Archive for the ‘Recensioni’ Category

:: “Non capisco questo silenzio”: Storia di un figlio. Andata e ritorno di Fabio Geda e Enaiatollah Akbari (Baldini Castoldi 2020) a cura di Giulietta Iannone

10 gennaio 2022

Secondo appuntamento della rubrica ” Non capisco questo silenzio” dedicata alle scrittrici e agli scrittori afghani e a tutto quello che riguarda questo meraviglioso e martoriato paese. Oggi parliamo di Storia di un figlio, seguito del fortunato Nel mare ci sono i coccodrilli, scritto da Fabio Geda e Enaiatollah Akbari ed edito da Baldini e Castoldi.

Forse vi chiederete: era necessario dare un seguito a un libro come Nel mare ci sono i coccodrilli? Ecco se vi siete posti questa domanda la mia risposta è sì. Se il precedente libro racconta l’infanzia e il viaggio avventuroso e accidentato di Enaiatollah Akbari dall’Afghanistan all’Italia, la sua storia non si esaurisce in quelle pagine, perchè dopo il viaggio la vita continua e dopo l’arrivo nel paese ospite le cose non diventano nè più facili, nè meno ricche di umanità, coraggio, speranza, o ostacoli, dolore, lontananza. Enaiatollah Akbari in Italia ha studiato, ha lavorato, ha trovato una nuova famiglia che l’ha ospitato, è stato avvicinato per raccogliere le sue memorie, e ha scritto assieme a Fabio Geda il suo primo libro, ha fatto presentazioni, ha imparato una lingua nuova, è andato a vivere da solo, si è innamorato, è diventato adulto. Ecco tutto non finisce con lo sbarco, quello è il semplice inizio, inizio di una nuova vita possibile grazie all’aiuto di tante persone. E non solo la vita di Enaiat è cambiata, ma anche quella della sua famiglia lontana, di sua madre, di sua sorella, di suo fratello, che il protagonista ha continuato ad amare e aiutare anche economicamente negli anni. Quando muore sua madre abbiamo un punto di svolta, un grumo di sentimenti, riconoscenza, rabbia, esplode e il ritorno in Pakistan sembra ostacolato da mille gabole, soprattutto da una burocrazia cieca e sorda al dolore che irregimenta. Ma c’è anche il coraggio dei volontari che lavorano per le organizzazioni umanitarie e aprono ospedali nei luoghi di guerra diventando le uniche briciole di speranza per le popolazioni civili così duramente provate. Non sempre riescono a salvare tutti, con la mamma di Enaiat non riescono, ma ci sono, e questo illumina di luce un buio che è davvero grande. Un pezzo di vita che si accompagna alle nostre, un monito contro i fondamentalismi, le guerre, la semplice indifferenza, scritto in modo vivace e intelligente, stile che abbiamo imparato ad amare ne Nel mare ci sono i coccodrilli. Forse in questo secondo si sente più ancora la voce di Enaiatollah Akbari, la sua rabbia, la sua delusione, la sua presa di coscienza, il suo impegno, e la sua capacità di amare chi è vicino e chi è lontano, nonostante l’Occidente l’abbia cambiato e non sia più il ragazzino di un tempo. Ma tutti cambiamo, cresciamo, maturiamo ed è giusto così.

Fabio Geda è nato nel 1972 a Torino, dove vive. Ha pubblicato i romanzi Per il resto del viaggio ho sparato agli indiani (Instar Libri 2007, Feltrinelli 2009), L’esatta sequenza dei gesti (Instar Libri 2008), Nel mare ci sono i coccodrilli (Baldini&Castoldi 2010, tradotto in trentadue Paesi) e il monologo La bellezza nonostante (Transeuropa 2011) e Se la vita che salvi è la tua (Einaudi, 2014).

:: Una raccolta di testimonianze e di documenti COMUNISTI IN PROVINCIA DI ALESSANDRIA Un libro utile alle vecchie generazioni per ricordare ed alle giovani per imparare a cura di Antonio Catalfamo

31 dicembre 2021

L’immagine che i giovani d’oggi possono avere, attraverso i mass-media, di quel che fu il Partito comunista italiano è quella di un esercito di “spioni” al soldo di Mosca perennemente in ascolto, dietro ogni porta, ad ogni angolo di strada, per captare notizie riservate da trasmettere ai padroni d’oltre cortina. E ancora, di una massa di individui cinici disposti ad accettare tutti i crimini commessi in nome del comunismo, debitamente equiparato al nazismo. In realtà, questi “spioni”, a conti fatti, risultavano un po’ troppi, se è vero, com’è vero, che, ad un certo punto (intorno agli anni Settanta del secolo scorso), un elettore su tre votava in Italia per il Pci, in alcune aree del Paese (le cosiddette «zone rosse» dell’Emilia Romagna, della Toscana, e di altre regioni del Centro-Nord) addirittura uno su due. Si trattava dei settori più evoluti economicamente, socialmente e culturalmente della penisola. Ma questo i giovani, in grande maggioranza, non possono saperlo, perché nessuno glielo ha detto.

Ben vengano, allora, raccolte di documenti e di memorie come quella ora pubblicata dalla Fondazione Luigi Longo con un titolo suggestivo, che invita subito alla lettura: Una lunga storia… Racconti e materiali del P.C.I. di Alessandria (Editrice Impressioni Grafiche, Acqui Terme, 2021, s.i.p.). Si tratta di testimonianze rese da militanti comunisti, operanti ai vari livelli e in varie epoche storiche, in una delle aree geografiche, quale fu, per l’appunto, quella dell’alessandrino, in cui il Pci era particolarmente presente, con punte del 40% dei consensi elettorali. Sfogliando queste pagine, si viene a formare nel lettore un’immagine completamente diversa da quella imposta dal sistema informativo e mass-mediatico dominante. Emerge un esercito di persone in carne ed ossa, ognuna con proprie caratteristiche personali ed umane, propri sentimenti, propri retroterra culturali, accomunate da una stessa ideologia politica, il comunismo, per l’appunto, ma profondamente diverse tra di loro, orgogliose della loro individualità, continuamente rivendicata. Operai e operaie di fabbrica, che spesso hanno radici familiari che affondano nella Resistenza e nella lotta di Liberazione nazionale, che combattono battaglie fondamentali per l’acquisizione di diritti economici, sociali, politici, che rappresentano una pietra miliare per l’avanzamento civile del Paese. Intellettuali di valore, che si mettono al servizio della causa, svolgendo anche compiti “umili”, come distribuire la stampa di partito o “d’area” («L’Unità», «Rinascita», «Il Calendario del Popolo», «Vie Nuove», «Noi Donne»), oppure attaccare manifesti nella notte. Uomini e donne che vanno incontro a repressioni poliziesche sanguinose, persecuzioni politiche, traversie giudiziarie, emarginazione sociale, fino alla miseria. Tutto ciò viene affrontato in nome di un ideale concreto, mai astratto, dogmatico, profondamente calato nella realtà italiana, conforme ai bisogni della gente comune, la cui emancipazione rappresenta l’obiettivo primario dell’azione individuale e collettiva. E’ stata questa la parte migliore del Paese, quella che ha dato il contributo più importante per lo sviluppo e il progresso in tutti i campi.

Sarebbe difficile dar conto, seppur riassuntivamente, di tutte queste storie. Fra l’altro, toglieremmo al lettore il piacere di scoprirle, o riscoprirle (per chi le ha condivise), personalmente. Indichiamo solamente, come emblematica di una situazione generale, quella di Adriano Icardi. Nato a Ricaldone, classe 1941, in una famiglia d’origine contadina, antifascista e di sinistra. Già il padre è consigliere comunale eletto nel suo paese in una lista social-comunista. Il fratello di Adriano, Celestino, diventa sindaco di Ricaldone nel 1980 e rimane in carica fino al 2004. Anche il Nostro s’incammina in giovane età sulla strada dell’impegno politico e culturale. Frequenta la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Genova, dove si laurea, intraprendendo l’insegnamento. Partecipa alle proteste operaie e studentesche del 1960 contro il governo Tambroni e contro la decisione di consentire al Movimento sociale italiano, partito neofascista, di tenere il proprio congresso nazionale proprio a Genova, città medaglia d’oro della Resistenza. Nel 1970 viene eletto consigliere comunale ad Acqui Terme, nelle file del Partito comunista, del quale a poco a poco diviene uno dei massimi dirigenti a livello locale e provinciale, in una lista guidata dall’avvocato Raffaello Salvatore, che diventerà sindaco da lì a poco. Diviene giovane assessore alla cultura, organizzando grandi mostre delle opere di Felice Casorati, Carlo Levi, Giorgio Morandi, Carlo Carrà e Renato Guttuso. Organizza, inoltre, per un ventennio, il prestigioso Premio Acqui Storia. Fa anche l’esperienza di sindaco di Acqui Terme, a partire dal maggio 1982, a capo di una giunta minoritaria comunista, a causa delle divisioni della sinistra negli anni del “craxismo” imperante. Nel 1992 viene eletto al Senato nella lista di Rifondazione comunista, nel collegio Acqui-Ovada-Novi, con una percentuale di consensi che lo colloca al primo posto a livello nazionale, nell’ambito del suo schieramento. Conosce anche le esperienze di consigliere provinciale, assessore alla cultura, presidente del consiglio provinciale, ad Alessandria, dal 1995 al 2009.

