Archive for the ‘Recensioni’ Category

:: Figlia della cenere di Ilaria Tuti (Longanesi 2021) a cura di Federica Belleri

1 ottobre 2021

Teresa cara, questi pensieri sono per te. Per il tuo essere una donna speciale, per la forza che mi hai dimostrato nelle pagine dei romanzi che la tua creatrice ha scritto. Sono per te, che hai sofferto e ancora soffri. Che stai facendo i conti con le tue fragilità e una malattia che non ti abbandonerà mai. Per te, che negli anni hai saputo costruire intorno una squadra protettiva e affidabile, nonostante agli inizi in commissariato tu sia stata ostacolata e tenuta poco in considerazione. Perché il tuo fiuto investigativo faceva e fa paura. Perché tu sai osservare la morte, sai guardarla con occhi speciali e determinazione. Perché sai cosa vuol dire provare empatia e compassione, sia con le vittime che con gli assassini. Perché conosci il baratro dove vive una mente criminale.
Teresa cara, ti rassegnerai mai al futuro che ti aspetta? Non credo. Avrai il coraggio di scendere all’inferno per poi risalire? Sicuramente, ora sei pronta per questo passo. Lo hai già fatto più volte. La Storia, potrà aiutarti. Le confidenze da fare, la necessità di una spalla alla quale appoggiarti. L’orrore da oltrepassare per forza, per far coincidere tutto con l’inizio.
Teresa cara, concludi questo doloroso percorso. Non mollare. Ormai sai che puoi contare su chi hai intorno e sai anche chi ti ha mentito pensando di farla franca. Perché tutti abbiamo un lato buio colmo di segreti e omissioni. Pure tu. Spero di ritrovarti presto. 
Splendido romanzo, che vi invito ad aprire e vivere.
Buona lettura.

Ilaria Tuti vive a Gemona del Friuli, in provincia di Udine. Appassionata di pittura, nel tempo libero ha fatto l’illustratrice per una piccola casa editrice. Il thriller Fiori sopra l’inferno, edito da Longanesi nel 2018, è il suo libro d’esordio. Il secondo romanzo, Ninfa dormiente, è del 2019. Entrambi vedono come protagonisti il commissario Teresa Battaglia, uno straordinario personaggio che ha conquistato editori e lettori in tutto il mondo, e soprattutto la terra natia dell’autrice, la sua storia, i suoi misteri. Con Fiore di roccia (2020), e attraverso la voce di Agata Primus, Ilaria Tuti celebra un vero e proprio atto d’amore per le sue montagne, dando vita a una storia profonda e autentica. Nel 2021, con Luce della notte, torna alle storie di Teresa Battaglia. Del 2021 è anche la nomina di Ninfa dormiente agli Edgar Awards.

Fonte: acquisto personale del recensore.

:: Buongiorno, lei è licenziata – Storie di lavoratrici nella crisi industriale di Edi Lazzi (Edizioni Gruppo Abele 2021) a cura di Giulietta Iannone

29 settembre 2021

Edi Lazzi (segretario generale della Fiom – Cgil di Torino) in Buongiorno, lei è licenziata, edito da Edizioni Gruppo Abele, con prefazione di Francesca Re David, raccoglie le testimonianze di 10 donne, lavoratrici, che hanno perso il lavoro in questi anni di crisi dell’auto e di declino industriale che hanno colpito Torino e il suo hinterland. Angela, Rossana, Anna, Daniela, Giuseppina, Silvana, Giovanna, Assunta, Tania, Maria Elena raccontano la loro esperienza personale legata al vero e proprio “lutto” che si vive e si cerca di elaborare quando si riceve la cosiddetta fatidica lettera di licenziamento. Vero e proprio lutto dicevo, perché il lavoro è vita come dice una delle testimoni, con conseguenze sia economiche che psicologiche e sociali, accompagnato da rabbia, incertezza, senso di perdita, crisi di identità e di ruolo, e di senso della vita. Fasi comuni, sebbene le esperienze di lavoro e di vita siano tra le più diverse, affrontato nei modi più diversi, ma sempre con grande senso di responsabilità e determinazione. Perché per le donne se vogliamo è ancora tutto più difficile. Colpisce poi soprattutto la generosità di queste donne disposte a ricordare periodi così dolorosi delle loro vite, perché la loro testimonianza sia di aiuto ad altri che hanno vissuto o temono di vivere le stesse esperienze. Molti non ce l’hanno fatta, dopo il licenziamento alcuni sono arrivati a vivere condizioni così forti di stress e di disagio da tentare il suicidio, a volte riuscendoci. Tutto ciò spinge a considerare l’importanza di un ripensamento dell’industria attraverso gli strumenti che ancora esistono a disposizione dalle scelte politiche tese a una politica attiva del lavoro come priorità alla riconversione ecologica. Gli strumenti ci sono basta avere il coraggio di utilizzarli e non arrendersi alla tentazione di smettere di investire e delocalizzare in paesi con minori tutele sindacali, minori costi, minori rischi. Perchè non si può fuggire sempre lasciando solo dietro di sé rovine sociali ed economiche. Perchè è necessaria una riqualificazione e una ridefinzione di una piattaforma comune guidata da scelte etiche e solidaristiche e una riscoperta della comunità come punto di partenza per qualsiasi decisione che riguarda il territorio. Chiude la carrellata di testimonianze quella di Maria Elena, ex Embraco, vertenza non ancora conclusa, un raggio di speranza che per una volta si possa concludere positivamente per i lavoratori, per le imprese e per il tessuto sociale ed economico tutto.

Edi Lazzi Segretario generale della Fiom-Cgil di Torino. Entrato in fabbrica come operaio, promuove la costituzione in azienda del sindacato Fiom-Cgil, di cui diventa delegato. In seguito è impegnato come funzionario sindacale nella zona ovest di Torino per poi seguire la Carrozzeria di Mirafiori. In veste di responsabile per tutto il gruppo Fiat a Torino, gestisce molte delle vertenze dell’ultimo decennio sul territorio. Ha conseguito due lauree, una in scienze politiche, l’altra presso la facoltà di giurisprudenza in scienze dell’amministrazione e consulenza del lavoro.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Christian dell’Ufficio stampa Edizioni Gruppo Abele.

:: “Non capisco questo silenzio”: Nel mare ci sono i coccodrilli – Storia vera di Enaiatollah Akbari di Fabio Geda (Baldini Castoldi 2010) a cura di Giulietta Iannone

23 settembre 2021

Apriamo la rubrica ” Non capisco questo silenzio” dedicata alle scrittrici e agli scrittori afghani e a tutto quello che riguarda questo meraviglioso paese parlando di un libro molto bello, sincero e poetico, nonostante la drammaticità di alcune parti, scritto da Fabio Geda che in realtà trascrive l’esperienza raccontata direttamente da Enaiatollah Akbari prima bambino, poi adolescente, poi giovane uomo, in viaggio dall’Afghansitan all’Italia.

