra una storia di vita quotidiana, dove normalità e disabilità si mescolano e fondono in una dimensione unica nella quale, anche coloro che sono considerati “diversi”, hanno diritto alla loro normalità, perché in fin dei conti, siamo tutti delle persone. Tradizione Anna Pensante.

Howard Buten (Detroit 1950), psicologo di formazione, affianca all’attività terapeutica quella di scrittore e di attore. Ha lavorato in un istituto per ragazzi portatori di handicap, The Children’s Orthogenic Center, a Detroit. Specializzatosi in neuropsichiatria e psicoanalisi in Francia, nei sobborghi di Parigi ha fondato nel 1997 il centro “Adam Shelton”, per la terapia dei ragazzi autistici dove ha voluto applicare dei sistemi innovativi utilizzando vari metodi terapeutici di psicologia comportamentale e psicoanalisi uniti a pratiche corporee, musica, arte e NEL 1973 crea il suo personaggio, Buffo il sulle scene teatrali di tutto il mondo con grande successo. Nel 1991 è stato nominato Chevalier de l’Ordre des Arts et des Lettres per meriti artistici e letterari. Luni Editrice ha già pubblicato “Quando avevo cinque anni mi sono ucciso”.

Source: richiesto all’editore. Grazie all’ufficio stampa Luni.

Il giardinaggio orientale, William Chambers, (Luni editrice, 2020)

7 settembre 2020

A cura di Viviana Filippini

William Chambers fu un grande architetto inglese che edificò la celebre Somerset House di Londra. In realtà Chambers, nella sua gioventù, viaggiò in Cina e in Bengala. Oggi Luni editrice ci fa conoscere la passione per l’arte dei giardini dell’architetto inglese grazie al saggio “Il giardinaggio orientale”. Chambers, noto architetto dallo stile neoclassico, nell’arte paesaggistica applicò quello che apprese nei suoi viaggio in Oriente, dando vita a giardini originali, ben diversi dal suo stile architettonico, e che gli permisero di diventare uno dei principali protagonisti dell’arte paesaggistica anglosassone. Nel testo viene fatta una vera e propria analisi del fare giardinaggio in Cina con riferimento alle diverse modalità di allestimento dei giardini cinesi. Quel che emerge dalle pagine è la mentalità di concepire il giardino da parte dei cinesi, differente da quella degli europei. Sì, perché se in Europa spesso l’uomo cercava di imbrigliare la Natura in forme artificiali che richiamavano le architetture della realtà. In Cina si lavorava in modo diverso, in quanto si cercava di dare vita a giardini dove le componenti del mondo naturale fossero organizzate pensando all’armonia che esse dovevano avere con vista, cuore e mente di coloro che il giardino lo avrebbero vissuto e abitato. I giardini, come ci racconta Chambers, pootevano essere grandi, piccoli, imperiali, di ricchi signori o anche di umili contadini, ma erano sempre parti fondamentali che andavano a comporre e a fare una casa. Altro aspetto interessante è che i giardini venivano creati e composti anche in base alla stagionalità che li caratterizzava, erano pieni di stradine, di ponti e ponticelli (eccone alcuni: King-tong, Fo-cheu, Lo-yang e il Centao) e di canali che non solo li abbellivano, ma che erano funzionali alla sopravvivenza delle piante che in essi venivano usate. La cura per il dettaglio era impressionate e grazie al testo di Chambers scopriamo che nei giardini cinesi c’erano tre tipi di viali: quelli fatti in erbetta, quelli di ghiaia e di pietrisco. Altro esempio è che le piante non venivano mai scelte a caso, esse erano opzionate per la tipologia, per il colore, la forma, per le dimensioni o perché servivano a creare effetti visivi che rappresentavano le diverse emozioni: colori caldi in contrasto con quelli freddi, le cromie chiare con quelle scure. Nel libro è presente anche la lettera del pittore gesuita fratello Attiret, scritta nel 1793, nella quale l’artista risponde ad una serie di domande dalle quali emerge il suo vivere e lavorare per l’Imperatore cinese. La sua testimonianza per noi lettori odierni è molto importante, poiché da essa emerge l’amore e l’attenta passione messa nella realizzazione dei giardini imperiali che, come emerge dal testo, riproducevano in piccolo la città di Pechino in modo tale da dare all’Imperatore la possibilità di vivere nella sua corte la stessa atmosfera di vita della città. Questo veniva fatto perché il detentore del potere non abbandonava la sua casa e perché i sudditi non lo potevano/dovevano vedere. Quello che affiora da “Il giardinaggio orientale” di William Chambers, edito da Luni editrice, è il fatto che per la Cina il giardinaggio era una vera e propria arte di creazione di un paesaggio nel quale erano coinvolte mente, corpo e anima del progettista e di coloro che quel giardino lo avrebbero vissuto poi in prima persona. Traduzione Valentina Piccioni.

Sir William Chambers fu un architetto e scrittore inglese di famiglia scozzese (Göteborg 1723 – Londra 1796). Viaggiò in Cina e in India e studiò a Parigi, con J.-F. Blondel, e in Italia; si stabilì a Londra dal 1755. Dal 1760 fu architetto di corte di Giorgio III; ricostruì a Londra la Somerset House, suo capolavoro (1776-1786), in severo stile palladiano; costruì la villa Parkstead presso Roehampton (prima del 1760), Duddingston House presso Edimburgo (dal 1767), l’osservatorio nell’antico Deer Park di Richmond (circa 1768), Melbourne House in Piccadilly (circa 1770). Notevole la sua attività anche come architetto di giardini: creò il tipo del parco all’inglese in contrasto con il giardino all’italiana e alla francese (Kew Gardens, ove eresse anche la pagoda cinese); introdusse lo stile cinese nei disegni per mobili. Graziosi sono anche i suoi casini (Marino, nella contea di Dublino). Pubblicò: A treatise of civil architecture (1759); Designs of Chinese build ings, furniture, dresses (1757); Dissertation on oriental gardening (1772).

Source: richiesto dal recensore. Grazie all’ufficio stampa Luni.