Un caso emblematico, quello di Adriano Icardi, di dirigente comunista d’origini contadine, il quale, nell’azione, coniuga impegno politico e culturale, contribuendo, in tal modo, al progresso complessivo della società.

La memoria racchiusa nelle pagine del volume che qui stiamo presentando è importante oggi non solo per ristabilire la verità storica su quello che è stato il Partito comunista italiano, contro l’immagine che ne viene data nell’ambito del “revisionismo storico”, ma anche per capire perché questa esperienza, così vitale e feconda, è venuta meno. Il Pci è stato sciolto, a conclusione di un lungo processo di logoramento e di crisi, che va analizzato nella sua complessità e nella sua articolazione. Tutto ciò non è avvenuto da un giorno all’altro, le matrici causali sono remote e risiedono nel modo stesso in cui il partito si è sviluppato nel corso dei decenni. E in questo processo, nelle scelte fondamentali che sono state compiute, vanno cercate le ragioni della sconfitta e dell’estinzione (o quasi) del movimento comunista in Italia. Questa analisi serve anche a capire come uscire dall’attuale “impasse” e come rilanciare tale movimento per farlo rinascere, in una vita rinnovata, però. Una riproposizione delle esperienze passate, compresi gli errori, non avrebbe senso, non gioverebbe, né sarebbe storicamente possibile.

Ci limitiamo a fornire alcuni elementi di riflessione e di valutazione. A che cosa è dovuta la crisi del comunismo a livello internazionale e nazionale? Possiamo constatare, innanzitutto, che la tensione rivoluzionaria viene meno dopo due generazioni. Così è successo nella Rivoluzione Francese, nella Rivoluzione d’Ottobre e in seno al Partito comunista italiano. La spinta propulsiva proveniente dal basso si esaurisce progressivamente e viene scoraggiata dall’apparato burocratico del partito, nell’esperienza comunista, che si impadronisce delle redini del potere in maniera incontrastata, mettendo fine al processo democratico che è necessario affinché una forza rivoluzionaria si rinnovi continuamente e sia in grado di incidere positivamente nella realtà per cambiarla. Nella particolare esperienza italiana, non si è realizzato appieno il modello di partito che Gramsci aveva delineato, nei “Quaderni del carcere”: un partito di massa, ma, nel contempo, molto selettivo nella scelta dei militanti e dei dirigenti, ai vari livelli, in grado di rappresentare un’alternativa alla società capitalistica, soppiantandola nel lungo termine. Per converso, il partito è stato assorbito da questa società, è divenuto dapprima “coscienza critica” e, successivamente, parte integrante di essa, eliminando ogni profilo non solo alternativo, ma, per l’appunto, critico.

Un limite teorico molto grave è stato rappresentato da una visione dogmatica e schematica del “materialismo storico”, contrapposto a quello di stampo gramsciano, che, sulla scia di Antonio Labriola, valorizza la componente volontaristica ed il rapporto dialettico, la reciproca influenza, fra “struttura” e “sovrastruttura”. Il materialismo gretto ha portato ognuno, a partire dal singolo militante, a pensare solo a se stesso, ai propri interessi personali e familiari, alla propria emancipazione, e basta.

La “questione comunista” in Italia (e nel mondo) si può dire tutt’altro che “chiusa”. Viviamo in una società nella quale, secondo il sociologo Franco Ferrarotti, il 10% delle famiglie possiede il 70% della ricchezza e il restante 90% deve dividersi il 30% della stessa. I ricchi tendono a diventare sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri. Il divario sociale è destinato ad aumentare. Franco Ferrarotti, pur non essendo un marxista, prende molto sul serio il problema della “polarizzazione tendenziale” della ricchezza di cui parlava Marx, così come paventa la possibilità dell’incepparsi del meccanismo fondamentale del capitalismo, a causa della contraddizione fra “sovrapproduzione” e “sottoconsumo”, conseguente al progressivo impoverimento della società.

Questa realtà drammatica impone la presenza di un forte Partito comunista. Sono in corso vari tentativi, da seguire con attenzione e con ponderazione. Chi ha più tela tessa. Si tratta di un processo lungo, ma inevitabile. Nei momenti difficili sovvengono le lezioni dei grandi maestri. E’ il caso di Ludovico Geymonat. Nel volume intitolato “La civiltà come milizia” (a cura di Fabio Minazzi, La Città del Sole, Napoli, 2008), egli denuncia la “crisi gravissima” dei partiti della sinistra e dei sindacati, i limiti dello stesso assetto istituzionale del Paese, fondato su un “regionalismo burocratico”, nonché della stessa Costituzione, che è tra le più avanzate del mondo occidentale, ma anche tra le più inapplicate (ivi, p. 82). Ripropone il problema dell’esistenza di una forza comunista, ma, nel contempo, allarga l’orizzonte dell’impegno politico e civile di ogni uomo, e, quindi, di ogni comunista, valorizzando l’impegno culturale, volto a far nascere l’ “autonomia critica” di ogni individuo e della collettività, e la “solidarietà attiva” tra le diverse persone, che debbono aiutarsi reciprocamente, anche nel soddisfacimento dei bisogni materiali più immediati ed elementari, ed acquisire la consapevolezza che solo attraverso l’unità si possono modificare le situazioni che apparentemente sembrano insuperabili (ivi, p. 96). E’ necessario per ogni comunista far tesoro di questa lezione preziosa di civiltà e di umanità. Luis Sepúlveda ha detto giustamente che il comunismo del ventunesimo secolo dev’essere caratterizzato da una forte componente etica.

Assieme agli insegnamenti di Geymonat bisogna far tesoro di quelli di Franco Ferrarotti (“Dalla società irretita al nuovo umanesimo”, Armando editore, Roma, 2019). E’ necessario riacquisire i ritmi e la nozione del tempo propri della vecchia società contadina, di contro alla dinamicità inconcludente e senza obiettivi della cosiddetta “società capitalistica matura”. Muoversi come gli uomini di campagna di una volta, che avanzavano lentamente, attenti a dove mettevano i piedi, alle asperità del terreno, ponderavano non solo ogni movimento, ma anche ogni decisione, perché, nel “mondo della penuria”, è necessario risparmiare energie, sia fisiche che mentali. Nello stesso tempo, bisogna recuperare le “regole auree” dei nostri antenati greci e latini (ivi, p. 138): “Ne quid nimis” (“Nulla in eccesso”); “Festina lente (“Affrèttati lentamente”); “Age quod agis” (“Fa’ quello che fai”). E’ necessario, dunque, darsi obiettivi lungimiranti, senza abbandonarsi alla quotidianità, ma perseguirli con calma, con ponderazione estrema.

Le ragazze del Pillar 2 di Stefano Turconi e Teresa Radice (Bao Publishing, 2021) a cura di Elena Romanello

30 dicembre 2021

bc4c39aa-ce02-6f00-8cbb-8fb9a56c60f4A due anni di distanza dal primo volume, sono tornati in libreria e fumetteria per Bao Publishing Stefano Turconi e Teresa Radice, con il secondo volume de Le ragazze del Pillar, lo spin off de Il porto proibito.
Come il primo libro, anche questo racconta le storie delle ragazze del Pillar to Post, il bordello di Plymouth dove si svolgeva una parte importante della storia del Porto. Mentre Il porto proibito raccontava una vicenda a se stante, con suoi personaggi e un suo intreccio,  Le ragazze del Pillar vuole essere una storia incentrata di volta in volta sulle giovani donne ospiti del bordello, con episodi autoconclusivi per costruire un mosaico narrativo più ampio, destinato a dipanarsi negli anni.
Bao Publishing ha in progetto di riportare i suoi lettori ogni due anni in questo microcosmo affascinante e spietato, ambientato nell’Inghilterra dell’inizio dell’Ottocento, durante le guerre napoleoniche, ma con uno sguardo su come era il mondo allora e soprattutto sulla società.
Ne Le ragazze del Pillar 2 ci sono quindi due nuove storie: quella di Tess, la misteriosa ultima arrivata al Pillar, che nasconde alcuni segreti inconfessabili e inquietanti che verranno fuori e che potrebbero mettere a rischio non solo la sua vita, e Cinnamon, perseguitata invece dal suo passato. Le loro storie si chiudono nel volume 2, ma vanno a completare un intreccio di vicende sempre più articolato e ricco, una ricostruzione d’epoca intrigante e mai noiosa e un’epopea sugli ultimi della società, o meglio le ultime, che coinvolge e appassiona.
Le ragazze del Pillar 2 immerge di nuovo in un mondo dettagliato e evocativo, raccontato in ogni dettaglio, con personaggi a cui ci si affeziona e che è sempre bello ritrovare. Una saga per chiunque ami la Storia, gli intrecci da grande romanzo dell’Ottocento, i racconti per immagini e per chi pensi che i fumetti sono un modo  per narrare vicende che niente hanno da invidiare a altre forme di narrazione. In attesa a questo punto di scoprire tra un paio d’anni le altre ragazze del Pillar.