Quando inizia questa storia Enaiatollah Akbari è un vispo e intelligente bambino di circa 10 anni, non si può conoscere l’età precisa perchè nel suo paese, nella provincia di Ghazni, non c’è un vero e proprio registro delle nascite. Vive con la mamma, il fratello, la sorella, e le zie in un villaggio dell’Afghanistan di nome Nava, che significa grondaia, a sud di Kabul, e impara presto che la sua gente, la sua etnia, gli hazara sono mal visti e perseguitati sia dai Talebani (che non sono solo afghani, ma raccolgono militanti da tanti paesi diversi) che dai pashtun (afghani seguaci dell’Islam sunnita, mentre gli hazara sono sciiti). La morte di suo padre attaccato dai briganti mentre trasportava un carico di merci per i suoi padroni segna l’inizio dei problemi per la sua famiglia. Anche il carico è andato perduto e come risarcimento i suoi padroni vogliono avere in cambio Enaiat come schiavo. Per salvarlo, la vita in Afghanistan è difficile e pericolosa per tutti ma per lui ancora di più, la madre lo porta clandestinamente in Pakistan e lo lascia solo, prima di ritornare al suo villaggio. Inizia per Enaiat una vita da adulto, può contare solo su di sè e sul suo lavoro, ma è vispo e intelligente ve l’avevo anticipato e anche fortunato se la sa cavare e oltre a incontrare gente odiosa, incontra anche gente gentile, generosa e alcuni amici. Come arriva in Italia? É una lunga storia che raccoglie come granelli di sabbia ben quattro anni della sua vita. Dal Pakistan passa in Iran, poi in Turchia, in Grecia e infine miracolosamente arriva in Italia, a Torino, lasciando dietro di sè tanti compagni di viaggio meno fortunati. Ma Enaiat ha dentro di se un sogno, un grande desiderio che lo tiene in vita: quello di riabbracciare sua madre. Ci riuscirà? Bisogna seguire il suo viaggio per scoprirlo. Enaiatollah Akbari è la voce narrante in prima persona di questo viaggio, Fabio Geda si limita a trascrivere il suo flusso di parole e a intervenire con domande e brevi commenti, ma è la voce di Enaiatollah Akbari che narra questa incredibile avventura che è stata la sua vita. Enaiatollah Akbari lo conosciamo bambino, una bambino come tanti, che ama giocare a Buzul-bazi e a pallone, in Iran il venerdì quando aveva qualche ora libera dal lavoro raggiungeva altri coetanei per giocare a questo gioco. E furbo, ironico, non perde mai il sorriso anche nei frangenti più drammatici della sua vita e quando viene a contatto con la crudeltà del mondo. Come quando perde il suo maestro, dagli occhi buoni, ucciso dai Talebani che consideravano la sua scuola contraria al volere di Dio. E commuove vederlo in Pakistan passare accanto a una scuola per sentire il vociare dei bambini e il suono della campanella, che può ascoltare solo oltre a un muro. Colpisce poi lo stile poetico, e la mancanza di odio o desiderio di rivalsa di questo bambino, ragazzo, uomo che scopre che non tutto è buio, che non tutto è oscurità e dolore, ma ci sono anche persone generose come la nonna greca che lo accoglie in casa, gli fa fare la doccia, gli dà vestiti puliti e 50 euro, tanti angeli che Enaiat incontra sul suo cammino e gli consentono di arrivare alla fine del suo viaggio. Ma non voglio svelarvi tutte le perle preziose di questo libro, dovete leggerlo da soli, vi commuoverete, vi arrabbierete, piangerete, sorriderete e imparerete a conoscere davvero uno dei tanti che sui giornali conoscete solo con i nomi di clandestino, immigrato, senza permesso di soggiorno. O peggio come numeri di asettiche statistiche, mentre sono persone con sentimenti, con vissuti spesso drammatici, e bagagli di umanità che possono arricchire anche la nostra di vita.

Fabio Geda è nato nel 1972 a Torino, dove vive. Ha pubblicato i romanzi Per il resto del viaggio ho sparato agli indiani (Instar Libri 2007, Feltrinelli 2009), L’esatta sequenza dei gesti (Instar Libri 2008), Nel mare ci sono i coccodrilli (Baldini&Castoldi 2010, tradotto in trentadue Paesi) e il monologo La bellezza nonostante (Transeuropa 2011) e Se la vita che salvi è la tua (Einaudi, 2014).

Acid for the children. L’autobiografia del bassista dei Red Hot Chili Peppers, Flea (Harper Collins 2021) A cura di Viviana Filippini

21 settembre 2021

Un po’ funk e un po’ rock è l’anima dei Red Hot Chili Peppers ed essa riecheggia anche in “Acid for the children.” l’autobiografia di Flea, il bassista della band dei Red Hot Chili Peppers, pubblicata in Italia dall’editore HarperCollins. In questo libro il lettore si si divide tra l’Australia dove il protagonista, il cui vero nome all’anagrafe è Michael Peter Balzary, visse per una prima parte dell’infanzia, fino a quando i genitori divorziarono e la madre prese i figli per andare in America. Per un periodo Flea abitò a New York dove il nuovo compagno della madre era un musicista jazz che aprì un mondo nuovo al nostro narratore. Qui il piccolo Flea (pulce tradotto in italiano) imparò a conoscere la musica jazz che approfondì poi una volta trasferitosi a Los Angeles imparando a suonare la tromba. Da questo libro di memorie quello che viene a galla è l’amore viscerale per la musica, ma anche un vivere non sempre facile con le persone che Flea aveva accanto, perché se con e la sorella tutto filava liscio, il musicista nel libro scrive: “Sono cresciuto terrorizzato dai miei genitori, e in generale dalle figure paterne, che mi hanno causato molti problemi più tardi nella vita”. Accanto ai genitori a creare altri problemi a Flea furono i compagni di scuola che lo scelsero come il bersaglio dei loro scherz,i perché troppo basso, perché vestito in un modo che gli impediva di inserirsi in qualche gruppo, perché sempre con quel velo di malinconia sul viso che, nonostante una felice serenità presente in lui, impediva alle persone che gli stavano attorno di comprendere il suo vero stato d’animo. In questa narrazione di vita, ritmica e a tratti sincopata, Flea racconta le emozioni, i momenti di gioia e felicità, ma anche la perdita della retta via che lo portò per un certo periodo a compiere furtarelli di vario tipo da solo o con gli amici. Nelle parole del Flea adulto emerge la consapevolezza di aver esagerato da ragazzo, di essersi messo in situazioni dove la sua vita fu davvero messa a rischio e in bilico, come quando dalla semplice fumatina di erba passò a droghe molto più pesanti. A 14 anni l’incontro con Anthony Kiedies, anche lui adolescente e anche lui tossicodipendente, con il quale ci fu subito sintonia su più fronti (situazione familiare, uso e abuso di sostanze tossiche, la musica). Fu però proprio l’amore per le note a permettere ai due amici di dare vita ad una della band funk rock più amate al mondo: i Red Hot Chili Peppers. “Acid for the children.” ha un ritmo incalzante e mentre lo si legge si ha la sensazione di essere davvero in compagnia di Flea che ti racconta la sua vita tra alti e bassi, tra cadute, risalite e ammaccature (avete presente il video dei RHCP di “Scar tissue”?), evidenziando una sensibilità emotiva tutta da scoprire. Traduzione Stefano Chiapello.