Teresa Radice e Stefano Turconi nascono entrambi nella Grande Pianura, a metà degli anni ’70… ma s’incontrano solo nel 2004, grazie a un topo dalle orecchie a padella e a una pistola spara-ventose. Lei, per vivere, scrive storie; lui le disegna. Si piacciono subito, si sposano l’anno seguente. Scoprendosi a vicenda viaggiatori curiosi, lettori onnivori e sognatori indomabili, partono alla scoperta di un bel po’ di mondo, zaino e scarponi.
Dal camminare insieme al raccontare insieme il passo è breve.
Le prime avventure a quattro mani sono per le pagine del settimanale Disney “Topolino”:
arrivano decine di storie, tra le quali la serie anni ’30 in 15 episodi Pippo Reporter (2009-2015), Topolino e il grande mare di sabbia (2011), Zio Paperone e l’isola senza prezzo (2012), Topinadh Tandoori e la rosa del Rajasthan (2014) e l’adattamento topesco de L’Isola del Tesoro di R.L.Stevenson (2015).
Nel 2011 si stabiliscono nella Casa Senza Nord – a 10 minuti di bici dalle Fattorie, a 20 minuti a piedi dal Bosco, a mezz’ora di treno dal Lago – e piantano i loro primi alberi.
Nel loro Covo Creativo, i cassetti senza fondo straripano di progetti: cose da fare, posti da vedere, facce da incontrare.
Nel 2013 esce Viola Giramondo (Tipitondi Tunué, Premio Boscarato 2014 come miglior fumetto per bambini/ragazzi, pubblicato in Francia da Dargaud: Prix Jeunesse a Bédécine Illzach 2015 e Sélection Jeunesse a Angouleme 2016).
Il Porto Proibito, pubblicato nel 2015 per BAO Publishing e ristampato nel 2016 in una Artist Edition di prestigio, ha vinto il Gran Guinigi come “Miglior graphic novel” a Lucca Comics 2015 e il Premio Micheluzzi come “Miglior fumetto” a Napoli Comicon 2016. Sempre per i tipi di BAO, pubblicano Non stancarti di andare nel 2017 (graphic novel che riscuote in brevissimo tempo un grande successo di pubblica e critica), due volumi della serie per i più piccoli Orlando Curioso (Orlando Curioso e il segreto di Monte Sbuffone Orlando Curioso e il mistero dei calzini spaiati) tra il 2017 e il 2018, Tosca dei Boschi (inizialmente edito da Dargaud in Francia e poi portato in Italia) nel 2018.
I frutti più originali della loro ormai decennale collaborazione hanno gli occhi grandi e la testa già piena di storie. I loro nomi sono Viola e Michele.

Provenienza: libro del recensore.

Il mistero delle dieci torri di Marcello Simoni (Newton Compton, 2021) a cura di Elena Romanello

24 dicembre 2021

Sono anni che Marcello Simoni porta i suoi lettori in secoli passati, considerati a torto per troppi anni come bui e ostici, e in realtà teatro di vicende appassionanti e intricate. 
Quest’anno arriva in libreria una raccolta di suoi racconti, scritti nel corso degli anni, alcuni antecedenti ai libri che l’hanno reso famoso, altri no, inediti o introvabili, in cui ritrovare luoghi e personaggi ormai nel cuore di molti o scoprire nuovi intrecci e atmosfere che, chissà, un giorno potranno essere riletti in altre vicende. Del resto, i racconti sono un genere praticato da molti autori di gialli e di libri d’avventura, partendo dagli stessi Emilio Salgari e Arthur Conan Doyle, e sono una vera prova per il talento di uno scrittore, visto che in poche pagine deve raccontare vicende che appassionino senza lo spazio di un romanzo.
Nelle pagine de Il mistero delle dieci torri si ritrovano personaggi amati e noti, come Ignazio da Toledo, alle prese con i misteri che ha dovuto svelare prima di lasciare la Palermo di Federico II fingendosi morto, o anche il suo antagonista, l’astrologus Michele Scoto, sempre in cerca di complotti da ordire. Altre storie faranno scoprire personaggi come il fratello gemello di Cosimo de’ Medici, il corsaro Khayr al-Dīn Barbarossa, uno dei pirati che Marcello Simoni ha omaggiato nel corso degli anni, il cavaliere ospitaliero Leone Strozzi e  Licio Ganello, un mago fiorentino destinato da morto a diventare l’oggetto degli studi sui cadaveri di Leonardo da Vinci.
Marcello Simoni porta in un viaggio tra terra e mare, attraverso i secoli, in luoghi lontani e affascinanti, per scoprire quello che è il suo immaginario, un immaginario in continuo divenire e molto vario e trovandosi a suo agio ovunque, dalla nascita della città etrusca di Spina alle battaglie navali con i pirati nel Mar di Levante alla fine del Cinquecento, senza dimenticare la Sicilia della corte di Federico II, le corti rinascimentali e le lagune vicino a Ferrara piene di nebbia e segreti durante il secondo dopoguerra. 
Una raccolta di racconti che verrà divorato da tutti i fan dell’autore, ma anche un modo per avvicinare nuovi lettori alle sue storie, visto che c’è chi non ha voglia magari di impegnarsi subito con una saga letteraria, e può capire però con queste storie i mondi di Marcello Simoni.

Marcello Simoni è nato a Comacchio nel 1975. Ex archeologo e bibliotecario, laureato in Lettere, ha pubblicato diversi saggi storici; con Il mercante di libri maledetti, suo romanzo d’esordio, è stato per oltre un anno in testa alle classifiche e ha vinto il 60° Premio Bancarella. I diritti di traduzione sono stati acquistati in diciotto Paesi. Con la Newton Compton ha pubblicato numerosi bestseller tra cui la trilogia Codice Millenarius Saga e la Secretum Saga. La saga che narra le avventure di Ignazio da Toledo, l’astuto mercante di libri, ha consacrato Marcello Simoni come autore culto di thriller storici, vendendo oltre un milione e mezzo di copie.

Provenienza: omaggio dell’Ufficio stampa che ringraziamo.

:: Fiabe finlandesi AA.VV. (Iperborea 2021) a cura di Emilio Patavini

21 dicembre 2021

Dopo Fiabe lapponi, Fiabe danesi, Fiabe islandesi, Fiabe svedesi, Fiabe faroesi, Fiabe norvegesi e Leggende groenlandesi, il 17 novembre è uscito per Iperborea Fiabe finlandesi, ottavo volume della serie di fiabe nordiche curata da Bruno Berni. Le diciannove fiabe presenti, splendidamente tradotte da Giorgia Ferrari e Sanna Maria Martin, sono tratte dalle Suomen kansan satuja ja tarinoita (1852-1866) di Eero Salmelainen e arricchite dalle magnifiche illustrazioni di Sonia Diab. Seguono un utile glossario e una postfazione delle traduttrici. Da appassionato del Kalevala e della cultura finnica, non potevo farmi sfuggire questa nuova uscita. A dire il vero, non è la prima volta che mi accosto a una raccolta dedicata al folclore finlandese: due anni fa ho letto infatti le fiabe dell’illustratore finlandese Rudolf Koivu tradotte da Paula Loikala nell’antologia Fiabe finlandesi (Aracne editrice 2018). Le prime fiabe popolari finlandesi a essere pubblicate sono proprio quelle raccolte da Eero Salmelainen in quattro volumi, tra 1852-1866, sotto il titolo Suomen kansan satuja ja tarinoita (“Fiabe e racconti popolari finlandesi”), che sono state qui selezionate e tradotte. Nelle sue Suomen kansan sadut (Fiabe popolari finlandesi), Pirkko-Liisa Rausmaa classifica così le tipologie di fiabe finlandesi (le classificazioni corrispondono ai titoli dei sei volumi della sua opera):

Ihmesadut (“Fiabe con miracoli”);Legenda ja novellisadut (“Fiabe con leggende e novelle);Sadut tyhmästä paholaisesta (“Fiabe del diavolo stupido”);Eläinsadut (“Fiabe con animali”);Hölmöläissadut (“Fiabe con buffoni”)Pilasadut ja kaskut (“Fiabe umoristiche e aneddoti”).