Flea è un musicista e attore nato in Australia e cresciuto in America. È conosciuto come bassista e cofondatore dei Red Hot Chili Peppers. Da ricordate che è anche il fondatore del Silverlake Conservatory of Music.

Source: richiesto all’editore. Grazie all’ ufficio stampa HaperCollins

:: Baptiste, seconda stagione serie della BBC diretta da Thomas Napper e Hong Khaou

18 settembre 2021

Baptiste, serie della BBC scritta da Harry e Jack Williams ritorna con la sua seconda e ultima stagione ambientata tra la Francia e l’Ungheria. Ero molto curiosa di vedere come si sarebbe conclusa la serie e devo dire che ho trovato il finale perfetto, avendo temuto fino all’ultimo un finale ben diverso. Non voglio spoilerare troppo, anche se su Wikipedia c’è un breve risssunto di tutti e sei gli episodi, e preferisco focalizzare l’attenzione su due cose: primo il fatto che Fiona Shaw (che ricordavo nell’interpretazione di Lydia in Anna Karenina diretta da Bernard Rose) è strepitosa nel personaggio di Emma Chambers, ambasciatrice britannica, quasi più brava di Tchéky Karyo nel personaggio principale dell’investigatore in pensione Julien Baptiste, ma se la giocano. Poi ho apprezzato come nella serie precedente i salti temporali tra passato (14 mesi prima) e presente che accrescono la suspense. Questa volta la storia è piuttosto complessa e si dirama in due filoni: quello professionale e quello personale, soprattutto del protagonista che dopo un grave lutto familiare si lascia andare all’alcolismo, si abbrutisce, la moglie lo lascia, insomma inizia una parabola discendente che però non gli impedisce di continuare a indagare sulla scomparsa del marito e dei due figli adolescenti di Emma Chambers, in vacanza sulle montagne ungheresi. Tutta l’indagine verte su queste sparizioni e naturalmente la bravura e l’intuito di Julien Baptiste fanno la differenza. Per non parlare dell’elefantino azzurro di peluche che compare come allucinazione del protagonista nei posti più impensati simbolo del suo senso di colpa per non essere riuscito ad arrivare in tempo. Ma c’è un altro peluche che compare nelle scene finali, la volpe di tessuto dellla prima serie di The Missing, a simbolizzare il superamento di questo trauma. Dopo aver spiegato la funzione dei peluche torniamo alla trama, e non volendo sempre troppo spoilerare posso dire che la bellissima città di Budapest fa da sfondo a una storia altamente drammatica in cui il destino sembra accanirsi su Emma Chambers: le capita insomma di tutto, fino a rimanere paralizzata su una sedia a rotelle durante un attentato in quartiere ad altra concentrazioni di immigrati, come a ricordarci che non c’è solo il terrorismo di matrice islamica a minacciare l’Europa. Interessante il personaggio di Zsofia Arslan, interpretato da Dorka Gryllus, prima poliziotta poi guardia giurata in un centro commerciale, figlia di un immigrato turco, generoso, e simpatico, che ha passato tutta la vita ad aiutare gli altri vittima continua di aggressioni da parte di chi non tollera la presenza di immigrati. Una bella serie europea che dimostra che non solo gli americani sanno fare questo genere di sceneggiati, e che l’Europa è uno scenario ricco di possibilità e teatro ideale di nuove storie da raccontare.

Source: acquisto personale.

:: Senza di te di Ivo Tiberio Ginevra (I Buoni cugini 2021)recensione a cura di Federica Belleri

15 settembre 2021

Dopo “Gli assassini di Cristo” e “Sicily Crime” finalmente tornano in libreria i due investigatori creati dall’autore, Mario Falzone e Pietro Bertolazzi. L’acqua e il vino, il sale e lo zucchero. La razionalità e l’istinto. Amici fraterni, complici, capaci di litigare e di fare pace entro pochi minuti.Il commissariato di Scrafani è piccolo e manca personale. Ma non manca un’indagine complessa, misteriosa e sviante.Non mancano i siparietti solari tra i due amici/colleghi, le battute e le risate di pancia. Non mancano le donne attraenti e pericolose. Non manca, in questo romanzo, la voglia di vivere. Di ricostruirsi e di amare con serenità. Di godersi la famiglia e i figli, anche se il percorso potrà essere difficile e rischioso.Non manca il desiderio di vendetta, la solitudine forzata e la tristezza. La bellezza di questo libro sta in tutti questi ingredienti, compresa la “nostranità” della trama. Interessante e molto attuale l’argomento della separazione e dell’affido dei figli.Bravo Ivo, mi hai convinta.E a voi tutti, buona lettura!

Ivo Tiberio Ginevra è nato a Caltanissetta e vive a Palermo da più di quarant’anni. È ornitologo ed ha all’attivo numerose pubblicazioni di articoli nelle riviste specializzate del settore. Con la sua casa editrice “I Buoni Cugini editori” si dedica principalmente alla pubblicazione di opere “dimenticate” ed ha salvato dall’oblio molti romanzi di Luigi Natoli, come Squarcialupo, Alla guerra!, Gli ultimi saraceni, mai stampati in libro e apparsi più di cent’anni fa solo nelle appendici del giornale di Sicilia. Con Robin Edizioni ha pubblicato Gli assassini di Cristo (2011) Sicily Crime (2012).

Fonte: omaggio dell’autore.

:: Mente oscura, di Pierluigi Porazzi (La Corte Editore 2021) a cura di Federica Belleri

9 settembre 2021

Con piacere torno a leggere un nuovo romanzo di Pierluigi Porazzi. Un thriller psicologico e serrato.  Assolutamente verosimile. Ambientato a Udine. La figura principale di questa storia è Max Martini, un uomo che si risveglia in ospedale. Non sa chi è, il suo nome gli viene riferito dagli infermieri. Non ricorda nulla. Gli parlano di un gravissimo incidente d’auto dal quale è sopravvissuto per puro miracolo. Da questo momento Max sente di essere estraneo a se stesso, un velo buio lo circonda. Non ha un passato e il suo presente è in costante bilico. Impossibile per lui pensare al futuro. L’angoscia che prova è allucinante e allucinatoria. Può fidarsi di qualcuno? Può fidarsi di se stesso? Percepisce di essere molto cambiato dopo l’incidente, basandosi sulle parole di amici, donne e collaboratori. Ma chi era davvero “prima”? La vita gli sta forse regalando una seconda possibilità?La storia di Martini è un susseguirsi di colpi di scena, che mi hanno piacevolmente colpita e sorpresa. Di sospetti e bugie. Di intrighi e piani diabolici.  È un viaggio nella mente e nella paura. È l’incognita quotidiana che non permette di conoscerci veramente. È la ricchezza di particolari che completano la trama senza mai appesantirla. Bellissimo libro. I miei personali complimenti all’autore. Buona lettura.

Pierluigi Porazzi, laureato in giurisprudenza, ha conseguito il titolo di avvocato e lavora presso la regione Friuli Venezia Giulia. È una delle più importanti voci del giallo italiano e per Marsilio ha pubblicato i romanzi L’ombra del falco, Nemmeno il tempo di sognare, in seguito usciti anche, rispettivamente, nelle collane “Noir Italia” (Il Sole 24 Ore) e “Il Giallo Italiano” (Il Corriere della Sera) e Azrael, premiato come miglior romanzo dell’anno nell’ambito del “Corpi Freddi Awards”. Con La Corte Editore ha già pubblicato La ragazza che chiedeva vendetta.

Fonte: omaggio dell’autore.

Pollyanna, Eleanor Hodgman Porter, (Gallucci 2021) A cura di Viviana Filippini

6 settembre 2021

Di Pollyanna il primo ricordo che ho è l’anime degli anni ‘70/’80 dedicato alla bambina dai capelli rossi e dal viso ricoperto di lentiggini, anche se in realtà la sua storia è un romanzo per bambini pubblicato della scrittrice statunitense Eleanor Hodgman Porter. Dal 1913, anno della prima uscita, il libro è una costante presenza nella storia della letteratura per l’infanzia. Protagonista della nuova edizione di Gallucci (Collana UAO) è appunto Pollyanna, 11 anni, orfana di entrambe i genitori. La bambina arriva a vivere da zia Polly, la sorella della mamma, donna molto seria, severa, con uno stile di vita che non lascia spazio a divertimento, affetti e distrazioni. Pollyanna è l’opposto della zia che dimostra da subito nei confronti della nipote, sempre allegra e felice, una freddezza glaciale. Il modo di essere solare di Pollyanna e quel suo voler aiutare le persone a trovare la felicità, sono un qualcosa che riusciranno a conquistare un po’ tutti e anche a scalfire il duro cuore della zia, fino a quando un evento imprevisto scombinerà la vita della piccola. Il romanzo della Porter può essere visto come un romanzo di formazione per Pollyanna che, andando ad abitare dalla zia, deve riorganizzare in po’ tutta la sua vita intrecciando rapporti umani con persone per lei nuove e sconosciute. Qualcuno sarà facile da conquistare (Nancy, il piccolo Jimmy Bean, il solitario Jim Pendelton), qualcuno altro sarà un po’ più ostico verso la protagonista. La prima ad avere un atteggiamento di chiusura verso Pollyanna è proprio la zia Polly che accetta la nipote perché deve farlo, perché la bambina non ha più nessuno, ma la donna non ha mai capito la scelta della sorella di sposarsi a un pastore anglicano. Zia Polly è distaccata dalla nipote, per esempio la mette a dormire nella parte più isolata e alta della casa, non si preoccupa di darle affetto o attenzioni, e forse questo suo essere anaffettiva è determinato più che dal suo carattere, da motivazioni personali, da qualcosa che le è accaduto e che ha reso fragile la sua serenità. Zia Polly si è un po’ “chiusa a riccio” come per la paura di soffrire ancora e Pollyanna, con il suo candore, la sua sincerità, riuscirà a smuovere dei cambiamenti nella zia e in chi le sta attorno, a dimostrazione che cambiare, anche se non è facile, è possibile. “Pollyanna” di Eleanor Hodgman Porter è un romanzo che narra la crescita emotiva e umana per la protagonista stessa e per i suoi comprimari, perché Pollyanna, con quel suo cercare, a volte anche con fatica e con ostacoli da valicare, la felicità nelle piccole cose del quotidiano diventerà un punto riferimento per adulti, per bambini e per noi lettori. Tradizione Paola Mazzarelli.  

Eleanor Hodgman Porter (Littleton, 1868 – Cambridge, 1920) è stata una delle più note e prolifiche autrici statunitensi di libri per ragazzi. Dopo aver studiato canto al Conservatorio, all’inizio del Novecento decise di dedicarsi alla letteratura, raggiungendo la notorietà grazie al fortunato personaggio di Pollyanna, che ha ispirato film di successo e serie televisive amatissime.

Source: inviato dall’editore. Grazie all’uffcio stampa Gallucci e a Marina Fanasca.

:: Review Party: Quelli che uccidono di Angela Marsons (Newton Compton, 2021) a cura di Giulietta Iannone

6 settembre 2021

Il calo improvviso delle temperature porta con sé la neve e un fagottino avvolto in uno scialle lasciato sulla soglia della stazione di polizia di Halesowen. Chi abbandonerebbe un bambino per strada con un freddo simile? È questa la domanda che tormenta la detective Kim Stone, formalmente incaricata di prendersi cura del neonato fino a che non verranno allertati i Servizi Sociali. E la notte è ancora lunga: una telefonata di emergenza richiama la detective in servizio. Kelly Rowe, una giovane prostituta, è stata assassinata nel quartiere di Hollytree. Le brutali ferite sul corpo sembrano suggerire che l’omicidio sia frutto di un raptus o di una rapina, ma Kim è sicura che quelle labbra livide, se potessero, racconterebbero un’altra storia. Quando altre prostitute vengono uccise in rapida successione, appare chiaro che i delitti sono collegati e nascondono qualcosa di inquietante. Nel frattempo prosegue la ricerca della donna che ha abbandonato il suo bambino, ma quello che all’inizio sembra un gesto disperato assume via via contorni sempre più sinistri. Per Kim Stone e la sua squadra comincia così una discesa negli abissi più oscuri dell’animo umano, che li porterà ad addentrarsi in una spirale di sangue e barbarie. Forse questa volta la verità è più spaventosa di ogni immaginazione…

Angela Marsons ha esordito nel thriller con Urla nel silenzio, bestseller internazionale ai primi posti delle classifiche anche in Italia. La serie di libri che vede protagonista la detective Kim Stone ha già venduto 4 milioni di copie, e comprende Il gioco del male, La ragazza scomparsa, Una morte perfetta, Linea di sangue, Le verità sepolte (Premio Bancarella 2020), Quelli che uccidono e il prequel Il primo cadavere. Angela vive nella Black Country, in Inghilterra, la stessa regione in cui sono ambientati i suoi thriller. Per saperne di più: www.angelamarsons-books.com