La prima fiaba dell’edizione Iperborea, Il fabbro Ilmarinen va a chiedere in sposa la figlia del re di Hiitola, è ricca di echi kalevaliani: si pensi per esempio al potere creativo assunto dal canto di versi, strettamente legato alla tradizione sciamanica. Come è tipico del protagonista del Kalevala – il vecchio bardo Väinämöinen –, al fabbro Ilmarinen basta cantare le parole magiche che un’isola si spalanca in mezzo al mare. Nella stessa fiaba si possono rintracciare riferimenti ad altri personaggi del poema nazionale finnico, come il nome dello zio di Kullervo, Untamo, qui chiamato nella sua forma estesa Untamoinen e presentato come un vecchio che è «in parte nel passato e in parte nel futuro». Nella fiaba di Antti Biforco compare anche un cane di nome Musti (“nero”), come il cane di Kullervo nel Kalevala. La fiaba intitolata Ceneraccio non può che rimandare all’Askeladden (letteralmente, “il ragazzo della cenere”), protagonista di molte delle Fiabe norvegesi raccolte da Asbjørnsen e Moe (Einaudi, Torino 1962). Solitamente ultimo di tre fratelli («C’erano una volta tre fratelli, due erano buoni e uno era Ceneraccio») e seduto presso il focolare, intento a rimestarne le ceneri, Ceneraccio è il personaggio che riesce a superare le prove grazie alla propria astuzia, e alla fine della fiaba ottiene la mano della principessa e metà del regno. Ne Il ragazzo trasformato in cavallo troviamo Perkele, figura interessante da analizzare dal punto di vista linguistico. Perkele è il nome finlandese di Perkúnas, dio baltico del tuono, connesso etimologicamente al norreno Fjǫrgyn, altro nome della madre di Thor (il dio del tuono per gli antichi scandinavi) e a Perun, il dio supremo degli slavi, cui erano sacre le querce. Tutti questi nomi di antiche divinità sono collegati alla radice indoeuropea *perkwu-, da cui derivano il latino quercus “quercia” e l’inglese fir “abete”. James Frazer, nel quindicesimo capitolo de Il Ramo d’oro, intitolato Il culto della quercia, scrive:

«La principale divinità dei Lituani era Perkunas o Perkuns, il dio del fulmine e del lampo, la cui somiglianza con Zeus e Giove è stata spesso notata. […] Così la massima divinità lituana presenta una stretta somiglianza con Zeus e Giove, essendo il dio della quercia, del fulmine e della pioggia».

Con la conversione al cristianesimo, il nome di Perkele, antico dio pagano, viene assimilato a quello del demonio, divenendo così sinonimo di Satana.

Continuando con la rassegna delle fiabe tradotte in questa edizione, Antti Biforco è la versione finlandese de I tre capelli d’oro del diavolo: nella fiaba dei fratelli Grimm il protagonista deve la propria fortuna al fatto di essere nato con la camicia (cioè al fatto di essere nato completamente avvolto nel sacco amniotico, come il piccolo Danny Torrance nel celebre romanzo di Stephen King), mentre nella fiaba finlandese tutto è dovuto alla predizione di due tietäjät, gli sciamani della tradizione ugrofinnica. Tra le fiabe che ho più apprezzato vale la pena di citare L’uccello d’oro e l’acqua della vita e L’uomo che andò in cielo. Quest’ultima fiaba, molto ingegnosa e divertente, narra la storia di un uomo astuto che è riuscito a ingannare il diavolo e persino la Morte: le dinamiche descritte e i temi trattati rimandano a fiabe della tradizione norvegese, come Il ragazzo e il diavolo e Il fabbro ferraio che non fecero entrare all’inferno, e secondo la classificazione di Pirkko-Liisa Rausmaa essa può essere inserita tra le “Fiabe del diavolo stupido”.Non mancano le cosiddette «eläinsadut», cioè le fiabe che hanno per protagonisti gli animali della foresta, come il lupo, la volpe, la lepre e l’orso, animale che all’interno di un’antica società di cacciatori com’era quella finlandese si carica di particolari significati totemici. Nell’ultima fiaba è presente il motivo della macina, che si ricollega al protagonista del primo racconto: Ilmarinen è infatti il mitico fabbro che forgia il sampo, artefatto magico e misterioso, come si legge nel decimo runo del Kalevala:

«Il marinen fabbro allora, l’artigiano sempiterno, fucinava, martellavae picchiava allegramente: con grand’arte fece il Sampo: un mulino, la farina,ed un altro sal versava, e denaro un terzo dava.»

(Traduzione di Paolo Emilio Pavolini) Il mito del mulino dell’abbondanza, che macina sale e rende il mare salato, non è tipico solo della cultura finnica ma è presente anche nella mitologia nordica, come nel Grottasǫngr, poema norreno del Codex Regius dedicato al mulino del re danese Fróði, chiamato appunto Grotti, le cui due pietre della macina erano così grandi da poter essere mosse solo da due gigantesse, Fenja e Menja. Lo stesso motivo si può trovare nelle fiabe norvegesi, come ne Il macinino che macinava in fondo al mare: «Il macinino è ancor oggi in fondo al mare e continua a macinare; è per questo che il mare è salato». Quelle contenute nella raccolta di Iperborea sono fiabe brevissime, venate da un particolare senso dell’umorismo, che secondo l’editore anticiperebbero «la narrativa finlandese dei nostri giorni» (un nome su tutti, Arto Paasilinna). Rievocano quelle atmosfere che si respirano nel grande poema nazionale finnico, il Kalevala, con la leggerezza propria delle fiabe. La trascrizione dei racconti popolari finlandesi per opera di Salmelainen, a detta delle traduttrici, «è piuttosto scorrevole, conserva numerose espressioni dialettali e preserva un ammaliante stile popolare». Al sostrato sciamanico di origine ugrofinnica, col tempo si sono poi aggiunte influenze scandinave e slave, in quanto «il territorio finlandese diventa un punto di confluenza tra le fiabe russe e quelle di provenienza occidentale e scandinava». La Finlandia è una terra magica, che ben si presta al clima fiabesco: nei suoi racconto popolari, tramandati oralmente di generazione in generazione, emergono prepotentemente le caratteristiche del territorio, come la foresta (più del 70% del paese è ricoperto da boschi) e i laghi (la Finlandia ne possiede 188000). «È infatti proprio lei, la natura, lo sfondo privilegiato delle fiabe tradizionali, che sono poi il cuore stesso della cultura popolare», scrivono le traduttrici. Altro elemento caratterizzante è la presenza della sauna, che in finlandese significa propriamente “stanza da bagno”. Ancora oggi la sua importanza è segnalata da questo dato: su cinque milioni di abitanti, in Finlandia si contano circa tre milioni di saune. Le fiabe seguono un andamento tradizionale, archetipico, riscontrabile in altri racconti popolari con gli stessi elementi fissi e con lo stesso schema tipico della «triplicazione» – come lo chiamò Vladimir Propp nel suo seminale saggio Morfologia della fiaba (Einaudi, Torino 2000) –, elemento narrativo che accomuna e contraddistingue ogni racconto fiabesco che si rispetti. Sono molti i personaggi e le creature che popolano la mitologia finnica e che si possono incontrare tra le pagine: Tapio, lo spirito della foresta; la vecchia Louhi, signora di Pohjola; Hiisi, lo spirito maligno che vive a Hiitola; Syöjätär, la terribile madre dei serpenti; i metsänhaltija, spiriti silvani che se rispettati rendono propizia la caccia e i vetehiset, spiriti acquatici abitatori dei laghi. Nota: il finlandese non è una lingua scandinava! Anzi, non è proprio una lingua indoeuropea, ma appartiene assieme all’ungherese, all’estone e al lappone al ceppo ugrofinnico della famiglia delle lingue uraliche. Il finlandese è una lingua completamente diversa da quella degli altri paesi nordici, e non presenta affinità né con le lingue germaniche né con quelle slave. Tuttavia, non mancano prestiti germanici, conservatisi in forma arcaica, come kulta “oro” e kuningas “re”; ma anche prestiti slavi, relativi alla sfera religiosa cristiana: pakana “pagano”, pappi “prete”, raamattu “bibbia”, virsta “versta” (unità di misura). Caratteristiche della lingua finlandese sono l’agglutinazione, la completa assenza di genere grammaticale, la mancanza dell’articolo e la presenza di ben quindici casi, espressi attraverso suffissi. La Finlandia restò sotto la dominazione svedese dal dodicesimo al diciannovesimo secolo; dal 1809 al 1917, anno dell’indipendenza, fu controllata dai russi. Nel 1520 la Chiesa di Finlandia aderì alla Riforma Protestante e il sovrano di Svezia Gustavo Vasa rese il protestantesimo religione ufficiale del suo regno: da allora la maggior parte della popolazione finlandese si professa luterana. Il padre della letteratura finlandese scritta è Mikael Agricola, allievo di Lutero e Melantone a Wittenberg, divenuto il primo vescovo protestante del paese, con sede a Åbo, che oggi chiamiamo Turku. Nel 1548 uscì la sua traduzione del Nuovo Testamento, mentre la sua opera più famosa è l’Abckiria (“Abbecedario”), il primo libro scritto in lingua finlandese. Secoli dopo, J.R.R. Tolkien si basò proprio sulla lingua finlandese, per il «piacere estetico» che essa gli procurava, come fonte di ispirazione per la creazione della sua lingua elfica più conosciuta, il Quenya.