Urla nel silenzio (Silent Scream) segnò il debutto dell’autrice britannica Angela Marsons e della sua fortunata serie poliziesca dedicata alla detective Kim Stone, che consiglio senza remore a tutti gli amanti del giallo di ambientazione contemporanea inglese. Seguirono Il gioco del male (Evil Games, 2015) da me recensito su questo blog, La ragazza scomparsa (Lost Girls, 2015), Una morte perfetta (Play Dead, 2016), Linea di sangue (Blood Lines, 2016), Le verità sepolte (Dead Souls, 2017), e oggi 6 settembre 2021 esce in Italia sempre per Newton Compton il settimo della serie Quelli che uccidono (Broken Bones, 2017), tradotto dall’inglese da Erica Farsetti. Definita da Antonio D’Orrico la regina del giallo, con buona pace di Agatha Christie, Angela Marsons, che intervistammo nel 2016 quando uscì Il gioco del male, è senz’altro un’autrice da tenere d’occhio e non solo per le sue vendite da bestseller ma soprattutto per il suo sguardo attento alla società inglese, soprattutto verso le classi più disagiate che sopravvivono isolate in casermoni dormitorio tra assegni sociali e attività criminose, e la grande umanità che traspare dalle sue pagine, incarnata nel bel personaggio di Kim Stone, una poliziotta con l’anima si potrebbe definire. Quelli che uccidono è la sua nuova indagine, in cui alcune giovani prostitute vengono uccise, e Kim si trova anche costretta a prendersi cura di un neonato abbandonato sulla soglia della stazione di polizia di Halesowen. Come per ogni thriller è bene non svelare troppo della trama, ma rifacendomi a quello che ho detto all’inizio è la grande umanità della protagonista a guidare l’azione. E la curiuosità di scroprire la verità e cosa c’è dietro alla morte di queste ragazze dalla vita così tragica e disperata costringe il lettore a voltare le pagine aspettandosi il peggio, e quello che trova alla fine è ancora peggiore delle sue più fosche aspettative. Da sempre attenta alle condizioni della donna, anello più debole della società alla quale viene per la maggior parte dei casi fatto carico dei figli, Angela Marsons sa narrare una storia piena di buio ma ricca anche di spiragli di luce, che oltre a intrattenere fa riflettere sul difficile mondo che ci circonda, per alcuni senza via di scampo. Il mercato del sesso, il traffico di esseri umani su cui veri criminali ci lucrano impunemente, fanno da sfondo a una storia di indagine, nella quale spesso le vittime si confondono con i carnefici. Angela Marsons scava nelle ragioni che spingono le persone a deviare, ragioni quasi sempre rintracciabili nell’infanzia, per cui è così importante crescere in ambienti sani, affidati a genitori anche affidatari responsabili. Nell’infanzia si costruiscono quelle basi e quei legami che saranno così importanti nella vita adulta. Spesso abusi, violenze, ingiustizie corrompono la base stessa dei valori su cui si baseranno le fondamenta di una vita, come succede in questa storia, così ben narrata dall’autrice, capace di mantenere uno sguardo empatico anche su chi da vittima si trasforma in assassino.

Source: epub inviato dall’editore scopo Review Party.

:: Trucioli di Matteo Rusconi (Aut Aut Edizioni, Palermo, 2021) a cura di Antonio Catalfamo

2 settembre 2021

Nel 2008, curai, per i tipi dell’editore NicolaTeti di Milano, un numero monografico (n. 730) della rivista «Il Calendario del Popolo» dedicato ai Poeti operai, nel quale conducevo un’analisi dettagliata, corredata di testi, di quel fenomeno, prettamente italiano, rappresentato da operai di fabbrica che, a partire dalla metà degli anni Sessanta del secolo scorso, scrivevano versi sulle loro condizioni di lavoratori sfruttati ed esposti a gravi pericoli per la sicurezza personale e per la salute. Si trattava di una poesia di forte denuncia e, nel contempo, di lotta per una società di liberi ed eguali. Mi limito a ricordare alcuni nomi, fra gli autori più significativi: Ferruccio Brugnaro, Franco Cardinale, Sandro Sardella, Francesco Currà, Tommaso Di Ciaula, e il giovane Giuliano Bugani.

Negli anni Novanta, la poesia operaia sembrava sparita, a causa dei mutamenti strutturali dell’apparato industriale italiano, in concomitanza con quello che accadeva nell’intero mondo capitalistico occidentale, che imponevano lo spezzettamento dei grandi insediamenti, la flessibilità del lavoro, un cambiamento generalizzato del sistema di reclutamento, dell’ organizzazione produttiva, della previdenza e dell’assistenza, e che determinavano una diminuzione dell’incisività politica e sindacale, nonché un apparente «omologazione culturale», in capo alle classi lavoratrici. Ma, in realtà, essa covava sotto la cenere, riemergendo tra la fine del secondo e l’inizio del terzo millennio, con caratteristiche nuove, strettamente legate ai suddetti mutamenti. Troviamo, infatti, in essa come dominante la dimensione della «malinconia», intesa in senso leopardiano, come principale strumento conoscitivo del reale, il che implica la rappresentazione di un grave disagio esistenziale, ma, nello stesso tempo, un affievolirsi della dimensione della protesta e della lotta organizzata, politicamente e sindacalmente, per il cambiamento radicale della società in senso egualitario.

Questa nuova poesia operaia mostra un notevole livello artistico in vari autori, come Fabio Franzin (nato a Milano nel 1963), che, a mio avviso, con i suoi versi in dialetto trevisano, può essere considerato il più autorevole poeta dialettale della sua generazione, e Matteo Rusconi (metalmeccanico, nato a Lodi nel 1979), il quale si differenzia dal complesso dei nuovi poeti operai per la possente carica di protesta dei suoi versi, che contengono in sé un esplicito attacco al sistema industriale capitalistico e ai suoi rappresentanti. Rusconi dimostra come sia ancora attuale, nel complesso, la definizione di «poeta operaio» coniata negli anni Sessanta, su «Vie Nuove», da Pasolini sulla base di quella già nota di «preti operai», per indicare quei lavoratori che, proprio per la loro esperienza diretta nel mondo della fabbrica, erano in grado di capirne più di ogni altro il carattere alienante, e, nel contempo, di superarlo, dialetticamente, in versi di denuncia che prospettavano una società totalmente diversa. E qui basta richiamare alcuni componimenti di Rusconi, a partire dalla poesia Ferro:

«La poesia è una fabbrica / una città meccanica / un convoglio industriale / e io sono un poeta operaio / un poeta del ferro / un poeta d’acciaio. // Non riesco più a pulirmi / dagli angoli neri delle mie mani; / da una cicatrice sulla nocca / il ferro mi ha messo radici dentro».

Gli effetti fisici del lavoro di fabbrica penetrano a fondo nel corpo del poeta, ma anche nella sua psiche, nel suo animo, plasmando la sua poesia, per cui si viene a creare un nesso inscindibile tra fabbrica, «io» e poesia. La forza poetica nasce dai rumori, dalle esalazioni tossiche, che si fanno largo nel corpo, formano un tutt’uno con esso, investono l’«io» in tutte le sue componenti, fisiche ed intellettive, e sgorgano in versi, dopo una selezione di carattere razionale, in cui consiste la creazione artistica, a cui li sottopone il poeta:

«Le installazioni industriali sono mostri e vampiri / hanno viscere il cui fracasso / vuole soffocare il rantolo della mia fame. / I fiumi della tornitura / sono un velo da cui non penetra luce / e gli dèi del metallo / sgretolano indifferenti la carne. / Carcasse di Metallo, legno morto e muffa putrida / sono estremità delle mie mani / anche il sole è un compagno lavoratore / che ansima sotto il fardello della fatica. / E’ tra questi miasmi che nascono i miei versi: / l’orecchio accoglie una folla di rumori / l’occhio scarta il superfluo / gli alberi intorno allo sforzo umano / applaudono le melodie della campagna / e del vento».

Il lavoro ripetitivo e alienante della fabbrica si traduce, dunque, in poesia, che sgorga spontanea dalla testa del poeta operaio come Minerva, dea delle arti, dal capo di Giove:

«Non faccio altro / che caricare e scaricare il mandrino / e attendere la fine dell’ultimo pezzo. / Eseguo cambi di lavorazione / sostituisco bareni e inserti / modifico misure / tolgo la bava in eccesso. / A volte mi capita di fermarmi a osservare / le ganasce ruotare a mille / e mi entra in testa una poesia / che rimane lì, nella sua forma / a giudicarmi. / A volte una poesia mi cade dalla testa / come fosse un caschetto slacciato: / può sembrare una schifezza / per me è salvezza e vita che filtra» (Non faccio altro).

La poesia si configura, dunque, come filtro della realtà disumanante della fabbrica, come ancora di salvezza.

Ma Matteo Rusconi non si ferma alla denuncia e alla protesta generiche. Mette in discussione lo stesso sistema industriale capitalistico, il ruolo del padronato e dei suoi tecnocrati. E lo fa con un’ironia sottile e, nello stesso tempo, graffiante, che ricorda quella di un poeta operaio della generazione precedente: Sandro Sardella, autore di versi demolitori affidati all’inizio a fogli volanti distribuiti davanti alla fabbrica, con lo pseudonimo «Sandrino operaio stupidino», che provocano la reazione del padrone, concretizzatasi anche in provvedimenti disciplinari, che, a loro volta, diventano oggetto di nuove poesie, che superano la distinzione tra i vari generi artistici, riproducendo, sotto forma di originali collages, le stesse note di ammonimento. L’ironia di Rusconi investe proprio i provvedimenti disciplinari, veri o presunti. Egli immagina che il padrone gli abbia fatto pervenire una diffida, con la quale gli ingiunge di non pensare alla poesia nelle ore lavorative e di consacrarsi interamente al nuovo dio, rappresentato, per l’appunto, dal datore di lavoro. Così si conclude la contestazione disciplinare nella poesia eponima:

«D’ora in poi non saranno più tollerate / impaginazioni di corrieri sibillini / e sarà vietato a chiunque si creda uno scrittore pittore cantore / di sprecare colore per imbrattare le ore dedicate alla reclusione. / In fondo, è per grazia da noi concessa / timbrare un cartellino / perdere lo status di Poeta / quindi, si richiede la massima devozione / e di scambiare il volto di Dio con quello del padrone».

In fabbrica non è ammessa neanche la presenza di Dio:

«In reparto non ci sono croci / né crocifissi / né santi né altari / nemmeno acquasantiere / parroci un guru spirituale. / Dio è rimasto altrove / a spruzzarsi di paracetamolo nel parchetto / e Gesù Cristo è il mio collega / figlio hippie degli anni Settanta».

C’è il dominio assoluto del profitto, del padrone e dei suoi tecnocrati. Rusconi mette in discussione queste gerarchie consolidate, la logica del profitto, il profitto stesso:

«Dal vetro del suo ufficio / il principale ci osserva, scuote la testa / prende un foglio e annota. / Noi dall’altra parte / siamo maiali al macello / corpi in prestito senza titolo / robot mercenari. / L’imbecille che scuote la testa / non ci guarda nemmeno in faccia / resta in piedi nella sua manica corta / beve il cottimo del nostro rancore».

Invoca lo sciopero, che non interviene ormai da anni nelle relazioni industriali, sogna un società nuova, socialista, citando la poesia di Jacques Prévert in cui il poeta francese rivendica il diritto dell’operaio di bere il sole. Scrive Prévert in Il tempo perso:

«Sulla porta dell’officina / d’improvviso si ferma l’operaio / la bella giornata l’ha tirato per la giacca / e non appena volta lo sguardo / per osservare il sole / tutto rosso tutto tondo / sorridente nel suo cielo di piombo / fa l’occhiolino / familiarmente / Dimmi dunque compagno Sole / davvero non ti sembra / che sia un po’ da coglione / regalare una giornata come questa / ad un padrone?».

Matteo Rusconi rivendica l’assalto al cielo, il «folle volo» di Icaro alla conquista del Sole, di una società radiosa di uomini e di donne liberi ed eguali.

Matteo Rusconi, Trucioli, Aut Aut Edizioni, Palermo, 2021, pp. 94, euro 14.

Matteo Rusconi nasce a Lodi nel 1979. Frequenta l’Istituto Tecnico Industriale “A.Volta” di Lodi e una volta diplomatosi inizia a lavorare nel settore metalmeccanico, venendo così a contatto con la realtà operaia. La sua prima pubblicazione è del 2017, Sigarette – Venti Poesie Per Smettere Domani (Ed. ilmilibro.it). Alcune sue poesie sono apparse in varie antologie, tra le quali NOvecento Non Più (2016. Ed. La Vita Felice) e La Nostra Classe Sepolta. Cronache Poetiche Dai Mondi Del Lavoro (2019, Pietre Vive Editore). Negli anni partecipa a diversi concorsi poetici; tra i più recenti spiccano la 25° edizione del concorso Ossi di Seppia, 2019 (finalista) e il Concorso Letterario Nazionale – Briciole Di Poesia – 2° edizione, 2020 (primo classificato). In tutti i concorsi si distingue ed ottiene ottime recensioni da parte di critici del settore arrivando ad apparire su quotidiani e blog di rilievo.

Source: libro del recensore.

:: Il grande dio Pan di Arthur Machen (Fanucci 2021) a cura di Emilio Patavini

1 settembre 2021

Scritto nel 1890, The Great God Pan è il grande e perturbante capolavoro di Arthur Machen, che unisce il folk horror celtico alla pseudoscienza occultista. Fu dato alle stampe nel 1894, lo stesso anno in cui il Premio Nobel Knut Hamsun pubblicò il suo romanzo più famoso, chiamato per l’appunto Pan.

Non posso esimermi dal presentare questo romanzo breve o racconto lungo dello scrittore gallese a partire dalle parole di un suo epigono, che di orrore se ne intendeva. Sto parlando di H.P. Lovecraft, e le parole che sto per citare sono tratte dal decimo capitolo (The Modern Masters) del suo saggio Supernatural Horror in Literature (“L’orrore soprannaturale nella letteratura”):

«Tra i creatori viventi di paura cosmica, assurti all’apice dell’arte, pochi, o forse nessuno, possono sperare di eguagliare il versatile Arthur Machen. […] Delle storie dell’orrore del signor Machen, la più famosa è forse “Il grande dio Pan” (1894), che racconta di un singolare e terribile esperimento e delle sue conseguenze. […] Tutto questo mistero è stranamente intrecciato alle divinità rurali romane del posto, come erano raffigurate negli antichi frammenti scultorei. […] Ma il fascino della storia sta in come è raccontata. Nessuno riuscirebbe a descrivere l’intera suspense e l’orrore finale di cui abbonda ogni paragrafo senza seguire un ordine preciso in cui il signor Machen disvela a poco a poco i suoi indizi e le sue rivelazioni […] e il lettore attento giunge alla fine solo con un brivido di apprezzamento e una propensione a ripetere le parole di uno dei personaggi: ‘È troppo incredibile, troppo mostruoso… non è possibile che esistano cose simili in questo mondo tranquillo […] Diamine, se un caso del genere fosse possibile, la terra sarebbe un luogo da incubo.’»