Source: inviato dall’editore al recensore. Si ringrazia l’Ufficio Stampa di Iperborea.

:: La rivolta dei demoni ballerini di Antonio Catalfamo (Pendragon 2021) a cura di Monica Biasiolo

17 dicembre 2021

La letteratura è, insieme alla parola del poeta, in primis la parola dell’uomo che, con essa, difende di solito la sua libertà e i suoi valori, criticando spesso un sistema di relazioni e di poteri che lo inghiottiscono. La reazione al sopruso e alla violenza è destinata a sfociare spesso nella rivolta, e tale è anche quella dei «demoni ballerini» che dà il titolo alla nuova raccolta di versi di Antonio Catalfamo edita dalla casa editrice Pendragon e accompagnata da un’esaustiva e ricercata prefazione di Wafaa A. Raouf El Beih e un altrettanto documentato e ampio saggio di Alfredo Antonaros. Di Antonio Catalfamo scorrono nella mente di chi lo conosce numerosi studi di critica letteraria e nomi che hanno fatto la storia della letteratura, nomi che rendono testimonianza della versatilità e della profonda cultura dell’autore: da Dante a Boccaccio per passare a Giulio Cesare Croce e poi ancora al Settecento fino ad arrivare alla «critica integrale» di Gramsci, attraversare gli anni di Pasolini e non solo. Ma Catalfamo è da sempre anche poeta; un esercizio, quello della poesia, già sostenuto da diverse sillogi (la prima datata 1989), che racchiudono squarci di vita vissuta e assetate di giustizia sociale, che trasudano lotte tenaci e miti che hanno come protagonisti principali gli umili, gli oppressi; e versi che non devono essere certamente disgiunti dall’attività di esegeta di Catalfamo. Fatti, avvenimenti, paesaggi geografici, ma soprattutto antropologici, si intrecciano nelle liriche, dispiegando un tessuto narrativo che avvince e coinvolge perché fedele sguardo sulla realtà. Dal forte retroterra autobiografico, la poesia che scorre dalla penna di quest’autore siciliano è innanzitutto ritratto ed espressione di incessante impegno umano e civile; perché lo scrittore non si deve sottrarre al quotidiano, ma esperirlo in tutte le sue sfumature e contraddizioni, e non può non ricordarsi di nulla o ‘solo di qualcosa’.

Li si voglia chiamare con il già citato epiteto di «demoni ballerini» o più comunemente pastori-contadini siciliani, o ancora «spiriti ribelli o rivoluzionari», le voci di questi protagonisti emergono dalle belle pagine di Catalfamo che racconta gente e situazioni, afferrandone i particolari, in un’iconografia che non mostra mai un’immobilità asettica e distaccata. I volti e i gesti narrati parlano di passione, voglia di osare e di lottare. Poesia che dà nome ed esistenza alle cose, quella del poeta nato in provincia di Messina nomina (e nominandoli li fa propri) sentimenti, idee e propositi, facendo percepire l’emergenza e la sostanza di un reale che si sfrange tra presa di coscienza e conoscenza, essenza e sostanza, sguardo alla società e denuncia dei misfatti di una politica ignara e assente perché, come anche scriveva il premio Nobel Elias Canetti in Die Provinz des Menschen – Aufzeichnungen 1942-1972, «[c]hi ha avuto successo non ode che gli applausi. Per il resto è sordo». Del resto la giustizia, come diceva Solone usando la stessa metafora della tela del ragno, «trattiene gli insetti piccoli, mentre i grandi trafiggono la tela e restano liberi». La poesia, in Catalfamo, consapevole delle illusioni, si pone domande, non indugia a descrivere interessi e impotenza, non si vergogna di chiedere e di smascherare contraddizioni e ipocrisie vendute come oro colato; immagini forti, truci, tragiche, come quelle di corpi penzolanti «ancora dal cappio», con «i piedi sospesi nel vuoto», di «ville abusive [che] crescono», di miseria e disperazione; reminiscenze mitiche e mitologiche; padroni, potenti e prepotenti; vecchi compagni; «il dolore / di ferite che non vogliono guarire: / sotterranee, come un fiume carsico, / [e che] squarciano il cuore»; tradizioni antichissime e ancestrali nel cuore di un Sud magico e di straordinaria potenza visiva, come quello che colora il mondo contadino di Carlo Levi. E, scorrendo le pagine della raccolta, vengono in mente precise parole leviane:

«I contadini risalivano le strade con i loro animali e rifluivano alle loro case, come ogni sera, con la monotonia di un’eterna marea, in un loro oscuro, misterioso mondo senza speranza. Gli altri, i signori, li avevo ormai fin troppo conosciuti, e sentivo con ribrezzo il contatto attaccaticcio della assurda tela di ragno della loro vita quotidiana […]».

Come in Levi risorge poi in Catalfamo l’uomo di fronte alla massa, l’umanità davanti alla disumanizzazione perpetrata da un sistema che prevede e basa la sua labile spettacolarità nella creazione e mantenimento di dislivelli dicotomici: «sopra,» si legge in La mia poesia,

«i padroni di terre, / con i magazzini pieni di vino, olio, / formaggio gonfio, panie di fichi secchi, / pomodori invernali e agli / intrecciati a ghirlanda. / Sotto, i contadini, che prendono / la decima nel riparto dei prodotti, / gli artigiani, pagati a merito / con una bottiglia di vino».

«[A]mbasciatore d’un altro mondo all’interno del nostro mondo», alla pari ancora una volta dello scrittore torinese giunto ad Eboli, Catalfamo scatta, con i potenti versi di questa sua nuova raccolta, una serie di eloquenti fotogrammi in successione dell’esistere umano di cui si erge a testimone e custode. «E così nasce, […]» scrive in chiusura di uno dei componimenti facenti parte della silloge, «la poesia»: Catalfamo invita il lettore a seguirlo in un viaggio alla riscoperta dell’“esperienza”, di una parola che non si piega al volere della “comunicazione standardizzata”, di una poesia che si erge a ‘ideologia’. Si costituisce in queste pagine una scrittura che svela, raccontandoli, riti e memorie che, nella poesia, cercano l’uomo e che tornano sulla pagina per testimoniare, insieme al loro esistere, la loro valenza mitica, non relegata all’archetipo, bensì presente e viva sempre e ovunque, nel presente come nel futuro. Concordanze, contaminazioni, compenetrazioni e una forte coralità: queste sono alcune delle caratteristiche precipue della poesia dello scrittore siciliano; una poesia fatta di protagonisti che, come il poeta (e attraverso la voce del poeta), mettono in dialogo la propria storia di persone, e in cui convergono nondimeno altre importanti voci, quelle dei «compagni poeti», autori in cui Catalfamo si riconosce (Majakowski, Fenoglio, Quasimodo, ma anche Neruda, Nâzim Hikmet, Ghiannis Ritsos, ecc). Il risultato è una rappresentazione uditiva polifonica della storia; una storia che, sempre tradotta in una parola immediata, duttile, riflessa, come quella di Montale, e al contempo fortemente icastica, non si esaurisce nel passato, perché la «poesia», scrive Catalfamo, «mi serve / a raccontare» e «[s]olo la poesia può lenire i dolori della vita». Che cos’è allora la poesia se non strumento conoscitivo privilegiato che rivela l’essenza dell’universo delle cose e se non mezzo “salvifico” di fronte a una realtà in cui l’uomo rischia di perdere il senso soprattutto di se stesso?

Tra gli intertesti la critica non ha mancato giustamente di ricordare come nomi centrali quelli di Pavese e Vittorini, ma sono anche altri i modelli e i riferimenti intertestuali contenuti nella lirica dello scrittore. Mito, storia e poesia (come recita anche il sottotitolo del lavoro critico dell’autore su Rocco Scotellaro, autore citato del resto anche esplicitamente in uno dei componimenti della raccolta), si intrecciano in maniera organica, mentre alcuni passi paiono evocare per la successione dei ritratti commoventi e crudi che presentano le pagine della Spoon River Anthology (1915) di Edgar Lee Masters. Nella raccolta, troviamo, in modo analogo alla silloge dello scrittore americano, un po’ tutti: il maestro, la Carabiniera, il calzolaio, la madre, il prete, il padre, il contadino, il compagno operaio, il primario, l’infermiera, il sindaco-poeta, ecc. Eppure, allo stesso tempo, è il collettivo a guadagnare un posto di primo piano: a fianco dell’individuo è infatti il gruppo come tale a dominare il palcoscenico della scrittura di Catalfamo; sono i braccianti, i notabili, il clero, i poveri, i padroni, i lavoratori e i disoccupati, i vecchi combattenti… Là una piccola cittadina della provincia americana e la presentazione di una galleria di 248 personaggi che descrivono le vicende di un microcosmo morale fornisce a chi lo legge un nuovo modo di guardare le cose e l’umano. Anche per Catalfamo, come per Masters, è importante recuperare la memoria per scoprire se le cose sono cambiate rispetto al passato. E non paiono esserlo. Nella raccolta dello scrittore nato a Barcellona Pozzo di Grotto, formata da 53 componimenti in totale, una parola è ripetuta in modo quasi costante: si tratta del termine «compagno/i», abbinato alla fede politica comunista dell’autore; un comunismo, quello del poeta, considerato non solo nella sua storicità e nei ricordi delle figure del padre e del nonno, ma anche come fenomeno non storicizzato, ovvero nel suo significato di necessario momento evolutivo, di umanesimo in senso gramsciano, di progetto per cambiare la realtà quotidiana delle cose. In La malora, lirica del 2014, il compagno, nel ventaglio di figurazioni della presentazione fatta, è uno e molteplice ad un tempo. Fotografato nella sua attività è lui che

«coltiva la pianta del comunismo / la difende dalle tempeste / e dalle erbe malsane / del tradimento».

Sono parole, quelle di Catalfamo, che non lasciano margini di incertezza interpretativa, anche quando lo sguardo si ferma su topografie, le cui coordinate geografiche arretrano per diventare documentazione e ricerca storico-antropologica, contenitore di pensieri e immagini. È il caso di Trieste, «città mito-poietica», di Saba, metropoli multietnica e cosmopolita, e allo stesso tempo «la città dei rastrellamenti / e della Risiera, / del fascismo», «dei partigiani», ecc.; ma anche di altri luoghi legati a richiami culturali di eccellenza, come della Casarsa di Pasolini, «il giovane poeta» fuggito da un «Friuli bigotto […] verso altri mondi», eppure fedele «[al]la religione dei […] [suoi] avi contadini».

Il mosaico del tempo tracciato nelle pagine di Catalfamo ricopre, così come il passato, le ombre più profonde del presente attuale: disonestà e cupidigia economica vengono fissate in modo tenace nei versi in cui il poeta ritrae in modo vivido e senza eccessi l’Italia dell’era Covid, mettendo nero su bianco il noto, senza parole inutili.

Ascoltiamole le parole di questa silloge, che non nascondono, ma mostrano l’esigenza di portare alla luce e cogliere significati, di arrivare fino in fondo; e con questo, «[m]ito e rivoluzione», che è necessario cogliere nell’attimo e su cui riflettere. Sì, esse sono qualcosa su cui riflettere.

:: Muse nascoste. La rivolta poetica delle donne – Nicola Vacca (Galaad Edizioni 2021) a cura di Giulietta Iannone

14 dicembre 2021

È sempre difficile scrutare nell’abisso, e ancora di più lo è scegliere le voci poetiche più significative che l’hanno fatto, compito ingrato che si è caricato sulle spalle e sull’anima il critico e poeta Nicola Vacca per riportare alla luce l’opera delle più significative poetesse del Novecento. Senza limiti di tempo, né di spazio, senza preclusioni o imbarazzanti favoritismi, Nicola Vacca da onesto giornalista culturale quale è ha voluto dare lustro anche a voci colpevolmente dimenticate di quel prezioso scrigno di dolore e meraviglia che ha forgiato l’animo sensibile e tormentato di alcune donne che hanno fatto della parola, del verso, il grimaldello per scardinare il Cielo, per dare senso all’imponderabile, per cercare Dio, per cercare il senso ultimo della vita o anche solo porsi in comunione e comunicazione coi propri simili attraverso la voce filtrata e riparata di una pagina poetica. E non è da poco quello che ha fatto Nicola Vacca in un mondo intellettuale e letterario che ancora emargina ed esclude le voci più delicate, sensibili, e refrattarie al bailamme più chiassoso. Per di più l’universo femminile, da sempre ai margini, fagocitato da un mondo letterario prevalentemente maschile (mi ripugna definirlo meramente maschilista) in cui la violenza del verso fa più rumore che la leggerezza di un sussurro, ancora stenta ad affermarsi nel nuovo millennio, figurarsi la fatica che ha fatto nel Novecento, secolo gravato da rivoluzioni, guerre mondiali, campi di sterminio e inciviltà della peggior specie. Le diatribe di genere molto contemporanee esulano dalla ricerca critica di Vacca che privilegia in questo saggio il genere femminile per il semplice fatto che ha dato vita davvero ad opere poetiche di incalcolabile valore tecnico, stilistico, spirituale, morale. Se Emily Dickinson o Sylvia Plath hanno goduto del plauso della critica e i loro versi sono stati stampati e ristampati in numerose edizioni e raccolte, altre poetesse sono cadute nella dimenticanza e nell’oblio, e questo saggio di Vacca ha il pregio di riportarle in vita. Moriamo davvero nella dimenticanza e nell’indifferenza, e sebbene molte di loro siano arrivate al sacrificio supremo di sé, vinte dal dolore di vivere e dal male del mondo, leggendo i loro versi rendiamo meno vane le loro tragiche morti e ci avviciniamo al mistero che le ha cullate e avvolte. Muse nascoste, la rivolta poetica delle donne ha la forza di un pamphlet di denuncia, di un modo di fare critica militante, per opporsi al conformismo e alla convenienza in nome di un’onestà intellettuale che riconosce i meriti dove realmente esistono. E queste donne erano ricche di meriti conquistati al prezzo di immani sofferenze perchè la loro sensibilità le poneva di fronte al male di vivere senza protezioni o filtri. Ma non è solo questo, queste donne erano anche dotate del dono di comporre versi, di accostarsi al sacro fuoco del logos e della Sophia, la parte femminile di Dio. Ignorata, vilipesa, oltraggiata, ma eterna come eterni sono questi versi che ci sopravviveranno e giungeranno puri e limpidi a chi ci seguirà nelle generazioni.

Nicola Vacca è nato a Gioia del Colle, nel 1963, laureato in giurisprudenza. È  scrittore, opinionista, critico letterario,  collabora alle pagine culturali  di quotidiani e riviste. Svolge, inoltre, un’intensa attività di operatore culturale, organizzando presentazioni ed eventi legati al mondo della poesia contemporanea. Dirige la riviata blog Zona di disagio. Ha  pubblicato: Nel bene e nel male (Schena,1994), Frutto della passione (Manni 2000), La grazia di un pensiero (prefazione di Paolo Ruffilli, Pellicani, 2002), Serena musica segreta (Manni, 2003), Civiltà delle anime (Book editore, 2004),  Incursioni nell’apparenza (prefazione di Sergio Zavoli Manni 2006), Ti ho dato tutte le stagioni (prefazione di Antonio Debenedetti, Manni 2007Frecce e pugnali (prefazione di Giordano Bruno Guerri, Edizioni Il Foglio 2008) Esperienza  degli affanni (Edizioni il Foglio 2009), con Carlo Gambescia il pamphlet A destra per caso (Edizioni Il Foglio 2010), Serena felicità nell’istante (prefazione di Paolo Ruffilli, Edizioni Il Foglio 2010),  Almeno un grammo di salvezza (Edizioni Il Foglio, 2011), Mattanza dell’incanto  ( prefazione di Gian Ruggero Manzoni Marco Saya edizioni 2013), Sguardi dal Novecento (Galaad edizioni 2014) Luce nera (Marco Saya edizioni 2015, Premio Camaiore 2016), Vite colme di versi (Galaad edizioni 2016), Commedia Ubriaca (Marco Saya 2017), Lettere a Cioran (Galaad edizioni 2017), Tutti i nomi di un padre (L’ArgoLibro editore 2019), Non dare la corda ai giocattoli (Marco Saya edizioni 2019), Arrivano parole dal jazz (Oltre edizioni 2020).

Source: libro inviato dall’editore.