La sua è una terra pregna di leggende che affondano le radici in un tempo così antico da sfumare nel mito. Arthur Llewelyn Jones Machen nacque nel 1863 a Caerleon, così era chiamata Isca Silururm, prima centro della tribù celtica dei Siluri, poi castrum romano (ambientazione finale de L’ultima legione di Valerio Massimo Manfredi), bagnata dal fiume Usk (uisge, in gaelico scozzese, significa “acqua”; da uisge beatha “acqua di vita”, traduzione del latino aqua vitae “acquavite”, deriva whiskey). Secondo la raccolta dei miti gallesi del Mabinogion, Caer Llion sull’Usk è la residenza principale di re Artù, il luogo che egli aveva eletto a propria dimora, e corrisponde, secondo alcuni, alla celebre Camelot. A pochi passi dal Gwent, la regione del Gallese in cui Machen era nato e cresciuto, sorgeva, nel Gloucestershire, il tempio romano-celtico di Lydney Park, risalente al quarto secolo. Anni dopo, nel 1928, un giovane filologo di Oxford fu incaricato dagli archeologi Sir Mortimer e Tessa Wheeler di risalire all’origine del nome della divinità celtica invocata in una delle tabulae defixionis scoperte nel tempio, situato su una collina dal nome anglosassone di Dwarf’s Hill. Il dio invocato nelle tavole di bronzo era Nodens e il giovane filologo era J.R.R. Tolkien, che scriverà un saggio, intitolato “The Name Nodens”, pubblicato in appendice al ‘‘Report on the Excavation of the Prehistoric, Roman and Post-Roman Site in Lydney Park, Gloucestershire’’ (1932) di Wheeler per la Società degli Antiquari di Londra.

Essendoci ora chiara l’influenza che Machen ebbe su Lovecraft, possiamo anche supporre che il Solitario di Providence prese in prestito alcuni elementi de Il grande dio Pan, per trasporli nella propria opera. Uno di questi è sicuramente il dio Nodens, citato a p. 101 come «il dio del Profondo o dell’Abisso». Sicuramente Machen, da cultore di storia locale gallese ed esperto di antichità celtiche, doveva aver letto le Roman Antiquities at Lydney Park, Gloucestershire (London: Longmans, Green, and Co., 1879) di W.H. Bathurst (la cui famiglia possiede ancora Lydney Park), che a p. 39 della sua opera definisce Nodens proprio come «‘God of the deeps’ » e «‘God of the abyss’». Non è un caso se anche in H.P. Lovecraft troviamo citato Nodens due volte. Nel suo racconto del 1926 La casa misteriosa lassù nella nebbia (The Strange High House in the Mist), Lovecraft citerà «the gay and awful form of primal Nodens, Lord of the Great Abyss». Il nome Nodens apparirà anche nel suo romanzo breve del 1927 La ricerca onirica dello sconosciuto Kadath (The Dream-Quest of Unknown Kadath). In questi testi, Nodens è presentato, seguendo l’interpretazione data da Bathurst nelle Roman Antiquities at Lydney Park, Gloucestershire, come un dio marino, al pari di Poseidone e Nettuno, e Lovecraft lo mette a capo dei Night-Gaunts (i “magri notturni”, le figure che popolavano i suoi incubi infantili).

Ma veniamo alla trama del romanzo: di cosa parla Il grande dio Pan?

Il dottor Raymond è un chirurgo che da molti anni si è consacrato alla «medicina trascendentale». Tenta così un folle e tremendo esperimento: il suo intento è quello di «sollevare il velo» del reale e guardare in faccia la cruda e mostruosa realtà delle cose. Gli antichi «chiamavano questa esperienza ‘vedere il dio Pan’» (p. 11). Il dottore opera la figlia adottiva Mary al cervello, alterando le cellule della materia grigia così da poter aprire l’ «occhio interno», l’occhio della mente, e poter entrare in contatto con il dio Pan e tutte quelle forze primigenie che popolano il mondo sconosciuto che si cela oltre il velo del reale. Un pantheon che deve avere colpito molto H.P. Lovecraft, tanto che ne riproporrà uno lui stesso, unendo le entità malefiche cui Machen allude con le fantasmagorie mitopoietiche dell’irlandese Lord Dunsany, presentate in The Gods of Pegāna .

Dopo l’esperimento, forze sconosciute si mettono all’opera e strani avvenimenti hanno luogo. Episodi singolari e inquietanti, sempre più misteriosi, si susseguono in città, gettandola nel caos e nello scompiglio, mettendola in subbuglio e trasformandola in una «città da incubo» (p. 78).

La città, la Londra brumosa, cupa e notturna evocata dal romanzo, teatro di un’epidemia inspiegabile di suicidi, fa da contraltare alle atmosfere silvestri delle campagne gallesi, in cui Machen trova il tempo di accennare al proprio borgo natale, senza menzionarlo direttamente: «un villaggio al confine gallese, un centro di discreta importanza ai tempi dell’occupazione romana, ora ridotto a un borgo di case sparse, abitato da non più di cinquecento anime. Si trova su declivio a circa sei miglia dal mare, ed è riparato da una foresta imponente e pittoresca» (p. 26).

Questa Londra richiama perfettamente le atmosfere delle detective stories di Sherlock Holmes, ma anche la Londra del mystery di dottor Jekyll e di Mr. Hyde.

Nel romanzo di Machen, il Dio-Tutto Pan non si prende mai la scena da solo, si tratta di una «presenza che non era né umana né animale, né viva né morta, ma che in sé comprendeva tutto, racchiudeva la forma di ogni cosa, ma era a sua volta del tutto priva di forma» (pp. 18-19). Una figura cui si può solo alludere timidamente, un’entità tanto malefica che non si ha il coraggio di pronunciare.

Leggere quella che Stephen King (un altro scrittore che di orrore se ne intende) ha definito come «una delle migliori storie dell’orrore mai scritte», è stata un’esperienza un po’ diversa dal solito. Non è la classica storia dell’orrore contro cui, nel corso del tempo, abbiamo sviluppato anticorpi ben efficaci. Non c’è posto né per vampiri né per fantasmi, in questo storia. Solo il principio del male, l’hybris scellerata di uno scienziato che, seguendo l’archetipo shelleyano del dottor Victor Frankenstein, vuole scavalcare i limiti preimposti, che sono i limiti della nostra realtà, per guardare al di là di essa, per «sollevare il velo» e scoperchiare il vaso di Pandora.

Il tutto è qui proposto sotto forma di una storia avvincente e ricca di suspense, in cui troviamo atmosfere gotiche e l’influenza stevensoniana, riconosciuta dallo stesso Machen. Una nuova forma di romanzo gotico, che anche grazie alla sua brevità, si fa leggere piacevolmente e tutta d’un fiato, nonostante siano passati ormai quasi centotrenta anni dalla sua pubblicazione.

Ma allo stesso tempo restituisce un quadro chiaroscurale di quel clima tutto fin de siècle di un’Europa (e soprattutto un’Inghilterra) decadente, fatta di misticismo, fenomeni dell’occulto, passioni per il proibito, il torbido, l’arcano e il misterioso.

Un ritratto, questo, non certo privo di contraddizioni. È il caso di Arthur Conan Doyle: creatore di Sherlock Holmes, l’investigatore divenuto sinonimo di razionalità, ma allo stesso tempo convinto sostenitore dello spiritismo e appassionato del paranormale.