L’anima delle città, Jan Brokken (Iperborea, 2021) A cura di Viviana Filippini

14 dicembre 2021

Parigi, Amsterdam, Bologna, Cagliari, Düsseldorf e tante altre città sono le protagoniste di “L’anima delle città” di Jan Brokken, edito da Iperborea. In tutte le località narrate l’autore ci è stato una o più volte e quello che ne risulta è un vero e proprio reportage sulle città e sulle persone che in quei luoghi hanno vissuto o hanno avuto un legame particolare con esse, perché per esempio, proprio in quelle località ha preso forma ed espressione la loro creatività artistica o culturale. Pagina dopo pagina emergono i ritratti di tanti posti fisici e delle vite di coloro che li hanno animati in prima persona. Quello che colpisce di questo libro è che emergono due anime. Una è quella delle città nelle quali B. ha viaggiato e soggiornato, vere e proprie protagoniste a tutto tondo della narrazione. L’altra anima è quella delle persone raccontate da Brokken, mostrate in tutte le diverse sfaccettature che le caratterizzano . Il libro a tratti assomiglia a un romanzo, poi però ti accorgi che è anche un saggio, ma è pure un libro di ritratti biografici che conquistano chi legge, un elemento che dimostra quanto la loro dimensione umane sia approfondita dall’autore e molto legata alla città nella quale hanno vissuto. In un certo senso è come se Brokken prendesse per mano i lettori per portarli alla scoperta della Bologna raccontata attraverso il rapporto che l’artista Giorgio Morandi ebbe con la città, poi ci trasferiamo a Vilnius dove troviamo il pittore lituano Mikalojus Čiurlionis, che non fu solo un grande esponente del simbolismo in pittura, ma anche uno dei primi artisti ad aver sperimentato l’arte astratta e compositore di brevi componimenti musicali. Interessante anche il viaggio a Bergamo dove Brokken ci presenta la località raccontando la vita di Gaetano Donizetti, nato da una famiglia di umilissime origini e che riuscì a diventare uno dei più amati compositori e operisti del 1800, anche se la sua fine non fu del tutto gloriosa. Interessante anche il viaggio a Düsseldorf in compagnia dell’originale artista Beuys, sempre pronto a sorprendere con le sue performance artistiche. Non manca un viaggio a San Pietroburgo con Dmítrij Šostakóvič e la sua travagliata vita che lo porterà a non lasciare mai, a differenza dei figli, la madre Russia e poi torniamo in Italia, a Cagliari, per scoprire lei: Eva Mameli Calvino, non solo mamma di Italo Calvino, ma anche una botanica, naturalista e accademica italiana, amante delle sfide scientifiche, civili e prima donna italiana a conseguire la libera docenza in un’università. In “L’anima delle città”, Jan Brokken ancora una volta dimostra la sua grande sensibilità, la sua vivace curiosità che lo portano a indagare e raccontare le città da un punto di vista insolito, dove oltre agli interessi principali come l’arte, la poesia, la musica e l’architettura spiccano ritratti profondamente umani di importanti personalità che hanno lasciato un segno nella storia. Per rendere ancora più piacevole la lettura del libro, grazie anche alla collaborazione con l’Ambasciata e il Consolato Generale del Regno dei Paesi Bassi, sono stati realizzati una serie di podcast con la voce di Natashca Lusenti e i suoni di Paolo Corleoni. Traduzione Claudia Cozzi.

Jan Brokken è uno scrittore e viaggiatore olandese, noto per la capacità di raccontare le vite di personaggi fuori dal comune e i grandi protagonisti del mondo letterario e musicale, ha pubblicato numerosi libri che la stampa ha avvicinato a Graham Greene e Bruce Chatwin, come Jungle Rudy, il suo primo successo internazionale. Iperborea ha inoltre pubblicato Nella casa del pianista, sulla vita di Youri Egorov, Il giardino dei cosacchi, sul periodo siberiano di Dostoevskij, il bestseller Anime baltiche, viaggio in un cruciale ma dimenticato pezzo d’Europa, Bagliori a San Pietroburgo, dedicato alla grande città della musica e della poesia russa, e I Giusti, reportage sull’operazione di salvataggio del 1940 che coinvolse più di ottomila ebrei.

Source: Richiesto dal recensore all’editore. Grazie all’ufficio stampa Iperborea.

Anime System il successo polimediale dell’animazione giapponese di Marc Steinberg (Tunué, 2020) a cura di Elena Romanello

10 dicembre 2021

anime-system-1-758x1146La collana Lapilli giganti di saggistica sul mondo dei fumetti della Tunué diretta da Marco Pellitteri presenta il saggio Anime System, il successo polimediale dell’animazione giapponese dello studioso statunitense Marc Steinberg, utile e interessante in questo momento di rinnovato interesse per i cartoni animati provenienti dal Paese del Sol levante.
Infatti, anche i media mainstream si sono accorti dell’interesse che c’è, presso le giovani generazioni e non solo, verso queste storie così lontane e così vicine, grazie anche al supporto dato alla proposta di nuovi titoli e classici ormai senza tempo da parte delle piattaforme televisive, in un fenomeno che unisce più generazioni, dagli ex ragazzini ormai adulti e a volte genitori della generazione Goldrake ai millenials.
Per capire l’importanza degli anime e della cultura ad essi legati, è interessante immergersi nelle pagine di Marc Steinberg, uno dei più accreditati studiosi dei media giapponesi, in cui si spiega che quello che si vede sul piccolo o sul grande schermo costituisce il fulcro di un sistema di connessioni tra personaggi, media, prodotti, supporti e forme di consumo. Un vero e proprio anime system, basato su una complessa polimedialità, che in Giappone è chiamata media mix.
Lo studioso racconta i punti chiave di questo fenomeno, presente, sia pure in maniera minore, anche nei Paesi in cui gli anime sono diventati popolari, Italia in testa, partendo dall’arrivo degli anime sulle televisioni del Paese del Sol levante negli anni Sessanta, che da subito colpiscono per la loro carica innovativa e estetica e per il rapporto viscerale che si crea tra il pubblico, giovanissimo ma non solo, e i personaggi.
Marc Steinberg concentra in particolare la sua attenzione su uno dei maggiori colossi editoriali e multimediali giapponesi, la Kadokawa, titolare o licenziataria di alcuni dei maggiori successi degli ultimi vent’anni, a cominciare da Neon Genesis Evangelion Cowboy Bebop.
Un libro che fornisce un quadro aggiornato dell’importanza commerciale, polimediale e culturale degli anime, utile sia per gli studiosi di media, marketing e industrie creative, che per chi mastica pane e cartoni animati giapponesi ormai da una vita, per capire meglio una passione che dalla carta e dallo schermo è diventata uno stile di vita, con prodotti e universi materiali da scoprire.

Marc Steinberg è professore associato della Concordia University, dove insegna cinema ed è direttore della Platform Lab. Il libro Anime system. Il successo polimediale dell’animazione giapponese ha vinto diversi premi internazionali.

Provenienza: pdf inviato dall’Ufficio stampa che ringraziamo.

:: Mi manca il Novecento – La voce dimenticata di Raffaele Carrieri – a cura di Nicola Vacca

7 dicembre 2021

Accanto al Novecento che se n’è andato c’è un Novecento perduto che nei suoi abissi si è inghiottito i suoi figli migliori.
In questo Novecento perduto è finito anche Raffaele Carrieri, poeta, scrittore, critico d’arte nato a Taranto nel 1905, ma cittadino del mondo.
Intellettuale raffinatissimo, uomo straordinario della Magna Grecia, difficile da incasellare, ma un poeta davvero straordinario a cui tornare.
Ma di lui si sono perse le tracce, caduto ingiustamente in un oblio che non meritava.
Andrebbero ripubblicati i suoi libri di poesia, non è possibile che uno dei più importanti poeti di quella straordinaria linea meridionale giaccia per sempre nelle tenebre.
Ma questo è il destino di molti nomi di quel Novecento perduto che non perdona.
Lamento del gabelliere, La ricchezza del niente, Canzoniere amoroso, Il trovatore, con cui vinse il Premio Viareggio nel 1953, sono alcuni dei suoi libri di cui la nostra letteratura non può fare a meno.
Eppure la memoria di Rafaele Carrieri è stata oscurata e con essa una parte rilevante del migliore Novecento letterario italiano.
Intellettuale eclettico, scrittore poliedrico, Carrieri ha scritto facendo esperienza del mondo.
Visse a Parigi nella seconda metà degli anni venti. In questo periodo ebbe occasione di entrare in contatto con gli ambienti e le esperienze dell’avanguardia europea che aveva eletto la capitale francese a propria sede internazionale; legami e influenze queste che, nei modi peculiari in cui il Carrieri li assimilò e li introiettò, rappresentano il nucleo essenziale se non unico, della sua poetica e della sua poesia.
Dal 1930 si trasferì a Milano. Qui conobbe un gran numero di scrittori e artisti come come Marotta, Cantatore, Cesare. Zavattini, Alfonso Gatto, Sergio Solmi, Quasimodo, Persico, F. T. Marinetti, Alberto Savinio.
Per un decennio fu critico d’arte dell’Illustrazione italiana.
Ma è nella poesia che Carrieri trova la chiave giusta per raccontare la sua esperienza di uomo.

«La mia poesia è tutta autobiografica; ispirata a fatti realmente accaduti, a viaggi, a soggiorni in paesi stranieri. La mia lunga permanenza a Parigi nella prima giovinezza la considero fondamentale per i molti incontri con gli artisti e i poeti d’avanguardia ora famosi».

Una scrittura poetica che scava nella memoria per cogliere la semplicità degli istanti: la spinta autobiografica si sposa con l’essenza dei luoghi frequentati dal poeta, delle persone e del mondo.

«La maggior parte dei critici che si sono occupati del Carrieri. (da Flora a Titta Rosa, a Vigorelli, a Ravegnani) – scrive Lucia Strappini – ha ritenuto di cogliere nella grecità, nella sua appartenenza partecipe al paesaggio mediterraneo, il nucleo tematico più caratteristico e originale della sua poesia, insieme al gusto per i richiami mitologici e della cultura classica; i riferimenti sono molti e disseminati per le sue raccolte: a titolo d’esempio si possono ricordare questi versi da Poca luce, in La civetta:

Se qualche poco di luce / da lontano mi viene / è da te Jonio gentile / che le muse riconduci / ai lidi degli Dei. / Fra l’uva e l’uliva / Eros ancora versa / vino agile e resina” (p. 14).

Ma, nonostante la copiosità delle presenze, questo motivo non appare sostanzialmente preminente nella disposizione complessiva, tanto da improntare di sé la poesia del Carrieri. È invece più convincente l’immagine dei poeta C. che prende spunto, sia sul piano tematico sia su quello stilistico, dai luoghi, reali e metaforici, più diversi, dalle esperienze artistiche più varie, dalle sollecitazioni più diffuse, per esprimere una sostanza lirica pressoché uniforme e immutata fin dalle sue prime prove. In questo quadro appare certamente rilevante la suggestione esercitata sulla sua vena poetica dalla frequentazione assidua delle tante esperienze moderne di arte figurativa, parigine e italiane, che si traduce anche editorialmente nella collaborazione, come si è visto, con molti dei più noti esponenti della pittura contemporanea, o nella affinità con pittori del passato, da lui particolarmente amati, come Toulouse-Lautrec».

Raffaele Carrieri, un artista totale, un poeta lirico che alla poesia attribuisce un ruolo assoluto nella letteratura come nella vita, un intellettuale che sta nella tradizione italiana, un uomo di cultura che appartiene alla storia letteraria di quel Novecento perduto che ci appartiene per sempre.

:: Che mito! – Ulisse e le sirene e Ercole contro Cerbero di Hélène Kérillis e Grégorie Vallancien (Gallucci 2021) a cura di Giulietta Iannone

4 dicembre 2021

Torna la serie Che Mito! con due nuovi bellissimi titoli: Ulisse e le sirene e Ercole contro Cerbero sempre della coppia di autori Hélène Kérillis per i testi e Grégoire Vallancien per le illustrazioni. Per lettori dai 7 anni in su, quindi già bravi a passare da maiscolo a minusolo.

Amo molto questa serie di cui vi avevo già parlato che aiuta i più piccoli ad avvicinarsi ai miti e alle leggende dell’antichità. In questi due albi troviamo Ulisse, mitico re di Itaca, uno degli eroi achei della mitologia greca descritti e narrati da Omero sia nell’Iliade che nell’Odissea, e Ercole, eroe della mitologia sia greca che romana, l’uomo più forte del mondo, figlio di Zeus per i greci, e di Giove per i Romani, e della mortale Alcmena.

Ulisse e i suoi compagni di viaggio se la devono vedere prima con Circe, l’affascinante maga che con i suoi incantesimi li tiene prigionieri e poi niente meno che con le sirene, creature dal canto dolcissimo che spinge i marinai al naufragio e la morte. Ma Ulisse grazie all’aiuto di Circe ha in serbo una sopresa.

Ercole invece se la deve vedere con Cerbero il guardiano degli inferi, e con la sua forza prodigiosa che ancora non sa bene controllare, ma alla fine anche lui imparerà qualcosa sulla forza e sul coraggio. Due storie simili per certi versi capaci di insegnare ai più piccoli i primi segreti della vita. Buona lettura!

Hélène Kérillis è appassionata della mitologia fin dall’infanzia e non ha mai smesso di studiarla. Ama anche l’arte e i viaggi, la lettura e la scrittura, che danno alla vita bellissimi colori.

Grégoire Vallancien adora disegnare e lo fa da quando era bambino. Gli piace moltissimo illustrare storie e soprattutto… leggerle ai suoi figli! È innamorato di Parigi e del Mediterraneo ed è un lettore vorace di gialli e di mitologia. 

Traduzione dal francese a cura della Fusp – Fondazione Unicampus San Pellegrino con il coordinamento di Yasmina Melaouah

Source: albi inviati dall’editore. Ringraziamo Marina Fanasca dell’Ufficio Stampa Gallucci.

“Interno corte” e “Rime e quartine per gioire di ogni cosa” per le feste di Natale! A cura di Viviana Filippini

30 novembre 2021

Le festività Natalizie si avvicinano, come il tempo dei regali e oggi vi voglio parlare di due simpatici libri per bambini editi da Gallucci.

Interno corte”, Francesco La Rocca (Gallucci 2021)

“Interno corte” è il primo romanzo di Francesco la Rocca, edito da Gallucci. La storia prende sviluppo all’interno di un condominio nel quale si trova una stramba e originale umanità che l’autore fa conoscere al lettore. Tra i diversi personaggi residenti nel palazzo di ringhiera, come quelli che si trovano spesso nelle grandi città, spicca la simpatica Nazarena, una nonnina un po’ ribelle che vive al primo piano del palazzo e che ama i bagni di aria. Accanto a lei, sullo stesso pianerottolo, ci sono c’è Nina che con il fratello lavora di immaginazione creando storie dove i dinosauri stanno in orbita nello spazio. Non solo, perché nella simpatica umanità creata da La Rocca trovano spazio anche un esperto collezionista di fossili di nome Mattia e il curioso Ayyoub, che non colleziona nulla, ma che passa le giornate con le orecchie appiccicate al citofono per ascoltare i discorsi dei vicini di casa. Il romanzo di La Rocca, corredato dalle immagini di Moisi Guga, ha un ritmo appassionatane che porta il lettore a scoprire le vite dei diversi personaggi abitanti nel condominio e che, pagina dopo pagina, costituiscono un romanzo corale. Ogni personaggio ha la propria vita con amicizie, interessi, gusti, ossessioni e felicità simili e diverse (giusto perché il mondo è bello perché è vario), ma quello che emerge da “Interno corte” di Francesco La Rocca è che tutti i protagonisti, anche se hanno vite proprie, alla fine sono uniti da un appuntamento che non manca mai, quello dell’assemblea condominiale, nel quale se ne vedranno delle belle.

Francesco La Rocca è nato a Torino nel 1983. Ha studiato Diritti Umani e lavora nel sociale. L’esperienza lo ha portato a scrivere storie del quotidiano declinato al fantastico. “Interno corte” è la sua prima pubblicazione.

Moisi Guga è nato a Shkodër, in Albania, nel 1988. Laureato in grafica d’arte all’Accademia Albertina, vive a Torino, dividendosi tra il disegno e una cooperativa sociale.

“Rime quartine per gioire di ogni cosa”, Bruno Tognolini (Gallucci 2021)

“Rime quartine per gioire di ogni cosa” è il libro di Bruno Tognolini dove ci sono pagine e pagine di simpatiche filastrocche, ma anche poesie, che accompagnano il lettore. Il mare, le cose, la luna, il frigo, i sogni, la mano, la pizza e tanto altro diventano i diretti protagonisti delle divertenti rime di Tognolini che, grazie alla sua sapiente arte del combinare parole, crea quartine capaci di strappare un sorriso e portare una serena tranquillità ogni volta che si apre il libro per leggerle. Le composizioni di Tognolini sono un centinaio e sono accompagnate dai simpatici e delicati disegni di Alessandro Sanna.

Bruno Tognolini (Cagliari, 1951) ha imparato a scrivere per bambini studiando latino per 8 anni, greco per 5, medicina per 4, spettacolo al DAMS per altri 4, scrivendo teatro per altri 12, TV con “L’Albero Azzurro” e “La Melevisione” per altri 16, e nel frattempo imparando a memoria per esercizio centinaia di versi dei grandi poeti, girando per le scuole di 800 città, scrivendo 1400 filastrocche, 55 libri, e canzoni e articoli… Insomma: tutta la lunga fatica che occorre per seguire un sogno. Altre notizie e testi su http://www.tognolini.com e facebook/tognolini.b

Alessandro Sanna è nato nel 1975 nella pianura tra Mantova, Verona e Modena, ma suo papà gli ha messo nel sangue il mare e il vento della Sardegna. A undici anni questa passione per il gioco si è trasformata in disegno: disegnare, disegnare e ancora disegnare, dimenticando che nella vita ci sono altre cose. Adesso che disegna per lavoro, le altre cose può riscoprirle e apprezzarle, perché sono loro che gli permettono di continuare a giocare con pennelli, matite, mani sporche e gocce d’acqua indomabili. Per Gallucci ha illustrato “Nidi di note”, “Storie di parole”, “Storie di giochi”, “Lettori”, “Il gallo bello” e “Crescendo”, una delicata storia tutta per immagini, costruita a partire dalla forma della pancia della mamma con allegato un Cd inedito contenente 18 minuti di musica appositamente composta ed eseguita da Paolo Fresu.

Source: ricevuti dal recensore. Grazie a Marina Fanasca dell’ufficio stampa Gallucci.