Questa edizione Fanucci de Il grande dio Pan, uscita il 26 agosto e facente parte della collana Piccola Biblioteca del Fantastico, riporta nelle librerie italiane uno degli orrori preferiti dal Solitario di Providence in una veste editoriale molto accattivante: il libro, 120 pagine, in copertina rigida, ha un splendida illustrazione in sovraccoperta di Antonello Silverini. Tuttavia il libro, se confrontato con le precedenti edizioni, è piuttosto povero di contenuti: si compone solo di una breve “Nota dell’editore”, del testo efficacemente tradotto da Annalisa Di Liddo e dell’immancabile “Postfazione” di Carlo Pagetti. I prezzi di questa Collana, che vuole ricalcare, nel suo formato, la mitica Fantacollana Nord, sono molto accessibili, e tra i titoli usciti precedentemente possiamo ricordare John Carter e la principessa di Marte di Edgar Rice Burroughs e Noi di Evgenij Ivanovič Zamjatin. Del 2018 è l’edizione Adiaphora, 190 pagine, con testo originale a fronte, traduzione e note critiche di M. Olivetti Zapparelli e una postfazione di H.P. Lovecraft. Nel 2017, è uscita anche un’edizione di 96 pagine per la collana Eureka delle Edizioni Theoria, sempre con l’ottima traduzione di Annalisa Di Liddo. L’anno prima, per la collana Tre Sotterranei di Tre Editori uscì un’edizione di ben 260 pagine, completa della prefazione di Machen, un’introduzione di H.P. Lovecraft tratta dal suo già citato saggio, la traduzione di Alessandro Zabini, il saggio “Appunti su alcune fonti di Arthur Machen” del curatore, lo scritto “Il risveglio della selva” di S.J. Graf e una “breve antologia panica”, con brani tratti da Plutarco a John Milton, da R.L. Stevenson a W.B. Yeats.

Arthur Machen (1863-1947), scrittore gallese di narrativa del terrore, è oggi ritenuto uno dei maestri del genere. La sua prosa decadente e misurata, lontana da quella fin troppo carica di aggettivi e immagini deliranti del suo epigono H.P. Lovecraft, si inserisce a pieno titolo nel solco della tradizione letteraria fantastica anglosassone.
Fra le sue svariate influenze si possono citare Stevenson, de Quincey, Coleridge e Poe. Il suo stile e le tematiche da lui affrontate sono comunque originali e si può considerare come un innovatore del genere della narrativa soprannaturale. Infatti, nonostante abbia scritto numerosi libri di argomento storico, filosofico e teologico e sia stato anche membro di una compagnia teatrale shakespeariana, Machen deve oggi la sua fama ai racconti del terrore, in particolare a Il grande dio Pan.

Source: del recensore.

:: C’è ancora molto sulla terra di Velso Mucci A cura di Alberto Alberti e Nicola Vacca (L’ArgoLibro 2021) a cura di Giulietta Iannone

30 agosto 2021

Una sera che la melanconia prende le ossa

nella desolata osteria dei marinai sulla foce

tra l’oscuro vento dei pini e l’ultimo chiarore

delle sabbie,

non volgere l’occhio al mare spento

e al poco lume del cielo sulla cresta dei monti,

ma guarda la notte che cresce di grilli

e di stelle

a coprire i deserti del cuore.

Foce del Cinquale, luglio 1942

Tra i fiori poetici del Novecento, le voci che meritano una riscoperta, forse tardiva, c’è sicuramente Velso Mucci, amato da Pasolini, cantore del verso libero, uomo e intellettuale dai molti interessi artistici, che visse tra l’Italia, la Francia e la Svizzera dal 1911 al 1964 anno in cui morì a Londra. Cosmopolita, poliedrico, direttore di una Galleria d’arte a Parigi, luogo privilegiato che gli permise di essere al centro del dibattito culturale e di diventare amico di poeti, pittori, giornalisti, filosofi con cui strinse profonde amicizie artistiche. Consiglio di leggere la nota biografica introduttiva a cura di Nicola Vacca, curatore assieme ad Alberto Alberti della silloge poetica C’è ancora molto sulla terra, per capire la caratura di questo poeta se vogliamo dimenticato, che merita sicuramente una riscoperta, e merita di essere letto. La poesia che ho messo in esergo tratta da “L’Umana compagnia” (1953) ci dà una conferma se vogliamo di una voce poetica limpida e luminosa, che incanta come ha incantato Pasolini o altri grandi nomi del Novecento da Ungaretti a Cardarelli, che addirittura lo voleva come curatore universale delle sue opere (cosa che non ebbe seguito). Le poesie scelte dal succitato “L’Umana compagnia“, “Oggi e domani” (1958), “L’età della terra” (1962), ci parlano di un poeta dalla lingua vivida e sincera, ricca di rimandi che scendono e attraversano l’anima del lettore con mano leggera. Una lingua evocativa e preziosa, che indica senza forzare, elogia senza glorificare, sussurra e accarezza senza stordire. Un canto che è memoria, una natura che è dogma, una lieve malinconia che colora lo stare al mondo. Una voce significativa dunque della prima metà del Novecento che si insinua nelle pieghe della storia e ci dà testimoninaza di un’esperienza artistica non comune, anzi unica se vogliamo. Oltre che poeta fu autore di saggi filosofici (si laureò in Filosofia a Torino) e letterari e anche di un romanzo dal titolo L’uomo di Torino (Feltrinelli, 1967) pubblicato postumo. Da riscoprire. In copertina: Velso Mucci visto da Mino Maccari.

Velso Mucci (Napoli, 29 maggio 1911 – Londra, 5 settembre 1964) è stato uno scrittore italiano. Visse in diverse parti d’Italia a seguito degli spostamenti del padre, militare e maestro di musica, fino a stabilirsi definitivamente nel 1924 a Torino, dove frequentò il Liceo classico Cavour, conoscendovi, tra gli altri, Giancarlo Pajetta. All’inizio degli anni ’30 entrò come critico musicale nella redazione de “Il Selvaggio”, dove conobbe, oltre al direttore Mino Maccari, personaggi come l’architetto Carlo Mollino e artisti come Carlo Carrà, Filippo De Pisis, Giorgio Morandi e Luigi Spazzapan, che ospitò poi nella libreria antiquaria aperta sulla Rive Gauche a Parigi, dove si era trasferito nel 1934. Il suo profilo letterario, legato nelle prime esperienze degli anni ’20 soprattutto alla personalità di Vincenzo Cardarelli, di cui più tardi curerà le edizioni delle Lettere non spedite (Roma, Astrolabio, 1946) e dei Prologhi viaggi favole (Milano, Mondadori, 1946), si arricchì a Parigi grazie alla frequentazione di intellettuali come Paul Éluard, Tristan Tzara, Nazim Hikmet, di cui tradusse più tardi le Poesie (Roma, Editori riuniti, 1960). Dopo la guerra si trasferì a Roma, dove fondò e diresse Il costume politico e letterario, bimestrale dove pubblicarono, tra gli altri, Leonardo Sinisgalli, Umberto Saba, Giorgio Bassani, Mario Tobino, Giuseppe Raimondi, Giuseppe Ungaretti. Nel 1947, dopo essersi iscritto al Partito comunista italiano, entrò in contatto con scrittori quali Niccolò Gallo, Mario Socrate, Giuseppe Dessì, e venne chiamato nel 1958 a far parte del comitato direttivo del Contemporaneo.

Source: inviato dall’editore. Ringraziamo Nicola Vacca e l’Ufficio stampa di L’ArgoLibro.